mercoledì 9 luglio 2014

Un anno vissuto alacremente: a/simmetrie e #goofy3


Un anno prima
Esattamente un anno fa un Frecciarossa a quest'ora mi stava portando a Milano, dove insieme a Claudio Borghi e a un manipolo di affidabili volenterosi costituivamo l'associazione a/simmetrie. L'obiettivo iniziale era in effetti relativamente poco ambizioso: quello di dotarsi di un veicolo giuridico che consentisse di organizzare l'attività associativa riferita a questo blog (in sintesi: i nostri "compleanni"). Una cosa che era stata suggerita da qualcuno di voi l'anno precedente, in riferimento all'organizzazione del primo compleanno. Tuttavia, grazie soprattutto alle riflessioni di Paolo Cianciabella, realizzavo subito che anche in ambito associativo le cose semplici non sono per questo banali. Per metter su questa "scatoletta" un certo sforzo era richiesto, e valeva quindi la pena di strutturarla in modo che potesse, fondi e interessa altrui permettendo, diventare qualcosa di più di una semplice bocciofila (con tutto il rispetto e anzi l'invidia per queste associazioni benemerite).

La situazione, un anno fa, era più o meno questa: ogni paio di settimane partiva una nuova associazione, vagamente intitolata all’euro: “Comitato civico contro l’euro”, “Associazione per l’uscita dall’euro”, “Fronte per la liberazione dalla moneta unica”, ecc. Io, a mia volta, ero reduce da un anno di strumentalizzazione gretta e miope, soprattutto da parte di quelli “de sinistra”, i quali, per sfuggire alla vergogna di non aver detto quello che avrebbero dovuto dire parecchi morti prima, se la cavavano banalizzando il mio libro come “quello dice che basta uscire e tutto si risolve” (ne abbiamo parlato). Va da sé che questi simpatici esercizi di retorica venivano conditi col richiamo alla necessità di mantenere unita la sinistra, possibilmente, pareva di capire, attorno all’euro, ma comunque intorno a se stessa. La cosa migliore per farlo, evidentemente, era prendere le distanze da chi aveva sollevato il dibattito, e aprire tanti simpatici baretti di Guerre Stellari. Così, mentre la Spagna ha Podemos e la Grecia ha Plan B, noi abbiamo er Nutella...

Ma non parliamo di queste piccole miserie, oggi vorrei evitare di parlare di queste e di altre piccole miserie, di queste e di altre tempeste in un bicchiere di Pignoletto...

Il punto è che la qualità della risposta trovata a sinistra mi aveva già convinto, fin dal mio primo articolo sul Manifesto, che la strada sarebbe stata lunga, che sarebbero arrivati prima i francesi, ecc. Lasciavo ad altri il movimentismo sterile. La domanda che sorgeva spontanea, di fronte all’ennesima associazione “no-euro” era: e quando l’euro crollerà, cosa farete? Che significava sostanzialmente due cose: avete un progetto per il dopo? Io ce l’avevo e l’avevo anche scritto (lo riscriverò con caratteri più grandi nel prossimo libro che vi presenterò a novembre). Gli altri non si capiva bene. Sapete, il bar di Guerre Stellari è comunque una realtà variegata: chi viene da una parte, chi da un’altra, chi ha l’astronave parcheggiata in doppia fila, e quindi mentre ci parli sparisce perché sono arrivati i vigili... Bisogna esserci stati, nel bar di Guerre Stellari! Presentarsi con un messaggio puramente negativo, non propositivo, per di più strumentalizzabile da chi non vuol fare niente se non aspettare una poltrona di passaggio (e quindi ha facile gioco nel dirti “tu vuoi fare solo questo!”), e senza un quadro condiviso da una constituency sia pur minima... Si poteva capire da subito a cosa sarebbe servito: praticamente a nulla.

Volendo percorrere la strada lunga bisognava, anche per una cosa che non si sapeva se e a cosa sarebbe esattamente servita, scegliere un approccio diverso.

Sotto la doccia (luogo catalizzatore del pensiero) mi tornò in mente un invito a presentare articoli a un giornale di recente costituzione, il Journal of Economic Asymmetries. Tutto quello che stavo facendo da ormai tre anni verteva appunto attorno alle asimmetrie dell’Eurozona. Ma il tema delle asimmetrie economiche è molto più ampio, virtualmente inesauribile: finché ci sarà qualcosa da spartirsi, ci saranno rapporti di forza che determineranno asimmetrie. La gestione di queste asimmetrie, del conflitto distributivo, come di quello fra paesi per la spartizione delle risorse, è la storia dell’umanità. Dovendo perdere una giornata dal notaio, pensavo, meglio farlo per qualcosa che resta. Le asimmetrie, quelle, purtroppo resteranno.

Così, comunico ai fondatori questa idea, Paolo si attiva per stendere uno Statuto, ci vediamo a Milano, poi cominciamo a lavorare al lancio del Goofy2, coinvolgo qualche amico nel comitato scientifico, e all’inizio di agosto annunciamo associazione e compleanno.

La vostra risposta è stata immediata e convinta, e ve ne sono molto grato. Credo che abbiate capito tutti che non si trattava di costituire un partito, di appoggiare una candidatura, di abbandonarsi al “qualcosismo”. Si trattava di costituire un polo culturale, un interlocutore che fosse in grado, per qualificazione scientifica e penetrazione nei media, non dico di rovesciare, ma almeno di scalfire, o anche semplicemente di far intuire i contorni dell’egemonia culturale che soffocava e tuttora soffoca dibattito e democrazia in Italia. Si trattava, personalizzando un tantino, di far capire che Bagnai non è Donald (come prima tanti nemici e poi tanti amici hanno ragliato sul web), che il tema dell’euro, e quello più ampio dell’ingiustizia, della disuguaglianza, del conflitto, non sono appannaggio di simpatici guru più o meno opportunisti, ma sono oggetto di riflessione scientifica. Si trattava, riportando la questione su un piano più generale, di far capire che non è populista chi si rifà a decenni di letteratura scientifica di livello eccelso, ma chi controbatte con argomenti di pancia, come lo spettro del nazzionalismo, dell’inflazzzione, dei dazzzzi, in un crescendo di “z”: il ronzio di tanti mosconi, così vaghi di posarsi su quella bella torta (di vacca) dell’euro e di pascersene a sazietà. Ma si trattava anche, ri-personalizzando, di permettermi di fare una vita un minimo più normale, dopo due anni di autentico inferno, raccogliendo fondi per costruire un minimo di struttura organizzativa a supporto della mia attività di divulgazione, dove per struttura divulgativa si intende qualcuno che gestisca email, agenda e contatti, qualcuno che si occupi della stampa e del web, roba così, molto elementare, ma che richiede impegno, quindi soldi.

Massimo rispetto per il volontariato, ma a me piace pagare chi lavora per me (e diffido da chi non vuole farsi pagare: inutile dire che le esperienze dell’ultimo anno mi hanno confermato in questa diffidenza)!

Credo che l’importanza, l’utilità di questo progetto sia stata colta da molti. Non da tutti, certo. Qualcuno avrà continuato a cantare la canzoncina del “tu fai solo chiacchiere, qui ci vogliono fatti”. Va da sé. I “qualcosisti” hanno un animo rivoluzionario. Li senti spesso parlare di prendere i fucili. Se gli fai notare che sparare a un uomo non è come sparare a un tordo, li vedi che ci pensano sopra e si ammosciano subito un tantino. Chissà se si ricordano come si mette un colpo in canna? Però quanto è bello dire a uno che tre anni fa era ignoto, in un paese nel quale il dibattito era inesistente, e che da solo ha riportato il dibattito in vita e lo ha condotto sui media mainstream, quanto è bello dire: “Non hai fatto niente, devi fare di più, sono solo chiacchiere...”. Suona come una critica altamente costruttiva, si intende. Ora, se ci fate caso, quelli che vogliono “di più” invariabilmente ti chiedono di fondare “er partito”. E qui si aprono due problemi.

Il primo è che per fondare “er partito” ci vogliono molti soldi e almeno un’idea condivisa, che non può essere un’idea negativa. Ma di questo abbiamo già parlato.

Il secondo è che chi ti chiede di fondare “er partito” in realtà lo fa non perché voglia impegnarsi, ma perché vuole votarti, cioè vuole delegare a te l’impegno: vuole, insomma, mettersi la coscienza a posto, pensando di aver fatto la cosa giusta (“ho dato er voto ar partito anti-euro”), per tornare con animo sereno a guardarsi il mondiale, se c’è, e se non c’è il campionato, o, se non c’è nemmeno quello, il belino. Insomma: la creazione “der partito” viene chiesta da quelli che di lottare day by day contro l’egemonia culturale non hanno voglia, di capire veramente non hanno voglia. Sanno solo, perché lo sentono, che il padulo è arrivato, e vogliono ribellarsi, ma facendo, beninteso, il minor sforzo possibile. Intendiamoci: è un comportamento razionale. Ma io, che sono notoriamente folle, questo comportamento non voglio né capirlo, né condividerlo, né assecondarlo.

Rimango quindi della mia opinione. In un mondo nel quale il principale limite del fronte “critico” è la mancanza di idee (perché quelle che vedete in giro per lo più vengono da queste pagine, solo che son state spesso copiate male), proporre idee, discuterle, portarle a un livello di dibattito e di scrutinio critico più alto rimane la principale cosa da fare. E questo ha più o meno cercato di fare a/simmetrie.


Un anno dopo
Ci siamo riusciti?

Certo, si può sempre fare di più, ma guardiamo cosa abbiamo a un anno dalla partenza.

In un anno, l’associazione che doveva nascere sostanzialmente per organizzare il solo Goofy2 ha organizzato sette eventi di carattere scientifico o divulgativo, che hanno permesso di allargare la rete di contatti col mondo scientifico e dei media, attirando l’attenzione dei media cosiddetti “mainstream”. Al Goofy2 era presente Stefano Feltri, che non la pensa come me, ma per fortuna non è abbastanza “de sinistra” da impedirmi di esprimermi (e qui trovate i miei commenti per il Fatto e altri quotidiani); era presente Giulia Innocenzi, che non la pensa come me, ma che mi ha portato a esprimermi due volte (qui e qui) in uno dei talk show più importanti; prima ancora, proprio mentre tornavo da Milano, mi aveva contattato Giorgio Dell’Arti, che ad agosto, come ricorderete, pubblicò a puntate sul Foglio del lunedì un capitolo de “Il tramonto dell’euro”; dopo, in inverno, mi avrebbe contattato Mario Giordano, che stava scrivendo il suo libro (qui la presentazione), e che mi avrebbe offerto il suo appoggio per dare visibilità al convegno “Un’Europa senza euro”. Vi sareste mai aspettati un servizio simile su una rete nazionale quando il blog partì, nel novembre 2011?

Dice: “Ma quello è berluschino!” Dico: “Amici, questo passa casa! Lo avete visto voi l’appoggio dell’Unità e del Manifesto alla nostra battaglia? Hanno detto chiaramente che loro il dibattito intendevano soffocarlo, hanno profferito solo menzogne degne del peggior ciarpame libbbberista!Ma Dio non paga ogni sabato, e a noi piace ricordarli così, un tantinello attapirati...

Santoro lo fa per l’audience? Può darsi. Giordano è opportunista? Non mi interessa.

Dopo ognuno di questi eventi il numero di persone che mi scrivevano per ringraziarmi e che si aggiungeva alla schiera sempre esigua di chi è disposto ad approfondire e a mettere in discussione i propri pregiudizi aumentava. E allora perché avrei dovuto rinunciare a un simile aiuto sulla base di un processo alle intenzioni? Fatemi capire meglio: la sinistra deve essere unita, quindi io dovrei accettare di essere insultato da personaggi come quello che prima mi attacca sulla base del fatto che ho firmato il Manifesto di Solidarietà Europea con Bolkestein (dimenticando che lo aveva firmato anche Jacques Sapir, per dire) e poi aderisce a una associazione costituita da un altro firmatario del Manifesto (ignorando che Lapavitsas e Ferreira do Amaral, economisti progressisti, sono stati coinvolti nel Manifesto da me, certo non da Antonio, con tutta la sua buona volontà)! Ma come? Io vado attaccato perché Bolkestein ha firmato dopo di me un Manifesto che era stato firmato prima di me da Sapir, e Antonio non va attaccato perché ha firmato dopo Bolkestein un Manifesto che nel frattempo io avevo fatto firmare a Lapavitsas? Ah, già, ma Lapavitsas è un marxista idiota! Eppure non mi sembra che dica esattamente delle scemenze...

E poi se la sinistra non è unita la colpa è mia!? Sicuri sicuri!? Ma stradaje a ride, manica di perdenti...

Io non la penso come Bolkestein, e gliel’ho tranquillamente detto in pubblico, laddove ce ne fosse stato bisogno. Ma se non ci fosse stato Bolkestein, avremmo portato il convegno del 12 aprile sul Tg4? E se il fronte deve essere trasversale, chi decide qual è la trasversalità buona e quella cattiva? A me pare evidente: le persone che fanno due pesi e due misure per meschine gelosie, per ambizioni personali frustrate, è meglio tenerle fuori, no? Soprattutto se la loro visibilità è nulla, come è in fondo giusto che sia. Vorrei far notare, per amor di verità, che io, la visibilità che ho, me la sono conquistata da solo, avendo dietro di me solo uno scaffale di libri, e davanti a me solo una tastiera di computer, con la sincerità del mio pensiero e la forza della mia parola, che pronunciava frasi tuttora non gradite al potere (il quale mostra la propria insoddisfazione). Questo vi ha mantenuto qui e ci ha fatto crescere. Quindi se chi da anni si arrabatta per venire alla ribalta, avendo dietro una sia pur minima organizzazione, non ce la fa, e per lo più non ce la fa dando segnali che infastidiscono molto meno il potere (esempio: referendum sull’austerità, dichiarazione di voto per Grillo, dichiarazione di voto per Tsipras...), sarebbe il caso che si ponesse qualche domanda su se stesso, invece di occuparsi tanto della mia umile persona.

Le bordate del potere, fra l’altro, sono per lo più self-defeating, e questo in buona parte grazie alla reputazione e al network costruito tramite a/simmetrie (quindi: grazie!), e in particolare grazie all’opera del nuovo vice-presidente, Marcello Foa, che tanto accuratamente ci ha illustrato le tecniche manipolatorie del potere, e come cercare di aggirarle. Ci stiamo provando.

Le cose fatte sono state tante, e sono state fatte da poche persone, tanto che non c’è nemmeno stato il tempo di documentarvele tutte. Il sito sta crescendo, come vedete, ma fino a ieri me ne sono occupato da solo. Il dibattito durante la campagna elettorale ha assorbito molte energie. L’evento forse più importante per accreditare l’immagine internazionale di a/simmetrie, cioè il 16° convegno annuale dell’INFER, è stato anche quello coi contenuti più difficili da condividere con tutti voi, a partire dal fatto che si trattava di un convegno in lingua inglese, e di un convegno generalista, dove poche sessioni (ma buone) sono state dedicate ai temi che ci interessano. Qui trovate lo scarno resoconto di una di esse, nella quale Luca Fantacci, che ieri si è unito al nostro comitato scientifico, ci parla del ritorno a Bretton Woods. Per farvi capire l’importanza dell’evento, vi segnalo solo che grazie ad esso abbiamo potuto inserire nella collana di working papers, che sta procedendo con cadenza mensile, i lavori di economisti come Josef Brada e Carsten Holz. Voi direte: “Mastica!”. E invece no, perché subito dopo, vista la qualità dei lavori presenti nella collana, sono arrivati altri contributi spontanei, che il comitato scientifico sta valutando, e anche perché ora chi naviga su IDEAS rischia di finire qui. Il curriculum si allunga anche così. Pensate che Brigitte Granville, che ha raggiunto anche lei, con Jacques Sapir, il nostro comitato scientifico, mi diceva che il suo ranking era migliorato perché l’avevo citata nel mio blog! Nel Regno Unito hanno metodi ben strani di valutare l’impatto di un docente: vanno a vedere se è citato nel dibattito, non solo nel simpatico mondo autoreferenziale di Google Scholar e della Thomson Reuters...

A Pescara sono stati presentati lavori molto interessanti, ma soprattutto si sono poste le basi per relazioni interessanti in termini scientifici. Ripeto: i “qualcosisti” diranno “ma questa è solo teoria, non avete fatto niente...”. Non sono d’accordo: consolidare la reputazione scientifica di un messaggio critico, attestarsi come interlocutore nel dibattito, è una cosa molto importante, è l’unica strategia efficace che abbiamo per evitare che domani siano solo Tabby e Zingy a passare per i coraggiosi economisti credibili anti-élite che l’avevano detto (daje a ride...), o quanto meno per limitare i danni di questo epilogo, in larga parte inevitabile.

Il prossimo evento scientifico sarà a aprile 2015, e coinvolgerà l’Istituto di Studi Avanzati di Vienna. Una collaborazione che sarebbe stata impensabile semplicemente un anno fa e che è stata resa possibile grazie alla rete creata attraverso INFER e il suo convegno.

Nel frattempo è andata avanti anche l’attività di ricerca.

I fondi raccolti ci hanno permesso di assumere un ricercatore a contratto, e abbiamo iniziato a lavorare su un modello dell’economia italiana. Alcuni risultati preliminari, come questo, hanno suscitato critiche costruttiva da parte di affidabili amici: “Ma come, solo questo? Potevate fare di più! Il prezzo della benzina è un non-problema, quindi questo risultato è un non-risultato...”. Certo, cari affidabili amici, apprezzo lo spirito costruttivo della critica, che condivido. Il prezzo della benzina è un non problema. Ma far ammettere in pubblico a un collega impegnato in politica nel fronte proeuro che l’argomento principe usato dai terroristi proeuro è infondato mi pare sia un risultato, un risultato politico, ne converrete, no? Portare sui media mainstream una voce critica, i nostri grafici, il nostro lavoro di ricerca è un risultato, no?

No!? Be’, mi spiace, problema vostro. In ogni caso, in campo scientifico i risultati si contano in termini di pubblicazioni, quindi vedremo: se qualcuno pubblicherà lo studio, avrete avuto torto. Basta avere pazienza... Intanto, lo studio sulla benzina è stato così inutile, si occupava di una cosa così trascurabile, che è servito a convincere una fondazione privata a cofinanziare la nostra attività di ricerca (vi darò i dettagli in seguito).

Di un altro studio, che sgretola completamente il fondamento economico degli argomenti “battipugnisti” e referendari, si è preferito non parlare. Ah, la gauche! Appena non può dire che banalizzi, ti dice che quello che scrivi è troppo complicato. Quant’è difficile da corteggiare, questa femmina incostante! Difficile non pensare a Elio e le storie tese: "Rimango a casa - Mi opprimi! - Esco! - Questa casa non è un albergo...". Eppure, quello che lo studio dice è noto in letteratura (e i molti colleghi che certe cifre non le sanno trovano nello studio tutti i riferimenti per convincersene). Le elasticità dei flussi commerciali ai prezzi e soprattutto al reddito sono tali per cui:

1)      un euro in più di stimolo fiscale rischierebbe di andare a beneficio dell’economia tedesca quanto e più che di quella italiana;
2)      una svalutazione dell’euro avrebbe un effetto netto nullo o negativo sul saldo commerciale italiano.

Non è così strano. Del resto, anche il modello che pubblicai con Carlucci nel lontano 2003 mostrava che per l’Unione Europea nel complesso le condizioni di Marshall-Lerner non valgono. Il motivo credo sia che un riallineamento del cambio della moneta unica si traduce in un gioco a somma nulla per molti paesi membri, e le elasticità reddito spiegano perché: se l’euro svaluta, l’Italia spende in Germania quello che guadagna negli Stati Uniti e in Cina (oltre a prendere una moderata batosta verso l’OPEC). È l’asimmetria delle elasticità al reddito che spiega questo risultato: le nostre importazioni reagiscono al nostro reddito più di quanto le nostre esportazioni reagiscano al reddito degli altri paesi dell’Eurozona (centro e periferia)...

Riusciremo a far parlare anche di questo studio, e intanto stiamo cercando di capire quanto soldi ci sfilerà Renzie a settembre. Vi terremo informati, e voi mettete i soldi da parte...

Il prossimo anno
Sintesi: nel primo anno ritengo di aver fatto, grazie ai nemici e agli amici, quello che vi avevo promesso, che poi era anche tutto quello che si poteva fare: dare autorevolezza e visibilità alla vostra voce. 

Le cose da fare sono ancora molte, ma ora diventa possibile fare un salto di qualità importante. Se finora siamo andati avanti soprattutto grazie a tanti piccoli contributi, tutti preziosi e dei quali vi ringrazio, ora, dopo un anno di attività che ad alcuni sembra scarsa, ma a chi l’ha posta in essere sembra non trascurabile, possiamo chiedere di accedere ai vari benefici fiscali: 5 per mille, deducibilità delle donazioni. Quando avremo questo riconoscimento, potremo strutturare la nostra raccolta fondi in modo da uscire dalla logica dell’emergenza, coinvolgere sponsor più importanti, e consolidare tutte le nostre strutture, per rendere il messaggio ancora più efficace. Va potenziato il sito, ci manca ancora un “ufficio stampa” strutturato, abbiamo spazi di penetrazione nei social media ancora da sfruttare,  occorre prestare più attenzione all’attività di relazione con i vari donatori, ecc. E naturalmente tutto questo va fatto continuando a scrivere, a divulgare, a fare ricerca, a creare contenuti. Da solo non riesco più a farcela. Occorrono almeno un paio di persone di supporto, e bisogna trovare i soldi per pagarle.

Il vostro contributo rimane ancora essenziale: siamo ancora in una fase “ponte”, con una struttura da consolidare, ma senza altre fonti di finanziamento che non siate voi. Oggi siete 2723. Se deste ad a/simmetrie cinque euro al mese, avremmo di che coprire il nostro budget. Ma so bene che non funziona così. So bene che c’è chi non ce li ha (sono 60 euro l’anno), che c’è chi non vuole darli (“fai solo chiacchiere, mi diverti ma non ti finanzio”), che c’è chi si dimentica (a pagare e a morire c’è sempre tempo, sono io il primo a dirlo), che c’è chi non si fida (“Bagnai è liberista e finanziato da Nomura, e poi vuole pure i soldi miei?”), ecc. Per fortuna, accanto a chi non può e non vuole, c’è qualcuno che può e vuole dare di più, il che ci ha permesso di restare liquidi nonostante gli impegni affrontati.

Sapete, come stanno le cose credo di capirlo. Il mondo è pieno di persone che in teoria sono pronte a correre alle armi, ma poi in pratica non arrivano nemmeno a una cabina elettorale, e se ci arrivano non sono capaci di scrivere un nome e un cognome. Dai qualcosisti so che non posso aspettarmi molto! Che il mondo sia così lo si capisce se si son letti dei buoni romanzi, e lo si capisce se si guarda il nostro estratto conto. Come sapete, il mio obiettivo è di far contribuire a questo movimento di opinione chi più ha, perché più ha da perdere. Ci stiamo attrezzando in questo senso, con la consulenza di Marcello Foa e di tanti imprenditori, per sensibilizzare imprese e associazioni di categoria. Ma per arrivare questo obiettivo, che è la vera sfida del prossimo anno, occorre ancora uno sforzo da parte vostra e nostra. Ricordate da dove siamo partiti, guardate dove siamo arrivati, e valutate secondo coscienza se può valerne la pena, ascoltando la risposta che è dentro di voi, invece dei ragli che sono intorno a noi. Il mercato non è infallibile, ma un valore segnaletico ce l’ha: se non “comprerete” la mia proposta, come non ne avete comprate tante altre, invece di ragliare maldicenze contro altri mi ritirerò dal mercato e tornerò alla mia vita privata, non molto noiosa.

Ma qualcosa mi dice che non mi farete questo favore!

Intanto, segnatevi la data del nostro prossimo appuntamento:

il prossimo compleanno si svolgerà a Montesilvano (come l’anno scorso) nel weekend dell’8 e 9 novembre. 

Hanno già dato la loro adesione Jacques Sapir e Sergio Cesaratto (che nel frattempo, come vi ricordavo, sono entrati nel comitato scientifico). I 101 dalmata hanno accettato di presentare in quella sede la versione definitiva del loro documentario, che molti di voi hanno già visto a Viareggio. Io invece vi presenterò il mio prossimo libro. E ci saranno, naturalmente, molte altre sorprese, delle quali vi darò conto prima di aprire le prenotazioni (cosa che faremo a inizio settembre).

Si apra la discussione...

martedì 8 luglio 2014

La trahison des clercs: ROARS vs lavoce.info


(qualche giorno fa su Twitter si è scatenata una simpatica gazzarra, alimentata da Riccardo Puglisi, il quale trovava che parlare di metodo Boffo in relazione alla lettera de lavoce.info riferita alla nomina di Alleva all'ISTAT fosse un po' esagerato. Le perplessità sul modus operandi bocconiano certo sono tante, tantissime. Si possono riassumere, come sempre, in una semplice domanda: perché ora?

Una domanda che ha due risvolti: perché parlare ora della qualità scientifica del direttore di una istituzione pubblica - che comunque non è un'istituzione di ricerca - quando le perplessità sollevate si applicherebbero forse anche a direttori precedenti, che però a me pare abbiano fatto un ottimo lavoro - e che nessuno si è sognato di censurare? Enrico Giovannini, che conosco dal 1986, su Google Scholar ha un h-index pari al mio - quindi, devo supporre, basso, secondo i nostri censori! Eppure mi risulta che abbia fatto un ottimo lavoro all'ISTAT, ad esempio contribuendo a rendere sempre più accessibili agli italiani le statistiche sull'Italia, attraverso l'uso di interfacce di livello internazionale (cosa che in Banca d'Italia ben si guardano dal fare, per dirne una).

Non ha scoperto la pietra filosofale? Pazienza, non era quello che doveva fare, e ce ne faremo una ragione, anche alla luce della seconda domanda: perché parlano ora persone come Zingales, che, proprio per il fatto di avere un'ottima qualità scientifica secondo i criteri enunciati dalla lettera dei "censori", sono, per chi segue il dibattito, la prova provata della vacuità di questi criteri?

Dobbiamo ricordarlo: fra i novelli censori almeno uno appartiene alla schiera delle persone che per motivi che non riusciamo a capire hanno fino a poco fa detto che l'euro andava comunque difeso (esprimendosi con una certa superficialità), e che solo ora, dopo che tante altre aziende hanno chiuso i battenti, ma che le elezioni europee non impediscono più di affermare quella che è sempre stata un verità scientifica acclarata, cercano di posizionarsi come pragmatici e anti-élitari (daje a ride) sul mercato di quelli che l'avevano detto.

Ecco, mettiamola così: per chi deve gestire la cosa pubblica, l'impact etico forse è importante almeno quanto quello scientifico, ci siamo? E che impact etico diamo a chi sa che una cosa non funziona, e dimostra di saperlo nelle sedi scientifiche, ma aspetta a dirlo apertamente per motivi di tattica politica, mentre intorno aziende e persone muoiono? Oppure: che impact etico diamo a chi seleziona i bersagli e soprattutto i non bersagli con criteri dei quali la logica non è del tutto coerente - o forse sì?

Non lo sapremo mai: la Thomson-Reuters non si occupa di questo problemino, quindi ahimè dovremo occuparcene noi.

Eppure, mentre assistevo al "dibbattito", non so perché, a un certo punto sono stato colto da un sentimento di profondo disagio, e mi son trovato a tifare Bocconi...

Perdonatemi, fratelli. Sono qui a confessarmi davanti a voi. Sicuramente ho peccato. Ma poi mi è arrivata una lettera che mi ha chiarito che non sono solo ad aver peccato. Leggiamola, intanto, e poi vi fornirò alcune considerazioni...)





Caro Alberto,

vedo che, non pago degli amici che ti sei fatto negli ultimi anni, hai cominciato a lanciare i tuoi strali contro la Redazione di Roars. Non so se queste mie riflessioni potranno esserti utili o moleste fai tu. Qual è l'oggetto del contendere secondo me? A titolo di esempio ti invio la Review di Roars di questa settimana. Ci sono molti articoli, tutti interessanti come al solito. Ma la cosa importante non è cosa c'è ma cosa NON c'è. Nella settimana in cui il governo Renzi spiega cosa intende fare della scuola (cioè un bivacco di manipoli ...) i redattori di  Roars si preoccupano di "Quanta importanza attribuiamo alla formazione storica dei futuri maestri e maestre?"

Estiqqatsi pensa ...

Non è che la formazione storica dei futuri maestri non ci preoccupi ma è questa l'emergenza? O non è forse il fatto che il governo Renzi, coerentemente con i suoi propositi e programmi, voglia distruggere quel poco o tanto che resta dello stato sociale? Il fatto è che, in genere, su Roars, ogni lamentazione circa lo stato del sistema universitario italiano si conclude incolpando, principalmente (a rotazione) Tremonti, la Gelmini e l'Anvur e così via. Quando si tenta di suggerire, nei commenti, che gli ultimi tre governi (Monti, Letta, Renzi) hanno avuto il convinto sostegno del PD ci si scontra contro un muro di gomma piddino per cui alla fine ogni male è riconducibile al decennio, al ventennio, al trentennio (crepi l'avarizia!) berlusconiano. In ultimo la colpa sarà dell'idealismo gentiliano.

Ma parliamo specificatamente del tasto dolente, dell'ANVUR e dell'Abilitazione Scientifica Nazionale. Parto dalla mia esperienza perché, essendo un rottame degli anni settanta, "il personale è politico". Ho seguito fin dagli esordi l'attività di Roars e ribadisco anche adesso che hanno fatto un gran lavoro di critica e di proposta. C'è però un piccolo dettaglio. Racconto la mia esperienza. La commissione del mio settore mi ha dato l'abilitazione da professore associato ma non quella da ordinario. Ritenevo (e ritengo) di meritare ampiamente anche quest'ultima e, un po' irritato, mi sono messo a spulciare la lista degli abilitati per professore ordinario. La sorpresa è stata grande. Da un lato ho visto, come sospettavo, che c'era un buon 20% con CV assolutamente comparabili con il mio (o peggiore) e quindi ho avuto conferma di non essere proprio un pazzo megalomane. Dall'altro ho verificato l'altissimo livello del restante 80%, una bella lista. Tutta gente che in un paese con una sensata politica scientifica sarebbe full professor da un bel pezzo! Come dire, la piccola "ingiustizia" che ritengo di aver patito è nulla a paragone dello spreco umano, scientifico, accademico che si realizza non premiando le qualità degli scienziati italiani. 

Sintetizzo: ogni sistema di selezione-cooptazione all'interno del mondo accademico ha difetti e pregi. Il baraccone messo su dall'ANVUR va smantellato e sostituito con qualcosa di più ragionevole. Ma non è che prima fossero rose e fiori. Il vero problema però è la feroce determinazione dei governi degli ultimi vent'anni a NON assumere più giovani ricercatori e a NON premiare più la qualità del lavoro di chi è già all'università distruggendo, come esito ultimo, l'università pubblica come l'abbiamo conosciuta. Mancano i soldi il resto sono dettagli. Dettagli. È inutile scrivere venti articoli per stabilire quanti angeli danzano sulla capocchia di una mediana se poi non si riesce a scrivere queste semplici, piane parole: "Il Partito Democratico vuole smantellare la Costituzione Repubblicana e lo stato sociale che è stato costruito nel dopoguerra; se per fare questo deve distruggere il Senato, l'Avvocatura dello Stato e le Università statali beh ... pazienza!".

Finisco con un audace parallelo. La Redazione di Roars è (forse) come l'elettorato grillino: incapace di legare cause ad effetti ma, sostanzialmente, bisognosa di falsi obiettivi verso cui indirizzare un giusto risentimento. Cosa ben evidente nei dibattiti che hanno riguardato un po' più da vicino i fatti economici. In questi casi si è assistito a una vera "fiera delle vanità" dei luoghi comuni Montian-Bocconiani in salsa Tsipriota ("so' de' sinistra ma per i fatti macroeconomici so' più a destra del Fondo Monetario Internazionale: e menefrego!"). 

In ultima analisi si tratta di una delle tante articolazioni del Partito Unico Dell'Euro. 

Con affetto

Xyz




(ricambio l'affetto, e anche il terrore che ti spinge a chiedere con tanta premura, da me rispettata, il totale anonimato. Lo faccio anche perché niente meglio di questo terrore chiarisce i motivi del mio disagio a me stesso, e, spero, anche ai miei lettori. Siamo evidentemente in presenza di una guerra fra cordate accademiche, delle quali nulla, e ripeto nulla, ci garantisce che una sia migliore dell'altra, per il semplice motivo che entrambe, e ribadisco entrambe, danno prova di passare con una certa disinvoltura sopra a dettagli che non quadrano con il rispettivo approccio ideologico al mondo. Dal che consegue, per quanto riguarda lo specifico, che temo niente ci assicuri del fatto che l'avvento dei moralizzatori di ROARS, amici dell'eurogiaguaro, porterebbe veramente una ventata di novità in un settore scientifico come quello economico, dove la qualità scientifica si interseca ahimè indissolubilmente, e anche legittimamente, con valutazioni di ordine politico, un settore dove i giudizi di fatto sono necessariamente e indistricabilmente legati ai giudizi di valore, o meglio, dove la qualità scientifica si traduce nell'abilità nel contrabbandare come giudizi di fatto - convenientemente matematizzati - i propri giudizi di valore.

Voglio entrare nello specifico.

Nessuno quanto i simpatici colleghi di ROARS sa quanto sia stato intellettualmente affrettato - si potebbe dire di più, ma lo lascio dire a loro - in certe sue valutazioni l'amico Bisin. Hanno fondato un'intera letteratura sulla sua persona! Ma il dato di fatto è che, quando si passa dal livello della ricerca accademica a quello di scelte un pochino più urgenti, ROARS e Bisin sono dalla stessa parte, sono entrambi sostenitori, chi in quota libberale, chi in quota piddina, del blocco di potere sostanzialmente fascista che ci sta privando di spazi di democrazia, prima ancora che di benessere economico [pensate alla riforma del Senato], e del quale l'euro è il cardine, per tanti ovvi motivi che non torno a spiegare. Allora, supponiamo che sorga il sole dell'avvenire, e che ROARS si impossessi manu militari dell'Università Italiana, come di fatto è accaduto di fare alla Bocconi, che negli ultimi tempi ha espresso i più autorevoli consiglieri del principe in materia di riforma universitaria.

Bene: voi sapete che io sono in conflitto di interessi, l'ho sempre detto. Combatto il regime fascio-eurista perché è il colpo di coda della terza globalizzazione, è il braccio armato di un attacco ideologico al ruolo dello Stato nell'economia che non solo mi ripugna dal punto di vista etico e politico, che non solo ormai sappiamo benissimo essere infondato anche dal punto di vista scientifico, ma, soprattutto, che colpisce chi mi paga lo stipendio! Che ci posso fare? Sono gretto.

[A riprova della mia integrità intellettuale vi ricordo che anche per la Mazzuccato come per Zingales uscire dall'euro sarebbe un disastro... perché sì! In economia monetaria internazionale sono allo stesso non eccelso livello. Però, se dice una cosa giusta nel suo campo, perché non citarla?]

Ed è un altro conflitto di interesse che mi porta diffidare di un certo atteggiamento di ROARS, quello secondo il quale è la Bce che traccia il solco e il PD che lo difende, tanto poi basta incolpare abberluscone e ci si mette la coscienza a posto. Questo atteggiamento lascia trapelare un dato piuttosto inquietante per chi, come me, fa il proprio lavoro attenendosi agli standard internazionali, secondo i quali l'euro ecc. Non abbiamo alcuna certezza che commissioni ROARS-compliant sarebbero in condizioni di apprezzare posizioni critiche nei riguardi del regime del quale i "riformatori della riforma" non intravedono tutto l'orrore e l'irrazionalità, e direi colpevolmente non intravedono tutto l'orrore e l'irrazionalità, proprio perché sono in grado meglio di tanti altri di valutare la qualità degli argomenti degli altri sostenitori del regime: i Bisin, i Boldrin, ecc. Che posizione scomoda deve essere quella della redazione di ROARS! Chissà come ci si sente ad appoggiare nelle proprie scelte politiche quotidiane dei personaggi dei quali sai che stanno proponendo modelli sbagliati, che stanno fornendo valutazioni lievemente distorte della realtà. Ma di fronte al Moloch dell'euro, si torna tutti amici.

Voi direte che io sono un tipo un po' sospettoso, che sono anche monomaniaco: suvvia, non c'è solo l'euro...

Certo.

Però, visto che il personale è politico, vi ricordo un aneddoto.

Quando un membro del GEV13 si espresse su di me, cioè su un soggetto potenzialmente ammesso a valutazione, in modo piuttosto acceso - nella pubblica arena di Twitter, ecco, diciamo che quell'intervento, che alcuni di voi ricorderanno, indubbiamente era piuttosto grave. Ma del mobbing di altri esponenti del GEV si poteva "fare un caso", dell'"uomo di merda" detto a me no, ricordi, Xyz? Guarda, io sono intimamente leibniziano: sono proprio contento che non abbiano fatto un caso delle parole che Alberto disse in un accesso di ira, e che sicuramente non pensa. Alla fine mi sono convinto che sarebbe stato ingiusto, tant'è che nemmeno allego lo screenshot - i miei lettori già ce l'hanno - proprio perché non voglio riattizzare una polemica contro Alberto, nel cui carattere acceso e battagliero mi riconosco. Mi interesserebbe invece sapere il motivo per il quale ROARS non l'ha fatto, vista tanta giusta acrimonia nei riguardi del de cujus. Non sarà che il problema è che non si può difendere Bagnai, perché attacca babbo PD e mamma moneta unica? Chissà. Certo che leggendo le peeerle che tu citi, lo spazio dato al Keynes delle Murge, ecc., il dubbio viene (difendere la qualità della ricerca scientifica dando tanto spazio al simpatico keynesiano per caso è compito arduo, ma, come a ROARS sanno, nil difficile volenti...). Certo, se fosse così (e pensieri, parole, ed opere sono abbastanza coerenti con questa omissione), il motivo sarebbe ideologico, e meriterebbe il disprezzo che meritano tutte le ideologie. Alla fine dei due contendenti il più umano, se non addirittura il meno ideologico, è proprio il "cattivo" Bisin, il nemico/amico ideologico (a seconda del tema) degli amici del giaguaro. Ho sempre detto che quanto tutto sarà finito all'osteria ci andremo con lui...

Ma sono sfumature.

Tirando le somme: a mio sommesso avviso, chi non si pone il problema dell'enorme crisi di democrazia nella quale siamo immersi, avendo fra l'altro un osservatorio privilegiato per farlo - quello aperto sulle cupole universitarie, le cui dinamiche sono influenzate da persone che nella loro totalità difendono il regime eurista, sconfessato dai migliori maestri internazionali della loro stessa disciplina! - non dà enormissime garanzie di poter assicurare un domani una maggiore democrazia accademica. Ripeto: qui non si tratta di essere ingegneri o botanici. Se sei uno scienziato, per di più esperto negli strumenti di valutazione, non puoi non renderti conto del fatto che certe persone si esprimono, in ambito politico, in modo del tutto ortogonale rispetto alla migliore letteratura scientifica mondiale, inclusa quella da loro prodotta! Alesina difende l'euro sul Corriere dopo averlo attaccato sui Brooking Papers! Possibile mai che questo agli amici del giaguaro sfugga?

Due altri aneddoti per chiudere, visto che il personale è politico, e per far vedere che cosa mi preoccupa. All'ultimo convegno cui ho assistito a Pescara, Marcello De Cecco mi ha presentato a Piero Cipollone, direttore esecutivo della Banca Mondiale, con queste testuali parole: "Ti presento Bagnai, che è uno che dice le cose che in America dicono tutti, anche i più conservatori, e qui passa per il capo dei rivoltosi". Lui ci rideva sopra, e secondo me faceva bene: lo faccio anch'io. Altro aneddoto: un collega che non cito mi ha detto "ah, non hai presentato domanda? Peccato, sarei stato curioso di vedere come ti valutava lo Sbilifesto...". Anch'io, indubbiamente. Nota bene che non ho proprio idea di chi ci fosse in commissione - essendo che me ne battevo il belino - tant'è che nemmeno capisco bene il senso di quella battuta (conosco solo Brada, che è un amico, è stato membro OCSE, e non è certo assimilabile alla sinistra per bene e decotta cui alludeva il collega). Quindi mi scuso con gli eventuali colleghi che si sentissero chiamati in causa e che in questo momento, poveracci, saranno sepolti dalla consueta valanga di ricorsi che il reclutamento fatto in modo sporadico fatalmente porta con sé. Tuttavia, ti confesso che sto seriamente aspettando una commissione di "bocconiani" per far domanda, certo del fatto che incontrerei meno resistenza, meno acredine ideologica che in una commissione "de sinistra". Se questa è la mia esperienza nei media, nel dibattito, dal fornaio e in televisione, perché mai dovrei illudermi che l'accademia sia diversa?

Per concludere, mettiamola così: io continuo a dire che se liberismo e pinochettismo deve essere, sia, ma che si presenti col volto aperto dei Chicago boys, o con quello sussiegoso dei Sarfatti boys, non con la faccia simpatica dell'intellettuale "de sinistra": nei primi due casi ci può essere una dialettica aperta, nel terzo siamo vittime di un tradimento.

La trahison des clercs, appunto...)

sabato 5 luglio 2014

Facciamo un referendum sul cancro?



Su Twitter intravedo tracce di un referendum non capisco bene se sull'austerità o sul Fiscal compact, che porrebbe non so bene quale quesito, con non si sa bene quale scopo. La democrazia diretta, per carità, è una bellissima cosa. L'uso che se ne fa ultimamente suscita qualche perplessità, ma non vorrei entrare in un campo che non è il mio. Quanto a questo referendum, i promotori, va da sé, sono illustri o meno illustri ma comunque ottimi colleghi, tutte brave persone, ovviamente, tutte bene intenzionate, si capisce, e, non occorre dirlo, tutte animate dal desiderio di fare qualcosa. Mi spingo oltre (senza chiedere il permesso): sono animati, gli illustri e meno illustri ma sempre ottimi colleghi, da qualcosa di più di un desiderio. Quello che li anima è la smania ideologica di fare qualcosa, il qualcosismo, l'ideologia velleitaria e perdente dalla quale questo blog si è distanziato fin dall'inizio, per due ben precisi motivi che occorre ricordare a chi è appena arrivato: il primo è che la cosa più importante da fare, ora come sempre, è capire, e per capire non occorre scrivere il proprio nome su una qualche lista, occorre viceversa leggere i tanti bravi autori che da decenni ci hanno avvertito del vicolo cieco nel quale ci stavamo mettendo. La seconda è che, per chissà quale motivo, capita che i fanatici del qualcosismo, ancorché tendano a vedersi e presentarsi come persone pure, animate dal nobile e disinteressato movente di fare qualcosa (“qualsiasi cosa!”) pur di “risolvere” la situazione, poi, quando vai a grattare, sotto sotto hanno sempre un interessante network di affiliazioni politicanti cui far riferimento, o hanno ambizioni politiche, sempre tutte legittime in quanto tali, ma non sempre molto condivisibili per il modo nel quale vengono portate avanti.

Un esempio fra tutti: mi pare di capire che fra i più illustri promotori di questo nobile referendum sul non si sa bene cosa vi sia uno che dopo aver per anni tuonato contro l’austerità, negando ultra vires il nesso fra questa e l’euro, alle ultime politiche non ha trovato di meglio da fare che candidarsi col partito di Monti (benedetto da Boldrin). Ora dico: ma se vuoi salvare l’euro e le apparenza, almeno candidati con Tsipras, così fai lo stesso il gioco del capitale, ma almeno non vai incontro a sicura perdita, no? No. Perché la politica ha le sue regole. Se uno è nel tenure track, anche una sconfitta fa curriculum. Con il che capisci che quello non solo non difende un ideale (incoerente con i compagni di strada che si è scelto), ma non vuole nemmeno vincere: vuole solo esserci, essere nella compagnia di giro. E ci sarà.

Avendo appena postato sul blog di a/simmetrie la versione inglese dell’articolo di Alberto Montero Soler sull’uscita dall’incubo dell’euro, mi sento di condividere rapidamente con voi alcune considerazioni sul perché questo referendum sia, oltre che, come tutti vedono, una colossale presa in giro, anche un drammatico errore politico, e una tessera non trascurabile nel mosaico di scemenze “de sinistra” che stanno contribuendo all’accumulazione di violenza più massiccia nell’intera storia del nostro pur sufficientemente martoriato continente.

Perché alla fine ci stancheremo, questo è poco, ma sicuro.

Per farlo, però, non chiedetemi di perder tempo a leggere quale sia la proposta. Non ne vale la pena, perché le mie critiche sono a un livello preliminare, riguardano il significato di un’operazione simile, più che i suoi contenuti e le sue modalità di attuazione. Permettetemi invece di farvi leggere come presenta questo significato un amico che stimo, che vi prego di rispettare, e che, se vorrà, potrà intervenire nel dibattito (il quale, però, oggi non può più essere, almeno da parte dei “critici”, confinato nelle segrete stanze. Deve, cioè deve, essere reso pubblico e sottoposto al vaglio dei cittadini).

Uno dei più onesti fautori di questa farsa mi scrive:

“Nei riguardi del referendum tu sottovaluti quanto sarebbe comunque dirompente, se mai si andasse a un voto popolare, che una nazione si esprimesse contro il fiscal compact. Per la CGIL è già un enorme passo in avanti appoggiare una iniziativa del genere. Ma 600 mila firme sono una enormità. Capisco naturalmente le tue perplessità, ma una cosa è essere tiepidi ma dire comunque andate avanti, male non fa, un’altra è andare contro. Ma tu non sei per le mezze misure, io ahimè sì”.


Bene. Inutile dire chi sia, non solo per non violarne la privacy, ma anche perché temo che questo atteggiamento sia condiviso da tutti i fautori, in modalità sostanzialmente analoghe.

Dico “temo”, perché questo atteggiamento è, ahimè, sbagliato, sbagliatissimo.

Cerco di sintetizzare il perché in una frase, poi, se il tempo e la voglia ce lo consente, ci addentreremo nei dettagli: la proposta di referendum sull’euro è sbagliata perché da un lato propone una soluzione illusoria, e dall’altro alimenta una pericolosa illusione.

La soluzione illusoria
È del tutto illusorio pensare che un allentamento delle regole fiscali possa risolvere in qualche modo i problemi della periferia dell’Eurozona.

Intanto, va sempre ricordato che non ci sarebbe bisogno di alcuna modifica dell’attuale assetto istituzionale per godere di un minimo di libertà fiscale, e questo non solo perché, come ha spesso ricordato in Italia Giuseppe Guarino, esistono forti dubbi sulla legittimità del Fiscal compact in quanto fonte normativa, ma anche perché, come ha ricordato Luciano Barra Caracciolo sul blog di a/simmetrie, i Trattati attuali prevedono comunque norme di salvaguardia che, purché si rispettasse la lettera e lo spirito dei Trattati stessi, consentirebbero a paesi in difficoltà di praticare politiche espansive. Quale sia il vantaggio in termini politici di piatire una cosa che ci spetta di diritto ai sensi dei Trattati europei (cioè la possibilità di fare politiche più espansive in caso di crisi) sinceramente continuo a non capirlo. Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia. Ma questa saggezza i dispensatori di lezzioncine di saggezza politica pare non l’abbiano interiorizzata.

Al di là del pur rilevante quadro normativo e politico-strategico, che denuncia questa operazione come inutile e quindi perdente, la stretta, magari anche gretta, ma comunque irrinunciabile logica economica ci rivela un altro semplicissimo dato di fatto. La reattività dei flussi commerciali (esportazioni e importazioni) alla domanda interna è tale che qualsiasi manovra espansiva attuata in modo non coordinato dai paesi periferici si tradurrebbe in un aumento abnorme delle importazioni nette, determinando una nuova crisi di bilancia dei pagamenti. Questa, cari amici, è una nozione vecchia quanto il mondo, e che quindi i miei illustri o meno illustri colleghi non possono ignorare. Sentite come la mette uno “de passaggio” (e che dove passa fa danni non indifferenti), niente meno che Stanley Fischer:


ovvero:

“Ogni paese che pratica una politica espansiva da solo andrà in deficit con l’estero; se tutti i paesi fanno politica espansiva insieme questo problema verrà evitato”.

Ve lo dico in un altro modo. I colleghi che chiedono il referendum sul fiscal compact, alla luce della pura logica economica, che lo capiscano o meno (non poniamo limiti alla Divina Provvidenza), che lo ammettano o meno (non lo ammetteranno mai), vi stanno chiedendo di aiutare la Germania. Eh sì! Perché la struttura delle elasticità al reddito delle importazioni italiane, come è noto in letteratura e come un recente e dettagliato studio condotto da a/simmetrie conferma, è tale per cui il soldino che il governo si trovasse a spendere col permesso di mamma Merkel finirebbe per essere speso in parte non trascurabile nell’acquisto di beni prodotti in Germania (o nei suoi satelliti).

Una politica fiscale espansiva in Europa funzionerebbe se e solo se venisse praticata dalla potenza egemone, la Germania, che potrebbe tranquillamente praticarla, visto che nessuno glielo impedisce e che quando ha voluto essa ha sempre infranto le regole europee, come perfino quel simpatico caratterista ci ha ricordato qualche giorno fa. Quello che gli illustri non capiscono è quanto spiegano alcuni Alberti (Montero Soler e Bagnai, certo non Alesina): se questa politica espansiva la Germania non la pratica, un motivo ci sarà, no? E il motivo è che essa politica sarebbe consustanziale a una redistribuzione top-down del reddito che (ma guarda un po’ quant’è strana la vita) i capitalisti tedeschi, essendo ricchi e potenti, e comandando a casa propria (e anche altrui), non vogliono fare!

Ha più senso chiedere a chi è più forte di noi di fare una cosa che non vuole fare, o togliergli un’arma che gli consente di tenerci sotto scacco? E quest’arma è l’euro, non l’austerità, perché solo il ritorno a rapporti di cambio flessibili permetterebbe ai paesi del Sud di beneficiare di quella sostituzione delle importazioni dal Nord necessaria in caso di politiche espansive interne per evitare squilibri esteri pericolosi (come facciamo vedere nel nostro studio, studio che è stato portato all’attenzione degli illustri colleghi, senza che nessuno degnasse prenderne atto).

Quindi la soluzione è illusoria in una duplice dimensione: politica e tecnica.

La dimensione politica è che l’austerità andrebbe allentata dove non esiste una volontà politica per farlo, dato che allentarla significherebbe per le classi dominanti e per l’intero paese perdere la propria posizione di privilegio, cioè al Nord. La dimensione tecnica è che, se il Nord non asseconda con sue politiche espansive quelle del Sud, la violazione di parametri fiscali al Sud servirebbe solo a dare ossigeno alle industrie del Nord (che ne hanno bisogno) e a rimettere il Sud in mano ai creditori esteri (che questa volta starebbero ben attenti a far governare i propri crediti dal diritto britannico, in modo da evitare alla successiva crisi l’applicazione della Lex Monetae).

Quindi i simpatici qualcosisti propugnatori del referendum cooperano attivamente, che lo sappiano o meno, non al riscatto, ma alla svendita del nostro paese. Basta saperlo. Ci sarà tempo e modo per ringraziarli dell’aiuto.

La pericolosa illusione
Ma il problema non si esaurisce qui. Perché invocando clemenza (cosa politicamente perdente e inaccettabile) sul piano delle regole fiscali, i simpatici colleghi critici e meno critici, montiani e meno montiani, di fatto alimentano il frame all’interno del quale il grande capitale europeo ha gestito finora la crisi (per dirla con Lakoff). In questo frame, in questa cornice di luoghi comuni, il responsabile ultimo della crisi è il settore pubblico. Come sapete, sono stato uno dei primi a chiarire in Italia che il debito pubblico con la crisi c’entrava ben poco. Ci ho aperto questo blog, ma mi ero sommessamente permesso di dirlo anche qualche mese prima. L’attacco al debito pubblico ha ragioni chiaramente ideologiche che ho esposto qui (senza scoprire nulla di nuovo).

Ma vedete, così come Lakoff provocatoriamente chiede di “non pensare all’elefante” (dopo di che, ovviamente, ognuno di noi ha stampate in mente proboscide e orecchione flosce, e le porta con sé per un paio d’ore, tatuate nella propria dura madre), allo stesso modo i colleghi de cujus ci stanno chiedendo di “non pensare al debito pubblico”, di abolire l’austerità, perché Keynes ecc. Così facendo, però, non contestano, ma anzi avvalorano, sostanziano, corroborano, se pure subliminalmente, la tesi del grande capitale finanziario, la tesi delle istituzioni private sregolate e criminali che ci hanno messo nei guai, cioè la tesi che il problema sia il debito pubblico, e che però, date le circostanze, in effetti sarebbe opportuno essere un po’ clementi verso quei lazzaroni che l’hanno accumulato.

Il debito pubblico è un non-problema e quindi se ne dovrebbe non-parlare. Chi invece ne parla, per dirne male, o per dirne bene, sta facendo ovviamente il gioco di chi vuole spostare l’attenzione dalla luna al dito.

Se Goldman Sachs fosse quella specie di Spectre in grisaglia che i simpatici complottisti ci descrivono, se io fossi l’Ernst Stavro Blofeld della finanza mondiale, per proteggere la mia posizione di potere investirei un bel po’ di dindi in due cose: in un referendum sull’euro (per i motivi già esposti) e in un referendum sull’austerità: due belle armi di distrazione di massa, e quindi di distruzione di massa della democrazia, per di più compatibili con il politically correct e con la narrazione che della crisi il capitale ci ha imposto.

Ma la brutta notizia, amici cari, è che i complotti non esistono, e quindi nessuno ha speso nulla. Questi due schermi di protezione il grande capitale ha aspettato che si ergessero endogenamente, senza spendere una lira, ed attingendo alla materia prima più preziosa per il potere, ma assolutamente gratuita e disponibile con elasticità infinita: l’imbecillità umana.

E fosse solo che porre quesiti in termini di politica fiscale in un contesto giuridico che li rende superflui, in un contesto politico che li rende perdenti, in un contesto economico che li rende assurdi, fosse solo che porre simili quesiti in simili condizioni facesse il gioco del capitale... Ce la potremmo cavare con una battuta: potremmo dire che i qualcosisti non hanno interiorizzato un altro caposaldo della saggezza popolare, quello secondo il quale ci sono situazioni nelle quali se ti muovi fai il gioco del nemico.

Ma il problema non si esaurisce mica qui. Perché questo atteggiamento, e la contestuale proposta referendaria, sono politicamente dannose sotto tre ulteriori, gravissimi, sciagurati aspetti, che vale la pena di mettere in evidenza, anche per richiamarli all’attenzione di chi pensa che tanto “male non fa”...

Il primo, ovvio, è che nella misura in cui portando il dibattito sul piano fiscale ci si spalma sul frame del capitale finanziario (la colpa è dello Stato) e non si evidenzia il problema (l’assurdità di un sistema monetario centro-periferia che non ha precedenti nella storia umana), si contribuisce attivamente a soffocare il sorgere di quella coscienza di classe che Alberto Montero Soler tanto opportunamente invoca. Ed è proprio lui, se leggete quello che ha scritto, a denunciare il carattere contraddittorio di una sinistra che si appella ancora alle classi popolari, in termini puramente di facciata, ma che deroga dal dibattito, impedendo che queste classi maturino una vera coscienza dei veri problemi. Ricordate Eurodelitto ed eurocastigo? “I nostri non sono ancora pronti”. Ecco: l’atteggiamento sottostante è questo. Anzi, no, non “è questo”: “è ancora questo”, dopo che un’esperienza divulgativa come quella di questo blog ha fatto capire ai fini politici e colleghi “de sinistra” (attirandosi il loro sterile e grottesco odio), che “er popolo”, si je parli, te capisce, anche quando parli in linguaggio aulico ed accademico.

Perché, come spiega Edgar Allan Poe, la paura è una grande didatta.

Additando dei falsi scopi (l’austerità invece dell’euro, il colpo di tosse invece del batterio), la sinistra partitica soffoca il maturare di una coscienza di classe e così continua ad alimentare il bacino elettorale della destra partitica (per favore: ho aggiunto l’aggettivo partitica perché non mi rompiate i coglioni col fatto che oggi non c’è più destra e sinistra e non ci sono le mezze stagioni, chiaro? Chiaro? Sicuri che è chiaro? Bene...), alimentare, dicevo, il bacino elettorale della destra partitica, il che sarebbe anche fisiologico (per quando da me non desiderato, se pure esattamente previsto), ma soprattutto a porre le basi per una colossale, travolgente, devastante esplosione di violenza.

Il sangue dei prossimi morti è in capo a chi propugna false soluzioni ritardando la presa di coscienza dei veri problemi.

Il secondo aspetto è che questo atteggiamento attivamente fomenta la violenza intraeuropea, perché avvalora la tesi secondo la quale l’euro sarebbe una bella cosa, fallita per colpa dell’austerità voluta dei tedeschi. Si realizza, attraverso questo referendum, il paradosso che ho più volte denunciato in questo blog, quello secondo il quale chi si atteggia a europeista di fatto per difendere la moneta unica deve chiamare alle armi contro la Germania, sotto forma di “sbattimento di pugni”, di risentimenti vari assortiti per i vari misfatti veri o presunti della Germania (dall’infrazione del patto di stabilità al non aver onorato i debiti di guerra dopo la seconda guerra mondiale), ecc. Poi i populisti e gli antitedeschi saremmo noi, che, se abbandonati in una qualsiasi cittadina di quel nobile e altresì martoriato paese, potremmo amabilmente conversare con chiunque incontrassimo, laddove loro, gli europeisti, morirebbero di fame nella vana ricerca di un ristorante che gli servisse degli spaghetti al dente... 

Ma c’è un ulteriore, gravissimo, ma anche beffardo, motivo per il quale i colleghi “de sinistra” sbagliano, e sbagliano di grosso, a proporre soluzioni illusorie. Posso anche capire che se sono molto “de sinistra” il piccolo imprenditore sia vissuto da loro come un nemico, e le sue oscillazioni isocrone, nel freddo di un capannone abbandonato, come il giusto guiderdone della Storia nei riguardi del nemico di classe (capire non è condividere). Posso anche capire che, se invece sono poco “de sinistra”, essi sperino che nei loro tinelli o salotti buoni il vento della crisi non soffierà mai, e che basterà dire “mangino brioche” o “violino i parametri” perché i sanculotti non vengano a cercarli. Insomma: posso capire che da “sinistra” o da “meno sinistra” sia lecito battersene il belino di tanti morti, pur esibendo quella simpatica smania di fare, di essere costruttivi e propositivi che ho chiamato il qualcosismo.

Ma di una cosa temo, cari illustri e meno illustri, che vi sarà difficile fottervene, e non mi riferisco al vostro prossimo. Mi riferisco al fatto che, vedete, voi che avete fatto il percorso, quattro anni fa siete stati sorpassati a sinistra da un keynesianello di provincia (et in Pescara ego); l’anno scorso siete stati sorpassati a sinistra dal vicegovernatore della Bce, che a differenza di voi parla dei veri problemi; e quest’anno, da pochi giorni, siete stati sorpassati a sinistra perfino da quel dipartimento di economia che ha diffuso nel mondo l’ideologia austeriana, prendendosi sonori ceffoni da Krugman sulle colonne del New York Times. Ecco: oggi, mentre voi vi arrampicate sugli specchi per difendere l’euro, Tabby e Zingy prendono saggiamente le distanze. Cosa, anche questa, da me ampiamente prevista nel mio libro. I cambi di regime vengono gestiti dal regime. E così uno come Zingy vi fotterà, cari amici “de sinistra” (fotterà voi, non me, perché io il potere non lo voglio), proponendosi come quello che aveva capito (mentre voi, alla fine di questo breve saggio, credo sia evidente che non avete capito una fava), e come quello contro le élite, alle quali lui appartiene, e voi vorreste tanto appartenere, motivo per il quale continuate a lambire le terga dell’euro.


Si può essere più perdenti di così?

Direi di no.

Ma guardiamo il lato positivo. Con questo referendum avete oggettivamente toccato il fondo. Ora potete solo risalire. La paura, che ha insegnato ai miei lettori la macroeconomia, presto insegnerà a voi la politica.

No es que me gusta, pero siento un fresco.

mercoledì 2 luglio 2014

Mi rifaccio un regalo (la macroeconomia salva la vita)...

Caro prof,
vorrei raccontarle come la Goofynomics abbia contribuito a cambiare la mia vita di fatto, non in teoria.
Ci siamo spesso scontrati nei commenti, mi ha insultato direttamente o indirettamente, tuttavia penso di aver imparato più da lei in due anni che in una vita di dilettantismo economico letto nei giornali "blasonati" come Repubblica o Il Sole24h.
Cronologia:
*Estate 2012: frustrato per non riuscire a capire le ragioni della crisi in Italia leggendo i giornali, inizio con un libro di Galimberti, "SOS Economia". Capisco cosa sono i mutui subprime, e cosa significa la parola derivato, oppure cosa comporta per un povero risparmiatore la "cartolarizzazione" del suo mutuo.
Prendo coraggio su materie economiche. Su Amazon mi imbatto nel "Tramonto dell'Euro". 5 stelle. Lo acquisto come ebook. Pessimo affare. Il formato ebook intendo. Un libro ricco di tabelle e grafici non è leggibile come ebook. Lo leggo su due monitor, tra un test su un satellite e un altro (era il mio lavoro). Effetto: sale l'incazzatura perchè capisco che per anni anzichè la Luna, ho guardato il dito.
*Autunno 2012: inizio a frequentare il blog. Capisco metà scarsa dei post. Il contenuto è avanzato. Wikipedia, Investopedia, etc mi vengono in aiuto. Inizio a leggere altri blog di economia, per iniziare a districarmi nel gergo economico.
*Primavera 2013: capisco che l'Italia è condannata con questa mentalità, e che io farò parte dei vinti: lavoro nel privato e nel manifatturiero, anche se come ingegnere faccio un lavoro interessante. Come dice un mio collega: puoi anche saper spaccare l'atomo in quattro, ma se non serve farai comq un lavoro di merda. Inizio a pensare a forme diverse per incrementare il reddito. Sono molto spaesato. Inizio a leggere libri di macroeconomia e libri di finanza di base.
*Autunno 2013: imparo a leggere i bilanci societari, e scarico quello di Xghwrstdsa. Un disastro. La mia Compagnia è parzialmente controllata da Xghwrstdsa, ma per la maggior parte dai Francesi. Leggendo il blog, capisco che è la cosa peggiore in questo momento che possa capitare a lavoratori italiani. Non solo l'euro aumenta gli squilibri fra Stati, ma addirittura il pesce grosso francese mangia il pesce piccolo italiano, sottraendogli commesse importanti. Nella totale assenza di dirigenti e politici italiani che difendano il nostro perimetro.
*Inverno 2014: prefiguro la cassa integrazione, a zero ore. Cioè con 800 euro al mese. Nè i sindacalisti ne parlano, nè l'azienda, che la esclude "categoricamente" per il 2014. Non mi fido, i dati sono troppo negativi, l'euro sta facendo implodere l'Italia e la mia compagnia non prende commesse, specie sul territorio italiano. Inizio a trovare il coraggio di mandare CV all'estero, seriamente, con precisi obiettivi:
1. Evitare un Paese sconfitto dall'euro
2. Levarmi dal manifatturiero
3. Mantenere un profilo elevato come competenze, perché le scarse competenze non sono rivendibili e iperspecializzarsi è la cosa peggiore che puoi fare.

*Primavera 2014: Un giorno mi alzo alle quattro di mattina, vado a fare un colloquio in Olanda per una società britannica, torno a mezzanotte e mezza. Il giorno dopo sono nuovamente al lavoro.
Due settimane dopo, di mattina, mi confermano che ho vinto il concorso con selezione su base internazionale. Il lavoro risponde a tutti e tre i punti. Il pomeriggio dello stesso giorno (!) mi chiamano i dirigenti per informarmi che la mia azienda inizierà la cassa integrazione con probabilità 100%. E io sarei rientrato nella rosa degli sfigati. La stessa cassa integrazione che l'azienda con comunicato ufficiale aveva escluso per il 2014.
Tutti cadevano dalle nuvole: colleghi, sindacati, dirigenti di primo livello.
Io no. Magari ho dormito male per mesi sapendo come sarebbero andate le cose, ma studiare economia come un matto in questi mesi mi ha permesso di anticiparne gli esiti e di prendere i dovuti provvedimenti.
Mi rode il culo lasciare il mio Paese, terribilmente mi rode, e sono anche un po' spaventato perchè lascio affetti, amicizie e abitudini.

Per me i leghisti erano zotici con le corna. Poi ho apprezzato Salvini. Ho votato Borghi alle Europee...ovviamente gli hanno preferito Borghezio.

Per me il risultato finale è che leggere questo blog mi ha spinto ad informarmi e a rimettere in discussione il 100% delle mie convinzioni politiche e storiche. E quindi me stesso e il mio modo di ragionare e guardare ai fatti e ai dati, separandoli nettamente dalle opinioni.
Martello continuamente amici e colleghi per scardinare le loro convinzioni becere: hanno iniziato a darmi più ascolto da quando hanno saputo della cassa integrazione e della mia dipartita. Della serie: occorre la strizza al culo e specchiarsi in uno che cambia vita per il meglio per provare a rimettersi in discussione un minimo.
Continuerò a martellare i nuovi colleghi olandesi e inglesi.

Cordiali saluti,
Mario Bianchi (o John Smith, o Pierre Dupont,...)



Caro Mario Bianchi, o Paolo Rossi, mi dispiace averti insultato. Che vuoi, son fatto così. Dico le parolacce. Per cercare di smettere, ho detto a mia figlia che le darò un euro per ogni parolaccia che dico. In dieci giorni siamo arrivati a 70. Mi ha appena chiesto: "Vuoi arrivare fino a 100? Non credo che tu abbia abbastanza euro per me!". In effetti Uga ha ragione, tanti euro non ne ho. Ma sono ricco dentro, anche grazie a te.
(con un post scriptum di Marco Basilisco:

Il 02/07/2014 12:19, Marco Basilisco ha scritto:
Amici (ex?) piddini tremate: il giorno che questo diventa legge (per la mia consorte) Alberto Bagnai vi sembrerà un affabile gentiluomo.

Mai toccare un piccolo borghese in ciò che ha di più caro (vedi film di Monicelli con Sordi).

Come il mio guru mi ha insegnato arrotolo la Gazzetta Ufficiale. E poi vediamo che uso farne.


http://www.repubblica.it/scuola/2014/07/02/news/patto_sulla_scuola_un_premio_ai_prof_ma_dovranno_lavorare_di_pi-90482709/?ref=HREC1-9

Che uso farne? Gliela sbatti gentilmente ma fermamente sul musetto. Non capiranno ugualmente, non sono come Mario Rossi qua sopra... ma è tanto liberatorio!)