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lunedì 3 giugno 2013

Produttività (again)

(tornando seri, nell'attesa di dare un'edizione definitiva del dizionario, che tenga conto dei vostri tanti preziosi suggerimenti...).


Il 5 giugno 2013 alle ore 9:30 presso l'aula 16B della Facoltà di Economia, Università Gabriele d'Annunzio, viale Pindaro 42, Pescara, si svolgerà il seminario "Flessibilità del lavoro, vincolo esterno, e declino dell'economia italiana"



(con la locandina di BigKappa, che curerà anche le riprese, sembra ancora più serio...).

A seguito del post del primo maggio ho ricevuto da Francesco Daveri e Giuseppe Travaglini dei commenti interessanti e altri loro lavori da leggere sull'argomento. Il problema sollevato, ve lo ricordo, era quello del declino dell'economia italiana. Vi ricordo anche che il declino dell'economia italiana è questa cosa qui:




Dal 1996 il reddito medio pro capite degli italiani, in termini reali (cioè depurato dagli effetti dell'inflazione), ha cominciato a discostarsi verso il basso dalla media dell'Unione Europea a 15 paesi (che poi sostanzialmente coincide con l'Eurozona), perdendo circa 4000 euro in una quindicina di anni. L'Italia, come dicono gli economisti, non sta catching up, sta falling behind, e la tendenza è piuttosto eloquente, come eloquente è, nel grafico, la presenza di un vistoso cambiamento di struttura, localizzato in un ben preciso anno: il 1996.


Questo è il declino, che entrambi i colleghi, pur da prospettive diverse, sostanzialmente analizzavano negli stessi termini (problema di produttività nel settore manifatturiero) e riconducevano, per diverse vie, a una radice comune: gli effetti perversi delle riforme del mercato del lavoro iniziate nel 1997, seguendo un'idea di Gordon e Dew-Becker (2008), idea che, come ho poi scoperto, non era particolarmente originale (e qui mi fermo per carità di patria...).

Il mio punto era che esiste anche un'altra linea di interpretazione, non necessariamente alternativa a questa (sulla quale onestamente non avevo mai riflettuto), ma complementare, ovvero che lo shock determinato dalla rivalutazione reale del 1996 abbia potuto attivare un meccanismo di causazione cumulativa del tipo descritto da Dixon e Thirlwall nel lontano 1975, sulla base di un modello "concettuale" (cioè non formalizzato in equazioni matematiche) esposto da Kaldor nel lontano 1970, nello Scottish Journal of Political Economy. Dice: "che c'entra la Scozia?". Be', la Scozia c'entra perché il modello di Kaldor inizialmente trattava dell'origine dei differenziali di crescita fra regioni di un medesimo stato: sapete che la Scozie è il Mezzogiorno (pur essendo in effetti il Settentrione) del Regno Unito, da qui l'interesse per un lavoro del genere.

Volendo sintetizzare, le interpretazioni di Daveri e Travaglini si ponevano più dal lato dell'offerta, la mia più dal lato della domanda. I due lati del mercato, che nella vita di tutti i giorni convivono più o meno agevolemente, forse possono convivere anche nel ragionamento teorico.


Per fortuna esiste anche, nella professione, la volontà di incontrarsi e di dialogare. Nel dialogo originato dal post del primo maggio è emerso che anche Daveri e Travaglini avevano riflettuto su un possibile ruolo dell'euro nell'origine dei nostri problemi, e quindi erano sostanzialmente più avanti di me, che invece non avevo riflettuto sul possibile ruolo delle riforme del mercato del lavoro. Ho deciso quindi di invitarli e sono molto lieto che abbiano accettato. Ci vediamo alle 9:30 per discutere di temi legati ad alcuni nostri lavori pubblicati o in corso di pubblicazione. Sarà un seminario aperto al pubblico e aperto nella struttura, per il quale propongo questo ordine dei lavori:



9:30 Saluti del direttore del Dipartimento di Economia.

A seguire tre relazioni:

Prima Giuseppe Travaglini ci parlerà di alcune idee sottostanti ai suoi ultimi lavori:


Saltari, Enrico and Travaglini, Giuseppe(2009) 'The Productivity Slowdown Puzzle. Technological and
Non-technological Shocks in the Labor Market', International Economic Journal, 23: 4, 483 — 509
Travaglini, G. (2012) " Trade-off between labor productivity and capital accumulation in Italian energy sector", Journal of Policy Modeling, 34, 35-48.
Travaglini, G. (2013) "Il rallentamento della produttività del lavoro in Italia: cause e soluzioni", Quaderni di Rassegna Sindacale, 1, 163-178.
Giorgio Calcagnini, Giuseppe Travaglini (2013) "A time series analysis of labor productivity. Italy versus the European countries and the U.S." Economic Modelling, in corso di pubblicazione.

Poi Francesco Daveri ci parlerà di:

Daveri, F. (2012) "La flessibilità parziale del mercato del lavoro, un inefficace sostituto della svalutazione", in Marcello Messori e Damiano Silipo (a cura di) Il modello di sviluppo dell’economia italiana quarant’anni dopo,

e di altre sue ricerche in corso.

Poi io vi parlerò di due miei lavori in corso:

"Italy's decline and the balance-of-payment constraint: a multicountry analysis"

"Does productivity cause exports in the long run? A panel VECM based analysis"

11:00 Coffee break

11:30 Dario Sciulli del Dipartimento di Economia della Gabriele d'Annunzio ci parlerà dei suoi studi sugli effetti della riforma Treu: "Reforms "at the margin" and labour market segmentation in Italy"

12:00 Massimo del Gatto del Dipartimento di Economia della Gabriele d'Annunzio ci presenterà le sue riflessioni su "Tassi di cambio e produttività. Alcune lezioni dalla lira italiana negli anni '90".

12:30 Chiusura lavori.



Allora, ci vediamo fra due giorni...






(Direte, anzi diranno, o potrebbero dire, alcuni "mainstreamer": "Eh, ma che roba vecchia la tua, il 1970! Ma noi vogliamo essere alla frontiera! E poi nel 1970 non c'era la Ciiiiina! Senza contare che in quel modello non c'è matematica, e senza matematica non si dà scienza - come Freud e Darwin dimostrano... o no?". Ma, insomma, non ne sarei tanto certo... Si può dare scienza senza matematica, con buona pace degli ingegnieri (sic), e del resto nel modello di Kaldor la matematica si poteva anche mettere (lo hanno fatto Dixon e Thirlwall, con un sistemino di due equazioni differenziali, per la gioia degli amanti del genere).

Quanto al fatto che la frontiera consista in quello che è stato fatto nell'ultimo anno, io qualche dubbio lo avrei, e per farlo venire a chi non lo avesse mi limito a ricordare che nel 1971 Kaldor scriveva questo. Non mi risulta che nessun economista "alla frontiera", salvo forse l'oggi tanto vituperato Alesina nei commenti a questo paper dal titolo profetico, abbia mai detto parole così lucide prima che le previsioni di Kaldor si siano avverate in tutta la loro forza distruttiva (per inciso, il paper in questione contiene la dimostrazione di quanto siano pateticamente errate e non fondate sui principi economici le asserzioni di certi politicanti - se volete leggervi tutta la storiella, che è molto divertente e istruttiva, cliccate qui; hint: il modello di Obstfeld mostra che le svalutazioni sono efficaci anche in presenza di real wage resistance, ed è veramente sorprendente che uno che dice di essere economista ignori un articolo di questa importanza...).

Non credo siano precisazioni oziose o inutilmente polemiche.

La lieve spocchia dimostrata da alcuni colleghi in interventi di questo genere, interventi nei quali (dopo il rituale elogio del caso cileno) si tende sostanzialmente a rifiutare l'esigenza di leggere quei "libri senza figure" che sono i classici del pensiero economico, questa spocchia temo abbia contribuito a far perdere molta credibilità alla professione. È un vero peccato, perché - anche se mi sembra strano dover essere io a farlo notare - in fondo l'economia è una scienza, e in quanto tale aveva dimostrato, nelle pagine dei suoi migliori autori, una capacità esplicativa della realtà del tutto soddisfacente. Insomma: sarebbe bastato, con buona pace di Perotti,  leggere Kaldor (1971) nel 1999, per trovarci quello che nel dibattito corrente è diventato chiaro solo nel 2011 (quaranta anni dopo): non si dà moneta senza Stato, e mettere il carro davanti ai buoi mette a rischio la convivenza civile.)


(va anche chiarito che gli illustri colleghi che oggi giustamente rivendicano il fatto di aver sollevato, a livello scientifico e nelle sedi opportune, isolate dal dibattito politico,  i problemi che l'austerità causa (dopo averli sostanzialmente negati nelle stesse sedi), sono anche quelli che hanno dato dell'attuale crisi una lettura completamente distorta ("crisi da eccesso di indebitamento pubblico", quando era chiaro a tutti, perfino a me, che il problema era un altro), e che hanno auspicato l'avvento del governo Monti (quando era chiaro a pochi, di fatto solo a me e a Claudio Borghi, che questo governo ci avrebbe condotto alla catastrofe, proprio per quei motivi che gli illustri colleghi conoscevano meglio di noi - ma tacevano per motivi che sarebbe interessante approfondire, non qui, non oggi). Atteggiamenti ai quali siamo abituati, ma che hanno suscitato comprensibile phastidio perfino in commentatori sostanzialmente allineati al mainstream. La perdita di credibilità degli economisti, determinata in parte anche da atteggiamenti simili, è stata particolarmente grave perché ha aperto la strada a ciarlatani di ogni risma, in un periodo nel quale la pressione della crisi faceva sorgere nel grande pubblico l'ansia di trovare una risposta, una qualsiasi risposta, alle due domande: "Perché?" e "Fino a quando?". Ciò ha reso incredibilmente difficile il lavoro di chi ha intrapreso un percorso di divulgazione seria. Ma lasciamo perdere...)

48 commenti:

  1. ... e poi chiedono (ma chi? e perchè?) "dove insegna quel professore?"
    Ve lo dico io, a Pescara, e fareste bene a esserci anche voi.
    Comunque io ci sarò (non per dare lustro, beninteso, ma, caso mai, per riceverlo.) Di nuovo grazie Alberto, a te e al tuo capo.

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  2. Complimenti professore per la chiarezza dei suoi articoli e per il suo lavoro. Ho buone notizie, io e mio padre siamo sulla strada giusta per convertire il piddino più testrado che conosciamo conoscenze e questo solo grazie ai suoi lavori e agli interventi di Borghi in tv....

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  3. non può esserci moneta senza stato...e consentitemi di aggiungere che non ci può essere nessuno Stato sostanzialmente democratico, senza nazione!
    Infatti gli stati multinazionali si chiamano "imperi".

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    1. Io sono d'accordissimo. Ma non farti sentire da Barbara Spinelli...

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    2. Giustissimo. Si chiamano poi "Imperi fasulli", o con un neologismo "Simulacri imperiali subordinati" gli Stati multinazionali che non hanno sovranità politica e militare, ma ospitano sul proprio territorio basi militari di un altro Impero (vero).

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  4. Professore, ci sarà qualcuno che registra l'evento per caricarlo poi su youtube o altra piattaforma?
    o un collegamento streaming...!?
    so di chiedere tanto a uno che ha già molto da fare però credo che la cosa interessi a molti cari lontani.
    grazie.

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    1. Sì, potremo contare sulla collaborazione di BigKappa, della colonna romana, per la ripresa e la successiva diffusione via Youtube.

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    2. l'espressione "colonna romana" mi piace moltissimo.
      Grazie mille per la info Professore.

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  5. Caro Professore, ci terrei moltissimo a partecipare - anche per interessi professionali - ma non saprei proprio come arrivare fino a Pescara (sono di base a Roma al momento). Sarei curioso di sapere se tra gli altri amici del blog qualcuno si muove da Roma per partecipare.

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  6. «... È un vero peccato, perché - anche se mi sembra strano dover essere io a farlo notare - in fondo l'economia è una scienza, e in quanto tale aveva dimostrato, nelle pagine dei suoi migliori autori, una capacità esplicativa della realtà del tutto soddisfacente. ... »

    Questo lo leggo proprio volentieri. Per motivucci miei (bassamente?) personali. E per averlo pensato spesso leggendoti quando scrivi di economia.

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  7. Buongiorno,premetto di essere completamente inadeguato alla comprensione della materia, nella vita disegno;
    scusi Professore, la mia è una semplice curiosità: perchè dice "non avevo riflettuto sul possibile ruolo delle riforme del mercato del lavoro" se io, proprio seguendoLa, mi son fatto l'idea che l'ordine di grandezza dei problemi che ci affliggono a livello macroeconomico mette al primo posto l'euro, ma al secondo proprio le riforme che a metà degli anni 90 hanno flessibilizzato il lavoro... non mi ricordo in quale video su youtube Lei afferma, vado a memoria "ma che se ne fanno le nostre piccole e medie imprese di precarizzare professionalità che tanto hanno faticato a tirar su; in Germania la grande industria gode flessibilizzando, ma l'Italia..."
    Un saluto, e grazie per l'eventuale risposta
    Marco

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    1. Ma io sto parlando di un percorso di ricerca che non è iniziato a maggio scorso, ma un pochino prima...

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  8. … Some day the nations of Europe may be ready to merge their national identities and create a new European Union – the United States of Europe. If and when they do, a European Government will take over all the functions which the Federal government now provides in the U.S., or in Canada or Australia. This will involve the creation of a “full economic and monetary union”. But it is a dangerous error to believe that monetary and economic union can precede a political union or that it will act (in the words of the Werner report) “as a leaven for the evolvement of a political union which in the long run it will in any case be unable to do without”. For if the creation of a monetary union and Community control over national budgets generates pressures which lead to a breakdown of the whole system it will prevent the development of a political union, not promote it.

    E' impressionante. Basta fare copia/incolla utilizzando il passato piuttosto che il futuro e possiamo metterlo direttamente nei libri di storia tra qualche anno.

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    1. Non avere fretta mein Freund, prima di fare 'incolla' potrebbe rendersi necessario aggiungere un paragrafo. Qualche tempo fa Angela Dorothea ha dichiarato pubblicamente che se saltasse l'Euro salterebbe anche l'Unione Europea, ed in tal caso nessuno potrebbe dare per scontata la pace in Europa per altri 50 anni. Se non lo sa lei ...

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    2. La nostra bella chiappona forse non si e' resa conto che la pace in Europa non c'e' gia' adesso. Per forza, lei sta dalla parte dei vincitori.
      Intanto facciamo saltare per aria l'euro, poi vediamo cosa succede. :)

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  9. Progetto "l'ortografia è lo specchio dell'anima": prima riga del terzo paragrafo dopo il grafico, manca l'apostrofo in "un'altra" (forse l'ha prestato a Claudio Borghi per "un'imprenditore"?).
    Ovviamente questo commento non necessita di pubblicazione.
    Saluti

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    1. Grazzie. Cose che capitano quando si scrive troppo e si cambia idea spesso!

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  10. Anche un altro classico è originariamente senza matematica (ci ha pensato Hicks), eppure contiene un modellino semplice dell'economia della depressione, quando la politica monetaria perde ogni efficacia. Modello che ancora oggi pochi prendono seriamente e che spiega (con due rette) straordinariamente bene perché la ricetta salva Italia del governo Monti non ha salvato proprio nessuno, anzi. Chi ha detto che non si può fare scienza senza matematica?
    Ps: la matematica permette di formalizzare compiutamente concetti ed intuizioni, ma se non sono quelli giusti .... (ogni riferimento a AA non è puramente casuale)

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  11. Oh, sarò un pò limitato (in quanto giurista e non solo) ma che il Governo Monti ci avrebbe portato alla catastrofe, l'ho pubblicato su rivista scientifica giuridica (certamente irrilevante nel mondo economico-scientifico), in 2 articoli della fine del 2011.
    E attenzione: non è una rivendicazione di alcuna bravura (piccolo merito quello di pensare ciò che tutti "dovrebbero" pensare): era solo che, avendo approcciato la questione dei saldi settoriali e degli effetti della riduzione del deficit in situazione di cambio fisso e simultaneo deficit della bdp, era inevitabile non solo arrivare a tali conclusioni, ma anche finire poi a pascolare su goofynomics.
    1) http://www.giustamm.it/cgi-bin/db2www/giust/giust_it.mac/dispositivo?codarti=4240&flagdispositivo=1&visualizza=1&sezione=articoli
    2) http://www.giustamm.it/private/new_2011/ART_4264.pdf

    Nel caso che i links funzionino solo per me che sono abilitato, alla rivista (temo sia così), i titoli e rubriche dei due articoli erano:
    1)L’EUROPA ALLA PROVA DELL’EURO: BILANCIO PUBBLICO, DEFICIT E DINAMICHE DEL PIL;
    2) CRISI DEL DEBITO SOVRANO, ESITI RECESSIVI E VIE D’USCITA.

    SOMMARIO: 1- IL QUADRO DEI C.D. MERCATI FINANZIARI INTERNAZIONALI; 2- PROSPETTIVE DI SISTEMA E EFFETTI ATTESI SULL’AREA EURO; 3- LE MISURE “POSSIBILI” DI USCITA DALLA CRISI ATTUALE; 4- LA SITUAZIONE CONGIUNTURALE ITALIANA E LE ATTESE PER IL 2012; 5- GLI EFFETTI DELLA MANOVRA DI DICEMBRE E L’EVOLUZIONE DELLE ESIGENZE DEL BILANCIO PUBBLICO ITALIANO; 6- CORRELAZIONI TRA CRISI DEL DEBITO ITALIANA E INTRODUZIONE DELLA MONETA UNICA: CONFERMA DELLE MISURE DI “USCITA DALLA CRISI” DI CUI AL PARAGRAFO 3.

    Vi calcolavo la recessione indotta dall'irrompere di Monti, per il 2012, in oltre 2,2 punti, ma preconizzando un'ulteriore inevitabile correzione di conti in corso d'anno ad effetti ampliativi ulteriori della recessione, puntualmente verificatasi con la c.d. "spending review" (di...tagli lineari).

    Ovviamente comprendo che la tua indicazione dei "pochi" si riferisce agli economisti: in compenso come giurista posso rivendicare una "unicità", che è poi una totale solitudine, tutt'ora perdurante...
    Di cui non mi rallegro neanche un pò!

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    1. Ma sai bene che io riconosco il fatto che giuristi e storici, nella media, ci sorpassano ormai. Piuttosto, tu al seminario ci vieni? Così, per sapere per quanti prenoto...

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    2. No, purtroppo il 5 devo essere a Roma (dove distrattamente avevo inizialmente capito fosse il seminario). Magari vengo l'8 (sabato credo) al convegno dall'UM, che è un tema veramente stimolante sul paino interdisciplinare...come dirò nel pippone che segue :-).

      Quanto agli storici e giuristi, per quel che vedo non superano certo gli economisti: almeno, ancor prima di imbattersi in rete in Bagnai alla fine del 2011, un Nuti o un Amoroso potevano mettere una pulce nell'orecchio.
      Per i giuristi, devi andarti a cercare Caianello d'antan o un Cantaro, senza però il diretto raccordo con la questione della sostenibilità economica dell'UEM per l'Italia. Oppure rileggersi consapevolmente i lavori preparatori della Costituzione.

      Il punto sull'UE, nelle critiche più avanzate, era ed è rimasto, sul piano giuridico, che c'era questa "piccola falla" dei "diritti fondamentali" privi di vera tutela europea, mentre il potere di governo si spostava dagli organi costituzionali alle istituzioni UE che, programmaticamente, dichiaravano (art.6 TUE) di non essere competenti in alcun modo.

      Ovviamente la cosa non sembrava così grave, non accorgendocisi (più) che il lavoro era il primo dei diritti fondamentali della nostra Costituzione.
      Ma a tutti i giuristi pareva e tutt'ora pare normale:
      a) il divorzio tesoro-bankitalia (nessuno si è tutt'ora seriamente interrogaato sul perchè della indipendenza e sulla sua compatibilità costituzionale);
      b) che se i soldi "non ci sono", perchè abbiamo un debito troppo altro, appare perfettamente logico rinunciare a fare politiche di spesa pubblica che, sebbene obbligate per norma costituzionale, appaiono "oggettivamente impossibili" per mancanza di fondi (fallendo di indagare come diavolo mai le potessimo fare prima dello SME-Maastricht).

      Questo supino atteggiamento ha portato anzi la maggioranza schiacciante dei giuristi su posizioni sostanzialmente Von Hayek, anche a sinistra: se i soldi non ci sono, è per un difetto morale (il troppo debito che incide sulle future generazioni, cosa contro cui tuonava Keynes già negli anni '30), e allora vuol dire che la politica e la sfera del pubblico sono inefficienti e sprecone.
      Il resto è lo stato pietoso in cui versa ogni possibile difesa della Costituzione, che non sia condotta con meri discorsi trombonici..che virano su inevitabili diritti cosmetici, tralasciando il "lavoro", l'istruzione, la sanità, le pensioni, l'abitazione, il risparmio; cioè tutte quelle norme costituzionali che sancivano i veri diritti che era stato difficile conquistarsi con la Resistenza al nazifascismo (e, diciamolo pure, al capitalismo "sfrenato" ante '29, dato che il fascismo ebbe su questi temi alcuni indubbi punti di forza, con leggi che tutt'ora sono tecnicamente condivisibili).
      Ora ci rimane:
      il razzismo negli stadi,
      il matrimonio "omo",
      il "femminicidio".
      Tutte cose che a sei milioni di disoccupati, senza prospettive previdenziali e in serie difficoltà sui mutui, e relative famiglie, indubbiamente risolvono la vita no?
      Al punto che, per come la raccontano loro, sta Costituzione pare una costruzione propagandistica.
      Ah, dimenticavo: i diritti cosmetici sono un cavallo di battaglia dei trattati e delle risoluzioni UE: infatti NON COMPORTANO SPESA PUBBLICA. (Von Hayek, a malincuore, tollera: gli zotici vanno intrattenuti e elevati moralmente, anche se non li renderà "fitter")

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    3. Questa me la rivendo al convegno, grazie.

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  12. ricerca scozzese? Uno dei tanti motivi forse per cui gli inglesi dissero "no grazie" all'euro? erano forse gia' coscienti dei differenziali interni alla propria isola? la butto li, lo so che ha messo on line il testo della discussione parlamentare e che da li si capisce che puntavano il dito contro il loro deficit cronico della bilancia dei pagamenti ma mi piace pensare che da quelle parti leggano piu' di noi e magari un'occhiata al journal scozzese l'abbiano data.

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  13. Perché il mondo antico era così "improduttivo"? Eppure aveva già le cognizioni per sfruttare il vapore e la forza dell'acqua... Ogni buon ginnasiale saprebbe rispondere che la colpa era della forza-lavoro schiavile a costo bassissimo, che disincentivava la ricerca e/o l'applicazione di nuovi processi di produzione.
    I politici che ci hanno messo sulla strada della neo-schiavitù con l'illusione che la produttività sarebbe cresciuta meritano i lavori forzati: chissà che l'esperienza diretta non li illumini.

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  14. Ora potrebbe venire un piddino e chiedere la fonte dei dati. Se lo fa allora potremmo gentilmente dirgli che terremo conto delle sue parole :).

    Tuttavia eccola qua la fonte:

    Database World Economic Outlook

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    1. Mi sa che ho usato quelli di AMECO, ma tanto sempre quelli sono.

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  15. "con buona pace degli ingegnieri (sic)"

    Mi domandavo: "ma come mai ogni volta che si parla di produttività c'è una frecciatina agli ingegneri?" Poi ho capito! In realtà è per gli "economisti mancati ingegneri" di cui si è parlato anche nell'incontro con Piga! :-)

    E’ che ci sono due produttività del lavoro: quella degli economisti e quella dei tecnici (della produzione, non dico degli ingegneri perché l’attività manifatturiera richiede certamente il concorso di più discipline, dall’illuminotecnica alla medicina del lavoro :).

    Quella degli economisti come abbiamo visto è il rapporto tra il valore aggiunto e l’apporto di lavoro (il numero degli addetti o le ore di lavoro degli addetti) e, necessariamente, parte dalla domanda dato che il valore aggiunto si aggiunge quando si realizza la vendita, non prima, ed è misurata in euro per unità di lavoro.

    La produttività dei tecnici invece è il rapporto tra la quantità di prodotto e l’apporto di lavoro e quindi sarà misurata ad esempio in pezzi per addetto o in pezzi all’ora, non in euro all’ora.

    Gli "economisti mancati ingegneri" da mancati ingegneri parlano della produttività degli economisti pensando di parlare della produttività dei tecnici e da mancati economisti si dimenticano di andare innanzitutto a vedere quali fattori determinano il valore aggiunto (cioè in primo luogo le quantità e i prezzi di vendita dei prodotti) e passano subito dopo a recriminare sul mancato aumento della produttività senza ricordare che l’imprenditore investe per aumentare la produttività se questo gli consente di incrementare i profitti, non per amore della produttività (dei tecnici, che farebbero qualunque cosa per essa :-).

    La storiella del barista è esemplificativa: “il barista più bravo non è quello che fa più caffè in un’ora, è quello che vende più caffè in un’ora”.

    Se di due baristi, a parità di condizioni e nello stesso tempo, uno fa 100 caffè e il secondo 10 il primo è sicuramente più produttivo dal punto di vista tecnico. Se però, nello stesso tempo, il primo ne vende 1 e l’altro 10 (allo stesso prezzo e con gli stessi costi), il secondo ha sicuramente la produttività più alta dal punto di vista degli economisti.

    Ma la storia non finisce qui. :)

    Se il bar che impiega il secondo barista può vendere 100 caffè nello stesso tempo (perché c’è la domanda) anziché 10, sostituendolo con il primo barista incrementerebbe di dieci volte il valore aggiunto derivante dalla vendita di caffè e quindi la produttività di questa attività.

    Ecco un’altra tipica dimenticanza degli “economisti mancati ingegneri”: nel mondo reale non c’è la piena occupazione (e quindi neppure la massima produttività possibile, e neppure una sua approssimazione) perché non c’è una sufficiente domanda (effettiva).

    Un errore che Bellofiore ad esempio non fa suggerendo, da qualche parte nei libretti rosso o nero, che l’incremento della produttività registrato nel secondo dopoguerra negli Stati Uniti è stato una delle conseguenze del pieno impiego dovuto alla domanda pubblica. E in realtà la produttività massima, quella dei tecnici, si raggiunge tipicamente nei periodi di guerra (istruttive in questo senso le memorie di Speer).

    D’altra parte mi sono appuntato che secondo Bellofiore tu sei uno dei pochi economisti che riconoscono il ruolo della domanda nelle decisioni di investimento (“gli investimenti non sono autonomi ma dipendono dal reddito”).

    Davvero questi “economisti mancati ingegneri” non hanno mai visto una formula per la valutazione degli investimenti tipo il valore attuale netto?
    Chi investe se non sa se può vendere? E a maggior ragione chi investe se sa che non potrà vendere?

    Ora posso andare dietro la lavagna... :-)

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    Risposte
    1. "L'espansione marittima dell'Europa [che consentì di controllare le rotte commerciali su tutti gli oceani] fu una delle circostanze che prepararono il terreno alla Rivoluzione Industriale.

      Negare ciò sulla base del fatto che tra gli "imprenditori" che crearono fabbriche in Europa non c'erano mercanti della Compagnie delle Indie è tanto sensato quanto il negare ogni rapporto tra la Rivoluzione Scientifica e la Rivoluzione Industriale sulla base del fatto che né Galileo né Newton crearono una manifattura tessile a Manchester."

      Cipolla, C.M. (1965). "Guns and sails in the early phase of European expansion 1400-1700" ("Vele e cannoni". Bologna: Il Mulino. 2011. p.123.)

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  16. Eh eh, sono uno degli "spocchiosi" ingegneri. Avendo - da poco - iniziato a studiare economia, quello che mi stupisce è in genere l'assenza di modelli di retroazione complessi, cosa che per esempio in qualsiasi altra branca della scienza si trovano.

    Per esempio, se A causa B, e una variazione di B si ripercuote in A, e così via (quello che se A sono le tasse e B è il reddito disponibile, che a sua volta causa la variazione di A in funzione dell'aliquota), più altri fattori, sarebbe interessante vedere quali sono i coefficienti di questi equilibri.
    Tipicamente nascono equazioni lineari differenziali, per piccole variazioni, ma siccome qua in economie le variazioni sono bestiali, occorrerebbe iniziare a studiare la cosa con elementi di sistemi caotici e vedere se il modello che così nasce si sposa con i dati effettivi. Si studiano i sistemi caotici - un esempio di applicazione è la meteorologia - in Economia e Commercio? non mi risulta. Però magari mi sbaglio.

    Però quello che tipicamente osservo sono sempre grafici X-Y, con una variabile dipendente e una indipendente - apparentemente perché magari poi sono effetti di un'altra, sono debolmente correlate etc, come ha già spiegato il prof da un'altra parte.

    A mio avviso, piccolo parto di una mente malata, l'economia non sarà una scienza vera e propria per parecchio tempo per due motivi:
    1 - manca il nesso causa effetto stretto. Una biglia non inizia a muoversi da sola se non c'è una forza applicata. Invece, in finanza, l'aspettativa che un titolo cresca o crolli magari per una catena su Twitter fa salire o scendere gli acquisti del titolo. --> relazione non causale. Non si possono costruire modelli di questo tipo, a meno di non introdurre variabili aleatorie impazzite qua e là. Infatti i modelli che prevedono "c'è una probabilità ogni 100mila anni che una cosa del genere accada" sono tutti falliti miseramente.
    2 - quasi tutti i modelli per produrre risultati predicibili si basano su sistemi lineari. I modelli che fuoriescono dai sistemi lineari sono enormemente complessi e necessitano di simulazioni infinite al calcolatore per prevederne gli sviluppi. Quindi occorrerebbero intense sinergie tra matematica, ingegneria e macroeconomia per mettere su in piedi un modello che non si riduca semplicemente a dire "il coefficiente moltiplicativo è superiore ad 1 tra quanto allo Stato ritorna in tasse se si indebita per favorire lo sviluppo".

    Scusi l'off-topic, prof, ma io quando sento alcuni economisti che straparlano di cose qualitative campate per aria che fanno a cazzotti con i dati reali, mi ci incacchio. Reinhart e Rogoff per quella minchiata della storia che un rapporto debito/PIL > 90% castra lo sviluppo hanno usato la media di Excel e fatto i grafici carini colorati troncando i dati che a loro facevano scomodo.
    Se un ingegnere scrive sulla IEEE, col cavolo che certi errori/orrori passano inosservati. Ti fanno a pezzi, altroché.

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    1. La ringrazio per l'osservazione. Mi permetto di ricordarle che oggi è facile documentarsi. Ad esempio, uno degli ultimi Nobel è proprio stato dato a due de passaggio che si sono occupati di modelli di retroazione, peraltro introdotti in economia da A.W. Phillips, che era (va riconosciuto) un ingegnere elettronico di formazione, poi pentito (e un motivo ci sarà).

      Se hai mooolto tempo ti manderò qualche paper da leggere.

      Non è che perché uno fa divulgazione in modo efficace abbia necessariamente l'anello al naso, questo vorrei che fosse chiaro. Ad esempio, la letteratura sul deterministic bias nei modelli di simulazione macroeconomica (che sono tutti non lineari) chiarisce che probabilmente l'importanza delle nonlinearità è lievemente sopravvalutata da una categoria di persone: quelle che pubblicano paper sulla nonlinearità, appunto.

      Se dividi uno per tre milioni capirai rapidamente perché in una scienza sociale e umana la linearità, in fondo, non è una semplificazione eccessiva (hint: pensa all'asse dei tempi, e ricordati di Lucy).

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  17. Prof. sono sconfortato!
    Ho passato l'intero post-partita (una sera a settimana una partitella di calcio ci vuole!)a spiegare (con parole sue, giuro!)
    come e perche' sarebbe indispensabile e urgentissimo uscire dalla trappola dell' euro, e le garantisco che (eravamo 18 persone) non ho trovato UNA corrispondenza che è UNA!!
    Non solo paure, ma mille obiezioni insensate, partendo dalle materie prime piu' costose, al fatto che ormai l'economia è distrutta e non ripartirebbe ecc ecc.
    La cosa è tanto piu' deprimente perche' il consesso era formato da
    27-35 enni con una buona cultura media (anche lauree economiche) e un discreto livello sociale........
    Non c'è peggior sordo di chi non vuol capire, ma temo che "la casalinga di Voghera" (che percentualmente incide sulla popolazione italiana piu' del mio gruppo di amici calciofili) non solo non vuole ma non PUO' capire.....
    Mi auguro che il suo ottimismo sia confortato da dati che io non so, e d'altronde l' uscita dall' euro non dovra' essere ne' democratica ne' condivisa dal popolo, ma ce la faremo davvero con un cosi' basso consenso?
    La prego, mi rassicuri!
    Un saluto
    Mauro

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  18. Buongiorno professore
    perdoni la pedanteria ma volevo segnalarle un piccolo errore nella figura 'Scarto fra reddito pro capite italiano ed EU15': tra parentesi scrive "migliaia di euro a prezzi 1995" mentre le unita` di misura sono chiaramente "euro a prezzi 1995"... naturalmente cestini pure questo commento...
    grazie e buon lavoro

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    1. Invece lo pubblico, perché bisognerà pure che si capisca la differenza fra guardare un post e leggere un post. Grazie. L'errore è dovuto al fatto che nella fonte i dati sono effettivamente in migliaia, ma poi nel grafico li avevo moltiplicati per mille, ergo...

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    2. P.s.: ovviamente NON ti ringrazio per l'osservazione!

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  19. Sono rimasto inorridito dal tweet di Manasse - riportato nello storify di Borghi - dato in risposta all'esempio del barista. Se avessi fatto una selezione per una persona da impiegare in un ufficio marketing ed avessi avuto una risposta del genere (dimezzo il prezzo del caffè e raddoppio le vendite) lo avrei fatto "gentilmente" fatto accomodare alla porta!
    Ma quello sta su un altro pianeta!

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    1. Sì, il pianeta dei tromboni suscettibili. Io son sicuramente meno bravo e più trombone di lui, ma, appunto, me ne frego di tutto e di tutti, tranne che di tirar fuori il mio paese dal guano, e quindi, sai com'è...

      (me ne frego, olio di ricino... vedi la correlazione, no?)

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    2. Senza dimenticare che "La Patria si serve anche facendo la guardia ad un bidone di benzina", ovviamente per evitare che aumenti di SETTANTA VOLTE SETTE....

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  20. Se avessi scoperto la sua opera, Professore, qualche anno fa mi sarei innamorato della materia che insegna e probabilmente mi sarei laureato presso la Facoltà dove insegna.

    Un triste laureato in Scienze delle Merendine con esperienze di lavoro in India... eternamente precario in Italia.

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  21. Non sempre il privato è meglio del pubblico...

    (tu capisci il francese, spero sia così anche per i lettori)

    https://www.youtube.com/watch?v=2-jrZYuJjs0

    Buona vita

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  22. Al prof. Paolo Manasse rispondo con questo video: http://www.youtube.com/watch?v=rLL6sjmr2do. Aggiungendo: panettiere..ma a tempo determinato!!!!!!!!!!!!!!!

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  23. Ce vole così poco? Porca mignotta faccio er commerciante da quasi vent'anni e nun lo sapevo! Poi però li conti me li viè a fà tornà Manasse...m'annasse a....

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  24. Questo lo dedico a Borghi e Guerani. Altro che, è il migliore. A pag. 21, fenomenale. Tutto si può dire, ormai. Il documento di politica monetaria poi sembra scritto nel 1985 circa, con teorie morte e sepolte, e difatti io ripropongo questo. Che se andiamo a vedere è sciocco comunque, perché, come si è detto, le "politiche monetarie non convenzionali" sono la prassi da un secolo, parola di chi ci lavora, non di Barro.

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    1. Se Manasse leggesse studi tipo questo, invece delle solite fregnacce monetariste, forse sarebbe meglio. Non so se era noto, ma pare un paper molto interessante sulle cause della "grande moderazione" di questo trentennio partendo da una visione "post-keynesiana" del problema.

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  25. "...lo spostamento della domanda di lavoro verso forme contrattuali più stabili genera un aumento della produttività media del lavoro.
    Tale assunzione discende dai risultati di numerose analisi empiriche (si veda in particolare: Boeri e Garibaldi, 2007, "Two Tier Reforms of Employment Protection: A Honeymoon Etfect?..."

    Fonte: Documento di Economia e Finanza 2013 - Programma Nazionale di Riforma, pag. 22-24

    Ma quindi anche il governo Monti ha riconosciuto che la legge Biagi, così glorificata, è stata un errore! Ecco perchè l'aumento contributivo per i contratti precari: un tempismo eccezionale!
    Peccato che di questi tempi le aziende licenziano invece di trasformare i contratti in favore del tempo indeterminato.

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  26. link utile per sbugiardare i PUDEini (data l'esterofilia tipica del nostro paese): http://www.rischiocalcolato.it/2013/06/4-premi-nobel-paul-krugman-milton-friedman-joseph-stigliz-amartya-sen-leuro-e-una-patacca.html

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  27. Ho letto di Keynes, alla fine non ha inventato niente, se si considera che il buon Dio consigliò a Giuseppe di risparmiare quando ci sono le vacche grasse e di spendere quando ci sono quelle magre

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  28. http://www.linkiesta.it/blogs/banche-moneta-potere/il-declino-dell-economia-italiana-idee-confronto si trovano i link di you tube del seminario

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