domenica 10 aprile 2016

Ecuador (preparando un QED...)

(...da "Uno de passaggio", che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre "Uno de passaggio" usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume la situazione di un paese che verosimilmente si avvia a sganciarsi - come sempre troppo tardi - da un accordo di cambio fisso. Vorrei farvi notare che qui non siamo esattamente nel caso del ciclo di Frenkel, per un dettaglio. Qui il paese è messo in crisi dal fatto che esporta un bene a domanda inelastica il cui prezzo è fortemente sceso, e quindi le difficoltà vengono da una svalutazione, più che da una rivalutazione, in termini reali (petite et dabitur vobis).

Vi ricordate cosa succede nei paesi esportatori di petrolio? Le condizioni di Marshall-Lerner non valgono, come abbiamo visto nel caso dell'Azerbaijan. Insomma: se la tua merce viene venduta a un prezzo più basso, guadagni di meno - e vai in deficit di bilancia dei pagamenti. Come abbiamo altresì visto, tutti i paesi esportatori di petrolio hanno reagito a questo increscioso fenomeno svalutando - peraltro, la svalutazione estremamente aggressiva portata avanti da Draghi con lo stabile eurone non ha ovviamente aiutato questi paesi, e anzi li ha costretti a reagire (nota bene: l'euro svalutato li ha fatti rivalutare verso di noi, e quindi mentre sono scesi i ricavi delle esportazioni di petrolio - perché è sceso il prezzo - si sono anche contratti quelli delle esportazioni nette di altre merci...). Hanno svalutato tutti tranne i più sfigati: i paesi dollarizzati, come l'Ecuador, e quelli "eurizzati" de facto, come i paesi della zona franco CFA - agganciati all'euro. Inutile dire che solo un diamante e una verruca sono per sempre.

Un cambio fisso no.

Naturalmente, dal fatto che questo post sia di "Uno de passaggio", cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di "Uno de passaggio" - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare una sfaccettatura particolarmente insidiosa del pensiero magico eurista: quella della "valuta stabile che ti protegge". Stabile una sega, se per tenere i cocci insieme la si è dovuta svalutare in fretta e furia del 40%! Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto, per quanto transeunte (come tutti voi e dopo molti di voi) non è "Uno de passaggio" e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.

Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di "Uno de passaggio", che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...

Eh? Come? Questo discorso vi sembra di averlo già sentito?... Bè, è probabile. Se ve lo ricordate, vuol dire che siamo a buon punto, e che presto potrò evitare di farlo: avrete imparato a leggere!)

Caro Alberto,



Ricorderai certamente la situazione dell'Ecuador della quale ti inviai testimonianze: esportatore principalmente di petrolio e frutta, dollarizzato, con pesante squilibrio della bilancia commerciale dovuto al forte calo del prezzo del greggio, dopo aver già nel 2014 introdotto una corposa serie di certificazioni e controlli doganali praticamente su tutti i prodotti di provenienza estera (eccetto i beni di prima necessità) che sostanzialmente impedisce le importazioni provenienti da soggetti non sufficientemente strutturati per far fronte alle numerosissime formalità, nella primavera del 2015 ha applicato, d'accordo con la WTO, in deroga agli accordi precedentemente sottoscritti, vari tipi di sovrattassa all'import ("Leggi di Salvaguardia") che hanno portato mediamente al 60%, dal precedente 15%, i dazi doganali [NdC per quelli che “i dazzziiiiii....”: come vedete – e come insegno ai miei studenti perché è scritto nei libri di testo – si può fare!].
Così facendo, hanno migliorato un po' la situazione (il ritaglio di giornale allegato parla di 900 milioni di $ di maggiori entrate), ma ovviamente i consumi ne hanno risentito, a seconda dei settori, fino ad una riduzione del 40%. 
A gennaio di quest'anno, sotto pressione da mesi da parte della WTO, hanno approvato una legge che prevedeva la progressiva riduzione dei dazi extra, fino al ritorno, previsto per giugno, alla situazione precedente l'introduzione delle leggi di Salvaguardia.  
Ovviamente il prezzo del petrolio non è risalito, né sembra avviato a risalire in tempi brevi, al break even che consentirebbe loro almeno di avvicinarsi al pareggio della bilancia commerciale. Non so esattamente quale sia l'obiettivo per il pareggio, ma devo dedurre, dai dati scaricabili da questo sito e dalla concomitante evoluzione storica dei prezzi del greggio, che, come nella prima parte del 2014, avrebbero bisogno di oltre 120$ al barile per recuperare col petrolio la gran parte del deficit generato dalla differenza fra l'export e l'import in tutti gli altri settori. Forse mantenendo qualche dazio importante ma non pesantissimo potrebbero cavarsela con un petrolio a 100$ al barile, ma certamente, senza leva valutaria, con un greggio a nemmeno 40$, sono proprio nelle peste. 
Infatti prontamente il loro parlamento ora inizia a discutere su come affrontare il problema (va considerato che, nel caso dell'Ecuador vi sono molti settori per i quali proprio non esistono strutture produttive locali, quindi sono totalmente dipendenti dall'import).
Ora, come vedi dal ritaglio di giornale che ci hanno inviato, il Presidente Correa ribadisce che, a differenza di quanto approvato e programmato, potrebbero non cessare gli extra dazi della Salvaguardia ed allo stesso tempo giudica anche interessante la proposta del "Timbre cambiario"  che, se non intendo male, è una sorta di messa all'asta dei dollari destinati alle importazioni, da aggiudicare, in un quantitativo massimo prestabilito, al miglior offerente.
Ricordo per esperienza lavorativa diretta, che un sistema simile fu applicato circa 8-10 anni fa nel Venezuela di Chavez (che però contava su una valuta nazionale - il "bolivar" - non liberamente convertibile in USD) e che, prima che in questo Paese venissero operate scelte davvero distruttive del tessuto sociale, ancor più che di quello economico, tale sistema sembrò, almeno parzialmente, funzionare.
Resta il fatto che ora il Venezuela è un Paese verso il quale, a meno di non essere davvero ammanicati con i militari (che, anche se non ufficialmente, gestiscono de facto "la cosa pubblica") è quasi impossibile esportare, per la generalizzata mancanza di valuta estera in tutti i settori commerciali (in effetti anche le importazioni gestite dai militari sono comunque molto inferiori ai consumi standard del Paese, tant'è che sistematicamente si verificano le interminabili code e gli scaffali vuoti che accompagnarono gli ultimi anni di vita dell'U.R.S.S.).  
Mentre in Ecuador, qualunque soluzione verrà adottata, credo vada nel senso "montiano" di distruzione della domanda interna, visto che, per ora, sembra che nessuno, nemmeno il Presidente Correa, che lo aveva ipotizzato nella sua prima campagna elettorale (la sua opinione in proposito si ritrova nella risposta alla prima domanda di questa intervista dell'epoca), mentre nel 2013 ha adottato una posizione molto più sfumata sul tema, proprio nessuno pensi di proporre il ritorno al "sucre", ovvero alla situazione precedente all'anno 2000.
Insomma caro Alberto, scusa la prolissità, ma per l'azienda in cui opero l'Ecuador è un paese che rappresenta un mercato importante che, nel solo anno scorso, si è contratto di oltre il 25% e nella cui evoluzione ritrovo, purtroppo, molti riscontri di quanto da te spiegato e divulgato in questi anni.     
Un abbraccio da uno de passaggio.



(...siccome mi amo molto, ma non fino al punto di scrivermi lettere d'amore, avrete desunto che questo testo non è mio. Giusto? Bene. Ora passiamo a cose più interessanti. Questi sono i saldi settoriali dell'Ecuador:

qui trovate il foglio Excel col quale ho costruito il grafico, e la fonte dei dati dovrebbe esservi nota, ma ovviamente se non distinguete Alberto Bagnai da "Uno de passaggio" non posso dare nulla per scontato.

Dal tracciato si desume una certa tendenza delle importazioni nette - equivalenti alle importazioni di capitali, cioè al saldo finanziario del settore estero, cioè alle esportazioni di capitali del settore estero verso l'Ecuador - a crescere nel tempo, a un ritmo piuttosto accelerato dal 2015. Al contempo il risparmio netto del settore privato sta diminuendo, il che indica che i maggiori afflussi di capitali vanno a finanziare questo settore, a fronte di una situazione dei conti pubblici piuttosto deteriorata. Dato che i tre valori devono sommare a zero, per tirare giù la linea grigia - ridurre le importazioni di capitali - il governo può, nelle sue condizioni attuali, fare una cosa sola: tirare su la linea arancione, cioè fare una politica di bilancio restrittiva, aka austerità. Oppure può fare subito quello che tanto alla fine sarà costretto a fare. Si apre... la discussione? No! Ma che vuoi discutere!? Non c'è discussione. Si aprono le scommesse! Quanto reggerà? Io non ne ho idea. Ma che possa reggere molto a lungo non lo credo, a meno che il petrolio non recuperi.

Vedremo...

Ah, a proposito, già che ci siamo:


questo è un altro esempio di caso in cui da discutere ci sarebbe poco, come c'è stato poco, anzi, pochissimo da discutere (e quindi molto da ragionare) al seminario molto interessante organizzato dall'Astril - qui l'intervista che ho rilasciato in chiusura. Vi immaginate quanto mi sia simpatica l'impostazione: di fatto, è un processo del lunedì! Però mi sta simpatico Franzini, col quale mi sento anche in colpa, e quindi ho accettato senza difficoltà.

Qualcuno mi ha fatto notare che la locandina non riporta l'indirizzo: non è un mio problema, ma a voi comunque posso dirlo: è alla facoltà di economia della Sapienza, a via del Castro Laurenziano.

Giuseppe De Arcangelis è un collega allievo di Gandolfo, che conosco da anni, convinto, come D'Alema, che siccome nemmeno gli USA sono un'area valutaria ottimale, allora il dollaro dovrebbe frazionarsi, ma dato che non lo sta facendo, non lo farà nemmeno l'euro. Non è un sillogismo, nel caso qualcuno di voi fosse tentato di considerarlo tale! Comunque, personalmente non ho un grande feticismo per il numero 3, ma posso dirvi che a Roma 3 questa fase l'hanno superata, anche se alcuni sembravano anelare agli Stati Uniti del Mondo, mentre altri capivano, e argomentavano con grande dottrina storica, che la stabilità del dollaro era stata costruita su alcuni milioni di morti, ma lo facevano con grande leggerezza, con quella simpatica nonchalance da "fine della Storia" che è esattamente il concime del quale la storia si serve per far prosperare i suoi fiori più letali: le guerre.

Insomma: se venite mi fa piacere, e ne sentirete certamente di ogni, ma attenzione: la sala delle lauree è piccola. Quindi vi tocca alzarvi presto!

venerdì 8 aprile 2016

Popper e il jobs act

(...da Charlie Brown, che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre Charlie Brown usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume una situazione a noi nota e da noi prevista. Non si fanno riforme dal lato dell'offerta durante una crisi di domanda, se non nella misura in cui la crisi di domanda viene artatamente provocata per rendere politicamente accettabili - proponendole come necessari snodi tecnici - le riforme dell'offerta, che invece tecniche non sono: sono politiche, perché servono ad innalzare la disoccupazione e quindi a comprimere la quota salari, come qui ci siamo detti millantamila volte. Naturalmente, dal fatto che questo post sia di Charlie Brown, cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di Charlie Brown - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare il pensiero magico eurista. Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto non è Charlie, e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.


Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di Charlie Brown, che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...)






La verità sul Jobs Act è subito venuta a galla.


"Dopo la crescita di gennaio 2016 (+0,3%, pari a +73 mila), a febbraio la stima degli occupati diminuisce dello 0,4% (-97 mila persone occupate). La diminuzione di occupati coinvolge uomini e donne e si concentra tra i 25-49enni. Il tasso di occupazione, pari al 56,4%, cala di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente.
Il calo occupazionale è determinato dai dipendenti (-92 mila i permanenti e -22 mila quelli a termine), mentre registrano un lieve recupero gli indipendenti (+17 mila). Per i dipendenti a tempo indeterminato si tratta del primo calo dall'inizio del 2015. Dopo la forte crescita registrata a gennaio 2016 (+0,7%, pari a +98 mila), presumibilmente associata al meccanismo di incentivi introdotto dalla legge di stabilità 2015, il calo registrato nell'ultimo mese riporta la stima dei dipendenti permanenti ai livelli di dicembre 2015. Per i dipendenti a termine prosegue la tendenza negativa già osservata dal mese di agosto 2015."
A settembre dell'anno scorso Renzi disse:

"Cresce il Pil, crescono gli occupati, meno disoccupazione. Le riforme servono."

Il punto è molto semplice: il Jobs Act, e cioè la riforma strutturale "showpiece" della dirigenza eurista italiana, non ha aumentato l'occupazione, che continua a calare.

Pensiamo che ciò sia sufficiente a sbugiardare la retorica sulle "riforme strutturali nell'Euro e per l'Euro"? Niente affatto. Gli euristi stanno già dicendo che se il Jobs Act non è bastato, vuol dire che occorrono riforme più aggressive lato offerta (lavoro). Naturalmente danno la colpa all'"inaspettato" (da loro) raffreddamento della "ripresa" da essi annunciata l'anno scorso (ma noi sappiamo che era l'effetto doping della "divergence" già bella che rimangiata dalla genio alla Fed - minuto 3:18).

Essendo tali argomentazioni basate su assunzioni ipotetiche non verificabili e su petizioni di principio, esse sono a priori dogmaticamente corrette. E le ricette che vengono propinate funzionano sempre e comunque per il semplice fatto che nessuno può logicamente contraddire quelle argomentazioni, le quali sono e restano vere "a prescindere" in quanto "giuste".

Qui però sta il nucleo del problema per gli euristi: se la verità dei fatti non rileva nel dibattito, allora la teoria della bontà salvifica dell'Euro, secondo la quale detto Euro impone salutari riforme strutturali a paesi europei debosciati come il nostro, è una teoria a priori non falsificabile dall'osservazione dell'evidenza.

È dunque una teoria priva di ogni dignità scientifica. Un puro esercizio di propaganda, buono fintanto che la magia del Pifferaio di Hamelin funziona.

Resta da vedere se ad andare alla rovina saranno solo i topi di fogna od anche i nostri figli.





(... bene. E ora si scatenino gli epistemologi, mentre io aspetto con la doppietta quello che dirà: "professore, complimenti per il suo post"... Non ci credete? Abbiate fede: la statistica non è una scienza, ma la sfiga sì...)

(...notate che il post non è sessista: la Yellen viene definita una genio, non un genio. Del resto, si sa: quando un'economista del lavoro incontra una banca centrale, il disoccupato è un uomo morto...)

mercoledì 6 aprile 2016

Morte, immortalità e storia

Il tempo scorre inesorabile e avvicina alla fine tanto quel disegno profondamente eversore dell'ordine costituito che è il progetto cosiddetto "europeo" (la cui ragion d'essere, ormai ci è chiaro, sta nel sovvertire le costituzioni democratiche nate dalle lotte patriottiche contro il progetto imperiale nazifascista), quanto, in ordine sparso, i suoi autori e corifei.

I tanti uomini politici che dicono che "non potevano sapere", o magari che "sapevano ma speravano che", o magari che non dicono proprio nulla (sperando di farla franca); i tanti intellettuali che, contravvenendo gravemente a un elementare principio etico, hanno speso in un campo non loro (l'economia) la reputazione acquisita in altri campi del sapere; i tanti giornalisti che tradendo la loro missione (impossibile?) di riportare i fatti separatamente dalle opinioni, hanno trasformato le proprie disinformate opinioni in fatti, stranamente sempre orientati a favore del capitale e del settore privato, mai a favore del lavoro e del settore pubblico. Ecco: tutti questi personaggi, che oggettivamente, indipendentemente cioè dalle loro intenzioni (che non possiamo conoscere perché non misurabili), dalla loro buona fede (che riguarda il Padreterno, l'unico che può accertarla), indipendentemente insomma dai rilievi soggettivi, hanno collaborato a un progetto altrettanto oggettivamente criminoso (perché foriero di disastri economici e quindi umani ampiamente prevedibili, previsti e quindi evitabili, come nel blog e nei libri abbiamo dimostrato), tutti questi signori moriranno, alcuni senza avere la soddisfazione (per noi) di vedere il loro progetto disfarsi miseramente, nella vergogna e nel disonore.

Moriranno tutti, come del resto noi.

Non c'è quindi da rallegrarsi particolarmente: "io non sono un biologo ma la biologia non è una scienza quindi" in questo caso non funziona (come del resto, mutatis mutandis, in economia)!

C'è però da fare una riflessione molto serena e succinta, che desidero condividere con voi.

Il privilegio di chi esercita un lavoro intellettuale è quello di sopravvivere nelle proprie opere più agevolmente di quanto ciò non possa accadere a un bigliettaio, a un mungitore, a un tornitore, a un qualsiasi altro "meccanico". Ma ubi commoda, ibi et incommoda. Ciò che ti rende immortale, in re ipsa ti espone a una valutazione post mortem. L'unico cambiamento che con la morte interviene è qualitativo, non quantitativo: il giudizio da etico diventa storico, ma, se era negativo, non può e non deve diventare automaticamente positivo per il semplice fatto che chi ha esercitato in modo discutibile la propria professione intellettuale non ci sia più.

Questo va capito e chiarito, e ovviamente vale anche per me (mi affretto a chiarirlo).

Il rispetto deve essere assoluto e totale, un rispetto fatto, in un primo momento, di silenzio (che non è oblio), un rispetto rivolto, naturalmente, al dolore dei familiari, che hanno il diritto di conservare il proprio ricordo della persona di cui soffrono la mancanza (e che si spera sarà stata con loro più premurosa di quanto sia stata col resto dell'umanità). Se hanno diritti inalienabili sulla propria sfera privata, i familiari però non hanno alcun diritto sulla storia, che deve fare il suo lavoro e che, laddove ravvisasse e documentasse un ruolo storico dei sullodati intellettuali, non potrebbe rinunciare a documentarlo e a trarne le dovute conseguenze solo perché nel frattempo i de cujus se ne sono andati.

I due piani sono e devono essere tenuti separati.

Se bastasse morire per meritare un giudizio storico positivo, allora, da Attila in giù, la storia sarebbe piena solo di brave persone (esclusi alcuni viventi non abbastanza facoltosi da comprarsi un giornale). Ma naturalmente non è così. Il male esiste, ed esiste perché viene fatto, e viene fatto per i motivi più disparati: per soldi, per conformismo, per pigrizia mentale, per vendetta, per astratta volontà di potenza...

La morte, certo, ne cancella le conseguenze: ma non la morte di chi lo ha perpetrato: la morte di chi lo ha subito.

Ecco: questo non dimentichiamolo.

Quando dei nostri tempi si darà una lettura storica, quello che colpirà (ma fino a un certo punto, perché l'antisemitismo del XX secolo ha già palesato dinamiche simili, che quindi, mi dicono gli esperti, non sono, in definitiva, così sorprendenti) sarà l'ampiezza, il carattere totalizzante e totalitario della propaganda, il suo aspetto pervasivo, il modo in cui ha infiltrato e corrotto il processo democratico, rendendo fattualmente improponibile una composizione pacifica dei conflitti. Non possiamo pensare che questo elemento, a noi evidente fin da ora, non verrà studiato e documentato. Altro elemento che colpisce, questo forse sì senza precedenti, è l'odio verso il proprio paese manifestato dalle élite italiane, e non tanto per la sua intensità, quanto per il fatto che, appunto, queste élite non ce lo hanno mai nascosto (tralascio gli innumerevoli esempi, che conoscete). Anche questo elemento dovrà essere in qualche modo analizzato, nella speranza (vana?) che ciò aiuti a evitare il ripetersi di una catastrofe come quella che stiamo vivendo: un balzo all'indietro di quasi due decenni in conseguenza di politiche delle quali si sapeva che erano sbagliate ma si sperava (?) che moralizzassero (?) questo popolo di Untermenschen: voi.

Ma questo sarà un lavoro serio, cui dovranno dedicarsi professionisti, in tempi e modi compatibili con la loro scienza.

Noi possiamo solo continuare a fare opera di testimonianza. Le nostre valutazioni le terremo per noi, e guarderemo avanti, al futuro dei nostri figli.

Non abbassiamoci al livello dei nemici della nostra Costituzione.

Grazie.

lunedì 4 aprile 2016

Ancora sulla logica eurista (terzo addendum): Belgio e USA

(...vi ricordo le puntate precedenti, sempre attuali: il manuale, il primo addendum, il secondo addendum...)


L'ultimo mese ci ha portato due ulteriori teoremi di impossibilità strepitosi. Vere chicche per intenditori: non crediate che tutti i piddini siano in grado di apprezzarne la portata, ma se li unite ai due precedenti...

Comunque, valutate voi:


1) Lo stato belga è fallito perché ha una struttura federale, quindi risolviamo il problema creando uno stato federale europeo.

(..eccerto! Perché se il problema è che fiamminghi e valloni non si parlano in Belgio, ovviamente la soluzione è costruire un'Europa dove i lituani parleranno coi portoghesi, no? Ma se in qualsiasi vocabolario - anche quello lituano - unione, cooperazione e coordinamento sono tre parole diverse, un motivo ci sarà, no?...)


2) Oggi ci vuole l'euro perché tutto è diverso, quindi costruiamo un sistema dove gli Usa sono costretti a finanziarci come al tempo del piano Marshall.

La (2) forse non è chiara a tutti, è un po' più sottile. Ci spendo due parole in più.

Dal tempo de Il tramonto dell'euro metto in guardia contro i pericoli insiti nel voler creare una valuta di statura mondiale mondiale (l'euro) senza volersi prendere la responsabilità di gestirla per rifinanziare gli squilibri che essa crea, e insisto sul fatto che ciò ci avrebbe messo in urto con gli Stati Uniti, che sarebbero fatalmente stati chiamati a "metterci una pezza" (per cui invece della pace locale, che non ci sta dando, l'euro ci avrebbe dato un conflitto globale). In termini aulici, un sistema che rinforza la Germania nel suo ruolo di venditore netto di beni e servizi al resto del mondo, costringe gli Usa a un ruolo di acquirente di ultima istanza, di sostegno unico e solo della domanda mondiale, ruolo che, oltre a non essere sostenibile ad infinitum (soprattutto se lo status di "moneta del mondo" acquisito dal dollaro viene messo in discussione), comunque non è sempre compatibile con gli obiettivi interni della politica economica statunitense (guardate il tira e molla della Yellen sui tassi: poverina, non sa che pesci pigliare, e non solo perché è una specialista di economia del lavoro...).

Il dilemma di Triffin non muore con Bretton Woods, e questo non so quanti lo abbiano capito in giro, come non so quanti intuiscano il ruolo del TTIP in questo quadro: uno strumento che garantisca finalmente agli Usa una posizione esportatrice netta verso l'Europa (come l'euro l'ha garantita alla Germania verso il Sud dell'Europa), in un mondo nel quale la capacità degli Usa di finanziarsi stampando dollari è progressivamente destinata ad affievolirsi.


Con queste premesse, abbiamo via via evidenziato la crescente insofferenza degli Usa verso gli atteggiamenti europei che esacerbavano queste tensioni. Un'insofferenza manifestatasi ad esempio nelle ricorrenti lamentele del Tesoro e più in generale dell'establishment americano verso il surplus tedesco (qui uno degli ultimi esempi), e nei crescenti contrasti in seno al Fmi (ricordate qui). A proposito di questi ultimi, avrete visto l'ultimo episodio. Non entro nel merito delle tante cose che qui sappiamo: l'uso delle crisi come metodo di governo, la natura intrinsecamente politica di organismi dichiarati tecnici, ecc. Questo è piuttosto banale per noi e ormai anche fuori da qui non possono nasconderlo.

Il punto che mi preme mettere in evidenza è quello del quale si accorge perfino il Financial Times:


Il Fondo monetario internazionale, dopo aver proposto il piano di aggiustamento del quale abbiamo indicato qui l'assurdità e il totale spregio dell'evidenza scientifica e della vita umana (nota: presidenta francese, capo economista francese - ma tanto keynesiano, signora mia! - e banche francesi più esposte di quelle tedesche verso la Grecia: cosa poteva venirne fuori?...), adesso si rende conto che non può mettersi in urto con tutti i paesi emergenti per continuare a finanziare gli squilibri causati dall'euro, e quindi vuole - pilatescamente - lavarsene le mani e lasciare il cerino alla Germania. Pilatescamente, perché gli squilibri, che il Fmi oggettivamente non ha creato (preesistevano al suo intervento), sono però oggettivamente stati amplificati dall'assurda ipotesi del Fmi che il moltiplicatore dell'economia greca fosse 0.5, per cui l'austerità avrebbe risolto tutto (mentre ha risolto solo i problemi di qualche banca francese).

A beneficio degli italiani medi, propongo una metafora calcistica: è un Francia-Germania 1 a 0 che simultaneamente equivale a un Europa-Usa 0 a 1. Ai feticisti delle quote rosa segnalo che buona parte di questo scontro si gioca fra tre gentili signore: Lagarde, Merkel, Yellen.

Il desiderio del Fondo di lavarsene le mani, sottraendosi alle critiche che esso stesso ha provocato quando si è fatto mandatario dell'interesse di un solo creditore (o gruppo di creditori), indica bene da quale parte verrà il rompete le righe: saranno gli Stati Uniti ad arrendersi all'evidenza e a riconoscere che la profezia di Kaldor, avverandosi, rischia di costar loro un sacco di soldi. A guerra fredda finita, l'euro è il modo più stupido e quindi più costoso di garantirsi uno stato cuscinetto fra impero americano e ex impero sovietico. Le tensioni in Europa sono costose, oltre che pericolose. Volendo essere precisi, questa situazione non è solo irrazionale, ma anche immorale. Abbiamo ridotto la Grecia a un paese del terzo mondo e ci stiamo buttando un sacco di soldi continuando a chiedere politiche controproducenti (ora e sempre tagli), quando in fondo di quei soldi ci sarebbe bisogno in giro per il mondo per finanziare lo sviluppo di paesi che tutto sommato stanno (ancora per poco) peggio di noi. Ma naturalmente, così come è assurdo pensare che la Germania si unisca a paesi più deboli per farli diventare più forti, è anche assurdo immaginarsi che istituzioni di chiara impostazione imperialistica agiscano per appianare le differenze fra centro e periferia dell'impero! Solo che ora il gioco sta sfuggendo di mano a tutti...

Naturalmente, prima che da queste verità si traggano le debite conseguenze deve andare in scena la "democrazia più grande del mondo". O almeno queste credo siano le intenzioni. Poi, ovviamente, ci può sempre essere qualche pazzo che pensa veramente di uscire dalla "stagnazione secolare" con una guerra mondiale, come può anche darsi che a questa si arrivi senza che nessuno lo abbia veramente voluto (credo sia sempre successo così), ma non abbia nemmeno fatto nulla per smontare il meccanismo istituzionale in vigore, il cui esito naturale è un crescente livello di conflittualità fra Europa e Stati Uniti (ampiamente previsto nel Tramonto dell'euro, perché ampiamente prevedibile).

E ora aspettiamo fiduciosi i prossimi QED, ricordandoci la saggezza popolare: il creditore fa i debiti, ma non le coperture...

venerdì 1 aprile 2016

Le confessioni di un erasmiano

(...il Lebenswerk del giovine Baroni...)

Nicola Baroni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Da Zaventem":

Ho fatto l'Erasmus. 6 mesi a Parigi. Ho conosciuto numerosissimi studenti Erasmus e molti miei compagni universitari e amici lo hanno fatto. Con alcuni ci siamo ospitati vicendevolmente. Spagna, Portogallo, Germania, Francia, Austria, Turchia, Irlanda, Repubblica Ceca, Inghilterra.
TUTTI e dico TUTTI sanno perfettamente, prima di andare, che non si va in Erasmus per motivi didattici (salvo per la lingua che però impari se quello è un tuo obiettivo primario, e non sei obbligato a farlo, o preferibilmente già la sai). Chi dà esami durante lo scambio ottiene, di norma, il 18 GA-RAN-TI-TO, qualunque sia la prestazione; spesso l'oggetto consiste in un programma estremamente ridotto rispetto allo stesso per gli studenti autoctoni e la pazienza del professore di turno assomiglia a qualcosa che neanche Gesù nel Getsemani. L'esame di lingua obbligatorio invece viaggia tra i due estremi della farsa, nella peggiore delle ipotesi e della spintarella, nella migliore. Non di più. Io scelsi di farlo davvero all'ultimo secondo. Gli esami universitari in Italia già li avevo dati e dunque optai per la semplice "ricerca tesi", unica scelta possibile peraltro. Studiai da zero (0) la grammatica base e in tre settimane fui obbligato a dare l'esame, l'ultimo disponibile. Secondo loro avevo un B1 informatico con un punteggio di 72/100. Ridicolo. Impossibile avere un B1 dopo sole tre (3) settimane di approccio ad una lingua. Buon per me. E partii.

Ora, esistono due macrocategorie di studenti che partono e non sono "quelli che si ubriacano o scopano in giro" contro quelli che non lo fanno. Questa suddivisione esiste anche tra quelli che se ne rimangono a casa, alla pari. No. la vera distinzione è tra quelli rincoglioniti e quelli che non lo sono. Mi spiego. Quelli rincoglioniti sono coloro che, oltre a uscire dal proprio paese, escono pure dalla campana di vetro dentro la quale erano accoccolati e rimangono pertanto sconvolti dal contatto con l'aria: "Che figata! esperienza fulminante, ma allora esiste altro oltre a Grottibizzurago sul Mincio": insomma diventano, poiché si sentono, improvvisamente "internazionali" solo perché hanno vissuto in una nuova bolla gigantesca. Tornano “at home” e dicono: "L'Italia fa schifo è provinciale [ ma guarda…], l'Uni di Grottibizzurago sul Mincio è teribbile, la vita vera è un'altra, adesso ti spiego [ avete notato che, dopo aver perso la verginità, specie i maschietti, e in Erasmus capita in buon numero, diventano tutti dei navigati ammiragli della vagina, dispensatori dei più grandi consigli in materia?... No grazie, sarei satollo, salutami Federica].


BISOGNA andare all'estero perché lì [ehm.. dove, pirla?] ci sono opportunità" bla bla e via con minchiate di quel tenore. Questi sono coloro che NON si accorgono che all'estero anche se lavori, anche se sai la lingua sarai comunque uno straniero e che questa cosa ha il suo peso. Ma soprattutto SONO QUELLI CHE NON SI ACCORGONO CHE ANCHE L'ERASMUS è UN'ALTRA CAMPANA DI VETRO: dov'è che puoi vivere all'estero, senza ALCUNA responsabilità se non divertirti, in mezzo soltanto ad altrettanti te, senza doverti preoccupare di come vivere perché mamma, papà, la tua università (cioè il TUO Stato) e l'UE (che poi è quella che mette meno soldi di tutti alla fine) ti cullano dolcemente attraverso periodici bonifici bancari?

L'altro tipo, invece, è quello che quando va in Erasmus queste cose le comprende bene e capisce chiaramente che Severgnini e Eco quando parlano della generazione Erasmus (cioè un gruppo che è andato in vacanza in soldoni, una vacanza che indubbiamente può dare molto in esperienza umana e che consiglierei di provare ove possibile) stanno vedendo la madonna di Medjugorje. Sono dei rincoglioniti anche loro (sono convinto che non sempre lo fanno apposta; a volte v’è proprio che uno è rincoglionito); è davvero una cosa grande come una casa, lo sanno tutti, professori compresi. Insomma, tornando allo “studente Erasmus”, come al solito, la distinzione è tra chi vuole dormire e chi no. Come sempre, come ovunque. La generazione Erasmus semplicemente non esiste ed è argomento che fomenta solo l'odio generazionale perché nei fatti è mettere vecchi contro giovani.


PS
Solo un'ultima cosa. L'Erasmus è per famiglie economicamente serene, ma non necessariamente abbienti, anche se ho capito il discorso che fa Alberto. Io, tempo addietro, mi ero messo da parte soldi lavoricchiando e che poi ho deciso, dato che già li avevo, di mettere lì. Poi, siccome prendevo la borsa di studio regionale, metà l'ho impiegata allo stesso modo. UniVerona, infine, dava 130 euro al mese oltre a quelli forniti dall'UE. Quindi senza il mio paese, senza uno stato che dà (compresa la CAF francese) io NON partivo.






(...con una simile leadership Giovinia non ha un futuro...)

La bolla immobiliare tedesca (eterogenesi dei fini)

Gabrielón L. ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'uscita dell'euro redux: la Realpolitik colpisce ...":

"" (1) nel lungo periodo interventi di quantitative easing da parte della Bce alzerebbero l’inflazione nei paesi del nucleo europeo, i cui elettori sono stati bombardati da anni col messaggio che l’inflazione è il male assoluto. La non sostenibilità politica di questo intervento è quindi chiara: al limite, sarebbero gli elettori dei paesi del nucleo a chiedere di uscire dall’euro (danneggiando se stessi). "" (Bagnai 11/2011)

e ora leggendo questo: Europe's Emerging Bubbles (Sinn 03/2016)

""Property markets in Austria, Germany, and Luxembourg have practically exploded throughout the crisis, as a result of banks chasing borrowers with offers of loans at near-zero interest rates, regardless of their creditworthiness. In Austria, property prices have risen by nearly half since the Lehman collapse; in Luxembourg, they have risen by almost one-third.
Even Germany, Europe’s largest economy, has been experiencing a massive property boom since 2010, with average urban property prices having risen by more than one-third – and by nearly half in large cities. The country is undergoing a construction boom not seen since reunification. Real estate agents have only leftovers on offer.
The German property boom could be reined in with an appropriate jump in interest rates. But, given the ECB’s apparent determination to head in the opposite direction, the bubble will only grow. If it bursts, the effects could be dire for the euro; the new Euro-skeptic Alternative for Germany party, which made astonishing headway in the country’s recent state elections, would make sure of that.""


Postato da Gabrielón L. in Goofynomics alle 1 aprile 2016 12:46



Ieri è stata una giornata massacrante. Per rimediare a un pericoloso calo della midollemia, la sera prima a cena avevo sutto (participio passato di suggere) avidamente tre os à moelle qui. Serata piacevolissima, in una compagnia variegata e di alto profilo (gente che viene da qui), compreso uno dei tanti innamorati di Rockapasso a seguito di questo post (sono il peggior nemico di me stesso). Assente giustificato, invece, quello che piace a Rockapasso: le marchand de vin (personaggio anche lui fuori dal comune, e comunque bel ragazzo: sarebbe il compagno ideale per Diversamente Cozza). Si ride, si scherza, ci si diverte, si beve il rum, poi me ne torno in albergo (un taudis, come Tripadvisor mi aveva ammonito: e peraltro le parole di contenuto rammarico preventivo della mia preziosa assistente - "Professore, io non ho fatto niente: ha voluto fare tutto lei!" - erano state profetico viatico), mi stendo pensando che di sporcizia non è mai morto nessuno e che gli eterotteri sono più fastidiosi (pare impossibile!), ma anche molto più rari degli ortotteri, e immediatamente mi rendo conto che sto male. Ho le nausee. Non ho preso freddo, non sono incinto (anche se ovviamente lo desidererei: ma non mi accoppio da un mese...), quindi i responsabili possono essere solo due: la lingua (non la mia, quella mi causa altri problemi: quella del bue), o il midollo.

Inizia una notte dell'innominato (come potrete vedere dagli orari di pubblicazione dei post precedenti) nel corso della quale totalizzo il numero perfetto di ore di sonno: tre. Riesco comunque a incorporare il midollo, che sembrava volesse abbandonarmi dalla strada di ingresso.

Alle otto mi vengono a prendere e mi portano a Centrale Paris: una delle grandi scuole "tecniche" (l'altra è l'Ecole Polytechnique), che sta lì dietro, accanto al Parc de Sceaux, dove il mio amico A. andava a correre quando abitava ad Arcueil (e dove si svolge questo). Ero andato a dormire nei paraggi, invece che da Claudie, perché c'era la manifestazione dei giovini (e meno giovini) contro la loi travail. Ovviamente mi sentivo uno straccio, non avevo messo in ordine le slides, ecc. Però poi è partito lo show, e ho parlato per due ore di cose che sapete. Cinque minuti (esatti) di pausa e un'altra ora di domande. Col che eravamo arrivati a tante ore di lezione quante ne avevo fatte di sonno, ma non sembrava bastasse. Io, come è noto, coi giovini sono disponibile, quindi dico: "Cari, io ho il treno alle quattro, per cui chi vuole chiedere chieda, e chi non vuole vada, come nella sinfonia degli addii".

Prima che l'ultimo violino si levasse di culo, passa un'altra ora. Poi mi si appiccica (il giovine: marsigliese senza alcun accento) e lo riaccompagniamo in macchina verso Parigi, io e il centraliano che aveva organizzato la cosa (persona preparatissima, molto più avvelenata di me contro il sistema, anche a causa di una ovvia rivalità verso la razza degli enarchi, che noi qui ben conosciamo, e che dell'euro sono alfieri).

All'altezza di Bagneux sprofondo nel sonno. Riemergo a forza alla gare de Lyon, da dove prendo la metro per St Lazare. Zero treni fino alle 16:20. Mi infilo da Atlantique a pranzo, per perder tempo. Perdo troppo tempo: quando traverso la strada per salire sul treno, era praticamente tutto pieno. Trovo un posto per miracolo, chiacchiero un po' col popolo (sono disponibile anche col popolo) che tornava dalla manifestazione della CGT, non introduco l'euro nella conversazione per evitare il vommmmito (vedi alla voce: quattro ore di lezione a stecca, con tanto di afonia dopo tre ore, superata non ricordo come...), poi risprofondo. Mi sveglio a Mantes-la-Jolie (dove, nonostante il nome, succedono anche cose orrende), e mi metto a giocherellare col computer cercando di capire come spiegarvi l'analisi spettrale...

Sì, ma questo non c'entra: torniamo sul pezzo.

Durante il question time, uno dei giovini evoca il fatto che gli interessi tedeschi e quelli francesi non necessariamente coincidono, citando lo squilibrio demografico fra i due paesi (squilibrio del quale qui la televisione parla). E io, naturalmente, visto che le giovini erano partite, constato: "Bè, qui in Francia le donne sono belle, i giovini sono gagliardi, le ex colonie forniscono il loro contributo, quindi certo la demografia non è un problema. Ma guardate un po' quante cose vanno storte, per colpa di questo squilibrio. Intanto, come notava Jacques Sapir, ai tedeschi va benissimo anche la crescita zero, perché tanto, siccome la loro popolazione declina, hanno ragionevoli prospettive di veder comunque crescere il loro reddito pro capite. Poi, loro, siccome sono creditori, non vogliono inflazione, e quindi difendono l'euro [il mio argomento del 2011, NdC]. Solo che per non far esplodere l'euro, sono stati costretti ad accettare che questo si svalutasse bruscamente, altrimenti i paesi del Sud, schiacciati dal suo peso, sarebbero dovuti uscire, rompendo il giocattolo. Per fare questo, e per tentare di rianimare gli investimenti, la Bce pratica una politica di tassi di interesse zero (o sottozero) che naturalmente danneggia i pensionati tedeschi, data la struttura del loro sistema pensionistico, dove se i tassi sono zero, il capitale (guarda un po'!) rende zero. Quindi: proteggi l'euro perché non vuoi l'inflazione, perché vuoi difendere la tua pensione, ma per farlo devi avere tassi zero che comunque intaccano la tua pensione...".

E poi c'è un altro effetto dei tassi zero, quello che lamenta Sinn nel contributo riportato da Gabrielòn, e che tante volte in giro per il mondo abbiamo visto all'opera: alimentano bolle immobiliari. Se Sinn ha ragione, pare che stiamo mettendo su una specie di mercato subprime mitteleuropeo, i cui cocci, non c'è da dubitarne, prima o poi ci cadranno in testa. Il tutto, in un contesto nel quale il sistema bancario locale appare sano solo grazie a un sapiente maquillage e a regole di supervisione scelte nell'interesse del più forte (come osservava perfino il compianto De Cecco).

(...compianto sì, ma anche perfino, però. Ricordo l'ultima conversazione sull'euro con lui, non so più quanti anni fa. Era una giornata primaverile ed eravamo sulle scale del Castro Laurenziano. L'atteggiamento era: "è una cazzata, ma ormai l'abbiamo fatta"...)

Vi faccio notare una cosa, in tutto questo ragionamento che per alcuni di voi è scontato, e per altri, magari (gli ultimi arrivati) è invece misterioso: l'eterogenesi dei fini.

Nel 2011 argomentavo (con altri) che l'ottusa resistenza tedesca nel difendere l'euro era determinata dalla paura di perdite in conto capitale, determinate sui crediti esteri dalla svalutazione, e su tutti i crediti dall'inflazione. In questo scenario, era anche immaginabile che, pur di evitare politiche monetarie eccessivamente lasche da parte della Bce, in Germania qualcuno potesse preferire l'uscita verso una nuova moneta forte. Le politiche lasche poi ci sono state, a livelli non pensabili cinque anni or sono, e l'effetto però è stato quello che economia keynesiana prevede: sui prezzi poco o nulla. Quindi, da questo punto di vista, ai tedeschi è andata bene: l'inflazione non ce l'hanno, e i cocci stanno ancora insieme. Ma la tentazione centrifuga c'è sempre, e viene da un altro aspetto del problema che non avevo interpretato correttamente. Sempre nel 2011 pensavo che il flight to quality che aveva alimentato il mercato dei Bund tedeschi si sarebbe presto ritorto contro la Germania: i Bund sarebbero stati la prossima bolla. In realtà le cose non sono andate così: i Bund tengono, e tiene anche la Germania, della quale, a inizio 2012, mi chiedevo come sarebbe potuta arrivare a fine 2012 con la tripla A.

(...risposta: grazie alla politica. Ma io non avevo capito a quell'epoca i richiami di molti di voi all'importanza della dimensione transatlantica del problema...)

Tuttavia, invece di dare soldi allo stato tedesco perché questo te li tenga da parte, c'è anche un altro modo di fare investimenti "sicuri": comprare casa in Germania. In fondo, affitti negativi non si sono mai visti! Sulla base di questo ragionamento, ecco che la bolla arriva, ma da un'altra parte: dal mercato immobiliare, anziché da quello dei titoli.

Quale lezione ne traiamo?

Che Dio e il mercato non ci citofonano ogni volta che vogliono regolare un conto, e non pubblicano in Gazzetta Ufficiale con trenta giorni di anticipo la modalità scelta per tirare la linea. Ma alla fine una linea la tirano. Se sei vivo sai che morirai, se sei insostenibile sai che il mercato non ti sosterrà. L'unica differenza è che mentre prolungare una vita umana ha senso (nella stragrandissima maggioranza dei casi e nel rispetto dell'individuo), prolungare la vita dell'euro non ce l'ha. Le toppe sono peggiori dei buchi, e anche se ora grazie a voi capisco un po' meglio il mondo (per cui sono ragionevolmente sicuro che si troverà il modo di far svolgere in pace le elezioni americane), mi chiedo veramente fino a dove si spingeranno le forzature della logica economica che naturalmente rampollano dalla scelta sbagliata di unire paesi diversi sotto istituzioni comuni. Notate anche che ognuna di queste forzature logiche smantella un argomento della propaganda. Ad esempio: la svalutazione a difesa dell'euro ha smantellato il mito dell'euro moneta forte e della svalutazzzzzione che causa l'inflazzzzzione; i tassi zero hanno smantellato il mito dell'euro che difende i risparmi, visto che dopo aver risparmiato una vita in cambio ti danno una cippa, e che, tra l'altro, la naturale aspirazione a valorizzare il frutto delle proprie rinuncie spinge i risparmiatori verso investimenti più rischiosi, dove, a buon bisogno, perdono tutto, per poi sentirsi anche dire che è stata colpa loro (e non di chi li ha sostanzialmente truffati, senza farsi un giorno di galera, perché i problemi di moral hazard si risolvono magicamente con l'euro)!

Sintesi: come finirà è chiaro, anche se fino alla fine non sapremo per quale strada ci saremo arrivati.


(...poi sono tornato a casa: mi sono preparato una minestrina, e a letto. Resident Evil 2 mi ha riportato nel dibattito: i film di zombie sono la metafora perfetta del dibattito coi piddini. Escono dalle fottute pareti, dal fottuto suolo, avanzano barcollando nello spazio come nei ragionamenti, nei quali non li assiste certo la loro logica quanto meno rudimentale - diciamo: unipolare, e per ognuno che abbatti, te ne trovi davanti un altro, che vuole un'unica cosa: il tuo sangue, senza rendersene conto e senza sapere esattamente perché. Ma lo vuole, e quindi è pericoloso. E tu lo abbatti, ma sai che ce ne sarà subito un altro. Però, come dire: vedere che questa volta toccava a Milla Jovovic anziché a me mi ha in qualche modo sollevato...)

(...amore: la donna della mia vita sei tu. Milla è solo una collega, caccia gli zombies, e come sai, "sul lavoro e nel palazzo non ce devi mette il sentimento"...)

(...poi ho dormito sei ore come un pupo: la stanchezza è il miglior sonnifero...)

 P.s: mentre cerco di sbrigare burocrazia di varia origine (italiana, francese), dalla mailing list del Manifesto di solidarietà europea mi arriva questo.