venerdì 20 maggio 2016

Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile

Premessa

Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:

"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."

che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:

"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".

Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l'euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell'indifferenza, se non nell'ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono...

Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: "La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio. Perché non c'è".

Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco di Francesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:

"The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground."

ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:

"Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministri cosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D'altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"

Ecco, vedete?

It must be war.

(...per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?...)

Che un cambio fisso (sopravvalutato, s'intende) equivalga a una guerra civile non è un'idea del guru Bagnai: è un'idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un'idea "keynesiana"). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l'ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell'economia, cioè l'esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l'inevitabile redde rationem.

E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui "l'euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo". Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).

Ma nessuna moneta (nemmeno l'euro) è solo una moneta: ogni moneta è un'istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: "la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l'euro] diventa strumento di lotta di classe" è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era "solo una moneta" (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta "è principalmente un'arma di questa lotta" (dell'uomo contro l'uomo).

E quindi, come dice Keynes:

"This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy."

cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:

"Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata".

Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi,  quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell'euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.

Dell'euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola...

Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.

Gli insegnanti e l'euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del "sapere di sapere", che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio "sesomagnatitutto". Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l'odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l'artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).

Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l'appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna...

La chiudo qui.

Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l'euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l'avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l'euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.

Ma fascista è l'euro: "i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi" (Sorrentinus dixit).

L'euro è l'austerità (il taglio dei redditi), e l'austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente, nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).

Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più "scolarizzanti", si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l'euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.

Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l'ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un'occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l'ora esatta, significa scatenare l'inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.

Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?

È molto difficile non reagire con ostilità all'ostilità altrui, soprattutto se l'unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.

Una telefonata
Una ascoltatrice: "Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e soprattutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico, perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica... "

Norma Rangeri: "Be’, nel liceo classico ci sono ancora i ragazzi con cui l’insegnante parla..."

Una ascoltatrice: "Allora, noi parliamo con i ragazzi, però intanto le dico che ce li tolgono sempre di più, proprio fisicamente, nel senso che io per esempio ho una terza quest’anno che ha iniziato questa alternanza e l’ho vista..."

Norma Rangeri: "Però non possiamo prolungare troppo la telefonata perché ce ne sono altre."

Una ascoltatrice: "No, va bene, io volevo sottolineare questo e comunque avvisare che c’è una campagna referendaria, stiamo raccogliendo le firme contro la buona scuola."

Norma Rangeri: "Ssssì, certo, grazie."

Era il 18 maggio, stavo tornando dall'aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.

Qui si apre un caso di coscienza.

Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.

L'aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall'accresciuta mobilità del capitale (che l'euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira a una polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l'eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.

Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.

Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l'insegnante ascoltatrice, perché è l'unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.

Ecco: questo la persona che parla l'ha capito. Non è vero che non c'è un disegno: il disegno c'è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.

Certo, voi a questo punto mi chiederete: "Ma questa persona ha capito che la "buona scuola" è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall'euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana - che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) - se dici "euro", ti risponde "Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"?

Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:


Ne evidenzio solo due, quelli dispari.

Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l'assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.

Il terzo mi sembra anch'esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro". La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.

La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.

Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L'antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!

Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l'anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all'esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all'università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l'avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!

E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l'alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all'insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l'impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l'insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.

Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).

Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.

E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel "meccanico" ma molto meno nell'"intellettuale"), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La "buona scuola" è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l'altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.

Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.

Approfittiamone.

Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).

180 commenti:

  1. concordo totalmente ma per quanto riguarda la scuola sarei favorevole a una selezione dei professori che oltre a tenere i ragazzi in classe dovrebbero essere anche capaci di insegnare che non vuol dire di sapere tutto ma di saper insegnare , cioè di stimolare quella curiosità e quella passione per la conoscenza che è alla base della carriera di un bravo studente , inutile quindi lamentarsi che la scuola con questa riforma andrà a ramengo perchè è già messa molto male

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    1. Sì, però un contesto economico degradato non aiuta. Possiamo supporre, ad esempio, che in qualche caso l'insegnamento diventi una scelta di ripiego. E non aiuta nemmeno un'altra guerra fra poveri: quella fra insegnanti e famiglie.

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    2. Ma perché sempre questi luoghi comuni? Perché?
      I politici e i massmedia ve li hanno proprio messi in testa!
      Gli insegnanti italiani sono tra i migliori del mondo. Io mi ci trovo un mezzo da 10 anni e so che sono quasi tutti bravi.
      La pecora nera, su un milione di persone, ci sarà. Ma è un'eccezione!
      Considerando anche le difficilissime condizioni in cui lavoriamo (argomento anche di questo bellissimo post) e gli bassi stipendi, ma dove li trovi altri così?
      Basta con i luoghi comuni! Basta!

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    3. Ossignur, la guerra tra poveri no. Le politiche da 20 anni almeno mortificano la scuola pubblica rendendola oggettivamente poco attrattiva, impedendo con classi sovraffollate e ora con l'alternanza scuola lavoro la didattica qualificata, e producendo regolamentazioni che limitano l'insegnante, e il problema e' il corpo insegnante???
      In alcuni casi specifici si. Ma qui c' e' un problema sistemico e spesso quei casi specifici ne sono la manifestazione. Basta guardare un poco oltre.

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    4. Esatto!
      Dirò di più: lo stato premia i presidi che non bocciano e quindi questi ultimi fanno di tutto per costringere i prof a non bocciare.
      Inoltre, i professori che fanno il loro dovere si trovano contro tutti: presidi, Genitori, alunni, politici. Mentre, se uno non fa niente, vive più tranquillo.

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    5. Prova lavorare qualche settimana con uno di quei fantastici laureati tedeschi o francesi! Vedrai che bella preparazione ottengono nelle loro fantastiche scuole ed università tanto moderne.

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    6. Enrico Cardillo, a mio avviso bocciare oltre ad essere una illusione di alternativa è il fallimento di un insegnante che certifica che non ha avuto o potuto usare strategie alternative di insegnamento ma si è piegato al doversi adeguare alle metodiche massificate di insegnamento.

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  2. A me scappa da ridere. Alternanza scuola-lavoro, la chiamano, e io, che in azienda ho già avuto diversi ragazzi delle scuole superiori, lo chiamo "parcheggio temporaneo". Funziona così. La scuola mi chiama e mi chiede se sono disponibile ad ospitare un ragazzo per quattro settimane a fare uno stage. Solitamente sono ragazzi di istituti tecnici industriali ed io normalmente rispondo di si. Ho sempre la speranza che nonstante tutto il ragazzo impari anche solo una briciolina.
    Però di lavorare non se ne parla, perchè quasi sempre i ragazzi sono minorenni ed essendo la mia un'azienda metalmeccanica, i limiti imposti dalla normativa sulla sicurezza dei lavoratori sono molto stringenti. Innanzi tutto l'esposizione al rumore è molto più limitata per i minorenni rispetto ai maggiorenni, ma ci sono limiti ai carichi, all'esposizione alle radiazioni ultraviolette (tipiche delle saldatrici o degli impianti per il taglio al plasma), non possono fare facchinaggio ne (orrore) guidare i carrelli elevatori eccetera eccetera.
    Quindi in buona sostanza li metto (parcheggio sarebbe il termine più appropriato) seduti in un angolino e guardati a vista dal tutor aziendale (nome pomposo per definire il nulla), con l'obbligo di guardare tutto ma il divieto assoluto di non fare nulla.
    Questi ragazzi passano le loro sei ore al giorno per venti giorni lavorativi considerandolo come un buon modo di evitare le spiegazioni in classe, interrogazioni, le verifiche e quant'altro succede oggi in una classe di scuola.
    Questo succede nella mia azienda e questo ho visto succedere in altre aziende, dove al massimo lo stagista di turno è messo ad avvitare bulloni, compito chiaramente "altamente formativo".


    P.S. Alberto, non mi sono dimenticato e sei sempre nei miei pensieri. Quello che deve arrivare arriverà presto, ma è un annata difficile, altro che PIL al +0.3%.

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    1. E ovviamente grazie per la descrizione "lato azienda", dopo quella "lato insegnante", e la mia "lato genitore". È un triangolo, sta storia.

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    2. Io ho finito l'istituto tecnico nel 2000. Ricordo perfettamente che una grossa rubinetteria della zona faceva a gara con le altre aziende per prendersi i periti meccanici o elettrotecnici e anche chimici informatici...ne prendeva a palate letteralmente. Non era diffuso lo "stage", all'ultimo anno si visitava per un giorno l'azienda (tutta la classe con tutti gli alunni). Il contratto di "prova" ai tempi si chiamava "contratto di formazione e lavoro". Poi le cose sono cambiate...nell'ultima azienda dove ho lavorato 2 anni fa ormai, funzionava proprio come descritto qui...

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    3. All'estremo opposto, potremmo forse collocare l'esperienza della mia scuola (non del mio settore, non insegno al tecnico): una partnership con un'azienda di livello internazionale. Ci ha fornito il laboratorio di automazione, gli studenti si preparano sulle quelle tecnologie, fanno l'alternanza in quell'azienda (già da diversi anni) e hanno molte probabilità di essere assunti appena diplomati, avendo già la preparazione specifica richiesta.

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    4. @Giorgio: e' bello sapere che ci sono realta' cosi', ma temo che nel 95% dei casi la situazione sia quella detta in precedenza, cioe' alternanza scuola-parcheggio aziendale con al massimo compiti non rischiosi. Che siano formativi e' un dettaglio. Per non parlare delle zone del paese con economia piu' debole in cui il lavoro semplicemente non c'e'. Chissa' che alternanza fanno.

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    5. Lato insegnante: classi gettate a guardare un televisore spento per ore; quando si sente qualcosa c'è uno che dice che oggi "C'è la Cina!".
      Ieri una ragazza mi ha detto che l'hanno ripresa perchè, durante tutto questo, cercava di studiare.

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    6. Lo stagista è arrivato oggi. Noi siamo meno metalmeccanici e qualcosa di bassa manovalanza glielo troviamo (tirare anche cavi elettrici oltre ai bulloni)
      Concordo pienamente con Lungo Fucile : non serve a niente né a loro né a noi. Una buffonata. Quando facevo io l ITIS (pre 1995) in estate facevano la fila a cercarti come lavoratore PAGATO (incredibile eh?!) e NON ti sprecavano a stringere bulloni : volevano che iniziassi a fare il tuo lavoro di tecnico, nella speranza che avuto il diploma andassi a lavorare da loro.
      Che strano eh? Siccome ti pagavano, non ti sprecavano!

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    7. @giorgio a me non piace nemmeno la tua esperienza perché dà una preparazione talmente tanto specialistica che il ragazzo, qualora un giorno volesse andarsene da quel l'azienda o avesse necessità di cambiare lavoro, non sarebbe in grado di adattarsi a null'altro se non con estrema fatica. Questo tipo di formazione va bene per i centri di formazione ma NON per una scuola superiore. La scuola NON deve formare al lavoro, il centro di formazione professionale tautologicamente sì.

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  3. Euro delendus est.
    (e ogni mio futuro intervento su qualunque social e blog, d'ora in avanti, si aprirà con queste parole).

    Rientro in Italia per due giorni. Spero di trovare un banchetto a Bergamo, a Milano, in cima al Passo della Presolana o in fondo alle miniere di zinco di Gorno. In ogni caso, firmerò.

    Buona vita
    Guglielmo

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    1. Ti giro i complimenti di Charlie Brown per l'incipit del tuo commento.

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    2. Ti ringrazio. Soprattutto perché non mi hai corretto "delendus" (a volte, fare latiino alle medie aiuta... Pensa che in Bosnia, non conoscendo il bosgnacco e dovendo parlare con un prete cattolico, chiesi in latino: "Quod est pensiero tuo circam Berlusconi?". E lui, tranquillo: "Massone est. Idest inimico, fede christiana" :)

      Buona vita
      Guglielmo

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    3. Lo userò insieme a questo altro:

      "memento audere semper"

      E ancora, per "i popoli di dura di cervice" ( Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori.):
      Con l' euro, ricordati che devi morire dopo aver molto sofferto!


      Qui la prova che le sofferenze saranno notevolissime e di lungo periodo.

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  4. Ho già messo la firma. Ricordo a tutti che con la buona scuola si sottraggono 200 ore di studio ai licei e 400 agli istituti professionali in nome dell'alternanza scuola-lavoro, una cosa che non esiste e che manda i minorenni in giro sotto responsabilità civile e penale di qualche disgraziato che 'inventa' mansioni fantasma.
    Firmate, per favore: ci stanno impedendo di portare a termine i programmi scolastici; ci stanno espropriando dell'insegnamento.

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  5. Notizie dal collegio docenti di una scuola delle cosiddette 'aree interne'. La delibera prevede di astenersi dall’elaborare criteri di valutazione dei docenti e invita quanti saranno premiati a donare alla scuola quanto percepito, destinandolo a progetti di sviluppo dell’offerta formativa.

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  6. Uno dei pochi vantaggi del mio pessimo carattere è il non ragionare per appartenenza.

    Pertanto, felice che vi sia intelligenza in tracce anche dove non mi aspettavo di vederla, sosterrò il referendum.

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  7. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  8. Quanto ha ragione! Proprio l' altra settimana una compagna di università si lamentava che studiamo cose in modo teorico e che una sua amica le ha detto che in Germagnna studiano sui peipersss.


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  9. [Seconda e ultima parte]

    To make short a long story, ritengo che il bene dell’istruzione passi necessariamente dalla pluralità delle sue fonti di erogazione e che sia nell’interesse di tutti che questa pluralità sia reale, interesse quindi anche dello stato. La funzione pubblica esercitata dalle scuole private è primaria e, laddove non potesse esercitarsi per problemi di natura economica, è interesse dello stato sostenere le eventuali difficoltà di quel genere. Sottolineo la parola interesse, non dovere. Non sto a citare i numerosi studi ad appoggio del fatto che comunque, in termini meramente economici, conviene e di molto allo stato finanziare il posto studente alla scuola privata. Un "posto bambino" nella scuola dello stato costa ai cittadini circa 6.500 euro l'anno e il contributo dello Stato per le scuole paritarie è di 425 euro. Ripeto, io sto concorrendo per l’ingresso nella scuola statale, quindi dovrei essere dall’altra parte della “barricata”, ma appunto mi pare una barricata tutta ideologica questa, una delle tante forme di lotte tra poveri in cui più o meno artatamente si viene convogliati, per non permettere l’analisi del problema reale.

    Lamentarsi per i finanziamenti statali di un bene pubblico, ribadisco pubblico, ancorché erogato da enti privati, mettendo in opposizione scuola pubblica statale con scuola pubblica privata, è miope e piuttosto corporativistico. Oltretutto non regge alla prova dei fatti, i soldi dati dallo stato alle private non sono tali da mutare significativamente le sorti delle statali, viceversa, se dovessero chiudere per mancanza di fondi le scuole private e conseguentemente passare questi studenti nel settore statale a 6.500 € pro capite, il peggioramento delle condizioni economiche del sistema scolastico statale sarebbe esponenziale. Si consideri oltre a ciò che i genitori di un ragazzo che vada alla scuola privata comunque pagano le tasse per la scuola statale, senza riceverne nulla indietro. Mantenere l’idea anni ’70 “private? Ve le pagate!” come se queste fossero un lusso per ricchi è miope, ancora. È sempre la pluralità il valore in gioco, un valore che dovrebbe essere caro a tutti, insegnanti compresi.

    Non aggiungo altro sugli altri temi perché mi sono già dilungato troppo su questo. La buona scuola è ridicola sotto molti aspetti e mantiene la rotta del cupio dissolvi avviata molto tempo fa. Il finanziamento statale però di un bene pubblico non è il problema.

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    1. Io pago le tasse per molti servizi che non uso. E' una mia libera scelta. Non tutti hanno a disposizione una scuola privata, anche avendo la disponibilita' economica. Basta uscire dalle grandi citta' del centro-nord. Quindi chi vive in queste zone deve finanziare la scuola privata dei ricchi, ms non tutti, particolarmente di quelli che risiedono nei centri a maggiore densita' abitativa in nome della pluralita'?
      Provate a pensare di vivere in un paesino rurale o in una vallata alpina e cercate al vostro paese la scuola privata. Se va bene sta a 60 km.

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    2. Mi spiace ma la sua constatazione non risponde al vero. Io vivo proprio sull'arco alpino e posso assicurare che le scuole private, anche in alta valle, esistono. Forse giova ricordare che la stragrande maggioranza delle scuole private sono quelle cosiddette cattoliche, che precedono la scuola statale spesso di qualche secolo, esistendo la Chiesa da un po' prima del regno sabaudo. Esistono poi anche le scuole comunali, non statali, proprio in quei paesi rurali di cui parla. Semplicemente non consta che le scuole private esistano solo nei centri metropolitani ad alta densità demografica. Chiaramente dove c'è più gente ci sono più scuole, ma questo è semplicemente fisiologico, non classista.
      Ciò detto, se anche fosse vero quello che lei dice, sarebbe un motivo per eliminarle? L'argomento che porto io è che, ovunque queste siano, portano un contributo pubblico che è interesse di tutti, stato in primis, preservare. Sia che questo avvenga in alta val Brembana o a Palermo.
      La vulgata della scuola privata dei ricchi poi rientra appieno in quel discorso da guerra tra i poveri stigmatizzato poco sopra. Non è semplicemente vero, anzi peggio è fuorviante, come tutte le cose non vere.
      La scuola devono finanziarla tutti, semplicemente, perché è interesse di tutti, sia di chi vive nel centro nord che di chi vive nelle propaggini alpine o appenniniche o insulari.

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    3. Ok. La funzione 'educazione' è pubblica ma può essere affidata indifferentemente ai privati rimanendo pubblica (come finalizzazione ed eventualmente come finanziamento) e anzi guadagnandone con ciò in efficienza.
      Ok. La funzione 'assistenza sanitaria' è pubblica ma può essere affidata indifferentemente ai privati rimanendo pubblica (come finalizzazione ed eventualmente come finanziamento) e anzi guadagnandone con ciò in efficienza.
      Ok. La funzione 'previdenza sociale' è pubblica ma può essere affidata indifferentemente ai privati rimanendo pubblica (come finalizzazione ed eventualmente come finanziamento) e anzi guadagnandone con ciò in efficienza.
      Ok. La funzione 'tutela e valorizzazione dei beni culturali' è pubblica ma può essere affidata indifferentemente ai privati rimanendo pubblica (come finalizzazione ed eventualmente come finanziamento) e anzi guadagnandone con ciò in efficienza.
      Ok. La funzione 'politica monetaria' è pubblica ma può essere affidata indifferentemente ai privati rimanendo pubblica (come finalizzazione ed eventualmente come finanziamento [yes]) e anzi guadagnandone con ciò in efficienza.
      ...

      Ma perché quando parli ogni tanto non provi a chiederti 'ma che cazzo dico?' E magari se sei proprio tu a parlare o se per caso non sei parlato da qualcun altro (o addirittura qualcos'altro)?

      Nella fattispecie ti do un suggerimento: prova a riflettere su quell''indifferentemente', magari in associazione ai concetti di 'aspettativa di profitto', 'rischio di impresa' e 'rapporto padronale' da una parte, e 'diritti e finalità sociali', 'pari opportunità' e 'rapporto di servizio' dall'altra. Aggiungici la considerazione del valore economico delle funzioni in questione. Potresti arrivare alla conclusione che il tuo apriorismo ingenuo, oltre a essere a sua volta ideologico, corrisponde magari al calcolo di qualcun altro.

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    4. Giusto per simmetria: ma perché quando replichi non provi a leggere ciò a cui stai rispondendo, senza partire lancia in resta con argomenti preconfezionati che non c'entrano nulla, facendo di tutt'un'erba un fascio?

      Nella fattispecie non ho mai scritto che sia indifferente l'agente vicario della funzione pubblica, ho scritto, e su questo non hai replicato, che la pluralità nell'erogazione dell'educazione scolastica è un bene, un bene pubblico nell'interesse di tutti. E tu fai la supercazzola stracotta sulle aspettative di profitto, rischio di impresa, rapporto padronale e compagnia cantante e il mio presunto apriorismo ideologico.

      Non c'è l'obbligo di replicare sempre e comunque, specialmente se non si comprendono gli argomenti o, come immagino, non si ha voglia di considerarli. Viceversa, attaccare ad hominem, senza toccare la sostanza dell'argomento, dicendo che l'altro è ingenuo, apriorista, ideologico, utile idiota e quant'altro è solo seccante.

      Ringrazio del suggerimento, contraccambio suggerendo di non ipotizzare malafede o semplicismo nei riguardi di chi ha argomentate opinioni diverse dalle tue, ma di contrastare le tesi sul piano argomentativo non personale.

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    5. Hai ragione. Effettivamente il considerare "la pluralità nell'erogazione dell'educazione scolastica" come un bene pubblico era al centro della tua argomentazione, e io l'ho trascurato. È che mi sembrava talmente debole e parziale da non poter assurgere a pilastro di una tesi ben più generale come l'equivalenza o addirittura la preferibilità dell'affidamento di funzioni come l'istruzione e l'educazione pubblica a soggetti privati e per di più con finanziamento pubblico. Quindi o la tua tesi al riguardo era molto più limitata (ma rileggendoti non ne sono affatto sicuro), o ho attribuito alla tua argomentazione un respiro implicito che non aveva.

      C'è una frase che mi ha colpito nella tua risposta a Orazio: "chiaramente dove c'è più gente ci sono più scuole, ma questo è semplicemente fisiologico, non classista". Credo che un punto essenzialmente dirimente tra le nostre diverse visioni emerge a partire dalla considerazione di quella cruciale spia lessicale: l'aggettivo "fisiologico". Più precisamente, ho il sospetto che nel tuo punto di vista il dominio del 'fisiologico' sia abbastanza più ampio del mio.

      Per quanto riguarda infine la presenza di elementi ideologici nelle mie argomentazioni, non la nego e credo che nessuno possa dirsene immune. E credo anzi che sia spesso proprio chi se ne ritiene immune a esserne più profondamente impregnato.

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    6. Illogico: hai scritto che la pluralità nell'erogazione dell'educazione scolastica è un bene, un bene pubblico di tutti.
      Ma come fai a vedere tutelato il pluralismo dalla scuola privata cattolica? Che cosa si tutela nella scuola cattolica che la scuola pubblica non tutela nello stesso modo, magari meglio? E invece è un fatto che la scuola privata cattolica NON tutela al proprio interno il pluralismo. Per esempio considerato il modo in cui seleziona gli insegnanti: per appartenenza. P.s. i tuoi numeri sono propaganda pro scuola privata. Se fossero veri dovremmo chiudere le scuole statali e fare l'intero sistema privato.

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    7. Anzitutto grazie per il mutamento di registro, lo apprezzo sinceramente e ne capisco la fatica.
      La pluralità nell'offerta educativa per me è essenziale proprio alla nozione stessa di educazione, che non può sussistere in regime di monopolio. Ma con questo penso andremmo su altri argomenti.

      Per sgombrare il campo da equivoci e per onestà argomentativa la mia posizione sul tema stato-educazione è che quest'ultimo abbia il dovere di assicurare che i cittadini ricevano questo bene, il come questo debba avvenire, se attraverso scuole statali, private, comunali, provinciali, miste, religiose o altre forme, e mediante quale forma di finanziamento, se direttamente ai cittadini, agli istituti, o come sgravi fiscali, sono punti relativamente meno importanti, purché il diritto sia garantito a tutti in una forma plurale. Chiaramente ho delle preferenze a riguardo, ma non le ritengo essenziali a questo punto dell'argomentazione.

      Sul fisiologico specifico che non ritengo necessariamente che ciò che si determina naturalmente sia per forza di cose giusto, ma che abbia comunque una sua logica. Nella fattispecie, il fatto che una massa demografica ampia determini una presenza di scuole private superiore a quella di zone demograficamente più depresse, mi pare appunto naturale.

      Esiste anche una sorta di fisiologia storica, tale per cui in principio le scuole erano private, dall'Accademia Platonica a quella stoica, passando per le università medievali alle scholae curtenses. L'idea di scuola di stato è un guadagno relativamente nuovo, se misurato sul metro della storia e specificatamente della storia della scuola. Al contrario, il valore pubblico della scuola è connaturato alla sua stessa essenza, per questo focalizzo l'analisi su questo punto rispetto ad altri.

      Riguardo all'ideologia, è un male necessario, concordo, ce ne si può al massimo vicendevolmente avvertire, ma penseremo sempre con categorie prese a prestito da altri cespiti. I più fortunati, consapevolmente, quelli meno, come lemmings.

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    8. Scusate, io torno ai fondamentali. Va bene la prospettiva storica, va bene il pluralismo (anche nella veste di consentire ai genitori di scegliere la scuola che lo soffoca nella direzione che loro reputano conveniente), ma qui c'è un problema di risorse e di priorità.

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    9. ...mi dispiace Giampaolo, se è privata te la paghi...

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    10. @Giampaolo,
      1) la scuola cattolica privata (che soffoca il pluralismo) è un bene pubblico perché così la scuola è plurale (sicuro?);
      2) il valore legale del titolo di studio lo vuole togliere, da anni, Confindustria (te lo segnalo nel caso te lo fossi perso), ergo è abbastanza sospetto che un tale provvedimento possa essere a favore delle classi più umili,
      3) a parte il fatto che il finanziamento con oneri per lo stato sarebbe contro la costituzione (ma questo è un dettaglio, visto il rispetto del resto), vorrei farti notare che la favola che le scuole cattoliche siano un beneficio netto per lo stato non regge una analisi dei numeri non di parte. Mi riferisco alla scuola dell'obbligo (su nidi e infanzia non ho mai fatto i conti, ma penso sia analogo se i confronti vengono fatti in modo corretto). Infatti uno dei metodi per far venire il costo per studente... No, ti invito a scoprirlo da solo! 😂

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    11. @Stefano Longagnani:appena ho letto la prima Cosa che è saltata fuori è proprio il discorso dei numeri....eccessiva quella differenza di costo .....�� come è possibile?

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    12. In attesa che venga sbloccato il testo di replica alle contestazioni addebitatemi sopra, aggiungo questo.

      Devo fare ammenda anzitutto con il padrone di casa per aver forviato un po' il discorso, avendo frainteso io per primo, e a cascata tutti gli interlocutori, il senso del primo punto del referendum che stiamo commentando. Mentre io infatti peroravo la causa del finanziamento statale anche delle scuole private, l'articolo in oggetto in effetti prevede altro, vale a dire l'impossibilità di finanziamenti privati, enfasi su privati, diretti da parte di aziende o terze parti a specifici Istituti scolastici.
      Si vorrebbe al contrario che eventuali finanziamenti siffatti confluissero nel sistema scolastico nel suo complesso. Il che è con ogni evidenza molto diverso dal caso che stiamo discutendo fino ad ora.

      Si capisce la ratio di questa proposta, non si vuole correre il rischio che il mondo produttivo minacci con la sua logica quello educativo, preoccupazione nobile e condivisibile, d'altra parte ancora mi pare ci si dimentichi che fior di scuole tecniche e di avviamenti professionali sono nati esattamente nel modo che qui si stigmatizza e non per questo furono il disastro paventato.

      Un conto è non voler aziendalizzare la scuola, obiettivo non solo legittimo ma doveroso, per tanti ordini di ragioni, altro irrigidirsi sui modi nei quali si ritiene questo possa avvenire.

      Poi, ça va sans dire, eventuali finanziamenti privati mirati alla formazione di figure professionali utili all'azienda che li erogasse, non verrebbero mai stanziati nell'ipotesi che andassero genericamente nelle casse dello stato e ridistribuiti a pioggia. Poniamo l'esempio della ditta metallurgica bergamasca che abbisognasse di saldatori e fresatori e che pertanto finanzierebbe la loro formazione in una scuola professionale locale; quale interesse avrebbe mai a finanziare un istituto agrario di Pordenone? O di rivedere ridistribuito a pioggia il proprio contributo? Evidentemente nessuno, quindi nessun finanziamento.

      Insomma, ideale comprensibile, mezzi discutibili. Si possono ragionare ipotesi secondo le quali questi eventuali finanziamenti non vadano a ledere la doverosa libertà educativa, ma precluderne la possibilità in generale mi sembra ancora corporativistico e pregiudiziale. Le aziende hanno interessi concreti? Senz'altro! E' questo necessariamente un male? Dipende. Se all'azienda servono buoni tornitori, e la scuola ha tra i propri fini anche quello di insegnare questa professionalità, direi che il conflitto non sussiste.

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    13. Vi consegno qualche dato di fatto sui quali vi invito ad una pacata riflessione.

      SCUOLE PROFESSIONALI (delle quali, chissà perché, non parla mai nessuno).
      Regione Piemonte: le scuole in discorso sono per la maggior parte affidate a enti gestori privati (non solo religiosi ma anche laici, almeno fino a quando questi ultimi riescono a sopravvivere), che erogano i corsi a costo zero e poi vengono rimborsati con fondi pubblici (Stato, Regione, Comunità Europea). I gestori sono strutturalmente a credito nei confronti del settore pubblico per milioni di euro pro capite: più si va avanti più si allungano i tempi e lievitano gli importi dei rimborsi attesi, mentre i costi corrono e devono essere regolarmente pagati da chi i corsi li gestisce. Risultato: i gestori laici stanno saltando per aria uno dietro l’altro e gli enti religiosi si ritrovano ad assorbirne intere sezioni, per non mandare in strada centinaia di ragazzi che, diversamente, resterebbero semplicemente deprivati della loro scuola. Come fanno gli enti religiosi a tirare avanti? L’attività istituzionale finanzia quella commerciale (sto parlando di enti non commerciali che svolgono attività commerciale: nel mondo normale l’attività commerciale serve a finanziare quella istituzionale, nel settore scolastico gestito da questi enti accade esattamente il contrario). Come fanno? Nei bilanci istituzionali degli ordini religiosi entrano tutti i redditi dei loro appartenenti (stipendi, liquidazioni, pensioni, diritti d’autore, eredità, ecc.); confluiscono inoltre tutte le offerte (da quelle raccolte durante le Messe a quelle promosse dall’associazionismo di area, come gli ex-allievi, beneficienze varie, ecc.), nonché gli eventuali utili derivanti da altre attività commerciali non scolastiche che, bontà loro, riescono a non chiudere in perdita (come direbbe M. de La Palice). Siccome i religiosi non sono tutti come il cardinale Bertone (che, per ironia della sorte, è pure salesiano), alla fine il bilancio istituzionale – quando va bene - avanza un po’ di quattrini (i costi sono essenzialmente costituiti dal sostentamento degli stessi religiosi), che vengono riversati su quello commerciale della scuola per ripianarne i buchi.
      E’ appena il caso di dire che il settore pubblico rimborsa solo le spese correnti (stipendi, utenze, eventuali affitti passivi, ecc.): non caccia un centesimo per le imposte (come l’Irap, che grava di fatto sugli stipendi erogati, non essendo questo costo interamente deducibile dall’imponibile di questa porcata di imposta voluta dal primo governo Prodi) e nemmeno per le manutenzioni straordinarie sulle strutture come gli immobili, per cui il settore pubblico sfrutta le strutture (intesi come cespiti pluriennali in senso lato) di enti privati a costo zero, risparmiando così una barcata di soldi. Se le scuole pubbliche professionali gestite da enti privati dovessero improvvisamente scomparire, scomparirebbe l’intero settore della scuola professionale, per il semplice fatto che il settore pubblico non avrebbe i capitali né per acquisire né per mantenerne le strutture (del resto, i soffitti cadono in testa agli allievi nelle scuole statali già ora: in quelle non statali invece, se non sei a norma, prima ti sanzionano, poi ti rifilano le denuncie penali e poi ti chiudono, e chiunque abbia un minimo di conoscenza sul campo dei bilanci delle scuole “private” sa quanto incidono gli investimenti nella messa a norma degli edifici e degli impianti in questione).
      Qui mi fermo per non tirarla troppo per le lunghe ma, se volete, un po’ alla volta posso fornivi altri dati di fatto su come stanno veramente le cose nel settore (e non solo delle scuole professionali).
      Per quanto mi riguarda, il settore privato è finanziatore netto del settore statale e non il contrario. Se quanto ho detto fino ad ora non basta per convincervi su questo, spero di poterlo farlo in futuro alla luce di ulteriori informazioni.

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    14. @Giampaolo
      Ci sono due cose che non capisco:

      1 - Quando parli di pluralismo. Dal tuo punto di vista, c'è più pluralismo avendo 10 scuole all'interno delle quali i professori devono uniformarsi alla "linea" di ciascuna, o avendo una scuola con 1000 professori che godono della libertà di insegnamento?

      2 - Non ho mai usato il tornio, ma ho usato molti macchinari da marmista. In tutti i casi bastava mezza giornata per imparare a "usarle", ma per usarle "bene" (con zero spreco di materiali, rapidità e sicurezza) ci volevano molte, moltissime ore. La mia domanda è: ha senso che la scuola insegni in modo pratico l'uso di decine di macchinari diversi (con grande spreco di materiali e produzione di costosi fermacarte)? A me sembra che anche in ambito professionalizzante di tipo manuale sia molto più efficiente insegnare varie meta-abilità. Saper leggere e scrivere per esempio, anche contratti, curriculum e istruzioni tecniche (per niente ovvio, tanto più in inglese). Il funzionamento di base teorico dei vari macchinari, i materiali. E poi certo, un po' di pratica. Ma per quello c'è l'apprendistato... Dove l'azienda spende - sempre meno di quello che spenderebbe finanziando una scuola però, considerato che ottiene anche una prestazione lavorativa oltre che una formazione specifica sulle *sue* macchine. Se io fossi un imprenditore che ha bisogno di *operai* e non di avvitatori, non avrei alcun dubbio in proposito. Certo che se diventiamo la "fabbrica cacciavite" delle aziende tedesche...

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    15. Mille grazie, Maurizio, per la condivisione di questi dati del tutto eloquenti. I fatti da te riportati rispondono meglio di quanto detto da me nell'intervento che avevo preparato, e che a questo punto ritengo andato perso nelle more della moderazione, poco male.

      Tengo solo a ribadire un punto a Stefano Longagnani che, con evitabile ironia, pensa di controbattere con battute (?) alla tesi sull'opportunità dei finanziamenti di un bene pubblico.

      Che Confindustria dica una cosa non rende il contenuto dell'affermazione necessariamente sbagliato, come appunto ci ricorda il nostro ospite ribadebdo che anche un orologio rotto dice l'ora giusta due volte al dì.
      Il giorno in cui Confindustria dicesse che 2+2=4, noi si dovrebbe dire che fa 5 per spirito di antitesi?
      Ricusato quindi l'argomento ex auctoritate al rovescio, passo alla logica aristotelica.

      Pluralità significa che occorrono almeno 2 attori sulla scena. Lo stato conta per uno, anche se quest'unità è complessa e pluralistica (su questo suupposto pluralismo intrastatale transeat per amor di conversazione) al proprio interno conta sempre per uno nel sistema. Allo stesso tempo le scuole di ispirazione cattolica, così come tutte le altre, contano per uno, anche qui a prescindere dalla misura di pluralismo in esse presente; si possono avere le opinioni più disparate a riguardo, da quelle caricaturali secondo cui le scuole cattoliche sarebbero fucine di oscurantismo e intolleranza a quelle più concrete (la mia come penso evidente rientra in questa seconda fattispecie), ma questo non rileva in alcun modo ai fini dell'argomento che è: per fare una pluralità, occorrono due unità, quali che siano. Punto. Questa è pura sillogistica, non materia di dibattito, se si onorano le categorie logiche e non quelle di appartenenza.

      Sull'articolo 33, gli oneri dello stato e la polemica sui numeri rimando semplicemente ad altra fonte nella speranza che finalmente si valuti la tesi e non chi la sostiene.

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    16. Elu ei,

      sul primo punto penso di aver già replicato nell'intervento precedente. In sintesi è garantita formalmente maggior pluralità quando sono molteplici le fonti erogatrici dello stesso bene, a prescindere dal pluralismo presente in queste. Poi, se lo si desidera, si può discutere sul piano sostanziale della libertà di insegnamento e del pluralismo effettivo presente oggi nelle scuole statali. Io ho esperienza di un conformismo esasperato proprio in questi ambiti, ma appunto se ne può parlare. L'argomento formale però, che in discussioni di questo genere mi pare il più forte, rimane nei termini già declinati.

      Per quanto riguarda il secondo punto, io ti parlo da insegnante di filosofia, la disciplina più quint’essenzialmente (e orgogliosamente, aggiungo da sempre io) "inutile" che ci sia, quindi immaginati se possa essere un sostenitore dell'apprendimento del lavoro in aula. Tutto il contrario.
      Detto questo, è storia che le aziende abbiano fondato e mantenuto centinaia di scuole professionali, non per formare robot validi su specifici modelli di torni evidentemente, ma per avere lavoratori qualificati, dove la qualifica stava nel saper apprendere continuamente quanto necessario per la propria professione. Questo modello ha funzionato per lungo tempo, perché negarlo o demonizzarlo?

      Io sono contrarissimo alla perdita delle ore in classe a favore di stage (già il neologismo è spia della sòla che vi sta dietro) di nessuna o scarsissima utilità, come ci è stato testimoniato qui sopra. Ma il punto è: è proprio così vero che ogni accostamento, specificatamente quello finanziario, tra scuola e sfera privata (siano aziende o altri attori) sia mefistofelico?
      A me pare che sostenere questa equazione sia ideologico, per nulla aderente ai fatti e del tutto conformistico a quella vulgata corporativistica che incontro quasi sempre negli ambienti statalistici. Insomma un pensare per appartenenze, non per evidenze. Poi, per carità, anche delle evidenze si può e si deve discutere, non sono certo dogmi, però sarebbe già tanto discutere di queste e non delle posizioni di scuderia.

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    17. @Guglielmo
      Condivido l'idea che, come scrivi, non OGNI accostamento fra scuola e sfera privata sia mefistofelico.

      Non condivido il sillogismo sul pluralismo che hai esposto a Stefano Longagnani. A me ribadisci che formalmente c'è pluralità "quando sono molteplici le fonti erogatrici dello stesso bene, a prescindere dal pluralismo presente in queste".
      Sembra che tu stia parlando di beni industriali, come se l'istruzione arrivasse standardizzata, tipo A dalla Samsung o tipo B dalla Apple. Sono certo che se ti guardi dentro sai che l'istruzione che dai in quanto Giacomo è ben diversa dall'istruzione che dà il tuo collega Giovanni.
      Non solo perché siete persone diverse, ma perché *nella scuola pubblica* la libertà di insegnamento è garantita dalla Costituzione. Il prof. Giacomo può essere ateo e comunista e dipingere Platone come un fascista ante litteram; il prof. Giovanni può essere fervente cattolico e utilizzare Aristotele per insegnare che la pillola del giorno dopo è omicidio di "esseri umani in potenza". Mentre il prof.Aldo, massone dichiarato, può interrogare in filosofia facendo domande su quando si raccolgono le cicorie, Dio solo sa perché. Li ho avuti tutti e tre come professori, in un buon liceo pubblico. Tutti si lamentavano dell'uno o dell'altro, nessuno poteva farci niente.

      Come si fa a dire che consegnano tutti e tre lo stesso prodotto, solo perché li paga lo Stato?

      Al contrario, non troverai professori innamorati di Nietzsche in un liceo privato confessionale. Potranno esserci dei distinguo, ma il fatto è che se un prof del seminario non passa il vaglio della Curia, non è assunto, e stop.

      Con tutto ciò NON voglio dire che bisogna impiccare il migliore degli Scolopi con le budella del peggiore dei Bocconiani. Solo che il tuo sillogismo non è ferreo come credi.

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    18. Elu ei,

      io capisco il senso della tua obiezione alla sostanza dell'argomento, come dicevo, ma non alla forma, e nei sillogismi la forma è tutto.
      Fuori però dalle logiche formali voglio entrare nel merito di quello che scrivi perché mi pare importante.

      Se posso formalizzare (lo so, è un difetto), lo scheletro del tuo argomento è questo: la pluralità dipende dai professori, non dagli istituti, e questa è meglio preservata nelle scuole statali, dove la libertà di insegnamento è più tutelata che altrove, dove invece vigono logiche di appartenenza. In buona sostanza l’argomento farebbe perno sul fatto che negli istituti privati, cattolici o altri che siano, tanto il reclutamento quanto la licenziabilità dei professori pregiudicherebbe la loro libertà, o quanto meno l’esercizio di questa.

      Ora, se questo è l'argomento (se lo avessi mal compreso, fammelo notare), osservo che da genitore anziché giocare alla roulette del "chissà che prof capiterà a mio figlio quest'anno, se l'ateo, il baciapile o il massone", preferirei optare per la scelta più conforme alla mia idea educativa. Per poter operare questa scelta servono profili educativi chiari, che proprio la libertà statale non garantisce per le ragioni da te addotte. Per questo ritengo che la pluralità sia meglio garantita da contenitori diversi (scuole diverse), anche se omogenei al proprio interno, piuttosto che dai contenuti diversi (professori) nell’unico contenitore (scuola statale). E sempre per quest’ordine di ragioni vedo più centrale la funzione pubblica dell’istruzione rispetto alla sua configurazione statale.

      Ribadisco che riconosco una sostanziale discontinuità tra il bene dell’istruzione e la più generica idea di “bene” come prodotto. La prima, tra le altre cose, è la condizione di possibilità dei secondi, ma soprattutto è la risposta ad un lato essenziale della natura umana (credit to Aristotele, ovviamente), quindi nessuna pretesa equiparazione. Detto questo, torno a dire che l’eccezionalità che questa riveste, o dovrebbe rivestire, non la si onora statalizzandola in toto, ma rendendola il più fruibile per tutti. Ritengo che a questo riguardo l’ipotesi del monopolio statale sia la peggiore possibile, oltre che antistorica.
      In fondo il mio ragionamento è molto semplice: se l’istruzione è un bene pubblico, è interesse di tutti, stato in primis, che sia accessibile a quante più persone possibili e alle condizioni migliori. Ad oggi questo comporta una certa misura di intervento privato che non lede quello statale, ma vi collabora in quanto servizio pubblico. Non si tratta di privatizzare il pubblico, le private c’erano da prima che esistesse lo stato, quanto piuttosto di riconoscere che la funzione pubblica dell’istruzione è meglio erogata in regime di pluralità, e che quindi va tutelata.

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    19. Forse hai ragione Giacomo. La tua soluzione è molto efficiente.
      - Per le famiglie, che avranno la certezza che i loro pargoli non vengano esposti a un pericoloso dubbio o ad un'opinione differente da quella inculcatagli in tenera età. E soprattutto, dio ce ne scampi, a qualche figlio di proletaria che gli insegna le parolacce.
      - Per le aziende, che con una semplice occhiata al tuo liceo sapranno esattamente come la pensate tu, tu' padre, tu' nonno e i tuoi professori. Niente più brutte sorprese.
      - Per la società intera, gloriosamente in marcia sulla falsariga di quella americana. Can i get a Hallelujah!

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    20. Provo nuovamente ad uscire dal parziale astrattismo della discussione per raccontarvi il prodotto pluralista che ho ricevuto (insieme ad un’altra trentina di sventurati) in seconda e terza media nella scuola statale anni ’70 (quella ultra-proletaria del Villaggio Fiat di Settimo Torinese, dove eravamo sparpagliati su tre turni negli alloggi vuoti) con i tre professori-supplenti di Lotta Continua di Italiano, Matematica e Inglese, con annesso “Libretto rosso dello studente” (scommetto che questo capolavoro della letteratura politica ve lo eravate dimenticato, vero? :-).

      In particolare, ho ancora un vivo ricordo del diversificato indirizzo pedagogico dell’insegnante di matematica: 30 ragazzini in tempesta ormonale preadolescenziale tenuti a fare un cazzo per due anni, facendo casino e discutendo animatamente di qualsiasi cavolata potesse essere buttata in politica, alla fine licenziati con un calcio in culo all’esame di terza media nonostante fossimo dei perfetti somari (e non sarebbe potuto essere diversamente: ovviamente mi rifersico al fatto che fossimo dei somari grazie al trattamento ricevuto, non al calcio in culo). Unico argomento svolto sul finire del terzo anno: i numeri relativi, con l’ausilio, non previsto dal libro di testo, della media inglese (quella che si usava una volta nel calcio prima dell’introduzione dei tre punti), a testimonianza del fatto che, se solo avesse voluto, quello stronzo di professore la matematica la sapeva pure insegnare e pure bene.

      Da questo scempio se ne salvò uno solo: quello che, avendo un padre più lungimirante del mio, a gennaio del secondo anno spedì il figlio dai Salesiani.

      Dopo l’intervento di elu ei ho l’impressione che ci sia un secondo argomento, oltre alla moneta, che porta a sclerare i frequentatori di questo blog: la scuola.

      Posso rassicurare i naviganti sulla seguente affermazione: “Per le famiglie, che avranno la certezza che i loro pargoli non vengano esposti a un pericoloso dubbio o ad un'opinione differente da quella inculcatagli in tenera età”: trattasi di un’idea (ammesso che una roba del genere possa essere definita un’idea) che non trova riscontro nel mondo reale. Conosco scuole salesiane in Etiopia ed in Egitto dove le famiglie musulmane fanno la fila per mandarci i loro figli, e a nessuna è mai venuta in mente una paturnia del genere (forse a quelle fondamentaliste – una minoranza – sì, ma quelle i figli li mandano serenamente da un’altra parte, visto che la frequenza alle scuole cattoliche non è obbligatoria in Etiopia così come in Egitto e, questa è una notizia, nemmeno in Italia).

      Uscite come quelle di elu ei mi paiono piuttosto ispirate ad un razzismo culturale che trova la sua massima espressione nel “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”. In altre parole: fascismo alla stato puro.

      Quanto alle parolacce: lo sanno anche i bambini che si imparano dappertutto, senza bisogno di andare a scuola e senza nemmeno avere necessità di incrociare un proletario come il sottoscritto che le scuole proletarie le ha frequentate, Istituto Statale Professionale Alberghiero compreso.

      Sulle modalità di reclutamento del personale nelle scuole pubbliche, avrei alcuni simpatici aneddoti da raccontare, anche se piuttosto datati, ma che proprio per questo rendono l’idea di cosa si sia sedimentato (e come) nella scuola pubblica nel volgere degli ultimi decenni: ma questi me li tengo da parte per un altro giro. Per la storia più recente gloggare “concorsi truccati”: evidentemente ognuno ha i suoi problemi nel reclutare il personale, anche senza avere tra i piedi i cardinali.

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    21. La bellezza della scuola pubblica sta proprio nel fatto che è alternativa alla scelta educativa del genitore: la capacità critica si costruisce vedendo più punti di vista possibile, non avendo una strada segnata da seguire, non siamo treni ma siamo alberi che vanno esposti al vento, alle tempeste, al sole, alla pioggia...

      Vorrei soffermarmi un attimo anche sulla questione della scuola privata: la costituzione prevede che la Scuola sia una Istituzione, una istituzione non può essere sostituita da un privato perché l'educazione non è un servizio al cittadino ma una parte fondante dello Stato per quel che concerne il suo essere democrazia. È stato quando la scuola è stata buttata nel calderone del pubblico impiego che è stata ridotta a mero servizio. Ma il servizio, di qualunque natura esso sia, è valutabile in termini di prodotto: LO STUDENTE NON È, E NON PUÒ ESSERE, UN PRODOTTO!

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    22. Grazie sempre, Maurizio, per il racconto del prodotto pluralista. Che dire, res ipsa loquitur.

      In effetti avevo frainteso che Elu ei volesse ragionare, quando invece voleva far battute, peraltro non riuscite, né sul piano comico e tanto meno su quello argomentativo che chiaramente non si evade con dei mot d’esprit (?).

      Ovviamente a seguire gli alati ragionamenti di cui sopra e dei quali finalmente si scopre l’origine, si viene a sapere che le famiglie sono il nemico, che inculcano ai pargoli di tenera età dogmi irricevibili, e che dunque devono essere rieducati nei laogai statali alla luce del dubbio metodico, faro di civiltà e benessere.
      Plus il benefit del turpiloquio, quint’essenza della formazione patria ricevibile solo tra le mura con appesa l’augusta figura di Mattarella.

      Le aziende che pretendano di sapere che tipo di formazione uno abbia ricevuto devono chiudere seduta stante e lasciarsi esporre al dubbio sanante in Laogai di tipo diverso, così da saper apprezzare maggiormente il valore della categoria sorpresa, pilastro fondante della società moderna.

      La società intera a questo punto può concludere la lunga marcia verso il sol dell’avvenire, sulla precisissima riga di quella cinese. Così siamo riusciti a introdurre “la Cina” anche qui, se ne sentiva la mancanza. È con interventi di questo genere che si vede la transizione della sinistra da “bella ciao” a “ciao belli”.

      P.S. Poi magari tutto questo è a sproposito perché Elu ei si riferisce davvero a un Giacomo qui non presente ma noto a lui.

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    23. Io davvero però fatico a capire come si possano esporre tesi così avulse dal senso storico oltre che dal buon senso.
      Minerva, quando parli della costituzione, che prevedrebbe l’istituzionalizzazione della Scuola (addirittura in maiuscolo, quasi fosse un’entità metafisica) e aggiungi che “non può essere sostituita da un privato, perché non è un servizio al cittadino ma parte fondante dello stato e della sua democrazia”, stai dicendo che dal 1948 siamo in patente violazione del dettato costituzionale e che nessuno se n’è accorto fino ad ora?
      Te lo chiedo perché, in caso non te ne fossi accorta, le scuole private esistono da qualche secolo prima della costituzione, e soprattutto hanno continuato ad esistere anche dopo, a questo punto vien da dire nonostante un dettato costituzionale così esclusivo. Delle due l’una: o costituzionalisti, giudici e carabinieri non hanno fatto il proprio lavoro per 68 anni, permettendo il perpetrarsi di un vulnus inaccettabile addirittura contro la carta fondante della patria, oppure la tua lettura della costituzione è un tantinello massimalista e probabilmente scorretta.
      Il fatto poi che la bellezza della scuola statale, ripeto statale, perché è pubblica anche la privata, consisterebbe nel fatto che questa sia alternativa ed eventualmente antagonistica rispetto alle scelte educative dei genitori, mi pare davvero grave. Un’idea vetero sessantottarda in cui la famiglia sarebbe il nemico di classe, da cui strappare le giovani menti finalmente non più obnubilate da categorie borghesi familistiche. Ma davvero credi a questo genere di roba?
      La varietà intesa come dissonanza cognitiva sarebbe un valore? Il bispensiero di maestri che avrebbero come scopo quello di antagonizzare i modelli familiari sarebbe la bellezza della pedagogia statale? Idee del genere, che non hanno mai avuto alcun avallo scientifico, ma che traducono solo una dimenticabilissima stagione ideologica di irrazionalità e antagonismo sono parte del problema, non certo la soluzione. È di fronte a queste a-critiche prese di posizione, da parte poi di chi pretenderebbe di insegnare il senso critico, che francamente cadono le braccia e con amarezza si vedono le ragioni per cui siamo dove siamo. Con difese del genere della scuola statale stupisce che questa sopravviva ancora.

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    24. Guardi Maurizio59, sono pronto ad ammettere che non conosco la scuola pubblica di Etiopia o Egitto, quindi mi vedo costretto a fidarmi di lei quando suggerisce che i salesiani insegnano meglio.
      Però suvvia, non mi sembra che la scuola media di Lotta Continua le abbia lasciato un handicap così evidente, a parte questo tic dell'accusa di fascismo e razzismo culturale. Accuse che devo rigettare fermamente, per tanti motivi ma qui in particolare perché non mi sognerei di chiudere le scuole private. Voglio solo che chi le vuole se le paghi al 100%.

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    25. @Giampaolo mi spiace ma hai sovrainterpretato quanto ho detto. Chi ha mai parlato di strappare i figli dall'educazione familiare? Dove lo hai letto? Chi ha parlato di antagonismo? Solo tu, di certo non io.

      Sulla questione di scuola statale come istituzione democratica e fondante la democrazia ti invito a rileggere gli articoli 3, 33, 34. Le scuole private esistono perché la costituzione stessa lo prevede, ma la stessa costituzione nega oneri per lo Stato nel loro caso.

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    26. Io sono stato solo fortunato perché avevo una famiglia abbastanza quadrata alle spalle, dove girava qualche libro, non molti, ma una quantità sufficiente da non farmi diventare uno scappato da casa.
      Per molti altri, che arrivavano da situazioni più problematiche, a quell’età basta un alito di vento per chiudere la porta di un decente purgatorio ed aprire quella dell’inferno, e quella scuola non ha certamente soffiato nella direzione più favorevole.
      Proprio perché la scuola non è un prodotto, dire che chi la vuole se la deve pagare al 100% è un discorso elitario: va bene che non tutti possano comprarsi una Ferrari, me che non tutti possano accedere alla scuola che ritengono più idonea no. Quando si creano dei ghetti verso l’alto (privilegi) o verso il basso (apartheid sociale), a rimetterci sono sempre gli appartenenti alle classi subalterne.
      Quanto all’obiezione (della serie quando ci si attacca alla forma per negare la sostanza) secondo la quale il buono scuola (perché alla fine è di questo che stiamo parlando) costituirebbe un aggravio di oneri per lo Stato, i precedenti interventi miei e di Giampaolo dovrebbero avere già chiarito che si tratta di una leggenda metropolitana. A questo punto però evito di entrare in ulteriori e noiosi dettagli contabili a sostegno di questo dato di fatto per non abusare della pazienza del padrone di casa.

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    27. Maurizio, non capisco quale giustizia c'è nel costringere chi guadagna 1000 euro al mese a finanziare con le sue tasse la scuola per chi può permettersi di spenderne 400.
      Classico caso di socialismo dei ricchi (citofonare a Il Pedante).

      Proprio ieri comunque Barra Caracciolo ha pubblicato un ottimo articolo che mette in prospettiva certi discorsi confusionari sul bene comune "per grazia dei privati", che risponde a molte delle obiezioni che sono state tirate in ballo qui - per me indebitamente.
      Leggetivillo http://orizzonte48.blogspot.it/2016/05/bene-comune-beni-comuni-mercato-e.html

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    28. Forse le sfugge il fatto che il buono scuola funziona per fasce di reddito: i ricchi la scuola se la pagano comunque se mandano i figli al Valsalice, non la pagano se li mandano al D'Azeglio o al Cavour, e continuano a essere ricchi lo stesso, ed io le "tasse" le pago in entrambi i casi anche per loro, visto che usufruiscono anche loro di ogni altro servizio pubblico come la pubblica sicurezza o la manutenzione delle strade.

      Io, che di euro ne guadagno 1400 per 13 mensilità (manco per 14... mi rendo conto che sono un privilegiato di merda rispetto a chi ne guadagna 1.000 o è disoccupato), e come lavoratore dipendente pago fino all'ultimo centesimo di “tasse”, le imposte le pago anche in quota parte per finanziare la scuola, punto. A me interessano le sorti degli studenti e dei giovani, non le seghe mentali di chi discrimina su chi e come fornisce il servizio in base ad una astratta idea di giustizia.

      Mi saluti Barra Caracciolo ed il suo astrattismo: meno male che, chi le scuole le ha create dal nulla, da Giovanni Bosco a Ernesto Olivero, non aveva tempo da perdere in dotte disquisizioni tra bene pubblico, comune e privato, ma pensava solo a fare bene (non fare del bene) lavorando.

      P.S.: da punto di vista dell'art. 42 della Costituzione, il Sermig dove lo mettiamo? Guardi che le scuole che lei detesta (e soprattutto detesta chi le frequenta: sarei anche curioso di sapere cosa ne penza di chi ci lavora dentro…) sono sorte quando ancora l'Italia manco c'era, sono passate dallo Statuto Albertino alla Costituzione del 1947, dalla Monarchia alla Repubblica sopravvivendo al ventennio fascista, e tutto questo è iniziato quando il diritto e l’economia stavano tutti dentro un unico libro di poche centinaia di pagine (farsi un giro per i banchetti dove vendono libri antichi per credere). Si vede che l’istruzione non statale è simile ad un calabrone: in teoria non dovrebbe volare, ma siccome non lo sa vola lo stesso.

      P.s.2: ricordo che la stragrande maggioranza delle scuole "private", come già detto in precedenza, sono scuole professionali, non licei o università. Ma finché i poracci stanno al loro posto non danno fastidio a nessuno, vero?

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    29. Eh già perché invece risplende di giustizia civica obbligare chi ne guadagni 1200, e si sobbarchi per le ragioni più disparate l'onere di mandare i figli ad una scuola privata, a pagare le tasse per lo stesso servizio di cui non fruisce.

      L'equazione scuola privata lusso, quindi "te la paghi", è di una inconsistenza impressionante, nondimeno si persiste ad avallarla, senza neppure mai prendersi la briga di discuterla; ovviamente dopo aver levato alti lai sull'eccezionale importanza della scuola (solo statale, par di capire).

      Qui proprio è attivo il bispensiero per cui la scuola è un bene non mercificabile, cosa peraltro giustissima, però lo è un po' meno per chi decida di avvalersi degli istituti privati, dove invece diventa merce e merce cara che ti devi pagare tu, dopo aver pagato quella statale, of course.

      Letta l'interessante analisi del bene comune di 48, sono d'accordo con la parte storica, conoscevo i lavori di Bruni e Zamagni (che strano vero? Quei mostri di francescani clericali che inventano qualcosa come il bene comune?! Ohibò), capisco le conclusioni contro un certo modo di intendere le privatizzazioni, non condivido (ma in effetti non è neppure detto claris verbis, comunque lì mi pare si vada a parare) l'interdetto erga omnes su qualsiasi tipo di sinergia stato privato.

      La nozione di bene comune è troppo densa e importante per lasciarsela sfilare dalla sua caricatura materialistica dei "beni comuni". La tesi per cui il bene comune, o pubblico, dell'istruzione sia tutelato in regime di monopolio statale è semplicemente smentita dai fatti.

      Il "private? Ve le pagate!" è la plutocrazia dei poveri, la nemesi del socialismo dei ricchi. Due facce della stessa medaglia.

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    30. ... che poi, come dicevo, qui stiamo discutendo un punto oggetto del referendum che dice l'esatto opposto, vale a dire che non sia lecito che i privati finanzino lo stato. Ci si continua a dimenticare il punto.

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    31. Il vostro punto di vista è certo rispettabile ma da quello che vedo io, ai giorni nostri e al Sud ci sono:
      - Ottimi licei privati ma strettamente cattolici e fuori dalla portata del nostro Maurizio. (E qui capisco la sua rabbia, visto che vede sovvenzionati dei "ricchi" che dichiarano meno di lui)
      - Insegnanti pagati non in euro ma in "punteggio".
      - Istituti professionali privati che sono diplomifici (tutti o quasi), corsi professionali finanziati da EU e Regione con ricchi profitti per i gestori (dirigenti sindacali e politici), mentre i lavoratori che vogliono/devono imparare vanno alle scuole serali pubbliche.
      E non parlerò di pilastri dell'inventiva umana quali Bocconi e Luiss.
      Però non faccio di tutta l'erba un fascio, caro Maurizio (come fa lei paragonando la scuola pubblica italiana a quella egiziana), né voglio meno bene ai religiosi, più intelligenti e utili di tanti altri; tuttavia, visto che ha citato il SERMIG, faccio una ricerca su wikipedia, vedo che ha insignito del premio "Artigiano della Pace" la bellezza di Giorgio Napolitano, Michail Gorbačëv e Massimo D'Alema, e mi congedo col sorriso.
      Caro Giampaolo, lei invece mi sembra persona molto creativa: soprattutto il concetto di plutocrazia dei poveri è meraviglioso. Teniamoci in contatto: mi divertirebbe sapere se è disposto a difendere con altrettanta verve - e finanziare con le sue tasse a occhi chiusi e far finanziare a suon di petrodollari - le nascenti scuole private islamiche . Qui si parrà la tua nobilitate.

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    32. Mah, che dire? Restiamo in contatto, come no.
      Quando in Italia si finanzieranno le scuole di teologia, cosa che ad oggi non avviene, vedrai che mi batterò equanimemente anche per quelle Indu, Islamiche, Sinti etc., non mancherò. Si tollerano i falsi culti, figuriamoci se anche l’errore non ha diritto di cittadinanza.

      Per il resto, agli argomenti io vedo sempre contrapporre aneddoti, al massimo qualche abbozzo di luogo comune e non molto di più.

      Per quel che vale, ché tutto quello che meritava essere detto a questo punto è stato già detto, dal mio osservatorio alpino ai giorni nostri posso dire che le uniche scuole dove puoi mandare bambini con disabilità di un certo tipo sono quelle private (ahimè segnatamente cattoliche), dove per fortuna tra dote scuola e altre facilitazioni, talora grazie al deprecato contributo statale, talora grazie alle scuole stesse, tale accesso non è reso impraticabile anche se non si è milionari.
      Sono all’interno di una rete di famiglie affidatarie e la cooperativa stessa (laica) ci invita ad appoggiarci a queste scuole per il tipo di bisogni educativi di questi bambini.

      Gli insegnanti in genere sono pagati più nella statale che nella privata, con alcune eccezioni, non vedo ancora nessun docente fare la spesa con punteggi però.
      Gli istituti professionali non sono tutti diplomifici, lo sono per lo più alcuni licei privati, tendenzialmente non cattolici. Il tasso d’impiego dei ragazzi diplomati in questi istituti professionali è ancora relativamente alto, ma dipende più dal tessuto economico circostante che dall’eccellenza delle scuole, questo bisogna pur dirlo.
      Alla Cattolica non ci saranno pilastri dell’inventiva umana, ma neppure i minus habentes di cui mi pare si dica tanto al metro, così come potrei citare diverse altre università private di buon livello, accessibili anche grazie a borse di studio regionali, oltre ad altre forme di finanziamento; non solo per ricchi gauche caviar, per intenderci.

      Detto questo, però, mi vorrei soffermare sul dato antropologico di questo comunque interessante confronto. Quello che colpisce è la compresenza in questo spazio di un’irriducibile anima piddina, laddove con impagabile acume proprio qui è stata fatta mille volte la fenomenologia del piddino come malattia dello spirito. Tutte quelle qualità come presunzione, attaccamento ideologico, partigianeria, mal compreso senso di appartenenza, sindrome da primi della classe e soprattutto l'assoluta impermeabilità al principio di non contraddizione, di cui il padrone di casa ha saputo far strame da par suo in svariatissime occasioni, in questo frangente sono emerse in tutto il loro splendore (?).
      Battute, indignazioni, mezze allusioni, condiscendenze, abbozzi e pretese ironie sono tutto quello che si è potuto vedere, non un’argomentazione, un ragionamento, evidenze empiriche o qualsiasi altra forma di interlocuzione, non dico scientifica, ma almeno ragionevole. E questo da parte di chi dovrebbe essere la classe dei formatori del senso critico. Beh, la meta analisi di tutto ciò è particolarmente sconfortante. Nondimeno, non praevalebunt. Spes contra spem.

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    33. Per la cronaca: grazie al buono scuola mia figlia, dopo avere frequentato la scuola elementare e media statale, ha frequentato un liceo parificato per poi tornare all'università statale. Senza il buono scuola non avrebbe potuto, e non vedo perché dovrei negare ad altri la stessa opportunità. Che poi ci siano dei ricchi che dichiarano meno di me è sicuramente vero, ma quello è un problema che riguarda la Guardia di Finanza e non la scuola, e ci sono persone più abbienti di me che le imposte le pagano (come i funzionari e i dirigenti statali) e hanno così contribuito a finanziare il buono scuola, come io contribuisco a finanziare l'Erasmus che a mia figlia non interessa.
      Quanto al Sermig, ridurre il tutto a quel discutibile premio mi pare cercare di impiccare un'istituzione ad un errore d'immagine insignificante rispetto all'enorme lavoro svolto in questi anni: visto che sono riusciti a ridare il sorriso a centinaia di sventurati, possono ben regalare un sorriso anche a lei: sono comunque in linea con la loro missione.

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    34. Mi dispiace di aver toccato le vostre convinzioni senza la necessaria delicatezza. Sto smettendo di fumare (abitudine appresa in quelle pubbliche sentine di vizi) e quindi sono meno tollerante di quanto cerco sempre di essere. Pertanto mi tolgo dalla discussione e faccio un bel tuffo al mare, naturalmente col passaporto in bocca, metti caso che per quanto mi girano arrivo in Albania.
      È che purtroppo la tentazione di ironizzare sui pomposi sofisti che sanno di sapere è forte, e io sono debole. Ci sto lavorando. È un peccato di superbia, certamente.
      Ma anche invidia.

      Invidio la certezza di saper riconoscere i veri culti dai falsi, e la vera religione dagli errori.
      Invidio la capacità di veder scritto "Bocconi" e leggere "Cattolica", di veder scritto "pluralismo garantito dalla Costituzione" e leggere "Laogai"... e poi proiettare il piddinismo sugli altri.
      No, ecco, dannazione, suono ancora offensivo. Meglio che vada.
      Professor Bagnai, abbia pazienza con me anche se io non l'ho avuta con costoro.

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    35. Però se ho pazienza poi si incazza Laria, che mi sembra piuttosto scosso anche lui. Io tendenzialmente non avrei pazienza, ma sono troppo stanco e troppo impegnato in altro per incazzarmi...

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    36. Nel 1986 Harry J. Frankfurt scrisse un articolo, poi divenuto un pamphlet di successo (2005 Princeton University Press) dal titolo “On Bullshit”. L’autore, oltre a sdoganare il vocabolo nella letteratura scientifica, spiegava come la marea montante di bullshit in circolazione (che da allora non ha fatto che crescere) dipendesse sostanzialmente dal numero di persone sempre meno interessate alla verità degli argomenti, alla loro tenuta logica, coerenza interna etc., quanto piuttosto all’immagine di sé che derivi dal sostenere x piuttosto che y. Con le parole dell’autore: «it is just this lack of connection to a concern with truth – this indifference to how things really are – that I regard as of the essence of bullshit».
      Il disimpegno totale nei confronti della verità rende il bullshitter ciò che è. Qui trovo molto ben sintetizzato un tratto formale tra i più significativi della piddinitas di cui sopra. Sempre con le parole di Frankfurt a prestito « […] the bullshitter ignores these demands altogether. He does not reject the authority of the truth, as the liar does, and oppose himself to it. He pays no attention to it at all. By virtue of this, bullshit is a greater enemy of the truth than lies are».

      Questo per dire che il problema non è la maggiore o minore delicatezza con cui si toccano le altrui convinzioni, ma la fondatezza con cui le si controbatte. Se si persiste a perculare gli interlocutori, senza mai entrare nel merito degli argomenti, pretendendo di evaderli con battutine o appaltando la replica a terzi, si produce giusto bullshit. Magari aiuta l’ego, non saprei, certo non aiuta il confronto. Il piddinismo è questo, lo si può senz’altro proiettare all’esterno, anzi immagino sia una delle caratteristiche più frequenti di questo profilo antropologico, ma il tratto saliente è quello individuato da Frankfurt.

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    37. @Giampaolo. Sei irritante nella tua sicumera. Elu ei sbotta per questo. Che la pensiamo diversamente è innegabile. Nessuno ha ragione, perché stiamo nel campo dei liberi convincimenti di come dovrebbe essere fatta una società e di qual è lo scopo della scuola. E abbiamo visioni diverse, è chiarissimo. Tu vuoi avere ragione. Io no. Ti assicuro che ho torto.
      (ma sui numeri glissi di soppiatto...)

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    38. @Stefano, quanto a irritazione qui nessuno si fa mancare nulla, neanche chi è certo dei propri dubbi. Sui numeri ho rimandato alla fonte apertis verbis con tanto di link, nessun soppiatto.
      Che sulle idee di società ci possa e debba essere libertà di opinioni non ci piove, che questa libertà debba essere fraintesa con il rutto libero, ho qualche perplessità. Le opinioni le si può discutere, qui ho solo visto farne la caricatura, e questo con la sicumera non c'entra nulla.

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    39. Non capisco se la replica precedente sia stata moderata dal filtro antispam o da un intervento specifico, in ogni caso riprovo un’ultima volta, anche perché comprendo si è abusato sin troppo di questo spazio per una discussione che inevitabilmente tende ad avvitarsi su se stessa.

      A Stefano Longagnani ribadisco anzitutto che sui numeri ho rimandato via link direttamente alla fonte, quindi nessuna fuga di soppiatto; quanto alla sicumera, alle ragioni e il campo dei liberi convincimenti invece vorrei spendere due parole in più, proprio come parziale forma di sdebito nei confronti del nostro ospite.

      Il Prof. Bagnai non ha mai nascosto la sua appartenenza culturale alla sinistra, nondimeno con invidiabile onestà intellettuale (carattere, come felicemente dice Celso un po’ più sotto), ha avuto e continua ad avere il coraggio di denunciarne tutte le contraddizioni, incongruenze, idiozie etc.
      Questo chiaramente non fa di lui automaticamente un esponente della destra storica, o un reducista o che altro, ma appunto una persona pensante.
      Tutta la sua impresa scientifica e divulgativa è nel segno dell’offrire categorie di analisi concettuale e culturale a chi le voglia raccogliere, per non restare ingabbiati nei conformismi semiautomatici che ci hanno portato nella situazione di degrado attuale.
      Tutto questo non si sorregge sul presupposto qualunquistico e francamente relativistico del “ognuno ha le proprie ragioni, siamo nel campo dell’opinabile, non rompeteci le palle” qui invocato.
      La pretesa di voler avere ragione è lo scotto da pagare per chi ritenga di star dicendo qualcosa di vero o quanto meno sensato, si può restare sereni nel “vivi e lascia vivere” giusto su quelle cose per le quali non c’è interesse di verità. Ma, se non c’è quest’interesse, si fa molto prima a non entrare in dialettica, anziché farlo per poi dire: chissenefrega, ti assicuro che ho torto, tu smetti però di pretendere di avere ragione.
      Il fondo relativistico, bullshit nei termini di Frankfurt che richiamavo sopra, di questi ragionamenti (qui detti permeistici) è chiaro; il nessuno ha ragione, quindi tutti ce l’hanno, perché siamo nella zona franca delle opinioni, è una bufala che ci si racconta per legittimare il disimpegno nell’argomentazione. Le opinioni si discutono, non se ne fa la caricatura, così come il campo dei liberi convincimenti non è quello dell’arbitrario o dell’aleatorio, a meno di confondere libertà con anarchia.

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    40. @ Giampaolo + Maurizio

      Anch'io ho avuto esperienze simili alle vostre. A volte, leggendo i commenti, mi pare di rappresentarmi un'immagine virgiliana dell'Italia (quando, in realtà, Petronio ne potrebbe dare descrizione migliore), come il paese democratico che non è mai stato. E la scuola pubblica come una gemma.
      Sì, mi ricordo. La scuola pubblica era di eccellenza. Nei licei del centro. Mentre le scuole dell'obbligo in periferia erano disastrose.
      Chiunque, abitando in periferia e tenendo all'istruzione, nonché all'avvenire, dei figli, decideva di evitare di iscriverli alla scuola di zona, perché non forniva strumenti utili a chi vi si iscriveva e, spesso, era financo pericolosa, provava a cercare una scappatoia. All'epoca vigeva il regime asfissiante della scuola di zona e dei nullaosta (sistema che non è mai decaduto ma che, a partire dai tardi anni '80 era de facto inapplicato e che oggi sta rinascendo). Si chiedeva il nullaosta per mandare i figli a una scuola in centro. A fronte del rifiuto, con la motivazione che non c'era posto (le graduatorie erano stilate sulla base di un punteggio che era determinato soprattutto dalla residenza nella circoscrizione della scuola), lo si richiedeva per iscriverli a una scuola privata. E il nullaosta, puntualmente, veniva firmato.
      Capisco che, in Italia, l'istruzione è sempre stata usata come instrumentum regni, mediante una suddivisione classista tra i notabili, che potevano avere un'istruzione di buon livello a spese dei contribuenti, e gli altri, che comunque pagavano per l'istruzione dei rampolli di buona famiglia, mentre si trovavano, surrettiziamente, a dover scegliere tra una discreta istruzione a pagamento o l'ignoranza. Scelta possibile per il ceto medio, perché a chi era povero era preclusa persino quella scelta.
      Ora, anch'io ho il dente avvelenato contro questo sistema. Ancor più perché i miei genitori, con livello di istruzione decisamente inferiore al nostro, han potuto permettersi di mandare 2 figli alle scuole private, possibilità che il mio reddito non mi consente. Ma qui non si parla di massimi sistemi. L'obiettivo, fin troppo chiaro, delle riforme della scuola, è quello di distruggere la scuola superiore, rendendola una batteria di polli d'allevamento da cui gli imprenditori possono scegliere quelli che sappiano avvitare i bulloni più stretti e siano più docili, mentre, nella scuola primaria si deve approfondire il solco tra scuole "migliori", che diano le basi ai figli degli ottimati per andare a studiare all'estero, permettendogli, magari di divenire i proconsoli delle grandi aziende estere, che rileveranno il tessuto produttivo italiano, chiamati a gestire i polli scelti dalle stesse batterie delle scuole secondarie per avvitare i bulloni. E il finanziamento privato di determinati istituti pubblici è propedeutico a questa evoluzione.

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  10. Mmh, come si fa a bocciare uno che ti paga?

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    1. Se ti paga per essere istruito, e ciò non avviene, è semplicemente consequenziale.
      Se ti paga per essere promosso, vedi alla voce diplomificio, allora vale la pena considerare di togliere l'accredito alla scuola. O di abolire il valore legale del titolo di studio, ma questo è un discorso molto più ampio.

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    2. Perchè nella scuola statale bocciano ancora qualcuno? Vuole che le faccia un elenco dei somari con un diploma da regioniere in tasca che non sanno fare un articolo in partita doppia che sia uno? Non dico distinguere un rateo da un risconto, che è roba da eletti, ma anche solo capire la differenza tra un ricavo ed un credito è roba che riguarda non più del 20% dei diplomati degli ultimi 25 anni.
      Però adesso alla maturità portano gli indici di bilancio, che fanno tanto figo (ma chi cazzo li userà mai nella vita?), che alla fine degli anni '70 - inizio anni '80 si facevano a Ragioneria II di Economia e Commercio (UniTo, quando era ancora una cosa quasi seria, in quel di Piazza Arbarello, con un giovane Monti che iniziava a scodinzolare per cattedre: lo avessi saputo lo ammazzavo da piccolo...): peccato che oggi i ragionieri o come si chiamano adesso sappiano fare gli indici di bilancio imparati a memoria senza sapere come si forma un bilancio partendo da dei casi reali. Per non parlare delle prove di esame dove il bilancio te lo fanno ricostruire per via deduttiva, mentre non c'è nulla di più induttivo della contabilità, visto che registra fatti reali e non li inventa (o sarà per quello che alla fine si fa l'inventario? mah!).

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    3. I presidi ostacolano in tutti i modi le bocciature, perché meno bocciano, più aumentano i loro premi.

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    4. ...negli anni ottanta (mi sono diplomato nell'ottantotto) nella scuola pubblica si bocciava eccome! Siamo partiti in 32 e siamo arrivati in 24 : è una bella tosata! Liceo scientifico (il prof mi perdonerà)...

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    5. La scuola di adesso non è più quella degli anni ottanta. Se all'Università è passato Attila-Berlinguer, alle superiori son passate Batman-Moratti e Ponte-Gelmini.

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    6. ...certo che non è oiù quella di adesso e quindi per completare l'opera indirizziamo le risorse su quella privata... il sonno della mente genera mostri...

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    7. Ma ceeerto, siccome il privato deve fare profitto e offrire luoghi immacolati e risorse più che decenti ai pochi fortunati, e siccome anche i pochi fortunati soffrono la crisi e fanno fatica a pagare la retta, gli forniamo un bell'aiutino con la scusa della pluralità, mentre la scuola pubblica, che per costruzione è pluralista, cade a pezzi.

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    8. L'Europa insiste un sacco sul successo formativo... La vi ho detto tutto...

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  11. E' esattamente quanto andavo spiegando ad alcuni amici universitari che, dopo aver fatto le solite esperienze all'estero, ritenevano che si dovessero fare più progettini, lavori di gruppo, ecc invece di studiare perchè così si 'imparava a lavorare', mentre io sostenevo che all'università bisognava imparare a pensare e per farlo bisognava studiare la teoria (per lo meno primariamente).
    Questo succedeva prima delle varie riforme dell'università, motivo per cui i laureati italiani erano sempre apprezzati all'estero: perchè avevano quella conoscenza teorica che ad altri mancava, anche se magari non sapevano fare bene le presentazioni con power point.

    Ho sempre portato l'esempio del geometra e dell'ing. civile. Un geometra è in grado di progettare perfettamente una casa ed è anche bravo. Ma se si deve costruire qualcosa di nuovo, non si va dal geometra, si va dall'ing civile (o dall'architetto) perchè si presume che egli sappia la teoria e sappia trovare la soluzione ad un problema nuovo e poco frequente, altrimenti perchè farlo studiare 5 anni per imparare quello che avrebbe imparato lavorando 5 anni.

    Al di là di questo, sono pienamente d'accordo: la scuola deve insegnare a pensare non a lavorare, a questo ci penserà il tuo capo.

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    1. Off topic, ma mi sento tirato in ballo. Sono Ing. civile, anche se non iscritto all'albo (sono comunque abilitato).

      I calcoli strutturali, indispensabili per progettare una civile abitazione, li possiamo fare solo noi ingegneri, tranne rare eccezioni per zone non sismiche in cui può farle l'architetto (ma in pratica dopo l'introduzione delle norme tecniche del 2008 quasi tutta l'Italia è sismica):

      http://www.ingegneri.cc/professione-le-competenze-di-architetti-e-ingegneri.html

      Per il resto, mi trovo perfettamente d'accordo.

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    2. A queste persone va sempre chiesto se preferirebbero farsi operare da un chirurgo che ha fatto anni di studi e poi prima di toccare il primo bisturi ha aspettato anni seguito dai colleghi esperti o da uno che si e' impratichito sul campo e che quindi con le operazioni di routine se la cava piuttosto bene?
      E se poi si scopre che non era di routine?

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  12. In una vicenda solo apparentemente scollegata, mi è giunta notizia che quest'anno alle selezioni di lingua francese per l'Erasmus, nella mia università, su più di 200 studenti solo uno (1) è stato trovato sufficiente. Erano compresi ovviamente moltissimi studenti di Lingue. Tutti insufficienti.

    Forse è un caso, ma succede nell'anno in cui arrivano al secondo di università gli studenti che hanno subito appieno la riforma Gelmini e alle superiori non hanno avuto a disposizione le classi sperimentali (fine di un periodo di grazia in cui c'è stata qualche ora in più in quasi tutte le classi, da dedicare a lingue straniere e matematica).

    Insomma i "diversamente familiari con la lingua dell'Impero", i "diversamente capaci di resistere alla propaganda", i "diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale" sono sempre di più e aumentano ogni anno. Direi che "it's now or never".

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    1. Sull'egoismo concordo.
      Parliamoci chiaro: quando si sente della situazione grecia il pensiero non detto dei più è :"bene, le vacanze mi costeranno meno". Sic.

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  14. Il ruolo del professore è trasmettere la conoscenza, non 'preparare al mondo del lavoro'. Il professore universitario ha anche il ruolo di custodirla questa conoscenza. Se seguiamo il paradigma che tanto siamo sempre in crescita, rischiamo di dimenticarci che questa catena potrebbe anche interrompersi.

    E' il mondo del lavoro che deve essere tarato (anche) in funzione della scuola, non viceversa. La scuola viene prima.

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  15. OT di alleggerimento.

    Ma visto che ormai l'anno scolatico volge al termine, come siamo messi con quella storia de Er Palla al baretto di Civitavecchia? Secondo me, quest'anno al sol pensiero del melo ai piedi delle cime imbiancate se spara sui cojoni...

    #pallalibero

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  16. Il disegno c'è da un pezzo, molto prima della legge 107/2015, e lo racconto a grandi linee nella mia postfazione al libro "Moneta e Impero" di Luca Frontini uscito a gennaio.
    Preciso che sono una semplice laureata in cinema che è docente precaria di letteratura e storia negli istituti tecnici, quindi di quelle superiori che ama tanto. Se viene domani al convegno di Anghiari, del blog di Scenari Economici, spiego anche in maniera più dettagliata la questione attuale.
    Buona serata.

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  17. Euro delendus est.

    Tempo fa, in una galassia lontana lontana, mi chiesero di andare in giro per le scuole a fare una ricerca su come i ragazzi vedessero il mondo del lavoro. Organizzarono una simulazione. Iniziai dicendo: "La scuola deve insegnare ad imparare. A lavorare si impara lavorando". Mandarono un altro. Era la CGIL, e io ero in direttivo provinciale. Ma, evidentemente, a loro non piaceva.
    Però io sono cresciuto in un ITIS dove ti insegnavano davvero ad imparare (e ti lasciavano sbagliare, anche se - ogni tanto - qualche miscuglio esplodeva violentemente). Ma ricordo anche che, in quel mondo caotico e difficile degli anni '70, potei assistere a lezioni di ragioneria all'ITIS per il Commercio, e a lezioni di Storia dell'Arte al Liceo Artistico. Non ero un alunno, non ero iscritto, ma l'unico commento dei docenti fu: "Male non ti fa...". Adesso, se entro in quella che era la "mia" scuola, c'è un metal detector e devi firmare na tale montagna di carte da far passare la pazienza a Bergoglio. Io la "cattiva scuola" la misuro anche su questi aspetti.

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  18. Giornata molto ricca oggi; la scelta era tra l'incontro alla fondazione cassa di risparmio di jesi sul bail-in, la presentazione del libro di mario baldassari sul costo della corruzione e dell'evasione fiscale o prendere mio nipote di sei anni dopo sei anni che mai mi era stato affidato per alleviare alcune necessità di mio figlio. Ovviamente non avrei avuto nessun dubbio non fosse stato che i tempi si sono parzialmente dilatati e un paio di ore si sono liberate. Questione logistica vado alla presentazione del libro che si teneva nella mia località di residenza. Dopo una apertura su di un tema che non mi sarei aspettato ovvero su una politica economica europea di austerità folle e foriera di quei risultati che il nostro economista aveva ampiamente sottolineato, a suo dire, persino alle massime autorità allora al governo della BCE, parte una serie di numeri su castacriccacorruzioneevasione ecc.. Alla fine dell'esposizione giornalista di Rai 3: allora cosa fare per combattere quella che se ho ben capito sta facendo affondare la nostra economia, per combattere quindi ..... Lacastacriccacorruzioneevasione??? Allora non hai capito mi sono detto. Anche se in un momento di sincerità anche MB aveva incominciato a parlare di UE. Ma con questi giornalisti sarà molto dura uscire dal luogocomunismo. Arriva la telefonata di mio figlio, non posso rivolgere la mia domanda sul moltiplicatore della spesa pubblica che pensavo di rivolgere al difensore del contenimento della spesa pubblica a cui avrei anche voluto parlare dell'art.81 della Carta repubblicana.
    Buona vita Prof. E per stare sul tema dell'ASL anche io sto ospitando uno studente ma i nostri incontri sono tutti rivolti a capire le teorie sue, di LBC che mi sono oramai da diversi anni di sola ed unica consolazione. Sono diventato un rompib..le ma ogni settimana parte una mail ad un cospicuo numero di colleghi con relativi link di rinvio al mio blog di riferimento. Sulle barricate,sempre.

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    1. Tra l'altro Baldassarri a Chiaravalle ha fatto anche dichiarazioni interessanti per gli storici: dopo un mese dall'inizio del governo Berlusconi II (quello insediato nel 2001) era già pronto a dimettersi da viceministro dell'economia, perché nel DPEF erano stati inseriti "numeri al lotto", e lui era convito che "l'opposizione" se ne sarebbe facilmente accorta e avrebbe denunciato il tutto... Dopo un summit a Palazzo Grazioli fu convinto a rimanere, e "l'opposizione" non sembrò accorgersi di nulla...

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  19. Insegnante e d'accordo su tutta la linea! Sono molto in difficoltà con i miei colleghi che vedendo ad esempio la realizzazione concreta, ancora in fase embrionale, della scuola-lavoro, cadono dal pero toccandone con mano l'insensatezza. Potrei aggiungere solo particolari, ma l'analisi del Prof. Bagnai non fa una piega, per cui meglio non tediare.
    Non ci voleva il genio per prevedere che non "sono le aziende del territorio che si stanno aprendo alla Scuola", come propagandava la Ministra Giannini in fase di pseudo consultazione sulla Buona Scuola, bensì il contrario come avrei voluto dirle se quell'incontro non fosse stato blindato in pieno stile di fabbrica del consenso.
    Tutto spaventosamente torna ed è inquadrato nel contesto più ampio che ben delinea il Prof. Bagnai, ma appena provo, parlando con qualche collega - eppur tra quelli che mi paiono più illuminati - ad allargare la visuale... niente non c'è verso, si ritorna sulla "categoria". E così si prosegue ad illudersi che a valanga in corso ci si possa attaccare all'alberello di turno e salvare lui e noi. Non ci siamo neppure un po' e la speranza possono essere solo le nuove generazioni, se riuscissimo a trasmettere loro il senso critico necessario. Ma chi è deputato a farlo testimonia con il proprio pensiero e comportamento di essere inadeguato a questo compito, per cui stiamo freschi!
    A mio avviso ci sono due handicap gravissimi nella nostra società attuale. Sul primo si batte molto: è un lieto ritornello quello della crescente ignoranza e dell'assenza di memoria storica. Per me ce n'è un secondo ancora più grave ed è quello del non essere più in grado di articolare il pensiero, complice anche l'impoverimento del linguaggio. Sì, confermo, il difetto di logica è difetto di umanità. Lo riconosco e non so come fare. Faccio quello che mi è possibile - non solo in classe ovviamente - ma è troppo troppo poco. Si accettano suggerimenti.

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  20. Resterà sempre un mistero il fatto che "le nostre scuole sono pessime", le buone sono quelle degli altri... ma i nostri laureati se li prendono eccome a lavorare, spesso anche a insegnare, all'estero.
    Se il mean stream mi volesse spiegare...

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    1. Bravissimo!
      Infatti. Ma il luogo comune serve ad alimentare ulteriormente il luogo comune, così da affibbiare la colpa ai docenti invece che a precise scelte politiche, e a disincentivare i prof che vogliono lavorare.

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    2. @Alfonso Liguori

      Esattamente come dici, Alfonso. Conosco persone che sono andate serenamente a vincere a Cambridge, Ann Arbor, Berlino, che hanno occupato posti in Francia, Belgio, Stati Uniti. E l'elenco può continuare.
      Infine vorrei chiedere alla signora Giannini: ma quando ci fu il boom economico, non eravamo gentiliani e crociani (con interferenze marxiste)?

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  21. Salve a tutti vorrei anch'io contibuire con la mia esperienza di neo assunto lo dico subito, perche potrei anche scrivere sonore minchiate. Non so se sarà rilevante, spero di non essere troppo dispersivo e disordinato.

    Sulla questione degli insegnanti che non motivano

    Si, a volte è vero, non è facile motivare e può capitare di non riuscirci, ma prima del giudizio faccio presente una mia considerazione.
    Insegno Tecnologia alle scuole medie, una parte del programma teorica, un altra pratica, disegno tecnico, uso delle squadre etc. Su ogni classe, su una media di circa 20 alunni, ho in media almeno 5-6 alunni che hanno problemi a seguire le lezioni di disegno (nelle altre chi ha problemi si limita a fare scena muta durante le interrogazioni), comprendendo sia quelli che hanno una qualche certificazione che gli altri . I problemi possono derivare da difficoltà di lettura, carenze logiche, difficoltà a ricordare procedimenti, difficoltà motorie o minore capacità di coordinazione, fino a scarsa attitudine, scarsa autostima, poco interesse, pigrizia. Il risultato va dall'avere difficoltà ad unire due punti, al terminare costantemente disegni in modo spreciso e non corretto o non terminarli affatto a volte a non iniziarli nemmeno. Non tutti devono per forza diventare disegnatori, ne avere 10 a tecnologia. Ma chi anziché 10 avrà 6 o peggio ancora 5, non credo si sentirà ne felice, ne al pari degli altri, ne capace. Se un mio studente non riuscirà mai ad arrivare sopra ad un 6 o si sentirà 'insufficiente' non credo che la sua autostima o la sua voglia di impegnarsi a scuola possa mai migliorare. (potrei sbagliarmi, vista l'esperienza).
    Il mio compito è ovviamente quello di aiutare tutti e 20 i ragazzi durante le stesse ore. E qui inizia per me la parte paradossale. Perché chi avrà un buon voto, quelli senza problemi per capirci, il mio aiuto non lo chiedono quasi mai e per spiegare un concetto e farglielo capire e 'motivarli' bastano 30 secondi. Per fare lo stesso con chi ha problemi, non bastano 10 minuti, 2 esempi e tre esercizi ripetuti. Ne posso farlo dalla lavagna per tutti. Così facendo (viste le 'velocità' e difficoltà differenti) continueranno a capire sempre e solo i soliti bravi. E per correggere e aiutare individualmente come servirebbe, io ho sempre la solita ora. Se aiuto il n. 1, dopo 10 min rimangono 50 min. e non ho aiutato gli altri ne spiegato altri argomenti.
    Può darsi che qui io parli con la voce dell'inesperienza, ma dal mio punto di vista il primo problema è il tempo che posso dedicare ad ognuno. Potessi chiedere, chiederei la metà degli alunni, o un altro insegnante ad aiutarmi.
    Certo se l'autostima e il sentirsi capaci poi non ha importanza, allora come non detto, motivare i bravi è facilissimo.
    Lo riscrivo, perché ho sentito dire troppo volte che vanno valorizzate le eccellenze, e che va premiato il merito: Gli studenti bravi studiano da soli, capiscono da soli, fanno i compiti da soli, prendono 10 da soli, l'insegnante con loro fatica davvero ben poco, il merito lo hanno già. Per chi ha difficoltà non è la stessa cosa.

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    1. 1) sei bravo (continua così) a insegnare ancora disegno tecnico: ci sono scuole medie in cui si credono all'avanguardia perché fanno solo al computer, mentre "la mano è l'organo dell'intelligenza": educala! Ci sono numerosi e chiari articoli scientifici che collegano le abilità fino-motorie da piccoli con i voti alle superiori e all'Università (per non parlare dei recenti studi sulla correlazione tra la buona percezione delle proprie dita e le abilità matematiche). E te lo scrive un maniaco dell'informatica.
      2) ai bravi serve solo che selezioni bene le cose da fare, poi van da soli, ma il tuo lavoro di selezione è fondamentale!
      3) per quelli che han bisogno di aiuto... Approfondisci la pedagogia di de La Garanderie, ci sono ottimi strumenti per aiutarli, anche se c'è uno studio iniziale parecchio impegnativo. Però funziona!

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    2. Sono completamente d'accordo con te. I Ragazzi sono del tutto concentrati sul battere le dita su tasti del telefonino, ma se gli chiedi di usare due squadre insieme sono in una difficoltà incredibile.

      Durante un laboratorio di formazione sulle nuove tecnologie il docente ci ha fatto vedere dei video molto interessanti in cui Filosofi e studiosi del tema (Roberto Casati, Adolfo Scotto di Luzio), spiegano l'importanza e la necessità dello studio tradizionale sulla carta anziché con l'uso dei mezzi informatici. Con buona pace del nuovo piano per la scuola digitale della L.107, anche sul quale ci sarebbe da parlare per ore, vedi alla voce BYOD (Bring your own device), atelier creativi, e via discorrendo.
      Grazie della dritta su De La Garanderie.

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  22. Tuttavia, e questa è una considerazione ancor più personale e da prendere ancora più con le molle, non credo che noi docenti possiamo permetterci di essere al di sopra di ogni giudizio, tantomeno di quello dei genitori, visto che alla fine educhiamo i loro figli. Ho detto a vari colleghi che io vorrei essere controllato. Ho notato alcuni casi (meno di un 10%) vero ma non possiamo negare che esistano) di classi mal (non poco, che è diverso) preparate. Io ho iniziato ad insegnare senza alcun corso specifico (escluso il concorso, se si può chiamare 'corso'), ne altri docenti o responsabili mi hanno chiesto come svolgo le lezioni. Ne ho notato altri controlli, se escludiamo i mitologici (perché vanagloriosi quanto inutili) Indire, Rav, e Ptof, e via di sigle. Se vogliamo noi insegnanti essere credibili e rispettati non possiamo sottrarci al controllo. Del governo, del dirigente, di un comitato, dei genitori, di tutti insieme, di chi vi pare. Finche siamo al di sopra di ogni giudizio non saremo mai credibili.

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    1. Su come svokgi le lezioni nessuno ti può chiedere nulla (tantomeno i colleghi) perché in Italia c'è la libertà di insegnamento, cosa ottima che non so ancora quanto durerà.
      In realtà tu sei controlato ogni istante da alunni e genitori, che possono andare a lamentarsi col dirigente e questo può prendere provvedimenti se non fai nulla.
      Ma non fare l'autorazzista come tutti i prof. A forza di criticarci a vicenda, non facciamo altro che dare alimento ai luoghi comuni della gente.

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    2. Nessuno che svolga un pubblico servizio può essere al di sopra di ogni giudizio/controllo, ma questo non c'entra un fico secco con la pseudo-meritocrazia di stampo burocratico/clientelare che si vorrebbe far passare come viatico necessario (o addirittura sufficiente) per conseguire un innalzamento generalizzato e standardizzato della qualità dell'insegnamento.

      Altro discorso vale per il 'controllo' inteso nel senso della teoria dei sistemi, ovvero come feedback (in questo caso, umano, culturale e professionale da parte di alunni, colleghi e famiglie).

      La prima parte del tuo intervento rinvia correttamente e molto lucidamente (anche perché sulla base della tua esperienza concreta) alle carenze strutturali del sistema-scuola rispetto alla possibilità do ottenere questo tipo di 'controllo'.

      La seconda parte ha tutta l'aria di una autoflagellazione da eccesso di scrupolo (o di una scoria da assorbimento involontario di refrain di stampo aziendalistico) che a naso non ti appartiene e che, permettimi, sarebbe auspicabile (per te e per i tuoi alunni) riuscissi a smaltire al più presto.

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    3. Completamente d'accordo con Laria!

      Basterebbe istituzionalizzare e tendere pubblico il feedback di studenti, genitori, colleghi docenti e colleghi bidelli per rendere moooooolto meno fattibile insegnare male. Il resto del "controllo" è ideologico, quindi pericoloso. P.s. le aziende nella realtà il controllo sui servizi erogati NON lo fanno come lo vuol fare il governo, perché montagne di letteratura scientifica dicono il contrario.

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    4. Grazie dei commenti. Riflettero' sulle vostre considerazioni, che mi sembrano sensate. In effetti dopo aver lavorato per oltre dieci anni in ambiente privato molto competitivo di discorsi sul fatto che gli insegnanti non fanno abbastanza ne ho sentiti fin troppi, e vorrei invece non dare alcun motivo per commenti del genere.

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    5. @Stefano ma siamo impazziti? Hai idea di cosa voglia dire rendere pubblico il pensiero di genitori e ragazzi? Praticamente metti nelle mani dei valutati (adolescenti per le superiori e quindi in una fase molto complicata della crescita) e dei loro genitori (che vedono sempre più la scuola come un parcheggio e sostituto educativo di quei precetti di base che è sempre stata la famiglia a dover dare!), persone totalmente ignare di qualsiasi concetto di didattica e pedagogia, il destino dei docenti!
      Metteteci in fila davanti a un muro e sparateci, fate prima!

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  23. Anche il punto 2) del possibile referendum è sacrosanto.

    Una delle cose positive della scuola è (era?) che fra tanti professori (pochi) e professoresse politicamente allineati ce n'è sempre uno od una di opinione diversa ed un minimo di dibattito è quindi assicurato. Tale minima diversità deriva(va?) dal fatto che l'assegnazione dei nuovi professori era più o meno casuale.

    Date ad un preside il potere di selezionare all'ingresso i professori e ne deriverà l'omogeneizzazione totale (il che, magari, è anche uno degli obbiettivi).

    Mia madre, professoressa di latino e greco, sarebbe stata contraria e a me tanto basta.

    Ah, che non si possa parlare apertamente di politica a scuola, idea diffusa, è una stupidaggine... dove altro se ne può parlare se non a scuola o a casa per i primi 18 anni della tua vita?

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  24. Sulla guerra tra insegnanti invece aggiungo una cosa che mi è parso di non aver letto.
    Tra le novità della buona scuola una è che d'ora in poi chi si trasferisce diventerà titolare in un ambito territoriale non in una scuola. Esempio, il prossimo anno io docente posso insegnare in una qualsiasi scuola di una o due vallate insieme. Per capire in quale scuola andrò ad insegnare pare che il docente dovrà inviare un CV ai presidi delle scuole a cui è interessato, per poi ricevere da uno di questi un incarico triennale. A casa mia questo si chiama 'far diventare i docenti liberi professionisti in concorrenza tra di loro'. Parlando con i colleghi solo in un caso mi sono sentito dire "si questo è il problema". Di solito nessuno (ove nessuno significa: chi ha già una scuola di titolarità, ne pensa di perdere mai il posto, che so anche solo per riduzione futura degli studenti, visto l'andamento demografico) pare interessato al problema. Io lo trovo un sintomo della guerra civile tra docenti già innescata, ancora non apparso sotto i riflettori.

    Concludo invece con una domanda.
    Una delle difficoltà che trovo nel gestire la lezione, è la gestione della disciplina in classe. Questa gestione può riuscire in un modello sociale in cui la scuola deve ormai procacciarsi gli studenti quasi come fossero clienti,(come già ricordato dal Prof Bagnai svariati post fa), o forse per migliorare la scuola sarebbe necessario in primis ripristinare un corretto rapporto, non clientelare, tra scuola e studenti?

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  25. Nello studio di commercialisti dove lavoro abbiamo una giovanotta che fa l'alternanza scuola-lavoro, dove per lavoro s'intende che lei viene in studio una mezza giornata a settimana. Ora, con tutta la buona volontà, cosa diavolo può imparare in mezza giornata a settimana? Gnente di gnente.
    Off topic: ho provato a pubblicizzare Asimmetrie per il 5x1000 ma sembra che la Sua associazione non sia abbastanza di volontariato... Totale adesioni al 5x1000 = 1 (la mia).

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  26. Io sono entrato di ruolo al classico grazie a “la bona sola” e sostanzialmente, anziché insegnare, mi sono occupato di alternanza scuola-lavoro per tutto l'anno.
    Ho cercato di organizzare l'attività meglio che ho potuto, tentando di sottrarre il minor tempo possibile ai colleghi e di far fare ai ragazzi esperienze che potessero significare qualcosa - perché tutti sanno, in primis Confindustria, che gli allievi di un liceo sono solo di intralcio per chi lavora in azienda.
    Tra le altre cose, abbiamo mandato alcuni studenti alla Fondazione Novaro, che poi sono gli eredi di quelli che hanno tirato su questa cosa qua. Mi spiegava la signora, facendomi visitare la biblioteca privata, che suo nonno leggeva tranquillamente il greco e il latino, oltre a qualche lingua europea come l'inglese, il francese e il tedesco; e che nel tempo libero si dedicava alla sua rivista.
    Non so se i ragazzi si siano resi conto che è esistita un'epoca in cui, se non altro, essere imprenditori di successo non significava necessariamente divorziare dalla propria cultura per abbracciare il tecnicismo dell'impresa e l'inglese dei mercati.
    Di certo, però, a non essersene resi conto sono i miei colleghi; i quali invece, ai corsi di aggiornamento, non solo apprezzano l'idea dell'alternanza scuola-lavoro, ma sposano entusiasticamente la didattica per competenze, si inebriano a sentir parlare di modelli educativi più o meno esterofileggianti e si sperticano di lodi per qualsiasi progetto che esuli dal normale percorso (all'insegna del “famolo strano”), senza riflettere su quanto questo gioco risulti estemporaneo e avulso da qualsiasi finalità educativa più generale.
    Io ho provato sommessamente a far notare che in questo momento c'è una crisi di domanda, più che una reale carenza di profili qualificati; che le aziende fanno le schizzinose perché di lavoro ce n'è poco (mentre di gente a spasso ce n'è tanta); che una volta, quando c'era più lavoro, la professione la si imparava (anche e soprattutto) lavorando; che una settimana passata a far qualcosa da qualche parte non sarà propriamente quello che permetterà, un domani, di trovare lavoro, dato che (almeno al classico) tutti puntano a laurearsi.
    Mi è stato risposto che non tutti gli studenti del classico si laureano e che i tempi oggi sono cambiati (immagino perché c'è la Cina).
    CONTINUA

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  27. SECONDA PARTE
    È anche vero che a questi corsi vengono messi insieme docenti delle superiori e docenti delle medie, che hanno target diversi.
    Nel mio liceo, in effetti, qualcheduno ha cominciato a capire che a rischio è la sopravvivenza stessa del classico, e con esso della scuola come la conosciamo: e si è allarmato.
    È stato anche organizzato un convegno, a cui ha partecipato, tra gli altri, la senatrice del PD Elena Ferrara, che pare abbastanza sensibile all'argomento.
    Sono state dette molte cose interessanti, che testimoniano come ci sia consapevolezza diffusa del valore di un certo tipo di educazione, anche rispetto ai tempi in cui viviamo.
    Eppure la maggior parte delle energie sono profuse ancora a discutere di come astrattamente “rinnovarsi” per stare al passo con i tempi, quando l'unica cosa che minaccia la scuola italiana è il progetto autenticamente regressivo che è stato portato avanti un po' da tutti inquilini di Palazzo Chigi.
    La realtà è che in fondo i docenti non si interessano più alle politiche dell'istruzione.
    Conoscono a memoria le leggi che devono sapere per lavoro, ma in genere non hanno alcuna idea (né si preoccupano di averla) di quei princìpi che hanno ispirato le riforme della scuola, da Gentile a Moratti.
    Sostanzialmente non si occupano di quello che non entri nel loro stretto raggio di azione: anche perché sono obiettivamente costruiti per non farlo.
    Il docente ha tanti problemi, ma ha anche l'indubbio vantaggio, una volta ottenuto il ruolo, di potersi dedicare a coltivare in tranquillità il suo orticello (i propri metodi didattici, le proprie classi, eccetera), senza che quello che succede al di fuori lo debba turbare: lo stipendio arriva sempre preciso e regolare, la politica non può permettersi di fare provvedimenti davvero impopolari e infine si può interpretare come meglio si crede il proprio lavoro (anche ai minimi termini, come in qualche caso accade).
    Non mi stupisco che in queste condizioni la classe a cui appartengo abbia mostrato scarsa compartecipazione rispetto ai problemi del paese.
    Forse adesso che questa riforma rischia di dare troppi poteri ai presidi, qualcuno comincia a risvegliarsi, perché capisce che stanno cercando modi di entrare in quello che si fa nelle aule: e questo potrebbe portare anche a rompere la tregua col potere.
    Ma sinceramente ne dubito.

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  28. Post assai bello. Naturalmente firmeremo, perché ne vale la pena, qualunque sia il risultato finale. La storia è fatta di vincitori e vinti, come noto, e capita, non di rado, di stare tra i vinti. Ma ciò non esime dal non essere d'accordo e dal tentare di opporsi. Ma il futuro è assai fosco. In realtà la scuola è già stata liquidata, da tempo, a livello inferiore, superiore e universitario. Questi ultimi provvedimenti sono la morte definitiva della scuola italiana; ora vediamo solo il disordine e il caos, ma basta avere pazienza, siamo ancora in mezzo alla trasformazione, per il momento stanno distruggendo, poi ricostruiranno. E allora, per andare in una buona scuola, bisognerà abitare in un quartiere buono, con affitti o prezzi più cari, con rette più care, mentre gli altri andranno in scuole che saranno centri sociali, come in America, ormai il nostro modello. Le buone scuole ci saranno: per i benestanti (generalmente per i molto benestanti), le università buone costeranno. La fine della classe media è la fine della nazione, della scuola pubblica, della società coesa, certamente classista, ma non chiusa pregiudizialmente verso il basso. A @Giampaolo vorrei dire una cosa Forse spiacevole, in realtà accorata: che una persona relativamente giovane (immagino) abbia al suo attivo 30 articoli e 2 monografie, è per me la rappresentazione della crisi, o meglio, della distruzione dell'università italiana attraverso il modello falsamente produttivistico tipico di una struttura ormai piccolo borghese. Ma qui preferisco fermarmi.

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    1. Condivido toto corde, gli anni comunque sono 40, non propri verdissimi, ma non sono Matusalemme in effetti; le pubblicazioni un po' meno di trenta (comprese le monografie), e fosse stato per me sarebbero state non più di tre in tutto.

      Chiaramente lei sa meglio di me che appunto non decido io, ma chi sta sopra di me quanto, dove, su cosa e con quali cordate pubblicare.
      Si va ad aumentare il rumore di fondo, ne sono perfettamente consapevole, anche per questo non trovo mortificante, al contrario dei miei colleghi, il "downgrade" delle scuole superiori, dove l'ideologia del publish or perish non ha luogo. Ce ne sono altre evidentemente ma non quella dell'inquinamento bibliografico.

      Mi pare di capire che lei abbia, o abbia avuto, responsabilità accademiche senz'altro più alte delle mie, quindi ora dirò io qualcosa di forse spiacevole, non certo nell'intenzione, ma senz'altro accorata: la situazione paradossale, produttivistica e piccolo borghese dell'università ormai istituzionalizzata non è certo responsabilità dei ricercatori che sono l'ultimo anello di quella catena alimentare, ma di chi li ha preceduti ed è tutt'ora assiso sugli scranni dell'ordinariato o dell'Anvur. Se un ricercatore, per procedere o semplicemente sopravvivere, deve avere curricula con numeri di pubblicazioni sempre crescenti, questo dipende dagli assurdi criteri bibliometrici stabiliti non da quest'ultimo, ma da chi sta sopra di lui da anni.
      Ci si può lamentare, anche accoratamente, del fatto che questi onori una logica perversa, insistendo in questo modello, ma onestà vorrebbe che gli strali, fondatissimi e sacrosanti, andassero indirizzati verso chi ha imposto il modello, non verso chi lo deve seguire, obtorto collo. Lo scrivo senza desiderio di polemica ma con l'amarezza di chi ha subito e subisce questo stato di cose da anni nell'impotenza più completa; unica possibilità uscire dal circuito, appunto, con tutti i costi non solo esistenziali che questo comporta.

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    2. Enigma: come mai un liceale italiano non eccezionale in patria, uno diciamo da media del sette, quando va per un anno nelle scuole anglo fa la figura di Leonardo da Vinci redivivo? E poi quando torna scopri che è il solito simpatico cazzaro che era partito, semmai più cazzaro di prima perchè per un anno non ha fatto praticamente un tubo tranne frequentare assiduamente le signorine locali e farsi delle canne?

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    3. Visto che siamo tra amici, rispondo in modo very politically uncorrect, dicendo grazie a quel che resta (pochissimo) del vituperatissimo impianto gentiliano, che, per carità, ha le sue pecche, ma anche tanti pregi troppo spesso negletti. Nello specifico la priorità dell'aspetto teorico su quello pragmatistico, ora invece imperante sotto l'egida di Dewey e l'americanismo che gli va appresso.

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    4. Caro Giampaolo, concordo al 324%. Fatto fuori Gentile (facile, neanche la scorta aveva) ora si tratta di fare fuori la scuola gentiliana (ci vuole più impegno).

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    5. @Giampaolo

      Caro Giampaolo, diamoci del tu: qui siamo tutti fratelli in Bagnai, dunque non esistono differenze. Sono stato un modesto associato di una Università di provincia, ma ho avuto il privilegio di vedere e frequentare chi era superiore a me e chi veniva dal mondo della grande università italiana, che poi era quella baronale-feudale, a cui ancora sono legato, culturalmente e affettivamente.
      Hai ragioni da vendere a scrivere ciò che scrivi, e non era mia intenzione incolpare te: come darti torto, quando dici che siete obbligati a fare ciò che fate? È così, come dici tu; io, Prendendo spunto dalla tua affermazione, volevo solo Dire che all'università è stato applicato il modello castacriccacorruzione. Se ti ho dato l'impressione di volerti offendere personalmente, me ne scuso. . Aprrezzo molto che tu abbia compreso il senso di quanto ho scritto, perché ormai i più, martellati quotidianamente da una ideologia colpevolizzante, non sono più in grado di capire.
      È vero ciò che dici di coloro che sono stati all'ANVUR. È stato un ciclone parallelo a quello politico; ricordo quante invettive ho sentito fare contro i professori inproduttivi, magiapaneatradimento (il tutto naturalmente con la quinta scenica che era l'America); è stata una lotta dura contro i professori nullafacenti: sono riusciti a derubricare i professori a personale non insegnante, oberandoli di lavoro altro, commissioni di ogni genere, compresa quella per gli orarii. Ma il personale amministrativo che ci stava a fare allora? In realtà andava smantellata la corporazione dei professori, e si poteva farlo, perché la vecchia guardia cominciava ad andarsene via; rimanevamo noi, che portiamola responsabilità concreta e morale di quanto è avvenuto negli ultimi venti anni in questo paese. Mi ci sono voluti molti anni, per capire che cosa c'era dietro quanto stava avvenendo, e in gran parte l'ho capito leggendo i libri di Alberto e Giacché. Ho messo un po' di tempo per capire che la distruzione della scuola andava di pari passo con la distruzione della borghesia e la costruzione della nuova società globalizzata. Hanno trasformato tutto, anche la cultura naturalmente. Qualche caro amico, alla commemorazione di uno dei nostri più cari amici che ci ha lasciato improvvisamente e prematuramente, non ha trovato di meglio da dire che "però faceva storia ancora alla vecchia maniera". Credo di aver capito come è la loro nuova storia, preferisco starne fuori e non frequentarla. Attraverso il controllo dei concorsi, dei finanziamenti e delle relazioni nazionali e internazionali sono riuisciti a imporre tutto ciò che volevano imporre: se ti ribelli non hai scampo, ti fanno morire d'inedia (l'unica eccezione è il nostro padrone di casa, che li ha aggirati, creandosi una vita parallela al di fuori dei canali classici universitari con intelligenza, astuzia e carattere, soprattutto carattere; davvero tanto di cappello).
      In questo paese ci fu un tempo, in cui avevamo una scuola di matematica e di fisica di livello mondiale, negli anni trenta Longhi fondò una scuola di storia dell'arte di livello europeo, abbiamo avuto storici e filologi straordinari (basterebbe citare Pasquali, Momigliano, Pugliese Carratelli, Mazzarino, Contini e così via), abbiamo avuto un premio nobel per la chimica, che poi per vicende varie, che non ho mai compreso fino in fondo, è stata distrutta. E devo forse ricordare, quando è stato fondato l'istituto centrale per il restauro e quando ci siamo dati una legge a tutela di quei beni artistici che stiamo smantellando? Naturalmente in quell'università c'erano stupidi, impreparati, perdigiorno,improduttivi, corrotti e così via; esattamente come ora del resto, ma la struttura fondamentale funzionava.
      Naturalmente per le tante ragioni spesso elencate da Alberto i professori, me compreso, hanno anche meritato quanto è loro capitato, ma questo è un altro discorso, che possiamo fare in altro contesto.

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    6. Caro Celso,

      affratellati in Bagnai, mi scuso io per l’eccessiva vis difensiva della mia replica. Comprendo davvero bene quanto scrivi sul modello feudale baronale che rimpiango anch’io, pur avendolo solo intravisto quando ero ancora studente.

      Tra le famigerate e senza dubbio pletoriche n pubblicazioni di cui scrivevo, ne ho in stand by giusto una che tangenzialmente (giusto nelle tangenti si riesce a dire quel che si pensa) tesse l’elogio del baronato old fashion, contrapposto al modello weberiano corrente. Goccia nel mare evidentemente, ma tenevo a renderne testimonianza, con ogni probabilità affossando al contempo ogni velleità di prosieguo di carriera.

      Prima o poi avrei davvero piacere a sentire la storia, da parte di chi l’abbia vissuta ab intra, della silenziosa notte di San Bartolomeo in cui si è consumato il colpo di stato al “vetus ordo” a favore del modello insulso e produttivistico corrente. Una sorta di Vaticano II dell’Accademia.

      Oggi se non “attrai fondi”, leggi: vinci concorsi internazionali su bandi prestabiliti e pre-assegnati a cordate già ben note, vieni prima ammonito e poi “non confermato”, per mancata competitività. Criteri culturalmente significativi, con ogni evidenza.

      Grazie per la tua testimonianza e per avermi ricordato che non sempre è stato tutto così mediocre. Un caro saluto.

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    7. @Giampaolo
      Sai, quando le cose non erano così mediocri, Contini entrava in aula all'inizio dell'anno e annunciava: "do per scontata la conoscenza dell'antico francese". Oggi chiamerebbero la polizia.

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    8. @Celso
      Per rovinarle la domenica, le rivelo che alla triennale di lettere si davano per letteratura italiana 2 (come compito a casa ma valutato il 30% del voto finale) cinque domande di comprensione di un pamphlet di Contini.
      Be' almeno ho imparato il suo nome.

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    9. @Giampaolo

      Concordo al 300% sull'impostazione gentiliana. Tra l'altro, in linea di massima, consentiva che anche il laureato tecnico scientifico non fosse un soggetto afflitto da scarsa conoscenza della lingua italiana. Una breve esperienza come commissario all'esame di stato mi ha aperto gli occhi sugli effetti apocalittici di vent'anni di riforme, da Berlinguer in poi. Il 3x2 (ops, 3+2) un'abominio che grida vendetta al cielo. Da microimpresa, mai e poi mai considererei l'assunzione di un laureato breve. Ma l'OCSE continua a dire che abbiamo pochi laureati, quindi...
      Sull'alternanza scuola lavoro stendiamo un pietoso velo.

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  29. Che ci fosse un disegno di distruzione della scuola pubblica, cominciato con Berlinguer (Luigi, quello del "nuovo" esame di maturità), io lo dicevo più di dieci anni fa e stentavo a credermi essendo, allora, solo una mia intuizione.

    Ho scioperato, a volte anche da solo, ho manifestato mentre tutti se ne fregavano, sono stato richiamato per aver espresso le mie idee (ed ho continuato a farlo).

    Li conosco uno per uno i miei colleghi, quasi tutti piddini ignoranti e sapienti, felici nel loro cerchio magico attorno al Dirigente a spartirsi le briciole (firme 2 e 4), pronti ad industriarsi per la distruzione della scuola assecondando operativamente la volontà del potere (firma 3), lieti di servire, "nel loro odio, addirittura superbi".

    Se quelle firme sono contro il potere, sono, necessariamente, anche contro chi nella scuola quel potere rappresenta, lo serve e ne raccoglie le briciole (che non lascerà tanto facilmente).

    In altre parole: anche questa è già guerra tra poveri che diventerà presto una guerra civile.

    Non credo, infine, che quando ciò accadrà, studenti e famiglie andranno troppo per il sottile. E' proprio per questo che, da tanto tempo, rispondo così ai miei studenti che mi chiedono il perchè io mi comporti in maniera "diversa": "Perchè non voglio che, quando mi riincontrerete tra qualche anno, mi sputiate in faccia".

    Loro, ovviamente, ancora non mi capiscono.

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    1. È iniziato tutto prima di Berlinguer, quando hanno infilato la scuola nel calderone della Pubblica Amministrazione con il rinnovo del contratto firmato dopo la specifica riforma del governo Amato nel '92.

      I miei, di colleghi, sono tutti contro il PD ma sono purtroppo manipolati e normalizzati dalla sua longa manus che è la CGIL... Ahimè.

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    2. Mi sembra di capire che nella scuola pubblica la percentuale di piddinita' tra i professori è tremendamente alta.
      E se io non accettassi di sottoporre ai miei figli il rischio di possibili lavaggi del cervello, che alternativa mi rimane?
      Pago le tasse per un servizio che non mi soddisfa, che male c'è a chiedere che una parte di queste vadano a creare una sorta di pluralità nell'offerta formativa?

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    3. @ Minerva
      Vedo che in trent'anni non sono molto cambiate le abitudini...
      Milano metà anni ottanta.
      Della mia professoressa di italiano ( direttivo CGIL) quello che mi è rimasto prevalentemente in testa sono queste tre parole:
      sciopero, manifestazione, okkupazione ( con la O aperta tipica della calabrese di origine albanese)!
      Era così insistente che avevamo due scelte: o la seguivi oppure andavi dalla parte opposta dalla reazione. Facile immaginare da che parte mi trovassi io...

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    4. ...anch'io ho fatto le superiori durante la metà degli anni ottanta ma a differenza di quello che leggo sopra non mi è mai capitato di vivere esperienze di quel genere (benefici della provincia? Mah) anzi spesso per divertimento ci chiedevamo a quale schieramento politico appartenessero i prof.... mai capito... si vede che si era dei bei tonti a quei tempi.
      Il problema che evidenzia occhiodifalco viene prima : siccome c'è un alto tasso di piddinità tra i prof (occhiodifalco dice) allora voglio che ci sia pluralità di offerta formativà (mi sembra che in post precedente si sia discusso di questa terminologia aberrante o forse era da un'altra parte... boh). No, dico ed evitare che la scuola pubblica abbia di questi problemi? Mi sembra che molti post siano impostati (scusate il mezzo bisticcio di parole) alla stregua delle discussioni sui diritti civili : a un problema si risponde risolvendolo con un altro problema...
      E allora perchè se non sono contento del servizio sanitario allora una parte dei soldi che pago non vanno a creare una sorta di pluralità nell'offerta curativa? e se non sono contento del servizio pensionistico nazionale perchè una parte dei soldi che pago non vanno a creare una sorta di pluralità nell'offerta pensionistica? e se non sono contento del servizio ....etc.etc. blahblahblah! E'uno stillicidio....

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    5. Sapevo che qualcuno arrivasse a paragonare la scuola agli altri settori( sanità, previdenza ecc) : cosa assurda!
      La scuola forma le generazioni future!
      la priorità è innegabile, non per niente i piddini sono in maggioranza, chiamali stupidi...

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    6. SApevo che qualcuno sarebbe arrivato a dire che il paragone è assurdo...hai ragione invece la sanità non le cura le generazioni future!
      Non vedo dove stia l'assurdità ma stai certo che il processo è in atto spero che non vorai negarlo e la prova è qui in questi post. Se vuoi te la metto in un altro modo : "siccome il tal settore pubblico non mi garba allora chiedo a gran voce che si sovenzioni con denaro pubblico lo stesso settore privato così il resto può andare a remengo ma a me che me frega? Intanto avrò la mia piccola enclave dove posso vivere Beato e chi non ha i soldi per entrare nell'enclave beh peggio per loro, sperimenterà la durezza del vivere!"

      Grazie no.

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    7. ...scusate gli errori di battitura, non si possono vedere ma andavo d fretta...

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  30. Bei tempi quando lo slogan era "Inglese, Impresa, Informatica" e i professori di liceo classico si indignavano (cioè ridacchiavano sussiegosi) perché Rai Tre diceva loro che B. c'aveva er conflitto di interessi.

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  31. La nostra battaglia sarà lunga e dolorosa. La nostra unica arma è una mano per scrivere e la volontà ferrea di cambiare le cose.

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  32. Cercherò di essere il più chiaro possibile, prendendo esempio dal mio campo di lavoro. Nel corpo umano ci sono 4 litri di sangue. Se ne perdi uno, puoi salvarti. Se ne perdì la metà si va al creatore ( uno dei tanti così non si offende nessuno). Io credo che come economia e come società civile ne abbiamo persi 3,5 . Ave Cesare, morituri te salutant

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  33. Anch'io cerco la chiarezza: stanno cercando di distruggere un sistema di apprendimento, basato sulla trasmissione delle conoscenze, ovvero ciò che ha reso grande l'Europa.
    Se a scuola dico che è importante fare dell'altro e all'università erogo crediti perché uno ha fatto il boy scout sto distruggendo un sistema di apprendimento, sto dicendo che non me ne importa niente dei programmi e dei docenti, sto facendo dell'altro (socialità, lavoricchi, esperienze etc.), ma non sto più dicendo che si deve studiare. In moltissimi collaborano e lo fanno gratis: nessuno minaccia più la Siberia o l'olio di ricino, al massimo ti danno due spiccioli.

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  34. Il secondo punto riguarda l'informatica: vi sembra normale che piovano soldi per acquistare macchine da infilare in ogni classe mentre lo stato contrae le assunzioni? Normale aver abolito i registri, normale che i ragazzini inizino ad avere difficoltà a scrivere e leggere il corsivo perché le maestre non insegnano la grafia come Dio comanda?
    Normale che tutti si portino in classe i telefonini, fotografino e inviino foto durante la lezione, commettendo peraltro un reato?
    Stiamo preparando generazioni di semianalfabeti funzionali a un sistema di totale consumo, passività intellettuale e persino ridotte capacità di scrittura e comprensione.

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  35. Se avessero intuito, avrebbero letto prima Fitzgerald e poi sta in back. E avrebbero capito tutto.
    Invece, tutti a star dietro al giovane Holden. Perché fa molto radical-chic.
    E risultati si vedono...

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    1. sta in back = Steinbeck per i diversamente T9. Chiedo scusa per l'errore.

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  36. Perché l’aiuto del pubblico al privato è il male assoluto ma ciò viene dimenticato quando si tratta di istruzione?

    Il motivo è evidente e la domanda in effetti è: come tecnicamente a livello europeo questo aiuto viene consentito o tollerato?

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    1. Dovremmo interpellare in proposito la signora Vestager.

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  37. Salve a tutti. Seguo il blog da un anno ormai, non pedissequamente e senza aver fatto bene i compiti a casa, ma spero che possa valere, solo temporaneamente, il detur aliquid aetati (sebbene Celio non sia un gran buon esempio)
    Sono uno studente di 19 anni, frequento il liceo classico in Brianza e sto per affrontare la maturità; dopodiché mi aspettano tre anni di economia in Bocconi; per far diventare il triangolo un quadrato, vorrei dare la prospettiva di uno studente.
    Premesso che la riforma Gelmini ha portato non pochi peggioramenti (Storia dell'arte al classico, per esempio), la Buona Scuola ha numerosi problemi: come mi spiegano i miei amici più giovani, al liceo classico l'alternanza non ha senso, e dove c'è (forse) bisogno di un forte legame tra scuola e lavoro, come negli istituti alberghieri, gli stage organizzati bene non hanno bisogno di cambiamenti (esperienza di mio fratello).
    Condivido appieno l'idea che la scuola debba insegnare a vivere e non tanto a lavorare: scommetto che conoscere gli Aitia di Callimaco non avrá grande utilità pratica quando lavorerò, ma la lucidità del canto d'amore di Saffo o la profondità della tragedia di Sofocle non le avrei mai sacrificate in nome di qualunque professione che avrei potuto imparare in questi cinque anni (peraltro, il maggio francese del '68 scoppiò per motivi simili, ma si sa, i tempi cambiano...) La flessione nelle iscrizioni al liceo classico riflette la prospettiva che le superiori siano utili per imparare a lavorare: poi in università si scopre che nemmeno lì te lo insegnano. Qual è la differenza tra vivere e sopravvivere, se non quella che dà la cultura e la passione per essa, come dissero tanti altri prima di me, che la scuola dovrebbe coltivare negli studenti?
    Mi scuso per la lunghezza, frutto dell'inesperienza nel commentare; non sto a ripetere Cicerone, che dopo un po' stanca.
    Grazie e buona giornata a tutti.

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  38. Aver fatto il liceo classico illo tempore, tra le altre cose, ci ha insegnato la capacità di elaborare scenari ipotetici e analizzarli logicamente e criticamente. Sovente il risultato di tale fatica è quello che oggi viene etichettato come "complottismo".
    Leggere qui come molti di noi usino con disinvoltura espressioni quali "c'è un disegno che parte da lontano" indica che si sono uniti i puntini e si è giunti ad una consapevolezza, che però (forse) non si ha il coraggio di portare fino in fondo a causa delle censure che abbiamo anche noi introiettato.
    Chi ha fatto quel disegno? Perché? Qualcuno si è messo a tavolino, venti o trenta anni fa, e ha deciso di avviare un progetto di deliberata "ignorantizzazione" della popolazione?
    Probabile. Complottista, ma probabile: è uno scenario credibile se ci mettiamo a ricostruirne la storia come stiamo facendo. Inglese, Internet, Impresa; le insistenti campagne giornalistiche andate avanti per anni sugli "studi inutili"; le prese in giro continue a filosofi, musicisti, letterati, artisti; l'incensamento dei tecnici in ogni settore della vita sociale e politica; l'inutile aumento delle ore di scienze e inglese a discapito dell'italiano e della storia; l'abolizione pratica della geografia da tutte le scuole di ogni grado (materia indispensabile per decodificare il mondo, specialmente visto che oggi è tanto "villaggio globale").
    E' impossibile non vederci un disegno.
    Un disegno che non colpisce però solo le classi subalterne, il popolino che deve restare ignorante per comandarlo meglio. La verità più drammatica è che non serve più neppure una classe dirigente preparata, anzi, più quest'ultima è ignorante ed incapace di visione meglio è. Abbiamo ogni giorno sotto gli occhi esempi di una classe politica e dirigenziale di livello infimo, che brama solo denaro e ricchezze da cafoni, e ci chiediamo sbigottiti come siamo passati da Spadolini e Moro a questa gentaglia da show televisivo. E' una classe dirigente voluta per restare subalterna anch'essa, psicologicamente e culturalmente succube dei "tecnici" e dei loro diktat che devono venire applicati senza critica alcuna. In cambio, riceve specchietti e collanine.
    Cosa resta? Restano certe scuole private internazionali, università e collegi da 30 mila euro l'anno: indovinate chi ci va. E indovinate cosa sfornano? Tecnici, appunto. Non certo filosofi o pensatori, ma bravi robottini che hanno ben introiettato il mantra che tutti ci governa. 30 mila biglietti da mille l'anno per imparare stronzate, ma avere il posto assicurato nella casta alfa (per dirla alla Huxley).
    Se cerchiamo i responsabili di quel disegno che, sarò complottista, ma sono certa esista, li troviamo proprio nella casta che gestisce il mondo nuovo in cui siamo. Non so, e lo dico con la massima tristezza, se una firma per un referendum sia un'arma adatta a combatterli.

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    1. Scusa Cristina, ma il cosiddetto complottismo è del tutto inutile in questo caso, perché il disegno c'è, e sappiamo anche chi è il disegnatore. Si tratta del passaggio dalla piena occupazione alla piena occupabilità, concepito da quell'organo di indirizzo politico che è, a tutti gli effetti, l'OCSE, di cui è parte integrante un'oculata gestione del "portafoglio" delle "competenze". Non è che le cose non ci vengano dette: è che purtroppo noi siamo indietro e loro sono avanti (nel senso che sono già al medioevo, con tanto di reddito della gleba).

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  39. Ribadire con fermezza che l'educazione classica (come le tutte le altre, del resto)è l'educazione europea. Rifiutare il ruolo di facilitatori, assistenti sociali, caporali di madopera minorile. Non collaborare mai con il potere. Non sorgeranno mirabolanti scuole private: ci perderemo tutti. Andate a firmare, per favore.

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  40. Iniziativa sacrosanta.
    La rinforma mi pareva assurda già prima che fosse approvata in modo definitivo, sentendo in giro si hanno solo conferme, anche se credo che gli effetti più nefasti si renderanno evidenti una volta che sarà completamente a regime (mi riferisco soprattutto al punto 1 e 4).

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  41. L'istruzione liceale non mira all'utile immediato (ma quando mai?). Allora a che servono le equazioni di terzo grado? E il teorema di Pitagora? E chi nella vita ha avuto bisogno di conoscere il protone? E davvero ignorare poesia, storia letteraria e musicale, il pensiero di Lucrezio, la flessione di caso ci rende uomini migliori?

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  42. "Deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"

    O sterminati.

    Lo scorso 19 Maggio (ed in alcune localita' anche nei giorni precedenti) si sono svolte in Grecia molte manifestazioni (di cui non c'e' traccia sulla stampa EU per non far incazzare i Turchi, perche' la Turchia e' oggi come i Santi, scherza con i fanti ma etc. etc.) per il loro giorno della memoria.

    Memoria di che?

    Memoria del milione circa di Greci che furono vittime del genocidio operato dal nascente stato Turco (le truppe di Kemal Ataturk non si limitarono a sterminare solo gli Armeni, ma anche altre importanti minoranze presenti in Asia Minore fin dai tempi dell'Impero Romano).

    Ovviamente i Turchi non mancano a loro volta di ricordare (in occasione della loro festa nazionale) gli eccidi di mussulmani Turchi da parte delle truppe d'invasione Greche negli anni 1919-1921 (che pero' risultarono, a quel poco che si sa, molto piu' limitati e comunque non sistematici).

    https://en.wikipedia.org/wiki/Greek_genocide

    La festa del 19 Maggio (mi diceva un amico Greco) e' di recente istituzione e quest'anno e' stata anche l'occasione per ricompattare i cuori e lo spirito d'identita' nazionale.

    In tutti i filmati delle manifestazioni che mi ha 'taggato' su FB - vedi per es. sopra - mancava (e non credo sia per caso) il noto straccio azzurro col cerchio di stelle gialle che deturpa le facciate di tutti i nostri edifici pubblici.

    http://defenceline.gr/index.php/diaphora/lefaid/item/3730-lefed

    Il tentatitvo imperiale EU sta rapidamente ricreando le vecchie linee di frattura etniche che lo sviluppo economico del secondo dopoguerra aveva contribuito ad attenuare ed e' solo questione di tempo perche' l'odio etnico (alimentato dalla miseria indotta dalla deflazione) si scateni di nuovo.

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  43. "...i professori di liceo classico si indignavano (cioè ridacchiavano sussiegosi) perché Rai Tre diceva loro che B. c'aveva er conflitto di interessi."

    I.I.S. Polo Tecnico di Adria, RO: collegio di 110 docenti, n. 14 (quattordici) scioperanti, ieri - quorum ego che sono... l'osservatore, ergo 13.

    Uno dice Sono acquiescenti. No, sono incazzati, per metà in burnout (da moralità frustrata, non da stress). L'altra metà, piddina/pudina.
    Chi ha ridotto così i primi? I promotori dello sciopero (chi ha ridotto così la Germania del 1933? Von Brüning).

    Ricordo il mio primo sciopero (non parlo di IO, sono UNO - e poi allora c'era la Moratti e io ero DS/piddino: facile, così!): cadeva di lunedì, il mio giorno libero. Ho telefonato chiedendo che mi considerassero in sciopero.
    Beh, mai più, sarei tentato di dire. Ma esistono gli specchi e se mi ci guardo voglio poter reggere.

    Finiremo come nella scena finale di Fahrenheit 451, ricordate?
    Col grossissimo rischio di tornar piddini... metodologici, anche noi 14: Noi Siamo I Salvati, Quelli Che Leggono E Sanno etc.

    Peggio che dalla Dandini o da Fazio (Fabio).

    Al prossimo sciopero. Inutile.

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  44. Esperienza personale. Technical referent di una azienda informatica, soprattutto di consulenza, Nord ovest. Deindustrializzazione progressiva e sconfortante. Progetti e mercato asfittici. Concorrenza cannibalesca.
    Oltre fare il mio lavoro e cercare in tutti i modi di pagarmi lo stipendio (perché "giá grazie che te lo diamo ancora..") mi seguo formazione interna e stage di studenti delle superiori, la cosiddetta alternanza.
    Una cosa assurda, inutile quella degli stage in azienda della secondaria. Li mandano senza basi sufficienti (magari con piú didattica e lab in istituto prima.. Ma come se li togli da scuola). Noi in azienda presi da mille problemi non riusciamo a seguirli bene. In sostanza rischiano settimane di parcheggio frustrante.
    Con buona volontà cerco di assegnare loro progettini didattico-ludici per stimolare soprattutto la ricerca e la curiosità. Come minimo dai miei colleghi mi becco dell'idiota perché "non so sfruttare e formare la nuova bassa manovalanza" (della serie che secondo alcuni andrebbero utlizzati per fare dei pezzi di progetti.. Ma come?)
    Ma me ne frego, e finché potró cercheró di minimizzare i danni di questa scelta stupida cercando di insegnare coi miei limiti almeno la passione per una scienza, una materia, un campo, lasciandoli liberi di esplorare. Il resto viene da sé.
    Con affetto e stima. d

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  45. Scusate, ma quando sento parlare di piddinità nella scuola, vorrei suggerire che forse è un altro dei tanti luoghi comuni, ben pubblicizzato dalla propaganda. Se si va a vedere i dati ufficiali della rappresentatività sindacale, qui, si vede chiaramente un quadro molto più articolato. Queste le medie tra voti e deleghe:

    FLC-CGIL: 28,3 %
    CISL SCUOLA: 26,4 %
    CONFSAL SNALS: 16,5 %
    UIL SCUOLA: 14,3 %
    FEDERAZIONE GILDA UNAMS: 7,7 %
    COBAS SCUOLA: 1,6 %
    ANIEF: 1,4 %
    Altri Sindacati: < 1 %

    So che in questo blog la piddinitas è una categoria dello spirito, ma tener conto dei dati può servire a capire un mondo complesso come la scuola, fatto di tante persone che non la pensano affatto in modo omogeneo.

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    1. Infatti avevo già detto che il problema non è di per sé chi vota PD ma chi segue il penta sindacato generalmente poco combattivo e tendenzialmente asservito che fa da organo normalizzatore.

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  46. @Max, i tuoi dati suffragano l'ipotesi della piddinitas diffusa: i non europeisti stanno largamente sotto il 10%, e i non iscritti dove li collochiamo?Inoltre, se il mio istituto è un campione vagamente rappresentativo, hai un mare di iscritti che non hanno scioperato. Ripeto: metà traditi ergo sfiduciati, metà piddini e... metà boh.
    Non mi interessano le sigle, almeno non quanto gli aborti di sciopero.
    E la piddinitas non è una categoria dello spirito, ma una condizione storica. È tutto causato, fenomenico, non ontologico.

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    1. Per quanto riguarda gli scioperi, posso solo intuire perché non hanno molto successo: semplicemente perché non funzionano, compreso quello molto partecipato del 5 maggio 2015. E non funzionano perché da molto tempo questi sindacati hanno tradito i loro iscritti e sono il reggimoccolo dei governi. D'altronde, basta confrontare la reazione dei sindacati francesi alla Loi Travail con la reazione dei sindacati nostrani al Jobs Act renziano, o — per rimanere in ambito scolastico — alla legge di riforma della scuola, o anche solo a quella schifezza di concorso attualmente in essere: invece che lottare contro il governo, hanno preferito vendere corsi e corsettini, libri e libriccini per farci tanti bei soldini. Sempre a spese dei precari, cioè di gente pagata dieci mesi all'anno, se va bene: chapeau!

      Del resto, che la piddinitas sia molto diffusa in docenti dalle idee anche molto diverse, e quindi anche nei loro sindacati, è evidente: non saremmo ridotti così. Però, più che la sindrome di Etarcos del "sapere di sapere", suggerirei anche un'interpretazione alternativa: la semplice isteresi, ovvero "teoria e pratica della rana bollita".

      Faccio il mio esempio, ma credo sia lo stesso per la maggioranza dei docenti e dei cittadini di questo Paese (e così ho fatto anche coming-out: sì, insegno nella scuola superiore). Ebbene sì, vostro onore, mi dichiaro colpevole: ho capito molto tardi cosa sta succedendo, a partire dal giugno 2014, quando per puro caso qualcuno mi inviò il link a questo lungo video. (Ciò che prova l'importanza della divulgazione, tra l'altro).

      A mia discolpa vorrei dire che quando hanno cominciato a fotterci, diciamo il 13 marzo del 1979 con l'entrata in vigore del Sistema Monetario Europeo, avevo 12 anni. Poi, vuoi per l'adolescenza (in cui di solito si pensa ad altro che non a Keynes, con tutto il rispetto); vuoi la propaganda; vuoi il fatto che trovavo molto più intellettualmente stimolante la Fisica della gretta Economia; vuoi la giovanile, ingenua e malriposta fiducia nella cosiddetta 'classe dirigente', in particolare negli economisti che ci hanno ficcato nei guai... insomma: sono arrivato quasi a 50 anni, mi guardo indietro e mi accorgo che per gran parte della mia vita mi hanno fottuto (anche col mio consenso, tra l'altro).

      Per espiare, però, ora parlo coi miei studenti, come posso, anche di quel che accade, alla loro generazione e alle precedenti. E quando qualche grossa azienda tedesca viene in aula magna a spiegare quanto siano bravi, biondi e con gli occhi azzurri loro, che quindi hanno poca disoccupazione, esportano tanto e fanno tanto shopping di aziende italiane (sì, se ne sono pure vantati), io poi in classe parlo ai ragazzi della Riforma Hartz e di quanto l'euro sia funzionale esattamente agli interessi di questi grandi gruppi industriali; insomma, diciamo così, contestualizzo e incremento di molto il grado di consapevolezza dei ragazzi. E se qualcuno di loro mi parla di castacriccacoruzzionedebbitobbrutto lo prendo a calci (solo metaforicamente).

      Voglio però concludere con un messaggio di speranza. I ragazzi non sono mica scemi: le cose, se qualcuno gliele spiega, le capiscono. E questo vale anche per i loro docenti.

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    2. I sindacati hanno tradito ed i lavoratori sono diventati qualunquisti: difficile individuare il rapporto causa-effetto. Lo sciopero non funziona se si spara a salve: blocca la scuola UN MESE, diciamo maggio, e poi vediamo. Ma ci vogliono persone con i cosiddetti, sia lavoratori che sindacalisti. Ci si puo' far male? Vero, ma tirar a campare non ci salvera' comunque. Quindi, ognuno di noi si merita - come il Prof ammonisce - l'euro nonche' i collaterali.

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    3. Non è così semplice: i sindacati hanno tradito e i lavoratori sono diventati non qualunquisti, ma fragili: sia economicamente che soprattutto socialmente. Del resto, basta vedere il livore con cui sui social network e nei commenti ai quotidiani online si parla del lavoro degli insegnanti ("lavorano solo 18 ore la settimana, tre mesi di ferie all'anno, bla bla bla...). Uno sciopero di un mese, a maggio, funzionerebbe solo con un forte appoggio sociale. Quindi non funzionerebbe.

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    4. D'accordo, ma cosi' si rischia di uovogallinare tutto il discorso. I sindacati sono anche espressione della societa', cioe' le persone non scioperano ed i sindacati hanno zero potere contrattuale. La scuola, il corpo insegnante ha la posizione piu' favorevole per mostrare la realta' ai giovani ed ai loro genitori, aiutarli ad identificare cosa sia la lotta di classe e via cosi'. Who else? Ma e' stato piu' facile vivacchiare, dimenticare dell'essenzialita' della missione insita nel loro lavoro. Poi, se fermi un mese la scuola, avrai ovviamente molti contro, ma 1) potrai dire di aver tentato tutto il legalmente possibile 2) qualcuno lo convinci - perche' i fatti, le azioni, il rinunciare ad un mese di stipendio, possono muovere qualcosa. Invece e' finita a senzapalle vs. lobotomizzati.

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    5. Ascolta: è molto, molto peggio di come pensi. Innanzitutto i sindacati si sono autocastrati: parli di "tutto il legalmente possibile", ma non so se sai che oggi è illegale bloccare gli scrutini di fine anno per più di 5 giorni, perché i sindacati hanno accettato questa regola-capestro nel 1999. Risultato: autocondanna alla irrilevanza dei sindacati e della lotta dei lavoratori. Tranne che i sindacati non siano pronti a pagare la relativa sanzione nel caso di non rispetto di questa regola: mai accaduto.

      Quanto al fatto che i sindacati sono espressione della società, è senz'altro vero. Ma la società non ha una buona opinione della scuola, perché la propaganda ha lavorato a pieno regime. Ti faccio solo qualche esempio. Anche in questo post, più sopra, vedi Maurizio che parla ancora di insegnanti di Lotta Continua: ok, apprezzo l'aneddoto, ma sono passati 40 anni: oggi la scuola è molto diversa, non ha senso discuterne sulla base di quel che (talvolta) accadeva negli anni '70. Altri hanno detto altre cose interessanti: la scuola è di buona qualità (infatti i nostri studenti sono ancora apprezzati all'estero, anche se meno di un tempo) e però ti faccio notare che la propaganda dice di no: si parla di insegnanti 'incapaci' (ma se siamo incapaci come mai escono buoni studenti?) e 'fannulloni' ("Eh, signora mia: lavorano solo 18 ore la settimana e hanno 3 mesi di vacanza l'anno…": ma allora come mai, se è tutto così facile, nessuno osserva che quello dell'insegnante è uno dei lavori ad alto tasso di suicidi e ad alto rischio burn-out? Forse perché la realtà è un po' diversa dalla propaganda?).

      Tutta questa schifosa propaganda è chiaramente finalizzata a far accettare, alla società tutta, una riforma distruttiva dopo l'altra (distruttiva per la scuola e quindi per i ragazzi), basandosi su idiozie come il 'costo studente' e sproloquiando dei deludenti risultati PISA-OCSE per i nostri studenti. Ecco: Stefano Longagnani, più sopra, ha invitato i lettori a scoprire come si fa a manipolare i numeri del costo studente che si vogliono sbandierare per demolire la scuola: l'invito mi pare sia caduto nel vuoto, ma sarebbe proprio utile questo percorso di scoperta. Ne aggiungo un altro: come mai i risultati delle valutazioni PISA-OCSE sono così deludenti per l'Italia? Anche qui sarebbe molto utile avere un'idea del perchè, di come questi dati siano manipolati, perché significa capire la forza della propaganda, che ha lavorato per bene i cervelli di tutti, anche di molti acuti lettori di questo blog (absit iniuria verbis: è solo un dato di fatto. D'altronde, anch'io sono stato per lunghi anni vittima della propaganda eurista).

      Tutto ciò avviene con l'obiettivo dichiarato di foraggiare le scuole private, con investimenti diretti ma soprattutto col consueto sistema (già sperimentato con successo nella Sanità) di scassare il Pubblico per favorire interessi privati. Dimenticandosi peraltro il lieve dettaglio che in Italia le scuole private (almeno le scuole superiori) sono nettamente inferiori, per qualità, alle scuole pubbliche: sì, ci sono anche scuole private buone o anche eccellenti, ma sono poche: il grosso sono una schifezza, se non dei volgari diplomifici. Perché la gente che le frequenta, poiché paga, vuole un "titolo di studio" senza neanche dover fare la fatica di studiare.

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    6. @Max sottoscrivo tutto quello che hai detto!

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    7. Poiché questo blog è un'oasi di razionalità dove si discute a partire dai dati, perché non rimangano dubbi su questioni cruciali, col permesso del padrone di casa vorrei svelare l'arcano: come si manipolano i dati quando si parla dei risultati delle valutazioni PISA-OCSE e di 'costo standard' per studente?

      In sostanza, il trucco è lo stesso: si prendono le ciliegie, le fragole e una badilata di sterco di mucca; poi si fa una bella torta, la si dà in pasto al pubblico che dice: "Ma che schifo!" (Grazia Arcazzo). A questo punto chi ha fatto la torta può dire: "Visto? Le fragole e le ciliegie son da buttare". E tutti ad applaudire... ma la prossima torta non sarà certo con più frutta e meno sterco di mucca.

      Fuor di metafora: per quanto riguarda le rilevazioni PISA-OCSE, come prima cosa sarebbe opportuno chiedersi cosa c'entri l'OCSE con l'istruzione e con la valutazione dei sistemi educativi. Attenzione: stiamo parlando dell'OCSE, non dell'ONU, o dell'Unicef, o di qualche altra struttura con un mandato istituzionale magari vagamente correlato ai sistemi educativi. Ancora una volta, quello che viene spacciato per approccio tecnico, di una struttura sovranazionale non eletta da nessuno, non lo è affatto, ma è piuttosto un approccio politico (questa mi pare di averla già sentita: sì, è quello che il Prof. Bagnai dice della presunta indipendenza dei 'tecnici' della BCE, per esempio). La pretesa oggettività delle rilevazioni PISA-OCSE è la conseguenza della pretesa tecnicità di chi le propone. C'è quindi molto da discutere, sia nel merito che nel metodo. E infatti è stato discusso, per esempio in questa lettera di accademici di tutto il mondo, piuttosto eloquente.
      Ma facciamo finta che tutto non sia orientato semplicemente a favorire gli interessi dei privati. Vogliamo guardare i dati, per favore? I dati dicono che i risultati peggiori sono dei ragazzi degli Istituti Professionali e dei Centri di Formazione Professionale (privati): per esempio qui i risultati del 2012. Capito il trucco? Si mescolano dati disomogenei, che dicono chiaramente che la scuola pubblica statale non è affatto male (a parte gli Istituti Professionali, per motivi che sarebbe troppo lungo discutere adesso), con lo scopo di dire che va tutto male, che bisogna fare le riforme, cambiare tutto e fare come i privati, che però guarda un po' sono quelli che contribuiscono ad abbassare la media del sistema educativo italiano. D'altra parte, se qualcuno ha voglia di approfondire e dare uno sguardo alla sentina dell'istruzione in Italia, può leggersi il file PDF del Libro Nero della scuola italiana di Paolo Latella, giornalista e docente non a caso minacciato di morte. Un libro di denuncia (inascoltata) da cui si capiscono molte cose.

      [parte 1/2]

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    8. Ma la manipolazione dei dati è evidente anche per i 'costi standard' per studente, come suggerito da Stefano Longagnani più sopra. Come si fa? Solito trucco: un altro giro di ciliegie, fragole e sterco di mucca. Qui si finge di non sapere che le scuole private non hanno alcun obbligo di accettare chiunque: quindi i ragazzi problematici, o disabili, o comunque bisognosi di insegnanti di sostegno finiranno per aumentare il 'costo standard' per studente della scuola statale e non di quella privata. Siamo sicuri di volere una scuola che calpesta gli ultimi? Inoltre: l'insegnamento della religione cattolica costa circa un miliardo di euro l'anno. Non voglio qui discutere se ha senso: per me no, ma non è questo il punto: il punto è che costituisce senz'altro un costo aggiuntivo per la scuola statale. Ma c'è dell'altro: la vexata quæstio dei Livelli Essenziali di Prestazione. Traduco: se io dico di fare formazione a un miliardo di cinesi per un milione di euro, il 'costo standard' per studente è molto basso: quindi vinco l'appalto immaginario, non faccio nulla e scappo alle Isole Cayman (nomen omen). Siamo sicuri che per la collettività sia stato un affare? Sono d'accordo che esistono anche scuole private d'eccellenza, ma una lettura anche superficiale del sopracitato Libro Nero della scuola italiana dovrebbe aprire gli occhi anche ai più ingenui sostenitori delle scuole private: il grosso fornisce prestazioni assolutamente inadeguate. A 'studenti' tra l'altro non sempre reali: spesso gli 'studenti' sono solo virtuali e a fine anno passano semplicemente a ritirare il diploma dal loro diplomificio di fiducia. Ah, se qualcuno pensa che il MIUR non lo sappia, si sbaglia. Il MIUR non solo lo sa, ma si è appositamente deprivato del corpo ispettori (una settantina contro i circa 1800 inglesi, per esempio) apposta per non poter contrastare il fenomeno dei diplomifici, che tante soddisfazioni danno in campagna elettorale…

      [parte 2/2]

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    9. @Max Tuna
      Grazie! Non conoscevo il libro di Tuna, lo leggerò. Ma la mipolazione dei dati di costo è così evidente che pensavo che interessasse di più. (dato che sfrutta il mescolare pere e ciliegie e, oltre al non dover accettare i disabili costosi, pure il non dover aprire scuole in situazioni antieconomiche, come invece la scuola statale, proprio perché statale, invece fa).

      Grazie.

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    10. Il Libro Nero della scuola italiana non sarà una lettura piacevole: stomachevole, piuttosto. Tra l'altro, un semplice sguardo alle testimonianze dei docenti dimostra che la schiavitù oggi esiste: per esempio quella degli insegnanti di molte scuole private (che banalmente non vengono pagati: e chissà con quanta gioia lavorano).

      Intanto segnalo queste perle di saggezza, tratte dal sito: Le Cinque Cose che Io ho Imparato (ma chi sei tu?, verrebbe da chiedersi) di Andreas Schleicher, il boss del Programme for International Student Assessment (PISA) dell'OCSE che vuole valutare le scuole di tutto il mondo, e a cui è stata indirizzata questa lettera molto critica. In ognuna delle cinque cose che lui dice di aver imparato ci sono dettagli molto discutibili (con perlona finale per il nostro Guru).

      1) "In the global economy, the benchmark for educational success is no longer merely improvement by local or national standards, but the best performing education systems internationally." — Notare l'approccio centrato sulla sola economia. Ma la Costituzione Italiana dà un altro ruolo alla Scuola, che deve formare cittadini, non solo lavoratori: ecco perché anche la Costituzione va demolita.

      2) "Today, where you can access content on Google, where routine cognitive skills are being digitised or outsourced..." — Bravo: proprio le cause della Demenza Digitale sono presentate in modo positivo. Signori: uno che ha capito tutto.

      3) "The goal of the past was standardization and conformity; now it’s about being ingenious, about personalizing educational experiences" — Però pretende di valutare in modo standardizzato esperienze educative personalizzate di sistemi educativi diversi, in Paesi completamente diversi... Notare poi le affermazioni apodittiche, che sono di indirizzo politico, non tecniche.

      4) "The past was about delivered wisdom; the future is about user-generated wisdom. In the past, the policy focus was on the provision of education; today it’s on outcomes, shifting from looking upwards in the bureaucracy towards looking outwards to the next teacher, the next school. The past emphasized school management; now it is about leadership, with a focus on supporting, evaluating and developing teacher quality as its core, which includes coordinating the curriculum and teaching program, monitoring and evaluating teacher practice, promoting teacher professional development and supporting collaborative work cultures." — Ma scusate: chi lo ha eletto, costui? Perché ci viene a spiegare quale scuola dobbiamo avere? E perché lo stiamo ad ascoltare?

      5) "Without sufficient investment in skills people languish on the margins of society, technological progress does not translate into productivity growth, and countries can no longer compete in an increasingly knowledge-based global economy. In the long term, there is no way to stimulate our way out or to print money our way out of an economic crisis. The only sustainable way is to grow our way out, and that requires giving more people the skills to compete, collaborate and connect in ways that drive our economies and societies forward." — Ma lo vedete che il disegno è politico? Tutto appiattito sulle esigenze economiche? E coerente col disegno politico che abbiamo imparato a riconoscere in questo blog? Lo notate anche voi l'accenno allo stampare moneta (un'ossessione!) per uscire da una crisi? Vi sembra un orientamento politico keynesiano? O funzionale agli interessi di un Paese creditore? Che questo tizio sia di origini tedesche è un caso?

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    11. @Max Tuna
      Grazie! Ho due sorelle che insegnano da 30 anni nelle scuole superiori, e di anno in anno devono continuamente ridurre il programma, perche' i ragazzi non ce la fanno. Analfabetismo sostanziale dei genitori, ma anche divisioni nel corpo docente. Rimango comunque dell'idea che sono i docenti che hanno subito passivamente l'attacco ed il tradimento dei sindacati, avevano tutti gli strumenti, incluso i luoghi, per capire e bloccare gli obbrobri come il divieto del blocco degli scrutini. Per quieto vivere, come il 99% di noi, ha lasciato perdere. Si sono comportati da impiegatucci, adesso li trattano come tali. Per esser chiaro, non critico nessuno, quasi sicuramente anch'io allora mi sarei adeguato. Ma adesso non darei la colpa a nessun altro.

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  47. Ad Alberto e a tutti voi voglio solo dire: grazie.

    Ho avuto a che fare con l'alternanza scuola-lavoro per mio figlio. Anche se dirigenti, professori, studenti e famiglie si impegnano alla fine si tratta di una colossale assurdità. O qualcosa di peggio, come avete perfettamente descritto. Firmiamo.

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    1. La logica e' questa. Dove c'e' (ora, 15 fa era diverso) la piena occupazione? Risposta: in Germania.
      E cosa ha la germania che noi non abbiamo?
      Risposta: l'alternanza scuola lavoro. (I danni di un cambio fisso per noi sopravvalutato e per la germania sottovalutato non sfiora neppure lontanamente le menti piddine).
      Ed eccoci fregati.

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    2. @Orazio... Hanno anche una scuola "classista" per cui, semplificando, se i tuoi voti non sono buoni in terza media non potrai fare l'università. Quindi stiamo molto attenti!

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  48. Esperienza personale presso liceo linguistico di una città del nord ovest: studenti già fragili, spesso superficiali, talvolta intelligenti, ora quasi totalmente compromessi e storditi dall'alternanza scuola lavoro, non sapranno nulla se non gli obiettivi minimi, sono stati mandati in hotel a svolgere mansioni inutili solo per far recepire alla scuola i fondi in tempo. Il DS ha applicato alla lettera la legge 107, la scuola deve preparare al lavoro non alla vita, da qui tutta una serie di progetti sostanzialmente inutili.
    Chi boicotta, tra gli studenti, viene ripreso, il bello è che i responsabili sembrano in buona fede e del tutto convinti delle procedure.
    PS: insegno filosofia e storia, ho inoltrato domanda di trasferimento (asilo) in licei classico e scientifico non illudendomi. Perdonate se sono stata telegrafica.

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  49. Seguendo questo blog ho imparato a rifiutare la logica dell'appartenenza. Salvo approfondire, a naso direi che è un'iniziativa a tutela immediata dei nostri figli e mediata della nostra democrazia. La provenienza da area ontologiamente affetta da piddiniitas non mi dissuaderà dal sostenerla.

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  50. Che dire, Professore! Ogni volta che pubblicate qualcosa è come assistere a un meraviglioso fuoco pirotecnico, a un'aurora boreale che, in quanto evento naturale, è ancora meglio. Sicuramente, la Sua è una "buona scuola", una scuola dove l'apprendimento di ciò che ha detto il maestro ma soprattutto di ciò che dirà, è desiderato dall'allievo. L'allievo deve desiderare di imparare. Grazie a Lei, grazie a tutti Voi che partecipate come me a questa scuola quotidianamente.

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  51. Accolgo volentieri la chiamata alle armi del maestro, anche se sono in parte in disaccordo sul punto 1 (ovvero a favore di maggiori finanziamenti alla scuola pubblica senza ridurre quelli alle private), in quanto ritengo il punto 3 assorbente rispetto al resto: l'alternanza scuola lavoro è una cagata pazzesca (cit.) come mi conferma un insider (vabbé, un prof…).

    P.s.: mo' però lo faccio incazzà il maestro… L'austerità, a prescindere dal nome usato per definirla, non l'hanno praticata per primi, restando all'Italia unita, i padri (pedofili) della Patria? Sto parlando ovviamente della Destra Storica. Non conosco - e non so se ce ne sono - le statistiche sull'andamento della quota salari sul PIL nell'Italia postunitaria MA il fatto di essere riusciti nell'impresa di trasformare, per la prima volta in 2.500 anni (e spicci) di storia, l'Italia meridionale da terra di IMmigrazione in terra di Emigrazione qualcosa dovrebbe pur dire… oltre, si intende, all'indubbio successo misurato dall'indice padoaschioppiano della durezzadelvivere (altrui)...

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    1. Mussolini avrà il copyright sul nome ma in effetti Quintino Sella non ha fatto mancare nulla.

      Condivido anche lo scetticismo di Marco sull'iniziativa (ma la considererò).
      Ok, stanno chiedendo di abrogare una legge sbagliata, ma aiutare chi è in difetto di logica e incapace di analisi sociale (e politica ed economica) temo sarà inutile.
      Sono egoisti che considerano gli altri solo quando devono accorrere in loro aiuto. Su questo si può pure chiudere un occhio dal momento che poi eventuali miglioramenti nell'istruzione avrebbero ricadute positive su tutti, ma è giusto chiudere anche l'altro occhio sulla loro saccente stupidità?
      Sono inutili (e "quindi dannosi") perché se non capiscono quali sono le cause (euro, banche indipendenti, ecc) ma anzi continuano a sostenerle, non scomparirà il sintomo (peggioramento dell'istruzione)
      E poi cosa insegneranno ai vostri (io non ne ho) figli? Il piddinismo?

      Il caso è diverso, ma l'altra sera ho sentito Salvini da Vespa: è riuscito ad elogiare le politiche di Reagan che a suo dire avrebbero fatto ripartire l'economia e a distanza di due minuti a nominare Bagnai come economista di riferimento della Lega (in modo da far intendere che si ispirano a lei per la flat tax). E a dire molte altre sciocchezze che non vale neppure la pena di ripetere.
      Neppure sull'uscita dall'euro l'ho sentito così determinato, limitandosi ad auspicare un'uscita concordata, ma se la "concordanza" con gli altri paesi non si raggiungerà, cosa farà (ammesso che diventi premier)? Come Tsipras?
      Salvini l'ho votato, ma comincio a essere stanca di appoggiare/aiutare gente che per una cosa giusta che promette ne fa altre 10 sbagliate. Persone che si ricordano di noi solo nel momento del (loro) bisogno.
      Salvini è stato veramente di qualche utilità nell'apertura del dibattito sull'euro? I leghisti che conosco non hanno affatto recepito il messaggio e parlano solo di ruspe. Gli euristi hanno gioco facile a bollare l'uscita come leghista/populista/fascista.
      Cosa aspettarsi da insegnanti (!) che non hanno ancora capito un cazzo?
      E allora, niente per niente, perché sputtanarsi?



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    2. @ SILVIA . Hai ragione da vendere. Salvini non l'ho votato
      (ho votato per Claudio Borghi), ma mi sono meravigliato che non ha nominato la Thatcher che era notoriamente contro la UE e contro la moneta unica e aveva forti riserve sulla Germania. Sarebbe stato un ottimo aggancio per parlare della BREXIT.

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  52. ....sento la mancanza di Martinet.

    Maestro Sith,torni con noi,senza Lei la battaglia contro il piddinume imperante si fa più ardua.

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  53. La musica è la stessa anche nella scuola elementare (o "primaria", come viene chiamata da qualche anno). Avanza la burocratizzazione del lavoro degli insegnanti imposta da MIUR sulla base di "raccomandazioni" dell'UE; i contenuti e la didattica sono ridotti all'osso e questo insegnamento svilito e svuotato viene spacciato come "pragmatizzazione" dell'apprendimento, per cui ora si pretende di valutare, sulla base di uno schema in lingua euroburocratese, le cosiddette "competenze" degli alunni, tra cui, incredibile a dirsi, si trova roba come - cito - "spirito d'iniziativa e imprenditorialità". Alle elementari.

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  54. Tutto ciò che contribuisce a scardinare le leggi e le norme oscene sulla scuola (da Berlinguer alla Gelmini e alla Giannini) è utile e va sostenuto con forza. La consapevolezza dei docenti, circa la manipolazione della quale sono spesso vittime, è un processo che richiede tempo, e noi di tempo, temo, ne abbiamo ancora poco a disposizione, prima di sprofondare. Ma le crepe nei muri del Palazzo stanno crescendo (banche e bail in) e il crollo potrebbe essere più vicino di quanto riusciamo oggi a immaginare.
    Nei giorni scorsi ho avuto diverse conferme di questo disagio profondo e della consapevolezza crescente, anche da persone finora diffidenti e ostili per incrostazioni piddine. E il libro del Prof. Bagnai sta girando tra amici e conoscenti, un tempo indifferenti.
    Condivido le considerazioni di @Silvia in merito alla carenza di offerta politica. Sì, è vero. Il panorama politico odierno, dai grillini alla Lega, escluse le singole personalità di rilievo (Claudio Borghi della Lega, Marco Zanni dei 5S, Marco Rizzo del Partito Comunista), non riesce a rappresentare il bisogno, la necessità, direi l' urgenza del cambiamento radicale di cui l' Italia ha bisogno. Poi si stanno organizzando altre formazioni, come questa di Rinaldi, Mori e c.(http://scenarieconomici.it/alternativa-per-litalia-ecco-le-prime-linee-guida/).
    Urge un cambiamento di linguaggio, di lettura e di comprensione dei meccanismi economici e politici che ci stanno annientando e lo sviluppo delle proposte di uscita dalle sabbie mobili dell'UE e della fallimentare moneta unica.
    Oggettivamente, dobbiamo riconoscere che questa offerta politica oggi è molto debole. E siccome lorsignori sono libbberisti, pensano che a Libberopoly sia, come sempre, l' offerta che genera la domanda. Quindi, mancando la prima, la seconda non potrà mai svilupparsi.
    Noi però siamo convinti che la domanda politica emergerà potente e dirompente dalle prossime scadenze e nel referendum costituzionale di ottobre. Credo che il nostro dovere sia quello di contribuire ad ingrossare i canali politici oggi asciutti del recupero della sovranità dello Stato, economica, monetaria, democratica, territoriale, canali entro i quali la corrente della consapevolezza crescente e del cambiamento radicale (non quello finto ed ipocrita presente su piazza), potrà diventare un fiume grande e impetuoso. Per questo occorre il nostro impegno e la nostra passione, grazie al contributo di conoscenza e di insegnamento del Prof. Bagnai, che non ci stancheremo mai di ringraziare (con la donazione ad a/simmetrie e con il 5 per mille). Grazie a tutti voi.

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  55. PARTE 1
    Intanto un grazie di cuore al nostro ospite per il bellissimo post. Le conseguenze ecomoniche di Wiston Churchill sono una lettura appassionante e, concordo totalmente col prof., Keynes anche con la penna ci sapeva fare. Almeno a me certe sue pagine danno lo stesso piacere che mi da la lettura di Platone, e non solo per ragioni letterarie. Segnalo, per i diversamente europei (fra cui mi annovero anch'io, visto che una certa pratica della lingua di Goethe può darmi al massimo la magra consolazione di constatare nel loro originale le conseguenze economiche di Angela Merkel), che il testo è ottimamente tradotto da Silvia Bova in J.M.Keynes, Esortazioni e profezie, Milano, Saggiatore, 1968 ristampato nel 2011 con una bella prefazione di E. Brancaccio. Intervengo per provare a ricondurre la discussione al cuore della questione sollevata dal prof. Insegno filosofia e storia nel cuore di piddnia (per anni Liceo Classico e ora Scientifico). Il disegno è evidente, la raccolta firme da sostenere, nel caso in cui si arriverà al referendum per l'abolizione della Legge 107 il mio voto, anche se non tutti i punti mi convincono allo stesso modo, è assicurato. Però... c'è un però grosso come un transatlantico e non è solo legato alla questione del raggiungimento del quorum. Il problema della scuola, o forse meglio il problema dell'insegnamento, non può essere affrontato solo da un punto di vista astrattamente politico. Sopratutto da chi fa il nostro mestiere. Certo è importante sviluppare una seria critica alla scuola delle troppe controriforme e pensare in termini generali le possibili alternative. Ma non credo che le energie migliori di chi lavora tutti i giorni nelle aule debbano essere dedicate principalmente a questo tipo di problemi. Provo a spiegarmi. Concentrandoci sul "sistema" rischiamo di perdere di vista il fatto che, in qualità di insegnanti o meglio - oso proferire la parola - in qualita di maestri, possiamo fare molto di più, anche dentro la cornice di questa pessima "buona" scuola, per stimolare pensiero critico e libertà di giudizio. Su questo, nonostante il mantra dello "stimolare il pensiero critico" sia divenuto una specie di rumore di fondo delle nostre riunioni (o forse chissà proprio per questo), c'è davvero ancora molto da fare. Non sono certo un sostenitore della inferiorità del nostro sistema educativo, ma ho vissuto a lungo in Germania e conosco abbastanza bene la scuola francese e c'è almeno un aspetto fondamentale in cui il confronto risulta assai utile. C'è qualcosa di ancora più grave di quella riduzione del tempo scuola che l'alternanza scuola-lavoro impone, ed è il fatto che siamo spinti sempre di più verso un tipo di insegnamento che rischia di fomentare nei nostri alunni quella "fruizione passiva" che è - secondo me - il peccato capitale dell'insegnante. Avere in aula i nostri alunni per 200 ottime ore in più non serve a nulla se poi non riusciamo a farli pensare. Attenzione: "farli pensare" non significa affatto "farli pensare come noi".

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  56. PARTE 2
    Provare a stimolare una vera libertà di giudizio utilizzando i testi di Platone, Aristotele, Hegel o quelli di Marx, Keynes e Kaldor divora una enorme quantità di tempo e non saranno certo le ore recuperate all'alternanza a fornircelo. Confessiamo che il tempo ci mancava anche quando l'alternanza non c'era, semplicemente perché siamo schiavi della mitologica completezza del programma. È su questo che credo dovremmo concentrarci. Si tratta di lasciare che i nostri alunni analizzano, discutono, fraintendano, si correggano da soli. Che imparino con l'esercizio il rigore dell'argomentare e il piacere di avere torto in una discussione. Questa è una cosa molto diversa dall'insegnare in pillole anche le verità più sacrosante ed è una cosa che possiamo mettere in atto anche nel quadro di questa scuola, senza attendere altre controriforme. Per rimanere alle questioni economiche che ho fatto diventare parte integrante del mio programma di storia, se racconto alla mia classe come stanno le cose sul rapporto fra deflazione e politiche economiche del fascismo certo sono a posto sia con la scienza storica che con quella economica e sono pure a posto con la mia coscienza; ma non faccio una operazione molto diversa dall'indottrinamento. Altra cosa è proporre, ad esempio, la lettura, il commento e la discussione in classe dell'articolo di Clara Elisabetta Mattei sulle politiche economiche deflazionistiche del fascismo che questo blog ci ha fatto conoscere. Io l'ho fatto tradurre ai miei alunni migliori e poi ne abbiamo letto ampie porzioni in classe. Discutendo abbiamo dovuto chiarire, ad esempio, cos'è, com'è strutturata e come si legge la bilancia dei pagamenti e molte altre cose di questo tipo (dai documenti del FMI sulla Grecia a qualche passaggio di Anschluss di Vladimiro Giacché e persino, ma quasi in maniera carbonara, qualche pagina de Il tramonto dell'Euro). Il chiarimento di questi aspetti l'ho naturalmente affidato agli alunni che a turno si sono incaricati di approfondire e relazionare. C'è bisogno che dica quante ore sono state necessarie per portare a termine questo lavoro? La completezza del programma di storia è andata a farsi benedire. Ho dovuto tagliare molte cose belle e istruttive per lasciare che i miei alunni imparassero a pensare. La stessa cosa vale ovviamente per la lettura del Teeteto platonico o della Introduzione alla Fenomenologia dello spirito. E per sovrappiù c'è anche da mettere in conto che alcuni di quelli che hanno imparato a pensare con la propria testa, a differenza di chi è stato solo indottrinato, finiscano per non essere d'accordo con noi o peggio che utilizzino le capacità critiche che abbiamo faticosamente insegnato per i loro scopi... magari finendo a lavorare per la BCE o per il Parlamento Europeo. Ma questi sono i crucci di ogni maestro e non c'è modo di liberarsene a buon mercato.

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  57. Il tema della scuola mi è particolarmente doloroso, visto che ho un padre piddino insegnante alle superiori (che, in quanto piddino, è tetragono non solo ai colpi della sfortuna ma pure a quelli della realtà: gli mancavano 6 mesi alla pensione, grazie a Monti se ne è trovato 6 in più sul groppone, di anni però: immagino lo consideri un sacrificio per la patria) e un figlio di tre anni, pensando al quale la domanda più angosciosa che mi tocca fare non è "Che mondo lasceremo ai nostri figli?" ma "A quali figli lasceremo il mondo?"

    Con questa terribile domanda si chiude il bellissimo pamphlet "L'insegnamento dell'ignoranza" di Jean-Claude Michéa, filosofo francese già citato sul blog nonché insegnante di filosofia in una scuola francese.

    Il titolo del libro dice tutto sulle riforme (nel senso di "ti riformo i connotati", Buffagni copyright) ormai trentennali della Scuola, il cui scopo è, appunto, NON educare, ovvero educare a NON saper fare e soprattutto a NON saper pensare, in ciò riuscendo a essere, in effetti e finalmente, perfettamente omogenea e funzionale al mondo del lavoro che ci aspetta: alle soglie della seconda grande rivoluzione industriale, in cui le macchine, che avevano avevano sostituito le braccia dell'uomo nella prima, ora si apprestano a sostituirne la mente (informatizzazione + robotizzazione), la maggior parte della gente non avrà, semplicemente, un lavoro. La cosa potrebbe parbleu! indispettire. Per cui:

    "Per progresso dell'ignoranza" si intende non tanto la scomparsa dei saperi indispensabili nell'accezione in cui è solitamente deplorata (e spesso a giusto titolo), quanto il declino sistematico dell'intelligenza critica, cioè di quell'attitudine fondamentale dell'uomo a capire sia in che mondo gli è capitato di vivere, sia a partire da quali condizioni la rivolta contro un tale mondo è una necessità morale. Questi due aspetti non sono completamente indipendenti, nella misura in cui l'esercizio del giudizio critico richiede delle basi culturali minime, a cominciare dalla capacità di argomentare e dalla padronanza di quelle esigenze linguistiche elementari che ogni "nova lingua" ha precisamente il compito di distruggere. Ciononostante è necessario distinguerle, perché l'esperienza quotidiana ci insegna che un individuo può sapere tutto e non comprendere niente" (pagina 13 - e una prece per i piddini, le Guardie Rosse del Capitale, come li chiama Michea).

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  58. "Fu così che, ad esempio, nel settembre del 1995 - sotto l'egida della Fondazione Gorbaciov - 'cinquecento fra uomini e politici, leader dell'economia e scienziati di primo piano', che costituivano, ai loro stessi occhi, l'élite del mondo, dovettero riunirsi all'Hotel Fairmont di San Francisco per confrontare le proprie vedute sul destino della nuova civiltà. […] l'assemblea cominciò con il riconoscere - come un'evidenza che non merita nemmeno di essere messa in discussione - che 'nel secolo a venire, i due decimi della popolazione attiva sarebbero stati sufficienti per coprire l'attività dell'economia mondiale'. Su delle basi così franche, il principale problema politico che il sistema capitalistico avrebbe dovuto affrontare nel corso dei decenni successivi fu quindi formulato in tutto il suo rigore: come sarebbe stato possibile per l'élite mondiale mantenere la governabilità dell'ottanta per cento dell'umanità in eccedenza, la cui inutilità era stata programmata dalla logica liberale?

    La soluzione che alla fine del dibattito s'impose come la più ragionevole fu quella proposta da Zbigniew Brzezinski con il nome di TITTYTAINMENT. Questa parola contenitore voleva semplicemente definire 'un cocktail di divertimento avvilente e alimentazione sufficiente, capaci di mantenere di buon umore la popolazione frustrata del pianeta.' Quest'analisi, cinica e sprezzante, ha evidentemente il vantaggio di definire con la massima chiarezza il programma che le élites mondiali assegnano alla scuola del XXI secolo." pagg. 39-41.

    Da ciò Michéa individua tre tipologia di scuole per il prossimo futuro
    1 - i poli di eccellenza
    2 - le scuole che dovranno trasmettere le competenze tecniche medie, ovvero i saperi usa e getta per i quali l'informatizzazione la farà da padrone (leggasi insegnamento multimediale)
    3 - la scuola di massa, per i più numerosi: coloro che sono stati destinati dal sistema a restare senza lavoro, o a essere impiegati in modo precario e flessibile - in stile McDonald's: "è qui che il tittytaniment dovrà trovare il suo campo d'azione. È chiaro, infatti, che la costosa trasmissione dei saperi reali - e, a maggior ragione, critici - così come l'apprendimento dei comportamenti civici elementari, o anche, semplicemente, l'incoraggiamento alla rettitudine e all'onestà, non offrono nessun interesse per il sistema, e possono anche rappresentare, in alcune circostanze politiche, una minaccia per la sicurezza. È evidentemente per questa scuola di massa che l'ignoranza dovrà essere insegnata in tutti i modi concepibili." pagg 41-45

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    1. TITTYTAINMENT in neolingua PANEM ET CIRCENSES. In più su consiglio dell'OMS una educazione sessuale "olistica" per completare il quadro. Un documento allucinante che trovate in pdf googlando "educazione sessuale oms". Materia che secondo gli esperti OMS è auspicabile che cominci ad essere insegnata prima dei 4 anni, accompagnare l'allievo per tutto l'iter scolastico, essere obbligatoria e materia di esame (pag. 14). Il tutto per ottemperare ai DIRITTI SESSUALI. Del bambino. Pagina 19.
      Nella neolingua: CITTADINANZA INTIMA = diritto di un minorenne di compiere atti sessuali con un altro minorenne. Ah, devono essere anche predisposti luoghi idonei per lo scopo. Un bel bordello! No, non i luoghi preposti, ma la scuola che ci prospettano, intendevo!

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  59. A proposito di " buona scuola" proprio oggi sono a venuto a conoscenza di come è cambiata la normativa nazionale per l'acquisto dei libri di testo per la scuola primaria.
    I librai della città devono fare a gara per accaparrarsi l'unico punto di ritiro dei libri, cioè tutti gli studenti devono necessariamente recarsi in un'unica cartolibreria vincitrice dell'appalto.

    Tutto normale?

    Non credo proprio.

    Invece di mettere in concorrenza le case editrici, come è sempre stato, in modo da uscire con un testo valido, mettono in concorrenza le piccole librerie, il cui margine di guadagno sui libri di testo è già vicino allo zero, così sarà sicuramente zerovirgola.

    Grande è sempre più bello e il piccolo deve soccombere.


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  60. Guerra tra poveri:

    Da alcuni anni nelle scuole italiane lenore di lezione sono 5 da lunedì a mercoledì e 4 da giovedì a sabato. Il tutto per ridurre assunzioni. E nessuno, tranne i docenti, ha fiatato.

    Genitore: "voi docenti prendete stipendio anche in estate senza fare un c. e adesso vi hanno anche ridotto ore settimanali"

    Docente: "guardi che il nostro stipendio (scaduto e bloccato) è calcolato monte ore annuale... e le nostre ore di lavoro settimanali sono rimaste sempre le stesse. È a sua figlio che hanno ridotto le ore di lezione!... co****ne!!"

    Ecco, questo è il livello della discussione tra il "parco buoi"...

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  61. Ah poi, naturalmente, i referendum andrebbero evitati perché fanno tanto male alla democrazia...

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  62. Se a tutte le considerazioni esposte dal Prof. si aggiungono fattori come l'automazione crescente (e' interessante leggere The rise of the robots) -- in Cina, e non solo ovviamente, sempre piu' operai vengono sostituti da robots -- l'arrivo di tanti nuovi potenziali schiavi e fattori demografici che stanno trasformando persino societa' iperconsumatrici come gli USA, c'e' poco da stare allegri.

    Dulcis in fundo le Costituzioni le modificano le Boschi, con l'appoggio entusiasta di Verdini & C, in quanto la vecchia era inadeguata al brave new world di Juncker & Obama & Clinton.

    Ah, dimenticavo: che aspettarsi di meglio se il regno del male adesso decide anche il voto popolare per via postale, e sono sicuro che qualche piccolo broglietto ci scappera' anche il 23 Giugno, tanto per dare un contentino a Goldman S. & Mark Coooooooooney. La mia previsione e' che vincera' il Bremain per ....i soliti 30K voti per corrispondenza (tutti provenienti da Cayman).

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  63. In realtà la situazione del settore scuola (a livello ocse l'Italia è fanalino di coda nella spesa in istruzione, meno del 4,5% del pil) è ancora più disastrosa di quello che si dice in giro.
    Quest'anno i precari supplenti non annuali sono stati pagati con oltre due mesi di ritardo.
    Il settore amministrazione scuola (le cosidette "segreterie", fino agli ambiti territoriali centrali dello stato) sono in fortissima difficoltà a causa dei continui e incessanti tagli di organico.
    La riforma va a piè spinto verso un'idea completamente immaginaria di merito che a conti fatti si rivelerà completamente fallimentare.
    I contratti poi sono bloccati da oltre 6 anni e quel poco di risorse sono state già tutte impegnate per darle ad una parte dei lavoratori (i famosi 500 euro), lasciando a bocca asciutta tutti gli altri.
    Di base poi il MIUR è retto da persone totalmente incompetenti che ne combinano di tutti i colori...un'orgia di adempimenti, leggi, provvedimenti inutili, dannosi, superflui..formazione inesistente, si naviga a vista.

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