sabato 18 aprile 2015

venerdì 17 aprile 2015

Pentamestre e 5xmille (Kafka reloaded)

(wrong or wrong this is my country!)


Ogni giorno ha la sua pena, ma con la svalutazzzzione euro le pene si sono ingigantite a dismisura.

Oggi sono stato a consulto dai docenti der Palla. Bagnoufakis andava a rinegoziare il debito, insomma. Sarei andato più volentieri da Schaeuble, che almeno sa quello che vuole. La situazione nel mio caso era lievemente più complessa. Avreste apprezzato il mio self-control, appena increspato, l'ennesima volta che si menzionava il "pentamestre", da un "certo che non potete lamentarvi se fra latino e greco fanno un po' di confusione..." detto così, soavemente, a fior di labbra, con la certezza (non smentita) di non poter essere capito. Come non ho capito io la situazione der Palla. In storia era piuttosto semplice: dovrebbe essere a Carlo Magno, è ad Antonino Pio, non sapeva quand'era morto Cesare. Direi che il da farsi era chiaro. In scienze... eh, magari! Perché er Palla fa "Cambridge". Siccome non posso bestemmiare, evito di entrare in argomento. Sono invece entrato nel registro elettronico, e ho molto peccato (ma solo in pensieri).

Credo che ci sia un problema generalizzato di "appostismo": forse, se ci dividessimo il lavoro come si faceva una volta, poi staremmo tutti meglio. Esempio: tu sei l'insegnante, e tu devi insegnare. Se mio figlio non ti ascolta, il problema è complesso, e potrebbe forse essere tuo. Se mio figlio non ti rispetta, è maleducato, ed allora il problema è mio. Ma allora, se il problema è mio, come risolverlo lo decido io, no? Invece pare che la scuola sia diventata una istituzione che si preoccupa di educare i genitori, lasciando ai genitori il compito (a me gradito) di istruire i figli. Basta saperlo: sono sicuro che fra dieci giorni er Palla saprà usare i dizionari.

Altro esempio: deve fare er peperciù (Paper 2). E io, serafico: "Va bene. Che d'è?" Risposta: "Guido lo sa e poi è nel registro elettronico". Ok: dopo vi do username e password, e mi aiutate voi a capire dov'è, volete? In ogni caso, Rockapasso è stata sul sito dell'università di Cambridge (dove ci mettono due anni e mezzo a pubblicare un paper mio) e ha trovato la guida al peperciù.

Domani me la leggo.

Oh, quanto si sta affollando il doloroso circolo della mia appercezione...

In ogni caso, io sono all'antica, e la conclusione è che er Palla è agli arresti in fortezza (per la gioia di Uga, che cominciava a sentirsi negletta dal fratello). Ma io devo andare: domani a Lecce e dopodomani pure, come forse saprete. Quindi Livio, Plinio il giovane e Cesare se li dovrà fare da solo...

Mentre io mi aggiravo per il castello dell'istruzione secondaria, Luca si aggirava per quello dell'agenzia delle entrate, e lì aridaje a ride. Dunque, facciamo così, come in ogni buon paper #pirreviued: partiamo dall'abstract.


Abstract
Potete dare il 5x1000 ad a/simmetrie (indicando nell'apposito spazio della dichiarazione dei redditi il suo - cioè nostro - codice fiscale: 97758590588, dove per apposito spazio si intende quello destinato alle ONLUS, non agli enti della ricerca scientifica, né a quelli della ricerca sanitaria, ecc.).

Questo è quello che vi interessa, e potete farlo anche ora, se avete tanta fretta di finanziare il cialtrone di Rignano e i suoi pentamestri (wrong or wrong it is your country, d'altronde... anche se c'è un po' troppa taxation considerando quanta representation c'è in giro)!

Se invece volete capire cosa c'è che non funziona in questo paese (oltre ai pentamestri), disponetevi con animo lieto ad ascoltare il referto di quel santo di Luca, il quale, ieri, mi ha fatto pervenire un bel raccontino che vi sintetizzo.

La premessa è che come e quando fare la dichiarazione lo dovreste sapere dal vostro commercialista (o dal CAF, o da voi) e comunque ve lo abbiamo chiarito spero bene nel nostro sito (se non è chiaro, vi prego, avvertitemi)!

Ora, il fatto è che possono accedere al beneficio del 5x1000 le associazioni iscritte negli appositi elenchi, e quindi ci aspetta questa trafila:


  • Invio iscrizione in via telematica entro il 7 maggio 2015
  • Pubblicazione elenco provvisorio entro il 14 maggio 2015
  • Eventuali richieste correzioni entro il 20 maggio 2015
  • Pubblicazione elenco aggiornato entro il 25 maggio 2015
  • Invio dichiarazione sostituiva atto di notorietà entro 30 giugno 2015
  • Possibilità di inviare domande di iscrizione tardive entro il 30 settembre 2015 (ravvedimento)
Voi direte (e si era inizialmente chiesto anche Luca): "Ma scusa, ci dici che possiamo firmare oggi, ma non hai ancora potuto iscrivere l'associazione, visto che anche nei pentamestri il 17 aprile viene prima del 7 maggio, quindi non è che poi va tutto a monte e il nostro 5x1000 se lo prende il pentolaio?"

Eh, no, perché qui comincia il bello. In effetti, per quanto riguarda la possibilità di inserire il codice fiscale dell'associazione da sostenere prima che compaia negli elenchi, normativa e prassi non dicono nulla, né in un senso né nell’altro. Però va considerato che:

[1] la Circolare 26e/2015 dell’Ade, conferma che “la procedura per l’ammissione al beneficio e per la pubblicazione degli elenchi deve essere ripetuta annualmente con riferimento a ciascun esercizio finanziario. Pertanto, ciascun ente interessato all’ammissione al beneficio è tenuto a presentare per ogni esercizio finanziario la domanda di iscrizione e la relativa dichiarazione sostitutiva e gli elenchi saranno pubblicati con riferimento a ciascun esercizio finanziario”, il che significa che ad oggi nemmeno l'Unicef, per dire, è iscritta negli elenchi;

[2] è possibile per le associazioni inviare domande tardive di iscrizione negli elenchi delle associazioni ammesse al beneficio entro il 30/9, a dichiarazioni dei redditi ormai inviatedai contribuenti!

[3] il mod. 730 può essere inviato a partire dal 1° maggio 2015 (quando ancora non è scaduto il termine per la richiesta di inclusione negli elenchi del 5x1000), e quindi, come dire, una buona fetta dei contribuenti rischierebbero di restare privi del diritto di attribuire il 5x1000 a chi credono, se volessero essere solerti nel presentare la propria dichiarazione.

[4] in caso di indicazione di codice fiscale non ricompreso negli elenchi l’importo viene ripartito tra gli aventi diritto, con un controllo ex post (D.p.c.m. 23/4/2010)

A questo punto, è chiaramente del tutto fuori logica vietare di inviare una dichiarazione con un codice fiscale non ancora inserito negli elenchi, perché ad oggi nessuno è inserito negli elenchi, visto che si devono rifare ogni anno, a meno di non voler intendere che chi vuole attribuire a qualcuno il contributo deve attendere il  25 maggio, affinché il giorno dell’invio quel codice fiscale sia in elenco.

Però sarebbe anche logico che il pentamestre si chiamasse quinquemestre, per dire...

Luca allora ha sentito l’Agenzia delle Entrate. Il funzionario, suppongo passabilmente oberato di scartoffie, ha risposto che non si era letto l’ultima circolare ma che “per logica” dovrebbe essere possibile inserire in dichiarazione il codice fiscale di un'associazione ancora non inserita negli elenchi, altrimenti ci sarebbe una disparità di trattamento tra i contribuenti (vedi il punto [3] sopra). Al che gli ha detto che la cosa assurda era che il termine iniziale dell’invio delle dichiarazioni fosse antecedente alla formazione degli elenchi.

La risposta è stata: “Stendiamo un velo pietoso”.

La mia conclusione è che secondo me potete fare come vi pare, mentre Luca, che è più prudente, consiglia a chi vuole essere certo della presenza del CF di Asimmetrie negli elenchi, di attenderne la pubblicazione (25 maggio per i definitivi), visto che le scadenze per gli invii delle dichiarazioni sono:

-           730: il 7 luglio
-           Unico: 30 giugno (cartaceo) e 30 settembre (telematico)
-           busta separata del 5x1000: 30 settembre


(quest'ultima, come è spiegato nel sito, riguarda chi è esonerato dal presentare la dichiarazione dei redditi).

E naturalmente, come in ogni paper #pirreviued occorrono le

Conclusions
Fate un po' come vi pare, ma prima o dopo il 25 maggio mettete il nostro CF e la vostra firma nell'apposito riquadro della dichiarazione dei redditi o (per gli esonerati dalla presentazione) della scheda per la scelta della destinazione del 5x1000. Tutto questo, naturalmente, se vi interessa sostenere la nostra battaglia. Altrimenti siete dei pentamestri, ma questo, come concluderebbe ogni buon peperciù, is left for future research... 


(...comunque, Cristo, buttare al cesso una mattina senza avere una parola che è una che mi aiutasse a capire cosa devo fare, a parte troncare di mazzate er Palla... io dei soldi me ne fotto, della salute me sbatto, della carriera me ne frego, ma chi mi fa perdere tempo, dovesse vivere mille vite, non vivrà abbastanza da pentirsene...)

martedì 14 aprile 2015

HABEMVS INSCRIPTIONEM!








Per favore, a scanso di equivoci, dopo aver letto la breve storiella, leggete anche quello che vi dico sotto.
















Ricevo dal nostro Segretario:



Cari tutti,
anche se non è ancora arrivata la raccomandata ufficiale (già spedita), dopo vari conclave...

andare su 

cliccare su 
Registro dell'Associazionismo

digitare Asimmetrie...

Habemus Inscriptionem!

Luca

PS.: domani vi dico su 5x1000 e deduzioni. Ora sono cotto...




Pronto?

Ci siete?

Mi sentite? 

Mi date un minuto di attenzione?

Ok, allora provo a farmi capire. Abbiamo raggiunto un obiettivo importante. Nunc est bibendum (io solo acqua perché sono a dieta). Tuttavia "commercialista fai da te? Ahi ahi ahi...". Per sapere come e quando attribuirci, laddove lo desideriate, il 5x1000 aspettate le istruzioni che è nostro interesse darvi il prima possibile. Se Luca, che è un bravo professionista, dice che ci deve fornire ulteriori dettagli, ma è cotto, vuol dire che siccome siamo in Italia anche questa materia sarà stata debitamente complicata. Festina lente, cunctando restituit rem, la gatta presciolosa fece i gattini ciechi, e alla fine ne resterà uno solo.












































































NOI 




























































(chiaro, Iscariota?...

lunedì 13 aprile 2015

#pirreviù3: Storie di ordinaria pirreviù

(...breve ma istruttivo viaggio nel beksteigge della ricerka scientifika...)



Vedo che molti non sanno come funziona la revisione dei lavori sottoposti a pubblicazione su una rivista scientifica. Può essere interessante studiarne la teoria e la pratica. Il meccanismo è molto semplice: quando si pensa di aver trovato qualcosa di interessante si scrive un articolo, che magari prima si fa circolare come working paper (la nostra collana serve a questo) e si porta a qualche convegno per avere un primo feedback immediato, per essere ragionevolmente certi che non si tratti di una puttanata.

Poi si cerca una rivista "adatta", dove la valutazione di cosa sia "adatto" dipende da una quantità di fattori.

Per chi deve ancora far carriera (come me) è importante che la rivista sia una di quelle "migliori" (nel senso di: valutate come più prestigiose dagli organismi dai quali dipende la nostra carriera - in Italia, come vi ho spiegato, i "paperoni" dell'Anvur).

Naturalmente, ci sono dei vincoli. Alcune riviste "buone" (esempio: il Cambridge Journal of Economics) impiegano dei tempi biblici a risponderti (vedi sotto), quindi se hai scadenze vicine forse preferirai una rivista meno "buona", ma che ti dà ragionevoli garanzie di avere il lavoro pubblicato rapidamente. Esiste anche qui un trade-off  fra qualità e quantità.

A parità di "bontà" ci sono valutazioni riferite alla rivista: quanto è probabile che trovi il tema interessante? Hanno già trattato l'argomento? Come sono orientati ideologicamente? Chi sono gli editor? C'è un amico (o un nemico) in redazione?

Tutte cose che immaginate.

Una volta scelta la rivista, si va sul loro sito e si vede come vogliono che sia presentato il lavoro (che dimensioni, che impaginazione, come e dove mettere le figure, come strutturare le tabelle, come organizzare la bibliografia, ecc.). Ogni rivista ha una pagina di Instructions for authors, questa è quella di Applied Economics.

Dopo di che, si sottopone il lavoro al giudizio della rivista. Normalmente, oggi, tutti hanno una piattaforma di gestione dei manoscritti on-line: ti iscrivi (se non sei già iscritto), passi attraverso una serie di moduli che ti chiedono chi sei, dove lavori, come si chiama il tuo articolo, ti fanno giurare che non l'hai copiato dal compagno di banco, ecc., e poi ti permettono di caricarlo nel sistema.

A quel punto l'editor riceve una lettera di avviso (in automatico), e tu, altrettanto in automatico, una lettera di conferma, e la palla passa all'editor.

Questi deve vedere cosa gli hai mandato: se è minimamente decente e in linea con lo scopo della rivista (es.: un articolo sulla storia della partita doppia non è in linea con Tourism Management, per dire), deve mettersi a cercare due referees. Questi chi sono? Sono i famosi pirreviuer, ovvero: persone che hanno pubblicato, preferibilmente bene, nel campo specifico oggetto della tua ricerca. Loro non devono sapere chi sei (altrimenti...) e tu non devi sapere chi sono (altrimenti...).

Nota bene: l'unica garanzia del fatto che i pirreviuer siano in grado di rilasciare una patente di scientificità è data dal fatto che abbiano pubblicato. Se poi hanno pubblicato delle stronzate (magari "bene", cioè su riviste "alte", tipo quelle dove i Sarfatti boys ci spiegavano che i moltiplicatori sono negativi), bè, questo non conta. In altre parole, il sistema è totalmente autoreferenziale e considero una prova ontologica dell'esistenza di Dio (e del suo infinito amore) il fatto che, adottandolo agli albori dell'età moderna, l'umanità non sia rapidamente retrocessa a vivere nelle caverne. Ma non è detto che non ci riuscirà...

Io ho fatto il guest editor un paio di volte. Ad esempio, China Economic Review (per dirne una) mi ha chiesto di curare un numero speciale (in seguito a una vicenda che vi racconto qua sotto). Non è semplice, vi assicuro, trovare un buon referee, se vuoi fare bene il lavoro di editor. Devi cercare, spesso senza essere tu stesso esattamente consapevole di tutti i contenuti della ricerca che vuoi far valutare (e non c'è nulla di strano: la scienza va avanti, e se non sei tu che ce l'hai mandata magari non sai dov'è finita!), due persone che secondo te possano capire quello che c'è scritto, e quindi dare consigli intelligenti all'autore, o fare una stroncatura motivata.

Una volta che l'editor ha scelto il referee, carica il suo nome sul sistema, clicca un pulsante, e al referee potenziale arriva una email del tipo:



Se sei il referee (come ero io in questo caso) pensi: "Che palle!", poi vai a vedere di che si tratta, e poi generalmente accetti. A quel punto ti viene specificato un termine (intorno a tre mesi) per studiarti il lavoro, e tu cominci a farlo. Ovviamente nessuno ti ci obbliga. Potresti anche declinare (vedi l'apposito link), o proprio non rispondere (c'è chi fa anche così).

Perché lo fai?

Perché sei parte di una comunità, la comunità scientifica, fatta di persone che non conosci ma con le quali verosimilmente hai qualcosa in comune.

Attenzione: può capitare che l'editor si sbagli, e che ti invii un articolo su una cosa della quale non sai assolutamente nulla. In quel caso è buona norma declinare, possibilmente dando delle alternative. Anche questa correttezza non sei obbligato ad osservarla: vedi sopra.

Nota che spesso sei accondiscendente con l'editor anche perché pensi di mandargli un articolo, e vuoi in qualche modo ingraziartelo. L'editor sulla scelta dei referee si gioca la credibilità della rivista. Se sceglie un coglione come quello del quale vi parlo qua sotto, la credibilità della rivista crolla, con essa il ranking (il posto in classifica), e le submissions (il numero di articoli sottoposti a pubblicazione), per cui, al limite, la rivista chiude (non capita, ma potrebbe). Nel momento in cui tu gli rimandi la palla rifiutando, è indubbio che lo metti in imbarazzo, ma fai altrettanto se gli fornisci un rapporto di revisione del tutto campato in aria.

Per questo motivo oggi molte riviste chiedono agli autori di indicare tre potenziali referees. L'autore cioè sceglie chi dovrà giudicarlo. Nota bene: siccome poi l'editor fa come gli pare, e ha anche interesse a evitare comportamenti troppo paraculi, indicazioni "strategiche" (tipo: chiedo a un mio collega di dipartimento di farmi da referee) verrebbero sgamate subito, quindi l'autore sta attento a non fare il furbino. D'altra parte, l'autore sa meglio dell'editor chi sia esperto del settore nel quale si colloca la sua ricerca, e quindi questo procedimento è meno bislacco di quanto sembri.

Ci sono anche motivi "strategici" per accettare un referaggio. Ad esempio: il paper che devi valutare ti cita, e tu hai bisogno di citazioni. Potrebbe essere proprio quello il motivo per il quale l'editor lo ha mandato a te: perché ha visto dal paper che tu ti occupi di quella cosa. A questo punto, è chiaro che sei in conflitto di interessi: se parli bene del paper aumenti il tuo h-index, se ne parli male...

Ci sono anche motivazioni "strategiche" nell'assegnarlo, un referaggio. Ad esempio, ultimamente ho ricevuto una richiesta di referaggio da una rivista presso la quale avevo (ed ho) un paper "pending" (ha avuto giudizi favorevoli ma aspetto che valutino le mie revisioni). Evidentemente l'editor ha pensato: "Bagnai lo tengo per le palle perché sa che ho un suo lavoro sulla scrivania, quindi farà un rapporto approfondito e rapido". E così è stato, e fra l'altro non era nemmeno la prima volta che mi succedeva! Diciamo che è una larvatissima forma di intimidazione costruttiva. Fa parte del gioco.

Insomma, passa il tempo, il referee, che non sa chi sei, ti valuta, poi carica sulla piattaforma il suo giudizio, l'editor lo controlla e te lo manda. Normalmente il referee oltre alle valutazioni di dettaglio (che possono essere anche la correzione di errori ortografici, per dire) deve comunque fornirti un giudizio sintetico, che (sempre normalmente) si articola su questa scala:

Accept
Minor revision
Major revision
Reject

(con sfumature). Le due sfumature centrali rientrano nella casistica del Revise and resubmit: l'editor quindi ti scriverà dicendo che purtroppissimo non può accettare il paper com'è, ma che se tu lo modifichi come hanno chiesto i referees lui poi forse te lo pubblica.

A quel punto vai a vedere cosa hanno detto, e se ti dice bene, e sono colleghi sensati, impari, ti diverti, e il lavoro migliora. Se incontri un coglione, è molto dura: il problema diventa non tanto di capire i risvolti scientifici, quanto il caso psichiatrico. La domanda è: "Ma questo che cazzo vuole da me?" E la risposta spesso va trovata a casaccio.

La cosa può andare avanti per diversi round. Ad esempio, con Cambridge Journal of Economics ne ho avuti ben tre (tutti lunghissimi, ma molto interessanti: non so chi fossero i tizi, ma erano veramente molto molto cazzuti). Lato referee, alcune riviste non ti fanno nemmeno sapere cosa hanno deciso, altre te lo dicono, e ti chiedono di rivedere le revisioni, ecc.

Alla fine, hai una valutazione definitiva di Accept o Reject. Se è Accept, meglio così: ti chiama l'ufficio editoriale per dettagli (trasferire il copyright, ottenere i file grafici ad alta risoluzione) e si passa avanti. Se è Reject devi elaborare il lutto e passare a una rivista "inferiore" o "superiore".

Eh sì, perché se il motivo del rifiuto è che il referee non ha capito un cazzo di niente di quello che hai fatto, hai più probabilità di far accettare il tuo articolo da una rivista con un impact più alto, che, si presume, sceglie i referee con più accuratezza.

Bello, no? In ogni caso, it's my life (come autore, referee e ogni tanto editor).

Come avrete capito, ne possono succedere di ogni. Guardate ad esempio cosa mi è successo quando ho cercato di pubblicare su una rivista media di settore (modellistica) il modello dell'economia cinese che avevo costruito nel 2007 con Christian, e che avevamo pubblicato in versione preliminare qui, dopo averlo portato a un paio di conferenze. Faccio la mia submission, a settembre 2007, e aspetto fiducioso. Dopo un po' di tempo, a febbraio 2008, mi scrive l'editor. Il referee 1 faceva osservazioni di carattere generale sulla strategia espositiva, tutta roba gestibile. Guardatevi alcune perle del referee 2:

Il referee diversamente anglofono era evidentemente un cinese al quale dava fastidio che dal resto del mondo gli si venisse a pisciare nel cortile di casa. Per carità, tutto comprensibile. La Cina non ha fatto gli "Stati Uniti di Cina" per vincere il nazzzzzzzzzzzionalismo, quindi un minimo di protezionismo culturale ce lo potevamo anche aspettare! Ma non esisteva (e tuttora non esiste) un modello cinese stimato con la cointegrazione con cambiamento di struttura endogeno, come era il nostro: the similar models  (!) non c'era e tuttora non c'è, per cui l'osservazione del referee diversamente fottuto Charlie era fattualmente errata (e lui lo sapeva).

Per inciso... i più smaliziati di voi sanno che invece gli Stati Uniti di Cina sono stati fatti, con la materia prima con la quale si fanno gli Stati Uniti: il sangue. Ci ha pensato lui. È perché sono stati fatti gli Stati Uniti di Cina che i cinesi sono nazzzzzzzzzzzzzzionalisti. Ma non entriamo in questo, e passiamo alla vera perla. Il referee si mette a discutere una serie di implicazioni del nostro paper, dalle quali risultava che il tasso di crescita di lungo periodo era attorno al 6%:

Ora, chi è più esperto capirà perché questa obiezione è una puttanata. Il tasso di crescita di lungo periodo, considerando che avevamo scelto una tecnologia con progresso tecnico esogeno, dipende da crescita della popolazione e tasso di crescita del progresso tecnico, ed esprime il potenziale di crescita secolare di un paese. Chiaramente, se il paese è impegnato in un processo di catch-up, il suo tasso di crescita effettivo sarà superiore a quello potenziale, al quale convergerà (dall'alto) quando avrà raggiunto lo stato stazionario (una spiegazione un po' rapida è qui, ma anche in ogni manuale di macro).

A chi è meno esperto, basterà osservare che secondo il referee la Cina sarebbe dovuta crescere per sempre al tasso del 10%, visto che era cresciuta del 10% dal 1978 al 2006! Quello che lui chiama il balanced growth rate, cioè il tasso di crescita di lungo periodo ipotetico (quello di crescita bilanciata, che si ottiene quando il rapporto fra stock di capitale e flusso di prodotto si stabilizza), in effetti è il tasso di crescita medio effettivo osservato durante un periodo di fortissima rincorsa tecnologica dell'economia cinese (dal 1978 al 2006: difficile pensare che nel 1978 l'economia cinese fosse balanced, non vi pare?).

Insomma, l'amico, esattamente come quest'altro amico, non aveva capito la teoria della crescita neoclassica. Cose che capitano.

Ora: bon ton vuole che anche se il referee è un coglione tu non lo faccia notare.

Io però del bon ton me ne fotto. Quindi, dopo averci pensato un po' su, scrissi all'editor. È una cosa che normalmente non si deve fare, ma che in questo caso mi sembrava doverosa perché c'era un evidente caso di incompetenza e soprattutto di mancanza di etica professionale nel referee, che era semplicemente un economista applicato cinese il quale non voleva che nel suo mercato entrassero colleghi più bravi di lui. Il conflitto di interessi era palese ed eticamente inaccettabile (per me).

La lettera ovviamente ce l'ho ancora ed è questa:


Tradotto, per i  non anglofoni: il tuo referee è un coglione e tu sei uno stronzo.

Ovviamente l'editor non rispose, perché gli editor ne hanno veramente di ogni da seguire.

Tuttavia, subito dopo, mi arrivò una richiesta di referaggio. In questo caso era una specie di segno: "so che non sei un pirla, il lavoro non era male, ma purtroppo io da editor non posso fare altro, però voglio mantenere un contatto".

Io non sono molto adatto a tenere in vita rapporti morti. La mia email non la trovo, ma la ricordo perfettamente:


Sir,

in my recent experience, the referees of the Journal of wjkjkitrsdfjh ignore the most elementary theory of economic growth. You can ask me to accept their verdict, but you cannot ask me to join their club.

Yours,


Seguirono altre tre richieste di refraggio cui non risposi nemmeno. Poi alla fine, poro vecchio, in fondo mi stava pure simpatico, e alla quarta mi rimisi a fare il mio lavoro.

Ma... entrando nel merito?

Bè, se entriamo nel merito, il mio modello, stimato con i dati fino al 2006, prevedeva questa evoluzione del tasso di crescita cinese:


Detto così, mi rendo conto, si capisce poco l'alto valore della #pirreviù, quando è fatta da un coglione. Diventa più chiaro se vi faccio vedere come il sullodato coglione pensava che si sarebbe evoluto il tasso di crescita dell'economia cinese:


e come invece s è evoluto in pratica (nei dati del Fmi):


Anche il modello sbagliava, e ci credo: ne son successe di ogni, e nel 2007 non era facile prevederle, per cui la crescita effettiva, fino al 2014, è stata in media un punto meno di quella prevista del modello. Ma il coglione, però, aveva previsto ben due punti di crescita in più rispetto alla crescita effettiva... Quindi, come dire: modello batte coglione due a uno! (punti percentuali di errore di previsione medio assoluto).

Giusto per dire che se dico a un editor che il suo referee è un bischero, poi i fatti, o meglio, la SStoria, intervengono a confermarlo...

E il modello?

Bè, era buono, non l'ho certo buttato!

Ci ho fatto questo lavoro, che mi ha dato tante soddisfazioni. Ovviamente, su una rivista più "alta" (come impact ecc.) di quella il cui referee era così scarso. Non è stato citatissimo, ma diceva, anche lui, delle cose giuste, le stesse cose che, qualche anno dopo, cercavo di far capire a un dilettante dell'economia internazionale.

E anche qui, per l'ennesima volta, i fatti mi hanno dato ragione: la "minaccia" cinese si è sgonfiata, i suoi sbilanci esteri, che non erano causa di quelli americani, sono rientrati, e eventualmente i problemi della Cina (e per noi) sono altri.

D'altra parte, con buona pace degli economisti da bar dello Sport, non è poi così vero che i modelli "sbagliano". Chi veste paraocchi ideologici tende ad andare a sbattere, ma se lasci parlare i dati è molto, ma molto difficile che tu vada seriamente fuori strada.

E anche su questo ne avrei di esempi da farvi, ma per oggi direi che basta così.

#pirreviù2: Noi siamo peer reviewed (quindi meritiamo il 5 per mille)

Per anni personaggi senza arte né parte hanno ragliato nella sentina del web 2.0: "Bagnai è un economista ai margini della comunità scientifica!" (top 5% worldwide su IDEAS), "Le teorie di Bagnai sono marginali!" (e infatti ad affermare che l'euro è una scemenza in termini economici siamo in quattro gatti, ma almeno sono in buona compagnia), e soprattutto: "Bagnai non è peer reviewed!".

Gli amici a dire: "Ma dai, sono attacchi personali, non reagire!" E perché? È divertente reagire agli attacchi personali, soprattutto quando mettendoti sullo stesso piano dell'interlocutore puoi sbriciolarlo. Sì, perché andando a grattare, si vedeva che la compagine di chi si faceva araldo della peer review come garanzia di scientificità della ricerca era piuttosto eteroclita, composta, che so, da aziendalisti a contratto con un unico articolo referato (e che ne sa un aziendalista di economia? Quanto ne so io di economia aziendale, o di fisica nucleare, credo: non si tratta di fare gerarchie, ma di riconoscere il valore delle reciproche professionalità e la ridicolaggine di certe ingerenze...), o da ingegneri che avevano dedicato la propria vita alla nobile missione del debunking (su argomenti di importanza cruciale quali le scie chimiche o i rettiliani), e ovviamente avevano zero pubblicazioni referate, tipo sto porello, che non ho nemmeno querelato quando ho visto quanto seguito avesse (non sia mai lo portassi da 121 a 122 follouerZ!...).

Tutte persone, insomma, con una conoscenza al più di terza mano di cosa sia effettivamente la ricerca scientifica.

Sono meccanismi abbastanza naturali: ci si riempie la bocca con certe parole quando non si sa esattamente di che pasta siano fatte. Basterebbe un minimo di esperienza per capire che non è pasta di cacao (pur avendo molte lettere in comune con il nome di questo nobile vegetale), e allora si starebbe un po' più attenti e si proverebbe magari a entrare nel merito degli argomenti. Ma questo, naturalmente, richiederebbe competenze che non si hanno. Comunque, su Twitter c'è quello che ho battezzato "il click": clicchi su "Blocca", e il dilettante di turno scompare.

Come ovvio contrappeso della pochezza di chi ci attacca, sono lieto di segnalarvi qualora vi fosse sfuggito che svariati articoli di questo blog (certo, non quelli nei quali parlo di aoristo II) hanno, nel giro dell'ultimo anno, superato un regolare processo di peer review, e quindi in diversi casi quello che è stato detto su questa pagina è diventato scienza.

(...almeno, fino a che er Quaresima o il summenzionato porello non scriveranno una confutazione che passi anche lei la peer review...)

Vi ricordate, ad esempio, di questo? Bene: oggi è questo (fascia A, prima rivista al mondo nel suo settore).

Vi ricordate, invece, di questo? Bene: oggi è questo (rivista meno blasonata, ma solo perché si occupa di cose interessanti).

E vi ricordate di questo? Bene: aspettate un attimo, e anche qui ci sarà la sorpresina (i peer reviewer lo hanno definito an excellent article, quindi non credo che l'editor me lo stroncherà...).

Non conosco altri esempi di lavori nati come post di blog (scritti comodamente sbracati a letto) e pubblicati in fascia A (ma certo ce ne saranno, non ne dubito).

Questo risponde anche agli attacchi personali un pochino più smaliziati di quelli che: "Sì, Bagnai pubblica, ma non in fascia A!". Ora, chiariamoci: in fascia A (un insieme di riviste arbitrariamente definite come "di prima qualità" da una commissione lautamente remunerata) ricadono circa 450 riviste al mondo. Un insieme abbastanza ampio, anche perché abbraccia campi disparati del pensiero economico: per dirvi, la prima in ordine alfabetico è Academy of Management Annals, e poi giù giù, passando per riviste di settore come Health Economics o Tourism management, naturalmente inframezzati da qualche "capo spalla" della biblioteca di ogni buon economista (Econometrica, American Economic Review, ecc.). Interessante però la logica che conduce ad inserire riviste "di field" (settoriali) in materie aziendalistiche, ma non in materie economiche (ad esempio, China Economic Review, che si occupa di una materia abbastanza importante, non figura nella lista), come pure, in generale, la logica che ci vuole tutti specialisti, ma poi non premia la specializzazione (le riviste "generaliste" sono più prestigiose), e al tempo stesso, per premiarci, ci invita a intrufolarci in campi di specializzazione altrui!

Naturalmente la Bocconi non c'entra.

Ripetete con me: la Bocconi non c'entra!

Ora, voi direte: "Bè, però l'ampiezza della fascia garantirà adeguata rappresentanza al pensiero economico eterodosso".

Certo!

Infatti siccome "la Bocconi non c'entra", nella fascia A sono state ricomprese ben... (rullo di tamburi)  ...una (!) rivista che apre al pensiero eterodosso: il Cambridge Journal of Economics, pari allo 0.2% del totale !

Fico, no?

Solo che con me non attacca, perché siccome ho studiato econometria posso pubblicare in riviste di fascia A comprese in quelle di settore (vedi il "benza paper"), ma anche nell'unica (nel senso che c'è solo quella) rivista di fascia A eterodossa.

Sì, perché nel frattempo è successo anche questo:



e, come al solito, anche questo articolo parla di cose rilevanti e menzionate in discussioni fatte qui (da "oggi c'è al Ciiiiiiiiina" a "Bagnai parlace della Russia"...).

Lo vedremo con calma, ma intanto: perché ve ne parlo oggi?

Perché è tempo di bilanci, e presto dovrò rendervi conto di un anno di attività che senza il vostro supporto sarebbe stata impossibile. Non parlo solo di sostegno finanziario: quello è molto utile, certo, direi indispensabile. Parlo anche di contributo di idee.

Vi faccio un esempio. A una persona mediamente senziente mai sarebbe potuto venire in mente che cialtroni lombrosianamente svantaggiati andassero in giro per le televisioni a dire che una svalutazione del 40% rispetto al dollaro avrebbe fatto esplodere il prezzo della benzina, nemmeno prima che svalutassimo del 40% rispetto al dollaro! Voi vi siete presi il doloroso incarico di ascoltare tutti questi piccoli Goebbels cui Natura fu matrigna e di stimolarmi a risponder loro, o quanto meno a fornirvi argomenti, e io lo sto facendo.

Certo, è chiaro che i lombrosianamente svantaggiati non sono in grado di accedere a una rivista scientifica. Però ci sono contesti nei quali mettere i puntini sulle "i" in un certo modo può essere se non risolutivo, almeno di aiuto.

Ma non mi avete solo segnalato questi aborti della matrigna Natura: mi avete anche indicato articoli come quello di Castaldi, o quello di Featherstone, che mi sono stati essenziali per unire i miei puntini, mi avete costretto a seguire una cosa che non mi interessa (la cosiddetta attualità, così stantia se posta nella corretta prospettiva storica), ma che è essenziale seguire per essere efficaci nei media, mi avete aiutato a cambiare prospettiva e mi avete spinto a spiegarmi meglio.

Tutte cose che non hanno prezzo.

In cambio... vi chiederò altri soldi!

Ci siamo quasi: entro questa settimana ci dovrebbe essere comunicata l'iscrizione al registro regionale delle associazioni di promozione sociale. Da quel momento (se ben capisco) le donazioni che ci verranno fatte saranno fiscalmente deducibili (e infatti ci stiamo attrezzando per rilasciarvi regolare ricevuta). Vi darò comunque comunicazione ufficiale.



Poi dovremo chiedere di accedere alla possibilità di ricevere il 5 per mille (fin dalla dichiarazione dei redditi percepiti nel 2014), con una procedura separata che si spera possa essere conclusa entro maggio, e anche qui sarete tenuti al corrente (nell'interesse comune). Vi chiedo quindi la grossa cortesia di non affrettarvi a dare il vostro 5 per mille agli sconosciuti. Ci sono forti probabilità che possiate darlo a noi, cioè a voi e al vostro paese.



Già sapevate cosa stiamo facendo in termini di impegno civile. Ora sapete (ma già vi era stato detto, in modo meno organico) cosa stiamo facendo in termini di impegno scientifico. Per l'uno e per l'altro impegno, inseparabili l'uno dall'altro, i soldi servono: se potete, restate in contatto e la firmetta sotto al 5 per mille aspettate a metterla.

Seguirà post nel quale vi spiego in lungo e in largo cosa abbiamo fatto, in un anno, coi vostri soldi. Esattamente quello che vi avevo promesso, e anche qualcosa in più.






(...mentre voi, care deiezioni dell'attacco personale, prima vi triterà la grandine, e poi vi laverà la pioggia...)

domenica 12 aprile 2015

#pirreviù 1: "Bagnai espone meglio..." (un altro sesterzio non è possibile)

(sottotitolo: il sangue non è acqua...)

Per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, per pirreviù s'intende la peer review, cioè il processo di revisione al quale vengono sottoposti i lavori scientifici prima di essere pubblicati su una rivista (e quindi, in qualche modo, di essere accreditati come tali - cioè come scientifici - e diffusi al pubblico specialistico). Il termine è diventato un hashtag su Twitter dopo che un mio ex-collega, decidendo di seguire la sua vera vocazione (quella del cabarettista), ha accusato Quarantotto di non essere attendibile perché il suo blog non era sottoposto a peer review. Notate che l'autore di questa bislacca esternazione è uno che passa le mattinate in radio con quell'altro cabarettista di Oscar Giannino!

La battuta è piaciuta così tanto che immediatamente è diventata un tormentone.

Siamo lieti per il collega che finalmente ha trovato la sua dimensione artistica, e spendiamo due parolette su questo concetto cruciale.

Parlando molto rozzamente, la scienza dovrebbe in qualche modo essere un discorso sulla verità. In obbedienza a questo approccio, alla sua verifica dovrebbe essere chiamato il Padreterno, che però ha altro da fare, e, come ogni buon manager, delega, incaricando di tale compito la Storia, sua (del Padreterno) interminata e variegata ipostasi.

Lo farà anche in questo caso, and believe me, it will be enough!

Tuttavia, questa riduzione della scienza a discorso sull'ἀλήθεια, cioè sulla verità intesa come ciò che non è nascosto, che non latet...

(...sì, perché λανθάνω, come qui tutti - tranne Martinet- sanno, in dorico è λάθω, che guarda caso somiglia tanto al lateo latino, dal quale viene il latitante, quello che sfugge nascondendosi; ne consegue che il ricercatore è un investigatore, e che la verità è majala di molto, perché attivamente si sottrae. D'altra parte, chi resta nascosto a lungo poi viene dimenticato, cioè cade nell'oblio, che guarda caso in greco è λήθη, il desiderio di ogni latitante, appunto, e, per Dante, il fiume alla cui acqua si sono abbeverati tutti i miei colleghi, per disapprendere ciò che avevano appreso, e poter cantare di sé il noto salmo, chiamandosi assolti da tutte le porcate che vedevano commettere, sapendo che erano porcate: ma anche se... Comunque, di questo parliamo dopo.)


...dicevo: questa riduzione della scienza a discorso su ciò che non resta nascosto, perché non riesce a restare nascosto (latitare), cioè a discorso su quanto si impone per la sua chiarezza e distinzione (ci sarà mica un lato cartesiano nella gnoseologia greca?), questa riduzione potrebbe essere accusata di superficialità.
 
In effetti, se ci atteniamo ai fatti, cioè alle parole, la scienza è ἐπιστήμη, cioè quello che "sta su (da sé)" ovvero, è un discorso internamente coerente.

(...una prece, sbrigativa, perché fama di loro il mondo esser non lassa, per quella variopinta torma di cretini che identificano l'esigenza di tenere un discorso internamente coerente con la prassi di camuffarsi dietro a quattro imparaticci di matematica...)

Vi piace questa definizione? A me piace tanto: la scienza come "unire i puntini" (quello che questo blog vi ha permesso di fare fin dall'inizio), e come verifica della coerenza interna di un discorso (attività spassosissima alla quale ci siamo dedicati spesso e volentieri).

Ora, per verificare la coerenza di un discorso non c'è particolare bisogno di ricorrere al Divino, anzi! Direi che il Padreterno è proprio la persona meno indicata cui rivolgersi, per il semplice motivo che, com'è noto, lui della logica ne fa tranquillamente a meno (e infatti  credo quia absurdum, no?). A questo scopo, cioè alla verifica di cosa sia ἐπιστήμη, ovvero di cosa non sia δόξα, opinione (anche nel senso di "sembianza", cioè non solo nel senso di "io ritengo che", ma anche nel senso di "ai miei sensi - obnubilati perché sono piddino - appare che"), a questa verifica può, e anzi deve, tranquillamente essere delegato l'uomo: certo, un uomo provvisto di quel minimo di basi culturali che consentano di capire di cosa si stia parlando, e quindi un pari (culturalmente, non eticamente) di chi propone il discorso.

Questa è la banale logica della revisione fra pari in teoria. In pratica, ovviamente, è una cosa un po' diversa: un filtro ideologico che favorisce la costruzione di un discorso autoreferenziale e sempre più scisso dall'ἀλήθεια, che forse non sarà un business degli uomini, ma che comunque agli uomini alla fine chiede il conto.

Peer review familiare
Forse ricorderete il mio editto. Chiede la buona Silvia:


Ma che le ha detto il Palla?

E che doveva dirmi? "Sarà fatto". E io: "Meglio così".

(...comunque, per inciso, non è "il Palla". È "er Palla"...)

Allora vado in palestra, torno, e chiedo: "Va bene, allora adesso dimmi gli imperatori da Augusto ad Antonino Pio".

Er Palla (titubante): "Augusto, Tiberio, Caligola, Nerone, Vespasiano,..."

E io: "No. Manca Claudio. Li hai scritti su un cazzo di foglio?"

E lui: "Be', sì, però... no."

E io: "Bene. Scrivili e torna".


Secondo  round.

"Allora, sentiamo gli imperatori".

"Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, poi ce so stati quei tre..."

Io, implacabile: "Galba, Otone, Vitellio"

Lui: "Sì, appunto..."

Io (fra me e me): "Appunto sto cazzo! Con tre nomi così te li dimentichi pure!"

Lui: "Vespasiano, Tito, Domiziano, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio...".

Io: "Bene, allora partiamo dalla fine. Che ha fatto Traiano?"

Er Palla: "Sotto Traiano l'impero romano raggiunge la massima estensione territoriale. Assoggettò prima la Dacia, poi l'Armenia...."

Io: "Dov'è l'Armenia?"

Lui: "Bè, l'Armenia era..."

Io: "Scusa? Era? Perché, oggi non c'è? E dov'è stato nonno dieci anni fa? Vai e torna..."


Terzo round
Lui: "Sì, dunque, l'Armenia è a Est del mar Nero, poi scese appunto verso l'Eufrate e arrivò a quella città dal nome strano..."

Io: "Ctesifonte".

Lui: "Sì, appunto..."

Io: "Appunto 'sto cazzo. Comunque, dov'era più o meno Ctesifonte, dove stavano i Parti?"

(...buio...)

Io: "La Mesopotamia, minchia, dov'è?"

Lui (col coraggio della disperazione): "In Iran..."

Io: "No. In Iraq. E che succede oggi in Iraq?"

Lui: "C'è la guerra".

Io: "Bravo. Vedi che oggi non è diverso? C'è sempre un impero che gli va a rompere i coglioni. Poi bisogna capire perché. Oggi per il petrolio, ieri... te lo studi. Avanti..."

Lui: "E insomma Traiano era a Ctesifonta ma è dovuto tornare indietro perché c'è stata una rivolta degli ebrei della diaspora..."

Io: "Mmmmh... Ecchedè 'sta diaspora?"

Lui: "Bè, è quando gli ebrei sono scappati dall'Egitto!"

Io: "Comeeeeee? Scusa, ma i Flavi che hanno fatto? Due cose: hanno messo la tassa sui cessi - da cui pecunia non olet - e?.. Senti, fatti un altro giro: fammi vedere lo schema".

Schema su due pagine, la prima con nomi e date della Giulio Claudia, giro, seconda pagina con soli nomi e senza date.

Io: "Senti, me stai a cojonà! Metti su una singola cazzo di pagina gli imperatori in fila con le rispettive date e accanto le due cose più importanti che hanno fatto."

Quarto round
Lui: "Dunque, sotto il regno di Tito sono successe due cose: il Vesuvio ha eruttato, e è stata presa Gerusalemme, da cui la diaspora".

Io: "Quando è morto Giulio Cesare?"

Lui: "Nel 76".

Io: "Avanti Cristo?"

Lui: "Bè, certo"

Io: "Certo una sega! Era il 44. Mi spieghi se lui fosse morto nel 76 cosa sarebbe successo per quasi cinquant'anni, prima che quello che si chiama come l'amico tuo prendesse il potere? Cazzo, il tempo degli uomini esiste. Se sono morti è perché erano mortali, per Dio, mica stavano dentro a una PlayStation 3. Un conto è fare una cosa a 15 anni, un conto a cinquanta."

Risparmio gli altri round...



Epilogo (cioè ἐπίλογος)

Rediit Palla triumphans: "Babbo, ho preso otto in storia! Nun poi capì che interrogazione, cioè, je facevo tutti i collegamenti, poi je ce mettevo quei discorZi che abbiamo fatto, cioè, veramente, è stata un'interrogazione troppo greve. Alla fine m'ha messo otto, e allora WxhJswA (il secchione della classe) ha fatto alla prof: "Ma perché a me che ho detto le stesse cose lei ha messo solo sette". E lei gli ha fatto: "Bagnai espone meglio"".

Capito, sì? Siamo partiti così:



e siamo arrivati che espone meglio. Rem tene, verba sequentur.


E siccome la morale della favola necessita spesso di disegnino, a corredo di questo aneddoto aggiungo un disegnino che ci riavvicina al nostro core business:



(tratto da qui).

Sì, è vero, Sergio, al colloquio fra Fassina e La Malfa, per togliermi di impaccio e sedermi su una poltrona comoda mi sono sottratto a una cerchia di simpatici interlocutori dicendo ciò che è vero: "A proposito, vi presento Sergio Cesaratto, forse lo conoscete, i suoi lavori mi hanno aperto gli occhi su molte cose..." (e mi sono defilato).

Ma, vedi Sergio, noi siamo scienziati, e dobbiamo essere rigorosi. Se è vero, perché è vero, che tu e Antonella avete studiato molto approfonditamente alcuni aspetti della filosofia politica ordoliberista (e io continuamente cito il vostro studio), è altrettanto vero, e forse è il caso che tu lo sappia, che nel mio riconoscere questo debito intellettuale c'è tanta, ma tanta perfidia, più o meno involontaria.

Mi spiego. I miei due libri, nonostante il tuo approccio riduzionista, non sono solo stati "una bella esposizione" di concetti noti (come quella "der Palla", per capirci), ma hanno portato avanti il dibattito arricchendolo di alcuni punti fermi. In particolare, hanno chiarito sulla base di un ragionamento scientifico, cioè internamente coerente, che l'euro è un metodo di governo, e che un altro euro non è possibile.

A questa conclusione Antonella (come, per dire, Realfonzo - ahi fiera compagnia!) ancora non è arrivata, e forse non ci arriverà mai, e tu ci sei arrivato, ma dopo, ed è questo che ti rimproverava (civilmente) il lettore.

Chiarisco: qui il problema non è giocare a "prima o dopo". Sono stato il primo (questo sì) a chiarire che questo giochetto non ha senso perché tutto era perfettamente noto da trent'anni prima che questa storia cominciasse, quindi figurati un po' tu se voglio essere io a dire di aver detto tre mesi prima quello che era noto da cinquant'anni! Chi giocasse questo gioco si renderebbe ridicolo.

E infatti, quando oggi qualcuno (incluso lo stesso Giorgio, che sai quanto rispetto) nei dibattiti dice "Ma io queste cose le dicevo prima di Bagnai...", a me vengono in mente due cose: (1) bè, non erano proprio esattamente le stesse cose, e per verificarlo basta andarle a leggere; (2) e poi: "ma scusa, se tu avessi detto prima le stesse cose, forse ti converrebbe non enfatizzarlo, perché il fatto di non essere stato ascoltato è una confessione di fallimento..."

Nel discorso di Giorgio, come nel tuo, fino a pochi mesi or sono, c'era quasi tutto, e detto molto bene. Mancava solo una cosa, purtroppo la più importante: l'esposizione chiara e scientificamente rigorosa della radicale irriformabilità dell'euro.

E anche qui, attenzione: sarebbe carino riconoscermi questo debito intellettuale, ma lo stile, come il coraggio, chi non ce l'ha non se lo può dare, quindi viene ricompreso fra le virtù facoltative. Io rutto a tavola, mi metto le dita nel naso, dico le parolacce (notoriamente), ma mai e poi mai mi approprio di un'idea. Questo l'ho imparato da quel democristiano (se tale era) di Carlucci, e non riesco proprio a spogliarmene. Ora, tu sai bene che la tua idea, quando scrivemmo l'ottimo ebook per il sito piddino, era: "Dopo l'estate andiamo da Bersani e lo convinciamo a sbattere i grugni sul tavolo"...

A quella data (e si parla dell'estate 2012) ancora non ti erano chiare una serie di traiettorie politiche che su questo blog erano già state incise nel bronzo (che fa rima con qualcuno: non con te, in ogni caso). Non emergeva chiarissimo dai tuoi scritti il nesso cogente fra euro e austerità, non era delineata l'evidente assenza di spazi di negoziato, e si comunicava comunque un'idea sostanzialmente errata, quella alla quale oggi Antonella e Riccardo ancora credono, quella della riformabilità dell'euro, che oltre ad essere una baggianata perché internamente incoerente, è anche palesemente contraria alla volontà esplicita ed espressa di chi nell'euro ci ha fatto entrare (ricordi? "Al riparo dal processo elettorale..." Ricordi? "Un giorno ci sarà una crisi..." Ricordi? "L'emergere di crisi specifiche ecc.").

L'euro è un progetto fascista, nel senso specifico di classista e antidemocratico (astenersi storici dilettanti), ma tu rabbrividivi a sentirmelo dire anche un anno dopo che io l'avevo scritto, e mi esortavi anzi a non farlo per non accomunarmi al povero Donald, al quale tu ed Emiliano davate retta, e che io non mi cagavo per niente, prevedendone l'inevitabile occaso (da occido, occidi, occasum, occidere, non certo da occido, occidi, occisum, occidere, ci tengo a precisarlo, di questi tempi...), occaso poi sancito dall'ostensione (risparmio paradigma) della sua vizza nerchia (da nervus). Io stavo dicendo una cosa diversa rispetto al simpatico guitto, ma le differenze credo sfuggissero perché eravate un pochino tutti abbacinati dall'orrore: "Ha bestemmiato l'euro! Ha bestemmiato l'asini-stra!".

Meanwhile, quelli per i quali la sinistra non era un brand ma l'unica speranza, avevano capito quale era l'unico discorso di sinistra che veniva (e viene) fatto in questo paese: TDE e IPF.

Chiedere alla Germania (rectius, al capitalismo finanziario) di riformare l'euro è come chiedere alla celere di riformare i manganelli, sostituendoli con quei simpatici palloncini di gomma che tanto si portano alle feste delle elementari. Ma la lotta di classe non è un compleanno di bambini, ed era strano che dovessi essere io ricordarlo alla sinistra!

Ora, vedi, questo credo effettivamente di essere stato il primo a chiarirlo in modo autoritario (non è un lapsus) e documentato, ma il punto, credimi, non è rivendicare il mio primato.

Il punto è ben diverso, ed è che sinceramente mi sembra ingeneroso da parte di chi per anni ha continuato a sparare i fumogeni di "un altro euro è possibile" criticare quei politici che oggi, come Fassina, cercano di mettere a fuoco un messaggio chiaro. 

Se oggi il piddino tipo, in un dibattito tipo, interviene dicendo: "se tu dici che una classe politica europea intelligente scioglierebbe l'euro, allora io dico, sulla base del tuo argomento che un euro migliore era possibile: 'una classe politica intelligente riformerebbe l'euro'", se il piddino tronfio come un fagiano in frega arriva a questo "ragionamento", è indubbiamente perché, come ci dicevamo, con sta' storia dell'"euro-migliore-era-possibile" i politici si tagliano le gambe da soli.

Ora siamo d'accordo.

Tuttavia, tu hai fatto per molto tempo parte del coretto "un altro euro è possibile, basta sbattere i grugni sul tavolo" (va da sé che hai ampia facoltà di prova del contrario e che io ti voglio bene a prescindere). Quindi, come dire, a questo punto è inutile (e non mi riferisco a te) maramaldeggiare su Fassina o La Malfa!

Piuttosto, adrebbe capito (per lavorarci sopra) che Fassina (o chi per lui dentro al PD) ha due condizionamenti, uno culturale e uno politico, che ne rendono relativamente meno efficace per ora l'azione tattica (grassetti messi non a caso):

[1] il primo condizionamento, quello culturale, consiste nell'aver introiettato il discorso dell'euro "riformabile" (un discorso che "Oltre l'austerità" portava avanti fin dal titolo, tanto per capirci, altrimenti si sarebbe chiamato "Oltre l'euro", che era il discorso dal quale sono partito e piano piano tutti stanno arrivando perché dovevano arrivarci!). Di questo condizionamento, mi spiace, ma io ritengo di non essere corresponsabile, mentre lo sono tutti gli intellettuali di asini-stra (apprezzerò un elenco di eccezioni). Il valore politico imprescindibile del contrasto all'euro come simbolo di un metodo di governo non è stato colto, ed è un vero peccato, come pure è ridicolo ora lamentarsi del fatto che lo abbia colto la destra.

[2] il secondo condizionamento cui soggiace Fassina o chi per lui, il condizionamento che ho chiamato politico, consiste nel non poter far completamente suo, anche se lo avesse - come credo lo abbia - capito, il dato di fatto che "un altro euro non è possibile". Se lo esponesse con chiarezza, questo dato, si troverebbe nella spiacevole e autodistruttiva necessità politica di dover ammettere che il suo partito - lui compreso - è stato traditore o imbecille, e quindi non sarebbe seguito dai membri del partito (per i quali ovviamente queste due etichette sono una soma insostenibile, e li capisco).

Ora, a me dispiace per chi non lo riesce a capire, ma due cose sono assolutamente evidenti:

[2.a] non ci sarà transizione di alcun tipo (violenta, non violenta, concordata, non concordata, democratica, autoritaria) senza il PD, per l'ovvio motivo che il PD esiste ed è lì come un macigno;

[2.b] non è pensabile tirarsi dietro il PD insultandolo.

Voi mi direte: "Ma tu lo fai!" Certo! L'ho fatto, e l'averlo fatto, oltre a essere stato molto liberatorio, è stato un pezzo del percorso che ha favorito la transizione. Ma, a parte il fatto che il "piddino" non è il PDno (tant'è che abbiamo sempre più PDni che non sono piddini, e di quelli stiamo parlando), resta poi il dato che io non sono un politico. Fassina sì, quindi non può, entro certi limiti, forzare su quello che però resta l'argomento cruciale:  esigere (come lui fa) un posizionamento della sinistra attuale di fronte al dato della radicale irriformabilità di quelle istituzioni liberiste che lei stessa ha voluto.

Tuttavia, forzando, lui e gli altri che dentro al PD cercano di attivare un dialogo, rischierebbero la marginalizzazione (non rispetto a Renzi: rispetto alle rispettive basi, che per ora li ascoltano).

Sarebbe catastrofico e ingiusto, anche perché  le cose non stanno esattamente così: certo che c'è stata una sinistra imbecille (identitaria e gregaria, la definisce Preve), certo che c'è stata una sinistra traditrice (eterodiretta, la definisce Preve), ma la realtà è più sfumata, e i tempi e i modi della dialettica politica non consentono a chi la pratica di indulgere in sfumature, siamo d'accordo?

E allora il messaggio chiaro chi deve darlo?

Dovremmo darlo noi, per fornire, dall'esterno della politica, un ancoraggio a chi sta dentro alla politica.

Dovremmo essere noi a dire chiaramente che un altro euro non è possibile e non è mai stato possibile perché l'euro è stato concepito con precise finalità politiche di distorsione della distribuzione dei redditi e di smantellamento dello stato sociale, a beneficio della finanza privata, ed è stato concepito per essere irriformabile.

E, nota bene: queste cose Fassina le ha dette, cazzo! 

Ha detto chiaro e tondo, nel corso del dibattito, che se il PD in Italia sopravvive, a differenza degli altri partiti di area socialista (PSOE, Pasok, PS, SPD), è solo perché nel tracollo della destra italiana manca da noi un partito che porti avanti politiche pro-establishment (non ha detto "di destra", ma chi voleva capire ha capito); ha detto che ciò che salva il PD è il fatto di aver riempito questo spazio di offerta politica di destra con provvedimenti come il Jobs Act, che non possono far parte dell'agenda della sinistra (lo ha detto, cazzo, lo ha detto!); e ha anche tratto le conclusioni, dicendo che alla fine il fatto che il PD sopravviva in questo modo è più un problema che un'opportunità per il paese.

E più di questo che doveva fare? Darsi fuoco? Iscriversi a... a cosa?

Lo ha detto, e non lo ha letto in "Oltre l'austerità".

Poi però, certo, è intervenuto il piddino di turno nelle forme che ho riportato sopra, appigliandosi alla riformabilità dell'euro. E quella temo che l'abbia letta ovunque, tranne che in TDE e IPF.

Quindi se all'incontro fra Giorgio e Stefano il convitato di pietra (evocato da Tommaso Sasso) ero io e non tu un motivo c'è, e, ribadisco, non è solo nella prosa (che pure un suo ruolo lo svolge). Ammetterlo aiuterebbe tutti, perché tanto, dopo i miei libri, chiunque si esponga si sentirà fare da qualcuno le obiezioni che il mio lettore Fabrizio giustamente fa nel disegnino: "Se avevate capito, perché non avete tratto subito le conseguenze, ma avete continuato a tergiversare, impedendo ai politici di elaborare un messaggio efficace?"

Nell'interesse di tutti, non fidarti troppo dei miei complimenti, e accetta un suggerimento: il tuo messaggio sarebbe molto più efficace se invece di rivendicare primogeniture (o, peggio ancora, come certi fanno, di buttarla in caciara con "l'uscita a sinistra"), tu dicessi chiaramente qual è lo snodo che ti ha fatto passare dall'idea che l'austerità potesse essere superata, alla percezione netta che essa è intrinseca all'euro, e che quindi quest'ultimo delendum est, se si vuole che esista una politica in Europa (nota bene: non una politica "di sinistra", una politica tout court, una politica di qualsiasi segno, colore, e orientamento...).

Chiarendo questo snodo con la tua onestà, la tua capacità espositiva, la tua preparazione culturale, le tue radici di sinistra (l'appartenenza rassicura i deboli di spirito), aiuteresti molti piddini a fare lo stesso passo.

Per inciso: difendere quel cesso di giornale nel quale ti fanno esprimere al solo scopo di sfuggire ai metaforici cappi della metaforica (ma inevitabile) Norimberga non mi pare sia esattamente un passo in questa direzione, però forse possiamo anche vederlo così!


Guardando avanti
Ecco: questa era un'altra variazione sul tema della #pirreviù: er Palla è stato peer reviewed dall'insegnante, dopo essere stato peer reviewed da me, io sono stato peer reviewed da Sergio, e Sergio è stato peer reviewed da me.

E ora, come avete capito, il prossimo obiettivo è... "L'uscita dall'euro!".

No, no, lettore frettoloso: un otto in greco.

I'm doing whatever it takes, and believe me, it will be enough.

(...a proposito, chi si ricorda l'aoristo forte di ὁράω? Senza googlare, cazzo! Bè, chi se lo ricorda, sa anche "che ci azzecca" con l'epilogo di questo post...)


Post scriptum: togliamoci un pensiero. L'aoristo forte di ὁράω è εἶδον, participio ἰδών, da cui gli idoli, εἴδωλον, che in greco sono anche fantasmi, o rappresentazioni mentali, Fogni a occhi aperti, insomma: l'euro. A proposito: uscendo dal dibattito mi sono quasi scontrato col Fognatore. Reprimendo un conato mi sono allontanato nella piacevole serata romana...