Chi è Gianluigi Nocella? È un bravo ragazzo, anche se un tempo frequentava dei blog discutibili, e assisteva a tavole rotonde un po' eterogenee, organizzate da gagà periferici. Poi però pare che abbia messo la testa a posto, che si sia messo a studiare (quindi c'è speranza anche per il Palla), ed ha prodotto un'analisi del modello tedesco che va oltre lo "svalutazzzzzionebbruttanemicadelproletario" (cui, come abbiamo visto, non corrisponde però una "rivalutazzzzionebbellaamicadelproletario", poiché nei casi documentati di major devaluation la quota salari diminuisce anche nei paesi che rivalutano, e spesso più che negli altri...).
Dai, un giorno in cui ci vogliamo divertire andiamo a leggere gli articoli di quelli che "la svalutazione deprime la quota salari" e poi non ti dicono cosa succede a chi ha rivalutato. Disonestà intellettuale? No, distrazione, e soprattutto giusta assegnazione delle priorità: ora è il momento di concentrarsi sul tema più urgente per il nostro paese: dimostrare che "Bagnailafafacile"...
(...dice: "Ma così gli dai importanza!" Amici, lasciatemi divertire: a una roba simile nemmeno io riesco a dare importanza!...)
Vabbè, oggi, però vogliamo lavorare, e allora, con mio grande piacere, vi segnalo che nella serie dei working papers di a/simmetrie, che sta crescendo in forza e bellezza, è uscito Competitività e distribuzione funzionale nell'Eurozona, di Gianluigi. Sottoposto a un regolare processo di referaggio anonimo (io che sono l'editor so tutto, ma non ve lo dico), è finalmente uscito in italiano questo lavoro, che io auspico comunque di pubblicare anche in inglese, perché all'estero, come il post precedente dimostra, c'è tanto bisogno. Qui che le cose stiano esattamente al contrario di come le raccontano quei servi (della finanza) dei padroni (delle grandi imprese) ve lo immaginavate già, e io ve l'ho semplicemente confermato. L'euro non è stato fatto per impedire all'Italia di svalutare ma alla Germania di rivalutare (e infatti quando l'euro non c'era la Germania rivalutava più spesso di quanto l'Italia svalutasse, come abbiamo mostrato nella saga di Zingy, che potete leggervi dall'ultima puntata), e la vera Cina è stata la Germania: mentre la prima ha rivalutato in termini reali e ridotto il proprio credito estero, la seconda ha sistematicamente svalutato in termini reali, e incrementato il proprio credito estero (direi anzi: per incrementare il proprio credito estero).
Cerchiamo di capirci sul concetto di rivalutazione/svalutazione in termini reali.
Significa un aumento/diminuzione del tasso di cambio reale, concetto qui ribadito ad nauseam (a proposito: qualcuno mi dà una mano a ristrutturare la sezione didattica?): qui una delle ultime spiegazione.Il cambio reale è semplicemente il rapporto fra i prezzi interni e quelli esteri, espressi nella stessa valuta. In una unione monetaria il problema della valuta non si pone: i prezzi "nascono" nella stessa valuta. Il tasso di cambio reale quindi diventa semplicemente il rapporto fra i prezzi nazionali e quelli esteri: se scende significa che i nostri prezzi scendono di più o aumentano di meno di quelli esteri, se aumenta signidica che i nostri prezzi scendono di meno o aumentano di più di quelli esteri.
Ora, voi ormai siete oltre la beata idiozia piddina: "Figo, prezzi bassi, bello, oooooh!" (quando i piddini fanno "ooooooh"!). Voi avete capito alcune cose evidenti:
1) in mercati oligopolistici i prezzi dipendono da un ricarico sui costi variabili, quindi dire prezzi bassi significa dire costi bassi;
2) i costi variabili principali sono due: materie prime e lavoro;
3) il costo delle materie prime non dipende in genere dalla singola economia, che se lo prende come dato esogeno, perché determinato dal grado di delirio della politica estera statunitense (imprevedibile e incontrollabile).
Da tutto ciò consegue che il paese che riesce a far correre di meno i prezzi, cioè a svalutare in termini reali, è solitamente quello che è riuscito a far correre di meno il costo del lavoro. Attenzione: voi sapete anche che:
4) all'imprenditore ovviamente interessa il costo del lavoro per unità di prodotto;
5) il costo del lavoro per unità di prodotto è il rapporto fra salario unitario (nominale) e produttività media del lavoro.
La formuletta la vedemmo qui, e un'applicazione al caso tedesco (per entrare in argomento) la demmo qui, in un periodo nel quale la televisione non aveva ancora mostrato, grazie a Jago-naaah!, i miracoli del modello tedesco, e io sol uno mi apparecchiavo a sostener la guerra contro un mare di cialtroni i cui nomi sono tutti annotati nel nostro cuore e nei nostri taccuini (perché ci sarà un dopo, questo va da sé).
Chi arriva su questo blog oggi farebbe bene a vedere anche il livello delle discussioni di tre anni or sono...
Insomma, come dire: nel contenimento del costo del lavoro c'è un aspetto che potrebbe suonare bene (l'aumento della produttività), e uno che suona decisamente male: la diminuzione, o comunque il contenimento, delle retribuzioni (il "miracolo" spagnolo si basa su aumenti della produttività fittizi, dato confermato dalla Commissione Europea, come abbiamo visto, e questo motiva il condizionale "potrebbe").
La situazione europea in questo senso è esemplare, e credo che ormai, se avete letto i miei libri, l'abbiate inquadrata:
1) c'è un paese nel quale la produttività cresce e crescono anche i salari: è la Francia;
2) c'è un paese nel quale la produttività non cresce, e non crescono i salari: è l'Italia;
3) c'è un paese nel quale la produttività cresce come in Francia, ma i salari crescono come in Italia (cioè sostanzialmente non crescono). è la Germania.
(il disegnino è a p. 36 del working paper di Nocella).
Secondo voi, in quale paese il costo del lavoro diminuisce? E i suoi abitanti stanno proprio meglio di quelli, che so, della Francia?
Ora, come avrete capito, si dà il caso che la particolare politica dei redditi tedesca, basata sul comprimere la dinamica dei salari al di sotto di quella della produttività, insomma, la politica della quale "Jago-naaah!" ha recentemente scoperto i limiti, equivalga appunto a una svalutazione reale del cambio (i prezzi tedeschi sono troppo bassi rispetto alla qualità del prodotto tedesco). Questa svalutazione competitiva tedesca, determinata non dal libero gioco delle forze di mercato, ma dalla volontà politica di comprimere la distribuzione dei redditi alle classi subalterne per accrescere la competitività dell'industria nazionale, è al contempo la causa dell'apparente successo tedesco (se misurato in termini di surplus commerciale, e senza tener conto del fatto che il surplus tedesco ormai è patologico, come ammonisce perfino Bennie), e dell'effettivo insuccesso tedesco (se misurato in termini di aumento della disuguaglianza e dell'instabilità sociale interna e internazionale), come qui diciamo da sempre (per il semplice fatto che è evidente).
Gianluigi fa un grande lavoro mettendo in relazione la quota salari (cioè la distribuzione funzionale del reddito) con le quote di mercato export dei principali paesi europei settore per settore (s'è fatto un culo, poro fijo...). I risultati li vedete in tanti bei disegnini come questo:
In orizzontale si misura lo scostamento della quota salari dalla media di periodo (1991-2007): gli anni più a destra sono quelli nei quali ai lavoratori è andato meglio; in verticale si misura lo scostamento della quota di mercato delle esportazioni dalla media di periodo: gli anni più in alto sono quelli nei quali il paese ha esportato di più. Come vedete:
1) la nuvola di punti rossa, corrispondente alle osservazioni riferite alla Germania, è quella che presenta più variabilità: gli scostamenti della quota salari dalla media vanno da -9 a +5 punti percentuali. In Italia (nuvola verde) sono minori sia gli scostamenti verso l'alto che, soprattutto, verso il basso;
2) Nuvola Rossa (potremmo battezzare così la Merkel) ha un chiaro orientamento: si vede molto bene che la Germania esporta di più negli anni in cui i lavoratori stanno peggio (i punti rossi in alto a sinistra) ed esporta di meno negli anni in cui i lavoratori stanno meglio (i punti rossi in basso a destra); questa relazione è statisticamente significativa: gli scostamenti dalla quota salari spiegano il 68% della varianza della quota export.
(...una prece per i tronfi coglioni secondo i quali "la Germagna ha fatto gli investimenti": posto che li abbia fatti, spiegano il 32% del suo successo che per il 68% successo non è, visto che è pagato col sangue del proletario tedesco, il quale, com'è noto, alla lunga, si risente, e poi resta attonito, e dice "Chi? Io?"...)
Lo stesso chiaro orientamento manca a Nuvola Verde e Nuvola Blu: i punti non sono così chiaramente allineati lungo una retta. Nel caso di Nuvola Viola (gli USA) i punti sono allineati lungo l'asse delle ascisse, a indicare che la quota di mercato USA nel resto del mondo è lì, rock-solid, pressoché indipendente dalle vicende distributive interne al paese. Ma gli Stati Uniti hanno scelto di essere il compratore di ultima istanza dell'economia mondiale, e la Germagna di essere il venditore di prima istanza! Certo, questa differenza di orientamento politico, prima di portare all'inevitabile conflitto armato, nei dati si dovrà pur vedere, no?
Andate a leggere il lavoro di Gianluigi. Fra l'altro, Gianluigi non ha il dono della sintesi: ci fa assaporare fin nei minimi dettagli il gusto acre e rivoltante della presa in giro cui i media ci sottopongono (spettacolare il colpo d'occhio a p. 42)! Il suo lavoro, in qualche modo, è per stomaci forti, ma voi siete preparati. E poi, guardate il lato positivo: se le 51 pagine le stampate su carta di grammatura adeguata, e dopo averle lette le arrotolate strette strette, potrete usarle per ammaestrare un cane piddino, ovviamente non facendogliele leggere, ma battendogliele (dolcemente) sul musetto, con mano ferma, pronunciando con tono imperativo le note parole dell'unica lingua che crede di capire: "Sitz! Platz!"
Un giorno una mia amica mi disse: "Eh, un cane è come un figlio che non cresce mai!" Così è il piddino: il "sapere di sapere" che lo contraddistingue gli preclude qualsiasi tipo di sviluppo spirituale, e ne fa quindi un animale di compagnia uggioso, sulla distanza. So che molti di voi non mi crederanno: animati da sacro zelo missionario, e dimenticando la Grundnorm della didattica, si accaloreranno col loro piddino preferito, cercando di convertirlo al buon senso, e riuscendo solo a farsi il sangue marcio. Ragazzi, non omnes possumus omnia. Quello che a voi sembra facile, perché ci siete arrivati attraverso un certo tipo di percorso, per altri è obiettivo irraggiungibile. Le parole di Preve sull'antropologia del piddino, sulla sua natura identitaria, gregaria, ed eterodiretta, sono illuminanti, e assolutamente confermate dalla mia esperienza (in molti casi, voi ne siete stati testimoni insieme a qualche decina di migliaia di telespettatori). Del resto, se così non fosse, perché tanto gesuitismo oggi?
Con animali simili non c'è nulla da fare.
Ma guardate il lato positivo: almeno, non dovete portarli a defecare fuori, quando piove!
Ubi commoda, ibi et incommoda...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
giovedì 9 aprile 2015
mercoledì 8 aprile 2015
The real difference between France and Italy (ignored by the WSJ)
Very quickly.
A recent article by Richard Barley on the WSJ makes a breaking discovery: Italy is declining!
How (not) surprising!
I will get back to this article later, because it gives us a clear picture of the (catastrophic) state of the art in the international debate.
Here, I will comment only on one detail Barley seems to ignore. True, Italy's performance has been disappointing before and during the crisis, and there are many reasons for that. One of these reasons stands out clearly if you compare Italy with France. As we all know in this blog, the zero-average growth of Italy is also the result of a deliberate policy of domestic demand destruction, carried out during the crisis in order to bring Italy's foreign accounts into balance, as confessed by its author (Monti). Despite the appearence, France's situation is not any better, as I set out as early as 2012 (before the Economist, and when Krugman was so thrilled by the push Hollande was to give to the European economy!).
In fact, once you look at the data you realize immediately that France has simply traded some more growth for a larger current account deficit. This is the result of its political power allowing it not to surrender to its foreign creditors, as Italy did.
Here the data, for your reference:
Before the crisis, France and Italy external indebtedness went hand-in-hand. The pattern is identical, the only difference being that the upper turning point - at about 3% of GDP - in France occurs three years later than in Italy (in 1999 rather than 1996).
During the crisis, Italy could have grown faster if properly stimulated by "non-austerian" policies. However, had it chosen this option, today it would not be reimbursing its external debt (which was the reason why Monti was sent to rule our country). This graph shows you what austerity was for. The crucial difference between Italy and France, therefore, is not one of "macroeconomic fundamentals", or of "fiscal space". It is rather a difference in political influence.
After all, France managed to be an Allied country, and we were an Axis country.
Believe me, in insisting on the fact that French fundamentals are at least as bad as the Italian ones (as shown by their equally slipping current account balances throughout the sample), I do not obey to a narrow-minded nationalist pride. I am very worried about France, and I still believe that France, not Italy, is a major threat to Europe political and social cohesion, because we have a puppet (well, actually more than one..), and they have Marine Le Pen.
The unintended (?) consequences of the euro might be much worse than they are currently understood by "international" journalists...
(I will get back to you later, with more details about this wonderful piece on common sense worship...)
(I beg my English speaking readers to correct my English straight in the comments below, rather than by sending me emails: I have no time to re-read myself and I will not be hurt. I am rather satisfied with what I know, and I do not feel the need to conceal what I don't. This will speed up the revision process, by allowing people to check whether one of my many mistakes has already been corrected by other readers, and will give us the opportunity to discuss a much more important thing than structural reforms: English language...)
A recent article by Richard Barley on the WSJ makes a breaking discovery: Italy is declining!
How (not) surprising!
I will get back to this article later, because it gives us a clear picture of the (catastrophic) state of the art in the international debate.
Here, I will comment only on one detail Barley seems to ignore. True, Italy's performance has been disappointing before and during the crisis, and there are many reasons for that. One of these reasons stands out clearly if you compare Italy with France. As we all know in this blog, the zero-average growth of Italy is also the result of a deliberate policy of domestic demand destruction, carried out during the crisis in order to bring Italy's foreign accounts into balance, as confessed by its author (Monti). Despite the appearence, France's situation is not any better, as I set out as early as 2012 (before the Economist, and when Krugman was so thrilled by the push Hollande was to give to the European economy!).
In fact, once you look at the data you realize immediately that France has simply traded some more growth for a larger current account deficit. This is the result of its political power allowing it not to surrender to its foreign creditors, as Italy did.
Here the data, for your reference:
Before the crisis, France and Italy external indebtedness went hand-in-hand. The pattern is identical, the only difference being that the upper turning point - at about 3% of GDP - in France occurs three years later than in Italy (in 1999 rather than 1996).
During the crisis, Italy could have grown faster if properly stimulated by "non-austerian" policies. However, had it chosen this option, today it would not be reimbursing its external debt (which was the reason why Monti was sent to rule our country). This graph shows you what austerity was for. The crucial difference between Italy and France, therefore, is not one of "macroeconomic fundamentals", or of "fiscal space". It is rather a difference in political influence.
After all, France managed to be an Allied country, and we were an Axis country.
Believe me, in insisting on the fact that French fundamentals are at least as bad as the Italian ones (as shown by their equally slipping current account balances throughout the sample), I do not obey to a narrow-minded nationalist pride. I am very worried about France, and I still believe that France, not Italy, is a major threat to Europe political and social cohesion, because we have a puppet (well, actually more than one..), and they have Marine Le Pen.
The unintended (?) consequences of the euro might be much worse than they are currently understood by "international" journalists...
(I will get back to you later, with more details about this wonderful piece on common sense worship...)
(I beg my English speaking readers to correct my English straight in the comments below, rather than by sending me emails: I have no time to re-read myself and I will not be hurt. I am rather satisfied with what I know, and I do not feel the need to conceal what I don't. This will speed up the revision process, by allowing people to check whether one of my many mistakes has already been corrected by other readers, and will give us the opportunity to discuss a much more important thing than structural reforms: English language...)
lunedì 6 aprile 2015
Paggi su Ingrao, il destino, e la sconfitta del comunismo
(...alcuni amici mi hanno segnalato come particolarmente illuminante per i loro problemi l'intervento di Leonardo Paggi al convegno su "I 100 anni di Pietro Ingrao". Io l'ho letto, e ho avuto alcune perplessità, che ho espresso in privato. Siccome però non sono affatto certo della fondatezza delle mia considerazioni, le sottopongo a voi, che siete la mia pirreviù. La domanda è sempre quella che ebbi a fare in Francia al malcapitato (e decerebrato) Boccara: "Perché dal 20% siete passati al 2%?". Voi direte: "Che c'entra! Renzi è al 40%!" Aspetta... Intanto questo 40% lo vogliamo vedere, e lo vedremo. Poi il PD non è più un partito di sinistra: è un melming pot democristiano, con le sue correnti: Cuperlo al posto di De Mita - e la loro corrente esprime l'attuale Presidente della Repubblica, nel senso che Mattarella apparteneva alla corrente di De Mita - e Renzi al posto di Andreotti - con la differenza che Renzi durerà molto di meno, e Andreotti era più bello. Quindi il caso italiano è naturalmente diverso dal caso francese: il tradimento del partito comunista rispetto ai lavoratori, con l'adesione alla filosofia fascista (nel senso di classista e antidemocratica) del vincolo esterno, c'è stato anche qui, ma è stato gestito, va detto, con più abilità.
Sono ancora tutti lì, e chi aveva tuonato contro il vincolo esterno è stato poi fatto Presidente della Repubblica non per una, ma per due volte, in cambio dell'averne applicato così bene la filosofia!
Credo basti questo a capire cosa è successo, e che tipo di difficoltà fronteggi chi da dentro la nuova DC voglia almeno far finta di cambiare le cose. Ci sono alcuni passaggi obbligati.
Segue lettera, per la vostra pirreviù...)
Carissimi,
la lettura del testo di Paggi mi fa capire quanto siano diversi e complementari i nostri punti di vista e le nostre competenze. Lo sono almeno tanto quanto diversi (e complementari) sono i nostri problemi, credo.
Per cominciare, vi parlo di un mio problema: sono ignorante. Io, per sapere cos'è il "centralismo democratico", dovrei googlarlo. E normalmente, essendo persona coscienziosa, lo avrei fatto. Perché non l'ho fatto? Perché ho trovato, nel testo di Paggi, un paio di cose nelle quali mi sono imbattuto ormai troppe volte, e che non condivido, ritenendole nocive. Le sottopongo alla vostra attenzione per farvi capire (se interessa), come la penso io, ribadendo che per me il testo è stato comunque utilissimo non per capire, ma per intuire, quali siano i problemi coi quali vi confrontate voi e per i quali avete tutta la mia solidarietà e il mio rispetto.
A p. 3 Paggi descrive correttamente (in termini di teoria normativa della politica economica) quello che chiama il "cambiamento di binario della storia " (citando Montale) avvenuto a metà degli anni '70: "l'obiettivo storico della piena occupazione viene retrocesso rispetto a quello della lotta all'inflazione", il che rendeva "incongruenti e nocive" le lotte operaie.
Bene.
Domandina: perché?
Per quale motivo la funzione obiettivo del "decisore sociale" è repentinamente cambiata in tale guisa?
Ho cercato nel testo di Paggi una risposta, e non l'ho trovata. Mi direte: una "laudatio" non è un saggio. Certo. Eppure una risposta in un paio di righe credo si possa dare. Provo a sintetizzare quella che ho dato nel mio testo: "perché l'URSS cominciava a fare molta meno paura". Quando faceva paura, c'era chi poteva tranquillamente "laudare" i carrarmati a Budapest. Poi l'URSS ha fatto meno paura, e siamo diventati tutti monetaristi.
Ok, è una risposta semplicistica (e infatti normalmente la articolo meglio), sono sicuro che potreste correggerla e integrarla, ma è una risposta, una risposta a una domanda che non può essere elusa, proprio perché, come Paggi correttamente sottolinea (bontà sua), questa svolta "economica" era "densissima di implicazioni politiche". Il racconto che Paggi fa della svolta di politica economica nella seconda metà degli anni '70, però, è quello che i pirla oggi fanno dell'austerità: "Un bel giorno i governi europei se sò svejati e se sò messi a ffa austerità che è tanta brutta, signora mia!" Perché? Bò! E così, dice fa dice che negli anni '70 un bel giorno hanno deciso "togliamo U dalla funzione obiettivo e mettiamoci pi greco". Perché? Perché si portavano i pantaloni a zampa?
Eppure dei perché meno estemporanei c'erano e ci sono, e devono essere esplicitati.
Esempio: l'austerità è conseguenza diretta dell'euro, per cui è insensato (o doloso) proporre l'abbandono della prima senza l'abbandono del secondo. Questo vi è chiaro, no? Bene: di cosa era conseguenza l'abbandono delle politiche di piena occupazione, e di un capitalismo in qualche modo, larvatamente, wage-led? Voi ce l'avete un'idea? Paggi ce l'ha? Io ce l'ho, magari è sbagliata, ma ve l'ho proposta per le vostre deduzioni. Paggi non dà una risposta, o forse dà una non risposta...
Di queste non risposte nel testo di Paggi ce ne sono altre due secondo me, corredate, perché la torta abbia la sua ciliegina, da una menzogna fattuale, che però non imputo al povero Paggi, che non conosco, perché fa ormai parte del frame: ormai si deve dire così, e quindi lo dice anche Paggi.
Non risposta numero uno
"Che le politiche keynesiane non siano più applicabili non è cosa che riguardi solo le socialdemocrazie".
Ah sì? Le politiche keynesiane non sono, o da un certo punto non sono state, più applicabili? Ma guarda! E perché?
Manca la risposta. Qui i casi sono due.
Caso numero uno: forse Paggi forse sta parlando della prassi della politica economica. In questo caso non stupisce che Paggi non dia la risposta: l'affermazione è fattualmente errata. Politiche keynesiane, nel senso di politiche discrezionali anticicliche di governo della domanda aggregata, sono sempre state applicate da qualsiasi governo di destra o di sinistra, con la limitata eccezione dei governi dell'Eurozona nel periodo dal 2009 in poi per i condizionamenti che sappiamo (determinati dall'euro). Punto. Da sempre tutti proclamano la morte di Keynes applicandolo, perché Keynes potrà anche stare sui coglioni (soprattutto a sinistra), ma funziona.
Caso numero due : forse invece stiamo parlando dell'esplosione del debito pubblico (l'unico debito che Paggi e Giannino - scusatemi, ma ne ho i coglioni pieni - vedono). Ma in questo caso l'analisi di Graziani la buttiamo al cesso? Perché è esploso il debito pubblico? Ovvero, per evitare equivoci: perché Paggi non nomina gli squilibri distributivi che hanno portato con sé il ricorso al debito come strumento di finanziamento della domanda aggregata? Perché non pone in modo chiaro l'alternativa fra capitalismo wage-led e capitalismo debt-led?
Io credo che sia per quella sorta di Schadenfreude "de sinistra" che vede in Keynes il nemico pubblico numero uno, perché è bene o male quello che ha indicato come tenere insieme i cocci del capitalismo. Muoia Keynes con tutti i filistei. Ottimo. Solo che, forse sfugge, per motivi che sarebbe bene indagare, oggi non abbiamo più né una comune né un soviet dove rifugiarci. E allora, se indulgiamo a questo "anticapitalismo" nichilista, che cosa è ovvio che succeda?
Quello che Paggi descrive nella
Non risposta numero due
"Il tratto singolare di questa versione postcomunista della politica dei redditi sta nell'assenza di garanzie o contropartite di alcun tipo". Vulgo: i comunisti hanno venduto i lavoratori in cambio di nulla (per i lavoratori).
E anche qui: perché?
Una prima chiave di lettura è che la sinistra non era in condizioni di chiedere "contropartite" perché era venuto meno (più esattamente: si sapeva che stava per venir meno) il modello di riferimento alternativo, la "contropartita" ideale posta dal sistema sovietico. Credo (e forse sbaglio) che non ci fosse stato né tempo né voglia di approfondire seriamente un modello alternativo che non fosse l'avvento di Baffone. Può essere che mi sbagli, ripeto, sicuramente semplifico, ma la resa senza condizioni al capitalismo trionfante a me pare una ovvia conseguenza del "muoia Keynes con tutti i filistei". Non avendo voluto ammettere che il capitalismo potesse funzionare, la sinistra non ha fatto nulla per capire come farlo funzionare a modo suo, cioè in un modo "di sinistra": il "libbbberismo" si è trovato la strada spianata, e il massimo dell'elaborazione concettuale a sinistra oggi è un elogio delle virtù della concorrenza che sembrerebbe caricaturale perfino a un undergraduate dell'Università il cui nome è un invito (sì, sto parlando delle famose lenzuolate), e l'idea un po' farlocca che gli interessi dei lavoratori siano difesi da quel comitato d'affari dei grandi creditori che è una "banca centrale indipendente", la quale tutelerebbe la stabilità dei prezzi e quindi il potere d'acquisto (anziché, guarda un po', i redditi dei suoi mandanti...).
In accademia è stato così: un'intera generazione di economisti "de sinistra" in Italia si è trovata concettualmente sguarnita di fronte all'offensiva neolibberista perché era campata sul presupposto ideologico che "l'econometria è di destra", dato che la usavano i keynesiani. Questi pirla (e io ci son campato in mezzo) hanno esultato per la critica di Lucas, che li esonerava dal capire l'econometria, argomentando che tanto la politica economica era inutile e tali erano i modelli che servivano a implementarla. Peccato che questa loro vittoria sul nemico keynesiano e quantitativo si sia rivelata una vittoria di Pirro: chi non si è piegato al nuovo credo è stato spazzato via, e chi invece si è piegato è diventato un falco ultraliberista, contaminato dallo zelo del neofita. Sono quasi certo che sia stato così anche in politica.
Poi, scusate se ve lo dico: una chiave di lettura con la quale dovrete confrontarvi, visto che anche voi ponete, come il 5 stelle, l'onestà sopra ogni cosa (io che son poeta ci metto la musica, come Verlaine), è quella della cattura oligarchica. Io temo che ci sia una generazione di padri nobili che ha barattato il nulla per gli altri in cambio del qualcosa per sé. Intendiamoci: il fenomeno è complesso, non sto parlando di "coruzzzzione" o di rettiliani. C'è stato uno smarrimento di senso dovuto al crollo delle prospettive ideologiche (vedi sopra), c'è stata l'illusione che per "dirigere i processi dall'interno" si dovesse venire a compromessi, ci dev'essere stato anche in qualcuno la disincantata consapevolezza del fatto che i rapporti di forza ormai erano definitivamente cambiati sullo scacchiere internazionale, per cui sarebbe comunque stato velleitario rivoltarsi nella provincia italica dell'impero... Ci sarà stato di tutto, e non sta a me descrivere compiutamente le motivazioni e gerarchizzarle, quanto a voi che siete politici, e agli storici.
Certo in questo lavoro complesso Paggi non mi pare aiuti moltissimo, nella mia prospettiva di economista keynesiano. Specifico: nella mia prospettiva, perché non ho motivo di non credere a Xwyuxcsjdk, che invece ritiene l'analisi di Paggi utile (nella sua prospettiva di politico). A me invece pare che che nel tentare di ricondurre a una qualche razionalità il tradimento della sinistra (su, lo sappiamo che tale è stato: le attenuanti le ho elencate, quindi scusatemi se lo chiamo col suo nome), nel cercare di mettere un senso "alto" in questa amara vicissitudine storica, Paggi incorra in una
Menzogna
"Ha inizio così con una inflazione rampante il progressivo abbandono della scala mobile".
Non è così.
Non è così.
Non è così.
Lo smantellamento della scala mobile ha inizio a disinflazione ampiamente innescata, come tutti sanno, come perfino Alesina ammetteva, e come ho illustrato varie volte (l'ultima qui: http://goofynomics.blogspot.ro/2015/03/unitalia-sferzata-dallinflazione-due.html). So che è duro ammetterlo, ma la sinistra è complice di aver appoggiato la non-soluzione (abolizione dei diritti dei lavoratori) di quello che si stava palesando come un non-problema (inflazione), e di averlo fatto per sottomissione ideologica o cattura oligarchica. La "sferza" o la "rampantitudine" dell'inflazione, che oggi tutti evocano in modo autoassolutorio, c'entrano ben poco. Però, come ho già detto, questo è un peccato veniale. Oggi tutti descrivono così gli anni '80.
Se lo fa Fubini, perché non anche Paggi?
Sintesi
Sempre più mi è chiara la tragicità (in senso tecnico) della vostra posizione, che purtroppo è anche la nostra perché voi siete un pezzo del prossimo partito unico italiano. Avete due problemi grossi: il parricidio, e la parolina magica ("scusa").
Ora, io sono politicamente un cialtrone, e l'ho anche confessato: pensate! Non so nemmeno cosa sia il centralismo democratico!
Però come me tanti altri capiscono che c'è qualcosa che non va e sono meno disposti di me a calarsi nella temperie storico-culturale dei tardi anni Settanta per fare sconti a chi rivendica di aver pilotato in un certo senso quell'esperienza (o a chi comunque è erede di chi ha pilotato in un certo modo quell'esperienza).
All'elettore mediano certe analisi non potrete farle digerire. E lui, porello, per non sbagliare parte diffidando di voi e odiandovi. Certo che non dovete essere succubi di questi pregiudizi. Però prima o poi il problema di riflettere in modo più dialettico con la vostra storia dovrete porvelo, nell'interesse di tutti.
Un numero estremamente consistente dei miei lettori dichiara che la cosa più scioccante del mio primo libro è il discorso di Napolitano del 1978 (discorso del quale mi aveva parlato per primo Vladimiro). La coscienza del fatto che i vostri padri nobili sapevano a cosa ci stavano consegnando emerge in tutta la sua sfolgorante ed enigmatica evidenza, e il vostro problema è questo, non i pantaloni a zampa d'elefante (con buona pace di Leonardo Paggi che mi sembra uomo d'onore).
Credo che questa informazione possa esservi utile.
Buona Pasqua.
Alberto
Sono ancora tutti lì, e chi aveva tuonato contro il vincolo esterno è stato poi fatto Presidente della Repubblica non per una, ma per due volte, in cambio dell'averne applicato così bene la filosofia!
Credo basti questo a capire cosa è successo, e che tipo di difficoltà fronteggi chi da dentro la nuova DC voglia almeno far finta di cambiare le cose. Ci sono alcuni passaggi obbligati.
Segue lettera, per la vostra pirreviù...)
la lettura del testo di Paggi mi fa capire quanto siano diversi e complementari i nostri punti di vista e le nostre competenze. Lo sono almeno tanto quanto diversi (e complementari) sono i nostri problemi, credo.
Per cominciare, vi parlo di un mio problema: sono ignorante. Io, per sapere cos'è il "centralismo democratico", dovrei googlarlo. E normalmente, essendo persona coscienziosa, lo avrei fatto. Perché non l'ho fatto? Perché ho trovato, nel testo di Paggi, un paio di cose nelle quali mi sono imbattuto ormai troppe volte, e che non condivido, ritenendole nocive. Le sottopongo alla vostra attenzione per farvi capire (se interessa), come la penso io, ribadendo che per me il testo è stato comunque utilissimo non per capire, ma per intuire, quali siano i problemi coi quali vi confrontate voi e per i quali avete tutta la mia solidarietà e il mio rispetto.
A p. 3 Paggi descrive correttamente (in termini di teoria normativa della politica economica) quello che chiama il "cambiamento di binario della storia " (citando Montale) avvenuto a metà degli anni '70: "l'obiettivo storico della piena occupazione viene retrocesso rispetto a quello della lotta all'inflazione", il che rendeva "incongruenti e nocive" le lotte operaie.
Bene.
Domandina: perché?
Per quale motivo la funzione obiettivo del "decisore sociale" è repentinamente cambiata in tale guisa?
Ho cercato nel testo di Paggi una risposta, e non l'ho trovata. Mi direte: una "laudatio" non è un saggio. Certo. Eppure una risposta in un paio di righe credo si possa dare. Provo a sintetizzare quella che ho dato nel mio testo: "perché l'URSS cominciava a fare molta meno paura". Quando faceva paura, c'era chi poteva tranquillamente "laudare" i carrarmati a Budapest. Poi l'URSS ha fatto meno paura, e siamo diventati tutti monetaristi.
Ok, è una risposta semplicistica (e infatti normalmente la articolo meglio), sono sicuro che potreste correggerla e integrarla, ma è una risposta, una risposta a una domanda che non può essere elusa, proprio perché, come Paggi correttamente sottolinea (bontà sua), questa svolta "economica" era "densissima di implicazioni politiche". Il racconto che Paggi fa della svolta di politica economica nella seconda metà degli anni '70, però, è quello che i pirla oggi fanno dell'austerità: "Un bel giorno i governi europei se sò svejati e se sò messi a ffa austerità che è tanta brutta, signora mia!" Perché? Bò! E così, dice fa dice che negli anni '70 un bel giorno hanno deciso "togliamo U dalla funzione obiettivo e mettiamoci pi greco". Perché? Perché si portavano i pantaloni a zampa?
Eppure dei perché meno estemporanei c'erano e ci sono, e devono essere esplicitati.
Esempio: l'austerità è conseguenza diretta dell'euro, per cui è insensato (o doloso) proporre l'abbandono della prima senza l'abbandono del secondo. Questo vi è chiaro, no? Bene: di cosa era conseguenza l'abbandono delle politiche di piena occupazione, e di un capitalismo in qualche modo, larvatamente, wage-led? Voi ce l'avete un'idea? Paggi ce l'ha? Io ce l'ho, magari è sbagliata, ma ve l'ho proposta per le vostre deduzioni. Paggi non dà una risposta, o forse dà una non risposta...
Di queste non risposte nel testo di Paggi ce ne sono altre due secondo me, corredate, perché la torta abbia la sua ciliegina, da una menzogna fattuale, che però non imputo al povero Paggi, che non conosco, perché fa ormai parte del frame: ormai si deve dire così, e quindi lo dice anche Paggi.
Non risposta numero uno
"Che le politiche keynesiane non siano più applicabili non è cosa che riguardi solo le socialdemocrazie".
Ah sì? Le politiche keynesiane non sono, o da un certo punto non sono state, più applicabili? Ma guarda! E perché?
Manca la risposta. Qui i casi sono due.
Caso numero uno: forse Paggi forse sta parlando della prassi della politica economica. In questo caso non stupisce che Paggi non dia la risposta: l'affermazione è fattualmente errata. Politiche keynesiane, nel senso di politiche discrezionali anticicliche di governo della domanda aggregata, sono sempre state applicate da qualsiasi governo di destra o di sinistra, con la limitata eccezione dei governi dell'Eurozona nel periodo dal 2009 in poi per i condizionamenti che sappiamo (determinati dall'euro). Punto. Da sempre tutti proclamano la morte di Keynes applicandolo, perché Keynes potrà anche stare sui coglioni (soprattutto a sinistra), ma funziona.
Caso numero due : forse invece stiamo parlando dell'esplosione del debito pubblico (l'unico debito che Paggi e Giannino - scusatemi, ma ne ho i coglioni pieni - vedono). Ma in questo caso l'analisi di Graziani la buttiamo al cesso? Perché è esploso il debito pubblico? Ovvero, per evitare equivoci: perché Paggi non nomina gli squilibri distributivi che hanno portato con sé il ricorso al debito come strumento di finanziamento della domanda aggregata? Perché non pone in modo chiaro l'alternativa fra capitalismo wage-led e capitalismo debt-led?
Io credo che sia per quella sorta di Schadenfreude "de sinistra" che vede in Keynes il nemico pubblico numero uno, perché è bene o male quello che ha indicato come tenere insieme i cocci del capitalismo. Muoia Keynes con tutti i filistei. Ottimo. Solo che, forse sfugge, per motivi che sarebbe bene indagare, oggi non abbiamo più né una comune né un soviet dove rifugiarci. E allora, se indulgiamo a questo "anticapitalismo" nichilista, che cosa è ovvio che succeda?
Quello che Paggi descrive nella
Non risposta numero due
"Il tratto singolare di questa versione postcomunista della politica dei redditi sta nell'assenza di garanzie o contropartite di alcun tipo". Vulgo: i comunisti hanno venduto i lavoratori in cambio di nulla (per i lavoratori).
E anche qui: perché?
Una prima chiave di lettura è che la sinistra non era in condizioni di chiedere "contropartite" perché era venuto meno (più esattamente: si sapeva che stava per venir meno) il modello di riferimento alternativo, la "contropartita" ideale posta dal sistema sovietico. Credo (e forse sbaglio) che non ci fosse stato né tempo né voglia di approfondire seriamente un modello alternativo che non fosse l'avvento di Baffone. Può essere che mi sbagli, ripeto, sicuramente semplifico, ma la resa senza condizioni al capitalismo trionfante a me pare una ovvia conseguenza del "muoia Keynes con tutti i filistei". Non avendo voluto ammettere che il capitalismo potesse funzionare, la sinistra non ha fatto nulla per capire come farlo funzionare a modo suo, cioè in un modo "di sinistra": il "libbbberismo" si è trovato la strada spianata, e il massimo dell'elaborazione concettuale a sinistra oggi è un elogio delle virtù della concorrenza che sembrerebbe caricaturale perfino a un undergraduate dell'Università il cui nome è un invito (sì, sto parlando delle famose lenzuolate), e l'idea un po' farlocca che gli interessi dei lavoratori siano difesi da quel comitato d'affari dei grandi creditori che è una "banca centrale indipendente", la quale tutelerebbe la stabilità dei prezzi e quindi il potere d'acquisto (anziché, guarda un po', i redditi dei suoi mandanti...).
In accademia è stato così: un'intera generazione di economisti "de sinistra" in Italia si è trovata concettualmente sguarnita di fronte all'offensiva neolibberista perché era campata sul presupposto ideologico che "l'econometria è di destra", dato che la usavano i keynesiani. Questi pirla (e io ci son campato in mezzo) hanno esultato per la critica di Lucas, che li esonerava dal capire l'econometria, argomentando che tanto la politica economica era inutile e tali erano i modelli che servivano a implementarla. Peccato che questa loro vittoria sul nemico keynesiano e quantitativo si sia rivelata una vittoria di Pirro: chi non si è piegato al nuovo credo è stato spazzato via, e chi invece si è piegato è diventato un falco ultraliberista, contaminato dallo zelo del neofita. Sono quasi certo che sia stato così anche in politica.
Poi, scusate se ve lo dico: una chiave di lettura con la quale dovrete confrontarvi, visto che anche voi ponete, come il 5 stelle, l'onestà sopra ogni cosa (io che son poeta ci metto la musica, come Verlaine), è quella della cattura oligarchica. Io temo che ci sia una generazione di padri nobili che ha barattato il nulla per gli altri in cambio del qualcosa per sé. Intendiamoci: il fenomeno è complesso, non sto parlando di "coruzzzzione" o di rettiliani. C'è stato uno smarrimento di senso dovuto al crollo delle prospettive ideologiche (vedi sopra), c'è stata l'illusione che per "dirigere i processi dall'interno" si dovesse venire a compromessi, ci dev'essere stato anche in qualcuno la disincantata consapevolezza del fatto che i rapporti di forza ormai erano definitivamente cambiati sullo scacchiere internazionale, per cui sarebbe comunque stato velleitario rivoltarsi nella provincia italica dell'impero... Ci sarà stato di tutto, e non sta a me descrivere compiutamente le motivazioni e gerarchizzarle, quanto a voi che siete politici, e agli storici.
Certo in questo lavoro complesso Paggi non mi pare aiuti moltissimo, nella mia prospettiva di economista keynesiano. Specifico: nella mia prospettiva, perché non ho motivo di non credere a Xwyuxcsjdk, che invece ritiene l'analisi di Paggi utile (nella sua prospettiva di politico). A me invece pare che che nel tentare di ricondurre a una qualche razionalità il tradimento della sinistra (su, lo sappiamo che tale è stato: le attenuanti le ho elencate, quindi scusatemi se lo chiamo col suo nome), nel cercare di mettere un senso "alto" in questa amara vicissitudine storica, Paggi incorra in una
Menzogna
"Ha inizio così con una inflazione rampante il progressivo abbandono della scala mobile".
Non è così.
Non è così.
Non è così.
Lo smantellamento della scala mobile ha inizio a disinflazione ampiamente innescata, come tutti sanno, come perfino Alesina ammetteva, e come ho illustrato varie volte (l'ultima qui: http://goofynomics.blogspot.ro/2015/03/unitalia-sferzata-dallinflazione-due.html). So che è duro ammetterlo, ma la sinistra è complice di aver appoggiato la non-soluzione (abolizione dei diritti dei lavoratori) di quello che si stava palesando come un non-problema (inflazione), e di averlo fatto per sottomissione ideologica o cattura oligarchica. La "sferza" o la "rampantitudine" dell'inflazione, che oggi tutti evocano in modo autoassolutorio, c'entrano ben poco. Però, come ho già detto, questo è un peccato veniale. Oggi tutti descrivono così gli anni '80.
Se lo fa Fubini, perché non anche Paggi?
Sintesi
Sempre più mi è chiara la tragicità (in senso tecnico) della vostra posizione, che purtroppo è anche la nostra perché voi siete un pezzo del prossimo partito unico italiano. Avete due problemi grossi: il parricidio, e la parolina magica ("scusa").
Ora, io sono politicamente un cialtrone, e l'ho anche confessato: pensate! Non so nemmeno cosa sia il centralismo democratico!
Però come me tanti altri capiscono che c'è qualcosa che non va e sono meno disposti di me a calarsi nella temperie storico-culturale dei tardi anni Settanta per fare sconti a chi rivendica di aver pilotato in un certo senso quell'esperienza (o a chi comunque è erede di chi ha pilotato in un certo modo quell'esperienza).
All'elettore mediano certe analisi non potrete farle digerire. E lui, porello, per non sbagliare parte diffidando di voi e odiandovi. Certo che non dovete essere succubi di questi pregiudizi. Però prima o poi il problema di riflettere in modo più dialettico con la vostra storia dovrete porvelo, nell'interesse di tutti.
Un numero estremamente consistente dei miei lettori dichiara che la cosa più scioccante del mio primo libro è il discorso di Napolitano del 1978 (discorso del quale mi aveva parlato per primo Vladimiro). La coscienza del fatto che i vostri padri nobili sapevano a cosa ci stavano consegnando emerge in tutta la sua sfolgorante ed enigmatica evidenza, e il vostro problema è questo, non i pantaloni a zampa d'elefante (con buona pace di Leonardo Paggi che mi sembra uomo d'onore).
Credo che questa informazione possa esservi utile.
Buona Pasqua.
Alberto
-- http://bagnai.org
sabato 4 aprile 2015
Il conflitto generazionale
(quando er Palla emergerà dalle nebbie cimmerie, troverà sulla sua porta questo avviso. Io intanto vado in palestra, e quando torno vi racconto cosa mi ha detto ieri. 'Natregggedia, glie mancheno ebbbasi...)
venerdì 3 aprile 2015
Viderunt omnes
Ma naturalmente, dobbiamo ammetterlo, la qualità...
...a 2:34: "O Lamm Gottes unschuldig".
L'innocenza, si sa, in teoria è dei soprani (che in pratica ci sarebbe qualcosa da dire).
Ma ora vi lascio. È successa una cosa molto grave, anche se, come saprete, non tutti se ne sono ancora resi conto. Cristo giace nel sudario:
Del resto, succede ogni giorno. E non tutti se ne rendono conto. "Bisogna alzare la produttività", dicono. "Sì, quella cosa lì, la variabile x. Come si fa? Ah, io non lo so, ormai sono pensionato...".
E io li ascolto, e annuisco compunto, e vorrei essere altrove, dentro una di queste macchine sonore, e dimenticarmi di loro, e della loro paura fottuta di ammettere un errore, o di perdere la pensione, che poi sarebbe quella cosa alla quale, come forse saprete, NSGC non è arrivato, nonostante fosse raccomandato (effettivamente, 30 denari di contributi non erano sufficienti...).
Viderunt omnes fines terræ
salutare Dei nostri.
Jubilate Deo, omnis terra.
Notum fecit Dominus salutare suum;
ante conspectum gentium
revelavit justitiam suam
(speriamo)
Scene da un seminario (1): perché gli economisti moderni non capiscono la crisi...
Come vi ho detto, qualche giorno fa sono stato a un seminario nel quale il prof. Rodano ha presentato un suo articolo col quale ci divertiremo in altra sede. Vi ho già riferito una delle mie osservazioni di carattere generale: inutile ostentare perbenistico sdegno nei riguardi di chi "urla nei talk show" se prima, per tanti motivi, che possono andare da problemi personali, a prebende nel sistema bancario, a necessità di tutelare il proprio percorso personale, a intima convinzione, non ci si è presi le proprie responsabilità di intellettuali, non si è cercato di rispondere alle domande pressanti dei propri concittadini. Chi soffre ha tendenza a chiedersi perché (anche se non so quanto questa caratteristica dell'animo umano sia matematizzabile, e quindi tale da suscitare l'attenzione del moderno economista), ed è proprio in quelle circostanze che chi sa, o, come nel caso del prof. Rodano, sa di sapere una risposta non semplicistica, dovrebbe sentire il dovere civile di rivolgersi alla polis, per non lasciar spazio ai cialtroni in agguato.
Questa osservazione era di carattere generale, non particolarmente rivolta a lui.
Al prof. Rodano, invece, ho rivolto in particolare questa obiezione: "A me pare che tu ponga una separazione netta fra domanda e offerta. Ci dici che per risolvere i nostri problemi dobbiamo aumentare la produttività (nel suo modello la chiama x, e questa è una delle cose più originali, NdC), e ci dici che tanto dovremmo farlo sia dentro che fuori dall'euro, per cui ecc., ma nel dirlo sembra che tu consideri la produttività del tutto scissa dalle condizioni della domanda. Io tendo ad avere una visione più organica".
E lui: "Lo so".
Il suo #chew era abbastanza leggibile, fra i due monosillabi.
Tuttavia, animato dal costruttivo spirito del confronto scientifico, rischiando un #giamaica, mi sono permesso di aggiungere: "Eppure la mia visione ha una storia abbastanza lunga nel pensiero economico. Pensa a Smith e ai suoi chiodi".
Interviene con la lepidezza di un aspide Saltari: "Erano spilli!"
Non è molto migliorato da quando mi mise 28 a Economia II. Ha anzi tenuto a precisare che alla prova dei fatti mi meritavo di meno (semo amici, se scherza...).
Comunque, caso mai non fosse chiaro, a me di tornare alla Sapienza interessa poco, quindi, come dire, chi mi corregge lo fa a suo rischio e pericolo! Altro piccolo dettaglio: tendenzialmente non perdono, e raramente dimentico. Così, lo scrivo, come si scrivono sulle medicine gli effetti collaterali. Voi leggete e regolatevi.
Segue, per chi non se lo ricordasse, il passo di Smith, corredato da due supplementi di informazione e da una mia breve e costruttiva considerazione finale.
Segue l'aiutino da dietro il vetro:
il controesempio:
e la mia costruttiva considerazione finale:
Cerchiamo di capirci.
A me che mister Simpatia mi abbia interrotto mentre cercavo di far capire che in un mondo di rendimenti crescenti l'offerta e la domanda sono interconnesse in modi piuttosto ovvi, questo, lo confesso, mi lascia assolutamente indifferente. In quella stanza c'erano al più tre o quattro persone in grado di capirmi, le quali per questo preciso motivo non avevano alcun bisogno che io mi esprimessi: non le nomino per non metterle in difficoltà.
Il punto è un altro.
Voi spesso pensate a complotti, a gente venduta (quindi comprata), che tace perché coinvolta in un disegno criminale, quello che in effetti certi politici hanno apertamente confessato: "Un giorno ci sarà una crisi...". Sì, la confessione c'è stata, la radici della europeanisation ci sono chiare, è assolutamente ovvio che parlare di costi e benefici di una unione monetaria prescindendo da Featherstone (per dirne uno) è futile, ma il punto che volevo portare alla vostra attenzione non è questo, ma un altro.
Molti colleghi, qui da noi, non sanno le cose che nel resto del mondo tutti sanno e sapevano, non perché siano stati pagati per non saperle, ma semplicemente perché non hanno fatto quella cosa inutile (?) che è leggere i classici.
Capiamoci: qui il problema non è di inglese, che Saltari sa meglio di me, ne sono certo. Lui lo avrà studiato, io no, è persona brillante, quindi, come dire... Il fatto è che un nail non è un pin, ma soprattutto che se tu il passo di Smith lo hai letto, non ti verrà mai in mente uno spillo, per il semplice motivo che in quella pagina si parla di carpentieri e di fabbri, non di sarti! Avete mai visto costruire una casa o ferrare un cavallo con degli spilli?
Ma lasciamo perdere.
Io, in questo periodo, sto ancora lottando coi lavori in casa, ed è quindi naturale che mi vengano comunque in mente i chiodi. Certi modelli, invece, sono tenuti su con gli spilli, ed a questi andrà naturalmente il pensiero dei loro autori.
Unicuique suum, ma sarebbe meglio che Smith lo rileggessimo, e sarebbe meglissimo che lo capissimo.
(...e caso mai vi venisse in mente la solita stronzata ("ma oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiina!"), facendo quello che vi ho chiesto di fare (cioè leggendo Smith) vedrete che due pagine dopo parla del commercio fra Londra e Calcutta. Vale la pena di leggerlo, Smith...)
(...mi ha fatto pensare a questo episodio, che volevo tenere per me, una lettera di Pettis, al quale mi accingo a mandare per un "chennepenZa" il mio ultimo paper sugli spilli... anzi, no, scusate: sui chiodi! Stateve bbuone, che io torno a montare chilometri e chilometri di Billy... Sì, quello dell'IKEA. Fine pena mai...)
Questa osservazione era di carattere generale, non particolarmente rivolta a lui.
Al prof. Rodano, invece, ho rivolto in particolare questa obiezione: "A me pare che tu ponga una separazione netta fra domanda e offerta. Ci dici che per risolvere i nostri problemi dobbiamo aumentare la produttività (nel suo modello la chiama x, e questa è una delle cose più originali, NdC), e ci dici che tanto dovremmo farlo sia dentro che fuori dall'euro, per cui ecc., ma nel dirlo sembra che tu consideri la produttività del tutto scissa dalle condizioni della domanda. Io tendo ad avere una visione più organica".
E lui: "Lo so".
Il suo #chew era abbastanza leggibile, fra i due monosillabi.
Tuttavia, animato dal costruttivo spirito del confronto scientifico, rischiando un #giamaica, mi sono permesso di aggiungere: "Eppure la mia visione ha una storia abbastanza lunga nel pensiero economico. Pensa a Smith e ai suoi chiodi".
Interviene con la lepidezza di un aspide Saltari: "Erano spilli!"
Non è molto migliorato da quando mi mise 28 a Economia II. Ha anzi tenuto a precisare che alla prova dei fatti mi meritavo di meno (semo amici, se scherza...).
Comunque, caso mai non fosse chiaro, a me di tornare alla Sapienza interessa poco, quindi, come dire, chi mi corregge lo fa a suo rischio e pericolo! Altro piccolo dettaglio: tendenzialmente non perdono, e raramente dimentico. Così, lo scrivo, come si scrivono sulle medicine gli effetti collaterali. Voi leggete e regolatevi.
Segue, per chi non se lo ricordasse, il passo di Smith, corredato da due supplementi di informazione e da una mia breve e costruttiva considerazione finale.
Segue l'aiutino da dietro il vetro:
il controesempio:
e la mia costruttiva considerazione finale:
Cerchiamo di capirci.
A me che mister Simpatia mi abbia interrotto mentre cercavo di far capire che in un mondo di rendimenti crescenti l'offerta e la domanda sono interconnesse in modi piuttosto ovvi, questo, lo confesso, mi lascia assolutamente indifferente. In quella stanza c'erano al più tre o quattro persone in grado di capirmi, le quali per questo preciso motivo non avevano alcun bisogno che io mi esprimessi: non le nomino per non metterle in difficoltà.
Il punto è un altro.
Voi spesso pensate a complotti, a gente venduta (quindi comprata), che tace perché coinvolta in un disegno criminale, quello che in effetti certi politici hanno apertamente confessato: "Un giorno ci sarà una crisi...". Sì, la confessione c'è stata, la radici della europeanisation ci sono chiare, è assolutamente ovvio che parlare di costi e benefici di una unione monetaria prescindendo da Featherstone (per dirne uno) è futile, ma il punto che volevo portare alla vostra attenzione non è questo, ma un altro.
Molti colleghi, qui da noi, non sanno le cose che nel resto del mondo tutti sanno e sapevano, non perché siano stati pagati per non saperle, ma semplicemente perché non hanno fatto quella cosa inutile (?) che è leggere i classici.
Capiamoci: qui il problema non è di inglese, che Saltari sa meglio di me, ne sono certo. Lui lo avrà studiato, io no, è persona brillante, quindi, come dire... Il fatto è che un nail non è un pin, ma soprattutto che se tu il passo di Smith lo hai letto, non ti verrà mai in mente uno spillo, per il semplice motivo che in quella pagina si parla di carpentieri e di fabbri, non di sarti! Avete mai visto costruire una casa o ferrare un cavallo con degli spilli?
Ma lasciamo perdere.
Io, in questo periodo, sto ancora lottando coi lavori in casa, ed è quindi naturale che mi vengano comunque in mente i chiodi. Certi modelli, invece, sono tenuti su con gli spilli, ed a questi andrà naturalmente il pensiero dei loro autori.
Unicuique suum, ma sarebbe meglio che Smith lo rileggessimo, e sarebbe meglissimo che lo capissimo.
(...e caso mai vi venisse in mente la solita stronzata ("ma oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiina!"), facendo quello che vi ho chiesto di fare (cioè leggendo Smith) vedrete che due pagine dopo parla del commercio fra Londra e Calcutta. Vale la pena di leggerlo, Smith...)
(...mi ha fatto pensare a questo episodio, che volevo tenere per me, una lettera di Pettis, al quale mi accingo a mandare per un "chennepenZa" il mio ultimo paper sugli spilli... anzi, no, scusate: sui chiodi! Stateve bbuone, che io torno a montare chilometri e chilometri di Billy... Sì, quello dell'IKEA. Fine pena mai...)
giovedì 2 aprile 2015
Public engagement e spending review (in no particular order)
(... vi ricordate la SUA?...)
Eh, vorrei proprio incontrare uno dei simpatici pasdaran della spending review! Oggi ho sentito perfino Luigi Paganetto, persona normalmente molto sensata, dire alla radio che "sì, certo, a quanto pare lo scorso anno il rapporto deficit/PIL in Italia ha sfiorato (o sforato?) la soglia del 3% [#GAC, aggiungerei...], ma per fortuna il governo ha in mano uno strumento potente: la spending review".
A me quando si usano parole straniere superflue già girano di default (!), ma fosse questo il problema! Il problema è un altro, e lo sappiamo. È veramente triste vedere illustri colleghi non andare oltre il livello di analisi del tassista del mio ultimo libro, quello che "sse sò magnati tutto". Ormai che il problema non sia esattamente "'a coruzzzzione de li politichi che sse sò magnati tutto" lo sanno in effetti tutti, con la limitata eccezione del famigerato areale stepposo alla periferia orientale della capitale, perché lo ha spiegato molto bene uno che se ne intende.
Ora, questo non è un dibattito puramente accademico (e se anche lo fosse, meriterebbe di essere fatto con serietà). Il problema è molto più concreto: quando si cura la malattia sbagliata e con la medicina sbagliata (per di più sapendo che è sbagliata), il risultato è la Grecia, e infatti la Grecia è fra noi, anche se forse non ce ne siamo accorti.
Oggi ero in dipartimento per organizzare questo incontro, al quale verranno presentati lavori piuttosto interessanti (tipo questo), e una delle nostre collaboratrici mi ha chiesto se mi ero reso conto di quello che gli è capitato. Una cosa molto semplice: da agosto scorso il loro stipendio è stato decurtato di 300 euro lordi per la soppressione dell'IMA, che, a differenza dell'IMU, erano soldi che entravano, non che uscivano (IMA sta per "Indennità mensile di Ateneo"). Per approfondire i torti e le ragioni di questa vicenda c'è Google, perché i giornali ne hanno parlato, anche se io non ne sapevo nulla, se non per un accenno molto partecipe del nuovo direttore di dipartimento quando ci siamo fatti gli auguri di Natale. Perché va anche considerato che con 300 euro di stipendio e 70 euro di buoni pasto in meno, non è che per il personale amministrativo il lavoro sia diminuito, anzi!
Al contrario!
Perché oltre alle cose che ci chiede il MEF ("sopprimete l'IMA"), poi ci sono anche le cose che ci chiede l'Europa (es.: "fate gare europee anche per soffiarvi il naso"). Una autostrada a tre corsie, lastricata di ottime intenzioni, che conduce verso l'inferno della burocrazia, dell'inefficienza, e degli stessi sprechi che ci si proporrebbe di evitare. Capita che si facciano aste competitive, per poi trovarsi a pagare abbonamenti a riviste scientifiche mille euro di più (e non di meno) di quanto accadeva prima (ma non eravamo in deflazione?), capita che quello che prima richiedeva una mezz'ora di lavoro e una telefonata (organizzare il coffee break di un convegno) oggi richieda tre preventivi fatti sul mercato telematico (del cappuccino al bar), con ovvia rottura di balle per i fornitori, che evidentemente te la mettono in conto, e dispendio enorme di energie per il personale, sottoposto infatti a lunghi e tortuosi percorsi di aggiornamento.
Eh, ma così, badate bene, se non sempre si risparmia, almeno si combatte l'idra della corruzione! Capirai, volessi mai fare la cresta sui miei fondi di ricerca per offrire un caffè a un collega...
Ma naturalmente non può mancare anche qui una spolveratina dell'ingrediente tanto caro ai nostri media, e ancor più caro ai nostri Quisling. Per lottare contro la corruzione, ad esempio, si è deciso che i segretari amministrativi, che sono il cardine di un dipartimento, la figura alla quale tutti noi facciamo capo per risolvere i nostri problemi organizzativi e di finanziamento della ricerca, adesso potranno fare al più due turni, e poi dovranno "ruotare": non su se stessi, ovviamente, fra dipartimenti! Motivo? Eh, perché il contatto con gli stessi docenti, forse, potrebbe corromperli! Questo significa che quando una persona che ha un ruolo dirigenziale e che comunque è sottoposta con frequenza a controlli da parte di organi di auditing interno ha cominciato a capire quali sono le esigenze dei docenti (che non sono le stesse in ogni campo della ricerca scientifica), e a stabilire un rapporto umano con loro, si riparte: altra persona, altri learning costs...
A beneficio di chi, o di che cosa, esattamente?
A beneficio di una interpretazione sbagliata della crisi, e di una concezione profondamente distorta del concetto di riforma.
Quello che mi interessa, di questa vicenda, ripeto, non sono i torti o le ragioni amministrative: se ci sono stati illeciti, ci penseranno i tribunali. Qui è la logica macroeconomica ad essere radicalmente errata. Curare la recessione coi tagli è un errore blu, e oggi lo ammette perfino chi ieri diceva il contrario. Chi non lo capisce, è perché non vuole capirlo, e anche per questo ci sarà un tribunale: quello della SStoria.
Naturalmente, siccome c'è la spendingriviù, c'è anche il pablichengeiggement... E cos'è? Questa è un'altra storia che ho imparato oggi, dai due colleghi che si sono presi sulle spalle la croce della SUA (Scheda Unica di Autovalutazione: acronimi e anglicismi, la libidine del moderno burocrate...). Dunque, pare che nella valutazione del dipartimento si debba anche considerare il suo impatto complessivo sulla società, e quindi:
Ganzo, no?
Ora, nota bene: l'approccio lo condivido, per carità.
Certo che è importante che l'Università dialoghi col mondo e che chi ci sta dentro magari provi a svolgere la sua funzione di intellettuale con un minimo di passione civile. Al simpatico Giorgio Rodano che nel seminario di presentazione del suo paper faceva estemporanee allusioni al fatto che un argomento serio come l'uscita dall'euro andava trattato da persone serie come lui (leggetevi il paper) e non con la logica del talk show, dove chi urla di più ha ragione, ho detto (sottovoce) che se il dibattito su una cosa così importante per la vita degli italiani era finito in mano a dei cialtroni (e qui ne abbiamo visti!) la colpa era essenzialmente dei nostri colleghi, che si erano rifiutati, per pavidità o conformismo, di svolgere la propria funzione di intellettuali.
Va bene così?
Altrimenti posso dirlo in modo più chiaro, ma sempre senza urlare... non è mia intenzione offendere il timpano di Rodano, del quale avevo un caro ricordo essendo stato mio insegnante di qualcosa al dottorato, e che fra l'altro è stato così cortese da citarmi nel suo lavoro, anche se in pessima compagnia (la differenza fra la lana e la cioccolata è evidentemente difficile da apprezzare, ma passons...).
Quindi, per carità, benissimo una valutazione complessiva, che ci adegua fra l'altro agli standard internazionali. Tanto per dirvi, una delle prime volte che incontrai Brigitte Granville, lei mi ringraziava molto, e io non capivo esattamente di cosa. Poi ho capito che avendola citata nel mio blog, che è piuttosto visibile anche in termini scientifici, avevo in qualche modo contribuito ad alzarle il punteggio nella sua SUA, e ho così potuto constatare che alla Queen Mary di Londra tengono conto dell'impatto che un economista ha nel dibattito. Ora cominciamo a farlo anche noi, ma, naturalmente, ogni dipartimento può presentare solo tre esempi di pablichengeiggement, se non capisco male. Come dire: ogni tanto si premia la qualità, e ogni tanto la quantità, senza che sia mai esattamente chiaro il perché o il per come si faccia una o l'altra cosa, ma non entro in questo.
Così, io che come sapete col pablichengeiggement ho poco a che fare, mi trovo nell'imbarazzo di decidere cosa sottoporre ai colleghi che poi dovranno scegliere cosa presentare al Ministero. Che so? Avere scritto un paio di bestseller? Avere il blog di economia più importante in Italia? Essere stato ascoltato dalla Commissione Finanze? Avere organizzato conferenze internazionali aperte alla cittadinanza, cui hanno assistito centinaia di persone? Avere partecipato a decine di incontri pubblici? Essere ospite ricorrente di trasmissioni televisive nazionali?
Secondo voi, nella testa di un burocrate, che cos'è più importante?
Ecco, io vorrei veramente mettere nella mia shortlist qualcuno dei nostri convegni, di quei convegni che non avrei mai potuto organizzare senza l'aiuto efficace, generoso e professionale delle persone alle quali, come vi ho appena detto, ad agosto è stato tagliato un po' più del 20% dello stipendio...
(...ricordo quando all'inizio io ammonivo, e qualche lettore diceva: "Ma in Italia non sono stati tagliati gli stipendi!" Ecco: ora l'avete visto. Serve altro? Sì, forse serve che lo facciano a voi, perché se lo fanno a un dipendente pubblico, eh, si sa, quello è fannullone, gli sta bene! Dai, che lo so che anche fra di voi c'è qualcuno che lo pensa... E allora sappiate che da tutto il porco mondo, dal Wisconsin all'Uttar Pradesh, dal Brabante alla Catalogna, dall'Estonia all'Ulster, mi hanno tutti - capito: tutti! - fatto i complimenti per la qualità del personale amministrativo del nostro dipartimento, che per me è anche, come lo siete voi, un po' la mia famiglia. Quindi "fannulloni" non direi. Aprite gli occhi, in nome di Dio, perché sulla croce potreste finirci anche voi. La stagione, in effetti, è questa...)
(...secondo voi questo conta come pablichengeiggement?... Non lo so. Quello che so è che alla fine faremo tutto un conto. Sarà uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. La riviù la faremo noi, e decideremo - democraticamente - noi cosa fare di chi ci ha venduto. Pacatamente, serenamente e democraticamente, lo ripeto, caso mai non fosse chiaro. Ma è chiaro, no, Marco? È chiaro, vero, Jorg? Ecco: basta che sse capimo noi....)
Eh, vorrei proprio incontrare uno dei simpatici pasdaran della spending review! Oggi ho sentito perfino Luigi Paganetto, persona normalmente molto sensata, dire alla radio che "sì, certo, a quanto pare lo scorso anno il rapporto deficit/PIL in Italia ha sfiorato (o sforato?) la soglia del 3% [#GAC, aggiungerei...], ma per fortuna il governo ha in mano uno strumento potente: la spending review".
A me quando si usano parole straniere superflue già girano di default (!), ma fosse questo il problema! Il problema è un altro, e lo sappiamo. È veramente triste vedere illustri colleghi non andare oltre il livello di analisi del tassista del mio ultimo libro, quello che "sse sò magnati tutto". Ormai che il problema non sia esattamente "'a coruzzzzione de li politichi che sse sò magnati tutto" lo sanno in effetti tutti, con la limitata eccezione del famigerato areale stepposo alla periferia orientale della capitale, perché lo ha spiegato molto bene uno che se ne intende.
Ora, questo non è un dibattito puramente accademico (e se anche lo fosse, meriterebbe di essere fatto con serietà). Il problema è molto più concreto: quando si cura la malattia sbagliata e con la medicina sbagliata (per di più sapendo che è sbagliata), il risultato è la Grecia, e infatti la Grecia è fra noi, anche se forse non ce ne siamo accorti.
Oggi ero in dipartimento per organizzare questo incontro, al quale verranno presentati lavori piuttosto interessanti (tipo questo), e una delle nostre collaboratrici mi ha chiesto se mi ero reso conto di quello che gli è capitato. Una cosa molto semplice: da agosto scorso il loro stipendio è stato decurtato di 300 euro lordi per la soppressione dell'IMA, che, a differenza dell'IMU, erano soldi che entravano, non che uscivano (IMA sta per "Indennità mensile di Ateneo"). Per approfondire i torti e le ragioni di questa vicenda c'è Google, perché i giornali ne hanno parlato, anche se io non ne sapevo nulla, se non per un accenno molto partecipe del nuovo direttore di dipartimento quando ci siamo fatti gli auguri di Natale. Perché va anche considerato che con 300 euro di stipendio e 70 euro di buoni pasto in meno, non è che per il personale amministrativo il lavoro sia diminuito, anzi!
Al contrario!
Perché oltre alle cose che ci chiede il MEF ("sopprimete l'IMA"), poi ci sono anche le cose che ci chiede l'Europa (es.: "fate gare europee anche per soffiarvi il naso"). Una autostrada a tre corsie, lastricata di ottime intenzioni, che conduce verso l'inferno della burocrazia, dell'inefficienza, e degli stessi sprechi che ci si proporrebbe di evitare. Capita che si facciano aste competitive, per poi trovarsi a pagare abbonamenti a riviste scientifiche mille euro di più (e non di meno) di quanto accadeva prima (ma non eravamo in deflazione?), capita che quello che prima richiedeva una mezz'ora di lavoro e una telefonata (organizzare il coffee break di un convegno) oggi richieda tre preventivi fatti sul mercato telematico (del cappuccino al bar), con ovvia rottura di balle per i fornitori, che evidentemente te la mettono in conto, e dispendio enorme di energie per il personale, sottoposto infatti a lunghi e tortuosi percorsi di aggiornamento.
Eh, ma così, badate bene, se non sempre si risparmia, almeno si combatte l'idra della corruzione! Capirai, volessi mai fare la cresta sui miei fondi di ricerca per offrire un caffè a un collega...
Ma naturalmente non può mancare anche qui una spolveratina dell'ingrediente tanto caro ai nostri media, e ancor più caro ai nostri Quisling. Per lottare contro la corruzione, ad esempio, si è deciso che i segretari amministrativi, che sono il cardine di un dipartimento, la figura alla quale tutti noi facciamo capo per risolvere i nostri problemi organizzativi e di finanziamento della ricerca, adesso potranno fare al più due turni, e poi dovranno "ruotare": non su se stessi, ovviamente, fra dipartimenti! Motivo? Eh, perché il contatto con gli stessi docenti, forse, potrebbe corromperli! Questo significa che quando una persona che ha un ruolo dirigenziale e che comunque è sottoposta con frequenza a controlli da parte di organi di auditing interno ha cominciato a capire quali sono le esigenze dei docenti (che non sono le stesse in ogni campo della ricerca scientifica), e a stabilire un rapporto umano con loro, si riparte: altra persona, altri learning costs...
A beneficio di chi, o di che cosa, esattamente?
A beneficio di una interpretazione sbagliata della crisi, e di una concezione profondamente distorta del concetto di riforma.
Quello che mi interessa, di questa vicenda, ripeto, non sono i torti o le ragioni amministrative: se ci sono stati illeciti, ci penseranno i tribunali. Qui è la logica macroeconomica ad essere radicalmente errata. Curare la recessione coi tagli è un errore blu, e oggi lo ammette perfino chi ieri diceva il contrario. Chi non lo capisce, è perché non vuole capirlo, e anche per questo ci sarà un tribunale: quello della SStoria.
Naturalmente, siccome c'è la spendingriviù, c'è anche il pablichengeiggement... E cos'è? Questa è un'altra storia che ho imparato oggi, dai due colleghi che si sono presi sulle spalle la croce della SUA (Scheda Unica di Autovalutazione: acronimi e anglicismi, la libidine del moderno burocrate...). Dunque, pare che nella valutazione del dipartimento si debba anche considerare il suo impatto complessivo sulla società, e quindi:
Ganzo, no?
Ora, nota bene: l'approccio lo condivido, per carità.
Certo che è importante che l'Università dialoghi col mondo e che chi ci sta dentro magari provi a svolgere la sua funzione di intellettuale con un minimo di passione civile. Al simpatico Giorgio Rodano che nel seminario di presentazione del suo paper faceva estemporanee allusioni al fatto che un argomento serio come l'uscita dall'euro andava trattato da persone serie come lui (leggetevi il paper) e non con la logica del talk show, dove chi urla di più ha ragione, ho detto (sottovoce) che se il dibattito su una cosa così importante per la vita degli italiani era finito in mano a dei cialtroni (e qui ne abbiamo visti!) la colpa era essenzialmente dei nostri colleghi, che si erano rifiutati, per pavidità o conformismo, di svolgere la propria funzione di intellettuali.
Va bene così?
Altrimenti posso dirlo in modo più chiaro, ma sempre senza urlare... non è mia intenzione offendere il timpano di Rodano, del quale avevo un caro ricordo essendo stato mio insegnante di qualcosa al dottorato, e che fra l'altro è stato così cortese da citarmi nel suo lavoro, anche se in pessima compagnia (la differenza fra la lana e la cioccolata è evidentemente difficile da apprezzare, ma passons...).
Quindi, per carità, benissimo una valutazione complessiva, che ci adegua fra l'altro agli standard internazionali. Tanto per dirvi, una delle prime volte che incontrai Brigitte Granville, lei mi ringraziava molto, e io non capivo esattamente di cosa. Poi ho capito che avendola citata nel mio blog, che è piuttosto visibile anche in termini scientifici, avevo in qualche modo contribuito ad alzarle il punteggio nella sua SUA, e ho così potuto constatare che alla Queen Mary di Londra tengono conto dell'impatto che un economista ha nel dibattito. Ora cominciamo a farlo anche noi, ma, naturalmente, ogni dipartimento può presentare solo tre esempi di pablichengeiggement, se non capisco male. Come dire: ogni tanto si premia la qualità, e ogni tanto la quantità, senza che sia mai esattamente chiaro il perché o il per come si faccia una o l'altra cosa, ma non entro in questo.
Così, io che come sapete col pablichengeiggement ho poco a che fare, mi trovo nell'imbarazzo di decidere cosa sottoporre ai colleghi che poi dovranno scegliere cosa presentare al Ministero. Che so? Avere scritto un paio di bestseller? Avere il blog di economia più importante in Italia? Essere stato ascoltato dalla Commissione Finanze? Avere organizzato conferenze internazionali aperte alla cittadinanza, cui hanno assistito centinaia di persone? Avere partecipato a decine di incontri pubblici? Essere ospite ricorrente di trasmissioni televisive nazionali?
Secondo voi, nella testa di un burocrate, che cos'è più importante?
Ecco, io vorrei veramente mettere nella mia shortlist qualcuno dei nostri convegni, di quei convegni che non avrei mai potuto organizzare senza l'aiuto efficace, generoso e professionale delle persone alle quali, come vi ho appena detto, ad agosto è stato tagliato un po' più del 20% dello stipendio...
(...ricordo quando all'inizio io ammonivo, e qualche lettore diceva: "Ma in Italia non sono stati tagliati gli stipendi!" Ecco: ora l'avete visto. Serve altro? Sì, forse serve che lo facciano a voi, perché se lo fanno a un dipendente pubblico, eh, si sa, quello è fannullone, gli sta bene! Dai, che lo so che anche fra di voi c'è qualcuno che lo pensa... E allora sappiate che da tutto il porco mondo, dal Wisconsin all'Uttar Pradesh, dal Brabante alla Catalogna, dall'Estonia all'Ulster, mi hanno tutti - capito: tutti! - fatto i complimenti per la qualità del personale amministrativo del nostro dipartimento, che per me è anche, come lo siete voi, un po' la mia famiglia. Quindi "fannulloni" non direi. Aprite gli occhi, in nome di Dio, perché sulla croce potreste finirci anche voi. La stagione, in effetti, è questa...)
(...secondo voi questo conta come pablichengeiggement?... Non lo so. Quello che so è che alla fine faremo tutto un conto. Sarà uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. La riviù la faremo noi, e decideremo - democraticamente - noi cosa fare di chi ci ha venduto. Pacatamente, serenamente e democraticamente, lo ripeto, caso mai non fosse chiaro. Ma è chiaro, no, Marco? È chiaro, vero, Jorg? Ecco: basta che sse capimo noi....)
mercoledì 1 aprile 2015
"Tanto ormai svalutare è inutile...": una nota sulla Grecia
Si sente dire spesso: "Eh, ma tanto, ormai, svalutare a che serve? Siamo finiti, anche se il prezzo dei nostri prodotti in valuta estera scendesse per effetto di un aggiustamento del cambio, noi ormai siamo estenuati, sfiniti, distrutti, frantumati, poverizzati, annichiliti, sconfitti, inerti... Il nostro apparato produttivo è stato raso al suolo... E allora, le nostre esportazioni non reagirebbero, e la situazione non cambierebbe, semplicemente perché nessuno sta più producendo niente, e quindi, se anche il prezzo di quello che non viene prodotto scendesse, nessuno potrebbe acquistarlo dall'estero, perché nessuno avrebbe prodotto qualcosa da acquistare, dal momento che noi ormai siamo estenuati, sfiniti, distrutti, frantumati, poverizzati, annichiliti, sconfitti, inerti..."
Come sapete, ho ribattezzato questa genia di imbecilli "tantormaisti", dal loro mantra: "tanto, ormai...".
Ora, ci sono i dilettanti, e i professionisti. Il dilettante raglia, al bar. Il professionista va a vedere. Qual è l'esempio di paese che negli ultimi anni ha subito la distruzione più massiccia di base industriale? Verosimilmente il più gran successo dell'euro, la Grecia, almeno a giudicare dalla traiettoria del suo PIL:
Niente male, eh? Per inciso: sono dati trimestrali non destagionalizzati, e quindi vedete due fonti di variazione: il ciclo economico (se vogliamo chiamare così la deliberata distruzione di un popolo), che ha un periodo più lungo, e quello stagionale, che si ripete ogni quattro dati (in forme non sempre identiche).
Ora, se i "tantormaisti" avessero ragione, verso la fine del campione, quando vediamo che la Grecia è distrutta, dovremmo assistere a un brusco calo dell'elasticità delle sue esportazioni rispetto al tasso di cambio reale, cioè rispetto al rapporto fra prezzi greci e prezzi esteri. Perché, attenzione, nel ragionamento dei tantormaisti c'è anche un'altra fallacia logica, piuttosto evidente. Se il problema fosse la distruzione della base industriale, ne conseguirebbe che nessun calo dei prezzi dei beni nazionali per l'acquirente estero sortirebbe effetti: né quello determinato da un aggiustamento del cambio (che renderebbe più conveniente la valuta nazionale, anche a parità di prezzo in valuta nazionale), né quello determinato dalla svalutazione interna, cioè della diminuzione dei salari espressi in valuta nazionale (che renderebbe comunque più convenienti i beni per l'acquirente estero). Quello che conta, nella valutazione, è comunque il rapporto fra prezzi nazionali ed esteri espressi nella stessa valuta, cioè il tasso di cambio reale (del quale abbiamo parlato qui).
E allora, il professionista cosa fa?
Semplice: stima una equazione delle esportazioni e vede se i suoi parametri sono stabili. E facciamolo, dai...
Uno dei modi per verificare se un modello resta stabile nel tempo è un po' laborioso, ma provo a spiegarvelo.
1) si prendono i primi n fra i T dati a disposizione, e si usa il modello per prevedere il dato n+1;
2) si calcola l'errore di previsione, poi:
3) si prendono i primi n+1 fra i T dati a disposizione, e si usa il modello per prevedere il dato n+2;
4) si calcola l'errore di previsione, poi:
5) si prendono i primi n+2 fra i T dati a disposizione, e si usa il modello per prevedere il dato n+3;
...
Insomma: avete capito: una bella rottura di zenzeri, se non fosse che ci pensa lui, er compiuter...
Il risultato è che ti trovi con T-n errori di previsione "un passo avanti". Se i parametri del modello cambiassero (ad esempio, se le esportazioni reagissero ai prezzi in modo diverso da un periodo al successivo), ovviamente ti troveresti una serie di errori di previsione significativi e tendenzialmente sistematici (cioè tutti positivi o tutti negativi). Per verificare che questo non accada si fa una cosa molto semplice: si sommano questi errori. Se gli errori positivi compensano quelli negativi, la somma cumulata (CUmulated SUM, CUSUM) di tutti gli errori di previsione resta attorno a zero, e questo indica che il modello non è distorto, cioè che i suoi parametri sono stabili nel tempo. Se invece la somma parte verso l'alto o verso il basso, vuol dire che la struttura dell'economia è cambiata, e che a partire da un certo punto stai prevedendo il futuro usando parametri "sbagliati" (cioè non più al passo coi tempi).
E cosa succede con le esportazioni greche?
Questo:
La somma cumulata degli errori di previsione "one step ahead" del modello, calcolati dal secondo trimestre del 1997 alla fine del 2014, resta sostanzialmente attorno allo zero, non se ne discosta in modo statisticamente significativo (questo succederebbe se la spezzata blu superasse una delle due sottili linee rosse...).
Insomma: l'economia greca è crollata, ma la struttura dell'equazione delle esportazioni pare sia rimasta stabile: non c'e indicazione che si accumulino errori significativi e sistematici.
E cosa succede all'elasticità delle esportazioni al prezzo? Nelle stime, è intorno a -1.1 (il che significa che la condizione di Marshall-Lerner è rispettata a prescindere da quello che succede alle importazioni, cioè che una svalutazione migliora il saldo commerciale greco). Ma... ci sono segni che questa elasticità, a mano a mano che nuovi dati si rendono disponibili, stia diminuendo? Anche questo lo si può andare a vedere, basta calcolare questa elasticità su campioni progressivamente più ampi, e vedere se aumentando il campione tende ad andare verso zero.
Il grafico è questo:
All'inizio c'è un po' di variabilità (è anche lecito aspettarsela: poche osservazioni per la stima, e grandi cambiamenti di struttura nel sistema economico europeo, con l'avvio dello scellerato progetto eurista), ma dall'entrata della grecia nell'euro (2001) l'elasticità delle sue esportazioni ai prezzi si piazza a -1.1, e lì rimane.
Mai visto un coefficiente così stabile in 25 anni di analisi empiriche: un'elasticità di basalto!
Ma allora i "tantormaisti" di cosa parlano, esattamente?
Voi riuscite a capirlo?
Io no.
Una cosa però la capisco: se il loro mantra ("tanto ormai...") non vale per la Grecia, che oggettivamente ha subito uno shock maggiore del nostro, tanto meno dovrà valere per noi, no? Quindi forse sarebbe il caso di smetterla con questa menata che un aggiustamento del cambio di una ipotetica nuova valuta nazionale non ci sarebbe di aiuto perché "tanto ormai...".
Chi li paga, i tantormaisti? Chi li manda? Forse nessuno. Sarà semplicemente la libidine di mostrarsi "espertoni" su Twitter che li spinge ad esporsi in analisi tanto azzardate, e così prive di fondamento empirico. Vanno saputi capire: ego fragile, infanzia difficile... E poi il FMI, in termini di analisi farlocche, ha fatto di molto peggio, come abbiamo appena visto.
Per carità, tutto comprendere è tutto perdonare!
Basta che sia chiaro anche qui quello che è chiaro all'estero: se si vuole capire come stanno le cose, meglio rivolgersi a un professionista che a un tantormaista...
Come sapete, ho ribattezzato questa genia di imbecilli "tantormaisti", dal loro mantra: "tanto, ormai...".
Ora, ci sono i dilettanti, e i professionisti. Il dilettante raglia, al bar. Il professionista va a vedere. Qual è l'esempio di paese che negli ultimi anni ha subito la distruzione più massiccia di base industriale? Verosimilmente il più gran successo dell'euro, la Grecia, almeno a giudicare dalla traiettoria del suo PIL:
Niente male, eh? Per inciso: sono dati trimestrali non destagionalizzati, e quindi vedete due fonti di variazione: il ciclo economico (se vogliamo chiamare così la deliberata distruzione di un popolo), che ha un periodo più lungo, e quello stagionale, che si ripete ogni quattro dati (in forme non sempre identiche).
Ora, se i "tantormaisti" avessero ragione, verso la fine del campione, quando vediamo che la Grecia è distrutta, dovremmo assistere a un brusco calo dell'elasticità delle sue esportazioni rispetto al tasso di cambio reale, cioè rispetto al rapporto fra prezzi greci e prezzi esteri. Perché, attenzione, nel ragionamento dei tantormaisti c'è anche un'altra fallacia logica, piuttosto evidente. Se il problema fosse la distruzione della base industriale, ne conseguirebbe che nessun calo dei prezzi dei beni nazionali per l'acquirente estero sortirebbe effetti: né quello determinato da un aggiustamento del cambio (che renderebbe più conveniente la valuta nazionale, anche a parità di prezzo in valuta nazionale), né quello determinato dalla svalutazione interna, cioè della diminuzione dei salari espressi in valuta nazionale (che renderebbe comunque più convenienti i beni per l'acquirente estero). Quello che conta, nella valutazione, è comunque il rapporto fra prezzi nazionali ed esteri espressi nella stessa valuta, cioè il tasso di cambio reale (del quale abbiamo parlato qui).
E allora, il professionista cosa fa?
Semplice: stima una equazione delle esportazioni e vede se i suoi parametri sono stabili. E facciamolo, dai...
Uno dei modi per verificare se un modello resta stabile nel tempo è un po' laborioso, ma provo a spiegarvelo.
1) si prendono i primi n fra i T dati a disposizione, e si usa il modello per prevedere il dato n+1;
2) si calcola l'errore di previsione, poi:
3) si prendono i primi n+1 fra i T dati a disposizione, e si usa il modello per prevedere il dato n+2;
4) si calcola l'errore di previsione, poi:
5) si prendono i primi n+2 fra i T dati a disposizione, e si usa il modello per prevedere il dato n+3;
...
Insomma: avete capito: una bella rottura di zenzeri, se non fosse che ci pensa lui, er compiuter...
Il risultato è che ti trovi con T-n errori di previsione "un passo avanti". Se i parametri del modello cambiassero (ad esempio, se le esportazioni reagissero ai prezzi in modo diverso da un periodo al successivo), ovviamente ti troveresti una serie di errori di previsione significativi e tendenzialmente sistematici (cioè tutti positivi o tutti negativi). Per verificare che questo non accada si fa una cosa molto semplice: si sommano questi errori. Se gli errori positivi compensano quelli negativi, la somma cumulata (CUmulated SUM, CUSUM) di tutti gli errori di previsione resta attorno a zero, e questo indica che il modello non è distorto, cioè che i suoi parametri sono stabili nel tempo. Se invece la somma parte verso l'alto o verso il basso, vuol dire che la struttura dell'economia è cambiata, e che a partire da un certo punto stai prevedendo il futuro usando parametri "sbagliati" (cioè non più al passo coi tempi).
E cosa succede con le esportazioni greche?
Questo:
La somma cumulata degli errori di previsione "one step ahead" del modello, calcolati dal secondo trimestre del 1997 alla fine del 2014, resta sostanzialmente attorno allo zero, non se ne discosta in modo statisticamente significativo (questo succederebbe se la spezzata blu superasse una delle due sottili linee rosse...).
Insomma: l'economia greca è crollata, ma la struttura dell'equazione delle esportazioni pare sia rimasta stabile: non c'e indicazione che si accumulino errori significativi e sistematici.
E cosa succede all'elasticità delle esportazioni al prezzo? Nelle stime, è intorno a -1.1 (il che significa che la condizione di Marshall-Lerner è rispettata a prescindere da quello che succede alle importazioni, cioè che una svalutazione migliora il saldo commerciale greco). Ma... ci sono segni che questa elasticità, a mano a mano che nuovi dati si rendono disponibili, stia diminuendo? Anche questo lo si può andare a vedere, basta calcolare questa elasticità su campioni progressivamente più ampi, e vedere se aumentando il campione tende ad andare verso zero.
Il grafico è questo:
All'inizio c'è un po' di variabilità (è anche lecito aspettarsela: poche osservazioni per la stima, e grandi cambiamenti di struttura nel sistema economico europeo, con l'avvio dello scellerato progetto eurista), ma dall'entrata della grecia nell'euro (2001) l'elasticità delle sue esportazioni ai prezzi si piazza a -1.1, e lì rimane.
Mai visto un coefficiente così stabile in 25 anni di analisi empiriche: un'elasticità di basalto!
Ma allora i "tantormaisti" di cosa parlano, esattamente?
Voi riuscite a capirlo?
Io no.
Una cosa però la capisco: se il loro mantra ("tanto ormai...") non vale per la Grecia, che oggettivamente ha subito uno shock maggiore del nostro, tanto meno dovrà valere per noi, no? Quindi forse sarebbe il caso di smetterla con questa menata che un aggiustamento del cambio di una ipotetica nuova valuta nazionale non ci sarebbe di aiuto perché "tanto ormai...".
Chi li paga, i tantormaisti? Chi li manda? Forse nessuno. Sarà semplicemente la libidine di mostrarsi "espertoni" su Twitter che li spinge ad esporsi in analisi tanto azzardate, e così prive di fondamento empirico. Vanno saputi capire: ego fragile, infanzia difficile... E poi il FMI, in termini di analisi farlocche, ha fatto di molto peggio, come abbiamo appena visto.
Per carità, tutto comprendere è tutto perdonare!
Basta che sia chiaro anche qui quello che è chiaro all'estero: se si vuole capire come stanno le cose, meglio rivolgersi a un professionista che a un tantormaista...
KPD8: l'IMF e il moltiplicatore della Grecia
(...lo volevate il post tecnico?)
Ma come sarà venuto in mente al Fondo Monetario Internazionale di ipotizzare per la Grecia un moltiplicatore di 0.5?
Quando lo hanno fatto? Tre anni or sono, nel definire il programma al quale la Grecia si doveva piegare per ottenere un'estensione dei finanziamenti del Fondo.
E perché questa ipotesi è assurda? Ne parliamo subito, ma prima vorrei ricordare a chi si fosse messo in ascolto in questo momento che una discussione tecnica di cosa sia il moltiplicatore si trova qui e nei precedenti numeri della serie KPD (Keynesianesimo Per le Dame: googlate e vi sarà aperto...).
In estrema sintesi, il moltiplicatore è un numero che esprime l'impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro.
I motivi politici della palese sottostima del moltiplicatore greco da parte del FMI sono quindi evidenti, e per voi non sono certo una sorpresa (e non sono certo io il primo a evidenziarli: sicuramente qualcun altro lo avrà fatto). Nel momento in cui il comitato d'affari dei creditori internazionali aveva bisogno di estrarre risorse dal popolo greco (aumentando imposte, diminuendo spese) per ripianare i problemi delle banche del Nord, era essenziale insufflare l'idea che questi tagli non avrebbero danneggiato "troppo" l'economia greca. Nota bene: che questa fosse una valutazione prettamente politica, volta a far accettare al governo greco misure estremamente pericolose (come poi i fatti hanno provato), e sostanzialmente errata dal punto di vista tecnico, il FMI ovviamente lo sapeva, e, come ogni buon operatore finanziario, nel momento in cui ti tira il pacco, lo aveva anche scritto nel "contratto", ma... in caratteri piccoli!
Non ci credete? E allora andate a p. 2 del documento che vi ho linkato. Ci troverete questo:
"Nel caso che il moltiplicatore fiscale sia più grande il risultato più probabile sarebbe una recessione maggiore e un rapporto debito/Pil più alto"... La dott.ssa Arcazzo andrebbe in estasi, leggendo questo disclaimer.
Chiaro, no? Come al solito, chi ci massacra non solo sa quello che sta facendo, ma ce lo dice anche (se pure in corpo 7). Il punto, spero lo afferriate, è che lo stesso FMI ci dice che l'ipotesi di considerare un moltiplicatore di 0.5 per valutare l'impatto del "programma" (e quindi per prevedere le future traiettorie del rapporto debito/PIL), non era un'ipotesi prudenziale, ma anzi era sbilanciata nel senso di fornire una valutazione eccessivamente ottimistica del programma stesso, cioè della riduzione del rapporto debito/PIL che l'austerità avrebbe provocato. E infatti, come ora tutti sappiamo, le valutazioni emesse all'epoca furono clamorosamente toppate. Il debito sarebbe dovuto andare al 167% del Pil nel 2013 per poi diminuire, e invece andò al 175% del Pil per poi restarci (l'ultima valutazione che ho per il 2014 è di 174%).
Ma... attenzione!
Non ci sono solo le cose scritte in caratteri piccoli!
Siccome loro sapevano che il "programma" avrebbe fallito rispetto agli obiettivi dichiarati, che cosa fecero, nella parte scritta in caratteri grandi? Semplice: diedero in anticipo la colpa alla vittima:
"Eh, certo, cari greci, che se l'austerità è incompleta, se non ne fate abbastanza, se non privatizzate abbastanze, se ritardate le riforme strutturali, il programma non funzionerà, ma la colpa mica è nostra - che usiamo un moltiplicatore visibilmente sottostimato! - ma vostra, che siete dei lazzaroni!"
Bello, vero? Eh, sono sempre i dettagli che fanno la delizia dell'intenditore, e voi che mi seguite ormai camminate in un giardino incantato, dove ogni recesso offre interminate scaturigini di diletto...
Ora voi direte: ma non potrebbero essersi sbagliati per motivi non politici? In fondo, chi lo sa quant'è il moltiplicatore greco?
Eh, qui appunto casca l'asinello...
Perché, insomma, voi mica crederete, come il nostro amico Michele, l'intenditore, che la Grecia sia un paese tutto feta e distintivo? Ha le sue università, la sua banca centrale, i suoi economisti, ai quali l'economia del loro paese interessa, e che quindi la studiano. Ne consegue che al tempo in cui i nostri amikoni del FMI emettevano la loro valutazione dichiaratamente non prudenziale e assolutamente scissa da qualsiasi analisi dei dati, esisteva un profluvio di letteratura più o meno aggiornata che forniva stime basate sui dati. Una piccola sintesi, dovuta all'alacre Christian, la trovate qui:
E allora, cosa si sapeva del moliplicatore fiscale in Grecia, all'epoca in cui il FMI lo stimava imprudenzialmente a 0.5? Si sapeva, dalla letteratura scientifica, che era mediamente tre volte tanto!
Chiaro adesso perché parlavo di ipotesi assurda?
Attenzione. Non tutti questi studi hanno passato una pirreviù, questo va detto (per i cretini). Non l'ha passata questo, ad esempio, ma questo sì, e se Papadimitriou (che poi sarebbe il coautore di Gennaro Zezza) è un pericoloso estremista postkeynesiano, Sideris e Zonzilos, per i quali il moltiplicatore è il triplo che per il FMI, sono funzionari della Banca nazionale. Nessun cherry picking: rossi, neri, gialli, verdi, quale che sia il loro colore, quali che siano i dati, quali che siano i metodi, quale che sia la data di pubblicazione, tutti questi studi dicono (cioè dicevano) che la stima del FMI era distorta al ribasso e quindi estremamente poco prudenziale.
Ci siamo?
E noi che diciamo? Be', noi diciamo questo:
cioè questo:
col nostro modello (in costruzione). Se ci fate caso, anche a noi i dati dicono quello che dicono ai colleghi (esclusi quelli profumatamente pagati dal FMI): il moltiplicatore oscilla fra 1.4 e 1.6 (nota che noi stiamo usando dati trimestrali non destagionalizzati, perché quelli destagionalizzati fanno pietà e misericordia, e quindi il moltiplicatore risente della variabilità stagionale). Se i dati dicono a tutti la stessa cosa, vuol dire che quella cosa non ci si riesce proprio a non fargliela dire...
Poi, se ho tempo, vi faccio vedere anche le elasticità sottostanti, entriamo nel tecnico, in modo tale che chi ritiene di divertirsi così possa divertirsi. Ma per concludere, mi permettete di richiamare la vostra attenzione su un dato evidente? La vita e la dignità di migliaia di nostri simili sono state schiacciate in base alla scelta di un numeretto che ad addetti ai lavori non poteva non sembrare palesemente assurdo. Nessuno studio empirico supportava una scelta simile, e anche quelli che la compirono, questa scelta, sapevano quanto fosse tendenziosa ed errata, tant'è vero che lo scrissero pure (non sia mai gli venisse fatto notare in seguito che erano stati poco scrupolosi), ma a caratteri piccolini.
Ecco.
E ora un piccolo sforzo di immaginazione...
Pensate alle madri separate dai figli, e poi pensate a quattro pirla che viaggiano a 15000 dollari al mese esentasse.
Il mondo è bello perché è vario.
(...ovviamente, se avete letto fra le righe, la buona notizia è che cominciano ad arrivare le domande giuste. Le risposte le danno i dati...)
Ma come sarà venuto in mente al Fondo Monetario Internazionale di ipotizzare per la Grecia un moltiplicatore di 0.5?
Quando lo hanno fatto? Tre anni or sono, nel definire il programma al quale la Grecia si doveva piegare per ottenere un'estensione dei finanziamenti del Fondo.
E perché questa ipotesi è assurda? Ne parliamo subito, ma prima vorrei ricordare a chi si fosse messo in ascolto in questo momento che una discussione tecnica di cosa sia il moltiplicatore si trova qui e nei precedenti numeri della serie KPD (Keynesianesimo Per le Dame: googlate e vi sarà aperto...).
In estrema sintesi, il moltiplicatore è un numero che esprime l'impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro.
I motivi politici della palese sottostima del moltiplicatore greco da parte del FMI sono quindi evidenti, e per voi non sono certo una sorpresa (e non sono certo io il primo a evidenziarli: sicuramente qualcun altro lo avrà fatto). Nel momento in cui il comitato d'affari dei creditori internazionali aveva bisogno di estrarre risorse dal popolo greco (aumentando imposte, diminuendo spese) per ripianare i problemi delle banche del Nord, era essenziale insufflare l'idea che questi tagli non avrebbero danneggiato "troppo" l'economia greca. Nota bene: che questa fosse una valutazione prettamente politica, volta a far accettare al governo greco misure estremamente pericolose (come poi i fatti hanno provato), e sostanzialmente errata dal punto di vista tecnico, il FMI ovviamente lo sapeva, e, come ogni buon operatore finanziario, nel momento in cui ti tira il pacco, lo aveva anche scritto nel "contratto", ma... in caratteri piccoli!
Non ci credete? E allora andate a p. 2 del documento che vi ho linkato. Ci troverete questo:
"Nel caso che il moltiplicatore fiscale sia più grande il risultato più probabile sarebbe una recessione maggiore e un rapporto debito/Pil più alto"... La dott.ssa Arcazzo andrebbe in estasi, leggendo questo disclaimer.
Chiaro, no? Come al solito, chi ci massacra non solo sa quello che sta facendo, ma ce lo dice anche (se pure in corpo 7). Il punto, spero lo afferriate, è che lo stesso FMI ci dice che l'ipotesi di considerare un moltiplicatore di 0.5 per valutare l'impatto del "programma" (e quindi per prevedere le future traiettorie del rapporto debito/PIL), non era un'ipotesi prudenziale, ma anzi era sbilanciata nel senso di fornire una valutazione eccessivamente ottimistica del programma stesso, cioè della riduzione del rapporto debito/PIL che l'austerità avrebbe provocato. E infatti, come ora tutti sappiamo, le valutazioni emesse all'epoca furono clamorosamente toppate. Il debito sarebbe dovuto andare al 167% del Pil nel 2013 per poi diminuire, e invece andò al 175% del Pil per poi restarci (l'ultima valutazione che ho per il 2014 è di 174%).
Ma... attenzione!
Non ci sono solo le cose scritte in caratteri piccoli!
Siccome loro sapevano che il "programma" avrebbe fallito rispetto agli obiettivi dichiarati, che cosa fecero, nella parte scritta in caratteri grandi? Semplice: diedero in anticipo la colpa alla vittima:
"Eh, certo, cari greci, che se l'austerità è incompleta, se non ne fate abbastanza, se non privatizzate abbastanze, se ritardate le riforme strutturali, il programma non funzionerà, ma la colpa mica è nostra - che usiamo un moltiplicatore visibilmente sottostimato! - ma vostra, che siete dei lazzaroni!"
Bello, vero? Eh, sono sempre i dettagli che fanno la delizia dell'intenditore, e voi che mi seguite ormai camminate in un giardino incantato, dove ogni recesso offre interminate scaturigini di diletto...
Ora voi direte: ma non potrebbero essersi sbagliati per motivi non politici? In fondo, chi lo sa quant'è il moltiplicatore greco?
Eh, qui appunto casca l'asinello...
Perché, insomma, voi mica crederete, come il nostro amico Michele, l'intenditore, che la Grecia sia un paese tutto feta e distintivo? Ha le sue università, la sua banca centrale, i suoi economisti, ai quali l'economia del loro paese interessa, e che quindi la studiano. Ne consegue che al tempo in cui i nostri amikoni del FMI emettevano la loro valutazione dichiaratamente non prudenziale e assolutamente scissa da qualsiasi analisi dei dati, esisteva un profluvio di letteratura più o meno aggiornata che forniva stime basate sui dati. Una piccola sintesi, dovuta all'alacre Christian, la trovate qui:
E allora, cosa si sapeva del moliplicatore fiscale in Grecia, all'epoca in cui il FMI lo stimava imprudenzialmente a 0.5? Si sapeva, dalla letteratura scientifica, che era mediamente tre volte tanto!
Chiaro adesso perché parlavo di ipotesi assurda?
Attenzione. Non tutti questi studi hanno passato una pirreviù, questo va detto (per i cretini). Non l'ha passata questo, ad esempio, ma questo sì, e se Papadimitriou (che poi sarebbe il coautore di Gennaro Zezza) è un pericoloso estremista postkeynesiano, Sideris e Zonzilos, per i quali il moltiplicatore è il triplo che per il FMI, sono funzionari della Banca nazionale. Nessun cherry picking: rossi, neri, gialli, verdi, quale che sia il loro colore, quali che siano i dati, quali che siano i metodi, quale che sia la data di pubblicazione, tutti questi studi dicono (cioè dicevano) che la stima del FMI era distorta al ribasso e quindi estremamente poco prudenziale.
Ci siamo?
E noi che diciamo? Be', noi diciamo questo:
cioè questo:
col nostro modello (in costruzione). Se ci fate caso, anche a noi i dati dicono quello che dicono ai colleghi (esclusi quelli profumatamente pagati dal FMI): il moltiplicatore oscilla fra 1.4 e 1.6 (nota che noi stiamo usando dati trimestrali non destagionalizzati, perché quelli destagionalizzati fanno pietà e misericordia, e quindi il moltiplicatore risente della variabilità stagionale). Se i dati dicono a tutti la stessa cosa, vuol dire che quella cosa non ci si riesce proprio a non fargliela dire...
Poi, se ho tempo, vi faccio vedere anche le elasticità sottostanti, entriamo nel tecnico, in modo tale che chi ritiene di divertirsi così possa divertirsi. Ma per concludere, mi permettete di richiamare la vostra attenzione su un dato evidente? La vita e la dignità di migliaia di nostri simili sono state schiacciate in base alla scelta di un numeretto che ad addetti ai lavori non poteva non sembrare palesemente assurdo. Nessuno studio empirico supportava una scelta simile, e anche quelli che la compirono, questa scelta, sapevano quanto fosse tendenziosa ed errata, tant'è vero che lo scrissero pure (non sia mai gli venisse fatto notare in seguito che erano stati poco scrupolosi), ma a caratteri piccolini.
Ecco.
E ora un piccolo sforzo di immaginazione...
Pensate alle madri separate dai figli, e poi pensate a quattro pirla che viaggiano a 15000 dollari al mese esentasse.
Il mondo è bello perché è vario.
(...ovviamente, se avete letto fra le righe, la buona notizia è che cominciano ad arrivare le domande giuste. Le risposte le danno i dati...)
martedì 31 marzo 2015
Bruxelles, Europe
Spettacolo! Ci pensate ai marxisti dell'Illinois? "Bagnai libbberistaaaaaa....". Ma stradaje a ride! Vorrei far presente che alla convention che ha preso il nome dal mio libro io non avrei avuto nessuna difficoltà a parlare, se mi fosse stato chiesto di farlo, e avrei saputo cosa dire, e come dirlo, come sempre. In realtà mi era stato chiesto di tenermi libero, poi ha parlato Vladimiro, e bene così, che io ho da lavorare sul Grexit (peraltro, l'Italia può farcela, ma loro, i convenzionati, mica tanto...).
Io vado da chi mi chiama, il che rende sia il fatto che io parli, che quello che io non parli, in un determinato posto, un problema di chi mi ha invitato, o non mi ha invitato, ma in ogni caso non un problema mio.
Sono un europeo che gira l'Europa parlando in europeo con gli europei.
Any problems?
Se vedemo a Bràssels...
Post scriptum (ac post coenam...): tralascio il pedigree dell'Angus, sul quale Vinicio ci ha intrattenuto diffusamente (con mio grande piacere: dopo un seminario sull'euro del quale forse vi parlerò, finalmente qualcosa di serio...). Volevo solo dirvi che quando abbiamo organizzato INFER2014 ho conosciuto Carsten Holz, non esattamente uno di passaggio (era a Stanford quando ha iniziato la ricerca che abbiamo pubblicato nei nostri wp), e con un bel caratterino. Allora, siccome oggi c'è la Ciiiiiiina, ma io e lui ce ne eravamo accorti ieri, insieme a pochi altri occidentali, mi era capitato di citarlo nel mio libro:
e forse anche lui aveva visto qualcosa di mio in giro.
Parlando, mi chiedeva: "Ma tu ti occupi più di Cina?" E io: "Ma, veramente ho smesso, purtroppo ho sufficienti problemi di cui occuparmi qui". E lui: "Eppure è una cosa così semplice! Io ho studiato a Tubinga con Starbatty, e lui ce lo diceva a fine anni '80 che l'Europa non avrebbe mai potuto permettersi una moneta unica. È talmente ovvio...".
Appunto.
Io, siccome dopo Tigellone sono diventato un po' malfidato, sono andato a controllare. In effetti, lui negli anni '80 era a Tubinga, e c'era pure Starbatty, che sono molto curioso di conoscere a Bràssels.
Und jetzt, ich muss mich üben. Jorg, wo bist Du? Es wäre unangebracht mit Herrn Starbatty aus English zu sprechen (obwohl "die die verdammten Krieg gewonnen haben", wie dein Vater in aller Gelassenheit - sozusagen - zugegeben hatte).
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