(andando a spasso con Uga in centro, alla fine dello scorso anno, vidi questo accorato appello affisso alla statua di Pasquino, che dopo tanti secoli, evidentemente, è ancora in funzione...)
(...e l’Argentina? Ma
cosa succede in Argentina? E perché non facciamo come in Argentina? Ma quanto è
brava l’Argentina! Ecc.
Ragazzi, dire “l’Argentina”
è come dire “la Germania”, ovvero non dire niente. Esistono molte Argentine e
molte Germanie, nello spazio e nel tempo. Vi ho già comunicato, tramite un corposo articolo
di Roberto Frenkel, qual è la sua analisi, che mi aveva riportato di persona
qui,
e che non ho motivi di non far mia, per la fiducia che mi ispira Roberto. Molto
semplicemente, la Presidenta, per la quale tanto ci si sdilinquisce da queste
parti, non sta facendo una buona politica macroeconomica. Capita. Non omnes
possumus omnia, e basta farsi un giretto su Twitter per capire cosa intendo.
Ovviamente, dal fatto
che dal 2007 l’Argentina non sia guidata in modo ottimale non si evince che nel
2001, sei anni prima, dovesse restare agganciata al dollaro. La crescita
folgorante avuta dal 2001 al 2007 lo dimostra a sufficienza, e solo gli
imbecilli non lo capiscono, perché non vogliono capirlo – ma la cosa, per
quanto phastidiosa, non ci preoccupa più di tanto: in particolare, dalle nostre
parti le cose finiranno come dico io, perché non lo dico io (ma Meade, Kaldor,
Thirlwall, Dornbusch, Feldstein,... vi risparmio tutta la lista), e poi FAREmo
i conti.
Il fatto è che l’ideologia
non paga.
Non paga né a sinistra
(ricordo la diffidenza degli economisti “de sinistra” italiani verso Frenkel,
basata sul “ma i miei colleghi argentini mi hanno detto che...”, laddove
verosimilmente i colleghi argentini erano aggreppiati al governo attuale, che
sta molto presumibilmente distruggendo il paese), né a destra. In particolare,
ai cretini del “se svalutassimo finiremmo come l’Argentina”, faccio notare che
nell’articolo che segue Martin Rapetti, coautore di Roberto in questo articolo
fondamentale, spiega molto bene che il
problema attuale dell’Argentina nasce dall’aver fatto affidamento sulla
politica del cambio forte per domare l’inflazione.
Cari amici “de destra”
e “de sinistra”, accomunati dal meschino astio ideologico e dal non capire un
cazzo di economia, ve lo dico in un altro modo: la Presidenta contro la quale
vi accanite, se siete “de destra”, sta facendo esattamente la politica
suggerita negli ultimi 40 anni dal
vostro solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione), e la Presidenta
che venerate, se siete “de sinistra”, sta facendo esattamente la politica
suggerita dal loro (o vostro?) solone Giavazzi (usare il cambio forte per
domare l’inflazione).
Nell’uno e nell’altro
caso, se non foste quegli imbecilli che siete, capireste che c’è poco da
accanirsi (perché è controproducente per le vostre tesi), cioè c’è poco da
venerare (perché è controproducente per le vostre tesi).
Ma a noi piace
ricordarvi così, brancolanti nel buio della vostra cecità ideologica...
(Quanto ne ho pieni i
coglioni, però... Dovrei nasconderlo meglio?)
Per l’intelligibilità
del testo, ricordo che nel resto del mondo il tasso di cambio nominale è
quotato incerto per certo, cioè come prezzo in valuta locale di un’unità di
valuta estera (ad esempio, pesos per un dollaro), e che il cambio reale è dato
dal rapporto fra prezzi interni e prezzi esteri espresso in una comune valuta.
Se il cambio nominale è quotato incerto per certo, conviene esprimere il tasso
di cambio reale così:
dove Er è
il cambio reale (TCR), P sono i prezzi interni in valuta nazionale, PW
i prezzi esteri in valuta estera, e E il cambio nominale (prezzo locale della
valuta estera), per cui EPW sono i prezzi esteri in valuta locale, e
Er è il rapporto fra i prezzi interni ed esteri espresso nella
stessa valuta – quella locale. In tassi di variazione abbiamo:
per cui se, come dice
Martin, se nel biennio 2010 e 2011 i prezzi interni sono cresciuti del 54%,
mentre il cambio nominale si è svalutato solo del 12%, considerando che l’inflazione
mondiale media è stata del 4%, il TCR dell’Argentina dovrebbe essersi
apprezzato del:
54 – 12 – 4 = 38%
Calcolo assolutamente
approssimativo, perché i prezzi internazionali ovviamente vanno ponderati con
le quote di mercato dei partner commerciali, ma comunque indicativi.
Insomma, lo ripeto: non stanno
male perché hanno la pesetta, stanno male perché hanno il pesone. Che fa rima
con chi non lo capisce...).
Da Martin Rapetti ricevo e volentieri pubblico:
Torniamo a piangere per l'Argentina?
Non molto tempo fa, l’Argentina era considerata un caso di
successo economico. Nel 2001-02 il paese aveva sofferto una profonda crisi –
una triplice crisi che aveva coinvolto il settore finanziario, il debito
pubblico e la bilancia dei pagamenti – la peggiore crisi nella storia
dell’Argentina. Tuttavia, all’inizio del 2002, poco dopo la svalutazione del
peso, il default sul debito pubblico e il collasso del sistema finanziario,
l’economia iniziò una ripresa molto forte, che divenne poco dopo una forte
crescita economica. Alla fine del 2006 il Pil era cresciuto del 46% rispetto al
minimo raggiunto nel 2002 e del 17% rispetto al precedente picco di metà 1998;
la disoccupazione si era ridotta dal 22% all’8.7%, la povertà dal 58% al 28%, e
la povertà estrema dal 28% al 9%. Non è difficile capire come mai questa
esperienza sia diventata un esempio di successo nella soluzione delle crisi,
specialmente per paesi nella periferia dell’Eurozona come la Grecia.
L’esperienza Argentina dopo la crisi rappresentò anche un
esempio di successo in termini di scelte di politica macroeconomica. Nei primi
anni dopo la crisi, le autorità perseguirono politiche volte a mantenere un
tasso di cambio reale (TCR) stabile e competitivo, per promuovere l’espansione
dei settori aperti al commercio estero e attraverso questa lo sviluppo
economico. Il TCR competitivo fu un fattore chiave per la ripresa e la crescita
dell’Argentina. Molti economisti considerano la politica di mantenimento di un
TCR stabile e competitivo più favorevole allo sviluppo rispetto all’inflation targeting tradizionale
(politica di perseguimento di un obiettivo fisso di inflazione, come quella
della Bce, NdC).
Sfortunatamente, il successo economico dell’Argentina
cominciò a dissiparsi gradualmente. Come nella trama del classico libro di
Mario Vargas Llosa, Conversacion en la
catedral, è difficile stabilire in quale momento preciso questa esperienza “è
andata a puttane”. Un possibile punto di svolta è l’inizio del 2007, quando il
governo licenziò i funzionari dell’Ufficio Nazionale di Statistica (INDEC) e
cominciò a manipolare l’indice dei prezzi al consumo, con l’evidente scopo di
nascondere l’accelerazione dell’inflazione (da allora il tasso di inflazione
ufficiale è stato inferiore al 10% all’anno, mentre l’inflazione effettiva ha
oscillato attorno al 20-25% all’anno. Le manipolazioni si estesero in seguito
ad altre statistiche ufficiali, incluso il Pil). Ma indipendentemente dalla
data precisa, il problema è che il governo si è volto gradualmente verso un percorso
sempre più populista, basato su politiche monetarie, fiscali e dei redditi
eccessivamente espansive, che hanno alimentato l’inflazione. Invece di moderare
il ritmo della domanda aggregata, il governo ha sempre di più contato sul tasso
di cambio come principale ancora nominale per domare l’inflazione. Questa
strategia è stata particolarmente intensa nel 2010 e nel 2011. In questi due
anni, i prezzi interni sono cresciuti del 54%, mentre il cambio nominale (cioè
il prezzo di un dollaro US in valuta locale) solo del 12%. Di conseguenza, il TCR si è considerevolmente
apprezzato.
Tanto gli elevati tassi di inflazione quanto l’apprezzamento
del TCD (insieme con altre misure discrezionali) hanno compromesso l’ambiente
economico. In questo contesto Pil, investimenti, occupazione privata e crescita
dei salari reali hanno sofferto una decelerazione significativa. Alla fine del
2011, l’economia è rimasta bloccata nella trappola della stagflazione, dove
tuttora si trova (potete leggere altri dettagli qui).
Molti analisti sono convinti che l’Argentina abbia sprecato
un’opportunità unica per sostenere la rapida crescita raggiunta nei primi anni
dopo la crisi. È diffusa l’opinione che la svolta populista abbia generato
costi opportunità crescenti, che continueranno a essere pagati fino al 2015,
quando prenderà il potere un nuovo governo, che cambierà l’orientamento della
politica economica. Capisco questa valutazione, ma ritengo che i problemi
economici non risiedano tanto nelle opportunità perse, quanto negli squilibri
che si stanno accumulando, i quali verosimilmente alla fine porteranno ad un’altra
crisi economica.
Permettetemi di esporre le mie preoccupazioni cominciando
con lo spiegare la situazione nella quale l’Argentina si trova fin dai mesi
precedenti alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2011. A quel tempo, la
percezione generale era che l’economia fosse poco competitiva (prodotti troppo
cari per gli acquirenti esteri), che il TCR si stesse apprezzando molto
rapidamente e che prima o poi il tasso di cambio nominale avrebbe dovuto essere
corretto al rialzo (cioè svalutato). Dato che la svalutazione non è molto popolare,
la gente si aspettava che avrebbe avuto luogo solo dopo le elezioni. Cercando
di anticipare questa mossa, il pubblico corse agli sportelli della banca
centrale per acquistare dollari USA, depauperando le riserve ufficiali.
Tuttavia, una volta rieletta Cristina Kirchner con il 54% dei voti, il governo
decise di non svalutare il peso. L’eccesso di domanda di dollari continuò e la
banca centrale continuò a perdere riserve.
Il governo avrebbe potuto tentare di correggere l’eccesso di
domanda di dollari con una svalutazione. Questa scelta avrebbe sicuramente
accelerato l’inflazione, ridotto i salari reali e contratto il livello dell’attività
economica e dell’occupazione. In altre parole, la correzione della
sopravvalutazione del TCR avrebbe implicato un aggiustamento del salari reali e
una contrazione dell’occupazione. Il governo considerò che questa opzione fosse
poco popolare, anche dopo aver vinto le elezioni, e decise invece di imporre
controlli sulle importazioni e sull’acquisto di valuta estera a scopo di
investimento finanziario.
Anche se queste motivazioni possono essere eque dal punto di
vista sociale, il punto cruciale rimane quello di stabilire se i controlli diretti
rappresentino una soluzione sostenibile. Le economie dell’America Latina hanno
sperimentato diversi controlli in passato. Una lezione appresa da queste
esperienze è che i controlli possono essere molto utili se li si implementa in circostanze
nelle quali i fondamentali macroeconomici sono sani. Per fondamentali sani,
intendo che i prezzi relativi (come il TCR) non siano disallineati (troppo alti
o troppo bassi rispetto a un ipotetico valore di equilibrio, NdC) e che i saldi fiscale e estero non
seguano traiettorie insostenibili. Tuttavia, queste esperienze hanno anche
mostrato che i controlli diretti non solo non sono in grado di correggere gli
squilibri macroeconomici, ma addirittura tendono ad aggravarli.
Considerate, a titolo di esempio, il caso dei controlli
diretti sul mercato valutario per evitare la svalutazione del cambio nominale
quando il TCR è sopravvalutato. I controlli impongono un taglio della
produzione a quelli che hanno necessità di dollari per la loro attività
economica e non hanno più accesso al mercato ufficiale. I controlli implicano
anche che gli esportatori sono costretti a convertire i loro ricavi a un tasso
di cambio che genera pochi profitti, o addirittura perdite (perché se il peso è
sopravvalutato, cambiando in pesos i ricavi incassati in dollari ottengono una
quantità di pesos inferiore, NdC).
Non è difficile vedere che in queste circostanze gli agenti sono incentivati ad
abbandonare il mercato. Perché mai effettuare una transazione nella quale perdo
soldi? I controlli quindi finiscono per indebolire o distruggere i mercati
esistenti, e stimolano la creazione di altri mercati: i mercati neri. Questi, a
loro volta, compromettono le transazioni e accorciano gli orizzonti temporali,
influenzando negativamente il livello di attività economica e occupazione. L’evidenza
storica mostra anche che il premio sui cambi al mercato nero tende a crescere
quanto più fitti sono i controlli e quanto più forti sono gli squilibri. L’allargamento
del premio (divario fra cambio ufficiale e cambio “al nero”, NdC) è particolarmente problematico,
perché incentiva a ridurre l’offerta e aumentare la domanda nel mercato
ufficiale. Gli esportatori sono incentivati a rinviare e sottofatturare i
propri ricavi, e gli importatori ad anticipare e sovrafatturare i propri
acquisti. Anche le imprese e le banche cercano di accedere al mercato ufficiale
per rimborsare anticipatamente i debiti esteri. La proliferazione di strategie
di questo tipo crea un circolo vizioso che amplifica l’eccesso di domanda sul
mercato ufficiale, la caduta delle riserve ufficiali, e la crescita del premio
sul mercato nero. A un certo punto, quando lo stock di riserve è prossimo alla
fine, la banca centrale non ha altra scelta se non svalutare. Nella maggior
parte delle esperienze in America Latina, questa svalutazione ha preso una
forma traumatica, con ampi overshooting
del tasso di cambio (quando il tasso di cambio si svaluta “troppo” rispetto all’ipotetico
valore di equilibrio si dice che overshoots,
cioè va oltre il bersaglio, NdC),
forti accelerazioni dell’inflazione, pesanti riduzioni dei salari reali, dell’attività
economica, dell’occupazione (chi conosce lo spagnolo può vedere il mio articolo
sul populismo macroeconomico nel
mio blog).
In Argentina stiamo osservando questo percorso tipico fin da
quanto le autorità cominciarono a introdurre controlli nei mercati valutari,
alla fine del 2011. Il premio sul mercato nero dei cambi è andato crescendo
sistematicamente, e adesso è attorno al 70% (cioè il tasso ufficiale è di 5.3
pesos per dollaro e quello al mercato nero è di 8.7-8.9 pesos per dollari, circa
il 70% in più). Le riserve ufficiali della banca centrale sono in caduta libera
e ora coprono 6.7 mesi di importazioni, la cifra più bassa negli ultimi 18
anni. Si sentono comunemente storie su sottofatturazioni di esportazioni o
sovrafatturazioni di importazioni, e di rimborso anticipato di debiti esteri.
Sfortunatamente, credo che una crisi da
svalutazione-inflazione sia estremamente probabile. Il governo non sembra né
consapevole della probabilità di una crisi di questo tipo, né disposto a
correggere gli squilibri che possono causarla. La mia paura è che col passare
del tempo la correzione (cioè la svalutazione reale) finirà per essere molto
traumatica (e questo vale anche per noi, NdC).
Ecco perché lo penso: a causa dei controlli, molte imprese e famiglie hanno
investito i propri risparmi in attività finanziarie interne (denominate in
pesos), invece che in dollari USA, che sono lo strumento di investimento dei
risparmi più corrente in Argentina (la dollarizzazione dei portafogli di
investimento è il risultato di una lunga storia di inflazione elevata e persistente.
Per questo motivo, M3 (la moneta in senso largo, che include le varie tipologie
di depositi bancari e di attività finanziarie a breve termine) è cresciuta di
circa il 60% dall’ottobre 2011 (per forza: tutti chiedono attività denominate
in pesos, NdC) e il rapporto fra M3 e
le riserve ufficiali è saltato da 1.9 a 3 (cioè M3 valutata al cambio ufficiale
ora è pari al triplo dello stock di riserve ufficiali della banca centrale). La
mia paura è che questa domanda “indesiderata” di pesos potrebbe venire a
mancare bruscamente se il settore privato si aspetta che il tasso di cambio stia per fare un salto (verso l’alto: svalutazione, NdC). Per dirla schiettamente: non si sfugge a una svalutazione
reale; potrebbe verificarsi tramite una svalutazione, o tramite una crisi
valutaria. In entrambi i casi, il comportamento più probabile del settore
privato sarebbe quello di convertire in dollari i propri investimenti in M3.
Dato lo stock relativamente basso di riserve ufficiali, questa riallocazione
del portafoglio aggiungerebbe una fortissima pressione al rialzo (svalutazione
del peso, rivalutazione del dollaro, Ndc)
sul tasso di cambio, che rischierebbe di spingere verso l’altro i prezzi
interni. Il TCR andrebbe oltre il valore di equilibrio, influenzando
negativamente i salari reali e l’occupazione. Questo è il tipo di crisi
inflazionistica che temo. Spero di sbagliarmi.
(sapessi io...)
Martin Rapetti è ricercatore associato al Centro per lo
Studio dello Stato e della Società (CEDES) e ricercatore all’Università di
Buenos Aires. Si interessa di macroeconomia, finanza, sviluppo economico ed
economia dall’America Latina.
(inutile, vi assicuro,
cercare di far capire ai coglioni che “Bagnai è un voltagabbana” che anche
queste cose le dico da mesi. Ricordatevi: meglio risparmiare i clic del mouse, nonostante non siano esattamente dei soldi, come pensa qualche squinternato dilettante allo sbaraglio...).
Addendum delle 23:08: corretti i refusi grazie a uno di voi (che se vuole essere nominato, si nominerà). Ma ce ne saranno ancora molti...


