martedì 24 aprile 2012

Marina e Gianluca

(a grande richiesta. Sentite, vi racconto una storia. In "20 anni dopo", se non ricordo male, d'Artagnan deve tornare in Inghilterra. Il suo lacchè, Mousqueton - sempre se non ricordo male - è preoccupato, perché non sa l'inglese. E d'Artagnan, con il suo aplomb guascone, gli dice: "ma di che ti preoccupi? Sai, l'inglese è solo un francese parlato peggio!". Ecco, entrate in questo ordine di idee. Noi parliamo la lingua archetipica. Se la parliamo male, diventa francese. Se la parliamo peggio, diventa inglese. Se la parliamo peggissimo, diventa americano. Qual è il problema? Vi chiedessi di parlarla meglio... Ma quello ormai non lo chiedo più nemmeno ai miei studenti! Un grazie sentito a elu ei che ha tradotto in modo molto efficace. Impossibile da tradurre il calembour su "panneau". Ho rivisto alcune piccolissime cose.)



Lo scorso agosto (2011) Rossana Rossanda, esponente di spicco della pseudo-sinistra italiana, un'intellettuale che aveva espresso la sua solidarietà al "compagno Mao" all'epoca del "Grande Passo Avanti" (20 milioni di morti), e dalla quale era dunque naturale attendersi sostegno all'euro nel 2011 (decine di suicidi), pubblicava su "Il Manifesto", il giornale della pseudo-sinistra italiana, un articolo nel quale, col pretesto di porre domande agli economisti e ai "padri" dell'euro, dava le sue risposte sulla crisi: risposte, ahimè, tragicamente false, come ci si poteva ben attendere da qualcuno che aveva speso i suoi anni migliori, ormai lontani, a criticare l'economia di mercato, senza far prima lo sforzo, all'epoca giudicato superfluo, di comprenderla.


Seguì un dibattito sul giornale della pseudo-sinistra.



Meglio sarebbe dire uno pseudo-dibattito: non tanto per simmetria, quanto per la stessa ammissione della gentile direttrice del giornale di pseudo-sinistra, che assai candidamente confessò, dopo le sue dimissioni in ottobre, che il dibattito sul suo giornale e sul sito "Sbilanciamoci" (che a quel giornale si ispira), era stato sapientemente orientato in modo da "scongiurare la follia del ritorno alle valute nazionali" (vedi qui gli squallidi dettagli). Lo sapevo bene, visto che il mio contributo a quel dibattito, pubblicato non senza qualche resistenza, era stato astutamente presentato come il delirio di un nazional-fascista, nemico della vedova, dell'orfano, del proletario. E questo semplicemente perché mi ero permesso di ricordare una cosa ben nota agli economisti e scritta in tutti i testi di economia monetaria internazionale: ovvero, che l'imposizione della moneta unica a una zona che non è ottimale dal punto di vista monetario implica che il peso degli aggiustamenti macroeconomici si scarichi interamente sui salari. Quello che oggi chiamiamo, pudicamente, "svalutazione interna”, e che io chiamavo, nel mio articolo, col suo vero nome: lotta di classe. Buffo paese l'Italia, dove un economista non marxista si trova censurato, su un quotidiano che si definisce "comunista", per aver nominato la lotta di classe! La "distorsione deflazionistica" dell'euro era quindi assolutamente prevedibile, prevista, e voluta. L'attacco ai salari non è che uno dei due pannelli del fiammeggiante dittico della moneta unica; l'altro è la finanziarizzazione spinta dell'economia. Le due tavole compongono un quadro organico, dove tutto torna.


E in Italia, come in Francia, la sinistra ci è cascata!


Ma ad ogni peccato misericordia... Il povero giornale della pseudo-sinistra attendeva la mancia del potere (il finanziamento pubblico, che non ha avuto): non si può volergliene se l'istinto di sopravvivenza gli ha fatto fare un passo falso... o svariati, visto il numero di intellettuali che si sono lamentati con me di essere stati censurati in questo pseudo-dibattito, solo perché avrebbero voluto esprimersi criticamente riguardo all'euro. Ma in Natura non c'è che un elemento più duro del diamante: il pensiero unico della destra neoliberale. E non c'è che un elemento più duro del pensiero unico di destra: il pensiero unico di sinistra, quand'è, come oggi in Italia, di destra!


Dimentichiamoci ora lo pseudo-giornale della pseudo-sinistra. Se ne occupino i tribunali: è fallito: il mercato (ironia della sorte) ha vendicato i lettori comunisti.


Torniamo all'attualità.


Nel mio articolo facevo una previsione che ieri si è realizzata. E siccome ciò succede rarissimamente a un economista, mi scuserete se ci tengo a sottolinearla. Sono troppo pigro per tradurre integralmente il mio articolo: vi traduco la fine, che è quella che ci riguarda oggi:


"Dall’euro usciremo, perché alla fine la Germania segherà il ramo su cui è seduta. Sta alla sinistra rendersene conto e gestire questo processo, anziché finire sbriciolata. Non sto parlando delle prossime elezioni. Berlusconi se ne andrà: dieci anni di euro hanno creato tensioni tali per cui la macelleria sociale deve ora lavorare a pieno regime. E gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso. Sarà ancora una volta concesso alla sinistra della Realpolitik di gestire la situazione, perché esiste un’altra illusione della politica economica, quella che rende più accettabili politiche di destra se chi le attua dice di essere di sinistra. Ma gli elettori cominciano a intuire che la macelleria sociale si può chiudere uscendo dall’euro. Cara Rossanda, gli operai non sono “scombussolati”, come dice lei: stanno solo capendo. “Peccato e vergogna non restano nascosti”, dice lo spirito maligno a Gretchen. Così, dopo vent’anni di Realpolitik, ad annaspare dove non si tocca si ritrovano i politici di sinistra, stretti fra la necessità di ossequiare la finanza, e quella di giustificare al loro elettorato una scelta fascista non tanto per le sue conseguenze di classe, quanto per il paternalismo con il quale è stata imposta. Si espongono così alle incursioni delle varie Marine Le Pen che si stanno affacciando in paesi di democrazia più compiuta, e presto anche da noi. Perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra."



Come previsto, la pseudo-sinistra si impantana, anche se vince le elezioni.


Le speranze ingenuamente accarezzate da certuni di assistere a uno sfondamento di Mélenchon si sono sgonfiate, come era ovvio. Perché gli elettori francesi hanno capito che Mélenchon non è che una modesta spalla dello scialbo Quisling che deve ora prendere il potere per fare il lavoro sporco, quell’Hollande le cui minacce alla Merkel appartengono al "teatrino della politica" (come l'avrebbe chiamato Berlusconi) e sono prive di credibilità. Poiché è assolutamente chiaro che Hollande è inviato a fare in Francia il lavoro che Schroeder ha già fatto in Germania, e che Monti sta facendo in Italia (e Rajoy in Spagna, e...). Un lavoro al quale la Merkel è ben lungi dall'opporsi, visto che anche lei sta al posto suo per lo stesso motivo: distruggere le ultime vestigia dei diritti dei lavoratori, perché la logica del profitto immediato possa definitivamente impadronirsi dello spazio politico, economico, culturale, antropologico, umano dell'Europa.

E gli elettori hanno capito che in questo gioco Mélenchon, evidentemente, non era che un figurante, che ha giocato le sue carte per mercanteggiare una poltrona ma, ahimè, ha perso. Non lo rimpiangeremo troppo, abbiamo ben altro da fare. Dobbiamo prima ammettere il fatto che fin da ora ora il vero vincitore di queste elezioni è il Fronte Nazionale, e dobbiamo trarne le conseguenze. Il Fronte Nazionale non accederà certo al potere (si tranquillizzino i pavidi), ma ha mostrato quale potenziale possa esprimere una forza politica che abbia il coraggio di orientare il dibattito sulle vere questioni politiche ed economiche che tutti abbiamo davanti: le derive della mondializzazione e della finanziarizzazione selvaggia dell'economia, di cui l'euro (e il mito di renderlo sostenibile con una chimerica "unità politica europea") sono elementi essenziali. Ed è da questi elementi che bisogna cominciare se si vuole smontare il meccanismo che procede a schiacciarci.

C'è ancora tempo. È ormai tempo perché la sinistra, in Francia come in Italia, apra un vero dibattito, un dibattito senza pregiudizi sul significato dell'euro, e sugli scenari di uscita. So bene che la Francia è già molto più avanzata dell'Italia su questo cammino, e non ne sono sorpreso: siete pur sempre il paese della Rivoluzione, mentre noi non siamo stati che il paese delle rivolte, rivolte di corto respiro, per lo più: cacciare gli Angioini per chiamare i Valois... Ma c'è un rischio che correte esattamente come noi: il rischio di lasciare alla destra l'opportunità di definire, in negativo, la vostra agenda politica. "Marine parla di uscire dall'euro? Allora noi non ne possiamo parlare, perché lei è di destra, noi di sinistra, e non sarebbe decoroso per degli intellettuali di sinistra di discutere ipotesi di destra!". Ecco il rischio. Siate vigili, pensate con la vostra testa!

Cari amici francesi, ora avrete il vostro Quisling per cinque anni, come noi abbiamo il nostro, e dopo averlo provato, è nell'ordine naturale delle cose che darete il potere alla forza politica che vi mostrerà un'uscita dall'orribile incubo dell'euro, di cui gli elettori avranno il tempo di apprezzare la natura.


E se fra 5 anni ci sarà solo la dolce Marine a mostrare il cammino, è lei che i francesi seguiranno. E la colpa non sarà degli "operai scombussolati" di cui parla Mme Rossanda (che non mi pare si orienti più di tanto) ma degli "intellettuali" che non avranno saputo costruire una vera alternativa.


Detto in altre parole: Mélenchon è (era?) il Vendola francese. Che il Vendola (o i Vendola) italiani capiscano qual è il prezzo di non dire la verità. Volete le cifre? Significa entrare alle elezioni proiettati oltre il 15%, e uscirne intorno al 10%. Mentire è un eurodelitto, al quale, come sapete, non può che seguire inesorabile l'eurocastigo. 

lunedì 23 aprile 2012

Marine et Jean-Luc


Au mois d’aout dernier (2011) Rossana Rossanda, un personnage marquant de la pseudo-gauche italienne, une intellectuelle qui avait exprimé sa solidarité au « camarade Mao » à l’époque du « Big leap forward » (20 millions de morts), et de laquelle il était donc bien naturel de s’attendre qu’elle soutienne l’euro en 2011 (plusieurs dizaines de suicides), publia sur « Il Manifesto », le journal de la pseudo-gauche italienne, un article dans lequel, sous prétexte de poser des questions aux économistes et aux « pères » de l’euro, donnait ses réponses sur la crises : des réponses, hélas, tragiquement fausses, comme on pouvait bien se l’attendre de quelqu’un qui avait passé les meilleurs années de sa vie, depuis longtemps révolues, à critiquer l’économie de marché, sans faire d’abord l’effort, qu’à son époque on jugeait superflu, de la comprendre.

Un débat suivit sur le journal de la pseudo-gauche.

Il faudrait mieux dire un pseudo-débat, et cela non par esprit de symétrie, mais par l’aveu même de la gentille directrice du journal de pseudo-gauche, qui très candidement avoua depuis, lors de ses démissions en octobre, que le débat sur son journal, et sur le site Sbilanciamoci (qui à ce journal s’inspire), avait été savamment orienté de manière à « conjurer la folie du retour au devises nationales ». Je le savais bien, car ma contribution à ce débat, publiée non sans quelque résistance, avait été bien astucieusement présentée comme le délire d’un national-fasciste, ennemi de la veuve, de l’orphelin, et du prolétaire. Et ceci simplement parce que je m’étais permis de rappeler une chose qui était bien connue des économistes et qui est écrite dans tous les livres d’économie monétaire internationale : à savoir, que l’imposition de la monnaie unique à une zone qui n’était pas optimale du point de vue monétaire entraine que le poids de l’ajustement macroéconomique se décharge entièrement sur les salaires. C’est ce qu’aujourd’hui on appelle, très pudiquement, « dévaluation interne » (internal devaluation), et que moi j’appelais, dans mon article, par son vrai nom : lutte de classe. Drôle de pays l’Italie, où un économiste non marxiste se trouve censuré, sur un quotidien qui s’appelle « communiste », par le fait d’avoir nommé la lutte de classe ! Le « biais déflationniste » de l’euro était pourtant bien prévisible, bien prévu, bien voulu. L’attaque aux salaires n’est qu’un des deux panneaux du flamboyant diptyque de la monnaie unique, l’autre étant la financiarisation outrée de l’économie. Les deux panneaux composent une œuvre bien organique, où tout se tient.

Et il faut dire qu’en Italie, comme en France, la gauche est bien tombée dans ces panneaux !

Mais à tout pêché miséricorde... Le pauvre journal de la pseudo-gauche attendait son pourboire du pouvoir public (le financement public, qu’il n’eut pas) : on ne peut pas lui en vouloir si l’instinct de survie lui fit faire un faux pas... ou même plusieurs, compte tenu du nombre d’intellectuels qui se sont plaints avec moi d’avoir été censurés dans ce pseudo-débat, simplement parce qu’ils auraient souhaité s’exprimer d’une façon critique à l’égard de l’euro. Mais en Nature il n’y a qu’un élément qui soit plus dur que le diamant : c’est la pensée unique de la droite néolibérale. Et il n’y a qu’un élément qui soit plus dur que la pensée unique de droite : c’est la pensée unique de gauche, quand elle est, comme elle l’est maintenant en Italie, de droite !

Oublions le pseudo-journal de pseudo-gauche. Les tribunaux s’en occupent : il a fait faillite, le marché (ironie du sort) a vengé ses lecteurs communistes.

Revenons à l’actualité.

Car dans mon article je faisais une prévision qui s’est réalisée hier. Et comme ceci arrive bien rarement à un économiste, vous m’excuserez si je tiens à la souligner. Je suis trop paresseux pour traduire mon article dans son intégralité : je vous traduis la fin, qui est celle qui nous regarde aujourd’hui :


« On en sortira, de l’euro, car l’Allemagne va scier la branche sur laquelle elle est assise. Il revient maintenant à la gauche de s’en rendre compte, et de gérer ce processus, au lieu d’en être écrasée. Je ne vous parle pas des prochaines élections. Berlusconi va s’en aller : dix années d’euro ont créé des tensions tellement fortes que la « boucherie sociale » va devoir travailler à plein régime. Et les éclaboussures de sang se remarquent moins sur un tablier rouge. On va encore une fois octroyer à la gauche de la Realpolitik le droit de gérer la situation, car il existe une autre illusion de la politique économique, celle qui rend plus présentables des politiques de droite si les forces qui les mettent en place se déclarent de gauche. Mais les électeurs commencent à soupçonner qu’on peut la fermer, la boucherie, en sortant de l’euro. Chère Rossanda, les ouvriers ne sont pas fourvoyés, comme vous le dites : ils sont seulement en train de comprendre. « Le pêché et la honte ne restent pas cachés », dit à Marguerite l’esprit méchant du Faust. Et donc, après vingt ans de Realpolitik, après avoir jeté dans la piscine de l’euro la classe ouvrière, avec l’arrière-pensée que cela lui aurait appris à nager dans l’eau trouble de la globalisation, ce sont maintenant les politiciens de gauche qui se débattent là, où il n’y a pas de fond, écrasés entre la nécessité de flatter la finance internationale d’un côté, et celle de justifier à leur propres électeurs un choix fasciste, fasciste non seulement pour ses conséquences économiques, mais aussi et surtout par le paternalisme, par l’absence de démocratie avec lequel il a été imposé. En agissant de la sorte, ces politiciens se sont exposés aux incursions des Marine Le Pen qui se présentent dans  des pays plus démocratiques que l’Italie, et bientôt même chez nous. Car dans la longue période seule la droite peut tirer profit d’une politique de droite ».


Dans l’espoir que la traduction de l’italien au français n’ait pas trop déformé le sens de mes mots, je les traduis encore une fois du français au français.

Comme prévu, la pseudo-gauche patauge, même si elle va gagner les élections. Les espoirs naïvement caressées par certains d’assister à une percée de Mélenchon se sont effondrées, comme elles le devaient. Car les électeurs français ont bien compris que Mélenchon n’est qu’un modeste assistant du terne Quisling qui doit maintenant prendre le pouvoir pour abattre la rude besogne, de ce M. Hollande dont les menaces à l’adresse de Mme. Merkel relèvent du « théâtre politique »  (comme l’aurait appelé M. Berlusconi) et n’ont aucune crédibilité. Car il est absolument clair que M. Hollande est envoyé à faire en France le travail que M. Schroeder a déjà fait en Allemagne, et que M. Monti est en train de faire en Italie (et M. Rajoy en Espagne, et...). Un travail auquel Mme. Merkel ne saurait avoir garde de s’opposer, car elle aussi est là pour l’assurer : balayer les derniers reliquats des droits des travailleurs, pour que la logique de la rentabilité puisse définitivement s’emparer de l’espace politique, économique, culturel, anthropologique, humain de l’Europe.

Et les électeurs ont bien compris que dans ce jeu M. Mélenchon n’était bien évidemment qu’un figurant, qui a tenté sa chance pour marchander un fauteuil bien placé, mais, hélas, a perdu. Nous ne le regretterons pas trop, car nous avons autre chose à faire. Nous avons à reconnaitre, et à assumer, que d’ores et déjà le véritable gagnant de ces élections est le Front National, qui n’accèdera bien-sûr pas au pouvoir (que les frileux se tranquillisent), mais qui a bien montré quel potentiel peut atteindre une force politique qui aie le courage d’axer le débat sur les véritables enjeux politiques et économiques auxquels nous tous nous sommes confrontés : les dérives de la mondialisation et de la financiarisation sauvage de l’économie, dont l’euro, et le leurre de le rendre soutenable par une chimérique « unité politique européenne », sont des éléments essentiels. Et c’est par ces éléments qu’il faut commencer si l’on veut démonter ce mécanisme qui va nous écraser.

Il est encore temps. Il est temps pour que la gauche, en France comme en Italie, entame un vrai débat, un débat sans préjugés sur la signification de l’euro, et sur les scénarios de sortie. Je sais bien que la France est déjà beaucoup plus avancés que l’Italie sur ce chemin, et je n’en suis pas surpris : vous êtes toujours le pays de la Révolution, alors que nous n’avons été dans notre histoire que le pays des révoltes, et des révoltes de courte haleine : chasser les Angevins pour appeler les Valois... Mais il y a un risque que vous courez tout aussi bien que nous : le risque de laisser à la droite la tache de définir par défaut votre agenda politique. « Marine parle de sortir de l’euro ? Donc nous ne pouvons pas en parler, car elle est de droite, et nous sommes de gauche, et il ne serait pas bienséant pour des intellectuels de gauche de discuter des hypothèses de droite ! ». Voilà le risque. Soyez vigilants, gardez vos esprits libres !

Chers amis français, vous aurez maintenant votre Quisling pendant cinq ans, comme nous avons le nôtre, et après en avoir gouté, il est dans l’ordre naturel des choses que vous donnerez le pouvoir à la force politique qui vous montrera une sortie de l’horrible cauchemar de l’euro, dont les électeurs auront eu le temps d’apprécier la nature.

Et si dans cinq ans il n’y aura que la douce Marine à montrer ce chemin, c’est elle que les Français vont suivre. Et la faute ne sera pas aux « ouvriers fourvoyés » dont parle Mme. Rossanda (qui ne me parait pas trop dans la bonne direction elle-même), mais aux « intellectuels » qui n’auront pas su construire une vraie alternative.



Et maintenant, que mes amis français me corrigent l'ortographe, car pour ce qui est du reste, je crois qu'il n'y aura pas bien de choses à corriger...

domenica 22 aprile 2012

One (labour) market, one money.


(sempre per la serie ce l’avevano detto, e per l’altra serie “pe’ malati c’è la china...”)



Vi ricordate Pantegana? Il mio più tragico fallimento didattico? Il piddino che mi sono covato in seno? Dai, non è proprio così... Non siamo mai più tornati sul suo discorso, c’erano tante e tante cose da dire, ma in fondo l’idea del ripristino del Glass-Steagall, per esempio, non è mica cattiva. E poi, quando parlavo di fallimento didattico, io scherzavo, va da sé. Fosse stato vero, avrei preferito tacere: i fallimenti, di solito, si tende ad occultarli. Invece io so che lui ha imparato molto da me, e anch’io ho imparato molto da lui. Per esempio, l’uso dell’accordo di settima di quarta specie (ma anche di quello di nona), non preparato, a scopo di rimorchio. Pensa, Panty, che poi, quando ho preso il mio secondo diploma, ho fatto una gran bella figura con l’insegnante di lettura della partitura grazie a te, perché tu mi avevi insegnato che in questa musica decadente che piace a voi un accordo dissonante può avere funzione di tonica. Quattro note (ma giuste) e da cembalista puoi riciclarti pianista jazz (si fa per dire)... Che poi, volendo parlare a molti (come pochi mi chiedono) indubbiamente sarebbe una strategia vincente. Mi scuserai, Panty, se non ho ancora trovato tempo di far tesoro dei tuoi insegnamenti: ormai temo sia tardi.

In compenso tu hai fatto tesoro dei miei, e non sai quanto sono fiero di te.

Ecco che ricevo quindi dalle cloache della finanza un altro sms del buon Panty, che sottopongo alla vostra attenzione, perché si pone una domanda che credo qualcun altro si ponga (certamente l’amico del tornese, ma, ne sono certo anche molti altri).



Ti leggo almeno una volta a settimana... Un abbraccio profondo e sincero, su alcuni temi non sono sempre allineato ma ti leggo sempre con gusto. Ti auguro sempre il meglio! Alla fine se gli squilibri di bilancia esistono in qualsiasi sottoinsieme del sistema: paesi, regioni, province... città... Ma allora qual è il perimetro di taglio per le valute? Facciamo la valuta dei Parioli? Hugs!



La mia risposta sintetica:

Te mi sa che la dogana di Piazza Ungheria lunedì non la passi.


Ma ora ci vuole una risposta analitica. Spererei fosse inutile. In fondo, avrei diritto di sperarlo da uno studente di economia: insomma: è stato dato un premio Nobel su questa storia. So bene che non è esattamente la stessa cosa (per quanto...), ma voi, 67 anni dopo il Nobel a Fleming e compagnia, se avete un’infezione seria gli antibiotici li prendete, no? Mettetevi comodi.


I tre moschettieri
Nell’ottobre del 1990 esce su European Economy, rivista della Direzione generale per gli affari economici e finanziari della Commissione Europea, uno studio dall’incisivo titolo: One market, one money, e dal sottotitolo chiarificatore: An evaluation of the potential benefits and costs of forming an economic and monetary union. Lo studio era stato commissionato, che poi significa pagato, dalla Commissione ad alcuni economisti. Vale la pena di nominarli, visto che, a differenza delle valute nazionali, gli autori di questo bel rapporto sono ancora in circolo: il coordinatore era Michael Emerson (strutturato alla Commissione come Direttore per la valutazione economica delle politiche comunitarie), i principali autori erano Jean Pisany-Ferry e Daniel Gros (consulenti), e giù a seguire una sfilza di altre figure minori (olandesi, inglesi, tedeschi, francesi, belgi).

La decisione di avviare il processo che avrebbe condotto all’euro era sostanzialmente già stata presa (Consiglio europeo di Dublino, aprile 1990), ma certo, così, pro forma, c’era bisogno di uno studio “scientifico” che “dimostrasse” che era una buona idea. Siamo in un’economia di mercato: basta pagare, ed ecco lo studio adatto. Perché, insomma, ci sarà ancora qualche piddino in giro per queste stanze (nonostante la disinfestazione), ma voi capite bene che i solerti autori, ispirati dai soldi che avevano ricevuto, non potevano che giungere, come infatti giunsero, alla conclusione che l’unione economica e monetaria (UEM) avrebbe avuto effetti mirabolanti. L’asino, si sa, lo si attacca dove vuole il padrone. Mi sembra una elementare norma di buon comportamento.

Il buongiorno si vede dal mattino. E qui, già il sottotitolo, invece di parlare di costi e benefici (come nella formula standard: costs-benefits analysis) parla di benefici (prima) e costi (dopo). Dettagli? Forse... Intanto, se cercate con Google “costs and benefits” trovate quasi otto milioni di pagine. Se cercate “benefits and costs” ne trovate circa un quarto. Una scelta un po’ anticonvenzionale, quella di mettere avanti i benefici.

Pensate!  Secondo gli autori di questo bel rapporto l’unificazione monetaria avrebbe fatto risparmiare lo 0.4% del Pil europeo di costi di transazione! Accipicchia: all’epoca sarebbero stati circa 25 miliardi di euro per l’intera Europa (feci il calcolo in questo mio articolo). Barry Eichengreen, che non è esattamente uno di passaggio (top 5% a livello mondiale secondo praticamente tutti i possibili criteri di valutazione – numero di opere, numero di citazioni, ecc. – professore all’Università della California a Berkeley, ecc.) in un suo articolo sul Journal of Economic Literature del 1992 (all’epoca fra le prime due o tre riviste per impact factor) notava però che un guadagno simile poteva difficilmente essere considerato adeguato, al confronto dei rischi che il progetto comportava. Sagge parole, inascoltate come di consueto.

Ma i rischi, per i nostri amiconi, non c’erano. Certo, sempre pro forma, qualche costo bisognava menzionarlo (altrimenti lo studio non sarebbe sembrato abbastanza scientifico, e invece bisognava che lo sembrasse). E infatti i nostri tre moschettieri cosa fanno? A pagina 11, punto (iv), sciorinano la solita pappardella:

Reazione a shock economici. Il principale costo potenziale dell’UEM è rappresentato dalla perdita delle politiche monetarie e valutarie nazionali, come strumenti di risposta a shock esterni. Questa perdita però non va esagerata, perché sarà sempre possibile aggiustare il tasso di cambio della moneta unica rispetto al resto del mondo, mentre all’interno del Sistema Monetario Europeo le variazioni del tasso di cambio nominale di fatto sono già state abbandonate come strumento di politica, e l’UEM ridurrà l’incidenza di shock specifici sui singoli paesi membri. E poi, il costo del lavoro potrà sempre cambiare, le politiche fiscali nazionali e comunitarie potranno assorbire parte degli shock e aiutare gli aggiustamenti, e il vincolo della bilancia dei pagamenti scomparirà.”



L’intento, è ovvio, è quello di minimizzare. Eppure...

Dai, contiamole...

Una... due... tre... quattro... cinque affermazioni lievemente imprecise in nove righe. Bisogna impegnarsi, ma, come i fatti dimostrano, ce la si può fare. Vediamole rapidamente.


Cinque pezzi facili
Numero uno: l’Unione monetaria non sarà un gran problema perché “sarà possibile aggiustare il cambio della moneta unica rispetto al resto del mondo”. Sì, amico caro, sarà possibile, ma il fatto è che i paesi dell’Unione commerciano soprattutto fra di loro (sai, ci sono i costi di trasporto, e quindi si commercia di più con chi ti è vicino, anche perché è più facile capire che gusti ha). Quindi, come dire, amico mio, per un paese come l’Italia o la Spagna l’aggiustamento del cambio verso il resto del mondo non risolve nemmeno la metà del problema, se il problema è determinato dagli scambi con gli altri paesi europei (come era già allora, ed è adesso). E ancora! Bisogna che il cambio si muova in una direzione che fa comodo a tutti, e non sempre questa direzione esiste. Magari un paese avrebbe bisogno di rivalutare e un altro di svalutare, e allora cosa si fa?

Numero due: ma comunque l’UEM ridurrà l’incidenza di shock specifici, cioè tutti i paesi saranno insieme nelle stesse condizioni: o tutti in recessione, o tutti in espansione, e quindi il problema di differenziare le politiche non si porrà. Ah sì? A giudicare da quello che sta succedendo non si direbbe (Germania e Grecia non mi sembrano nelle stesse condizioni), e del resto all’epoca di Emerson questa affermazione era del tutto campata in aria: una petizione di principio, wishful thinking. Quando poi, a danno fatto, si sono potuti osservare i dati, qualcuno (Spennacchiotto, ve lo ricordate?) ha provato a dimostrare che in effetti questo effetto di “omogeneizzazione” dei cicli si era verificato. Ma ricorderete anche che il suo studio faceva schifo e gli è valso tante ma tante mazzate sui denti (da Persson, da Baldwin, e via dicendo). Povero Spennacchiotto...

Numero tre: “be’, a cosa serve aggiustare il cambio nominale? Già non lo stiamo più facendo! Abbiamo abbandonato il cambio come strumento di politica...” Ah sì? Questione di punti di vista: dal 1980 al 1989 c’erano stati nove riallineamenti dei cambi all’interno del Sistema Monetario Europeo. Dire che il cambio nominale non veniva più usato... era un po’ azzardato. Un azzardo del quale del resto furono vittime due altri importanti economisti: Jeffrey Frankel e Steven Phillips. Poracci! Avevano preparato per gli Oxford Economic Papers (mica per Lancio Story) un bell’articolo dal titolo: “Il Sistema Monetario Europeo: finalmente credibile?” nel quale dicevano che la credibilità degli accordi di cambio europei era andata aumentando dal 1988 al 1991... ed ecco che nel settembre del 1992 succede il putiferio che sappiamo, la lira si sgancia e svaluta, la sterlina pure... e a ottobre esce l’articolo di Frankel e Phillips! Il nostro lavoro, non sembra, ma è pericoloso. O meglio, lo sarebbe se ci fossero più bastardi come me che raccontano cosa succede dietro le quinte delle riviste scientifiche... Sintesi: il cambio nominale serviva come strumento di politica economica, e come se serviva, e dire di no era un po’ come fermare il vento con le mani. Solo che non era il ponentino, era un tornado.

Numero quattro: le politiche fiscali nazionali e comunitarie potranno assorbire gli shock. Daje a ride’, dicono a Roma. Che le politiche comunitarie non potessero assorbire un bel nulla lo avevano fatto adeguatamente notare Bayoumi e Eichengreen nel loro articolo “Aspetti ‘scioccanti’ dell’unione monetaria europea. In questo articolo essi facevano notare che rispetto agli Stati Uniti gli stati dell’Eurozona erano molto più soggetti a shock “idiosincratici” (ovvero: poteva benissimo capitare che un paese fosse in recessione mentre altri erano in espansione), e quindi l'Eurozona avrebbe avuto molto più bisogno degli Stati Uniti di politiche che compensassero questi squilibri del ciclo fra l’uno e l’altro paese. Sì: avete capito: è esattamente quello che sta succedendo adesso, con la Grecia in crisi e la Germania (ancora) no.

E i due impietosi autori continuavano osservando che nonostante l’Europa avesse più bisogno degli Stati Uniti di meccanismi compensativi, di fatto mentre negli Usa questi meccanismi esistevano, in Europa ce n’erano per nulla! Negli Usa uno shock negativo sul reddito di uno stato veniva compensato per almeno un terzo da trasferimenti federali (sussidi, riduzioni automatiche delle imposte, ecc.). In Europa nulla di tutto questo. E in Europa i bilanci nazionali, spesso schiacciati dal peso dei pagamenti per interessi (che si erano alzati per difendere i tassi di cambio “credibili”) non avevano spazio per difendere in qualche modo i propri cittadini dagli effetti di shock avversi. Così come non ne hanno adesso. Solo che ora lo vediamo anche noi, e allora lo vedevano solo gli economisti non pagati dalla Commissione. Non c’è che dire: una mazzetta di marchi (a quei tempi gli euro non c’erano) è proprio un bel collirio: te la applichi sugli occhi, e non vedi più nulla...

And the winner is...
Numero cinque: il vincolo della bilancia dei pagamenti scomparirà (per la precisione: “the external current account constraint will disappear”). Questa, ragazzi, è talmente enorme, ma talmente enorme... Non so nemmeno se riesco a spiegarvela. Insomma: i nostri amiconi dicevano che quando avremmo avuto una moneta unica, di fatto i paesi membri non avrebbero più avuto alcun vincolo esterno (beninteso, fra di loro).

Certo!

Questo sarebbe stato possibile se ognuno avesse mantenuto un proprio istituto di emissione! Compro duecento milioni di euro di cantate di Bach dalla Germania, ma gli vendo solo 100 milioni di euro di triosonate di Corelli. Che problema c’è? Stampo a Roma gli euro che mancano... Ma... Amici! Le cose non vanno così, e lo vediamo ogni giorno, e lo vediamo anche in Italia. Il vincolo esterno esiste. Appunto, come dice l’amico Panty! Ogni  sottoinsieme del sistema ha un vincolo della bilancia dei pagamenti: Panty dice “paesi, regioni, province, città”... e io aggiungo: “persone”.

Scusate tanto...

Faccio un esempio per far capire di cosa stiamo parlando. Uscite di casa e andate al bar. Prendete un caffè. Un euro. Cacciate l’euro dalla tasca. Andate dal notaio e comprate un appartamento. Centomila euro (siete di poche pretese). Li cacciate dalle tasche? Non credo. E allora? E allora ogni unità economica (persona, città, provincia, cosa, o animale) se deve fare una spesa ha due possibilità: o la finanzia con i propri redditi, o si indebita (e poi prova a rimborsare il debito). Punto. Si chiama vincolo di bilancio, o, se volete, bilancia dei pagamenti, e ce l'hanno tutti. Prima di spendere o guadagnate o prendete in prestito (o comprate a credito, che è esattamente come prendere soldi in prestito dal venditore).

C’entra qualcosa il fatto che il debito venga contratto in lire, euro, perline colorate o foglie di tabacco? No, no, no, no, no, mille, diecimila, centomila volte no. Il fatto che se vogliamo disporre di potere di acquisto prima dobbiamo procurarcelo, vuoi come reddito (lavorando), vuoi come prestito (indebitandoci), è del tutto privo di relazione con l’unità monetaria nella quale quel potere di acquisto è definito. Il che, di converso, significa che cambiare unità monetaria (ad esempio, in seguito a una Unione), non dispensa le unità residenti in un paese dalla necessità di soddisfare agli obblighi contratti con unità non residenti.

Altro che "the external constraint will disappear"! Ma come si fa! O Signore...

Insomma: dopo l’Unione monetaria, il debito che un greco contrae con un tedesco rimane un debito estero e va (cioè andrebbe) ovviamente rimborsato. Il vincolo continua ad esistere. E quindi la persistenza di squilibri commerciali (con la necessità di indebitarsi per pagare le importazioni che non riesci a finanziare vendendo beni all’estero) continua ovviamente a costituire un problema, un enorme problema, anche in una unione monetaria. Anzi: il problema, invece che scomparire, come dicono i tre amiconi, si amplifica, perché naturalmente se la moneta è unica non c’è verso di utilizzare il cambio per rimettere le cose a posto. Prima, se ti stavi indebitando con l’estero, dopo un po’ o svalutavi tu o rivalutava il creditore (nove volte in nove anni...). Dopo... ecco: ora siamo al dopo!



L'intrusa
Ma attenzione!

Perché fra quelle righe si era infilata, così, di soppiatto, in punta di piedi, per non disturbare, un po’ arrossendo, poverina, una unica verità. Una verità che ora tutti capiscono, anche perché ora, ora che i giochi sono fatti (crede lui) perfino il giornale dei padroni ce la sbatte in faccia. Ma prima, prima, be’, per completezza questa verità bisognava dirla, sapete, la scienza... Ma la si diceva, come dire, un po’ in sordina, la si diceva in modo molto tecnico, perché non venisse capita da tutti, ma solo da chi, pur capendola, non aveva alcun interesse a trarne le conclusioni.

E qual è questa verità? Semplice: “relative labour costs will still be able to change”. Cosa vuol dire? Semplice. Vuol dire quello che ci dice da “La voce del padrone” il simpatico Da Rold (leggete il punto 6 e guardate chi nomina al punto 4): in un’unione monetaria non puoi più svalutare il cambio (un euro italiano è uguale a un euro tedesco), e quindi, se ci sono problemi, devi svalutare il salario (cioè se i tedeschi decidono di pagare di meno i loro lavoratori, gli italiani devono fare la stessa cosa o soccombere). Ecco. Questa è l’unica cosa giusta detta dai tre amiconi, e credo che oggi, con i tagli dei salari del 30% in Grecia (ai quali perfino alcuni dei miei lettori hanno osannato, poracci...), credo che tutti capiamo di cosa stiamo parlando. E non dite che non ce lo avevano detto: perfino gli “economisti” “pagati” (perché il termine giusto è prezzolati, ma non è politicamente corretto) dalla Commissione ve lo avevano detto! E perché non li avete letti?

Bene.

Anzi, male.

Perché se questa è l’unica cosa giusta, allora nell’articolo dei tre moschettieri c’è un’altra cosa sbagliata. Il titolo. Che non avrebbe dovuto essere “One market, one money”, ma “One labour market, one money”. Ovvero: visto che con una unione monetaria gli shock si scaricano sul mercato del lavoro, la dimensione ottimale di un’area che adotta una moneta unica è quella che corrisponde a un mercato del lavoro omogeneo. In questo modo, quando lo shock arriva, il lavoratore può spostarsi, a parità di contratti di lavoro, di tutele, ecc. da una regione all’altra, e lo shock viene assorbito. Nei confronti del resto del mondo occorrerà però mantenere i meccanismi di aggiustamento tradizionali: politica monetaria, politica valutaria (flessibilità del cambio).

Quindi, caro Panty, è inutile che fai tanto lo spiritosetto con me. La moneta dei Parioli, il tornese... sentite: se lo volete capire, va bene, altrimenti vi banno, perché qui non stiamo parlando di chi vince il campionato (cosa della quale, come sapete, a me non importa una bella sega): qui stiamo parlando della vita delle persone. Potrebbe forse importarmene anche meno del campionato, chissà... Ma troverei molto poco corretto scherzarci sopra come fate voi, carissimi.

La dimensione ottimale delle aree valutarie è evidentemente dettata dalla segmentazione (legislativa, previdenziale, linguistica, culturale) dei rispettivi mercati del lavoro. Che poi coincide, più o meno, con quella degli Stati nazionali. L’Eurozona aveva (all’inizio) una dozzina di membri ognuno con mercati del lavoro profondamente diversi. Metterli sotto il tetto di una moneta unica ha significato scaricare sui salari i costi degli aggiustamenti macroeconomici, cioè far sì che in caso di crisi l’unica risposta possibile fosse la svalutazione dei salari, non essendo più possibile aggiustare né il tasso di cambio, né quello di interesse. E questo si sapeva perfettamente che sarebbe successo. Se i tre moschettieri (Emerson, Pisani-Ferry e Gros) lo dicono (quando gli sarebbe convenuto nasconderlo), è solo perché nasconderlo era impossibile. E quindi, se lo si poteva prevedere, aggiungo, questo esito, fortemente sfavorevole ai salariati, è stato voluto, ed è stato voluto perché era fortemente sfavorevole ai salariati.

Robert Mundell lo aveva detto in modo cristallino quasi trenta anni prima: alla domanda “what is the appropriate domain of a currency area?” (quali sono le dimensioni appropriate di una unione monetaria) risponde “an essential ingredient of a common currency area is a high degree of factor mobility”: un elemento essenziale è un livello elevato di mobilità dei fattori. Cosa vuol dire? Vuol dire che una moneta unica può essere sostenuta da un’area geografica all’interno della quale sia facile per i lavoratori (il fattore lavoro) spostarsi da zone depresse a zone in espansione. Voi direte: “beh, ma anche in Europa, prima dell’euro, c’era stata tanta mobilità!”

Certo

Marcinelle qualcuno sa ancora cos’è, giusto?

Duecentosettantaquattro morti, la maggior parte italiani (non pariolini, capisci...). Quindi la mobilità c’era, e aveva enormi costi umani. Per ridurre questi costi, per uniformare i mercati del lavoro, per uniformare i sistemi educativi, per uniformare i sistemi previdenziali, cosa è stato fatto? Nulla. Nulla a parte quella riforma merdosa dell’università, quella che mi impedirà per sempre di poter insegnare qualcosa alle persone brillanti che ancora continuo a incontrare. Nulla. Ma la teoria delle aree valutarie ottimali da lì parte. Non da “facciamo la moneta, il resto seguirà...”. Non dalla realpolitik di Aristide e di Prodi. Dal buon senso di Mundell.

Appunto.

Ora chiedono “più Europa”. Ma invece di chiederla dopo, bastava farla prima. Questo dice la teoria economica: creare uno spazio economico nel quale i fattori di produzione possano muoversi, come lo fanno negli Stati Uniti. No, non si poteva! Perché? Semplice. Perché si sapeva che tanto i costi degli aggiustamenti si sarebbero scaricati sui più deboli, non più protetti, né a livello economico, né a livello politico, dalla presenza degli Stati nazionali. Eh già, perché come per caso, via via che questo processo andava avanti, siamo passati dal proporzionale al maggioritario col “voto utile”, e dal “voto utile” al non voto, quello che ci ha regalato l’ultimo governo.

Coincidenze.

Sintesi: il perimetro di taglio (come lo chiami tu), cioè la dimensione dell’area valutaria ottimale (come la chiama Mundell) è data da quella entità geografica che dispone di un mercato del lavoro ragionevolmente omogeneo (in termini giuridici, previdenziali, linguistici, ecc.). Quando questo confine viene travalicato, la mobilità dei lavoratori sarà impedita, e gli aggiustamenti si scaricheranno sul tasso di disoccupazione e sui salari (col meccanismo della curva di Phillips).

Certo, ora molti ingegneri spagnoli vanno a lavorare in Germania...
Ma credi che questa mobilità basti a riportare in equilibrio l’Europa?

Basterà a salvare poche persone estremamente acculturate, come siamo io e te (io grazie a te, tu grazie a me). Ma sai, Panty caro, io e te cadremmo sempre in piedi. Ti ricordi? Chiesero ad Aristippo di Cirene quale fosse la differenza fra il sapiente e il non sapiente, ed egli rispose: "manda tutti e due nudi a gente che non li conosce e la saprai". Sai, noi sapienti siamo così: alle brutte, ci metti davanti a una tastiera, una settima di quarta specie, un paio di none, e la serata la svoltiamo. E allora la domanda è: Panty caro, ora hai figliato anche tu, mi sento come se avessi un nipote (che non ho mai visto, 'tacci tua): ma per te gli altri esistono?

Quelli meno versatili di noi, intendo.

Ecco, faccio la stessa domanda a Alessandro: vuoi andare a spiegare la storia del tornese in un bar di Atene, anziché di Bagnacavallo? Così, per vedere come la prendono.

Ragazzi, non prendiamoci in giro...


Mica avrete creduto che qui si parlasse solo di El Greco? Quello lo uso per disinfettare, ma il lavoro che devo fare è un altro. E ho poco tempo per farlo. Quindi chi capisce capisce, e chi non capisce lo banno. Comments welcome? Certo! Ma solo se prendono in considerazione l'esistenza degli altri, dei diseredati, dei miserabili. Vogliamo ammazzarli? In un mondo nel quale l'obesità è un serio problema (casualmente, nel paese che assorbe i due terzi dei risparmi netti di tutti gli altri paesi messi insieme)! In un mondo nel quale ce ne sarebbe per tutti... O vogliamo pensare a un mondo meno assurdo? Ma cominciando da casa nostra, però...

Caro Schneider, sì, in effetti ho barato. Non conosco solo il Protagora. Ma rimango comunque un dilettante, ci mancherebbe! E tu, visto che mi parli di togliersi soddisfazioni, ti ricordi chi era Mabeuf?... Sai, quello che fa capire a Marius che padre aveva avuto. Insomma, non è roba da piddini... Se non te lo ricordi tu, poco male: Claudio se lo ricorda di sicuro!

sabato 21 aprile 2012

...e cose che capitano in Spagna

(carissimi, ormai è ufficiale: oltre i 200 commenti Google non ce la fa. La colpa, come avrete capito, non è sua: è mia. Il fatto è che... non so se ricordate i sonetti del Berni, forse li avrete letti anche voi da giovani - a meno che non siate stati ggiovani, come qualcuno che in effetti sembra esserlo ancora. Sì, il Berni, quello delle rime facete. Non lo conoscete? Male: è uno spasso. Ma, come sempre, per apprezzare i dettagli c'è bisogno di un minimo di preparazione. Sapete, è sempre questione di scuole, come fra neoclassici e keynesiani. Diciamo che al tempo del Berni i neoclassici si chiamavano petrarcheschi, e come al tempo nostro stavano dicendo esattissimamente le stesse cose da due secoli. Erano delle cose belle da leggere, ma alla lunga un po' sterili (perché Pietro Bembo non è Petrarca, come, poniamo, Alesina non è Smith).

E così, sapete, è umano, dopo che per un paio di secoli si era andati avanti a:

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avvolgea,
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi

alla fine era anche normale che uno che veniva da Lamporecchio (patria dei brigidini e del Berni, appunto) si rompesse le scatole (diciamo che noi toscani le abbiamo ma di molto fragili) e replicasse a tono:

Chiome d'argento fino, irte ed attorte
senz'arte intorno ad un bel viso d'oro
fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,
dove spunta i suoi strali Amor e Morte;

occhi di perle vaghi, luci torte
da ogni obietti diseguale a loro;
ciglia di neve, e quelle, ond'io mi accoro,
dita e man dolcemente grosse e corte;

labra di latte, bocca ampia celeste;
denti d'ebeno rari e pellegrini;
inaudita ineffabile armonia;

costumi alteri e gravi: a voi, divini
servi d'Amor, palese fo che queste
son le bellezze della donna mia.

Ora, al lettore di CDC segnaliamo che con grande perizia letteraria in questo sonetto il Berni, facendo prova di autoironia (e questa cosa temo di non riuscire a spiegargli cos'è), utilizza il linguaggio convenzionale dei petrarcheschi per fare un'operazione esattamente contraria alla loro: di fatto, dice che la sua donna è un cesso (canuta, strabica, con pochi denti neri), e neanche gliela dà  ("costumi alteri e gravi"). Una prova di virtuosismo: perché te ttu leggi e ttu trovi le solite parole: "argento, oro, perle"... Solo che, ad esempio, l'argento qui è per i capelli (che quindi sono brizzolati, per lo meno), e l'oro per la faccia (che quindi è giallastra)... Vabbe', dai, vedete come sono ecumenico? Perché io voglio veramente bene a tutti...

Del resto, il keynesiano Berni dava semplicemente voce al buon senso, qualche cosa che è sempre esistito, anche se non ha quasi mai fatto comodo al potere, ed è quindi stato normalmente appannaggio dei marginali, dei poeti (tant'è che quando la società borghese si afferma, in quel secolo di merda, la prima operazione che fa è creare il personaggio del poeta "sregolato"... ma qui mi fermo, altrimenti Claudio e Schneider ricominciano...). Insomma, anche il keynesiano Berni, come il keynesiano Bagnai, non era poi così originale... Vi ricordate?

Salve, nec minimo puella naso
nec bello pede nec nigris ocellis
nec longis digitis nec ore sicco
nec sane nimis elegante lingua...

Diciamo che un precedente c'era.

Ma il punto non è questo. Il punto è che Berni capisce che il linguaggio è logoro, e che c'è chi sta dicendo parole nuove, parole che però gli accademici criticano come oscure, disarmoniche:

Non ha l'ottimo artista alcun concetto
ch'un marmo solo in sé non circoscriva
col suo soverchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all'intelletto.

Il mal ch'io fuggo e 'l ben ch'io mi prometto
in te, donna leggiadra, altera e diva
tal si nasconde; e perch'io più non viva,
contraria ho l'arte al disiato effetto.

Povero Michelangelo! Col marmo, in effetti, gli andava meglio che con le donne, che poi credo fossero uomini, ma questi son dettagli.

E Berni, dicevo, capisce che il Bembo, a cinque secoli di distanza, se lo sarebbe letto solo il Bagnai, ma che davanti alla cappella Sistina ci sarebbe stata la fila, e che le rime del Buonarroti le avrebbe musicate perfino Capossela (un altro bel paraculo di nulla...). Lo capisce, e arde di sdegno perché non ammette che ciò che è sia disconosciuto da ciò che non è, perché non può tollerare che l'umanità perda tempo. E nel capitolo a fra' Bastian del Piombo (non so se mi seguite) scrive questa terzina che spiega tante cose:

tacete unquanco, pallide vïole
e liquidi cristalli e fiere snelle:
e' dice cose e voi dite parole.

Lui dice cose, e voi dite parole! Ecco, torniamo a bomba. Io leggevo lo sbilifesto, ed erano tutti articoli fatti di parole, le parole giuste: neoliberismo, neocapitalismo, neoneismo... Insomma, bastava mettere "neo" davanti a una parola (vecchia), far capire bene al lettore che si intendeva in tal modo stigmatizzarla, ed il gioco era fatto: si passava dalla parte dei "buoni", e si pontificava.

Ma erano tutti "nei" finti, come quelli di una damina del '700.

Perché sotto non c'era nulla, o meglio, c'era "più Europa, teniamoci l'euro, proletari di tutta Europa iscrivetevi alla IG Metall" e via scemenzando in un delirio autorerefenziale tanto e più di quello degli economisti liberisti, ma molto, molto, molto più scemo e perdente di quest'ultimo (che almeno esige il saper di matematiche da chi vi si accosta).

Poi sono arrivato io e ho detto quello che pensavo. E mentre le damine del '700 se ne andavano via con un commentino di circostanza (fatto dalla loro fidanzata... o fidanzato in caso di buonarrotismo), stranamente, sotto ai miei post, c'erano ringraziamenti e discussioni.

Perché io dico cose, non parole. E quindi chi viene qui aggiunge cose, non parole. E infatti chiunque entra qui è colpito innanzitutto dalla qualità dei commenti, più che da quella dei post. Certo, usando la cultura per disinfettare i locali (come stiamo facendo oggi) ci togliamo di torno molti parassiti. Non areate i locali prima di soggiornarvi.

E allora, siccome la trasmissione la fate decisamente voi, scrivo un post solo per permettervi di continuare la discussione precedente. Oltre i 200 commenti non possiamo andare. Mi dispiace. Magari nel prossimo post scrivo "la colpa è del neoliberismo cattivo", così il rischio di intasamento non ci sarà...)




Questa è Toledo, la città dove nacque Diego Ortiz e dove morì El Greco, che come si intuisce è l'inconfondibile autore di questa veduta, anche se a noi piace ricordarlo così:



E quando venne il momento del suo, di entierro, l'epicedio lo compose Gongora:

Esta en forma elegante, oh peregrino,
de pórfido lucente dura llave
el pincel niega al mundo más süave,
que dio espíritu a leño, vida a lino.
Su nombre, aun de mayor aliento dino
que en los clarines de la Fama cabe,
el campo ilustra de ese mármol grave:
venérale, y prosigue tu camino.



E quando, il più tardi possibile, verrà a mancare il professor Boldrin, noi, conformemente ai suoi precetti di austerità, non incaricheremo un poeta di scrivere il suo epicedio (perché spendere in cose inutili come le tante che leggete e vedete in questo post?), ma ricicleremo quello che Berni scrisse per il miglior amico dell'uomo (dopo l'economista, si intende):

Giace sepolto in questa oscura buca
un cagnaccio ribaldo e traditore;
era il Dispetto, e fu chiamato Amore.
Non ebbe altro di buon: fu can del duca.

Siamo sicuri che il professore, dall'aldilà, benedirà il nostro giusto desiderio di risparmiare.

Bene: qui sotto c'è posto per duecento commenti. Io vado a correre (se mi acchiappa Boldrin mi massacra... anche se penso che non vorrà farlo di persona...).




P.s.: se uno ti dà del razzista ti insulta, giusto? E ricambiare non è elegante, ma è umano, giusto? E io homo sum, nihil umani mihi alienum puto, giusto? Posso allora dire a quell'imbecille che su CDC ha trovato razzista il mio post precedente che è un imbecille? Sì, è tautologico, lo so, ma è tanto liberatorio. Amico difensore del Siglo de Oro, tu la Spagna non sai nemmeno con che paesi confina, e del Siglo de Oro ne sai quanto di economia. Stai cheto, continua a ragliare nella tua tana. Sicuramente fai parte di quei nazionalfascisti che hanno voluto l'euro "perché anche l'Italia è un paese importante, noi non siamo da meno degli altri, dove andremmo da soli...". E allora vergognati e taci, prima che la Storia ti passi sopra come un rullo compressore...

mercoledì 18 aprile 2012

Cose che capitano alla Spagna...

E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi.

Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse. E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l'Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati... Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno.

Certo.

Ma anche in Spagna non tutti la pensavano così. Qualcuno, più lungimirante, si rendeva conto del fatto che:

questo oro che dalle Indie se ne viene fa quell'effetto appunto che fa la pioggia sopra i tetti delle case, la quale se ben vi cade sopra, discende poi tutta in basso senza che quelli che primi la ricevono ne abbiano beneficio alcuno.

(era il 1595, e lo racconta l'ambasciatore Vendramin... e a voi che siete europei, non devo certo ricordare di dove venisse: non da Palermo).

Certo, l'oro degli indios non è come l'euro dei tedeschi. La restituzione è più agevole. Ma il problema non è nemmeno quello della restituzione. Il problema sono gli sconquassi strutturali determinati dalla crescita finanziata coi soldi altrui.

Un secolo di artificiosa prosperità aveva indotto molti ad abbandonare le campagne e a ingrossare il proletariato urbano; le scuole si erano moltiplicate, ma erano servite soprattutto a produrre individui che rifiutavano il lavoro manuale; l'amministrazione governativa si era ingigantita, ma era servita soprattutto a alimentare una vasta sottoccupazione nella veste di una burocrazia elefantiaca.
(Carlo Maria Cipolla, 1974, Storia economica dell'Europa preindustriale, Bologna, il Mulino, nuova edizione 2002, p. 363).

Quindi alla fine chi aveva ragione? Il fiorentino o lo spagnolo? Sai, non vorrei dirtelo... ma non c'è proprio partita!

Il problema, amico caro, è che, come non capiva il tuo predecessore di "sinistra", che tanto piaceva alle anime belle della nostra "sinistra" per bene, decotta e piddina, come non capiva il compagno Zapatero, non bisogna esagerare nel contrarre debiti con l'estero.

Ma tre secoli dopo aver contratto con l'America Latina un debito (importazione di capitali) che vi ha massacrato, nonostante lo abbiate restituito garrotando i creditori, avete avuto la buona idea di indebitarvi nuovamente fino al collo, e questa volta con il nucleo dell'Eurozona!

(per i lettori di CDC: restituito va fra virgolette, si intende: "restituito")

Ma allora siete incorreggibili! Quanti piccoli  Núñez de Castro fra i miei studenti Erasmus a Roma!

Io gli chiedevo (ed era il 2007): "ma... scusate... in sette anni siete passati dall'ottava alla seconda posizione nella graduatoria dei paesi più indebitati con l'estero. Solo gli Stati Uniti sono più indebitati di voi: il loro debito in effetti è il doppio del vostro, ma il vostro Pil è un decimo del loro, così loro hanno un rapporto debito/Pil che è un quinto del vostro: loro sono intorno al 20% del Pil, e voi intorno al 100%. Cosa pensate di fare?"

Una hidalghesca scrollata di spalla era l'unica risposta a questa mia ingenua e paternamente sollecita domanda. Ma il fiorentino che è in me (eris sacerdos in aeternum) sghignazzava, perché è un brutto demonietto cattivo che si compiace delle sciagure altrui. Lo disapprovo. Soprattutto quando ha ragione.

E ora l'Argentina nazionalizza. Il prof. Santarelli direbbe, irridente: "mandatele la corazzata Merkel". Sai qual è il problema? Che mentre voi passavate dal 24% all'85% di rapporto debito estero netto/Pil, l'Argentina, con i metodi talora un po' sbrigativi ma in buona sostanza efficaci dei quali ci parla Roberto Frenkel, passava da un debito netto come il vostro (26%) a un credito netto estero del 5% (i dati si riferiscono all'intervallo 1999-2007 e vengono dal solito database EWN). E nazionalizzare le imprese straniere significa sbarazzarsi di un'altra fetta di debito estero, gli investimenti diretti in entrata, che, come abbiamo detto più e più volte, sono, fra l'altro, la fetta più costosa, come prova da un lato il crollo dell'Irlanda, e dall'altro la tenuta di US e UK (e Francia, finché dura...).

E ora l'Argentina, di questo debito estero particolarmente costoso, perché viene ripagato con un fiume di profitti che espatriano, evidentemente se ne vuole sbarazzare.

"Che orrore! L'autarchia! La nazione! Ma allora gli argentini sono fascisti!"

Ecco: questo penseranno i dilettanti dello "Sbilifesto", i nostri simpatici trotzkisti della domenica, quelli che non hanno ancora capito che il recupero di uno spazio minimo di democrazia passa necessariamente per il recupero del concetto di sovranità nazionale. Lasciamoglielo pensare. La Storia lavora anche per loro, che non se lo meritano, perché portano la responsabilità morale di non aver voluto avviare non dico una proposta politica, ma almeno un dibattito equilibrato su un tema così importante. Dio non paga ogni sabato.

E tu, invece, Mariano, che ne pensi?

Lo vuoi capire che con la palla che ti porti al piede non hai proprio nulla da insegnare, né tanto meno da minacciare, a un paese che cresce all'8% all'anno? Lo vuoi capire che hai una sola speranza: quella di denunciare il patto scellerato che ha ridotto il tuo paese nelle condizioni in cui si trova, e di cooperare con i paesi mediterranei perché insieme propongano e impongano, se necessario, una strategia di uscita da questa trappola insensata, dalla quale anche l'Economist da tempo sostiene che sarà comunque necessario uscire?

(ai lettori de coccio: capito cosa intendo quando dico che l'Economist è a sinistra del Manifesto?)

Già.

Ma tu lo sai perché e da chi sei stato messo lì. Sei stato messo lì per facilitare la razzia del tuo paese, finché dura. Mi ricorda qualcosa. Non durerà molto, sai? Io di me non mi fido, ma dell'Economist... Tu però intanto una mano la dai...

Fai attenzione però. Così come i tedeschi, e gli italiani, e gli uiguri, anche gli spagnoli non sono tutti uguali. Ce ne sono del tipo "de Castro", ma ce ne sono anche tanti che capiscono oggi, come capivano nel XVI secolo, cosa sta succedendo, e lo capiscono, ahimè, come e meglio di tanti italiani. Sei sicuro che sia una buona idea non starli a sentire?

Sai, tu puoi anche farlo, ma intanto si sta facendo mezzogiorno...



Da Guicciardini ad Alvaro Vitali. Sono scandalosamente wide ranging e mi piaccio molto così. Detto questo, comments welcome, ma non vi inquietate se l'interfaccia funziona male. Siamo troppi e diciamo troppe cose interessanti: Google ormai non ce la fa a starci dietro... come tanti e tanti che non voglio nominare. Sono legione, ma noi abbiamo un alleato importante: l'amica Storia con la "S", e purtroppo talora anche con la doppia S, maiuscola...

giovedì 12 aprile 2012

Lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro

La letteratura economica fornisce una semplice spiegazione di quanto sta accadendo oggi in Italia. L’economia ci dice che lo scopo (inconfessato) della riforma del mercato del lavoro deve essere quello di causare un incremento della disoccupazione. Un (ulteriore) incremento del tasso di disoccupazione si rende necessario per un motivo molto semplice: la curva di Phillips. La curva di Phillips stabilisce che la crescita dei salari è in relazione inversa rispetto al tasso di disoccupazione, una relazione individuata da A.W. Phillips nel 1958. Questa relazione non è mai stata posta seriamente in discussione nella letteratura empirica, come ci ricorda Jeffrey Fuhrer. Non sorprende quindi che gli economisti ne facciano tuttora uso per prevedere l’inflazione (Fendel, Lis e Rulke), ed è assolutamente evidente che il governo italiano sta facendo altrettanto.

In tutta evidenza, i fautori della riforma si aspettano che un innalzamento del tasso di disoccupazione moderi la crescita dei salari e quindi il tasso di inflazione. Ciò contribuirebbe a ristabilire la competitività di prezzo dei prodotti italiani e quindi a riequilibrare gli sbilanci esterni che sono alla radice della crisi dell’eurozona, come spiega ad esempio Martin Wolf. Tra l’altro, questo è uno dei motivi per i quali i mercati finanziari, che credono in questo meccanismo (come ci ricordano Fendel et al. in un altro lavoro), potrebbero accogliere con favore un innalzamento della disoccupazione in Italia.

L’unico piccolo problema con questo approccio è di natura politica, non economica. Il ragionamento del governo è impeccabile da un punto di vista economico. Il suo unico (trascurabile?) difetto è che nessun membro del governo sta dicendo la verità, ovvero che lo scopo immediato e inconfessabile di una riforma altrimenti insensata è quello di far aumentare la disoccupazione.


(indubbiamente pensare in inglese aiuta a essere lapidari)

The unconfessed goal of Italian labour market reform

(Poi ve lo traduco, se serve. Ora rockapasso mi chiamerà per dirmi che il mio inglese fa schifo. Sempre meno del nostro governo, però...)


The economic literature provides a straightforward explanation of what is going on in Italy right now.

What economics tells us is that the (unconfessed) goal of the labour market reform must be simply that of inducing a rise in unemployment. The reason why a (further) increase in unemployment is needed is very simple: Phillips curve. The Phillips curve posits a stable inverse relation between wage growth and unemployment, first uncovered by A.W. Phillips in 1958. This relation has never been seriously questioned in the empirical literature, as Jeffrey Fuhrer explains in his paper. It is therefore no surprise that professional forecasters still use it to forecast inflation(Fendel, Lis and Rulke), and the Italian government is obviously acting in exactly the same way.

In all likelihood, the reform proponents expect that a rise in unemployment would reduce wage growth, hence inflation. This would restore price competitiveness, and contribute to the rebalancing of the Eurozone external imbalances that lie at the heart of the current crisis, as described for instance by Martin Wolf. By the way, this is a reason why financial markets, that believe in this mechanism, as explained by Fendel et al. in another working paper, could welcome a rise in Italian unemployment.

The only little issue with this approach is not an economic, but a political one.

The preceding reasoning is perfectly flawless from an economic point of view. Its only (minor?) fault is that nobody in the government is telling the truth: namely, that the immediate unconfessed goal of an otherwise completely nonsensical reform is an increase in unemployment.

martedì 10 aprile 2012

Quos vult perdere dementat

A degna chiosa del post precedente, con il quale abbiamo cercato di spiegare che le politiche procicliche (recessive, cioè tagli, durante la recessione, cioè adesso, ed espansive durante l'espansione) sono non solo dannose, com'è ovvio, ma anche e soprattutto inefficaci, inseriamo questa bella notizia, che non dovrebbe giungere del tutto inattesa (era stata anticipata una ventina di giorni or sono da vari quotidiani nazionali).

Torneremo con calma sul senso di questa ulteriore deriva tolemaica, su questo strano feticismo che mette al centro dello spazio economico dei numeri interi dall'elevato valore simbolico e dallo scarso senso economico: 3 (non devo spiegarvelo, siete stati tutti chierichetti da piccoli, voi comunisti!), 60 (sulle origini e le motivazioni della base sessagesimale esiste un'ampia letteratura, e del resto gli economisti senza virgolette somigliano sempre di più ad astronomi caldei), e ora, new entry, zero (per gli amici, "e alla i pi greco più uno"), un numero che gli occidentali, come credo sappiate, hanno fatto tanta fatica ad accettare, anche perché veniva dall'India, e per di più attraverso gli arabi (all'epoca in cui questi ci guardavano come quei miserabili selvaggi che facciamo di tutto per tornare ad essere).

Ma ora, fatto lo sforzo di capirlo, ecco che lo zero viene elevato agli onori degli altari: bene, venereremo lo zero, il deficit zero. Dato che siamo zavorrati da un debito pubblico sulle cui origini torneremo a riflettere (e lo spread non cala), la zerità dello zero significherà, per noi, non solo che dovremo rinunciare a spazio fiscale per politiche anticicliche, ma che dovremo effettuare pesanti politiche recessive per i prossimi venti anni, fino al collasso (che sopraggiungerà molto prima).

E anche di questo parleremo.

Intanto, Carmen manifesta così la sua indignazione, e forse dovremmo seguire il suo invito.

Bene.

Spero che ora anche i più refrattari capiscano a  cosa serve l'euro. Ah, non vedete il nesso? E allora, mi dispiace, ma un bello zero ve lo meritate proprio. Naturalmente in bilancio. Sul libretto non si può. Sapete, lo zero sul libretto non è come quello in bilancio: con lo zero in bilancio la madonnina di Bruxelles ride, con lo zero sul libretto piange. Chissà perché?

Forse perché gli utili idioti sono più utili del solito, in un periodo nel quale ci sono da fare certe idiozie. L'Europa chiamò...

lunedì 9 aprile 2012

...e la dinamica del debito

Qui si va sul difficile. Io ci provo. Se non ci riesco, almeno ci avrò provato. Però promettetemi di provarci anche voi. Ingredienti: un foglio di carta, una matita, una calcolatrice (se occorre) e un po’ di pazienza. L’alternativa qual è lo sapete. Per sempre.


Dopo avervi raccontato la triste storia della Ruritania e della Cracozia, mi aspettavo un mare di obiezioni. Si vede che le mie tattiche di repressione del dissenso funzionano. Però... in fondo ha ragione Alessandro: così non c’è divertimento!

L’unica obiezione seria l’ha fatta Alex: dove è finito il Maradagal? Ma adesso, caro Alex, ti racconto anche la storia del Maradagal e del suo vicino, il Parapagal. Due stati latinoamericani, a differenza della Ruritania e della Cracozia, e quindi, si suppone, intrinsecamente viziosi (i soliti pregiudizi). Certo ben diversi dalle virtuose Ruritania e Cracozia, che partivano entrambe da un virtuoso pareggio di bilancio. Ma tanta era la loro virtù, ricorderete, che esse desideravano ridurre un debito che altrimenti sarebbe rimasto invariato. Anche perché, da brave contrade europee, entrambe avevano un tasso di crescita pari a zero: non potevano contare sulla crescita per ridurre il rapporto.

E allora io mi aspettavo almeno due obiezioni:

1)      “ma il nostro governo non è in pareggio di bilancio, è in deficit, quindi deve fare qualcosa, altrimenti il debito crescerà!”

2)       “ma normalmente un sistema economico cresce, se pure poco, e quindi non è detto che un taglio della spesa faccia necessariamente diminuire il prodotto: altrimenti l’unica soluzione sarebbe quella di spendere il più possibile per “gonfiare” il Pil”.

Non so se le obiezioni sono chiare... Forse no, perché non le avete fatte! Comunque, laddove non lo fossero, petite et dabitur vobis. Io intanto vi parlo del Maradagal.

Il Maradagal, come sapete, era appena uscito da una guerra col Parapagal, il suo vicino e principale partner commerciale. I rapporti non si erano ancora rasserenati, e quindi di commercio estero non se ne parlava, le due economie erano praticamente chiuse, e ben felici di esserlo. Ma lo sforzo bellico aveva richiesto, sì come far suole, un considerevole aumento del debito pubblico, che era pari, figuratevi, al 90% del Pil. Inutile dire che il Parapagal era messo esattamente nelle stesse condizioni. Ma le guerre hanno anche il loro lato positivo (si fa per dire): l’economia del Maradagal (e quella del Parapagal) crescevano abbastanza, diciamo a un tasso medio del 5%. Del resto, è per questo che si fanno le guerre: in guerra sono tutti occupati, da fare non manca, e soprattutto da disfare, e poi, dopo, la ricostruzione garantisce qualche altro anno di crescita.

Ah, ma mica voi sarete di quelli che credono che uno le guerre le fa perché Dio lo vuole o perché hanno sparato all’arciduca... Dai, piddini sì, ma spero non fino a questo punto! Le guerre, in macroeconomia, si chiamano politica anticiclica. Funziona benissimo! Vi ricordate, ad esempio, come funzionava il mondo prima di Keynes? Guardate il grafico: visto come cresce il Pil durante le guerre? E prima prima prima? Prima della rivoluzione industriale, prima che gli uomini imparassero a lavarsi le mani? Funzionava ancora meglio! Se eri sfortunato c’era la guerra, ma se eri fortunato c’era la peste: in entrambi i casi rischiavi la pelle, ma nel secondo, se te la cavavi, guadagnavi molto più di prima: la riduzione esogena dell’offerta di lavoro (i morti) non si accompagnava a una distruzione di capitale fisso, e quindi il tuo salario reale aumentava. Non ci credete? Leggete Mankiw, o, molto meglio, la Storia economica dell’Europa preindustriale di Cipolla.

Comunque: Maradagal e Parapagal crescevano al 5%, ma avevano un bel debito pubblico al 90% del Pil, e di ridurlo, a breve, non se ne parlava, perché fra ricostruzione e pensioni di guerra, le spese non mancavano.

Ma questa cosa, al governatore del Maradagal, non andava proprio giù...


Cercate di capirlo: non si combatte una guerra, non si sbriciolano divisioni di fanteria per impadronirsi a ogni costo di quota 960, sotto una pioggia di granate “penetranti e dilaceranti”... per poi scoprire di non essere meglio del nemico! Eh no! Questa cosa l’hidalgo don Mario de la Sierra non poteva ammetterla. Bisognava “fare meglio” (orrenda locuzione) dell’odiato Parapagal.

Da qui in avanti la storia è un po’ come quella della Ruritania.

Siamo alla fine del 2011, si riunisce il consiglio dei ministri per la finanziaria. Quanto è stato il Pil nel 2011? 100 miliardi di pesos. Previsioni di spesa pubblica per il 2012? 33 miliardi di pesos. Previsioni di entrata? 30 miliardi. Deficit previsto? Be’, questo è semplice: 33 – 30 = 3. Quant’è il debito oggi (fine 2011)? Lo abbiamo detto: 90. E allora, se non facciamo niente, alla fine del 2012 il debito sarà 90+3=93. Cioè il 93/100=93% del Pil.

No, aspetta, c’è la crescita!

Prevediamo che il Pil cresca del 5%, quindi in effetti il Pil del 2012 sarà 105 miliardi (il 5% in più di 100, non so se rendo...). Alla fine del 2012 il rapporto debito/Pil sarà 93/105=89% (88.6%, per i precisini).

Sì, sono tanti numeri. Facciamo una “apposita tabbella”, sperando di chiarire la situazione:



To’! Il rapporto debito/Pil diminuisce, nonostante un deficit vicino al 3% del Pil! (per la precisione: rapporto deficit/Pil al 2.8%). Strano! No, non è strano per niente: se il Pil cresce, i rapporti al Pil diminuiscono. Succede con tutti i rapporti: preferisci mezza torta o un quarto di torta? Preferisci dividere per due o per quattro? Tra l’altro, dividere per due è anche più semplice...

Sì, ma don Mario l’economia la sapeva, e sapeva anche la storia della Cracozia, e quindi si diceva: qui i margini per “far meglio” ci sono: se tagliamo 2 di spesa, l’anno prossimo il deficit sarà 3-2=1, quindi a fine anno il debito sarà 90+1=91, invece di 90+3=93. Certo, avremo tolto anche 2 al Pil, questa lezioncina la so, me l’ha spiegata il governatore della BCR (Banca Centrale Ruritana, detta anche RCB, Ruritania Central Bank). Per motivi che non condivido (proseguiva fra sé e sé l’hidalgo) la contabilità nazionale si ostina a computare nel Pil l’orrenda, l’esecranda spesa pubblica, sulla base del motivo assolutamente pretestuoso che gli stipendi dei dipendenti pubblici in fondo sono redditi! Certo, come se i redditi di sciagurati perdigiorno, figli e padri di bamboccioni, andassero computati insieme ai veri redditi, i redditi di chi produce! Che regola assurda! Certo, c’è quel fastidioso dettaglio... I redditi dei dipendenti pubblici, in effetti, vengono spesi anche e soprattutto per acquistare beni prodotti da privati... Quindi... Diventano redditi privati... Ma tralasciamo questa complicazione! Voglio comunque essere equanime: le regole ci sono, e vanno rispettate. Del resto, anche togliendo 2 al Pil, e quindi portandolo a 103 invece di 105, il rapporto debito/Pil sarà sempre migliorato, perché invece di 93/105=89%, avrò 91/103=88%, alla faccia della Cracozia... volevo dire: del Parapagal!

(Per i precisini: 88.3 invece di 88.6: sapete come si arrotonda, no?)

E bravo don Mario, tu sì che li sai fare i conti, bravo, taglia gli sprechi (i soliti “sprechi”, che poi sono la carta igienica, il sapone, la risma di carta per fotocopie ecc. che devo portare a scuola di mia figlia, e forse presto anche alla mia, di scuola)!

Quindi, come al solito, si va, si delibera, si taglia, e come al solito ci si ritrova, un anno dopo, ad ascoltare la relazione del governatore della BCM (Banca Centrale del Maradagal).


Don Mario assapora il suo trionfo: “abbiamo spezzato le reni (metaforicamente) al Parapagal: siamo meglio noi, noi meriteremo il plauso dei mercati!” Noi. Che a intenderlo come plurale, cioè come somma di “io”, o come plurale maiestatis, cioè come inflazione del proprio io, rimane sempre un pronome di persona. “I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona” (e questa chi la deve sapere la sa, e chi non la sa se la cerca perché è ora).

Arriva il governatore della BCM, ma non si può proprio dire che sia euforico (come immaginerete, altrimenti non vi starei raccontando questa storia)...

“Allora, governatore, qual è il consuntivo del nostro primo anno di regno... pardon, di governo? Abbiamo accelerato la fisiologica diminuzione del rapporto debito/Pil?”

“Be’, in effetti il debito è diminuito, è arrivato, come previsto, a 91 miliardi, invece dei 93 che avrebbe raggiunto in assenza di manovra...”

“Fantastico! L’austerità paga. I sacrifici sono sempre ricompensati, soprattutto quelli degli altri. Allora insistiamo: qualche altro spreco, che so? Magari potremmo risparmiare sulle pasticche dei freni dei mezzi pubblici, così, se va bene, evitiamo anche di pagare qualche pensione...

“Ma veramente ci sarebbe un problema...”

“Ah, e quale sarebbe? Il debito è sceso, i mercati saranno contenti, e i sudditi saranno contenti nel sapere che i mercati sono contenti... Non vedo il problema! Ricordati: sono ex comunisti, quindi abituati a difendere l’operaio, il quale, a sua volta, è figlio del XIX secolo, e ne condivide tutti i sani principi, incluso quello del sacro orrore per il debito: hai letto i Miserabili? Ricordi Marius? “Pour lui, une dette, c’était le commencement de l’esclavage”. E così, non ti paia paradossale, oggi proprio gli ex comunisti sono i più acerrimi fautori dell’austerità (anche perché, avendo letto solo il Bignami di Marx, non si rendono conto che senza debiti non c’è capitalismo, ma questa è un’altra storia). Comunque: siamo a cavallo!”

“Mica tanto: il problema è che il rapporto debito/Pil è aumentato: non siamo scesi dal 90% all’88%, siamo saliti dal 90% al 91%”

“Come è possibile? Con un’economia in crescita? E poi io ho tenuto conto del fatto che il taglio della spesa, per quelle stupide regole di contabilità, avrebbe ridotto il Pil: saremmo arrivati a 103 invece di 105. Lo ho calcolato, so fare i conti, sono un tecnico. Te lo dimostro: se il debito è 91, e il suo rapporto al Pil è 91%, vuol dire che il Pil è 100! (per i poeti: 91/100=91%, n.d.r.) Quindi il Pil non è sceso solo di 2, dei 2 miliardi di euro che ho santamente e austeramente tagliato, ma di 5 rispetto alle previsioni, cioè... la crescita è stata zero! 100 di Pil nel 2011, e 100 nel 2012, la stessa cifra. Ma come è possibile?”

 Vedi, don Mario, il problema è che hai manipolato i saldi contabili con la stessa scioltezza con la quale li vediamo ogni giorno manipolare a Qui, Quo e Qua e al loro simpatico zietto. Supponiamo che tu debba dimagrire. Ti affideresti a un medico che ti propone di amputarti una gamba? La perdita di peso è assicurata, no? Ma io credo che tu cambieresti dietologo, perché probabilmente intuisci che anche se lo scopo è perdere peso, il discorso non si esaurisce lì. Ecco, anche quando si manipolano i saldi il discorso non si esaurisce lì. Cosa erano i due miliardi che hai tagliato? Pensioni e stipendi pubblici, salvo errore. Ora, c’è una cosa che non hai considerato. Il maradagalese medio, che è piuttosto parsimonioso, consuma comunque circa il 60% del suo stipendio. Questo significa che riducendo di due miliardi gli stipendi dei maradagalesi, hai ridotto. in effetti, di 0.6x2=1.2 (il 60% di 2) la loro spesa per consumi.

Ora, tu sei un tecnico, quindi sai che il Pil è uguale alla somma di consumi, investimenti e spesa pubblica (ci sarebbero anche le esportazioni nette, ma dopo la guerra il commercio non è ancora ripreso). Sai cioè che Y = C + I + G. Tu pensi di aver ridotto solo G di 2 (la spesa pubblica), ma non capisci che facendo così hai anche ridotto C di 1.2 (i mancati consumi dei dipendenti pubblici, che entrano nel Pil perché, ovviamente, sono redditi di chi vende quello che gli esecrandi parassiti pubblici acquistano). Quindi, come vedi, siamo già a 2+1.2=3.2...”

“Ho capito, va bene, non dovevo trascurare il fatto che gli orrendi, turpi, esecrandi sprechi pubblici in realtà vanno a finanziare per lo più l’acquisto di beni privati... Ma anche così tu mi parli di una diminuzione di 3.2, e invece il Pil è diminuito di 5!”

“Certo, don Mario, perché vedi, un anno è lungo, e il Maradagal è popoloso... In un anno non succede mica una sola cosa: ne succedono tante. Succede anche che tutti quelli che normalmente vendono beni ai dipendenti pubblici (il lattaio, il fornaio, sai...), si sono visti entrare 1.2 miliardi in meno. Ora, tu non ci crederai, ma il mondo è strano: non è che perché uno è produttore, non è anche consumatore. E quindi il settore privato, che si è visto entrare 1.2 miliardi in meno, ha dovuto ridurre i propri consumi indovina un po’ di quanto? Bravo, di 0.6x1.2=0.72. Certo. Perché l’orrendo parassita statale, inutile e quindi dannoso, come certi docenti universitari elitari, narcisisti e pure keynesiani (di merda), che passano il tempo chiusi in casa a scrivere, anziché chiusi all’università a promuovere studenti, ha ridotto il suo consumo di pane e di latte, e allora anche il fornaio ha dovuto ridurre il suo consumo di latte, e magari il lattaio il suo consumo di pane, e magari (e questo sarebbe il lato positivo), nessuno dei due ha potuto mandare il figlio all’università, a far corrompere la propria giovane mente da certi personaggi.

Ora, facci caso: tu pensavi di aver diminuito il Pil di 2, ma invece, vedi, lo hai già diminuito di 2+1.2+0.72=3.92. Siamo quasi a quattro, e l'anno ancora non è finito. Ma siccome in un anno non si va al mercato una volta sola, capisci che la spesa che hai sottratto all’economia, gira che ti rigira, ha effetti indotti molto più grandi di quelli che pensavi tu. Ma questo gli studenti di economia lo sanno quasi sempre, anche se i professori, evidentemente, sono pagati per dimenticarlo! Se la propensione al consumo è del 60%, gli effetti indotti sono pari a 1/(1-0.6)=2.5 volte la sottrazione di spesa iniziale, e siccome tu hai sottratto 2, 2x2.5=5, ed ecco perché il Pil, che sarebbe arrivato a 105 se tu fossi stato tranquillo, è rimasto a 100 (crescita zero) in conseguenza del tuo tentativo di sedurre doña Angela. La quale a te predica austerità, ma a casa sua, sai, mi dicono si comporti in un modo un po’ diverso. Così fan tutte”.

E per gli amanti dei dettagli, ecco due tabbbbbelle riassuntive di questa bella storia, che sarebbe molto più bella se non fosse la nostra. Questo è il capolavoro del nostro hidalgo de la Sierra:


e questo è invece quello che sarebbe successo se non avesse cercato di essere più realista del re:




Attenzione: qui siamo ancora sul relativamente semplice. Ma se riuscite a digerire anche questo (prendete il vostro tempo), allora ripetiamo questa storia coi numeri veri, e poi sì che si ride...


Addendum: siccome altrimenti poi dite che faccio le preferenze, inserisco qui, dove lo vedono tutti, il link al modello sottostante, che poi è il modello keynesiano standard da libro di testo. Divertitevi.


Ah, ci avete fatto caso? Non ho detto “moneta sovrana”, e nemmeno “moneta fiat” (che poi sarebbe, credo, lo Scudo, il Fiorino, o il Doblò...). E non l’ho detto perché non c’era bisogno di dirlo. Perché dire cose inutili? Già capire quelle utili, purtroppo, richiede un certo sforzo, come dimostra chi viene qui a starnazzare che io sono schiavo del sistema neoliberista ecc. ecc. Quante me ne tocca sentire! Cioè, secondo loro se uno non va a una convention di princisbecco similberlusconiana, dove peraltro gli hanno detto di venire purché stia zitto (cosa che ha indignato tutti i miei colleghi, facendo terra bruciata intorno al "movimento"), non si sta opponendo al sistema! Vedete? È la generazione X-Factor, la generazione Grande Fratello. Che esista un altro metodo, che esista un'altra comunicazione, a loro non viene nemmeno in mente. E infatti, se ci fate caso, non parlano mai di elettori, di cittadini... Parlano di pubblico! Patetico ma vero! Cioè, secondo loro un post come questo ha il difetto di non parlare "al grande pubblico".

Tre millenni di storia non hanno insegnato niente a queste persone.

Mettiamola così: la Natura è matrigna (oh, se lo è!), e a me non interessa lottare contro di lei. Mi interessa solo dare, a chi ha gli strumenti per farlo, la possibilità di approfondire. Al pubblico ci pensi la televisione.