(...qui il podcast...)
La prima precisazione è che questa precisazione viene data a caldo perché non ho alcuna intenzione di essere tiepido. La fine dei tiepidi è spiegata in Ap. 3, 16 e non sarà la mia.
La seconda precisazione è che a me interessa mantenere rapporti cordiali con tutti e non vedo perché non dovrei mantenerne con Giorgio Zanchini, che è persona cortese e disposta all'ascolto, e mi ha invitato nella sua trasmissione. È interesse di tutti, ma soprattutto mio, mantenere rapporti cordiali proprio perché le cose andranno come dico io, e quindi io in particolare non ho alcun motivo per inasprirmi né mi sono inasprito (e appunto non vorrei sembrasse così). Insomma, dico a me stesso quello che ho detto a tanti politici: "Ma perché non ti dai una calmata, ora che il mondo sta andando dove tu dicevi che sarebbe andato?" E infatti sono calmo, tanto che qualcuno se ne stupisce (senza motivo).
Terza precisazione: è lievemente impreciso dire che la critica alla costruzione europea sia una "mia" tesi. La frase "è cresciuto il dibattito attorno alle sue tesi", pronunciata da Zanchini credo con l'ottima intenzione di presentarmi a un pubblico che non necessariamente mi conosce, e penso anche con la lusinghiera intenzione di sottolineare che in qualche modo sono stato mio malgrado un precursore, necessita però pro veritate di una piccola chiosa. Essa è perfettamente sensata se per "sue" si intende "quelle che lei [cioè io] ha portato nel dibattito". Viceversa, avrebbe molto meno senso se con "sue" si intendesse "quelle che lei ha elaborato", perché, come qui (e ormai in Italia) tutti sanno, non mi sono inventato nulla, il fallimento dell'euro era annunciato, e, come ho ricordato in trasmissione, non esiste alcun lavoro scientifico che ne abbia mai suggerito ex ante l'opportunità, tranne uno finanziato dalla Commissione Europea, dal quale i due principali autori ancora viventi si sono dissociati. In particolare, Jean Pisani-Ferry (menzionato a p. 6 dello studio come uno degli autori) si è dissociato qui dall'idea esposta a p. 24 dello studio, secondo cui col passaggio alla moneta unica non ci sarebbero più state crisi di bilancia dei pagamenti fra paesi membri (insomma, l'idea un po' scema che i tedeschi avrebbero rivoluto indietro dai greci le dracme, ma non gli euro!), mentre Daniel Gros (menzionato anche lui a p. 6 fra gli autori dello studio) se è dissociato qui dall'assunto principale dello studio, ovvero che per un mercato unico ci volesse una moneta unica (One market, one money).
Quindi: non solo la critica all'Europa non è un mio trade mark, ma addirittura la propaganda preventiva all'euro si è talmente usurata alla prova dei fatti che chi l'ha perpetrata oggi giustamente prende le distanze. Voglio sottolineare che cambiare idea quando i fatti lo impongono è prova di maturità e quindi non intendo che il mio sottolineare certi voltafaccia venga preso necessariamente come critica: potrebbe anzi essere letto come un elogio per gli esimi colleghi che hanno avuto il coraggio di arrendersi all'evidenza. Va anche detto che la fallacia logica dei loro argomenti era stata portata alla loro attenzione ex ante, ad esempio qui, ma lasciamo perdere...
La quarta precisazione riguarda un punto essenziale. Quando ho affermato che "più che sulle cifre che vengono date a casaccio, svalutazioni del 50%, roba che non è nella letteratura scientifica, ci dovremmo interrogare su quale era il significato politico, magari anche giusto, di questo progetto, quando è stato lanciato, e su come sono mutate le condizioni politiche da allora", non intendevo però dire che "gli scenari sono difficilissimi da prevedere" (frase con la quale Zanchini ha riassunto il mio pensiero, suppongo per esigenze di sintesi), e infatti non l'ho detto (cosa che avrei fatto, se invece avessi avuto intenzione di dirlo), né tantomeno intendevo avallare le astruse e del tutto minoritarie (nel dibattito scientifico) tesi del mio interlocutore Lippi secondo cui l'Italia non trarrebbe benefici da un riallineamento del cambio e più in generale da una profonda revisione dell'assetto europeo. Intendevo dire quello che ho detto, cioè che nel dibattito vengono date cifre a casaccio, e che (a questo punto purtroppo devo sottolinearlo), il servizio pubblico dà loro molto spazio, senza adeguato contraddittorio. Nè è prova il fatto che Prodi ha potuto parlare di svalutazione del 50% in caso di uscita (al minuto 9:10 del podcast) quando nessuno (nes-su-no) studio scientifico, nemmeno quelli della Commissione Europea, avalla stime così catastrofiche, come ho chiarito documenti alla mano qui.
Tuttavia su un punto ha pienamente ragione Zanchini: lui non mi ha attribuito la frase che uscire fosse impossibile, come ho sbrigativamente riportato in questo tweet (e qui sono stato troppo sintetico io, e quindi me ne scuso):
Mi ha però attribuito l'idea che sia difficilissimo (non impossibile) prevedere cosa accadrà ("gli scenari in caso di uscita sono difficilissimi da prevedere"). Ora, io non ho detto questo: ho detto che nel dibattito vengono dati numeri a caso con l'acquiescenza dei media - il che, implicitamente, rende difficile per il pubblico farsi un'idea di quale sia lo scenario corretto. Non l'ho detto e non lo penso (ma di questo parlerò in altra sede). Peraltro, qui il problema non è quanto costerebbe un dollaro dopo l'uscita (probabilmente di meno), ma è un problema di democrazia, inavvertitamente messo in evidenza dai miei interlocutori: lo scopo dell'euro era costringere gli italiani a fare quello che non volevano fare. Posto anche che ciò cui li si voleva costringere fosse stata la cosa giusta (ma i risultati provano il contrario), costringere un corpo elettorale a fare cose che non vuole a casa mia si chiama fascismo.
L'ho detto nel 2011, e lo ripeto nel 2017, dopo che la vicenda greca ha chiarito cosa intendo a chi poteva capirlo.
Concludo con una osservazione, la solita: non dipende da noi.
Il sistema è insostenibile e quindi crollerà: potrebbe crollare in Francia, visto che lì ci sono politici in grado di far capire nei dibattiti televisivi quello che illustri colleghi esperti di tutt'altro non capiscono nei loro studi, ovvero che l'euro favorisce la divergenza, non la convergenza, fra i paesi membri.
A quel punto, se dovesse succedere, con che spirito prenderemmo le necessarie misure? Le prenderemmo, temo, sotto la spinta di un'opinione pubblica terrorizzata da scenari del tutto fasulli, diffusi dai media senza reale contraddittorio e senza possibilità di vaglio critico.
Ai giornalisti tutti vorrei evidenziare, col massimo rispetto e con la massima comprensione per le difficoltà oggettive nelle quali capisco che possano trovarsi, la grande responsabilità che si prendono con questo modus operandi. Aggiungo anche che questa responsabilità è direttamente proporzionale alla loro credibilità, e che a furia di raccontare, o lasciar raccontare, baggianate, i media questa credibilità la stanno perdendo. A me, come ho detto più volte, questo non rassicura, perché se da un lato implica che i vari "progetti paura" sono sempre meno efficaci, dall'altro implica che nei momenti cruciali i cittadini saranno privi di punti di riferimento attendibili, perché avranno ormai interiorizzato una radicale diffidenza verso chi gli ha preannunciato catastrofi dopo la Brexit, come del resto, prima, gli aveva preannunciato un Eden dentro l'euro.
(...ci sarebbero molte altre rettifiche da fare, ma sono superflue per voi, e inutili per chi ha sentito lievi imprecisioni in radio. Ho da fare...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
martedì 21 marzo 2017
La medicina non è una scienza
Reduce da un duplice prelievo (una mora mi ha sfilato 117 euro, e un'altra mora mi ha sfilato 117 gocce di sangue), rifletto sulla caducità delle cose umane, e su quanto vacui siano certi rituali. A che prò farsi le analisi? Non mi riferisco al fatto che il risultato già lo so: colesterolo LDL verso l'infinito e oltre, acido urico probabilmente sotto i 9 grammi per litro (ormai sono allopurinolodipendente), omeocisteina meglio non saperlo, il resto chi se ne frega. No, mi riferisco a qualcosa di più radicale, che ho appreso, con una certa costernazione, a margine di un dotto seminario tenutosi sotto le volte affrescate di un prestigioso istituto romano. Il gentile ospite aveva proposto a un'eletta platea di persone che la pensano più o meno allo stesso modo di dibattere (ma perché dibattere se la si pensa allo stesso modo?) sull'economia, e nella sua relazione introduttiva veniva posto un tema che a voi sembrerà stantio (vabbè, ve la dico tutta: c'erano anche i famosi 60 miliardi de Lacoruzzzzzzione, all'ordine del giorno...), ma che ritorna con la petulante regolarità di una stagione poco amata: "gli economisti hanno fallito le loro previsioni"...
Il seminario, per fortuna, aveva preso da subito un'altra piega: si era parlato di altro, cioè, sostanzialmente, di tutto quello che trovate qui. Mi dicono che non devo dire "ve lo avevo detto", perché altrimenti risulto antipatico. Ma chi mi rivolge questa assennata esortazione, alla quale io rispondo con garbato apprezzamento, forse ignora due elementi importanti.
Il primo è che a me non interessa il consenso. Non è mio obiettivo essere simpatico a tutti: preferisco esserlo ai migliori. Il mio rifiuto esplicito del facile consenso è al tempo stesso la migliore garanzia di credibilità (sto semplicemente enunciando fatti, non cerco di blandire nessuno), e, paradossalmente, il miglior modo per ottenere quella adesione emotiva un po' bovina, quell'ammmmmmmoooooorrrreeeeee che molti di voi mi manifestano (sappiate che io comunque il pio bove lo amo...). Sì, insomma, per dirla in soldoni: fare lo stronzo buca lo schermo, ed è meglio essere antipatici che passare indifferenti (naturalmente cum grano salis). Quando mi servirà il consenso, vi dimostrerò che so ottenerlo. Ricordate quando dicevate che non sarei mai andato in televisione? Che non avrei mai scritto sui giornali? O che su Twitter non avrei avuto seguito perché sono troppo prolisso? Ecco, rilassatevi: non sono fatti vostri, e comunque il problema non si pone...
Il secondo motivo, meno soggettivo del primo, è che quando rivendico l'efficacia delle mie previsioni non lo faccio (solo) per (un benedetto e santo) narcisismo, ma anche (e soprattutto) per affermare la dignità della scienza economica. Vedete, questa storia che l'economia non è una scienza non è solo un'idiozia in termini epistemologici, ma è anche e soprattutto un'arma di propaganda. Basterebbe pensare a chi l'ha introdotta nel dibattito: è stato il "Trio monnezza", come i più attenti di voi ricorderanno. Ma siccome c'è sempre qualcuno che, buonisticamente, si adonta se giudichiamo gli argomenti da chi li propone, rapidamente vi spiego more geometrico perché chi dice "l'economia non è una scienza" fa propaganda per il progetto neoliberista. Il motivo è semplice: siccome tutte le ricette neoliberiste hanno fallito, e siccome "er popolo" comincia ad accorgersi che dietro queste ricette c'è un disegno politico ben preciso (comincia cioè a capire che Lausterità non è stata fatta perché occorresse consolidare il bilancio pubblico, ma perché bisognava ulteriormente distorcere a danno dei salari, cioè a vantaggio dei profitti, la distribuzione del reddito), gli intellettuali neoliberisti (piacevole ossimoro), per deresponsabilizzarsi, per chiamarsi fuori, portano avanti l'idea che l'economia non sia una scienza, che non esistano relazioni causali fra certe politiche e certi risultati, che sia tutto un po' vago, che oggi tutto sia diverso, che stiamo navigando in acque inesplorate, e via scemenzando. Questo al solo e unico scopo di non sedere dove dovrebbero, cioè sul banco degli imputati. Dà loro molto, moltissimo fastidio, quando si ricorda loro che era tutto già scritto, che essi sapevano benissimo come i loro illuminati pareri, le loro auguste prescrizioni, fossero chiaramente orientate a danno del lavoro e a vantaggio del capitale. Loro preferiscono passare per scemi, piuttosto che per criminali, e questo è comprensibile. Preferiscono svilire la propria scienza ad alchimia, piuttosto che confessare di averla deliberatamente usata a vantaggio dei pochi contro i molti. Ma non deve essere permesso mai, e tantomeno nella società dell'informazione, agli intellettuali di sottrarsi alle proprie responsabilità.
L'economia è una scienza, e quindi se ho azzeccato tante previsioni non è merito mio, ma di chi non mi ha pagato per non azzeccarle.
Così, come vedete, abbiamo anche risolto il problema del narcisismo... o forse lo abbiamo spostato dal piano intellettuale a quello etico: ma io non ho detto che non mi sarei venduto: ho solo detto che nessuno ha avuto la buona idea di comprarmi!
Ora, visto che diffondere l'idea che l'economia non sia scienza è parte integrante del contrattacco neoliberista, duole (oh, se duole!) constatare che intellettuali progressisti non banali cadono in questa trappola. Durante tutto il seminario avevo tentato di riportare il dibattito sul tema cruciale: l'importanza dei linguaggi, e quindi, in primo luogo, la necessità assoluta e categorica di astenersi dall'usare categorie liberiste nell'articolare i nostri ragionamenti. Accettare il linguaggio del nemico è avere perso: va bene se vuoi solo far finta di combattere (e molti, secondo me, hanno fatto finta: ricordate la storia dei fire sales?), ma non va bene se vuoi fare sul serio (e ora è il momento di fare sul serio).
Pensate quindi come ci son rimasto quando, in chiusura dei lavori, il tema dello statuto scientifico dell'economia è tornato a galla (come si conviene alla sua natura)! Mi sono permesso di svolgere sinteticamente le considerazioni che vi ho offerto sopra, e sapete cosa mi è stato risposto da due intellettuali che stimo? Che si può parlare di scienza solo se si riesce a prevedere esattamente un evento (esempio: la predizione di un eclissi solare), e se si possono effettuare esperimenti in condizioni controllate.
Con il sangue agli occhi (perché io voglio vincere, quindi mi dolgo nello scoprirmi compagno di strada di perdenti) ho fatto gentilmente notare che i due esempi erano incongruenti, dato che nessuno ha mai portato in laboratorio un globo solare per osservarlo in condizioni controllate (l'astronomia non è propriamente sperimentale). Quanto all'esattezza delle previsioni, ho gentilmente suggerito ai miei interlocutori di chiedere al proprio medico quando sarebbero morti, invitandoli a non fidarsi di lui qualora non avesse saputo fornirgli la data esatta del triste (o lieto: c'è sempre chi vede il bicchiere mezzo pieno) evento.
Io ho detto che la Finlandia (e la Francia) erano in crisi quando nessuno ne parlava, e anzi quando tutti vedevano nella Finlandia un esempio e nella Francia una speranza. Io vedevo il tumore. Io sono uno scienziato. Io non so dire quando l'euro crollerà, come il medico, alla prima ecografia, non sa dirti quanti giorni di vita ti restano. Ma so che questa costruzione è malata e agonizzante.
A chi dice che l'economia non è una scienza, perché non prevede l'esatta data degli avvenimenti, dovrebbe essere proposto di rinunciare (o, in un mondo meno umano e più draconiano, vietato di accedere) alle cure mediche. A che ti serve uno scienziato che non è uno scienziato perché non sa dirti la cosa più importante: quanto tempo ti resta per dire la qualunque?
Ecco: io cerco di rispettare gli altri. Ma a me viene riferito il dolore di tanti. Non posso sopportare che chi ne è stato causa attiva si sottragga alle proprie responsabilità, non posso sopportare che lo faccia schernendo grandi uomini, come Keynes e Kaldor, e soprattutto non posso sopportare che chi dice di voler contrastare questi agenti del Male cada in modo così ingenuo nelle loro trappole.
Sed de hoc satis. Al seminario non sono state dette solo lievi imprecisioni. Ora ho un'intervista in radio, poi, se mi avanza tempo, vi dirò un paio di cose non banali che ho sentito. C'è sempre da imparare, e, fra l'altro, è esattamente per questo motivo che è meglio non sapere quando si morirà. Il che, peraltro, non implica che si sia immortali...
Il seminario, per fortuna, aveva preso da subito un'altra piega: si era parlato di altro, cioè, sostanzialmente, di tutto quello che trovate qui. Mi dicono che non devo dire "ve lo avevo detto", perché altrimenti risulto antipatico. Ma chi mi rivolge questa assennata esortazione, alla quale io rispondo con garbato apprezzamento, forse ignora due elementi importanti.
Il primo è che a me non interessa il consenso. Non è mio obiettivo essere simpatico a tutti: preferisco esserlo ai migliori. Il mio rifiuto esplicito del facile consenso è al tempo stesso la migliore garanzia di credibilità (sto semplicemente enunciando fatti, non cerco di blandire nessuno), e, paradossalmente, il miglior modo per ottenere quella adesione emotiva un po' bovina, quell'ammmmmmmoooooorrrreeeeee che molti di voi mi manifestano (sappiate che io comunque il pio bove lo amo...). Sì, insomma, per dirla in soldoni: fare lo stronzo buca lo schermo, ed è meglio essere antipatici che passare indifferenti (naturalmente cum grano salis). Quando mi servirà il consenso, vi dimostrerò che so ottenerlo. Ricordate quando dicevate che non sarei mai andato in televisione? Che non avrei mai scritto sui giornali? O che su Twitter non avrei avuto seguito perché sono troppo prolisso? Ecco, rilassatevi: non sono fatti vostri, e comunque il problema non si pone...
Il secondo motivo, meno soggettivo del primo, è che quando rivendico l'efficacia delle mie previsioni non lo faccio (solo) per (un benedetto e santo) narcisismo, ma anche (e soprattutto) per affermare la dignità della scienza economica. Vedete, questa storia che l'economia non è una scienza non è solo un'idiozia in termini epistemologici, ma è anche e soprattutto un'arma di propaganda. Basterebbe pensare a chi l'ha introdotta nel dibattito: è stato il "Trio monnezza", come i più attenti di voi ricorderanno. Ma siccome c'è sempre qualcuno che, buonisticamente, si adonta se giudichiamo gli argomenti da chi li propone, rapidamente vi spiego more geometrico perché chi dice "l'economia non è una scienza" fa propaganda per il progetto neoliberista. Il motivo è semplice: siccome tutte le ricette neoliberiste hanno fallito, e siccome "er popolo" comincia ad accorgersi che dietro queste ricette c'è un disegno politico ben preciso (comincia cioè a capire che Lausterità non è stata fatta perché occorresse consolidare il bilancio pubblico, ma perché bisognava ulteriormente distorcere a danno dei salari, cioè a vantaggio dei profitti, la distribuzione del reddito), gli intellettuali neoliberisti (piacevole ossimoro), per deresponsabilizzarsi, per chiamarsi fuori, portano avanti l'idea che l'economia non sia una scienza, che non esistano relazioni causali fra certe politiche e certi risultati, che sia tutto un po' vago, che oggi tutto sia diverso, che stiamo navigando in acque inesplorate, e via scemenzando. Questo al solo e unico scopo di non sedere dove dovrebbero, cioè sul banco degli imputati. Dà loro molto, moltissimo fastidio, quando si ricorda loro che era tutto già scritto, che essi sapevano benissimo come i loro illuminati pareri, le loro auguste prescrizioni, fossero chiaramente orientate a danno del lavoro e a vantaggio del capitale. Loro preferiscono passare per scemi, piuttosto che per criminali, e questo è comprensibile. Preferiscono svilire la propria scienza ad alchimia, piuttosto che confessare di averla deliberatamente usata a vantaggio dei pochi contro i molti. Ma non deve essere permesso mai, e tantomeno nella società dell'informazione, agli intellettuali di sottrarsi alle proprie responsabilità.
L'economia è una scienza, e quindi se ho azzeccato tante previsioni non è merito mio, ma di chi non mi ha pagato per non azzeccarle.
Così, come vedete, abbiamo anche risolto il problema del narcisismo... o forse lo abbiamo spostato dal piano intellettuale a quello etico: ma io non ho detto che non mi sarei venduto: ho solo detto che nessuno ha avuto la buona idea di comprarmi!
Ora, visto che diffondere l'idea che l'economia non sia scienza è parte integrante del contrattacco neoliberista, duole (oh, se duole!) constatare che intellettuali progressisti non banali cadono in questa trappola. Durante tutto il seminario avevo tentato di riportare il dibattito sul tema cruciale: l'importanza dei linguaggi, e quindi, in primo luogo, la necessità assoluta e categorica di astenersi dall'usare categorie liberiste nell'articolare i nostri ragionamenti. Accettare il linguaggio del nemico è avere perso: va bene se vuoi solo far finta di combattere (e molti, secondo me, hanno fatto finta: ricordate la storia dei fire sales?), ma non va bene se vuoi fare sul serio (e ora è il momento di fare sul serio).
Pensate quindi come ci son rimasto quando, in chiusura dei lavori, il tema dello statuto scientifico dell'economia è tornato a galla (come si conviene alla sua natura)! Mi sono permesso di svolgere sinteticamente le considerazioni che vi ho offerto sopra, e sapete cosa mi è stato risposto da due intellettuali che stimo? Che si può parlare di scienza solo se si riesce a prevedere esattamente un evento (esempio: la predizione di un eclissi solare), e se si possono effettuare esperimenti in condizioni controllate.
Con il sangue agli occhi (perché io voglio vincere, quindi mi dolgo nello scoprirmi compagno di strada di perdenti) ho fatto gentilmente notare che i due esempi erano incongruenti, dato che nessuno ha mai portato in laboratorio un globo solare per osservarlo in condizioni controllate (l'astronomia non è propriamente sperimentale). Quanto all'esattezza delle previsioni, ho gentilmente suggerito ai miei interlocutori di chiedere al proprio medico quando sarebbero morti, invitandoli a non fidarsi di lui qualora non avesse saputo fornirgli la data esatta del triste (o lieto: c'è sempre chi vede il bicchiere mezzo pieno) evento.
Io ho detto che la Finlandia (e la Francia) erano in crisi quando nessuno ne parlava, e anzi quando tutti vedevano nella Finlandia un esempio e nella Francia una speranza. Io vedevo il tumore. Io sono uno scienziato. Io non so dire quando l'euro crollerà, come il medico, alla prima ecografia, non sa dirti quanti giorni di vita ti restano. Ma so che questa costruzione è malata e agonizzante.
A chi dice che l'economia non è una scienza, perché non prevede l'esatta data degli avvenimenti, dovrebbe essere proposto di rinunciare (o, in un mondo meno umano e più draconiano, vietato di accedere) alle cure mediche. A che ti serve uno scienziato che non è uno scienziato perché non sa dirti la cosa più importante: quanto tempo ti resta per dire la qualunque?
Ecco: io cerco di rispettare gli altri. Ma a me viene riferito il dolore di tanti. Non posso sopportare che chi ne è stato causa attiva si sottragga alle proprie responsabilità, non posso sopportare che lo faccia schernendo grandi uomini, come Keynes e Kaldor, e soprattutto non posso sopportare che chi dice di voler contrastare questi agenti del Male cada in modo così ingenuo nelle loro trappole.
Sed de hoc satis. Al seminario non sono state dette solo lievi imprecisioni. Ora ho un'intervista in radio, poi, se mi avanza tempo, vi dirò un paio di cose non banali che ho sentito. C'è sempre da imparare, e, fra l'altro, è esattamente per questo motivo che è meglio non sapere quando si morirà. Il che, peraltro, non implica che si sia immortali...
domenica 19 marzo 2017
Euro: Darwin vs. Lamarck
(...da Charlie Brown, cioè:
da Charlie Brown
ricevo e immediatamente pubblico...)
da Charlie Brown
ricevo e immediatamente pubblico...)
Abbiamo tutti
capito, grazie ad Alberto, che l'euro non è solo una moneta [NdC: ma va anche ringraziata la nostra economista di riferimento].
L'euro è stato un
esperimento politico. Per motivi politici è stata disattesa la dottrina mainstream delle aree valutarie
ottimali. Quella dottrina formalizza un concetto noto da millenni a tutti i
consuoceri: "moneta e buoi dei
Paesi tuoi".
Scomodando e
storpiando Darwin: una volta postulato (per motivi politici) che l'unione
monetaria è da fare "a prescindere", allora l'ambiente
socio-economico (il quale determina tra l'altro il grado e la facilità di
movimento dei fattori della produzione)
condiziona le probabilità di successo economico dei diversi Paesi all'interno
di quella unione monetaria.
L'adozione dell'euro voleva risolvere un
particolare problema geopolitico.
Problema ora ridimensionato e sostanzialmente scomparso, nonostante i tentativi
della precedente amministrazione americana di perpetuare la guerra fredda. Ma
l'adozione dell'euro ha rappresentato
anche una irripetibile occasione per mettere alla prova il "darwinismo
monetario". Scomodano e storpiando Lamarck, posso dire che gli euristi
neoclassici non solo credevano (e credono)
nell'effetto salvifico della mobilità dei fattori di produzione, ma
altresì pensavano (e pensano) che i diversi paesi avrebbero nel tempo
"sviluppato" nuove strutture socio economiche atte a permettere loro
di sopravvivere adattandosi al nuovo ambiente monetario (l'unione monetaria). E
che avrebbero trasmesso tali nuove caratteristiche alle loro popolazioni,
realizzando così il sogno di una economia "ordoliberale"
perfettamente funzionante.
Tutto ciò si sarebbe
realizzato data una sufficiente quantità di tempo, il che spiega la tecnica
gradualista della "rana bollita" da sempre adottata dalle istituzioni
dell'unione europea. Un gradualismo noto come "metodo Monnet", oggi
sposato dal cancelliere tedesco Merkel, e che potremmo definire, restando alla nostra metafore, il "metodo Lamarck". L'uso (del vincolo esterno) avrebbe sviluppato l'organo (della produttività).
L'evidenza cosa
ci dice?
Che in vent'anni
di moneta unica la mobilità dei fattori intraeuropea non si è manifestata nel
modo postulato: tant'è vero che la Germania si è recentemente affidata ad una massiccia migrazione dall'esterno per tentare
di "governare" in senso sempre più competitivo il proprio mercato del
lavoro. Ma soprattutto che in questi vent'anni i paesi più "deboli"
hanno indebolito, non rafforzato, le loro strutture socio-economiche. Ciò ha
permesso ai Paesi più "forti" di predare quelli più deboli e di
sottrarre loro risorse vitali.
Insomma, calando
ex abrupto nel nuovo ambiente (moneta unica) paesi geograficamente contigui ma molto diversi, si è accelerata ed intensificata la "competizione delle specie"
darwiniana a beneficio delle specie più forti. Ciò poiché le specie più deboli sono state private delle loro
protezioni naturali, senza adeguati vantaggi compensativi derivanti
dall'integrazione forzata dei mercati del lavoro e del capitale.
L'evidenza
storica dice che l'adozione dell'Euro non ha innescato un apprezzabile
adattamento lamarckiano dei Paesi più deboli.
E ciò per il
semplice fatto che, a prescindere dalla "verità" o meno del
lamarckismo economico, in regime di
democrazia liberale, i tempi
dell'economia sono diversi dai tempi dell'evoluzione socio-economica.
Di ciò ha preso
atto, in vari modi e misure,
praticamente tutto il mondo libero.
Vorranno le élite
italiane fare altrettanto?
(...insomma: Darwin batte Lamarck anche in economia, e su questo sono d'accordo. A testimonianza del fatto che il pezzo non è mio - a che se non mi ricordo di chi sia: voi lo ricordate? - c'è una sfumatura sulla quale non sono d'accordo. Chissà se vi accorgete di quale sia...)
venerdì 17 marzo 2017
Pasok reloaded
And now for something (not) completely different.
The graph shows the shares of overall votes of two
"left-wing" parties (the Greek Pasok and the Dutch PvdA) in the last
elections for which data is available in Wikipedia (Pasok, PvdA). Since each
country has its own political calendar, the elections dates do not match, so the
graph was constructed as follows:
1) the horizontal axis shows the dates of the Greek elections from 1985 to 2015;
2) the Dutch election data from 1982 to 2017 were plotted
matching the fall of PvdA between 2012 and 2017 with the fall of Pasok between
2009 and 2012.
So 2009 on the horizontal axis coincides with the orange (Dutch) bar for 2012, and 2012 coincides with the orange bar for 2017. I take the well-deserved disaster of Pasok as a leading indicator of what is going to happen to PvdA: it's going to disappear for a long time. I surmise that when the next elections are held in the Netherlands, the orange bar will stay close to the blue bars of 2012 and 2015.
The simple correlation coefficients between these electoral results is 0.76 and jumps to 0.99 if we consider the last four elections held in Greece (2004, 2007, 2009, 2012) and in the Netherlands (2006, 2010, 2012, 2017).
This is an empirical verification of what I have been saying since 2011: in the long run, right-wing policies only benefit the right.
(... traduzione per i diversamente europei e appassionati difensori dell'identità nazionale, cresciuti a McDonald e Beatles, ignari di Monteverdi e di Ariosto, ma che proprio tanto ci tengono a che questo blog sia scritto in una lingua che non è più la loro di quanto sia quella di un marsuino - e nel frattempo il resto del mondo rimane indietro nel dibattito - perché il resto del mondo è fottutamente indietro nel dibattito, cioè è fottutamente indietro rispetto a questo blog, visto che in Italia questo blog è il dibattito:
E ora qualcosa di (non) completamente diverso.
Il grafico riporta le percentueli di due partiti "de sinistra" (il Pasok greco e il Pvda olandese) nelle ultime elezioni per le quali ci sono dati disponibili su Wikipedia. Dato che ogni paese ha il suo calendario politico le date degli appuntamenti elettorali non coincidono e quindi il grafico è stato costruito nel modo seguente:
1) l'asse orizzontale riporta le date delle elezioni greche dal 1985 al 2015;
2) i dati delle elezioni olandesi dal 1982 al 2017 sono stati rappresentati in modo da far coincidere il crollo del PvdA fra il 2012 e il 2017 con quello del Pasok fra l 2009 e il 2012.
Quindi in corrispondenza del 2009 sull'asse orizzontale abbiamo la barra arancione (olandese) corrispondente al 2012, mentre in corrispondenza del 2012 la barra arancione del 2017. In altri termini, prendo il ben meritato disastro del Pasok nel 2017 come indicatore di quello che accadrà al PvdA: sparirà per un lungo periodo. Insomma: quando in Olanda si terranno le prossime elezioni, la barra arancione resterà dove sono le barre celesti delle elezioni greche svoltesi fra 2012 e 2015 dopo il crollo del Pasok. Il coefficiente di correlazione semplice fra questi risultati elettorali è 0.76 e sale a 0.99 se consideriamo solo le ultime quattro elezioni svoltesi in Grecia e Olanda, cioè se teniamo conto dell'ultima elezione pre-crisi e delle successive tre elezioni tenute a crisi iniziata.
Prendo questa come una prima evidenza di quanto vado ripetendo dal 2011: le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Chissà se i tanti che mi hanno chiesto: "Ma professore, che vuol dire? Ma professore, la destra e la sinistra esistono ancora?" e amenità simili, posti di fronte a questo bel grafichetto con colori complementari capiscono di cosa stavo parlando?)
giovedì 16 marzo 2017
ExIT: reflections of a mainstreamer
A few days ago I had a long talk with James Politi, the Rome
correspondent of FT. He gave a fair account of our conversation here,
a praiseworthy achievement considering the pressure under which he was working.
Many aspects of our conversation were obviously omitted, but the main message remains.
In my experience this is extremely unusual, especially with the Italian media.
I shall not mention all the aspects omitted, but wish to add some nuances that
were lost in translation (mostly my fault).
The most important one concerns my statement about “having
been saying this stuff for seven years and eventually becoming a mainstreamer”.
This is exactly what I said, but it is perhaps worth adding a caveat: as readers
of my blog know, the economic mainstream has always been very skeptical about
the euro. As early as 2011, I reported the mainstream view here,
in my baroque Italian, building on this paper, which the
international reader will find more accessible. While my statement still makes sense
in the framework of the very provincial debate conducted in Italy, in the light
of scientific research it is just the opposite: advocates of the euro have
never been mainstream in the scientific literature, and almost nothing I have
been saying for seven years is original. It is all the more regrettable that so
much courage was needed to say such obvious things, but that is another subject.
As for my statement that “those who are in denial are not
doing a service to the country”, let me add a few words that escaped Mr.
Politi’s attention: “because it is not completely up to us to decide whether
the euro will stay or collapse”. In other words, in claiming that the euro is
irreversible, the ruling elite, represented in the article by Mr. Padoan (my
former teacher and colleague at University of Rome I), Taddei and Codogno, are
simply confessing their inability to manage its end, which could come as a consequence
of a major political or financial shock. This is not a judgment of their
intellectual quality, it is a consequence of the “political philosophy of total
optimism” on which the whole European integration process rests, in the words
of Giandomenico Majone. This philosophy is now backfiring because it is
preventing the ruling elite from studying events they claimed to be impossible.
If they studied those scenarios, there would be leaks, and voters could suspect
that another world is possible, breaking the TINA (there is no alternative)
philosophy of European integration. Our only certitude about exit from the euro
is that it will be managed by people who in a sense were forced to be
incompetent by their flawed political discourse.
And, yes, this will inevitably lead to pain in the short-run,
followed by a recovery in the medium-run (after one or two years). Nobody
denies it, and again it is not my idea: it is scientific literature. The finding
that adjustment after a disorderly currency collapse is normally V-shaped is not
the product of a strange, marginal, provincial teacher’s mind. It is confirmed
by recent scientific literature: the most comprehensive study is “Output
recovery after currency crises”, published by Sheida Teimouri and Taggert
Brooks in Comparative Economic Studies.
On the other hand, I have been unable to find any factual
evidence that major devaluations lead to a fall in real wages. The data shows
that major devaluations are generally not followed by major inflation episodes,
and hence there is no fall in real wages, as I showed here
(the text is in Italian, but the graphs are in the universal language of data).
Again, the scientific literature has provided a number of explanations of why this
must be so (the most convincing by Ariel Burstein, Martin Eichenbaum and Sergio
Rebelo in the NBER
working papers focuses on import substitution). We also have a blatant
counterexample: the establishment guys seem to overlook the fact that Italy
underwent a major devaluation (about 30%) between 2014 and 2015, when the euro
fell with respect to the USD. As a consequence, inflation fell (instead of rising), which in
principle should have boosted real wages. However, nominal wages were cut
because of “internal devaluation” policies, as
shown by Eurostat. Real wages, i.e. the ratio of nominal wages to prices,
fell not because of an increase in the denominator, but because of a fall in
the numerator. In other words, while we have no evidence that real wages would
fall if the euro collapses, we have evidence that they did fall in an effort to
defend the euro by internal devaluation policies.
Mr. Taddei’s commendable attention to the wages of the
poorest is therefore completely unsupported by any evidence or by mainstream
economic research, suggesting that Mr. Taddei is irrational (which as a
mainstream economist, I must rule out by assumption), or that he is defending
someone else’s interests. The close ties between his party and the Italian
banking system could provide a clue.
A final remark: the idea that “devaluation would be minimal”
is not my personal opinion but a finding common to all the available scientific
research. The most recent studies estimate average misalignment of the Italian
currency in a range between 2.35% (Makram El-Shagi, Axel Lindner, Gregor von
Schweinitz in the Review of
International Economics) and -1% (Cedric Durand and Sébastien Villemot
in a Sciences
Po working paper). Surprise! While the establishment guys talk about a disastrous
30% devaluation (without explaining why the previous one went completely
unnoticed in 2015), there are also people who estimate that a new Italian
currency would appreciate (albeit by very little).
A clever opponent (I have not found one so far, so I must play the
devil’s advocate myself) could then ask: “Well OK, Italy is currently running a
current account surplus. Its exit may not turn out after all to be a disaster
for its currency, but why exit now, when things are going better?” The answer,
my friend, is blowing in Brussels: things are certainly going better than in
2009, but they are not going well enough. With youth unemployment at around 40%
and a secular flattening of labor productivity, the Italian government is
prevented by the European rules from making investments that would be crucial
for enhancing productivity and employment. Should we decide to implement such
policies, which everybody agrees are needed, within the euro, Italy would soon
hit a balance of payments constraint and the ECB would eventually blackmail us
as it did with Greece in order to enforce rules that led nowhere but to foreseen
disaster. The need to loosen this monetary noose is first and foremost
political. The sooner this simple fact is acknowledged, the less the damage for
all participants in this negative sum game.
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