(dall'uomo il cui nome è un codice fiscale ricevo e volentieri pubblico:)
kthrcds ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il peso della colpa":
L'era dei sensi di colpa sta per finire.
Come si sarà notato
Letta eccelle nell'arte dell'eloquio fine a sé stesso. Non per nulla è
uno dei “migliori rampolli della Dc”, come ha ricordato orgogliosamente
Gianfranco Rotondi. Secondo Letta, il destino dell'Italia si gioca
sull'"amore per l'Europa”, perché "non possiamo più rinchiuderci su noi
stessi, dobbiamo lavorare per un'Europa federale che abbia come
capisaldi la crescita e lo sviluppo".
Che di per sé non significa nulla, ma fa fare bella figura ai consessi internazionali.
In
più di un'occasione Letta ha fatto riferimento al Nobel per la pace
assegnato all'Ue per ricordare che "quel Nobel non è alla memoria,
perché l'Europa è uno spazio politico con cui rilanciare la speranza,
mettere fine alla guerra di stereotipi, di sfiducia e diffidenza". Per
Letta "l'Europa esiste solo al presente e al futuro, solo se alla storia
tracciata dei padri si affianca l'azione dei figli".
Qualsiasi cosa
abbia inteso dire, sarebbe opportuno avvertirlo che la retorica
europeista di cui abusa nelle sue orazioni rischia di apparire obsoleta
già nel brevissimo termine, perché sta crescendo il numero di coloro che
si sono accorti che l'€ è una trappola. Ultimo in ordine di tempo è uno
dei fondatori dell'€ medesimo, Oskar Lafontaine, il quale, sul sito di die Linke,
«il partito da lui (fra gli altri) fondato, ammonisce che "la
situazione economica sta peggiorando di mese mese, la disoccupazione [in
Europa, ndr] ha raggiunto un livello che mette in discussione sempre
più le strutture democratiche" e che per questo bisogna farla finita con
questa "catastrofica moneta".
Per Lafontaine sia il popolo che la
politica tedesca ancora non si sono resi conto del fatto che, mentre la
situazione nel Sud Europa (Francia compresa) peggiora, l'egemonia
tedesca verrà messa sempre più in discussione, e che prima o poi
l'Europa si accorderà per politiche che andranno a danno della Germania
stessa».
Critico è anche il ministro delle Finanze francese
Moscovici: "l'austerità è finita e una svolta decisiva nella storia
dell'Europa è alle porte", mentre l'Olanda
«sta assistendo a un deterioramento dei conti che lo sta spostando dal
centro alla periferia, e l'imputato principale è l'austerità in salsa
tedesca con cui si sta curando la recessione europea.
[...]
Anche
i Paesi Bassi si preparano quindi a sposare la dottrina francese (e
spagnola, e portoghese): pensare prima alla crescita e poi, in tempi di
vacche grasse, occuparsi di rientrare dai debiti. I dati parlano chiaro:
nonostante le attese di una ripresa verso la fine dell'anno, l'area €
rischia di rimandare il ritorno alla crescita al 2014, poiché le brutte
notizie continuano a susseguirsi».
In effetti devono essere proprio brutte se il Sole24Ore nota che «Fa parte del “nuovo cinismo”
considerare la Germania vicina alla piena occupazione. Un modo di
pensare che solo 20 fa sarebbe stato inimmaginabile nella cultura di
quel paese. È vero che in Germania la disoccupazione è ai minimi dagli
anni Novanta. Ma ai 3 mln di disoccupati non vengono aggiunti il milione
di lavoratori impegnati nei corsi di formazione o nei cosiddetti
“lavori da un €”. Altri 7 mln di tedeschi lavorano nei “mini-jobs”
pagati meno di 400 € al mese. Il numero dei sotto-occupati è quindi
altissimo. Se si tenesse conto di questo esercito di riserva si
riscriverebbe in toni meno eroici la storia del rinascimento industriale
tedesco. Un rinascimento a cui continua a mancare il vero testimone di
ogni politica economica di successo: gli investimenti domestici, da
dieci anni i più bassi d'Europa».
(ma, mentre il resto del mondo ormai non può più far nemmeno finta di non capire, in Italia continuiamo a essere più realisti del re, tanto chi pagherà il conto è facile prevederlo...)
porter ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio ...":
Ma come, AQC, non ci avevi raccontato che per competere contavano solo qualità e innovazione?
"La prima misura è quella di ridurre il costo del lavoro secondo le unanimi indicazioni provenienti anche da Ue e da Ocse... Ciò può avvenire in vari modi tra i quali .. la riduzione degli oneri sociali sulle imprese ... Questo potrebbe servire ad aumentare la competitività (specie internazionale) di prezzo dei nostri prodotti .."
Ho letto bene? COMPETITIVITA' DI PREZZO?
E poi bisogna dare una mano alla "mano invisibile", anzi meglio dargli mani libere:
"Bisogna
riprendere la tematica del rapporto tra regolamentazione per legge e
contrattazione [ECCO IL PUNTO] al fine di dare alle parti sociali [AD
UNA PARTE SOCIALE SOLA] maggiore autonomia nell'applicazione delle norme
generali in vista di più efficienza [!!] ed equità [!!!]. Una urgenza è
però quella sulla flessibilità in entrata riducendo le restrizioni sui
contratti a termine [L'UNICA NORMA TEORICAMENTE A TUTELA DEL LAVORATORE]
almeno finchè dura l'emergenza economica.
Ma... c'è sempre un ma:
"Tutto ciò porta al problema di coperture finanziarie .."
Certo,
c'è il pareggio di bilancio da rispettare, poi il fiscal compact, la
contribuzione all'ESM... vuoi vedere che non è possibile fare proprio
nulla in termini di politica economica?
Come si fa? Nuove tasse? NOOOO!
"L'Iva può non essere portata al 22% anche con un allineamento europeo di alcune tra quelle agevolate."
Bravo, ad esempio aumentiamola sui beni di prima necessità, chissà chi ne sarà più penalizzato...
Hai ragione, ci vuole proprio un bel coraggio....
(eh già! Del resto, il coraggio, chi non ce l'ha, glielo danno i mercati, no?)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
mercoledì 8 maggio 2013
Uno vale uno, tutti gli altri son nessuno
QED
(ai miei lettori: per voi era inutile, lo so...)
(ai volenterosi: scusate, ho da fare. Sapete, c'è una crisi economica, e io, mio malgrado, ma non a mia insaputa, sono un economista...)
(ai miei lettori: per voi era inutile, lo so...)
(ai volenterosi: scusate, ho da fare. Sapete, c'è una crisi economica, e io, mio malgrado, ma non a mia insaputa, sono un economista...)
domenica 5 maggio 2013
Il peso della colpa
(da S. L. ricevo e volentieri pubblico a sua insaputa)
Giovedi notte ho fatto assistenza notturna in ospedale ad un
parente. L'assistente dell'altro paziente era Giulio.
Giulio: 32 anni, 2 lauree, "agraria" e "scienze
infiermeristiche", concorsi superati, non lo chiamano, non capisce e si sente in colpa per questo. Ha aperto PIVA e
lavora a chiamata per una cooperativa.
Gli do alcune nozioni della "goofynomics". Con gli
occhi lucidi (veramente), mi vorrebbe offrire di tutto: strette di mano, pacche sulla spalla, ... un caffè ogni
mezz'ora (che ovviamente debbo rifiutare). Insomma, non le dico i ringraziamenti: ho alleggerito il
peso della colpa che si sentiva dentro. Per completezza, quei ringraziamenti, li rigiro a lei.
Mi ha riscritto:
Ciao Stefano,
ti ringrazio ancora per le informazioni che mi hai dato la
scorsa notte, sei stato rivelatore! Mi potresti scrivere l'autore ed il titolo del libro che mi
hai consigliato di leggere?
Grazie
Gli ho risposto.
Arrivederla e buon lavoro.
(il peso della colpa, capite? Il peso della colpa... Quale colpa, per Dio? E poi dobbiamo vedere in televisione personaggi in cerca di autore che ci raccontano di quando da bambini avevano paura dell'inflazione...)
sabato 4 maggio 2013
venerdì 3 maggio 2013
A sua insaputa...
(aahhhh, ma allora proprio non avete capito!?)
Vi ricordate la storia dell'economista premier a sua insaputa?
Siccome il peggio non è mai morto, gira voce, negli ambienti bene informati, che un certo economista stia per essere componente di un gruppo di lavoro o di ricerca o di non so che, sempre rigorosamente a sua insaputa.
Ve lo dico con le buone: non fatelo...
Io ho un ottimo gruppo di lavoro, composto dal numero giusto di persone: una. Io me. L'armata Brancaleone mi piace al cinema, ma non è il mio strumento preferito di elaborazione del pensiero. E i motivi per i quali questo matrimonio non si può fare li sapete, li ho detti con chiarezza e non dipendono da me.
Quindi, fatemi questo cazzo di favore: cancellate il mio nome da ovunque sia. Altrimenti, questo matrimonio che oggi non si può fare, per evidenti motivi, non lo si potrà fare né domani né mai. Perché a me non piace fare due fatiche...
(chi è romano avrà capito quale delle due fatiche non riesco a fare...)
Vi ricordate la storia dell'economista premier a sua insaputa?
Siccome il peggio non è mai morto, gira voce, negli ambienti bene informati, che un certo economista stia per essere componente di un gruppo di lavoro o di ricerca o di non so che, sempre rigorosamente a sua insaputa.
Ve lo dico con le buone: non fatelo...
Io ho un ottimo gruppo di lavoro, composto dal numero giusto di persone: una. Io me. L'armata Brancaleone mi piace al cinema, ma non è il mio strumento preferito di elaborazione del pensiero. E i motivi per i quali questo matrimonio non si può fare li sapete, li ho detti con chiarezza e non dipendono da me.
Quindi, fatemi questo cazzo di favore: cancellate il mio nome da ovunque sia. Altrimenti, questo matrimonio che oggi non si può fare, per evidenti motivi, non lo si potrà fare né domani né mai. Perché a me non piace fare due fatiche...
(chi è romano avrà capito quale delle due fatiche non riesco a fare...)
mercoledì 1 maggio 2013
Declino, produttività, flessibilità, euro: il mio primo maggio.
(iniziato a Orly, come l’altra volta, proseguito per tutta l’Italia, e finito a
Roma...)
A tutti coloro ai quali la Natura matrigna e un minimo di
forza di volontà hanno consentito di raggiungere un certo livello, anche lo
studio dell’economia, al pari di qualsiasi altra attività umana (lo scopone
scientifico, il beach volley, la
fisica quantistica), offre una inesauribile miniera di profonde soddisfazioni
intellettuali. Perché, vedete, gli economisti le cose non è che non le sappiano
o che non le dicano. Le sanno, e le dicono, e quando se le dicono, queste cose,
i loro rigorosi e un pochino arzigogolati discorsi somigliano tanto, ma tanto
tanto tanto, alle vostre schiette e limpide intuizioni. Solo che da un lato
loro, un po’ per pudore (forse), e molto per allungare il cv, le loro cose se
le dicono in separata sede, in linguaggio aulico, e non perdono tempo a
divulgarle. Un libro divulgativo non è un libro, in accademia, quand’anche
contribuisse, chissà, magari, forse, a orientare il dibattito politico di un
paese. Dall’altro, voi le vostre
intuizioni siete stati abituati a reprimerle: vi è stato suggerito, o meglio
imposto, di non credere ai vostri occhi, e alla fine, de guerre lasse, vi ci siete abituati.
Il luogocomunismo ha vinto.
O meglio: aveva vinto, fino a quando non è arrivato un tipo
strano che ha cominciato a spiegarvi cosa dicono gli economisti (quelli veri,
quindi non il signor
Creosoto o i gianninizzeri), usando però un linguaggio meno aulico.
E voi avete cominciato a poter credere ai vostri occhi, a
poter esprimere quello che avevate sempre pensato, riconoscendo che quanto
avevate intuito coincideva, in effetti, con le conclusioni di ponderosi studi
scientifici. Il che, posso immaginare, deve essere stato una bella
soddisfazione intellettuale: riconciliare i fatti con le proprie intuizioni,
incasellare le (proprie) sensate esperienze nelle (altrui) certe dimostrazioni,
che goduria! Mai quanto la mia nel constatare che vi ho aiutato a emanciparvi,
e questo nonostante il noise di
fondo, un po’ white, e un po’ red (Giorgio il precisazionista è a
disposizione per chiarire i termini acustici della metafora, il cui significato
però è evidente: ormai non reggo più nessuno, e da oggi sarà guerra totale, e mi dispiace per le anime belle: io sono con Gibilisco...).
I numeri del declino
Rientra a pienissimo titolo fra gli economisti veri, anche
se voi lo avete criticato in modo un po’ spiacevole (cosa che lui ha fatto
benissimo a farmi notare), Francesco Daveri, che leggevo sempre con interesse
su lavoce.info (prima di cominciare a scrivere, cosa che ha sottratto ahimè
tempo alla lettura). Ricorderete che lo ho incontrato in due occasioni (qui
e qui),
per scambi di idee sempre interessanti, che spero possano ripetersi in futuro.
La realtà cambia, un aggiornamento ogni tanto male non fa. Il professor Daveri
si è occupato, con alcune coautrici, di una cosa della quale mi occupo anch’io,
e della quale vi occupate anche voi (o, per meglio dire, è lei ad occuparsi di
voi): mi riferisco al declino
dell’economia italiana, che abbiamo visto ad esempio qui. Me ne
sto occupando, in particolare, nel mio ultimo lavoro, dal quale proviene questa
tavola:
La tavola descrive la crescita del reddito pro-capite in
termini reali nell’Eurozona a 12 paesi e in tre sue suddivisioni: il nucleo
(Germania, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Finlandia), l’Italia,
e la periferia (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo). Nota: in termini reali
significa depurato dall’effetto dell’inflazione, cioè valutato a prezzi
costanti (chi queste cose non le sa può studiarsele qui).
Questa ripartizione
territoriale, lo ricordo a chi se lo fosse dimenticato, si basa sullo studio
condotto da Harvey e dai suoi coautori sui “club” di
inflazione nell’Eurozona. Per chi non lo ricordi, lo studio prefigurava
esattissimamente quali sarebbero stati i problemi dell’Eurozona: gli squilibri
di competitività derivanti dalla mancata convergenza dei tassi di inflazione,
convergenza prevista dai
liberisti de noantri (per i quali, come continuano a ripeterci, sarebbe
bastato “legarsi” ai paesi virtuosi per mandare le cose a posto), ma
decisamente smentita dal
modello minskyano (quello che chiamiamo “ciclo di Frenkel”). Com’è andata
lo sapete: la convergenza non c’è stata, la
divergenza di competitività è esplosa e con essa gli squilibri che ci
stanno portando al redde rationem.
Questo breve ripassino solo per farvi capire che la ripartizione territoriale
proposta nella tabella ha un ben preciso significato ed è fondata in studi
rigorosi. Ma torniamo al punto.
Che un declino dell’Italia ci sia è innegabile.
Attenzione. Non facciamo confusione.
Il rallentamento della crescita, cosa che i
Savonarola da quattro soldi non capiranno mai, perché è troppa fatica per
loro studiare dieci pagine di economia (quando è molto ma molto più remunerativo
in termini politici berciare slogan che non vogliono dir nulla), è cosa del tutto fisiologica e prevista dai
modelli standard di crescita economica (sulla cui fondatezza si può comunque
discutere). Il problema non è tanto che la crescita italiana diminuisca di un
po’ più di un punto a decennio, partendo dal 5% degli anni ’60. Quello che
Savonarola non sa è che il modello standard di crescita economica prevede
proprio che il sistema evolva verso uno stato stazionario. Ma per capire questo
bisogna arrivare a pagina 30, e siccome Savonarola di solito è un ingegnere,
leggere 30 pagine di cose che a lui sembrano semplici (come al diciassettenne
la sonata di Mozart) è troppa fatica. Non chiediamogliela, ma non stiamolo più
a sentire, e torniamo a occuparci dei problemi veri, che sono due:
1)
il primo
è che il rallentamento della crescita (fisiologico) è più rapido in Italia che
nei paesi del nucleo, e questo nonostante in effetti l’Italia, essendo in
posizione di relativa arretratezza rispetto al nucleo, avrebbe dovuto, in teoria,
continuare a crescere in modo relativamente più rapido del nucleo (essendo
questo relativamente avanzato), per portare a termine il proprio processo di
convergenza (catching up),
così come aveva fatto nei primi tre decenni considerati (dagli anni ’60 agli
anni ’80).
2)
il secondo, che questo rallentamento, invece di
portare a uno stato stazionario (crescita zero del reddito pro-capite), diventa un declino in termini assoluti
del reddito pro-capite (una crescita negativa, una decrescita, una recessione).
Quanto questa decrescita sia felice è sotto gli occhi di tutti, e va detto che
Daveri e la sua coautrice, che sono due economisti professionisti (chiaro?)
l’avevano vista arrivare fin dal loro primo studio del 2005 (di cui vi dico
subito dopo un breve corsivo).
(vorrei per favore non
dovermi occupare più di chi non capisce che il Pil è reddito, che è composto
per oltre il 70% di servizi e non di beniconsumisticiinquinantibrutto, che è
una misura di valore e non di volume fisico e quindi di rifiutiingombrantifiniremosepoltisottolaplasticabrutto.
Basta. Gli idioti e i dilettanti devono fare un passo indietro, o il sangue dei
tanti suicidi ricadrà anche sopra le loro teste. Non c’è risposta, ma ci sarà
una Norimberga, questo ricordatelo sempre.)
L’anatomia del declino
Chiusa la parentesi, Daveri parte proprio dall’analisi di questi
due aspetti problematici. Due suoi contributi mi sono sembrati particolarmente
interessanti: il primo risale al 2005, con Cecilia Jona-Lasinio dell’ISTAT, e
il secondo al 2010, con Maria Laura Parisi dell’Università di Brescia.
Nel primo, intitolato “Getting
the facts right”, pubblicato sul Giornale degli Economisti (vol. 64,
n. 4), Daveri e Jona-Lasinio (DJL) analizzano,
in una rigorosa prospettiva neoclassica, il declino che abbiamo descritto. Cosa
intendo per “rigorosa prospettiva neoclassica”? Intendo che l’analisi è
incentrata sul lato dell’offerta, cioè trascura totalmente il ruolo della
domanda nel determinare la crescita di un sistema economica. L’idea che la
crescita possa essere influenzata anche dalle condizioni della domanda è propria
dell’approccio keynesiano (oggi qualcuno dice “postkeynesiano”) e lo distingue dall’approccio
neoclassico (vagamente assimilabile a quanto alcuni chiamano “liberismo”). Insomma,
nell’ormai consueta metafora del cinico Guerani, i neoclassici sono quelli per
i quali il miglior barista è quello che fa più caffè al giorno, e i
keynesiani sono quelli per i quali il bravo barista è quello che vende
più caffè al giorno, considerando il fatto che se ti domandano spesso di fare
qualcosa, magari diventi più bravo a farla (e qui ognuno potrebbe portare la
propria esperienza).
(E i neokeynesiani?
Sono “supply siders” mascherati, ma ne parliamo un’altra volta.)
Incentrare l’analisi dal lato dell’offerta significa
ricondurre la crescita al dato ingegneristico
(quanto sono buone e moderne le macchine che usi) e organizzativo (quanto ti alzi presto la mattina, e magari anche,
giustamente, quanti lacciuoli – con la “u” – ti mette lo Statoladroooooo),
trascurando il dato più propriamente economico
(quanto mercato hanno le cose che produci). I tre elementi potrebbero
convivere, e la scelta di separarli è analitica, ma anche, come sempre,
ideologica.
In termini analitici, l’approccio neoclassico conduce a
utilizzare come strumento per “organizzare” i fatti la funzione di produzione
aggregata, cioè la relazione fra il totale degli input (capitale e lavoro) e il
totale dell’output (prodotto) di un settore o di un’intera economia, e questo fa
Daveri con le sue coautrici, producendo risultati a mio parere molto
interessanti.
“Orrore!”, anzi, “Ovvove!”, diranno gli economisti “de
sinistra”, drappeggiandosi nei loro tweed molto britannici, e immediatamente
esibendosi, a titolo di rito purificatorio, in quella simpatica attività che
istwine ha icasticamente definito “lo scambio di figurine”: “La funzione di
produzione aggregata! Ma Garegnani ha detto... Ma Joan Robinson ha ribadito...
Mi dai due Kaldor che ti passo un Kalecki? Sì, però allora insieme ci voglio
anche uno Sraffa. Qualcuno ha quella di Godley in sahariana?...” E così
blaterando, di santino in santino, in uno sterile e deliquescente
chiacchiericcio filologico che in effetti a me, dall’esterno, ricorda molto
certe dispute fra tifosi di calcio (mi perdonino tutti gli amici, dalla A di
Angelini alla Z di Zezza).
Che poi uno si
chiede: ma perché persone che mediamente sono state troppo zitte sull’euro,
diventano mediamente troppo loquaci appena uno cerca di fare informazione?
Ma lasciamo stare...
Istwine è icastico, e io so’ pragmatico (pure istwine, del
resto).
Se una persona mi
racconta delle cose interessanti, la sto a sentire. Il pedigree mi interessa
poco. Intanto ascolto, poi si vede...
Cosa ci raccontano DJL, usando la funzione di produzione
aggregata?
(Amici “de sinistra”, ripeto:
lo so che Y=F(K,L) non esiste, tranquilli, non è questo che mina la sacrosanta
“unità da ‘a sinissra”, no: è la vigliacca e opportunistica difesa dell’euro da
parte di alcuni, magari al grido di “più Europa”, inclusi alcuni che magari,
immagino, oggi, pur di non dover mai ammettere di aver avuto torto e di aver
tradito, oggi, suppongo, tifano Letta sperando veramente che possa servire a
qualcosa! Ma di questo il conto non ve lo chiederò certo io: vedete bene che ho
altro da fare).
Scusate, oggi divago. Capisco che questo renda difficile la
lettura. Ma bisognerà pure che condivida con voi il senso di quanto, e per
quali sterili e insulsi motivi, il mio lavoro è difficile...
DJL ci raccontano, dicevo, delle cose che, appunto, mi
sembrano interessanti. Ve le enumero, così potrete valutare anche voi:
1)
il declino dell’economia italiana è dovuto a un rallentamento della produttività del
lavoro, non a una riduzione del numero di ore lavorate. Un rallentamento
che, come ricorderete, abbiamo visto qui
(nella Fig. 1). Non sembra quindi si applichi all’Italia l’argomento di Alesina, Glaeser e Sacerdote
(2005) (li chiameremo AGS), i quali imputano la minor crescita dell’Europa
rispetto agli Stati Uniti al fatto che “Europeans today work much less than
Americans”, naturalmente per colpa dei sindacati, ça va sans dire (e chi è che oggi vuole “abolire” i sindacati?)...
Il punto merita un approfondimento. Come mostrano DJL, la
valutazione di AGS è viziata da un
errore di quelli che il prof. Bisin nella sua velina esorta a non fare
(sagge parole): la confusione fra livelli e tassi di crescita. Perché è vero sì
che nel 2004 lo scarto di prodotto pro capite fra Italia e Stati Uniti
dipendeva in effetti per due terzi da un minore input di lavoro, e per un terzo
dalla minore produttività (lo vedete nella Tab. 1 di DJL). Ma, come
giudiziosamente e correttamente osservano DJL, questo dato puntuale, riferito ai
livelli di un singolo anno, è il risultato di una storia precedente, e lungo
questa storia si vede bene che da quando
è iniziata la stagnazione dell’economia italiana (cioè, secondo DJL – e anche
secondo me – dal 1995), in effetti le ore lavorate per addetto sono andate
costantemente aumentando, e non di poco: dell’1% all’anno (Tab. 2 di DJL),
mentre quella che è rallentata (non diminuendo, ma sostanzialmente stagnando) è
la produttività.
2)
il rallentamento della produttività si è concentrato nel settore manifatturiero,
mentre nel settore delle “utilities” (gas, luce, acqua, ecc.) ci sono stati
rilevantissimi incrementi di produttività, la cui crescita è piuttosto
accelerata (e questo lo vedete nella Tab. 3 di DJL).
Insomma: vi ricordate il
meraviglioso mondo di Balassa-Samuelson, quello con due settori, uno di
beni commerciabili (tradable) e uno
di beni non commerciabili (non tradable)?
Bene: in Italia la crescita della
produttività ha rallentato nel settore tradable
per eccellenza, il manifatturiero, addirittura azzerandosi nel settore dei beni
di consumo durevole (tipo le automobili, per intenderci).
Perché?
Bo’!
DJL registrano il fatto, dicono che è startling (isnt’it, my dear?),
ne enumerano le infauste conseguenze (ad esempio, è un peccato che la crescita
della produttività sia tanto assente proprio nel settore – quello dei beni
durevoli – nel quale generalmente si concentra l’attività di ricerca e sviluppo
e che quindi svolge una funzione di avanguardia e di traino per l’intera
economia). Ma di spiegare perché questo accada non se ne parla. Eppure...
...ma va be’, ne parliamo sotto.
3)
il rallentamento della produttività è
praticamente tutto imputabile a un
effetto within anziché between.
In altre parole, si tratta di un effettivo calo della
produttività all’interno dei (within) singoli settori, anziché dell’effetto
di una riallocazione di lavoratori fra (between)
settori (con l’idea che se metti una persona a lavorare in un settore
caratterizzato da produttività più bassa, nell’aggregato la produttività cala).
Attenzione, siamo precisi: il calo ha riguardato il tasso di crescita della
produttività – sapete che sono nel mirino di Bisin, vedo il fastidioso pallino
rosso del puntatore laser ronzarmi intorno come una mosca... Meno male che la
mano è malferma (per i noti
motivi!). In altre parole, quello che gli economisti chiamano “cambiamento
strutturale”, cioè l’evoluzione nel tempo dei pesi dei singoli settori (da una
società agricola a una industriale a una di servizi), c’entra poco con quanto
ci è successo: il calo della produttività non è dovuta al fatto che, come
berciano gli idioti, siamo passati tutti dal produrre elettronica al produrre
ciabatte di gomma.
E questo lo vedete nella loro Tav. 4.
So far so good.
Ma la domanda resta:
perché?
Le spiegazioni del declino: tre teorie
Ora, non è pensabile che un dato così macroscopico non abbia
suscitato dei tentativi di spiegazione. Ma naturalmente, le spiegazioni, come
neoclassicismo vuole, sono tutte dal lato dell’offerta, ignorando rigorosamente
quello della domanda. Si soffermano, cioè, su elementi riferiti alla struttura
del processo produttivo (i famosi 100 caffè del barista di Torny Guerani),
senza minimamente considerare il fenomeno economico nella sua completezza (che
produci a fare se nessuno compra?). Sembra ovvio: se la causa del declino
risiede nella produttività, bisogna occuparsi della condizioni della produzione.
Lo dice la parola stessa. L’idea “goofynomica”, ma in realtà economica, che
l’economia si faccia in due, e che quindi la domanda retroagisca sull’offerta,
a questi non passa minimamente per il cervello. D’altra parte, è pur vero che
il modello accademico statunitense ci spinge a settorializzarci: “offertisti”
neoclassici e “domandisti” postkeynesiani.
L’America è il paese delle grandi praterie e delle grandi
porzioni, non quello delle grandi sintesi, lo sappiamo.
Ma vediamole, allora, queste spiegazioni settoriali, che
sono tutte molto interessanti, e vediamo se si può fare di più (senza essere
eroi).
Il nanismo
La prima spiegazione la conoscete, anche perché è condivisa
da una fetta significativa (in termini mediatici) degli economisti “de
sinistra”. E quale sarebbe? Quella secondo la quale le imprese italiane
sarebbero poco produttive perché troppo piccole. Il “nanismo” delle imprese
italiane, in grande parte piccole e medie imprese organizzate in distretti
industriali, sarebbe all’origine della loro scarsa produttività. Va da sé che,
come i più accorti fra voi intuiscono, questa
spiegazione si coniuga naturalmente con una difesa ad oltranza dell’euro,
difesa, beninteso, da “sinistra”.
E perché, diranno i più distratti?
Ma è semplice!
Perché (e su questo mi ha fatto riflettere molto Alessandro
“Torny” Guerani) negli ideatori del progetto fascista dell’euro (sì, del progetto
fascista, sorprendentemente difeso ultra
vires da molti compassati economisti di rito cantabrigense antico e
osservato), negli ideologhi dell’euro, c’era, indubbiamente, anche spazio per
un certo margine di buona fede. È
indubbiamente probabile, molto probabile, che una delle motivazioni più o meno esplicite del progetto eurista fosse
quella di “indurre” (amorevolmente) le piccole imprese a fondersi per diventare
grandi e quindi produttive. Un “quindi”
messo un po’ a casaccio, sulla base di un atto di fede, come sono i “quindi”
dei piddini.
Ma come
si voleva realizzare questo nobile, ancorché forse non pienamente fondato
intento?
Be’, lo
sappiamo. Il fascismo di Mussolini usava il manganello. Quello di Barbapapà e dei suoi
accoliti “de sinistra” usa il vincolo esterno. Sotto la morsa di un cambio sopravvalutato, le (piccole)
imprese sarebbero state costrette a fare la cosa giusta, anzi, a farne due:
pagare di meno i salariati, e unirsi per cercare economie di scala. Due cose
intrinsecamente di sinistra, come ognuno vede, soprattutto la seconda, che
piacevolmente evoca i Kombinat
sovietici (ah, quanta nostalgia di quando si poteva inneggiare a certi carri
armati, eh, compagni? Che cce voi fa’, i tempi cambiano...).
Lo
possiamo dire con una frase, volete?
Uno degli elementi più deliranti
del progetto eurista è stata la sua fede nel fatto che la politica
macroeconomica (nella fattispecie, la manovra del cambio) si potesse sostituire
alla politica industriale (ad esempio, la creazione di infrastrutture o lo
snellimento della burocrazia). Certo, trovare testimonianze aperte di questa decisione è
piuttosto difficile, per il semplice motivo che i piccoli e medi imprenditori
sono tanti, e nessun partito politico è così scemo da andargli a dire in
faccia: “immolatevi per il bene del paese”! Ci sarebbe poi stato da spiegare
come mai i politici di un paese la cui prosperità si fondava in modo
significativo sui distretti industriali fossero così proni a un progetto,
quello europeo, che per tante vie favoriva la grande impresa del Nord, come i giuristi ben vedevano. Ma sono sicuro che i sagaci
lettori di queste testimonianze ne troveranno, e come. E del resto, sapete che
c’è? Anche se ha sempre fallito, l’uso del vincolo esterno come strumento di
politica industriale non è nemmeno una grande novità.
Sentite
cosa ci racconta Pierre Gaxotte nella sua storia della rivoluzione francese (ve
l’ho raccontato a Padova): nel 1786 una crisi da
sovrapproduzione fa crollare il prezzo dei prodotti agricoli, e il governo,
nella persona di Charles Gravier de Vergennes, si preoccupa di rianimare
l’esportazione. In che modo? Con un trattato commerciale bilaterale concluso
con il Regno Unito, con il quale si sposa una logica liberista: abbattimento
dei dazi, per favorire il commercio, il quale, va da sé, sarebbe servito a
consolidare la pace (in un solo trattato due novità: “l’euro ci ha dato la
pace” e “più Europa”: cose nuove, come vedete!). Certo, i prodotti agricoli
francesi diventavano così più appetibili per gli inglesi. Ma la riduzione dei
dazi sui prodotti industriali inglesi corrispondeva a una rivalutazione reale
del cambio francese, a un inasprimento del vincolo esterno (i prodotti
industriali francesi diventavano meno convenienti). Qual era
l’idea geniale del de Vergennes? “Vergennes espérait que les difficultés
contraindraient les usines à moderniser leurs machines et leurs méthodes et
qu’un petit mal serait payé par un grand bien” (il vincolo esterno avrebbe
costretto le imprese ad adottare innovazioni di processo per migliorare la
produttività).
Invece la ricompensa venne sotto forma di rivoluzione: “Sur
l’heure, on ne vit que les stocks invendus, les ouvriers sans travail errant
dans les rues des villes, demandant du pain et maudissant les riches”.
L’idea
delirante che le imprese debbano essere pungolate col vincolo esterno quindi
non è né di oggi, né di ieri. Scommetto che lettori di buona volontà potrebbero
trovarne esempi nell’Antico Testamento. Del resto, altrimenti perché mai
avremmo passato tanti millenni a combatterci?
R&S
La
seconda spiegazione la conoscete, perché è anch’essa parte integrante del
mantra luogocomunista. La spesa in ricerca e sviluppo! La piccola impresa va manganellata col vincolo esterno perché, oltre
tutto, fa poca ricerca e sviluppo. “Noi non facciamo abbastanza ricerca e
sviluppo”, ecc. Vi ricordate il trollazzo cojone, Alex78, quello dei
maglioncini, appunto? Vi ricordate quello delle ciabatte di gomma? Ecco, quel
discorso lì, autorevolmente supportato da una ricerca della Banca di Credito
Cooperativo di Casteltrollazzo di sotto. Economisti di vaglia, si intende, mica
gente ai margini della comunità scientifica.
Ora,
nessuno nega che la ricerca e lo sviluppo siano importanti. Ci sono fior di
lavori che ne dimostrano l’importanza. Uno per tutti, quello di Parisi, M.L.,
Schiantarelli, F., Sembenelli, A. (2006) “Productivity, innovation and R&D:
micro evidence for Italy”, European
Economic Review, 50, 2037-2061. Lavoro accuratissimo, rivista
prestigiosissima. Ma anche non ci fossero lavori così convincenti, figuratevi
se io, che nel settore della ricerca ci lavoro, andrei a dire che la ricerca
non è importante: un sano e italico conflitto di interessi mi condurrebbe naturalmente
a dirne tutto il bene possibile! Ovvio, no?
Madri, date ricerca alla Patria! Un altro slogan eurista, che
però un fondamento pare averlo. Solo che... i dati che ci dicono?
Una
cosa molto semplice e molto nota: la spesa in ricerca e sviluppo in Italia ha
viaggiato, nel tempo, attorno a un punto di Pil. In Germania, pensate, nella
virtuosa Tedeschia, era il doppio: il 2% del Pil. E, va da sé, nella viziosa
Ellade era quasi la metà. Il che lascia
peraltro ai supply-siders l’ingrato
compito di spiegare come mai un paese con così poca ricerca sia cresciuto così
rapidamente (prima del botto), e lo abbia fatto soprattutto per via di un potente
recupero di produttività (crescita media della produttività del lavoro al 3%
dal 1999 al 2008, quasi il doppio di quella tedesca).
Ma non
mettiamo in imbarazzo i supply-siders.
Produttività e flessibilità
Eh, ma
queste cose le sapevate! Ora invece sto per stupirvi con effetti speciali, e,
se non mi inganno, sto anche per farvi godere profondamente. Perché... c’è una
terza spiegazione del calo di produttività del lavoro in Italia (e più in generale
in alcuni paesi europei).
E sapete qual è?
Quella proposta da Gordon, R.J. and Dew-Becker, I.
(2008) “The role of labor market changes in the slowdown of European
productivity growth”, CEPR Discussion
Papers, February (scaricabile dal NBER). Oh,
attenzione: Robert Gordon è un economista importante, non
è che stiamo parlando del primo venuto. Tra l’altro, io la macroeconomia l’ho
studiata (per dovere di istituto) sul suo libro di testo, che era quello
adottato nel corso di Maurizio Saltari.
(Grande esame. Alla fine Saltari mi
propone un 27, e io gli chiedo perché. E lui: “Ma vedo che lei con Tenenbaum ha
preso 26, e io ho grande stima della capacità di valutazione di Tenenbaum.” E
io: “Ma la spiegazione è semplice: l’esame del prof. Tenenbaum non l’ho
studiato, perché la microeconomia non mi interessa. La macroeconomia mi
interessa di più e quindi vorrei un’altra domanda”. Fatta la domanda, preso 28.
Il prof. Saltari era (ed è) fortemente autocorrelato: sarà per questo che gli
riesce doloroso pensare di dover abbandonare l’euro! Oh, Enrico, si scherza eh!
Lo sai che io sono un buon diavolo...).
(Oltre che per dovere sul Gordon,
fortunatamente la macro me l’ero studiata per mio piacere anche sull’Ackley,
quello in italiano comprato da Maraldi a Roma, e quello in inglese comprato da
Barblan et Saladin à Fribourg, e ricordo ancora quando Vianello mi disse: “Che
bel libro l’Ackley!”. E lui, che era “de sinistra”, proprio non poteva credere
che uno come me, che gli sembrava “de destra” perché faceva econometria, cioè
perché preferiva i dati allo sterile e deliquescente chiacchiericcio
filologico, avesse letto Keynes, avesse studiato Ackley, e tante altre
cosucce... Eh, chissà cosa direbbe oggi Vianello? Forse fa parte anche lui di
quelli come Dornbusch, dei quali dobbiamo pensare che alla fine è meglio per
loro – anche se peggio per noi – che non ci siano più...).
Comunque,
scusate, divagavo, so che non vi interessa, ma era solo per darvi contezza del
fatto che la teoria che sto per esporvi è stata formulata da uno che ce l’ha
lungo (il CV).
E che
teoria è?
Semplice.
Gordon e il suo coautore
sostengono che la colpa del calo di produttività del lavoro in Europa sia da
attribuire alle riforme del mercato del lavoro.
E come?
Semplice:
la disponibilità di lavoro reso più conveniente dalle opportune
“flessibilizzazioni” avrebbe indotto gli imprenditori a adottare metodi di
produzione a più alta intensità di lavoro, a detrimento della produttività.
Insomma: il problema sarebbe nella relativa abbondanza di offerta di lavoro
resa possibile, appunto, dalle mirabili riforme à la Schroeder, per dirla con l’ortotterone
nostro...
Daveri, F. e Parisi, M.L. (“Temporary
workers and seasoned managers as causes of low productivity”, paper presented at the Ifo, CESifo and OECD Conference on Regulation
“Political Economy, Measurement and Effects on Performance”, Munich, 29-30
January 2010), questa storia ce la raccontano così:
“Queste modifiche legislative (il
pacchetto Treu) dettero pieno riconoscimento legale a una quantità di forme
contrattuali part-time e temporanee, alcune delle quali esistevano da prima,
anche se confinate al mercato del lavoro non ufficiale (NdC: un modo elegante
per dire “nero”). L’abbondanza di lavoro a buon mercato derivante da queste
riforme monche ha determinato un declino
del rapporto capitale/lavoro di equilibrio. Potrebbe anche aver scoraggiato la capacità innovativa di
molti imprenditori, che sono stati posti a confronto con la tentazione
irresistibile di adottare tecniche che usassero in modo intensivo i lavoratori
part-time, la cui disponibilità sul mercato del lavoro era aumentata”.
Ma...
Scusate...
Sto
trasecolando...
Le riforme del mercato del
lavoro nel senso della flessibilità (in uscita, va da sé) non sono forse quella
cosa tanto bella, che i tedeschi hanno fatto prima di noi perché sono tanto
bravi, e che l’Europa (o la Bce, visto che l’Europa è l’euro) ci chiede a gran
voce? E
proprio queste riforme sarebbero all’origine del calo di produttività, e quindi
del declino della nostra economia e anche degli squilibri esterni e interni del
nostro paese?
Perché, vedete, se cala (o non cresce) la produttività diminuisce
la crescita del prodotto e quindi del reddito, per cui diventa più difficile il
risanamento finanziario (pubblico, ma anche privato): i privati guadagnano
meno, sono in difficoltà col rimborso dei propri debiti, e pagano meno tasse,
per cui anche lo Stato è in difficoltà col rimborso dei propri debiti. Ma se
cala la produttività, cala anche la competitività, perché lo stesso costo del
lavoro si ripartisce su un numero proporzionalmente minore di prodotti, e
quindi i prezzi dei prodotti nazionali aumentano relativamente a quelli dei
prodotti esteri, e quindi succede quello che succede (sbilanci esteri,
accumulazione di debito estero, crisi di bilancia dei pagamenti, ecc.).
Bene.
Non so se avete capito: per
Daveri e Parisi (DP) questi processi perversi sono attivati da cosa? Dalle
“benefiche” (o forse erano “venefiche”?) riforme del mercato del lavoro! Sì,
avete capito bene! Ve lo dicevo, no, che vi sareste divertiti...
Attenzione:
non si tratta di una mera ipotesi. Lo studio di Daveri e Parisi sottopone
questa ipotesi a una seria verifica empirica, analizzando la relazione fra
produttività e impiego di lavoratori “flessibili” (de gomma...) in 4177 imprese
italiane nel periodo dal 2001 al 2003 (nel quale la produttività aggregata calò
dell’1.8%). Conclusioni? L’ipotesi è “consistent with our data” (anche se
naturalmente questo indica solo una correlazione, non è detto che implichi un
nesso causale, ecc.). Ma i dati questo raccontano.
Quando
l’ho fatto notare a istwine, la risposta è stata abbastanza esilarante. La domanda
era (affettuosa): “Ma Daveri c’è o ce fa?”. E la risposta (perdonate i
francesismi del giovane istwine):
“Comunque
non lo capisco neanche io, speravo di aver capito male, cioè, non pensavo fossero così al contrario. Mi son
anche cercato recenti articoli per vedere se fosse contro la flessibilità.
Macché, addirittura contro l'art.18. Boh, ma che cazzo scrivono a fare questi?
Sono il corrispettivo degli economisti de sinistra che fanno articoli su Marx,
Kalecki e Keynes e poi si fanno le seghe con Fassina. Ma che cazzo di senso ha?
Mi
ricordano quelli che dicono "la classica? Bellissima, soave."
"cosa ascolti?" "e boh, Allevi, Einaudi".
Ah.”
Insomma,
dilettanti?
Oppure
no.
Perché
vedete, che la flessibilizzazione del lavoro abbia effetti perversi non è certo
Daveri il solo a dirlo (in Italia). Sentite ad esempio Giuseppe Travaglini, un
economista “de sinistra” e anche un amico che mi ha mandato qualche giorno fa,
qui ai margini della comunità scientifica, un suo saggio, dove leggiamo:
“Il basso costo del lavoro ha
agito da disincentivo per le imprese ad accrescere l’efficienza, rendendo
profittevoli attività a basso valore aggiunto, altrimenti marginali... La
moderazione salariale quindi oltre che deprimere le retribuzioni e in consumi,
favorendo l’indebitamento, ha depresso l’investimento di qualità, i processi
innovativi e la crescita della ricchezza nazionale.”
in “Alcune riflessioni sulle cause
reali della crisi finanziaria”¸ Quale Stato n. 1/2, 2009 (un
saggio che dovreste comunque leggere, il link è al pre-print).
Insomma:
sia gli economisti di “destra” (intendo: neoclassici, più vicini alla Bocconi
che alla CGIL) che “de sinistra” (intendo: neokeynesiani, più vicini alla CGIL
che alla Bocconi) in fondo sono d’accordo: la flessibilizzazione, premessa
essenziale della moderazione dei salari (perché chi ha diritti rivendica, e chi
non ne ha abbozza) è all’origine del problema.
Ma il
punto che sorprendeva me e istwine (e spero sorprenda anche voi) è questo: che
un economista relativamente vicino al sindacato (faccio per dire, non so quanto
Giuseppe lo sia) possa pronunciarsi contro la flessibilizzazione selvaggia del
lavoro è anche scontato, diciamo fa parte del gioco, anche perché (suppongo)
questo economista magari sarà stato critico verso la Fornero, ecc. Uno però potrebbe
giustamente chiedersi, come del resto fa istwine: “A Daveri, invece, chi glielo fa fare di adottare una
spiegazione del declino (il declino causato dalla flessibilità) così poco in
accordo con le premesse ideologiche e teoriche del blocco ideologico/politico al
quale appartiene? Una tesi così contrastante con la sua difesa a spada
tratta di Monti, Fornero, dell’Europa che per definizione ci chiede sempre cose
giuste (fra cui la flessibilità)?”
Come fa
un economista schierato (legittimamente) come Daveri a dire che il problema della
produttività è causato dalle riforme che hanno portato flessibilità?
Credo
che dipenda dalla necessità di scegliere il male minore, l’ammissione meno pericolosa in termini ideologici, come passo a
spiegarvi.
Le spiegazioni del declino: un fatto contro tre teorie (e daje a rideeee....)
Vedete,
nella descrizione del declino data dalla Table 2 qua sopra ho adottato, per
mera convenzione di calendario, una suddivisione della storia economica
italiana per decenni. Ma è un dato assodato che i decenni non corrispondono (in
generale) ad effettivi punti di svolta, né ci sarebbero motivi per crederlo. Non
si può chiedere alla Storia, e nemmeno alla SStoria, di piegarsi alle
convenzioni del calendario. La Storia, e anche la SStoria, quando si volta
pagina lo decidono loro, senza stare a vedere se fa cifra tonda.
Ora, osserviamo
il profilo temporale della produttività media del lavoro in Italia (cosa che abbiamo già fatto):
Basta un
colpo d’occhio ai dati per capire subito che alcune delle dotte spiegazioni di
destra e “de sinistra” volano in cocci.
Cosa
mostrano infatti i dati? Che l’arresto
nella crescita della produttività è repentino e si situa inequivocabilmente a
metà degli anni ’90.
DJL non contestano minimamente questo dato di
fatto, anzi! Le loro analisi prendono come punto di “rottura” del trend della
produttività il 1995 (vedi le varie tavole). Al di là di quale sia la datazione
precisa del fenomeno, è chiaro che l’arresto della crescita della produttività
è piuttosto improvviso e si situa in quei paraggi. Ancora una volta, “destra” neoclassica e “sinistra” neokeynesiana sono
perfettamente d’accordo su questo che è un dato, il dato. Ad esempio,
Giuseppe Travaglini (“Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia
– Cause e soluzioni”, Quaderni di
Rassegna Sindacale, n 1, 2013), usando un approccio analogo a quello di Daveri,
situa il punto di svolta nel 1994 (in entrambi i casi manca un’analisi formale
del punto di rottura, ma la coincidenza di vedute è piuttosto significativa).
Questo,
però, crea un ovvio problema!
Prendete ad esempio la spiegazione
che vede la causa del problema nel “nanismo” delle imprese, come sentiamo
spesso profferire dai compassati colleghi “de sinistra” (quelli che “la piccola
impresa è una metastasi”), per una volta in celeste corrispondenza di amorosi
sensi con quelli “de destra” (quelli che “la mobilità internazionale dei
capitali è come la Roma, non si discute, si ama”).
Scusate,
compagni e camerati, lo vedete il dato? La produttività rallenta
improvvisamente a metà anni ’90. Cioè, fatemi capire, compagni e/o camerati, mi
state dicendo che nel 1995 le imprese italiane sono improvvisamente diventate
tutte troppo piccole? State sostenendo
che in quell’anno i distretti industriali italiani sono stati tutti lavati in
lavatrice col programma sbagliato, facendo l’ingloriosa fine del golfetto
d’angora strinato a 90 gradi?
Mi
sembra chiaro che questa spiegazione non sta in piedi. L’arresto della
produttività è improvviso, quindi non può essere connesso al “nanismo”, che
eventualmente è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, e riconosciuto per
tale, perché la piccola e media impresa è da sempre uno degli assi portanti
dell’economia italiana.
Del
resto, il modello dei distretti industriali italiani era stato lodato, fino
alla prima metà degli anni ’90, proprio per il suo dinamismo, e questo non solo
nella letteratura scientifica nazionale (il nazionaliiiiiismo!), ma anche e
soprattutto in quella internazionale (ad es., Pyke, F., Sengerberger, W. (eds)
(1992) Industrial districts and local
economic regeneration, Geneva: International Institute for Labor Studies).
Non esistono solo le economie di scala. Esistono anche le esternalità di rete, tanto
per dirne una. E qui mi fermo.
Ma non
va molto meglio se prendiamo in considerazione le spiegazioni basate sull’altro
mantra, quello della scarsa ricerca e innovazione. Questa spiegazione, come la precedente
(nanismo), non spiega il profilo dei dati. Perché, vedete, la spesa per ricerca
in Italia è sempre stata la metà di
quella tedesca, virgola più, virgola meno. Ma ora guardatevi l’andamento delle
produttività italiana, francese e tedesca:
(nota:
in questo
post di Krugman si parla del rapporto fra la linea verde e la blu, cioè fra
la produttività italiana e quella francese, senza capire bene cosa è successo –
vedi sotto...).
A me
pare che fino al 1989 la produttività italiana sia cresciuta allo stesso tasso
di crescita di quella tedesca. Poi, come abbiamo visto, c’è un primo arresto
corrispondente allo Sme “credibile”, e un arresto definitivo dal 1996. Ora: non è che quando la produttività
italiana cresceva allo stesso ritmo di quella tedesca (cioè fino al 1995) il
livello della spesa in R&S italiano fosse pari a quello tedesco, per poi
calare improvvisamente, dal 1995 in poi, tirandosi dietro la crescita della
produttività. Eh no, amici. Come nel caso delle dimensioni delle imprese,
così in quello della spesa per R&S, non è che a un certo punto, nel 1995,
la lavatrice della SStoria ha girato col programma sbagliato, restituendoci
delle variabili “ristrette” e condannandoci in quell’anno al declino. No no no!
Le cose non stanno così.
E anche
sui livelli ci sarebbe qualcosa da dire, perché è sì vero che la spesa formale
in R&S è relativamente bassa in Italia, ma è anche vero, e ce lo spiegano,
ad esempio Belussi, F., Pilotti, L. (2002) “Knowledge creation, learning and
innovation in Italian industrial districts”, Geografiska Annaler, 84B, pp. 125-139, che il modello del distretto industriale vede uno dei propri punti di forza
nella capacità di produrre e diffondere rapidamente i risultati di innovazioni
economicamente rilevanti che non nascono da un’attività di ricerca e sviluppo
formale (quella che ricade nelle statistiche: l’esistenza cioè di uno staff o di un progetto esplicitamente
dedicato e finanziato), ma all’interno delle singole imprese, per iniziative
non formalmente assimilate a R&S. Quindi non è detto che le statistiche
rispecchino l’effettivo impegno in R&S dei due sistemi industriali.
Ancora
una volta, non ci siamo.
Il
fallimento empirico (incapacità di spiegare il punto di svolta) dei due
approcci che fanno la parte del leone sui media (il “nanismo” e il “ricerchesviluppismo”),
spiega però la strana contorsione logica di DP. Perché la loro spiegazione,
per quanto contraria alla loro ideologia “libertaria”
(flessibilizzare sempre e comunque), sembra però quadrare con i dati. In
effetti, come dicono loro (abbiamo visto la citazione sopra), il pacchetto Treu
è stato adottato a metà degli anni ’90, e quindi
l’idea che il declino della produttività sia dovuto alle norme di
flessibilizzazione in esso contenute sembra finalmente fornire una spiegazione
coerente.
Sembra...
Perché
il pacchetto Treu, va ricordato, è stato emanato a metà 1997, e anche ammettendo che abbia
da subito dispiegato i suoi effetti, bisogna riconoscere che difficilmente
avrebbe potuto spiegare il rallentamento marcato della produttività che si
verifica fra 1995 e 1996 (due anni prima), o addirittura, se ha ragione
Travaglini, fra 1994 e 1995 (tre anni prima). Certo, fa parte della mistica
neoclassica il principio delle cosiddette “aspettative razionali”. Come dire:
magari nel 1995 un imprenditore, perfettamente informato di quello che sarebbe
accaduto nel 1997, avrà cominciato ad assumere lavoratori sapendo che due anni
dopo gli sarebbero costati di meno e abbassando così il rapporto
capitale/lavoro ottimale...
Suvvia!
Nessuno,
soprattutto non Francesco Daveri, può credere a una spiegazione simile. E
infatti, come ricorderete, la sua ipotesi che sia la quantità di lavoratori “flessibili”
ad abbassare la produttività lui non la sperimenta in un intorno del punto di
svolta, ma alcuni anni dopo, sul triennio 2001-2003 (nel quale sono successe
anche altre cose).
Ma
allora perché usare una spiegazione che per una volta non è controintuitiva (la
flessibilità deteriora la produttività) ma che è senz’altro controideologica
(la flessibilità deve essere sempre buona e bella perché ce la chiede
l’Europa!).
Quello che i dati dicono e gli economisti non dicono
Semplice.
Per non dire che la colpa è anche dell’euro. Posto nell’alternativa
fra profanare due totem (la flessibilità e l’euro), il male minore a molti
economisti sembra quello di profanare la flessibilità (accusandola di
compromettere la produttività), pur di non attribuire alcuna responsabilità
all’euro. Ma i conti non tornano.
Il fatto stilizzato par excellence dell’economia italiana,
negli ultimi venti anni, è questo:
In
verde trovate, come sopra, la produttività del lavoro (ALP, average labour productivity). In rosso il tasso di
cambio lira/ECU (lire per ECU), che dal 1999 diventa il tasso di cambio
irrevocabile con l’euro. Ricordo a beneficio delle eventuali persone dalla
limitata capacità di comprensione che questo tasso, cioè quello rispetto agli
altri paesi europei, è il più significativo per quanto riguarda l’effettivo
“peso” della valuta italiana, dato che le valute che componevano il paniere
dell’ECU (e che poi sarebbero di fatto confluite nell’Eurozona) corrispondono
ai paesi che esprimono la maggior parte del commercio dell’Italia (paesi europei,
perché, guarda caso, si tende a commerciare di più con chi è più vicino...).
Segnalo anche che il cambio è espresso in lire per ECU, cioè incerto per certo,
il che significa che un suo aumento implica una svalutazione (quella cosa che
viene variamente descritta dagli scienziati economici come un cancro, come il sorpassare
in corsia di emergenza, e via luogocomunando, quando in fondo è solo l’operare
della legge della domanda e dell’offerta...).
Per chi
ama le misure, le due serie hanno una correlazione di 0.973 in livelli e di
0.431 in tassi di variazione, entrambe significativamente diverse da zero: c’è
poco da dire, le due serie si muovono insieme, e in particolare, è visibile, si
fermano insieme. Nel 1996, dopo aver raggiunto un picco di svalutazione,
l’Italia rivaluta, e da quell’anno la crescita della produttività pare
arrestarsi (espertoni, un attimo! Arrivo subito!).
Vorrei
fare due ordini di considerazioni.
La
prima è per i miei amici del cuore, gli espertoni, i quali saranno pronti con
il loro cavallo di battaglia: “la correlazione non implica causalità”! E
vengono a spiegarlo a me, che da vent’anni insegno cosa sono le regressioni spurie! Sus Minervam docet, come
al solito.
Ora: se
due variabili A e B si muovono insieme, questo può succedere per svariati
motivi: perché A causa B; perché B causa A; perché C causa A e B; o per caso
(esiste anche questo).
Vediamo
un po’...
Che
quello che accade nella figura sia effetto del puro caso, sinceramente tenderei
ad escluderlo. Un caso può verificarsi, una volta ogni tanto, ma noi
constatiamo nella figura che ogni volta che il cambio si irrigidisce (smette di
“crescere”), la produttività flette (cresce meno rapidamente). Il fenomeno è
abbastanza evidente fra 1988 e 1989, ad esempio, e un’analisi più dettagliata è
stata fatta qui. Non credo si possa invocare il
caso (che pure produce meravigliose correlazioni).
Allora
vogliamo pensare che sia una terza variabile a influenzare sia il cambio che la
produttività? Io, sinceramente, non conosco un modello che funzioni in questo
modo, ma se qualche trollazzo di passaggio ha un’idea, perché no? A me sembra però
che nel campo delle idee plausibili rimangano le due più semplici: A causa B o
B causa A.
Vediamo...
Vogliamo
pensare che sia la produttività a causare il cambio? Cioè che il rallentamento
della produttività causi un apprezzamento nominale.
Sinceramente, mi sembra strano. Una rivalutazione (o un rallentamento della
svalutazione) del cambio implica che la moneta del paese sia più domandata
dagli operatori esteri (commercianti, investitori). E perché mai qualcuno
dovrebbe desiderare di più la valuta di un paese che, essendo meno produttivo,
offre meno opportunità di profitto? Se qualcuno me lo spiega, forse lo capisco,
ma gradirei che lo facesse per iscritto, così, a futura memoria. Per non
parlare del fatto che l’irrigidimento del cambio che osserviamo nella figura è
determinato da un cambiamento istituzionale (l’adesione all’Eurozona) ed è
quindi largamente esogeno, predeterminato, indipendente dalla logica economica.
Che una variabile esogena (cambio) possa essere causata da una variabile
endogena (produttività) suona strano: come fa una variabile “esterna al
modello” ad essere causata da una variabile “determinata dal modello”? (per
usare un linguaggio semplice).
Non c’è
niente da fare! Rimane in piedi solo l’ultima ipotesi: che la stasi della
produttività (declino) sia causata da quella del cambio (fissazione del cambio
nominale). Questa ipotesi quadra con la dinamica dei dati (il rallentamento
della produttività coincide con la rivalutazione del 1996) ed è supportata da
un preciso modello causale di riferimento, il modello di crescita kaldoriano di
Dixon e Thirlwall (1975). Questo modello si basa sulla legge di Verdoorn, che
vi ho già illustrato: a causa della presenza di rendimenti crescenti, il tasso
di crescita della produttività è influenzato positivamente dalla crescita della
domanda. Il barista diventa più produttivo se gli chiedono più caffè, perché
impara a farli meglio. Questo meccanismo attiva un processo di causazione
cumulativa che può agire da circolo virtuoso o vizioso, a seconda della spinta
iniziale.
Se a un
paese si aprono nuovi mercati, questo aumento di domanda stimola la
produttività, permettendo di produrre a prezzi inferiori e di consolidare così
l’espansione nei nuovi mercati, secondo un processo cumulativo. Se invece i
mercati si chiudono, si avrà uno shock di domanda negativo che porta il paese
su un percorso di crescita della produttività e del reddito inferiori.
Ora,
cos’è successo secondo voi nel 1996? Visto che abbiamo drasticamente rivalutato
rispetto ai partner europei, è facile che ci sia stato uno shock negativo di
domanda, tramite esportazioni. In effetti, questa figura:
mostra
che nel 1996, in sincrono con una rivalutazione dell’8%, si è verificato un bel
tuffo delle esportazioni di più del 2%, per di più dopo un periodo di forte
crescita.
Direi
che il modello di Dixon e Thirlwall mette insieme almeno un paio di fatti
stilizzati dei quali le altre spiegazioni non danno conto:
1)
la
data del cambiamento di struttura, che coincide con la rivalutazione
preliminare all’aggancio della lira all’euro (tutte le altre spiegazioni o non
forniscono una data, o, nel caso di quelle articolate sulla flessibilità, ne
forniscono una posteriore);
2)
il
fatto che il calo di produttività abbia riguardato prevalentemente i settori “aperti”
al commercio internazionale e, in particolare, come ricordano DJL, i settori
del “made in Italy” (le altre spiegazioni non illustrano come mai proprio i
settori più aperti e dinamici sarebbero stati colpiti da un improvviso calo di
produttività, mentre se prendi in
considerazione il ruolo del cambio, il motivo diventa ovvio).
Siete
sempre convinti che l’euro non c’entri, e che sia solo un problema di
produttività? L’unico modello che si riconcilia coi dati ci dice una cosa
diametralmente opposta: proprio perché è un problema di produttività l’euro
(cioè l’improvvisa rivalutazione della lira e l’adozione di un cambio
sopravvalutato) c’entra, e come!
I paradossi del vincolismo
Attenzione.
Io non
sono eretico (sono inquisitore) e non sono eterodosso (sono ortodosso), ma sono
eclettico: non ho alcun motivo particolare per ritenere che nel mondo ci siano
solo la domanda, o solo l’offerta. Questo tipo di spiegazioni le lascio ai pasdaran.
Nel mio mondo il mercato ha due lati.
Quindi?
Quindi
secondo me c’è del vero anche nella
spiegazione di DP e di Travaglini. Sicuramente, dopo essere stata messa su un sentiero di crescita della domanda e
quindi della produttività inferiori dallo shock del 1996, l’Italia è stata
mantenuta su questo sentiero anche
dalle riforme del mercato del lavoro, con gli effetti perversi descritti da DP
e da Travaglini (disincentivo all’innovazione di processo e di prodotto
determinato dalla disponibilità di manodopera flessibile a buon mercato).
Ma...
attenzione! Questo non fa che raddoppiare le responsabilità dell’euro!
Perché?
Ma
perché la flessibilità, con i suoi effetti perversi, ci è stata venduta in nome
del “ce lo chiede l’Europa” come necessaria risposta alle rigidità “virtuose”
indotte dal cambio fisso. Dato che la moneta italiana era rigida, dovevano
diventare flessibili i lavoratori, e ciò sarebbe stato un bene perché avrebbe
aumentato l’occupazione e la produttività. Non ricordate? Eppure ce l’hanno
detto, io me lo ricordo, e chissà quante citazioni voi, che siete bravi, troverete...
Quello
che si perdeva in competitività con un cambio troppo forte, lo si doveva
guadagnare con riduzione dei costi di produzione interni, cioè del costo del
lavoro, riduzione che è più facile se la disoccupazione è alta o se il
lavoratore è precario e quindi ricattabile. Questo era lo scopo che si voleva
ottenere: lo sbriciolamento dei diritti dei lavoratori. Ma per renderlo
politicamente “accettabile” era necessario che questo scopo venisse proposto in
nome di un ideale superiore: insomma, il solito “ce lo chiede l’Europa”.
Ora,
pensateci un attimo. L’idea del vincolismo è che lavoratori e imprese devono
essere manganellati dal vincolo forte per migliorare (farsi pagare di meno,
essere più produttivi). Ma... ragioniamo un attimo sulle imprese. Le imprese
operano per fare profitti, e i profitti sono dati dai ricavi meno i costi:
Profitti
= Ricavi – Costi
L’ideologia
vincolista sostiene che se un’impresa viene messa in condizione di fare meno
profitti, si darà da fare per migliorare (fondendosi con altre, diventando più
produttiva) per farne di più. Da Vergennes a Prodi, passando per Andreatta, l’idea
sottostante è questa.
Ora, in
tutto questo la manovra del cambio, usata come strumento di politica
industriale, agisce prevalentemente sul lato dei ricavi: se la moneta nazionale
è troppo forte, l’impresa esporterà di meno e incasserà di meno. Questo viene
visto come virtù.
Ma,
paradossalmente (e questo l’ho capito leggendo Travaglini), viene vista come
virtù anche la flessibilità, che allenta il vincolo dal lato dei costi: il
lavoratore flessibile viene pagato di meno, e l’impresa fa più profitti.
Vedete?
È sempre la solita storia della differenza fra etica e moralismo. Il moralismo è asimmetrico. Perché mai
di due cose che riducono i profitti (cambio forte e diritti dei lavoratori), e
che quindi vincolano le aziende stimolandole – in teoria – a diventare più
produttive, una deve essere vista come buona e perseguita (il cambio forte), e
l’altra come cattiva (i diritti dei lavoratori) e sostituita dalla
flessibilità? Non è chiaro.
Anche perché lo sgretolamento di diritti e retribuzioni
dei lavoratori conduce a un esito inevitabile: il crollo della domanda interna,
che spinge ad esasperare (per forza di cose) la strategia mercantilista di
promozione delle esportazioni, cioè, in presenza di cambio rigido, a ulteriori
risparmi di costi da cercare con ulteriori compressioni dei redditi e dei
diritti.
Questo
è il triplo fallimento dell’ideologia vincolista del quale parlavo a Padova (in
dipartimento, non filmato). Il vincolismo ha condotto al declino l’economia
italiana attraverso tre canali:
1)
la
relazione fra domanda e produttività (modello di Dixon-Thirlwall, 1975), ovvero
il rallentamento della produttività determinato (nel 1996) dalla
sopravvalutazione e conseguente fissazione del cambio nominale, via shock sulle
esportazioni;
2)
la
relazione fra flessibilità del lavoro e produttività (Gordon, DP, Travaglini), ovvero l’adozione
da parte delle imprese italiane di un rapporto capitale/lavoro non ottimale,
con il ricorso massiccio a lavoro precario sottopagato e conseguente calo della
produttività (una risposta resa inevitabile dalla sopravvalutazione del
cambio);
3)
la
relazione fra moderazione salariale e crollo della
domanda interna, che ha portato all’aumento del debito di famiglie e imprese e
alla rincorsa (senza speranza) del “modello tedesco”, i cui fallimenti,
peraltro, cominciano a dispiegarsi ai nostri occhi, come era ampiamente
prevedibile.
È un
fallimento economico, ma è anche e soprattutto un fallimento politico, non
dimentichiamolo mai. Quello di élite che per motivi che gli storici appureranno
(collusione con interessi esteri? Accecamento ideologico?) hanno
paternalisticamente deciso di governare gli italiani col manganello del cambio,
sapendo di esporli a difficoltà, ma confidando nel fatto che queste li avrebbero temprati.
La
filosofia politica di Charles Gravier de Vergennes.
Il
cinico Guerani, ricordando l’Unione Monetaria
Latina, e la tassa
sul macinato che ne fu l’ovvia conseguenza (certo, certo, adesso c’è la
Cina), dice che le unioni monetarie se le possono permettere solo quei paesi
che possono cannoneggiare gli operai, come fece il feroce monarchico
Bava. Ma Alessandro in fondo è un buono. Fa un po’ il cinico per
impressionare le donne bionde dal marcato accento palermitano (Lidia, si
scherza, va da sé!), ma in fondo in fondo è un pezzo di pane, perché il raccontino
che ci siamo fatti dice che le cose stanno molto peggio di così! Quanto meno,
bisogna riavvolgere il nastro di almeno un secolo.
Possono
permettersi un’unione monetaria i paesi nei quali vige ancora il feudalesimo,
stati pre-borghesi nei quali la classe imprenditoriale non ha una rappresentanza
politica, e il buon pater familias,
il de Vergennes di turno, può decidere, se lo desidera, di bastonarli col
cambio rigido, magari per favorire un’altra classe sociale (che all’epoca
potevano essere gli agricoltori, oggi magari le imprese finanziarie). In
quei paesi va bene il gold standard,
o, il che è lo stesso, l’euro.
Dice:
ma noi non siamo così, oggi gli imprenditori votano!
Può
darsi.
Ma ho
come la sensazione che comincino a capire che la fregatura l’hanno presa anche
loro. Forse gli sarebbe convenuto un regime con meno rigidità del cambio, e
meno flessibilità del lavoro: avrebbero avuto più domanda estera e più domanda
interna. Un po’ meno vincolo esterno, e un po’ più vincolo interno, insomma,
quello dato dalla necessità di usare bene un fattore lavoro un po’ più costoso.
Dove sarebbe lo scandalo nel ripristinare questa simmetria? In fondo, il senso
della proposta di “external compact”
che faccio alla fine del Tramonto dell’euro è essenzialmente questo, ed è
essenzialmente questo il modello di sviluppo e integrazione europea che aveva
in mente Meade: mantenere la flessibilità del cambio come tampone rispetto a
shock esterni e meccanismo dissuasivo rispetto a politiche beggar-thy-neighbour, e sincronizzare la dinamica delle
retribuzioni su quella della produttività per evitare svalutazioni reali
competitive e sostenere la dinamica della domanda interna.
Ma di
questo parliamo con più calma un’altra volta.
Oggi, il
primo maggio 2013, mi interessava farvi capire che quando vi dicono: “il
problema non è l’euro, ma la produttività!”, la risposta corretta è: “appunto!”.
(dedicato, ovviamente, a quelli che "il problema non è l'euro, ma la produttività...". Degli infiniti modi che una persona ha a disposizione per farci capire di non capirci assolutamente niente questo è uno dei più ricorrenti. Speriamo che da oggi la piantino, o forniscano un modello, non dico pubblicato sugli Oxford Economic Papers, mi sta bene anche sulla tovaglia di carta della trattoria, che spieghi perché l'arresto della produttività in Italia coincide con la fissazione del cambio. Un modellino, due equazioni, che cce vo'... Visto che voi sapete qual è il problema, erudimini... Siamo qui, per una volta non chiamiamo noi, chiamate voi, se avete qualcosa da dire. Sento che dormirò tranquillo.
Un pensiero commosso alle vittime del delirio di onnipotenza paternalistico che ci ha condotto a questo punto, alle vittime delle nostre élite corrotte e nemiche dei nostri interessi. Non durerà perché non può durare. Manteniamo i nervi saldi e aiutiamoci a resistere.)
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