sabato 22 giugno 2013

Argentina: Pasquino e la Presidenta



(andando a spasso con Uga in centro, alla fine dello scorso anno, vidi questo accorato appello affisso alla statua di Pasquino, che dopo tanti secoli, evidentemente, è ancora in funzione...)




(...e l’Argentina? Ma cosa succede in Argentina? E perché non facciamo come in Argentina? Ma quanto è brava l’Argentina! Ecc.

Ragazzi, dire “l’Argentina” è come dire “la Germania”, ovvero non dire niente. Esistono molte Argentine e molte Germanie, nello spazio e nel tempo. Vi ho già comunicato, tramite un corposo articolo di Roberto Frenkel, qual è la sua analisi, che mi aveva riportato di persona qui, e che non ho motivi di non far mia, per la fiducia che mi ispira Roberto. Molto semplicemente, la Presidenta, per la quale tanto ci si sdilinquisce da queste parti, non sta facendo una buona politica macroeconomica. Capita. Non omnes possumus omnia, e basta farsi un giretto su Twitter per capire cosa intendo.

Ovviamente, dal fatto che dal 2007 l’Argentina non sia guidata in modo ottimale non si evince che nel 2001, sei anni prima, dovesse restare agganciata al dollaro. La crescita folgorante avuta dal 2001 al 2007 lo dimostra a sufficienza, e solo gli imbecilli non lo capiscono, perché non vogliono capirlo – ma la cosa, per quanto phastidiosa, non ci preoccupa più di tanto: in particolare, dalle nostre parti le cose finiranno come dico io, perché non lo dico io (ma Meade, Kaldor, Thirlwall, Dornbusch, Feldstein,... vi risparmio tutta la lista), e poi FAREmo i conti.

Il fatto è che l’ideologia non paga.

Non paga né a sinistra (ricordo la diffidenza degli economisti “de sinistra” italiani verso Frenkel, basata sul “ma i miei colleghi argentini mi hanno detto che...”, laddove verosimilmente i colleghi argentini erano aggreppiati al governo attuale, che sta molto presumibilmente distruggendo il paese), né a destra. In particolare, ai cretini del “se svalutassimo finiremmo come l’Argentina”, faccio notare che nell’articolo che segue Martin Rapetti, coautore di Roberto in questo articolo fondamentale, spiega molto bene che il problema attuale dell’Argentina nasce dall’aver fatto affidamento sulla politica del cambio forte per domare l’inflazione.

Cari amici “de destra” e “de sinistra”, accomunati dal meschino astio ideologico e dal non capire un cazzo di economia, ve lo dico in un altro modo: la Presidenta contro la quale vi accanite, se siete “de destra”, sta facendo esattamente la politica suggerita negli ultimi 40 anni  dal vostro solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione), e la Presidenta che venerate, se siete “de sinistra”, sta facendo esattamente la politica suggerita dal loro (o vostro?) solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione).

Nell’uno e nell’altro caso, se non foste quegli imbecilli che siete, capireste che c’è poco da accanirsi (perché è controproducente per le vostre tesi), cioè c’è poco da venerare (perché è controproducente per le vostre tesi).

Ma a noi piace ricordarvi così, brancolanti nel buio della vostra cecità ideologica...

(Quanto ne ho pieni i coglioni, però... Dovrei nasconderlo meglio?)

Per l’intelligibilità del testo, ricordo che nel resto del mondo il tasso di cambio nominale è quotato incerto per certo, cioè come prezzo in valuta locale di un’unità di valuta estera (ad esempio, pesos per un dollaro), e che il cambio reale è dato dal rapporto fra prezzi interni e prezzi esteri espresso in una comune valuta. Se il cambio nominale è quotato incerto per certo, conviene esprimere il tasso di cambio reale così:



dove Er è il cambio reale (TCR), P sono i prezzi interni in valuta nazionale, PW i prezzi esteri in valuta estera, e E il cambio nominale (prezzo locale della valuta estera), per cui EPW sono i prezzi esteri in valuta locale, e Er è il rapporto fra i prezzi interni ed esteri espresso nella stessa valuta – quella locale. In tassi di variazione abbiamo:



per cui se, come dice Martin, se nel biennio 2010 e 2011 i prezzi interni sono cresciuti del 54%, mentre il cambio nominale si è svalutato solo del 12%, considerando che l’inflazione mondiale media è stata del 4%, il TCR dell’Argentina dovrebbe essersi apprezzato del:

54 – 12 – 4 = 38%

Calcolo assolutamente approssimativo, perché i prezzi internazionali ovviamente vanno ponderati con le quote di mercato dei partner commerciali, ma comunque indicativi.

 Insomma, lo ripeto: non stanno male perché hanno la pesetta, stanno male perché hanno il pesone. Che fa rima con chi non lo capisce...).



Da Martin Rapetti ricevo e volentieri pubblico:


Torniamo a piangere per l'Argentina?

Non molto tempo fa, l’Argentina era considerata un caso di successo economico. Nel 2001-02 il paese aveva sofferto una profonda crisi – una triplice crisi che aveva coinvolto il settore finanziario, il debito pubblico e la bilancia dei pagamenti – la peggiore crisi nella storia dell’Argentina. Tuttavia, all’inizio del 2002, poco dopo la svalutazione del peso, il default sul debito pubblico e il collasso del sistema finanziario, l’economia iniziò una ripresa molto forte, che divenne poco dopo una forte crescita economica. Alla fine del 2006 il Pil era cresciuto del 46% rispetto al minimo raggiunto nel 2002 e del 17% rispetto al precedente picco di metà 1998; la disoccupazione si era ridotta dal 22% all’8.7%, la povertà dal 58% al 28%, e la povertà estrema dal 28% al 9%. Non è difficile capire come mai questa esperienza sia diventata un esempio di successo nella soluzione delle crisi, specialmente per paesi nella periferia dell’Eurozona come la Grecia.

L’esperienza Argentina dopo la crisi rappresentò anche un esempio di successo in termini di scelte di politica macroeconomica. Nei primi anni dopo la crisi, le autorità perseguirono politiche volte a mantenere un tasso di cambio reale (TCR) stabile e competitivo, per promuovere l’espansione dei settori aperti al commercio estero e attraverso questa lo sviluppo economico. Il TCR competitivo fu un fattore chiave per la ripresa e la crescita dell’Argentina. Molti economisti considerano la politica di mantenimento di un TCR stabile e competitivo più favorevole allo sviluppo rispetto all’inflation targeting tradizionale (politica di perseguimento di un obiettivo fisso di inflazione, come quella della Bce, NdC).

Sfortunatamente, il successo economico dell’Argentina cominciò a dissiparsi gradualmente. Come nella trama del classico libro di Mario Vargas Llosa, Conversacion en la catedral, è difficile stabilire in quale momento preciso questa esperienza “è andata a puttane”. Un possibile punto di svolta è l’inizio del 2007, quando il governo licenziò i funzionari dell’Ufficio Nazionale di Statistica (INDEC) e cominciò a manipolare l’indice dei prezzi al consumo, con l’evidente scopo di nascondere l’accelerazione dell’inflazione (da allora il tasso di inflazione ufficiale è stato inferiore al 10% all’anno, mentre l’inflazione effettiva ha oscillato attorno al 20-25% all’anno. Le manipolazioni si estesero in seguito ad altre statistiche ufficiali, incluso il Pil). Ma indipendentemente dalla data precisa, il problema è che il governo si è volto gradualmente verso un percorso sempre più populista, basato su politiche monetarie, fiscali e dei redditi eccessivamente espansive, che hanno alimentato l’inflazione. Invece di moderare il ritmo della domanda aggregata, il governo ha sempre di più contato sul tasso di cambio come principale ancora nominale per domare l’inflazione. Questa strategia è stata particolarmente intensa nel 2010 e nel 2011. In questi due anni, i prezzi interni sono cresciuti del 54%, mentre il cambio nominale (cioè il prezzo di un dollaro US in valuta locale) solo del 12%. Di conseguenza, il TCR si è considerevolmente apprezzato.

Tanto gli elevati tassi di inflazione quanto l’apprezzamento del TCD (insieme con altre misure discrezionali) hanno compromesso l’ambiente economico. In questo contesto Pil, investimenti, occupazione privata e crescita dei salari reali hanno sofferto una decelerazione significativa. Alla fine del 2011, l’economia è rimasta bloccata nella trappola della stagflazione, dove tuttora si trova (potete leggere altri dettagli qui).

Molti analisti sono convinti che l’Argentina abbia sprecato un’opportunità unica per sostenere la rapida crescita raggiunta nei primi anni dopo la crisi. È diffusa l’opinione che la svolta populista abbia generato costi opportunità crescenti, che continueranno a essere pagati fino al 2015, quando prenderà il potere un nuovo governo, che cambierà l’orientamento della politica economica. Capisco questa valutazione, ma ritengo che i problemi economici non risiedano tanto nelle opportunità perse, quanto negli squilibri che si stanno accumulando, i quali verosimilmente alla fine porteranno ad un’altra crisi economica.

Permettetemi di esporre le mie preoccupazioni cominciando con lo spiegare la situazione nella quale l’Argentina si trova fin dai mesi precedenti alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2011. A quel tempo, la percezione generale era che l’economia fosse poco competitiva (prodotti troppo cari per gli acquirenti esteri), che il TCR si stesse apprezzando molto rapidamente e che prima o poi il tasso di cambio nominale avrebbe dovuto essere corretto al rialzo (cioè svalutato). Dato che la svalutazione non è molto popolare, la gente si aspettava che avrebbe avuto luogo solo dopo le elezioni. Cercando di anticipare questa mossa, il pubblico corse agli sportelli della banca centrale per acquistare dollari USA, depauperando le riserve ufficiali. Tuttavia, una volta rieletta Cristina Kirchner con il 54% dei voti, il governo decise di non svalutare il peso. L’eccesso di domanda di dollari continuò e la banca centrale continuò a perdere riserve.

Il governo avrebbe potuto tentare di correggere l’eccesso di domanda di dollari con una svalutazione. Questa scelta avrebbe sicuramente accelerato l’inflazione, ridotto i salari reali e contratto il livello dell’attività economica e dell’occupazione. In altre parole, la correzione della sopravvalutazione del TCR avrebbe implicato un aggiustamento del salari reali e una contrazione dell’occupazione. Il governo considerò che questa opzione fosse poco popolare, anche dopo aver vinto le elezioni, e decise invece di imporre controlli sulle importazioni e sull’acquisto di valuta estera a scopo di investimento finanziario.

Anche se queste motivazioni possono essere eque dal punto di vista sociale, il punto cruciale rimane quello di stabilire se i controlli diretti rappresentino una soluzione sostenibile. Le economie dell’America Latina hanno sperimentato diversi controlli in passato. Una lezione appresa da queste esperienze è che i controlli possono essere molto utili se li si implementa in circostanze nelle quali i fondamentali macroeconomici sono sani. Per fondamentali sani, intendo che i prezzi relativi (come il TCR) non siano disallineati (troppo alti o troppo bassi rispetto a un ipotetico valore di equilibrio, NdC) e che i saldi fiscale e estero non seguano traiettorie insostenibili. Tuttavia, queste esperienze hanno anche mostrato che i controlli diretti non solo non sono in grado di correggere gli squilibri macroeconomici, ma addirittura tendono ad aggravarli.

Considerate, a titolo di esempio, il caso dei controlli diretti sul mercato valutario per evitare la svalutazione del cambio nominale quando il TCR è sopravvalutato. I controlli impongono un taglio della produzione a quelli che hanno necessità di dollari per la loro attività economica e non hanno più accesso al mercato ufficiale. I controlli implicano anche che gli esportatori sono costretti a convertire i loro ricavi a un tasso di cambio che genera pochi profitti, o addirittura perdite (perché se il peso è sopravvalutato, cambiando in pesos i ricavi incassati in dollari ottengono una quantità di pesos inferiore, NdC). Non è difficile vedere che in queste circostanze gli agenti sono incentivati ad abbandonare il mercato. Perché mai effettuare una transazione nella quale perdo soldi? I controlli quindi finiscono per indebolire o distruggere i mercati esistenti, e stimolano la creazione di altri mercati: i mercati neri. Questi, a loro volta, compromettono le transazioni e accorciano gli orizzonti temporali, influenzando negativamente il livello di attività economica e occupazione. L’evidenza storica mostra anche che il premio sui cambi al mercato nero tende a crescere quanto più fitti sono i controlli e quanto più forti sono gli squilibri. L’allargamento del premio (divario fra cambio ufficiale e cambio “al nero”, NdC) è particolarmente problematico, perché incentiva a ridurre l’offerta e aumentare la domanda nel mercato ufficiale. Gli esportatori sono incentivati a rinviare e sottofatturare i propri ricavi, e gli importatori ad anticipare e sovrafatturare i propri acquisti. Anche le imprese e le banche cercano di accedere al mercato ufficiale per rimborsare anticipatamente i debiti esteri. La proliferazione di strategie di questo tipo crea un circolo vizioso che amplifica l’eccesso di domanda sul mercato ufficiale, la caduta delle riserve ufficiali, e la crescita del premio sul mercato nero. A un certo punto, quando lo stock di riserve è prossimo alla fine, la banca centrale non ha altra scelta se non svalutare. Nella maggior parte delle esperienze in America Latina, questa svalutazione ha preso una forma traumatica, con ampi overshooting del tasso di cambio (quando il tasso di cambio si svaluta “troppo” rispetto all’ipotetico valore di equilibrio si dice che overshoots, cioè va oltre il bersaglio, NdC), forti accelerazioni dell’inflazione, pesanti riduzioni dei salari reali, dell’attività economica, dell’occupazione (chi conosce lo spagnolo può vedere il mio articolo sul populismo macroeconomico nel mio blog).

In Argentina stiamo osservando questo percorso tipico fin da quanto le autorità cominciarono a introdurre controlli nei mercati valutari, alla fine del 2011. Il premio sul mercato nero dei cambi è andato crescendo sistematicamente, e adesso è attorno al 70% (cioè il tasso ufficiale è di 5.3 pesos per dollaro e quello al mercato nero è di 8.7-8.9 pesos per dollari, circa il 70% in più). Le riserve ufficiali della banca centrale sono in caduta libera e ora coprono 6.7 mesi di importazioni, la cifra più bassa negli ultimi 18 anni. Si sentono comunemente storie su sottofatturazioni di esportazioni o sovrafatturazioni di importazioni, e di rimborso anticipato di debiti esteri.

Sfortunatamente, credo che una crisi da svalutazione-inflazione sia estremamente probabile. Il governo non sembra né consapevole della probabilità di una crisi di questo tipo, né disposto a correggere gli squilibri che possono causarla. La mia paura è che col passare del tempo la correzione (cioè la svalutazione reale) finirà per essere molto traumatica (e questo vale anche per noi, NdC). Ecco perché lo penso: a causa dei controlli, molte imprese e famiglie hanno investito i propri risparmi in attività finanziarie interne (denominate in pesos), invece che in dollari USA, che sono lo strumento di investimento dei risparmi più corrente in Argentina (la dollarizzazione dei portafogli di investimento è il risultato di una lunga storia di inflazione elevata e persistente. Per questo motivo, M3 (la moneta in senso largo, che include le varie tipologie di depositi bancari e di attività finanziarie a breve termine) è cresciuta di circa il 60% dall’ottobre 2011 (per forza: tutti chiedono attività denominate in pesos, NdC) e il rapporto fra M3 e le riserve ufficiali è saltato da 1.9 a 3 (cioè M3 valutata al cambio ufficiale ora è pari al triplo dello stock di riserve ufficiali della banca centrale). La mia paura è che questa domanda “indesiderata” di pesos potrebbe venire a mancare bruscamente se il settore privato si aspetta che il tasso di cambio stia per fare un salto (verso l’alto: svalutazione, NdC). Per dirla schiettamente: non si sfugge a una svalutazione reale; potrebbe verificarsi tramite una svalutazione, o tramite una crisi valutaria. In entrambi i casi, il comportamento più probabile del settore privato sarebbe quello di convertire in dollari i propri investimenti in M3. Dato lo stock relativamente basso di riserve ufficiali, questa riallocazione del portafoglio aggiungerebbe una fortissima pressione al rialzo (svalutazione del peso, rivalutazione del dollaro, Ndc) sul tasso di cambio, che rischierebbe di spingere verso l’altro i prezzi interni. Il TCR andrebbe oltre il valore di equilibrio, influenzando negativamente i salari reali e l’occupazione. Questo è il tipo di crisi inflazionistica che temo. Spero di sbagliarmi.

(sapessi io...)

Martin Rapetti è ricercatore associato al Centro per lo Studio dello Stato e della Società (CEDES) e ricercatore all’Università di Buenos Aires. Si interessa di macroeconomia, finanza, sviluppo economico ed economia dall’America Latina.

(inutile, vi assicuro, cercare di far capire ai coglioni che “Bagnai è un voltagabbana” che anche queste cose le dico da mesi. Ricordatevi: meglio risparmiare i clic del mouse, nonostante non siano esattamente dei soldi, come pensa qualche squinternato dilettante allo sbaraglio...).


Addendum delle 23:08: corretti i refusi grazie a uno di voi (che se vuole essere nominato, si nominerà). Ma ce ne saranno ancora molti...

martedì 18 giugno 2013

Comunicazioni di servizio

(varie ed eventuali)

Dunque... il 27 presento Il tramonto dell'euro alla Fondazione Ugo La Malfa. Prendete nota, poi se vi interessa vi fornisco i riferimenti di indirizzo e orario (che non ricordo).

Sempre il 27 sera ci sarebbero una quindicina di posti da assegnare col metodo "a li mejo posti" per una classica pizza di fine anno a Roma, con qualche professore e tanti simpatici studenti. Le prenotazioni le raccoglie il braccio secolare a questo indirizzo: frc.nero (at) gmail.com. Dopo i primi quindici se fermamo, la conferma dell'invito ve la darò io in settimana, l'indirizzo del posto lo so io e ve lo dico 48 ore prima (se mi ricordo), ma è a Roma Nord (quartiere Africano, pe' capisse).

Altro problemino. Mi serve un grafico per ragionare su un progettino di immagine, e me ne serve un altro per impaginare un piccolo opuscolo (che costruiremo insieme, anzi, lo abbiamo praticamente già fatto), e in prospettiva mi serve anche qualcuno che sappia disegnare in sito web decente (molto semplice, ma elegante). Nel corso del tempo diverse persone si sono offerte, ma per lo più sono finite travolte da una valanga di email inutili e per ricercarle ci vuole il batiscafo. Quindi, chi desidera contribuire si faccia avanti sulla mia email personale (una delle tante), dandomi qualche evidenza di quello che sa fare.

Altra comunicazione: il Goofycompleanno si farà (come forse vi ho già detto, o l'ho detto su Twitter) nel weekend 26-27 ottobre. Ho già avuto un'adesione importante fra i relatori. A chi indovina abbuono la quota di partecipazione. Per la sede sono indeciso, ma sarà comunque la East Coast e molto probabilmente Pescara.


Infine, per chi mi segue su Twitter, ricordo le tre semplicissime regole, che valgono anche qui:

1) Non avvicinate escrementi alle mie narici.

Professoreguardacosadiconodite viene bandito immediatamente. Non ho il tempo di leggere tutti i ragli profferiti dai patetici dilettanti del bestiario italiano, devo dedicarmi ad altro, e il lavoro che abbiamo fatto qui ci ha messo in una posizione tale per cui occupandoci dei patetici dilettanti diamo loro una visibilità che la loro cialtronaggine non merita. Chi non lo capisce, ovviamente, non merita di stare qui.

2) Non siate petulanti.

Professorechennepenza viene bandito immediatamente. Non ho il tempo di leggere tutte le stronzate che vengono dette sull'euro. Il problema euro è risolto. Andiamo avanti sul nostro percorso di conoscenza e di ricerca scientifica e lasciamo chi parla di Zimbabwe al suo allucinato (o interessato) delirio. Aggiungo che sono due anni che mi faccio il culo perché voi sappiate cosa pensare di quello che leggete. Quello che penso io non interessa nemmeno a me e non deve interessare voi. A voi deve interessare quello che pensate voi, cioè se e quanto avete raggiunto una comprensione della crisi. Il modo migliore per verificarlo è provare a spiegarla a un altro. Se non ci riuscite la colpa è vostra (cioè, a monte, mia). L'insegnamento è un gioco asimmetrico: l'insegnante ha tutti i doveri e lo studente tutti i diritti, compreso quello di non capire una fava. È ora che da studenti diventiate insegnanti, così vedrete come ci si diverte, e avrete meno tempo per chiedere a me chennepenZo.

3) Non siate vittimisti.

Professoreperchémicensura viene bandito immediatamente (ma solo dopo esser stato insultato). Ultime notizie: non siete soli al mondo! Non ve ne eravate accorti, lo so. Il lato tragico è che non sono solo nemmeno io, e starei così bene. Qui nessuno censura nessuno, la parola "censura" può essere pronunciata solo da uno che non ha letto o non ha capito le istruzioni per l'uso. Per una persona simile non posso fare nulla se non ignorarlo.


Scusate, so che sembro ruvido, ma so anche che quelli che si comportano così sono una fastidiosa minoranza di disadattati. Meglio togliersela di torno e restare con i tanti, tantissimi che danno un contributo positivo a questo blog. La ricchezza di questo blog sono e restano i suoi lettori, è una cosa che colpisce chiunque si accosti ad esso, a partire dai miei colleghi. Ma per costruire e preservare questa ricchezza è stato necessario adottare un principio fondante (non voglio parlare a tutti) e gestirlo con mano ferma. Qualcuno mi sarà grato per queste norme igieniche, qualcuno mi detesterà.

Non si può dispiacere a tutti, ma almeno non potrò dire di non averci provato.

A presto per cose più sostanziose.

venerdì 14 giugno 2013

A polliiiii!

Dio santo, è come pescare con la dinamite! Ma almeno ho capito molte cose. Ho capito quanti di voi mi capiscono (lo 0.00001%). Ho capito quanti di voi ancora pensano di potermi/dovermi dare consigli (il 1000000%). Ho capito quanti di voi hanno senso dell'umorismo (non pervenuto).

Non posso fidarmi di chi non si fida di me. E ora so di chi fidarmi. Di me.




(il pranzo con Granville e Kawalec è stato molto interessante... ma siccome posso fidarmi solo di me, ne parlerò solo con me! O no?)

(dove sono finiti i lettori spiritosi e combattivi che conoscevo? Saremo mica diventati troppi? Mi darete atto che sto facendo di tutto per evitarlo...)

(e ora al cocktail per conoscere Henkel. La vita è strana. Tanto strana che è sorprendente che ci sia gente che la prende sul serio, ed è inaccettabile che di questa gente ce ne sia fra i miei lettori. Ricordatevi: il PUDE può essere seppellito solo da una risata...).

Chiudo il blog

Scusate, una decisione presa d'impeto, come quella di aprirlo. Il mio futuro è qui, alla rue Mouffetard. Cosa posso servirvi? Invece di un "professorechennepenZa" e di una tramoggia di bitume, sarà mia cura servirvi deux boules (quelle che avete fatto a me) nei classici gusti crema e cocciolato (sic). I gusti preferiti di Uga, la creatura più "risk averse" che conosca.

Le chiedo: "Che gusti vuoi?". E lei: "Perché me lo chiedi, babbo?".

In effetti...

Forse faccio domande inutili perché dico cose ovvie...


(fra un po' pranzo con Kawalec e Granville, poi vi racconto, ma anche no... ChennepenZate?)

(siccome sono buono, non sto pubblicando i commenti impubblicabili, ma tengo nota: certo che di beati ce ne sono tanti! E volevate fare un partito? O Gesù...).

giovedì 6 giugno 2013

Simple comme bonjour...

Accompagnando a Pescara il prof. Travaglini per il seminario di ieri, che riusciremo a mettere on-line verosimilmente domani (grazie all'opera del fidato BigKappa della colonna romana), si chiacchierava del più e del meno, e Giuseppe mi raccomandava di leggere i libri di Robert Shiller (uno "de passaggio" che insegna in un'università di provincia). Il più noto forse è Irrational Exuberance, che ho citato in Crisi finanziaria e governo dell'economia (nel sito del libro trovate tanti dati interessanti).

Giuseppe mi ricordava che Shiller spiega in un modo estremamente semplice perché i mercati finanziari sono intrinsecamente instabili. Il fatto è che nei mercati dei beni quando il prezzo sale la domanda cala, mentre nei mercati delle attività finanziarie o reali quando il prezzo sale la domanda cresce. Il perché ve lo immaginate bene, e comunque lo abbiamo spiegato, oltre che nel libro, qui e qui.

Va da sé che questo comportamento, in sé non irrazionale, determina uno sgradevole fenomeno: mentre nei mercati reali la dinamica dei prezzi "pulisce" gli eccessi di domanda, in quelli finanziari li amplifica. Sì, sarebbero le famose bolle.

Così è se vi pare, e anche se non vi pare.

(e ora aspetto l'intervento del difensore d'ufficio della finanzaspeculativacattivabrutto, Alessandro Guerani, dottore honoris causa in grigliata di pesce all'università di Malta...)

lunedì 3 giugno 2013

Produttività (again)

(tornando seri, nell'attesa di dare un'edizione definitiva del dizionario, che tenga conto dei vostri tanti preziosi suggerimenti...).


Il 5 giugno 2013 alle ore 9:30 presso l'aula 16B della Facoltà di Economia, Università Gabriele d'Annunzio, viale Pindaro 42, Pescara, si svolgerà il seminario "Flessibilità del lavoro, vincolo esterno, e declino dell'economia italiana"



(con la locandina di BigKappa, che curerà anche le riprese, sembra ancora più serio...).

A seguito del post del primo maggio ho ricevuto da Francesco Daveri e Giuseppe Travaglini dei commenti interessanti e altri loro lavori da leggere sull'argomento. Il problema sollevato, ve lo ricordo, era quello del declino dell'economia italiana. Vi ricordo anche che il declino dell'economia italiana è questa cosa qui:




Dal 1996 il reddito medio pro capite degli italiani, in termini reali (cioè depurato dagli effetti dell'inflazione), ha cominciato a discostarsi verso il basso dalla media dell'Unione Europea a 15 paesi (che poi sostanzialmente coincide con l'Eurozona), perdendo circa 4000 euro in una quindicina di anni. L'Italia, come dicono gli economisti, non sta catching up, sta falling behind, e la tendenza è piuttosto eloquente, come eloquente è, nel grafico, la presenza di un vistoso cambiamento di struttura, localizzato in un ben preciso anno: il 1996.


Questo è il declino, che entrambi i colleghi, pur da prospettive diverse, sostanzialmente analizzavano negli stessi termini (problema di produttività nel settore manifatturiero) e riconducevano, per diverse vie, a una radice comune: gli effetti perversi delle riforme del mercato del lavoro iniziate nel 1997, seguendo un'idea di Gordon e Dew-Becker (2008), idea che, come ho poi scoperto, non era particolarmente originale (e qui mi fermo per carità di patria...).

Il mio punto era che esiste anche un'altra linea di interpretazione, non necessariamente alternativa a questa (sulla quale onestamente non avevo mai riflettuto), ma complementare, ovvero che lo shock determinato dalla rivalutazione reale del 1996 abbia potuto attivare un meccanismo di causazione cumulativa del tipo descritto da Dixon e Thirlwall nel lontano 1975, sulla base di un modello "concettuale" (cioè non formalizzato in equazioni matematiche) esposto da Kaldor nel lontano 1970, nello Scottish Journal of Political Economy. Dice: "che c'entra la Scozia?". Be', la Scozia c'entra perché il modello di Kaldor inizialmente trattava dell'origine dei differenziali di crescita fra regioni di un medesimo stato: sapete che la Scozie è il Mezzogiorno (pur essendo in effetti il Settentrione) del Regno Unito, da qui l'interesse per un lavoro del genere.

Volendo sintetizzare, le interpretazioni di Daveri e Travaglini si ponevano più dal lato dell'offerta, la mia più dal lato della domanda. I due lati del mercato, che nella vita di tutti i giorni convivono più o meno agevolemente, forse possono convivere anche nel ragionamento teorico.


Per fortuna esiste anche, nella professione, la volontà di incontrarsi e di dialogare. Nel dialogo originato dal post del primo maggio è emerso che anche Daveri e Travaglini avevano riflettuto su un possibile ruolo dell'euro nell'origine dei nostri problemi, e quindi erano sostanzialmente più avanti di me, che invece non avevo riflettuto sul possibile ruolo delle riforme del mercato del lavoro. Ho deciso quindi di invitarli e sono molto lieto che abbiano accettato. Ci vediamo alle 9:30 per discutere di temi legati ad alcuni nostri lavori pubblicati o in corso di pubblicazione. Sarà un seminario aperto al pubblico e aperto nella struttura, per il quale propongo questo ordine dei lavori:



9:30 Saluti del direttore del Dipartimento di Economia.

A seguire tre relazioni:

Prima Giuseppe Travaglini ci parlerà di alcune idee sottostanti ai suoi ultimi lavori:


Saltari, Enrico and Travaglini, Giuseppe(2009) 'The Productivity Slowdown Puzzle. Technological and
Non-technological Shocks in the Labor Market', International Economic Journal, 23: 4, 483 — 509
Travaglini, G. (2012) " Trade-off between labor productivity and capital accumulation in Italian energy sector", Journal of Policy Modeling, 34, 35-48.
Travaglini, G. (2013) "Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia: cause e soluzioni", Quaderni di Rassegna Sindacale, 1, 163-178.
Giorgio Calcagnini, Giuseppe Travaglini (2013) "A time series analysis of labor productivity. Italy versus the European countries and the U.S." Economic Modelling, in corso di pubblicazione.

Poi Francesco Daveri ci parlerà di:

Daveri, F. (2012) "La flessibilità parziale del mercato del lavoro, un inefficace sostituto della svalutazione", in Marcello Messori e Damiano Silipo (a cura di) Il modello di sviluppo dell’economia italiana quarant’anni dopo,

e di altre sue ricerche in corso.

Poi io vi parlerò di due miei lavori in corso:

"Italy's decline and the balance-of-payment constraint: a multicountry analysis"

"Does productivity cause exports in the long run? A panel VECM based analysis"

11:00 Coffee break

11:30 Dario Sciulli del Dipartimento di Economia della Gabriele d'Annunzio ci parlerà dei suoi studi sugli effetti della riforma Treu: "Reforms "at the margin" and labour market segmentation in Italy"

12:00 Massimo del Gatto del Dipartimento di Economia della Gabriele d'Annunzio ci presenterà le sue riflessioni su "Tassi di cambio e produttività. Alcune lezioni dalla lira italiana negli anni '90".

12:30 Chiusura lavori.



Allora, ci vediamo fra due giorni...






(Direte, anzi diranno, o potrebbero dire, alcuni "mainstreamer": "Eh, ma che roba vecchia la tua, il 1970! Ma noi vogliamo essere alla frontiera! E poi nel 1970 non c'era la Ciiiiina! Senza contare che in quel modello non c'è matematica, e senza matematica non si dà scienza - come Freud e Darwin dimostrano... o no?". Ma, insomma, non ne sarei tanto certo... Si può dare scienza senza matematica, con buona pace degli ingegnieri (sic), e del resto nel modello di Kaldor la matematica si poteva anche mettere (lo hanno fatto Dixon e Thirlwall, con un sistemino di due equazioni differenziali, per la gioia degli amanti del genere).

Quanto al fatto che la frontiera consista in quello che è stato fatto nell'ultimo anno, io qualche dubbio lo avrei, e per farlo venire a chi non lo avesse mi limito a ricordare che nel 1971 Kaldor scriveva questo. Non mi risulta che nessun economista "alla frontiera", salvo forse l'oggi tanto vituperato Alesina nei commenti a questo paper dal titolo profetico, abbia mai detto parole così lucide prima che le previsioni di Kaldor si siano avverate in tutta la loro forza distruttiva (per inciso, il paper in questione contiene la dimostrazione di quanto siano pateticamente errate e non fondate sui principi economici le asserzioni di certi politicanti - se volete leggervi tutta la storiella, che è molto divertente e istruttiva, cliccate qui; hint: il modello di Obstfeld mostra che le svalutazioni sono efficaci anche in presenza di real wage resistance, ed è veramente sorprendente che uno che dice di essere economista ignori un articolo di questa importanza...).

Non credo siano precisazioni oziose o inutilmente polemiche.

La lieve spocchia dimostrata da alcuni colleghi in interventi di questo genere, interventi nei quali (dopo il rituale elogio del caso cileno) si tende sostanzialmente a rifiutare l'esigenza di leggere quei "libri senza figure" che sono i classici del pensiero economico, questa spocchia temo abbia contribuito a far perdere molta credibilità alla professione. È un vero peccato, perché - anche se mi sembra strano dover essere io a farlo notare - in fondo l'economia è una scienza, e in quanto tale aveva dimostrato, nelle pagine dei suoi migliori autori, una capacità esplicativa della realtà del tutto soddisfacente. Insomma: sarebbe bastato, con buona pace di Perotti,  leggere Kaldor (1971) nel 1999, per trovarci quello che nel dibattito corrente è diventato chiaro solo nel 2011 (quaranta anni dopo): non si dà moneta senza Stato, e mettere il carro davanti ai buoi mette a rischio la convivenza civile.)


(va anche chiarito che gli illustri colleghi che oggi giustamente rivendicano il fatto di aver sollevato, a livello scientifico e nelle sedi opportune, isolate dal dibattito politico,  i problemi che l'austerità causa (dopo averli sostanzialmente negati nelle stesse sedi), sono anche quelli che hanno dato dell'attuale crisi una lettura completamente distorta ("crisi da eccesso di indebitamento pubblico", quando era chiaro a tutti, perfino a me, che il problema era un altro), e che hanno auspicato l'avvento del governo Monti (quando era chiaro a pochi, di fatto solo a me e a Claudio Borghi, che questo governo ci avrebbe condotto alla catastrofe, proprio per quei motivi che gli illustri colleghi conoscevano meglio di noi - ma tacevano per motivi che sarebbe interessante approfondire, non qui, non oggi). Atteggiamenti ai quali siamo abituati, ma che hanno suscitato comprensibile phastidio perfino in commentatori sostanzialmente allineati al mainstream. La perdita di credibilità degli economisti, determinata in parte anche da atteggiamenti simili, è stata particolarmente grave perché ha aperto la strada a ciarlatani di ogni risma, in un periodo nel quale la pressione della crisi faceva sorgere nel grande pubblico l'ansia di trovare una risposta, una qualsiasi risposta, alle due domande: "Perché?" e "Fino a quando?". Ciò ha reso incredibilmente difficile il lavoro di chi ha intrapreso un percorso di divulgazione seria. Ma lasciamo perdere...)

sabato 1 giugno 2013

Piccolo dizionario per (non) passare inosservati sul web

(da Orly, tanto per cambiare...)



(certo che siete proprio i peggio!

Siete partiti che nemmeno S. Bernardino da Siena: “Astieniti, Alberto, poiché ella è creatura deldemonio! Ella ti irretirà e ti traviserà, ti farà perdere la tua purezza, e la sua corruzione ci trascinerà tutti nell’abisso, poiché la femmina altro non è che un sacco pieno di sterco e lordura.”
Peraltro tutto questo bel discorZetto presupponeva che io potessi fare qualcosa di diverso da quello che poi ho fatto, cosa impossibile non solo ex post, ma anche ex ante, come ho esaurientemente spiegato.

Poi le cose sono andate in un altro modo, e siete arrivati gossippari che nemmeno Novella 2000. Che soggettoni che siete! Dice: “Ma come ti guarda!” E come mi deve guardare? Con gli occhi, penso, no? Dice: “Ma che gli hai fatto?” E che gli ho fatto? Gli ho risposto. Lo sapete, lo avete visto in tanti: il fisico non mi regge nemmeno per rispondere, altre prospettive, quand’anche io non fossi quel bravo ragazzo che fondamentalmente sono (mica come Simone Previti) sono impensabili! Ormai, se continua così metto una segreteria telefonica: “Salve, sono Alberto Bagnai, non sono in casa, la nostra è una crisi di bilancia di pagamenti e non di debito pubblico, se ne uscirà solo ripristinando la flessibilità del cambio, queste non sono idee mie, non lasciate un messaggio perché delle vostre idee non me ne frega niente”. Dice: “Ma ha preso la pillola rossa!” Sarà! A me sembrava uno spritz macchiato (perché giù al Nord lo spritz è macchiato, non nel senso del latte, nel senso del Campari). 

Una delle cose che ho imparato da quando sono entrato in questo frullatore è che il diavolo non è brutto come lo si dipinge, e che essere fuuurbi non serve a niente: meglio essere ingenui, purché si sia se stessi. Certo, questo presuppone l’esistenza di un sé, che oggi, come molti casi dimostrano, non può essere data per scontata. Ma da queste parti di sé ne vedo parecchi, e non sapete quanto sono contento di averli aggregati e di avere intrapreso con loro un cammino che naturalmente non si ferma qui. Siete il mio orgoglio. Stay tuned. Intanto, forniamoci degli strumenti adatti…).



L’emozione più forte che mi ha procurato questa stranissima avventura è stata quella di sperimentare la potenza creatrice del linguaggio.

In fondo, quello che dico è su tutti i buoni testi di macroeconomia internazionale. La differenza l’ha fatta l’arte, cioè, come si diceva sopra, l’essere se stessi (nelle parole sottilmente sadiche del buon Paul), o magari, per scegliere una definizione meno egotista, la capacità di comunicare in tanti linguaggi. Seguendo le varie discussioni sui vari blog trovavo sempre più spesso i miei “marcatori”. Qualche volta erano dati economici o bibliografici che nessuno aveva ancora portato all’attenzione del pubblico (ad esempio, chi si ricorderebbe lo studio di Salvatore se non lo avessi citato qui e nel libro? Ogni volta che lo vedevo citato capivo che qualcuno era passato da qui). Altre volte erano i miei neologismi: debitopubblico, fuuuurbo, espertone, ecc. Perfino quel simpatico zuzzurellone di Giannino su Twitter oggi usa il termine “luogocomunismo”, senza sapere che è stato inventato da una persona che lo disprezza e che ne ha messo a nudo l’intrinseca pochezza (poi rivelata dalla nota storia del mago Zurlì – perché al master non credo che ci abbia mai creduto sinceramente nessuno…). A proposito: non è stata una buonissima idea mettermelo accanto, e questo non so veramente se chi lo doveva capire lo ha capito, perché aspetto ancora le scuse (conservando due certezze: la prima, che nessuno è indispensabile; la seconda, che non ho mai chiamato io)…

Incontrando queste tracce di me stesso nei posti più impensati capivo che le statistiche del blog erano solo la punta di un iceberg, e apprezzavo, senza farmi troppe illusioni, la potenza della rete (e anche del fottuto narcisismo, va da sé).

Un dato è certo: io non penso di aver sopravvalutato il web, mentre mi pare evidente che i piddini lo hanno sottovalutato. Da qui, nell’urgenza di consolidare un potere piuttosto fragile, una serie di provvedimenti più o meno sottilmente censori che hanno cominciato a fioccare subito dopo le elezioni: le sentenze pesantissime contro blogger o semplici utenti Facebook per materiali non prodotti da loro ma semplicemente linkati, magari inavvertitamente, le sparate della Boldrini, i bandi dei piddini per l’arruolamento di eurotroll, le bizze dei vari “vip” (veri idioti patentati) su Twitter, e via dicendo.
Roba brutta, non c’è che dire, anche se arriva troppo tardi. Non si ferma il vento con le mani, e nemmeno una valanga. Mi dispiace tanto per chi ci proverà: si coprirà di merda e farà la fine del PCF (cioè scomparirà), ma è un problema suo. Noi, però, cerchiamo di non creare problemi a noi stessi. Visto che tutto quello che diremo potrà essere usato contro di noi, cerchiamo di dirlo con eleganza. Il “rutto libero” sarà anche liberatorio, ma non credo sia efficace, e sospetto che sia molto controproducente.
Chiarisco un concetto.
Nessuno più di me è profondamente indignato contro il piddino. Considerate che, come vi ho fatto notare, le mie prime osservazioni critiche documentate contro l’euro risalgono al 1997, e in particolare dimostravano che il famoso dividendo non ci sarebbe stato, e che necessariamente si sarebbe andati a finire sul discorso della flessibilità (in termini che allora non mi erano chiari come lo stanno diventando adesso). A quell’epoca i trotzkisti scalzi dell’alta val Canneto si riunivano clandestinamente per leggere il titolo del Capitale. Poi, non essendoci un sottotitolo da leggere per travisare il testo, specialità der Nutella, tornavano a casa soddisfatti e speranzosi nell’eurone che avrebbe creato il proletariato europeo e ci avrebbe protetto dall’Amerika (risparmio considerazioni sulla santa ingenuità che consiste nel pensare che un progetto intrinsecamente friedmaniano e hayekiano come la costruzione europea, cioè un progetto che è l’Amerika, ci possa difendere dall’Amerika). Ecco: mentre io dicevo parole di buon senso, nei circoli rivoluzionari succedeva questo (cioè niente) e nei tinelli buoni del piddinismo romano succedeva di peggio. E io lo vedevo, lo facevo notare, ma non potevo fare nulla, salvo rovinarmi le serate. Voi ora mi capite, ma penso che nel 2002, per dire, non avrete, o non tutti, fatto esperienze simili, no? Quindi pensate quanto posso essere indignato, adirato, animato da irrazionali pulsioni di distruzione e di vendetta io. Molto più di voi, perché molto prima di voi ho cominciato a rimbalzare sul muro di gomma.

Ma ecco, appunto, c’è un problema.

Queste pulsioni sono irrazionali e dobbiamo contenerle, non tanto per un fatto di umanità (noi siamo, sì, umani, ma non credo che tutti i nostri avversari lo siano: chi con tanto cinismo pontifica superficialmente, ignorando i cadaveri dei suoi colleghi suicidati, forse non merita del tutto tale qualifica…), no, non per umanità, ma semplicemente per efficacia politica.
Perché, vedete, il piddino, credo lo sappiate, è “politicamente corretto”, sposa cioè, mentre pensa di essere “europeo” (parlando francese come Totò e inglese come Alberto Sordi), quella forma di ipocrisia tipicamente americana che un mio amico descrive così:

a proposito di "cosmetica dei diritti civili", una delle cose che mi colpiva, quando vivevo negli Stati Uniti, era questa: si stava molto attenti a usare certe espressioni linguistiche particolari, tipo "Dear Ms. [una donna]" (per rimarcare che il suo stato civile non conta nel definire la sua identita') oppure ad evitare, scrivendo, di usare "Dear Postmaster", perche' 'nziamai era una donna ti faceva un cazziatone che non finiva mai, ma poi sulle cose vere sostanziali, tipo il fatto che se ti capitava di essere incinta (un evento che ancora ha inevitabilmente, nonostante tutti i magnifici progressi umani civili e progressivi, un suo "gender bias") allora l'azienda per cui lavoravi in genere ti dava il minimo ma proprio il minimo ma che piu' minimo non si puo' (di permesso di maternita')
quando poi provavo a dire (alle donne) ma scusate, invece di fare queste battaglie sulle parole perche' non le fate sui diritti veri, in modo da avere permessi di maternita' degni di un paese civile umano e progressivo e anche magnifico, ecc. ecc., mi insultavano come un retrogrado ovviamente maschilista vecchio stampo
come osservi, ora tutto questo  sta venendo, e' venuto, to a theater near you

Be’, certo! Credo di aver aiutato chi non lo avesse già capito a capire che la cosmetica dei diritti civili è funzionale al progetto di “fare le nozze gay coi fichi secchi” (cioè di far star buona la “sinistra” barattando diritti civili con diritti economici), come pure il buonismo ecologista-decrescista, che serve a far accettare ai coglioni la santa recessione che non ti fa consumare prodotti inquinanti (e del resto la corda con la quale ti impicchi, se è di canapa, è biodegradabile). Insomma, in generale tutta la retorica sinistriota dei buoni sentimenti è strettamente coordinata con il progetto fascista di distruzione dei nostri diritti economici e politici (in cambio di diritti civili che considero indiscutibili al punto che, pensate un po’, riterrei di doverli avere senza dare in cambio nulla! Che ingenuo…).
 
Ma insomma, questo al piddino non possiamo chiedere di capirlo: troppe informazioni per il suo unico neurone. Il piddino è e resta politicamente corretto, e quindi aborre il linguaggio colorito ed espressivo che talora vi vedo usare in giro per il web (e capisco, ahimè, di non essere sempre stato un ottimo esempio). Ad evitare quindi che i piddini padroni vi querelino, e che i piddini servi non vi ascoltino “perché dite le parolacce”, suggerisco di adottare un semplice dizionario. Troverete a sinistra l’espressione che, credo, vi verrebbe più spontanea, e a destra l’espressione che vi suggerisco di adottare. Purtroppo il linguaggio “politicamente corretto” perde di sintesi, il che magari su Twitter lo rende poco praticabile. Me ne rendo conto. D’altra parte, non pensiate che veicolare molte informazioni col piddino serva a qualcosa. Lui non ci arriva e voi non dovete arrabbiarvi per questo. Se riuscirete a comunicargli l’impressione che “parlate bene”, lui rimarrà beato quanto prima, ma  almeno non lo avrete perso del tutto. Sapete: non siamo più noi a dover cercare loro. Ormai sono loro a cercare noi, perché cominciano ad aver paura, perché hanno bisogno di un piano B, perché i loro padroni li stanno stritolando… Siate umani, voi, e usate il



Piccolo dizionario per (non) passare inosservati sul web


Invece di dire:
Prova a dire:
Questa è una sesquipedale cazzata!
Mi sembra una lieve imprecisione.
Che cazzo stai dicendo?
Trovo i suoi argomenti lievemente imprecisi.
E ‘sti cazzi!
Fantastico!
Non hai capito un cazzo!
Beato lei…
Hai sniffato la colla?
Potrebbe motivare meglio la sua tesi?
Traditore!
Dovrebbe valutare meglio gli interessi strategici del nostro paese.
Vaffanculo!
La ringrazio per l’osservazione.
E chi se ne frega!
Terrò conto delle sue parole.
Facevi meglio a stare zitto.
È un punto di vista interessante.
Ancora!?
Temo sia un argomento superato.
Sei ignorante come una zappa e parli pure!
Oggi è facile documentarsi.
Ti rendi conto che non sai niente di economia?
Forse le sfugge qualche dettaglio.
Venduto! (a un sindacalista)
Il modello tedesco di relazioni industriali presenta luci ed ombre.
Venduto! (a un giornalista)
In democrazia l’informazione è un bene prezioso e soprattutto costoso.
Ignorante! (a un economista)
La posizione del mainstream è in rapida evoluzione.
Ma che minchia di risposta è?
Temo di non aver colto il senso.
Cialtrone!
Mi permetta di dissentire.

Il dizionario è naturalmente aperto ai vostri preziosi contributi. Lo spirito credo si capisca, e sono certo che non mi deluderete. E ora vediamo se hanno assegnato il gate...