Per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, per pirreviù s'intende la peer review, cioè il processo di revisione al quale vengono sottoposti i lavori scientifici prima di essere pubblicati su una rivista (e quindi, in qualche modo, di essere accreditati come tali - cioè come scientifici - e diffusi al pubblico specialistico). Il termine è diventato un hashtag su Twitter dopo che un mio ex-collega, decidendo di seguire la sua vera vocazione (quella del cabarettista), ha accusato Quarantotto di non essere attendibile perché il suo blog non era sottoposto a peer review. Notate che l'autore di questa bislacca esternazione è uno che passa le mattinate in radio con quell'altro cabarettista di Oscar Giannino!
La battuta è piaciuta così tanto che immediatamente è diventata un tormentone.
Siamo lieti per il collega che finalmente ha trovato la sua dimensione artistica, e spendiamo due parolette su questo concetto cruciale.
Parlando molto rozzamente, la scienza dovrebbe in qualche modo essere un discorso sulla verità. In obbedienza a questo approccio, alla sua verifica dovrebbe essere chiamato il Padreterno, che però ha altro da fare, e, come ogni buon manager, delega, incaricando di tale compito la Storia, sua (del Padreterno) interminata e variegata ipostasi.
Lo farà anche in questo caso, and believe me, it will be enough!
Tuttavia, questa riduzione della scienza a discorso sull'ἀλήθεια, cioè sulla verità intesa come ciò che non è nascosto, che non latet...
(...sì, perché λανθάνω, come qui tutti - tranne Martinet- sanno, in dorico è λάθω, che guarda caso somiglia tanto al lateo latino, dal quale viene il latitante, quello che sfugge nascondendosi; ne consegue che il ricercatore è un investigatore, e che la verità è majala di molto, perché attivamente si sottrae. D'altra parte, chi resta nascosto a lungo poi viene dimenticato, cioè cade nell'oblio, che guarda caso in greco è λήθη, il desiderio di ogni latitante, appunto, e, per Dante, il fiume alla cui acqua si sono abbeverati tutti i miei colleghi, per disapprendere ciò che avevano appreso, e poter cantare di sé il noto salmo, chiamandosi assolti da tutte le porcate che vedevano commettere, sapendo che erano porcate: ma anche se... Comunque, di questo parliamo dopo.)
...dicevo: questa riduzione della scienza a discorso su ciò che non resta nascosto, perché non riesce a restare nascosto (latitare), cioè a discorso su quanto si impone per la sua chiarezza e distinzione (ci sarà mica un lato cartesiano nella gnoseologia greca?), questa riduzione potrebbe essere accusata di superficialità.
In effetti, se ci atteniamo ai fatti, cioè alle parole, la scienza è ἐπιστήμη, cioè quello che "sta su (da sé)" ovvero, è un discorso internamente coerente.
(...una prece, sbrigativa, perché fama di loro il mondo esser non lassa, per quella variopinta torma di cretini che identificano l'esigenza di tenere un discorso internamente coerente con la prassi di camuffarsi dietro a quattro imparaticci di matematica...)
Vi piace questa definizione? A me piace tanto: la scienza come "unire i puntini" (quello che questo blog vi ha permesso di fare fin dall'inizio), e come verifica della coerenza interna di un discorso (attività spassosissima alla quale ci siamo dedicati spesso e volentieri).
Ora, per verificare la coerenza di un discorso non c'è particolare bisogno di ricorrere al Divino, anzi! Direi che il Padreterno è proprio la persona meno indicata cui rivolgersi, per il semplice motivo che, com'è noto, lui della logica ne fa tranquillamente a meno (e infatti credo quia absurdum, no?). A questo scopo, cioè alla verifica di cosa sia ἐπιστήμη, ovvero di cosa non sia δόξα, opinione (anche nel senso di "sembianza", cioè non solo nel senso di "io ritengo che", ma anche nel senso di "ai miei sensi - obnubilati perché sono piddino - appare che"), a questa verifica può, e anzi deve, tranquillamente essere delegato l'uomo: certo, un uomo provvisto di quel minimo di basi culturali che consentano di capire di cosa si stia parlando, e quindi un pari (culturalmente, non eticamente) di chi propone il discorso.
Questa è la banale logica della revisione fra pari in teoria. In pratica, ovviamente, è una cosa un po' diversa: un filtro ideologico che favorisce la costruzione di un discorso autoreferenziale e sempre più scisso dall'ἀλήθεια, che forse non sarà un business degli uomini, ma che comunque agli uomini alla fine chiede il conto.
Peer review familiare
Forse ricorderete il mio editto. Chiede la buona Silvia:
Silvia 4 aprile 2015 17:07
Ma che le ha detto il Palla?
E che doveva dirmi? "Sarà fatto". E io: "Meglio così".
(...comunque, per inciso, non è "il Palla". È "er Palla"...)
Allora vado in palestra, torno, e chiedo: "Va bene, allora adesso dimmi gli imperatori da Augusto ad Antonino Pio".
Er Palla (titubante): "Augusto, Tiberio, Caligola, Nerone, Vespasiano,..."
E io: "No. Manca Claudio. Li hai scritti su un cazzo di foglio?"
E lui: "Be', sì, però... no."
E io: "Bene. Scrivili e torna".
Secondo round.
"Allora, sentiamo gli imperatori".
"Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, poi ce so stati quei tre..."
Io, implacabile: "Galba, Otone, Vitellio"
Lui: "Sì, appunto..."
Io (fra me e me): "Appunto sto cazzo! Con tre nomi così te li dimentichi pure!"
Lui: "Vespasiano, Tito, Domiziano, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio...".
Io: "Bene, allora partiamo dalla fine. Che ha fatto Traiano?"
Er Palla: "Sotto Traiano l'impero romano raggiunge la massima estensione territoriale. Assoggettò prima la Dacia, poi l'Armenia...."
Io: "Dov'è l'Armenia?"
Lui: "Bè, l'Armenia era..."
Io: "Scusa? Era? Perché, oggi non c'è? E dov'è stato nonno dieci anni fa? Vai e torna..."
Terzo round
Lui: "Sì, dunque, l'Armenia è a Est del mar Nero, poi scese appunto verso l'Eufrate e arrivò a quella città dal nome strano..."
Io: "Ctesifonte".
Lui: "Sì, appunto..."
Io: "Appunto 'sto cazzo. Comunque, dov'era più o meno Ctesifonte, dove stavano i Parti?"
(...buio...)
Io: "La Mesopotamia, minchia, dov'è?"
Lui (col coraggio della disperazione): "In Iran..."
Io: "No. In Iraq. E che succede oggi in Iraq?"
Lui: "C'è la guerra".
Io: "Bravo. Vedi che oggi non è diverso? C'è sempre un impero che gli va a rompere i coglioni. Poi bisogna capire perché. Oggi per il petrolio, ieri... te lo studi. Avanti..."
Lui: "E insomma Traiano era a Ctesifonta ma è dovuto tornare indietro perché c'è stata una rivolta degli ebrei della diaspora..."
Io: "Mmmmh... Ecchedè 'sta diaspora?"
Lui: "Bè, è quando gli ebrei sono scappati dall'Egitto!"
Io: "Comeeeeee? Scusa, ma i Flavi che hanno fatto? Due cose: hanno messo la tassa sui cessi - da cui pecunia non olet - e?.. Senti, fatti un altro giro: fammi vedere lo schema".
Schema su due pagine, la prima con nomi e date della Giulio Claudia, giro, seconda pagina con soli nomi e senza date.
Io: "Senti, me stai a cojonà! Metti su una singola cazzo di pagina gli imperatori in fila con le rispettive date e accanto le due cose più importanti che hanno fatto."
Quarto round
Lui: "Dunque, sotto il regno di Tito sono successe due cose: il Vesuvio ha eruttato, e è stata presa Gerusalemme, da cui la diaspora".
Io: "Quando è morto Giulio Cesare?"
Lui: "Nel 76".
Io: "Avanti Cristo?"
Lui: "Bè, certo"
Io: "Certo una sega! Era il 44. Mi spieghi se lui fosse morto nel 76 cosa sarebbe successo per quasi cinquant'anni, prima che quello che si chiama come l'amico tuo prendesse il potere? Cazzo, il tempo degli uomini esiste. Se sono morti è perché erano mortali, per Dio, mica stavano dentro a una PlayStation 3. Un conto è fare una cosa a 15 anni, un conto a cinquanta."
Risparmio gli altri round...
Epilogo (cioè ἐπίλογος)
Rediit Palla triumphans: "Babbo, ho preso otto in storia! Nun poi capì che interrogazione, cioè, je facevo tutti i collegamenti, poi je ce mettevo quei discorZi che abbiamo fatto, cioè, veramente, è stata un'interrogazione troppo greve. Alla fine m'ha messo otto, e allora WxhJswA (il secchione della classe) ha fatto alla prof: "Ma perché a me che ho detto le stesse cose lei ha messo solo sette". E lei gli ha fatto: "Bagnai espone meglio"".
Capito, sì? Siamo partiti così:
e siamo arrivati che espone meglio. Rem tene, verba sequentur.
E siccome la morale della favola necessita spesso di disegnino, a corredo di questo aneddoto aggiungo un disegnino che ci riavvicina al nostro core business:
(tratto da qui).
Sì, è vero, Sergio, al colloquio fra Fassina e La Malfa, per togliermi di impaccio e sedermi su una poltrona comoda mi sono sottratto a una cerchia di simpatici interlocutori dicendo ciò che è vero: "A proposito, vi presento Sergio Cesaratto, forse lo conoscete, i suoi lavori mi hanno aperto gli occhi su molte cose..." (e mi sono defilato).
Ma, vedi Sergio, noi siamo scienziati, e dobbiamo essere rigorosi. Se è vero, perché è vero, che tu e Antonella avete studiato molto approfonditamente alcuni aspetti della filosofia politica ordoliberista (e io continuamente cito il vostro studio), è altrettanto vero, e forse è il caso che tu lo sappia, che nel mio riconoscere questo debito intellettuale c'è tanta, ma tanta perfidia, più o meno involontaria.
Mi spiego. I miei due libri, nonostante il tuo approccio riduzionista, non sono solo stati "una bella esposizione" di concetti noti (come quella "der Palla", per capirci), ma hanno portato avanti il dibattito arricchendolo di alcuni punti fermi. In particolare, hanno chiarito sulla base di un ragionamento scientifico, cioè internamente coerente, che l'euro è un metodo di governo, e che un altro euro non è possibile.
A questa conclusione Antonella (come, per dire, Realfonzo - ahi fiera compagnia!) ancora non è arrivata, e forse non ci arriverà mai, e tu ci sei arrivato, ma dopo, ed è questo che ti rimproverava (civilmente) il lettore.
Chiarisco: qui il problema non è giocare a "prima o dopo". Sono stato il primo (questo sì) a chiarire che questo giochetto non ha senso perché tutto era perfettamente noto da trent'anni prima che questa storia cominciasse, quindi figurati un po' tu se voglio essere io a dire di aver detto tre mesi prima quello che era noto da cinquant'anni! Chi giocasse questo gioco si renderebbe ridicolo.
E infatti, quando oggi qualcuno (incluso lo stesso Giorgio, che sai quanto rispetto) nei dibattiti dice "Ma io queste cose le dicevo prima di Bagnai...", a me vengono in mente due cose: (1) bè, non erano proprio esattamente le stesse cose, e per verificarlo basta andarle a leggere; (2) e poi: "ma scusa, se tu avessi detto prima le stesse cose, forse ti converrebbe non enfatizzarlo, perché il fatto di non essere stato ascoltato è una confessione di fallimento..."
Nel discorso di Giorgio, come nel tuo, fino a pochi mesi or sono, c'era quasi tutto, e detto molto bene. Mancava solo una cosa, purtroppo la più importante: l'esposizione chiara e scientificamente rigorosa della radicale irriformabilità dell'euro.
E anche qui, attenzione: sarebbe carino riconoscermi questo debito intellettuale, ma lo stile, come il coraggio, chi non ce l'ha non se lo può dare, quindi viene ricompreso fra le virtù facoltative. Io rutto a tavola, mi metto le dita nel naso, dico le parolacce (notoriamente), ma mai e poi mai mi approprio di un'idea. Questo l'ho imparato da quel democristiano (se tale era) di Carlucci, e non riesco proprio a spogliarmene. Ora, tu sai bene che la tua idea, quando scrivemmo l'ottimo ebook per il sito piddino, era: "Dopo l'estate andiamo da Bersani e lo convinciamo a sbattere i grugni sul tavolo"...
A quella data (e si parla dell'estate 2012) ancora non ti erano chiare una serie di traiettorie politiche che su questo blog erano già state incise nel bronzo (che fa rima con qualcuno: non con te, in ogni caso). Non emergeva chiarissimo dai tuoi scritti il nesso cogente fra euro e austerità, non era delineata l'evidente assenza di spazi di negoziato, e si comunicava comunque un'idea sostanzialmente errata, quella alla quale oggi Antonella e Riccardo ancora credono, quella della riformabilità dell'euro, che oltre ad essere una baggianata perché internamente incoerente, è anche palesemente contraria alla volontà esplicita ed espressa di chi nell'euro ci ha fatto entrare (ricordi? "Al riparo dal processo elettorale..." Ricordi? "Un giorno ci sarà una crisi..." Ricordi? "L'emergere di crisi specifiche ecc.").
L'euro è un progetto fascista, nel senso specifico di classista e antidemocratico (astenersi storici dilettanti), ma tu rabbrividivi a sentirmelo dire anche un anno dopo che io l'avevo scritto, e mi esortavi anzi a non farlo per non accomunarmi al povero Donald, al quale tu ed Emiliano davate retta, e che io non mi cagavo per niente, prevedendone l'inevitabile occaso (da occido, occidi, occasum, occidere, non certo da occido, occidi, occisum, occidere, ci tengo a precisarlo, di questi tempi...), occaso poi sancito dall'ostensione (risparmio paradigma) della sua vizza nerchia (da nervus). Io stavo dicendo una cosa diversa rispetto al simpatico guitto, ma le differenze credo sfuggissero perché eravate un pochino tutti abbacinati dall'orrore: "Ha bestemmiato l'euro! Ha bestemmiato l'asini-stra!".
Meanwhile, quelli per i quali la sinistra non era un brand ma l'unica speranza, avevano capito quale era l'unico discorso di sinistra che veniva (e viene) fatto in questo paese: TDE e IPF.
Chiedere alla Germania (rectius, al capitalismo finanziario) di riformare l'euro è come chiedere alla celere di riformare i manganelli, sostituendoli con quei simpatici palloncini di gomma che tanto si portano alle feste delle elementari. Ma la lotta di classe non è un compleanno di bambini, ed era strano che dovessi essere io ricordarlo alla sinistra!
Ora, vedi, questo credo effettivamente di essere stato il primo a chiarirlo in modo autoritario (non è un lapsus) e documentato, ma il punto, credimi, non è rivendicare il mio primato.
Il punto è ben diverso, ed è che sinceramente mi sembra ingeneroso da parte di chi per anni ha continuato a sparare i fumogeni di "un altro euro è possibile" criticare quei politici che oggi, come Fassina, cercano di mettere a fuoco un messaggio chiaro.
Se oggi il piddino tipo, in un dibattito tipo, interviene dicendo: "se tu dici che una classe politica europea intelligente scioglierebbe l'euro, allora io dico, sulla base del tuo argomento che un euro migliore era possibile: 'una classe politica intelligente riformerebbe l'euro'", se il piddino tronfio come un fagiano in frega arriva a questo "ragionamento", è indubbiamente perché, come ci dicevamo, con sta' storia dell'"euro-migliore-era-possibile" i politici si tagliano le gambe da soli.
Ora siamo d'accordo.
Tuttavia, tu hai fatto per molto tempo parte del coretto "un altro euro è possibile, basta sbattere i grugni sul tavolo" (va da sé che hai ampia facoltà di prova del contrario e che io ti voglio bene a prescindere). Quindi, come dire, a questo punto è inutile (e non mi riferisco a te) maramaldeggiare su Fassina o La Malfa!
Piuttosto, adrebbe capito (per lavorarci sopra) che Fassina (o chi per lui dentro al PD) ha due condizionamenti, uno culturale e uno politico, che ne rendono relativamente meno efficace per ora l'azione tattica (grassetti messi non a caso):
[1] il primo condizionamento, quello culturale, consiste nell'aver introiettato il discorso dell'euro "riformabile" (un discorso che "Oltre l'austerità" portava avanti fin dal titolo, tanto per capirci, altrimenti si sarebbe chiamato "Oltre l'euro", che era il discorso dal quale sono partito e piano piano tutti stanno arrivando perché dovevano arrivarci!). Di questo condizionamento, mi spiace, ma io ritengo di non essere corresponsabile, mentre lo sono tutti gli intellettuali di asini-stra (apprezzerò un elenco di eccezioni). Il valore politico imprescindibile del contrasto all'euro come simbolo di un metodo di governo non è stato colto, ed è un vero peccato, come pure è ridicolo ora lamentarsi del fatto che lo abbia colto la destra.
[2] il secondo condizionamento cui soggiace Fassina o chi per lui, il condizionamento che ho chiamato politico, consiste nel non poter far completamente suo, anche se lo avesse - come credo lo abbia - capito, il dato di fatto che "un altro euro non è possibile". Se lo esponesse con chiarezza, questo dato, si troverebbe nella spiacevole e autodistruttiva necessità politica di dover ammettere che il suo partito - lui compreso - è stato traditore o imbecille, e quindi non sarebbe seguito dai membri del partito (per i quali ovviamente queste due etichette sono una soma insostenibile, e li capisco).
Ora, a me dispiace per chi non lo riesce a capire, ma due cose sono assolutamente evidenti:
[2.a] non ci sarà transizione di alcun tipo (violenta, non violenta, concordata, non concordata, democratica, autoritaria) senza il PD, per l'ovvio motivo che il PD esiste ed è lì come un macigno;
[2.b] non è pensabile tirarsi dietro il PD insultandolo.
Voi mi direte: "Ma tu lo fai!" Certo! L'ho fatto, e l'averlo fatto, oltre a essere stato molto liberatorio, è stato un pezzo del percorso che ha favorito la transizione. Ma, a parte il fatto che il "piddino" non è il PDno (tant'è che abbiamo sempre più PDni che non sono piddini, e di quelli stiamo parlando), resta poi il dato che io non sono un politico. Fassina sì, quindi non può, entro certi limiti, forzare su quello che però resta l'argomento cruciale: esigere (come lui fa) un posizionamento della sinistra attuale di fronte al dato della radicale irriformabilità di quelle istituzioni liberiste che lei stessa ha voluto.
Tuttavia, forzando, lui e gli altri che dentro al PD cercano di attivare un dialogo, rischierebbero la marginalizzazione (non rispetto a Renzi: rispetto alle rispettive basi, che per ora li ascoltano).
Sarebbe catastrofico e ingiusto, anche perché le cose non stanno esattamente così: certo che c'è stata una sinistra imbecille (identitaria e gregaria, la definisce Preve), certo che c'è stata una sinistra traditrice (eterodiretta, la definisce Preve), ma la realtà è più sfumata, e i tempi e i modi della dialettica politica non consentono a chi la pratica di indulgere in sfumature, siamo d'accordo?
E allora il messaggio chiaro chi deve darlo?
Dovremmo darlo noi, per fornire, dall'esterno della politica, un ancoraggio a chi sta dentro alla politica.
Dovremmo essere noi a dire chiaramente che un altro euro non è possibile e non è mai stato possibile perché l'euro è stato concepito con precise finalità politiche di distorsione della distribuzione dei redditi e di smantellamento dello stato sociale, a beneficio della finanza privata, ed è stato concepito per essere irriformabile.
E, nota bene: queste cose Fassina le ha dette, cazzo!
Ha detto chiaro e tondo, nel corso del dibattito, che se il PD in Italia sopravvive, a differenza degli altri partiti di area socialista (PSOE, Pasok, PS, SPD), è solo perché nel tracollo della destra italiana manca da noi un partito che porti avanti politiche pro-establishment (non ha detto "di destra", ma chi voleva capire ha capito); ha detto che ciò che salva il PD è il fatto di aver riempito questo spazio di offerta politica di destra con provvedimenti come il Jobs Act, che non possono far parte dell'agenda della sinistra (lo ha detto, cazzo, lo ha detto!); e ha anche tratto le conclusioni, dicendo che alla fine il fatto che il PD sopravviva in questo modo è più un problema che un'opportunità per il paese.
E più di questo che doveva fare? Darsi fuoco? Iscriversi a... a cosa?
Lo ha detto, e non lo ha letto in "Oltre l'austerità".
Poi però, certo, è intervenuto il piddino di turno nelle forme che ho riportato sopra, appigliandosi alla riformabilità dell'euro. E quella temo che l'abbia letta ovunque, tranne che in TDE e IPF.
Quindi se all'incontro fra Giorgio e Stefano il convitato di pietra (evocato da Tommaso Sasso) ero io e non tu un motivo c'è, e, ribadisco, non è solo nella prosa (che pure un suo ruolo lo svolge). Ammetterlo aiuterebbe tutti, perché tanto, dopo i miei libri, chiunque si esponga si sentirà fare da qualcuno le obiezioni che il mio lettore Fabrizio giustamente fa nel disegnino: "Se avevate capito, perché non avete tratto subito le conseguenze, ma avete continuato a tergiversare, impedendo ai politici di elaborare un messaggio efficace?"
Nell'interesse di tutti, non fidarti troppo dei miei complimenti, e accetta un suggerimento: il tuo messaggio sarebbe molto più efficace se invece di rivendicare primogeniture (o, peggio ancora, come certi fanno, di buttarla in caciara con "l'uscita a sinistra"), tu dicessi chiaramente qual è lo snodo che ti ha fatto passare dall'idea che l'austerità potesse essere superata, alla percezione netta che essa è intrinseca all'euro, e che quindi quest'ultimo delendum est, se si vuole che esista una politica in Europa (nota bene: non una politica "di sinistra", una politica tout court, una politica di qualsiasi segno, colore, e orientamento...).
Chiarendo questo snodo con la tua onestà, la tua capacità espositiva, la tua preparazione culturale, le tue radici di sinistra (l'appartenenza rassicura i deboli di spirito), aiuteresti molti piddini a fare lo stesso passo.
Per inciso: difendere quel cesso di giornale nel quale ti fanno esprimere al solo scopo di sfuggire ai metaforici cappi della metaforica (ma inevitabile) Norimberga non mi pare sia esattamente un passo in questa direzione, però forse possiamo anche vederlo così!
Guardando avanti
Ecco: questa era un'altra variazione sul tema della #pirreviù: er Palla è stato peer reviewed dall'insegnante, dopo essere stato peer reviewed da me, io sono stato peer reviewed da Sergio, e Sergio è stato peer reviewed da me.
E ora, come avete capito, il prossimo obiettivo è... "L'uscita dall'euro!".
No, no, lettore frettoloso: un otto in greco.
I'm doing whatever it takes, and believe me, it will be enough.
(...a proposito, chi si ricorda l'aoristo forte di ὁράω? Senza googlare, cazzo! Bè, chi se lo ricorda, sa anche "che ci azzecca" con l'epilogo di questo post...)
Post scriptum: togliamoci un pensiero. L'aoristo forte di ὁράω è εἶδον, participio ἰδών, da cui gli idoli, εἴδωλον, che in greco sono anche fantasmi, o rappresentazioni mentali, Fogni a occhi aperti, insomma: l'euro. A proposito: uscendo dal dibattito mi sono quasi scontrato col Fognatore. Reprimendo un conato mi sono allontanato nella piacevole serata romana...
