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martedì 17 maggio 2016

Autorazzismo e lotta di classe

(...da mikez73 ricevo e volentieri pubblico. mikez73 non sono io, per la proprietà riflessiva, cioè perché lui non è me, e infatti ha un figlio che ha l'età che vorrei avesse il mio, mentre il mio non potrà più avere l'età che ha il suo. Quindi qualcuno qui sotto scriverà: "complimenti per il post, professore!". Peché alla fine, anche se mikez73 nella lettera di accompagnamento mi comunica "lo sconcerto che ho provato di fronte all'odio che i sacerdoti della cultura hanno riversato, e continuano a riversare, sul resto del paese da ormai più di due secoli (e oltre, come vedrà)", va anche detto che alla fine #iostocoisacerdotidellacultura. Se laggente leggessero i pezzi che hanno davanti, cominciando da titolo, autore e data, staressimo tutti meglio, perché quello che ci volevano fare ce l'hanno detto in faccia...)


LETTURE PER SERVIRE ALLA STORIA DELL'AUTORAZZISMO ITALIANO

"Gli Italiani sono senza carattere, è il grido di scrittori e politici tra Sette e Ottocento. Carattere, cioè qui, con significativa opzione semantica, tempra, fibra morale."

Così scrive Giulio Bollati nel testo "L'Italiano", apparso nel 1972 nel primo volume ("I caratteri originali") della "Storia d'Italia Einaudi".
Qual è il carattere degli Italiani, si chiede Bollati, e dove se ne possono trovare le origini? Nel suo testo la parola "autorazzismo" non compare mai, però emerge in filigrana abbastanza facilmente, ai nostri occhi, dai passi degli autori che si trovano citati man mano nel testo:

"Insensati che siamo!… Eppure tra questo popolo noi viviamo, questo popolo forma la parte più grande della nostra patria, da cui dipende, vogliamo o non vogliamo, la nostra sussistenza e la difesa nostra; e noi abbiamo core di dormir tranquilli affidando la nostra sussistenza e la difesa nostra a colui che noi stessi reputiamo pieno di ogni vizio ed incapace di ogni virtù?"

Così scrive Vincenzo Cuoco, nel 1802 in uno dei primi articoli del "Giornale Italiano", pubblicato a Milano all'epoca della Repubblica Italiana (ex Cisalpina), quando uno dei primi problemi che si pongono, di fronte alle armate di Napoleone, è quello della coscrizione, cioè della formazione di un esercito, o, nelle parole di Bollati, "come si possa armare il popolo per le necessità della difesa esterna e interna senza che quelle armi si rivolgano contro i committenti."

Ancora Bollati: "La verifica di quello che i liberali-romantici intendevano per 'nazione' e 'popolo' si ebbe in occasione dei moti del 1821 e dei processi che seguirono. Una quota notevole dell'energia dei cospiratori guidati dal Confalonieri fu spesa nell'evitare che il popolo partecipasse alla progettata liberazione di Milano e della Lombardia. Il terrore di una sollevazione popolare li indusse perfino a predisporre 'una legge repressiva sui delitti che si poteano commettere con la stampa'. Il rischio paventato era che gli austriaci e gli aristocratici (proprietari) fossero travolti da una sola ondata di rancore e violenza. Il Borsieri, ideatore del progetto di censura, aveva 'una poco favorevole opinione del carattere morale degli italiani'. Più precisamente pensava che gli italiani

per effetto delle varie forme di governo a cui soggiacquero in breve tempo erano assolutamente così difformi tra loro, così destituiti da ogni forza fisica e morale, che non solo sarebbero incapaci di procacciarsi l'indipendenza, ma abbandonati a se stessi non avrebbero fatto che cadere negli orrori della guerra civile. "

Sounds familiar?

Facciamo un passo indietro, riassumendo e inquadrando il ragionamento di Bollati, il che ci permetterà poi di affondare il coltello nelle carni dell'autorazzismo.

Premessa metodologica: fin dalle prime pagine del suo saggio, Bollati rifugge da una ricerca sulla presunta essenza del "carattere" degli italiani, come fosse un oggetto astorico, immutabile nei secoli. Inutile cercarlo nello sguardo degli stranieri, per esempio, perché la "supposta natura dell'italiano cambia secondo i tempi, i luoghi e, certo non ultima, l'inferenza dell'osservatore." Piuttosto, Bollati si appella alle scienze umane, a metà tra etnografia e psicologia sociale, nel cui ambito "l'essenza, la natura, il carattere, è la forma in cui un gruppo etnico tende a rappresentarsi a se stesso rispondendo al bisogno di costruire e difendere la proprio identità." […]

"Da questo punto di vista sono le caratterizzazioni dell'italiano fornite da italiani quelle che acquistano un valore di gran lunga preminente", non solo per il loro valore sintomatico ma ancor di più per l'incidenza pratica sulla vita di coloro che vengono di volta in volta compresi o esclusi. Bisognerà quindi seguire "il filo conduttore della volontà soggettiva di 'fare gli italiani', secondo la celebre frase di Massimo D'Azeglio posta, non senza ragione, a coronare il fastigio del Risorgimento unitario."

Aggiungiamo una premessa storica: come argomenta Bollati, una delle architravi della coscienza italiana, della sua identità, è l'essere la depositaria della grande civiltà classica (via romanità cristiana, e con tutto il forte etnocentrismo implicato nell'opposizione tra greci-latini e barbari). Ma il primato culturale si deve confrontare con la decadenza sociale e politica, e addirittura, nel '500 (la seconda invasione dei barbari! con buona pace dei moderni manuali di storia), con la perdita della libertà. Nelle parole di Bollati: "Durano ancora oggi gli estremi effetti di questa forma patologica della coscienza italiana (il cui terreno di cultura fu costituito dagli intellettuali, addetti alla conservazione di quella universalità disancorata) e li ritroveremo più avanti. Ora vorrei osservare che nella simultaneità di primato e decadenza, di inferiorità oggettiva ipercompensata da un senso invitto di superiorità, si istituisce uno degli schemi più caratteristici e più stabili dell'intera storia italiana."

Possiamo considerare queste due direttrici, formate da una parte dalla coppia interno/esterno, dall’altra dalla coppia primato/decadenza, come la trama e l’ordito con cui viene tessuto il telo dell’identità italiana. O, per usare un’altra metafora, i poli magnetici attorno a quali oscilleranno e graviteranno  le riflessioni di politici e intellettuali di fronte ai problemi posti dal contesto internazionale (il progresso sociale e politico, la rivoluzione industriale) e da quello interno (come gestire la modernizzazione di una società ancora fondamentalmente agricola, nella produzione e nella struttura sociale, e come, e se, far partecipare il popolo alle magnifiche sorti e progressive?).

Diamo di nuovo la parola a Bollati: "La coscienza collettiva presunto specchio del carattere originario del popolo, diventa un'astrazione mitologica […] e le manifestazioni della coscienza etnica non possono essere ricondotte semplicemente al 'popolo', ma dipendono in misura decisiva da un rapporto interno ad esso: tra liberi e servi, tra governanti e governati, tra dominatori e dominati, tra consapevoli e ignari."

Si potrà osservare allora "la tendenza a produrre industrialmente i sentimenti popolari, a coltivare la 'spontaneità' nella gradazione e secondo gli orientamenti desiderati, tendenza il cui primo avvio si può far risalire al fabbisogno di consenso indispensabile alle rivoluzioni borghesi e alla trasformazione dei vecchi Stati dinastici in nazioni di massa.”
“Da questo punto di vista ogni discorso sull'indole, la natura, il carattere di un popolo appare come una equivoca combinazione di conoscenze e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si pretende che sia.
Nel caso dell'italiano c'è un momento storico preciso in cui il bisogno di constatarne l'esistenza e di definirlo, non bene distinto dall'altro bisogno di crearlo ex novo secondo parametri dati, si manifesta con la maggiore evidenza, ed è all'immediata vigilia e durante il processo di formazione dello Stato nazionale. In quel punto 'italiano' cessò di essere unicamente un vocabolo della tradizione culturale, o la denominazione generica di ciò che era compreso nei confini della penisola, per completare e inverare il suo significato includendovi l'appartenenza a una collettività etnica con personalità politica autonoma. La definizione dell' 'italiano', della 'italianità', divenne in quel punto, tra Settecento e Ottocento, un problema politico dalla cui soluzione dipendeva se lo Stato-nazione Italia avrebbe avuto una identità e un cittadino, e quali, o se sarebbe rimasto una nuda struttura giuridico-diplomatica."

Riassumendo, sono due i metodi per utilizzare, controllandola, la forza naturale del popolo oltre che i suoi servigi (per la produzione e la difesa): le concessioni politiche e l'educazione popolare. Che poi sono uno solo: ottenerne il consenso mediante un'adeguata opera di persuasione.
Ergo, il carattere italiano è frutto, anche e soprattutto, della prospettiva, della pedagogia e della retorica (pre) risorgimentale DI UNA PARTE dell'Italia, alle soglie (e durante) le grandi trasformazioni indotte dalla Rivoluzione Francese prima e dalla Rivoluzione Industriale poi.
Quale parte? Quella che ha facoltà di parola. La Ruling Class, per usare un termine caro ai Merikani: proprietari, letterati, sacerdoti. Nobili e dotti. I signori della terra e della cultura. Infatti, come mostra bene Bollati, il problema sarà sempre traghettare l'Italia verso la modernità, ma conservando le antiche strutture di potere, concedere al popolo quel tanto che basta di libertà politiche e costituzionali per farlo diventare un esercito, una nazione (di lavoratori), ma evitando allo stesso tempo ogni pericolo eversivo. Il problema sarà "educare gli italiani a essere italiani. Essi avranno una loro identità, e un loro carattere, nella misura in cui impareranno dai loro maestri."

Ma perché bisogna educarli, e perché da questa pedagogia e da questa retorica si sedimenterà nella mente di ogni italiano ciò che oggi noi possiamo chiamare autorazzismo?
Bisogna educare il popolo italiano perché in realtà:

è un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario. V'ha bensì un'Italia e una stirpe italiana congiunte di sangue, di religione, di lingua scritta ed illustre; ma divisa di governi, di leggi, d'istituti, di favella popolare, di costumi, di affetti, di consuetudini.

scriverà nel 1844 l'abate Vincenzo Gioberti (Del primato morale e civile degli italiani).

"Nel Primato si manifesta infatti in modo esemplare l'attitudine a considerare astratti gli italiani reali, e reale un'idea astratta dell'Italia, culla della civiltà universale, di cui sono depositari principi e prelati, nobili e borghesi colti, cioè le classi dirigenti e proprietarie e gli intellettuali; il che equivale a stabilire due gradi di italianità, quello unicamente qualificato delle classi alte e quello soltanto oggettuale e vegetativo delle classi popolari. […] Il fatto stesso che ci sia qualcuno che, detentore dell'italianità, stabilisce le norme di appartenenza e amministra le promozioni o le esclusioni, conferma che non tutti sono immediatamente italiani, anche se in teoria possono diventarlo."

Ancora fino a tutto il '700 il popolo italiano non esisteva. Non almeno negli occhi di chi deteneva le chiavi della coscienza italiana:

"Nella sua Descrizione de' costumi italiani (1727), Pietro Calepio" descrive "un'Italia universale e perenne abitata essenzialmente da nobili e dotti […], chi cerchi tra le sue pagine gli altri italiani, non nobili e non dotti, ne troverà scarse e futili notizie: 'Tutto questo [circa i veneziani] appartiene alle famiglie nobili: delle ignobili non dico se non che qui non s'usa, come altrove, occupar le donne nelle botteghe." […] Nel libro di Calepio, le persone plebee recitano se stesse in 'volgari commedie' che muovono le 'risa in eccellenza'. Ne Gl'Italiani di Giuseppe Baretti (1768-69), le troviamo invece affollate in un teatro veneziano dove 'i nobili hanno l'usanza di sputare dai palchetti nella platea'. Il commento del Baretti, che vorrebbe essere di riprovazione, perfeziona ulteriormente l'insulto:

Quest'usanza odiosa e infame non può derivare se non dal disprezzo che ha l'alta nobiltà pel popolo; nondimeno esso tollera con molta pazienza tale insulto; e ciò che più reca sorpresa, si è che esso ama coloro che lo trattano in un modo sì villano: se qualcuno sente sulle mani e sul volto gli effetti di questi oltraggi, non monta sulle furie, ma se ne vendica facendo qualche breve ed arguta esclamazione.

Questo può accadere perché, come si ricava da altri luoghi del libro, gli italiani del popolo sono 'creduli', 'ignoranti', 'superstiziosi'; ma soprattutto perché

naturalmente docili al giogo che loro impone il governo, soffrirebbero le più dure esazioni senza pensar a far tumulto: credo che non vi sia nazione in Europa più sommessa, più pronta ad obbedire e più soggetta a' suoi padroni. Non mi ricordo di aver mai inteso parlare di sedizione popolare in Italia."

Sounds familiar?

E ancora:

“… nell’Antichità non vi è che un solo popolo; nel tempo moderno la società si compone invece di due popoli: l’uno è il Popolo Antico, nel quale il pensiero moderno è costume, abito, sentimento; l’altro è il vero Popolo Moderno, nel quale il moderno pensiero non è che pensiero, ed egli è perciò il Popolo Sovrano… Il secondo popolo pensa il sentimento del primo popolo; ed è perciò il suo sovrano legittimo e naturale.”

Ecco cosa ci dice il De Meis (Il Sovrano, saggio di filosofia politica con riferenza all’Italia, 1868), ovvero, di nuovo, che il popolo italiano “non sussiste, essendo nient’altro (quello Antico) che materiale spento e inerte finché non lo penetrano la luce e l’attività dell’elite pensante (il Popolo Moderno, Sovrano).”

E mentre invochiamo Totò e Eduardo De Filippo per una grande, sonora pernacchia all’elite pensante di allora e di oggi, siamo pronti a scavare l’ultima vena aurifera dell’autorazzismo italico.

Sì perché, tenuto conto “che ‘popolo’, fino a tempi relativamente vicini a noi, indica in Italia essenzialmente, anche se non solo, i contadini, il doppio popolo può ancora presentarsi nella contrapposizione tra città e campagna […] così che la classe più duramente sfruttata e oppressa è anche quella che gli sfruttatori hanno per secoli più ferocemente schernita e quotata a livelli pressoché subumani.”

Una sintesi per tutte le calunnie in danno dei contadini le possiamo trovare nella Piazza universale di tutte le professioni (1587) del Garzoni:

…il contadino o villano è da meno che un plebeo, perché il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento… Il villano è sordido quanto dir si possa… si muta camiscia se non allo spuntar delle lustre… la qual cosa avviene una volta l'anno… I villani hanno la coscienza grossa et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni, che gli induce a fornicar con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partir da messa innanzi all'ite missa est.”

Sounds familiar? Furbi e ladroni. Anno di grazia 1587.

Potremmo concludere quindi che l'autorazzismo non è dovuto al senso di inferiorità nei confronti degli altri popoli (conflitto esterno) ma al senso di superiorità di una razza italiana sull'altra (conflitto interno). In realtà abbiamo detto che di autorazzismo Bollati non parla mai (com’è giusto che sia, trattando un’epoca in cui il concetto non aveva senso), MA una sua citazione viene in soccorso, quando parla dei “due popoli”:

“Tutto il discorso può essere trascritto nella metafora delle due ‘razze’, nel senso in cui la impiega Gramsci quando scrive:

Negli intellettuali italiani l'espressione 'umili' indica un rapporto di protezione paterna e paternale, il sentimento 'sufficiente' di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze una ritenuta superiore e l'altra inferiore. (Letteratura e vita nazionale)

Ecco, Gramsci sì che può parlare di “razze”, essendo pensatore novecentesco. Inoltre, due piccioni con una fava, abbiamo guadagnato il suo suggello pure  al concetto di “paternalismo”. Amen.

Ite missa est.



P.S.
Il saggio di Bollati venne poi pubblicato in volume nel 1983 con lo stesso titolo, L’Italiano – il carattere nazionale come storia e come invenzione, per le edizioni Einaudi. Una nuova edizione uscì nel 2011, anno delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Per l’occasione, la casa editrice organizzò un convegno, durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, a cui parteciparono nomi di spicco della cultura italiana e i cui interventi (o almeno un loro estratto) si possono trovare sul sito dell’Einaudi.
Il primo, visto che sono presentati in rigoroso ordine alfabetico, è di Asor Rosa, critico letterario famoso non solo per il cognome palindromo ma anche per aver scritto il saggio “Scrittori e popolo”.
Ebbene, ho trovato il suo intervento francamente allucinante, soprattutto alla luce della lettura del libro di Bollati. Si sa, era il tempo in cui Abbelluscone era la fonte di ogni male…

Gli italiani a loro volta si dividono in due specie nettamente distinte, anzi, più esattamente, contrapposte: quelli che troverebbero opportuno fondere le due cose, l’alto e il basso, l’identità culturale e l’identità nazionale, la cultura e la politica, e a questo fine lottano, si battono ed eventualmente sono disposti a morire; e quelli ai quali nulla importa di meno che raggiungere tali obiettivi. Chiamo i primi italiani, i secondi non italiani.
 […]
Gli italiani non sono mai stati capaci di una normalità nobile, elevata, produttiva. In Italia la normalità produce mediocrità e la mediocrità produce decadenza. E nella decadenza il potere passa o resta più facilmente nelle mani dei non italiani; e i non italiani contagiano più facilmente gli italiani.
 Oggi che il governo del paese è nelle mani dei non italiani, e non c’è un forte ceto politico, e non c’è una forte classe intellettuale, bisognerà lavorare sodo e a lungo, e con grande pazienza, perché, diversamente dal passato, questa maggioranza torni a essere, e per le vie normali, una maggioranza di italiani.

Sembra scritto nel 1802. O nel 1587. Con lo stesso schema concettuale reperito da Bollati.
Oggi, quando ci si può sciacquare la bocca con termini più alla moda, come “opinion makers”, “propaganda”, stupefà la persistenza secolare non solo di modi di dire, di frasi fatte, ma di un medesimo atteggiamento: come non pensare alla Lucia Annunziata che rivendica il suo dovere non di informare ma di educare il popolo italiano (purtroppo cito a memoria, non riesco a trovare la citazione esatta); come non pensare ai fondatori di giornali che sputano sul resto del paese dal loro palchetto della domenica, ogni domenica?



(...ma infatti noi ci pensiamo, e ogni giorno li raccomandiamo a Dio nelle nostre preghiere. Ora capite quello che del resto Vladimiro Giacchè ha espresso benissimo nel suo Anschluss, in un brano che riprendo ne "L'Italia può farcela". Con buona pace della sinistra subalterna, che va in deliquescenza appena vede apparire lo spettro dei nazionalismi - i cretini lo dicono al plurale - la distruzione dell'identità di un popolo è uno strumento di dominio e di controllo sociale da parte delle élite. Vale fra paesi (Germania Ovest e Germania Est, Germania unificata e Grecia, ecc.) e vale dentro i paesi, dove il problema di come armare le persone per combattere le guerre del capitale senza che le stesse persone rivolgessero quelle armi contro il capitale è stato brillantemente risolto anche grazie, guarda un po', all'autorazzismo! Credo che di questo Marx fosse consapevole, e ne abbiamo già parlato. Peraltro, come avrete notato, prima che sparisse il contante è sparita la leva obbligatoria: ora gli eserciti sono fatti di "contractors". Non si vuole usare il termine italiano: mercenari, per il semplice motivo che se lo si usasse sarebbe troppo evidente che stiamo tornando a quel periodo della storia dal quale gli stati nazionali ci hanno fatto uscire: il medioevo...)

95 commenti:

  1. Che triste.
    Mi chiedo e prima? Prima del '500 ? durante il periodo Romano c'era la stessa divisione?
    Grazie

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    1. Un romano come me non puo' che ricordare Cola di Rienzo!

      https://it.wikipedia.org/wiki/Cola_di_Rienzo

      Credo che quell'episodio sia rimasto scolpito nella memoria collettiva delle classi sociali piu' elevate di tutta Italia....

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  2. Tiziana Panella a Tagadà il 26 Gennaio 2016, letteralmente aggredendo Maurizio Lupi che ricordava la forte contrarietà di oltre il 60% degli italiani alle adozioni da parte di coppie omosessuali:
    "Smettiamola con questo discorso che 2/3 degli italiani sono contrari alle adozioni da parte di coppie omosessuali? Non importa. NOI dobbiamo guidare gli italiani non seguire la pancia del paese".
    Solo dopo ha trasformato il NOI, dal sen fuggito, in "la politica" nel prosieguo della frase. Non cambia il risultato ma almeno la politica avrebbe una legittimazione popolare (nel nome della quale decidere contro il sentire del popolo stesso? Ci sarebbe di che dissertare...) che certo alla Annunziata, alla Panella o a qualche altro simpatico difensore della Linea Editoriale e sostenitore del noto "Italianen: Fate Skifen", decisamente manca.

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    1. Abbiamo gia' messo in libera vendita gli ovuli sotto forma di rimborso spese a donne disgraziate. La mercificazione dell'esistenza avanza alla grande.

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  3. Ho la citazione esatta dell'Annunziata alla quale penso mikez73 si riferisce, perché la riportai in un mio post:

    "…Voi avete ragione, ma qui siamo italiani e dobbiamo anche orientare il pensiero degli italiani su questa cosa".
    (Lucia Annunziata ad AnnoZero)

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    1. Grazie Barbara, anche se avrei giurato che era dal suo palchetto della domenica e che parlasse di politica interna. Ricorderò male, poco cambia.

      @ Alberto
      grazie per l'ospitalità

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    2. Ricordo bene invece che fu da Santoro perché vidi la trasmissione e il discorso dell'orienting mi colpì molto. Poi la citazione fu ripresa sul web da Robecchi. Grazie a te per l'ottimo post.

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    3. Breve compendio di propaganda PUDE. Al minuto 7:20 si parla anche dell'educare la gente. Il finale poi, è da oscar.

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  4. Non capisco come economisti di sinistra abbiano "sostenuto" personaggi che volevano,esplicitamente,il nostro male senza andare a guardare oltre la casacca.Penso a quelli che sostennero l'ultimo governo Prodi solo perché fu di centrosinistra ed elogiarono la frase del ministro: "le tasse sono una cosa bellissima".
    In questo blog si è parlato milioni di volte sull'utilità dello Stato per la maggioranza delle persone ma,come ben sappiamo,come hanno potuto gli economisti progressisti sostenere politiche volte a garantire l'uguaglianza in un sistema nato proprio per garantire l'opposto ed ignorare questo piccolo particolare?
    La cultura antistatalista è una conseguenza del suicidio politico della sinistra decidendo di attaccare la classe media ed quest'ultima è stata coinvolta dalla destra liberale perché grazie alla stessa sarebbe riuscita a proteggere quelle ricchezze (la prima casa per intenderci) acquisite quando il lavoro veniva tutelato.....

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  5. Con l'aggravante che nel medio evo le comunità locali avevano molta più coscienza dei loro diritti - anche consuetudinari. Ne é la prova il notevole numero di "processi" intentati contro i signori che non rispettavano e/o si arrogavano diritti non propri.

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  6. Dopo una vita che ci penso su, ecco le mie conclusioni. l'antico & moderno autorazzismo italiano è una supercazzola sofistica intesa a giustificare un fatto ricorrente: che dopo una clamorosa sconfitta, le classi dominanti italiane continuano a restare in sella, benchè in posizione subordinata ai vincitori. Le suddette classi dominanti spesso ci credono, alla sunnominata supercazzola, perchè è più facile credere in quel che ci conviene che in quel che è vero (come dice la mia filosofa di riferimento, Caterina Caselli: "la verità ti fa male, lo sai")
    Un bel giorno scoprii che la pensava così anche un grande pensatore, Eric Voegelin, e ne fui felice. Ecco qua:

    "The success of the French, Spanish, and German invaders [of the Italian Peninsula in 1494] and the reduction of the Italian states to political impotence was an event without sense beyond the sphere of naked power. Italy, at the time, was a prosperous, wealthy country; and it was the most highly civilized area of Europe. The upheaval did not make sense in terms of a reduction of a poor, backward colonial region by economically progressive countries; neither did it make sense in terms of a social revolution, perhaps the rise of a third estate, or a populist uprising; neither were any issues of moral or political principles involved; neither was there any question of a religious movement, as later in the wars of Reformation.[...]We must realize, and perhaps we can realize it better than we could even twenty years ago [as a result of the Second World War—ed], that the generation that witnesses such events receives a trauma. The more intelligent and sensitive members of such a generation have seen the reality of power at the moment of its existential starkness when it destroys an order, when the destruction is a brute fact without sense, reason, or ideas. It is difficult to tell such men any stories about morality in politics.[...]
    With the experienced eye of the moraliste they will diagnose the moralist in politics as the profiteer of the status quo, as the hypocrite who wants everybody to be moral and peace-loving after his own power drive has carried him into a position that he wants to retain.
    The psychological diagnosis is fundamentally correct and will apply frequently. Under this aspect a man like Machiavelli who theorizes on the basis of his stark experience of power is a healthy and honest figure, most certainly preferable as a man to the contractualists who try to cover the reality of power underneath an established order by the moral, or should we say immoral, swindle of consent."
    http://voegelinview.com/naked-power-and-political-morality/

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    1. @Roberto Buffagni: sintetizzando all'estremo, possiamo dire che siamo scivolati nell'autorazzismo perche' non abbiamo mai fatto una rivoluzione?

      Ammesso che questa mia semplificazione sia corretta, abbiamo altri esempi di popoli che non abbiamo mai fatto (non importa che sia riuscita o meno, l'importate e' che sia stata tentata fattivamente) una vera rivoluzione, e se si' possiamo ravvedere dinamiche simili (in termini di considerazione di se')?

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    2. @ PaMar
      Non la vedo così. Le cause storiche strutturali della fragilità nazionale sono quelle che si studiano a scuola: presenza di una forte istituzione universale, la Chiesa cattolica, e forte particolarismo (i centomila campanili). Sul piano psicologico, vanno tenuti in considerazione anzitutto due elementi: l'eco bimillenaria della grandezza romana (effetto inflattivo sulla psiche collettiva degli italiani, almeno i colti) e il trauma della conquista straniera degli Stati italiani nel momento di loro massima fioritura, quando l'Italia era al primissimo posto nella civiltà europea (effetto deflattivo sulla psiche collettiva, v. sopra la descrizione perfetta di Voegelin). L'italiano, almeno l'italiano che alza lo sguardo dal solco e si interroga su di sè, si trova a dover rispondere a un interrogativo pungente: "Se siamo tanto bravi, eredi di eccelsa grandezza, autori di meravigliosa civiltà, com'è che ci hanno asfaltato come gli ultimi dei coglioni?" Ammetterai che la tentazione di dare la colpa a qualcun altro (all'italiano fasullo e vile, al villano imbelle, al popolino affetto da familismo amorale, al fascista/antifascista, a Berlusconi, ai comunisti, alla suocera) è forte assai, e infatti ricorsivamente egli vi cede. La risposta virile e giusta alla suddetta domanda è, invece, la machiavellica: lo straniero ha vinto perchè era più forte di noi, e punto. Non ha dalla sua la Provvidenza, la Virtù, la Volontà di Dio, il Rigore weberiano,la Ragione Illuministica, l'Onestà, etc.: non è moralmente migliore, è solo più forte, per una serie di ragioni che merita studiare e analizzare, se non si vuole continuare a perdere. Però per darsi la risposta giusta bisogna anzitutto fare atto di modestia (siamo deboli, tirare in ballo Roma e il Rinascimento è una consolazione di princisbecco, il lexotan culturale), poi accettare la durissima lezione del realismo politico (non vince il migliore, vince il più forte), e infine trarne le conseguenze politiche e culturali, per esempio che per l'Italia è meglio essere la prima degli ultimi (=guardare verso il Mediterraneo e il Levante e i Balcani) piuttosto che l'ultima dei primi (= guardare verso il Nord protestante, che ogni volta che andiamo a chiedergli l'ammissione nel club ce lo mette in quel posto fino alle tonsille, vero dr. Andreatta?). In sintesi, per non fare autorazzismo, per non dare la colpa dei mali comuni a qualche categoria di nostri fratelli che ci fanno da cirenei e capri espiatori, bisogna fare un bell'esame di realtà. Non è una realtà esaltante? No, ma è la nostra. Partiamo da quella.

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    3. Quand'è che i tedeschi hanno fatto una rivoluzione?

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    4. Quand'è che i tedeschi hanno fatto una rivoluzione?

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    5. Questa http://www.kinderzeitmaschine.de/neuzeit/kultur/reformation/epoche/reformation/ereignis/deutscher-bauernkrieg.html?ht=6&ut1=113&ut2=87 vale?

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    6. Provo a rispondere a @stefano cortesi.

      Una possibile forza e spinta identitaria è stata quella data/venuta ai tedeschi da Lutero nel Cinquecento, che ha fornita loro la coscienza di nazione (abitanti nati da origine comune) tramite la lingua impiegata per divulgare, nel senso di rendere chiara al popolo (intendo, a tutti i tedeschi) la Bibbia che egli ha appunto tradotto in tedesco, infischiandosene delle proibizioni del Vaticano in tal senso, promuovendo così un orgoglio nazionale e provocando una bella distanza ideale, cioè mentale e psicologica, da Roma.

      Poi, certo, il collante di tutto ciò, Lutero lo ha anche trovato in Vaticanocorrottopapacriccanepotismo, che pure era realtà, e che dev'essere servito tanto bene a diffondere, e difendere, la posizione "nazionale": bella parola d'ordine e idea facilmente diffondibile, semplice e di facile presa perché, forse anche nelle contrade tedesche, erano evidenti i maneggi di preti, preti tedeschi ma obbedienti a Roma - quest'ultima la lascio come ipotesi perché nulla ne so.

      Trovato lo slogan susseguente la (giusta) indignazione, ma trovato cioè prodotto il piatto forte, la Bibbia in tedesco, il che significa indipendenza ideologico-interpretativa da Roma (Papa, Vaticano) e affermazione di forza e di fede made in Germany ancor prima e ben prima della fondazione di Germany come Stato.

      Orgoglio e identità nazionali tramite la lingua nobilitata dal fatto di essere impiegata per un testo sacro - il libro dei libri - davvero spiegato al popolo, anche ai più umili, nella loro stessa lingua da uno che quella medesima lingua parlava e scriveva.
      Era uno di loro, almeno uno con cui non era uno sbaglio identificarsi, con la conseguenza di sentirsi all'altezza dell'Altezza (Papa) di Roma, e forse anche più in alto, o almeno - e secondo me, meglio - non (più), finalmente non più, condizionabili e condizionati ad estranei e a lingua doppiamente "foresta", il latino, perché diversa dalla propria quotidiana e perché solo riservato a testi sacri e a liturgia e per contro, testi e liturgia, ora fatti accessibili e dunque liberatori, forza di uomini liberi da quel potere lontano e imperioso e invece vicini a chi portava loro la "Parola" in una lingua che era già la loro "parola" - pensiero e mondo usuale e ora solenne al tempo stesso.

      Lingua del loro mondo e del loro, poco o tanto, articolato pensiero - lingua della vita. e non quell'altra, divisiva e totalmente estranea.
      Tutto ciò mi sembra assai meglio di una rivoluzione - o è stato, tutto ciò, rivoluzione vera.

      Siccome dovrei già aver fatto cose domestiche, con la scusa delle virtù domestiche da applicare non mi rileggo, e così ho la scusa (un'altra!) per il "mess"(inglese)-aggio confuso che potrei aver scritto.

      Il blog tiene svegli i già insonni come me, ma diciamocelo qui in sordina, altrimenti qualcuno accusa Bagnai anche di questo :-)





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    7. @Roberto Buffagni - grazie del chiarimento. Io ero stato tratto un po' in inganno da questa frase: un fatto ricorrente: che dopo una clamorosa sconfitta, le classi dominanti italiane continuano a restare in sella, benchè in posizione subordinata ai vincitori e l'avevo interpretata nel senso che ho scritto.

      Ancora un dubbio, o comunque uno spunto di riflessione, se non ti dispiace - mi pare ci siano certe evidenti analogie tra quello che scrivi a proposito dell'Italia e quello che secondo molti commentatori è il problema di identità culturale che vive l'Islam (come hai efficacemente sintetizzato: "Se siamo tanto bravi, eredi di eccelsa grandezza, autori di meravigliosa civiltà, com'è che ci hanno asfaltato come gli ultimi dei coglioni?" a cui devo solo aggiungere "considerato anche che Allah è con noi per definizione" per ottenere la versione mediorientale dello stesso dilemma. Loro a questa domanda rispondono con il fanatismo, il terrorismo e l'ISIS. Noi abbiamo invece optato per l'Autorazzismo. Colpa/merito della Chiesa?

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    8. Sul perché non c' è mai stata una rivoluzione, posto che abbia senso farsi una domanda del genere, e che abbia senso far discendere l' autorazzismo dalla mancata rivoluzione; dovrebbero, dunque, in queste condizioni, essere autorazzisti tutti fuorché inglesi, americani, francesi e russi. io, tirerei in ballo un fatto: nell' Italia del tempo, i nobili non stavano in campagna e i borghesi in città, come nel rsto d' Europa ma convivevano (le città piene di torri, un claasico caso di incicio che lascia il segno artistico a distanza di secoli). Quei tempi sono pieno di storie di nobili che si danno al commercio, ne hanno discusso Cipolla Pirenne Braudel ecc.
      Ma al di la di tutto sono propriamente d' accordo con Buffagni, quello che potremmo essere al meglio delle nostre potenzialità, è l' essere una potenza regionale mediterranea. A guardare sempre a nord, ci resteranno in mano delle pugnette.

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    9. Questo blog è meraviglioso, c'è sempre qualcuno esperto di qualcosa

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    10. La mancanza di una rivoluzione di per sé non è la causa dell'autorazzismo, ma è comunque una mancanza importante. Spiega in parte perché si subisce supinamente il job act.
      Per la psicologia di una collettività o di un singolo, non sono importanti i fatti, ma come vengono narrati e tramandati.
      Ad esempio:la rivoluzione francese è l'archetipo fondante della repubblica di Francia, ora poco importa se fu una rivoluzione borghese, che usò il popolo e il suo malcontento come ariete per scalzare i nobili dal Palazzo, la narrazione è che il popolo si ribellò all'ingiustizia e al malgoverno, e tagliò la testa al re. Questo è l'archetipo, quando ero piccolo me l'hanno raccontata così e ora fa parte di me, anche se so la verità.
      L'archetipo fondante dell'unità d'Italia invece non è una rivoluzione popolare, è l'uomo della Provvidenza, cioè Giuseppe Garibaldi, che parte da solo con mille uomini, e unisce l'Italia.
      Poi che quest'impresa sia stata un incontro di interessi contorti e complessi, poco importa, nei libri questa è e sarà sempre la Spedizione dei Mille. Punto.
      E l'inconscio il titolo lo recepisce benissimo, il lungo articolo sotto un po' meno, perché bisogna stare concentrati e capirlo.
      D'altra parte l'efficacia degli slogan è universalmente riconosciuta, e questo spiega anche a volte l'impressione che nei giornali l'articolo contraddica in parte il titolo dello stesso in caratteri giganti. Perché l'importante sono i messaggi veicolati dai titoli, no la spiegazione dei fatti.
      Ma in questa sede questi sono ormai discorsi banali.

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    11. Io diffidando senza se e senza ma delle cause nella storia, sono un kutuzoviano. Vorrei porre la questione su un punto. Ciò che ha favorito lo sviluppo delle realtà comunali (era o no una rivoluzione la giunta municipale?) la mancanza di un potere unico accettato e quasi magico, si vedano i re taumaturghi, ha poi favorito la vittoria delle monarchie reali nel 1500? Quanto contò la spartizione del sacro Romano Impero dopo il trattato di Verdun 847 che assegnava a Ludovico il Pio la Germania e il nord Italia? Una curiosità, la parte del regno toccato a Lotario, la lotaringia che va dai paesi bassi alla Savoia, fu zona di scontro fra francesi tedeschi inglesi per secoli, vide l' esperienza della sofisticata corte borgognona su cui Huizinga ci ha lasciato una capolavoro: l' autunno del medio evo.

      Ecco, alla luce di questo, l' unica cosa che mi viene in mente è: è andata così, cosa può essere oggi? E la rimando a Buffagni più su. Perché? Perché trovo disdicevole usare la storia come un randello.


      In questo blog, esperto è la radice di espertone, preferisco dilettante appassionato. :)

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  7. Quindi non si parla di autorazzismo, bensi' di classismo. Non penso sia differente altrove, l'elite disprezza sempre il popolino. Probabilmente e' questione di dosaggi, l'elite spagnuola o francese disprezza il proprio volgo, ma almeno non piu' del volgo straniero. Cio' che sembra sfuggire perfino ad illustri pensatori e' la ricorsivita' del classismo, assieme alla volatilita' dei sistemi di riferimento. Filo comune, una specie di disumanizzazione.

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    1. Credo che la tua lettura sia meno approfondita del solito (il che nulla toglie alla correttezza della tua affermazione).

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    2. E' una semplificazione, certo. Però, quando si perde, e noi italiani abbiamo perso spesso, sorge sempre il problema del perchè. Perchè abbiamo perso? Di chi è la colpa? Com'è come non è, c'è sempre qualcuno che scopre l'uovo di Colombo: "Non è vero che ABBIAMO perso, AVETE perso". Esempi preclari del passato furono il gen. Cadorna dopo Caporetto, Mussolini dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati, gli antifascisti dopo la caduta del fascismo, e giù giù fino ad Andreatta, D'Alema e Fubini con il tormentone del paese anormale che deve diventare normale, del familismo amorale, del berluscone, craxone, eccetera.
      Il giorno che qualcuno dirà coram populo: "ABBIAMO perso insieme, lavoriamo per vincere insieme" sarà un gran bel giorno.

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    3. Non ho competenze in Storia. Quindi i miei sono pensieri sparsi, e che - probabilmente - non hanno alcun valore. Però, semplificazione o meno, sono del tutto d'accordo con Roberto Buffagni - per un verso - e del tutto in disaccordo con lui - per altro verso (vedi, il "carattere italico" è anche questo :) ).
      Sono d'accordo sul riconoscimento che "abbiamo perso". Tutti. I monarchici, i fascisti, gl antifascisti e i comunisti. Ognuno a modo suo, ma nessuno di loro ha raggiunto i suoi obiettivi.
      È stata "colpa" loro? A mio parere no. Han fatto quel che potevano fare, e non potevano fare di più. Ognuno di questi attori era obbligato dalla propria storia, dalle proprie radici. Si può fare quanto è nell'orizzonte delle possibilità, dal punto di vista sia del pensiero che delle condizioni materiali concrete.
      Ora, il fatto i avere perso in passato NON implica, in alcun modo, l'obbligo di perdere in futuro. Il prof. conosce bene l'insidia del pensiero chiamata "sunken costs", in base alla quale, se ho investito 100 in un progetto, è più probabile che insista ad investire altri 100 piuttosto che ammettere che il progetto non funziona e perdere solo 100 in luogo di 10000.
      E, per riallacciarmi ad un mio precedente intervento a proposito di "perdono" e "colpa", ritengo che sarebbe meglio sbarazzarsi del concetto di "colpa", accettare che le nostre possibilità sono limitate, le nostre scelte pure (e anche quelle degli avversari). Io non mi sento in colpa per i miei errori. Mi sento responsabile di averli commessi, ma non colpevole. È come quando ti impegni in un esperimento scientifico: se non ottieni i risultati attesi non è colpa tua. Vuol dire solo che hai capito male il mondo. Te ne prendi la responsabilità, impari a capire meglio il mondo, e ricominci da un'angolazione differente.
      Certo, per abbandonare la colpa occorre riconoscere la nostra mancanza di libertà. Il nostro essere necessitati. E, forse, preferiamo credere di essere liberi, qualunque cosa vogliamo significare con questo termine, piuttosto che attrezzarci per modificare ciò che può essere modificato, e creare le condizioni perché ciò sia possibile.

      Buona vita, e grazie.

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    4. Maledetto correttore automatico! Volevo scrivere "W la chimica!".

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    5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  8. Non a caso i campioni attuali di autorazzismo sono quelli che si proclamano cosmopoliti, cioè gli esterofili a prescindere. E che agitano come clave sulla testa dei loro connazionali i giudizi negativi espressi dagli stranieri, magari "autorevoli". Nel migliore dei casi, l'occhio dello straniero (e penso a quello dei "viaggi in Italia" degli intellettuali europei dei secoli scorsi), essenso uno sguardo "sorgivo", può cogliere meglio pregi e difetti degli italiani, ma quando si trasforma in giudizio, risulta inevitabilmente viziato dal suo essere straniero, ossia estraneo al contesto culturale e storico italiano, cui non può supplire un'esperienza vissuta di qualche mese.

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  9. Il metodo scientifico sperimentale è nato con Galileo, vissuto subito dopo un periodo in cui, complici gli scambi commerciali e culturali, la matematica è risbarcata in Italia dopo essere stata custodita dagli Arabi per secoli. Noi ci abbiamo messo un qualcosa in più superando il punto a cui erano arrivati i greci e aprendo una nuova porta.

    Pochi si rendono conto dell'importanza di questi uomini per il sapere scientifico, e di conseguenza per la nostra civiltà:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Scipione_del_Ferro
    https://it.wikipedia.org/wiki/Niccol%C3%B2_Tartaglia
    https://it.wikipedia.org/wiki/Gerolamo_Cardano

    Nel secolo scorso, Einstein non avrebbe potuto scrivere le equazioni della sua teoria della relatività senza l'aiuto del matematico Ricci e della sua scuola.

    Per quanto riguarda l'arte siamo stati in passato artefici di grandi rivoluzioni (Giotto...), e in letteratura abbiamo l'autore della più maestosa opera mai scritta da essere umano, che di soprannaturale ha anche il titolo.

    Gli Italiani ci sono, basta semplicemente fare l'Italia. E' la classe dirigente che va in un certo senso 'educata'.

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    1. Merita alla grande una citazione anche il Dott. Faggin!!

      Eccolo:

      Il vero pioniere dei computer? L’italiano Federico Faggin


      http://www.ilprimatonazionale.it/scienza-e-tecnologia/il-vero-pioniere-dei-computer-litaliano-federico-faggin-28242/

      Ciao!

      FF

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    2. Il discorso sulle possibili cause dell'autorazzismo lo trovo molto interessante, ma vorrei invitare tutti a non buttarla in caciara postando esempi di esimi connazionali che si sono distinti nelle arti, scienze e magari pure in campo militare.

      Non credo serva a molto: non penso che gli Italiani sono autorazzisti perche' ignorano chi sia Faggin o perche' si sono dimenticati di Volta anche se magari lo hanno studiato a scuola.

      In particolare poi, esempi come quello di Faggin a quale mulino portano acqua? Un autorazzista non avra' per esempio problemi a usare Faggin come esempio di uno che ha dovuto andarsene negli USA per poter portare a compimento le sue invenzioni.

      (I primi lavori li fece per la sede italiana della Fairchild, si trasferi' molto presto negli USA e divenne cittadino Americano nel 1978 - non mi pare che abbia mai espresso grande nostalgia per l'Italia, anche se non e' che personalmente abbia mai approfondito questo aspetto della sua vita).

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    3. Le ricordo che:

      Federico Faggin nacque a Vicenza[1] il 1º dicembre 1941. Dopo avere conseguito nel 1960 il diploma di perito industriale, specializzato in Radiotecnica, all'Istituto Tecnico Industriale "Alessandro Rossi" di Vicenza, iniziò subito ad occuparsi di calcolatori presso la Olivetti di Borgolombardo, all'epoca tra le industrie all'avanguardia nel settore, contribuendo alla progettazione ed infine dirigendo il progetto di un piccolo computer elettronico digitale a transistori con 4 Ki × 12 bit di memoria magnetica.

      Si laureò in fisica summa cum laude nel 1965 all'Università di Padova dove venne subito nominato assistente incaricato. Insegnò nel laboratorio di elettronica e continuò la ricerca sui flying spot scanner, l'argomento della sua tesi. Venne quindi assunto, nel 1967, dalla SGS-Fairchild (oggi STMicroelectronics) ad Agrate Brianza, dove sviluppò la prima tecnologia di processo per la fabbricazione di circuiti integrati MOS (Metal Oxide Semiconductor) e progettò i primi due circuiti integrati commerciali MOS.

      La SGS-Fairchild inviò Faggin a fare un'esperienza di lavoro presso la sua consociata Fairchild Semiconductor, azienda leader del settore semiconduttori a Palo Alto in California...

      https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Faggin

      Ergo, poichè:

      Successo = Ambiente + Impegno + Opportunità.

      ( su focus.it uscì un lungo articolo su un'importante ricerca sociologica su questa tematica )

      e allora siccome l'ambiente originale in cui si era formato il Dott. Faggin era italiano e allora vuol dire che quell'ambiente originale non era per niente sottosviluppato culturalmente per poi aver avuto il successo che ha avuto!!Tutt'altro!!

      Insomma, sottovalutare pesantemenete l'ambiente originale da cui proviene una persona del genere vuol dire partire da premesse errate,ecc...!!

      Saluti.

      Fabrice

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    4. Perché non citi anche fibonacci? Ha fatto la fortuna dei Medici che con le loro trovate finanziarie hanno creato e finanziato il Rinascimento in Italia. Niente male per una ex famiglia di gangsters! Il mecenatismo era propaganda e reinvestimento dei proventi finanziari.. Peccato che a Storia insegnino solo la metà della... storia, appunto.

      Il trattato di Fibonacci per spiegare il sistema posizionale decimale era pieno di esempi finanziari e contabili.

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    5. @Fabrice - sì sì, Wikipedia è comoda per gli elenchi, ma manca un po' di contesto. Forse lei non è del settore, o è troppo giovane per avere idea della situazione dell'industria elettronica alla fine degli anni 70.

      Secondo lei, perchè l'italianissimo Faggin andò a lavorare per Fairchild prima e si trasferì negli USA dopo?

      Magari se fosse andato a lavorare per Olivetti i primi microprocessori sarebbero stati un prodotto Italiano, e non un prodotto USA progettato da un Italiano.

      Penso che questo avrebbe fatto la differenza anche a livello macro, in termini di opportunità e sviluppo economico del paese.

      Poi, Faggin può aver scelto Fairchild perchè lo pagavano meglio, perchè in Olivetti gli hanno riso in faccia (ai tempi il focus aziendale era principalmente ancora votato alle macchine da scrivere), perchè voleva trasferirsi in USA per motivi personali. O perchè era un autorazzista e pensava che tanto in Italia non avrebbe potuto combinare granché. Sono tutte ipotesi, come ho detto non sono un biografo di Faggin.

      Rimane il fatto che non mancano gli esempi di Italiani che sono dovuti (o hanno preferito) espatriare per mettere a frutto il proprio talento. Ma non credo che sia un argomento valido per controbattere l'autorazzismo (anzi...).

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    6. [1 di 2] Scusate, non sono riuscito a far stare tutto in un solo commento, avrei dovuto mutilare le citazioni tanto da renderle inutili.

      PaMar: l'autorazzismo si alimenta anche con pezzi di Storia occultata e/o riscritta. In questo caso però la Storia è nota.

      È strano che tu riferisca di un Faggin che andò a lavorare per Fairchild Semiconductor, azienda americana; in realtà andò a lavorare per Società Generale Semiconduttori - SGS S.p.A. fondata da Telettra e da Olivetti in partnership con Fairchild. Faggin aveva già lavorato in Olivetti per diversi anni quando fu assunto alla SGS-Fairchild e mandato negli USA a fare esperienza nella casa madre del partner americano. SGS Microelettronica, dopo vari passaggi, si fuse con la francese Thomson Semiconducteurs nella SGS-Thomson Microelectronics, che poi fu ridenominata STMicroelectronics ed è tutt'ora in attività.

      In Programma 101 - L'invenzione del personal computer: una storia appassionante mai raccontata, di Pier Giorgio Perotto, Sperling & Kupfer Editori, 1995, recentemente ristampato, l'autore scrive:

      «Il giovane Olivetti aveva ereditato dal padre il rispetto per certi valori, come la competenza tecnica, la professionalità, il gusto dell'innovazione, ma a questi aggiunse di suo una visione idealistica e forse utopica che lo spinsero incessantemente a sognare e a progettare un futuro ricco di suggestioni estetiche, nel quale cultura tecnica e cultura umanistica potessero fondersi.
      Fu certamente questa mentalità che portò Adriano a vedere nell'elettronica, prima di altri, una opportunità nuova, tale da costituire uno stimolo per una azienda che aveva sempre sviluppato tecnologie completamente meccaniche. Egli sosteneva che l'elettronica avrebbe potuto recare "un contributo reale non soltanto allo sviluppo tecnologico e organizzativo del paese, ma anche al suo immancabile progresso sociale e umano".
      »

      Adriano Olivetti morì nel 1960, mentre si recava in Svizzera alla ricerca di capitali per il rilancio dell'azienda. Nel '59 Olivetti aveva acquisito l'americana Underwood, di cui Adriano non aveva visitato in prima persona gli stabilimenti; in seguito scopre che si tratta di un pezzo di archeologia industriale. Ci riferisce sempre Perotti: «il risanamento della Underwood poté ottenersi solamente, dopo infiniti sforzi, attraverso il suo azzeramento e la sua totale ricostruzione, con l'impegno delle migliori risorse manageriali della società».

      Perotti riferisce di un sospetto a cui, scrive nel seguito che non riporto, non crede: «In un bel libro, molto documentato, scritto dal giornalista Lorenzo Soria, intitolato "Informatica: un'occasione perduta", si ventila il sospetto che nei primi anni '60, tre eventi traumatici, la morte di Enrico Mattei a Bascapè nell'ottobre del '62, il caso di Felice Ippolito (con la demolizione della ricerca nucleare in Italia) verificatosi un anno dopo e la cessione agli americani della Divisione elettronica dell'Olivetti nell'agosto del 1964, siano legati da un unico sotterraneo filo conduttore. Quello di un complotto¹ internazionale, finalizzato a relegare l'Italia in un ruolo subalterno nella divisione internazionale del lavoro, neutralizzando i tentativi di occupare una posizione più avanzata in tre settori fondamentali per lo sviluppo, i nuovi materiali, l'energia e l'informazione.»

      ____________________________
      1. Complotto, termine che il lettore indottrinato e mediocre (ma soprattutto minchione) traduce automaticamente in parto della fantasia di una mente malata.

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    7. [2 di 2]

      Nel 1961 morì, in un incidente d'auto sull'autostrada Torino-Milano, l'ingegner Mario Tchou, capo del laboratorio elettronico Olivetti di Pisa e del progetto Elea. Carlo De Benedetti a Mix24 su Radio24 riferisce che «in Olivetti c'era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani.»

      Scrive Michele Franceschelli, in Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana : «L’Olivetti era quindi un “problema” più che serio, Adriano lo era, come lo erano Mario Tchou ed Enrico Mattei. Ma mentre per quell’“incidente” aereo che – a Bascapè, la sera del 27 ottobre 1962 – mise traumaticamente termine alla vita del fondatore dell’ENI risulta definitivamente provata l’origine dolosa attraverso le indagini giudiziarie del valoroso Pm Vincenzo Calia, altrettanto non si può dire per le dinamiche relative alla morte di Adriano (e per quella di Mario), anche se sul suo decesso sono rimasti molti dubbi e sospetti, alimentati anche dal fatto che sul suo cadavere non sarebbe mai stata eseguita alcuna autopsia.»

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    8. CorrettoreDiBozzi: grazie. Sulle possibili responsabilita' di servizi segreti stranieri nella morte di Olivetti (o di altre morti di personaggi di spicco nello stesso periodo) non mi soffermo perche', onestamente, non ne so un tubo.

      Per i patiti del genere, qua c'e' la storia come la racconta Faggin - ovviamente non aspettatevi clamorose rivelazioni: si tratta di una intervista rilasciata per il Computer History Museum di Mountain View.

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    9. @CorrettoreDiBozzi

      complimentoni per i due posts!!

      Per quanto riguarda la morte di Enrico Mattei:

      1) Una testimonianza di Benito Li Vigni, depositario di moltissimi segreti, assistente personale di Enrico Mattei....

      http://www.beppegrillo.it/2012/11/passaparola_-_leni_mattei_e_la_maledizione_del_petrolio_-_benito_li_vigni_.html

      2) Una guerra devastante, mai interrotta. Questo libro apre uno squarcio importante nella storia del nostro paese e risponde a quesiti altrimenti indecifrabili che nemmeno le inchieste giudiziarie sono riuscite a chiarire del tutto. A cominciare dal delitto Matteotti
      (1924) per arrivare alla morte di Mattei (1962) e di Moro (1978).
      Ogni volta che gli italiani hanno provato a decidere del proprio destino, gli inglesi sono intervenuti. Ora i DOCUMENTI DESECRETATI, che i due autori hanno consultato negli archivi londinesi di Kew Gardens, lo dimostrano. Da quelle carte emerge con chiarezza che non è Washington a ordire piani eversivi per l’Italia, come si è sempre creduto, ma soprattutto Londra, che non vuol perdere il controllo delle rotte petrolifere e contrasta la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani.
      Il petrolio però non è il solo problema. Per gli inglesi anche i comunisti sono un’ossessione.....

      https://www.amazon.it/golpe-inglese-Matteotti-dellItalia-Chiarelettere-ebook/dp/B0064CPYSQ

      Ciao!

      Fabrice

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    10. PaMar: prego. Anch'io non mi aspetto sorprese dall'intervista di Faggin. Persino l'Ing. Perotti (il cui racconto può far sorgere più di un sospetto nel lettore smaliziato) respinge, come ho sopra riportato, l'ipotesi più che fondata di influenze esterne ed imputa il declino dell'Olivetti — morti i due pilastri Adriano Olivetti e Tchou —, di conseguenza dell'elettronica italiana, unicamente alla poca lungimiranza e cattiva gestione degli italiani.

      Fab Farn: di Benito Li Vigni se ne è già trattato sul blog. Mi riprometto di leggere Il Golpe Inglese perché ho trovato molto interessante il seguito, Colonia Italia, degli stessi autori. L'ho già citato in due diverse occasioni qui sul blog: il 19 Dicembre 2015 e il 21 Marzo 2016. Dovrebbe essere interessante anche questo Capitalismo predatore - Come gli Usa fermarono i progetti di Mattei e Olivetti e normalizzarono l’Italia di Bruno Amoroso e Nico Perrone.


      Dimenticavo di sottolineare questo passaggio tratto da Mario Tchou e l'elettronica italiana (nel mio commento precedente è il link sul nome Mario Tchou), dove emerge ancora una volta, lo abbiamo più volte sottolineato sul blog, che gli anglo-americani sono sempre stati liberisti col culo degli altri:

      Nel novembre 1959 Leonardo Coen pubblicò su Paese Sera un reportage in due puntate dedicato al Laboratorio di Borgolombardo¹¹. In questo articolo il giornalista sottolinea l'importanza strategica dei computer per il futuro dell'umanità affermando: “Le grandi calcolatrici costituiscono lo strumento più caratteristico e indispensabile della nostra epoca di travolgente progresso tecnologico. Senza questi poderosi “cervelli meccanici” la scienza nucleare non avrebbe potuto creare le grandi centrali atomiche e la scienza missilistica non avrebbe potuto inviare i razzi cosmici verso la Luna. Né si parlerebbe oggi della «seconda rivoluzione industriale» se i cervelli elettronici non avessero reso possibile l'automazione delle fabbriche”. Mario Tchou, intervistato da Leonardo Coen in merito alla competizione con l'americana IBM, affermò:
      Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello [dei nostri concorrenti, n.d.a.] dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato”. Mentre in Italia avveniva il contrario, dove Adriano Olivetti si era impegnato a regalare una calcolatrice Elea al ministero del Tesoro e mise a disposizione delle Università — per fini di ricerca e sperimentazione — il Centro di calcolo elettronico Olivetti di Milano.

      ____________________________
      11 A. Coen, “Come è nata anche in Italia una grande calcolatrice elettronica”, Paese Sera, 18/11/1959.


      Lo dedico ai soggetti della cloaca liberista che si affrettano a scomunicare chiunque osi mettere in dubbio il loro credo imbecille, con caratteristiche recensioni, per esempio a questo libro di Gallino, La scomparsa dell'Italia industriale.

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    11. Sulla vicenda della Olivetti e della "non nascita" dell'informatica italiana e della morte di Mario Tchou voglio ricordare un elemento di contesto, su cui mi era avvenuto di riflettere una decina d'anni fa.

      Nei primi anni 60 era in pieno svolgimento la corsa allo spazio e gli Stati Uniti stavano ancora affannosamente tentando di recuperare il divario che li separava dalla Russia.

      Consideriamo l'assoluto valore strategico della tecnologia informatica per governare un apparecchio così complesso quale un razzo che dopo 384.000 km e quasi 4 giorni deve depositare in assoluta sicurezza due persone sulla Luna (e poi farle tornare indietro). Consideriamo le implicazioni militari di una tecnologia che poteva quindi essere usata per depositare con precisione una testata nucleare a mezzo emisfero di distanza. Consideriamo lo scenario politico italiano di quegli anni, con una forte sinistra ben legata alla Russia.

      Concludere che quello che è successo all'Olivetti possa essere stata una misura preventiva che hanno preso gli USA potrà forse essere una visione complottistica, ma alla luce di tutto quello che abbiamo poi saputo è avvenuto negli anni 60 in Italia ha una forte base indiziaria.

      Le letture indicate nei commenti precedenti valgono la pena di un approfondimento.

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    12. Enrico: preciso che ho inserito le dichiarazioni di De Benedetti soltanto per mostrare che in quel periodo c'era già la consapevolezza che potesse trattarsi di un'operazione di un'intelligence straniera.

      Quanto al fatto che siano stati i servizi USA, non è affatto scontato se leggi ciò che ho riportato in risposta a questo commento di Stefano Cortesi.

      Da quanto emerge in Colonia Italia erano sicuramente gli inglesi a voler relegare l'Italia in un ruolo subalterno: quando tratta del periodo della fine della seconda guerra mondiale, emerge chiaramente che mentre gli americani volevano trattarci come cobelligeranti gli inglesi erano fermamente decisi a considerarci solo una nazione sconfitta.

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  10. All'origine:

    "L'Italia non è un popolo ma un insieme di tribù" by Winston Churchill

    E perchè e come fu unito questo insieme di tribù italiche?

    Il Regno Sabaudo al 1859 risultava essere lo stato più indebitato d’Europa.

    Così indebitato che non aveva altra scelta che attaccare gli altri stati italiani e trasferire al nascente Regno d’Italia il proprio deficit di bilancio ormai cronico, nonostante avesse il regime fiscale più gravoso ed esoso degli altri stati italiani, stati che avevano invece tutti il bilancio in attivo.



    Ecco, in due parole, la nascita del debito pubblico italiano. Anche perchè i creditori del Regno di Sardegna non erano propriamente enti di beneficenza, ma i Loyds inglesi e il ramo francese dei banchieri Rothschild...!!

    Insomma, già dagli inizi il sentimento di amor patrio e di orgoglio nazionale non nasceva affatto sotto i migliori auspici per usare un eufemismo!!

    Comunque, secondo me, storicamente dal punto di vista delle capacità di valorizzare un virtuoso sentimento nazionale i più grandi errori si fecero dopo la sconfitta del fascismo e dopo la caduta del muro di Berlino.

    In estrema sintesi, dopo la seconda guerra mondiale, l'Italia nazione sconfitta dalla guerra gettò il bambino con tutta l'acqua sporca e si sottomise in tutto e per tutto agli USA; invece dopo la caduta del Muro di Berlino, l'Italia tramite tangentopoli e la breve stagione dei sindaci ebbe l'occasione storica di innestare l'inizio di un ciclo virtuoso dal punto di vista politico, economico e sociale che avrebbe permesso di fortificare la nazione italiana e i suoi abitanti ma siccome si proveniva da decadi di sottomissione agli USA e allora l'Italia e gli italiani non fecero nessuno scatto d'orgoglio nazionale e iniziaro il loro lento declino economico e sociale!!

    Si può porre ancora rimedio?

    Certo che si!!

    Ma per farlo molti grandi capi ( in mala fede e/o incompetenti ) dei settori che contano dovrebbero farsi da parte per dare spazio ai migliori italiani ma non lo fanno e il perchè è molto semplice:

    "Turkeys don't vote for Christmas!!"

    Cordiali saluti.

    Fabrice

    PS "I tacchini non votano per il Natale!!"



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  11. C'é però da chiedersi perché si era indebitato. Perché se guardiamo solo al fatto che é più virtuoso chi ha meno debbbbito allora dalla qui presente cartina risulta che uno dei paesi in cui si vive meglio é il Mali.

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    1. Scusa, con chi e di cosa stai parlando?

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    2. Mi riferivo al Regno di Sardegna. Il debito mi risulta lo abbia contratto per infrastrutture e per pagare i debiti di guerra all'Austria, ovvio che poi tra tutti gli Stati della penisola fosse il più indebitato.

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    3. Non sa né con CHI, né di COSA sta parlando...

      Il Neo-Patriota €uropeo perfetto.

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    4. @walter wal

      le ho risposto dettagliatamente ma il mio post non è stato pubblicato!!

      Saluti.

      FF

      PS non capisco perchè non sia stato pubblicato, non conteneva nessuna cosa scandalosa!!

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  12. Dimenticai il link alla cartina...

    https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_public_debt#/media/File:Government_debt_gdp.jpg

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  13. “Gli italiani sono senza carattere”. Traduzione: non hanno il carattere che dico IO.
    Non nutro fiducia nei sedicenti educatori/consiglieri/maestri di vita. Il denigrare è una tecnica di manipolazione: sei cattivo ma se agisci come dico io diventerai buono.
    Nei discorsi intrisi di autorazzismo è facile percepire un alto grado di violenza verbale e l'idea che mi sono fatto è che l'autore del discorso in fondo desideri questo, la violenza.
    Spesso è un attaccabrighe, un provocatore che al riparo cerca di fomentare una reazione violenta dei suoi concittadini. Non sarà che gli italiani denigrati non siano disposti a farsi abbindolare da questi predicatori di violenza e morte? I soloni che parlano di una patologia nella coscienza italiana, soffrono del fatto che la realtà non si muove secondo le loro teorie, ed anziché compiere un atto di onesta intellettuale abbandonando teorie che non corrispondono al reale, affermano che è la realtà ad essere malata. Se i fatti contraddicono le teorie, tanto peggio per i fatti. Chi denigra gli italiani, oltre ad essere violento, è anche intellettualmente disonesto e, dall'alto della sua disonestà intellettuale, si erge con atteggiamento paternalista a maestro morale dei suoi concittadini, rivendicandone il ruolo di educatore/consigliere/maestro di vita. Se chiedi il motivo di tanto odio nei confronti dei propri concittadini, la risposta è: per il loro bene, per spronarli ad essere migliori.

    “Lo faccio per il tuo bene” non è altro che ipocrisia: è il discorso del prepotente che finge di essere buono. Il prepotente vuole sempre mostrare una buona faccia e dopo ogni prepotenza dice sciocchezze del tipo: “lo faccio per il tuo bene”; “lo faccio perché ho a cuore la tua felicità”; “lo faccio per renderti una persona migliore”; “lo faccio per riportarti sulla retta via”.
    Lo faccio per il tuo bene, poiché soltanto io so qual è il bene, tu non lo sai.
    Lo faccio perché ho a cuore la tua felicità, poiché decido io cosa ti deve rendere felice.
    Lo faccio per renderti una persona migliore, ovviamente secondo i miei canoni su come una persona migliore è strutturata.
    Lo faccio per riportarti sulla retta via, poiché soltanto io so qual è la retta via da percorrere: tu della vita non sai niente e non hai mai capito niente.
    Nei discorsi intrisi di autorazzismo c'è un prepotente sentirsi superiori agli altri che dissimula una propria fragilità caratteriale, la frustrazione di sogni di gloria infranti, il latrato di un piccolo ego instabile che ha costantemente fallito nei suoi tentativi di ergersi a linea guida per le masse. Come nella sindrome dell'amante tradita, sperano di usare i propri concittadini come taxi per le proprie meschine ambizioni politiche personali. Cari critici del carattere italico, se cercate un colpevole, non c'è che da guardarsi allo specchio.

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  14. la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri.
    (Preambolo costituzione Svizzera)

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  15. OT ma non di molto.
    Sono un po' di anni che seguo con interesse la questione ambientale del riscaldamento globale.
    Secondo il mio modestissimo parere e' un'altra mazza nelle mani delle elite per sferrare mazzate di sensi di colpa ai danni delle masse.
    Per gli italiani il discorso e' semplice: mentre i tedeschi (facciamo come) sono quelli che hanno maggiormente investito in energie rinnovabili (e non hanno neanche l'esposizione solare che avete voi!), voi usate i carburanti ed inquinate il mondo, insomma siete dei puzzettoni!
    Ora, c'e' un nuovo paper che dimostra che l'emissione di CO2 ha reso il mondo piu' verde.
    Strano? Di cosa si nutrono le piante? Di CO2. Tanto e' vero che nelle serre immettono artificilamente CO2 (che si vende in taniche) per avere una maggiore crescita delle piante. Vedere ad esempio questa simpatica azienda svizzera
    "I vantaggi dell'apporto di CO2

    Piante e verdure di migliore qualità
    Rendita elevata
    Tempi di coltura più brevi
    Piante più resistenti
    Prodotti uniformi"

    Bene.

    Nel frattempo "tu sai chi, tu sai come, tu sai pecche'" ovvero Goldman Sachs che fa? Investe nei pannelli solari? Nelle turbine?
    Hmmmm no, nel
    metano.

    Strano?
    "When a polar vortex ushered frigid air into the northern US two years ago, utilities scrambled to obtain gas. Goldman, which has storage contracts in states including Michigan, profited as regional gas prices soared, according to people familiar with the matter."
    Chissa', magari loro mentre martellano con la mazza dell'ecologia, sanno che questi fenomeni di "polar vertex" saranno piu' frequenti in futuro, magari perche' il mondo invece che riscaldarsi....

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    1. Che cosa pensi di SERGE LATOUCHE?
      Poi dire che il mondo è più verde mi sembra una stronzata.

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    2. 1) Non lo conosco, ad occhio e croce mi sembra un decrescista (in)felice
      2) Benissimo se ti sembra una stronzata puoi sempre ribattere al paper che e' stato pubblicato su Nature (non perdere la possiblita' di essere pubblicato su una famosa rivista):
      http://www.nature.com/nclimate/journal/vaop/ncurrent/full/nclimate3004.html

      In ogni caso "greening" credo abbia una sola traduzione in italiano.
      "We show a persistent and widespread increase of growing season integrated LAI (greening) over 25% to 50% of the global vegetated area, whereas less than 4% of the globe shows decreasing LAI (browning). Factorial simulations with multiple global ecosystem models suggest that CO2 fertilization effects explain 70% of the observed greening trend"

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    3. Sta cosa che latouche è un decrescista non si capisce da dove venga fuori, per non dire poi della decrescita felice.
      Da come ho capito io il suo argomentare non è un decrescista ma è uno che è arrivato alle medesime conclusioni di altri ossia che lo sviluppo è una presa per il culo per fare quello che si è sempre fatto ossia depredare e affamare i tanti per compiacere i pochi.
      Parla delle disugualianze create tra sud e nord e dei disperati dello stesso nord.
      Non è molto distante dalle visioni di bagnai almeno in alcuni concetti solo che mette il punto su i danni che lo sviluppo o crescita provoca e i costi per sopra vivere al danno che lo sviluppo porta.
      Il secondo tema è legato al primo e non mi serve scrivere un paper e pubblicarlo per capire che noi occidentali lo abbiamo messo in culo a quelli del terzo mondo.
      La promessa era quella di renderli come noi ossia svilupati e abbiamo elargito prestiti ossia li abbiamo indebitati per seguire il sogno.
      Poi ci siamo compreti i governanti e sfruttato il loro territorio ossia depredato le foreste e il sottosuolo.
      L" africa non mi sembra che sia progredita in questi 70 anni, non ti pare??
      Non devo leggere o seguire chissà quale scrittore per capire la realtà mi è bastato farmi raccontare da un ragazzo che lavora con me della nigeria cosa hanno fatto e stanno ancora facendo in quei luoghi.
      Ci sono i cinesi anche da loro, e coltivano e producono ma i prodotti se li portano via loro e chi vive in questi luoghi non rimane che la merda che lasciano nei fiumi o teritori.
      Io sono una persona semplice e poco istruita ma per capire che qualcosa non torna non serve essere geni.
      La materia prima non è infinita e non è tutto riciclabile e la nostra avidità porta in dono che il progresso scientifico viene indirizzato spesso per oltrepassare la natura ossia fare quello che la natura ritiene non si debba fare.
      Per i soldi noi lo facciamo e per i soldi ce ne sbattiamo delle conseguenze.
      Immagina come allevavano i polli o i maiali 100 anni fa e ora fatti un giro come li allevano oggi.
      Quanti soldi e energie spese per fare in modo che questi animali crescano in fretta e belli grossi.
      Perche nessuno si chiede se un pollo di 50 giorni è un pollo??
      Perche nessuno si chiede se un maiale è sano se non si è mai girato per vedere cosa tiene dietro il culo?
      Potrei continuare con la coltivazione intensiva dei terreni per sfamare tutti questi animali e i prodotti chimici per far si che continui a crescere qualcosa in questi terreni visto lo sfruttamento.
      Questo è sviluppo??
      Di che cosa del portafoglio della casa farmaceutica O multinazionale?
      Io lo sviluppo lo colleghirei al benessere delle persone e del territorio cosa che non mi sembra accada ne ieri e oggi.
      Saluti.

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    4. Tiziano: devi avere un filtro selettivo, perché sull'articolo della BBC da te indicato che riprende lo studio c'è scritto anche questo:

      «The authors note that the beneficial aspect of CO2 fertilisation have previously been cited by contrarians to argue that carbon emissions need not be reduced.

      Co-author Dr Philippe Ciais, from the Laboratory of Climate and Environmental Sciences in Gif-sur-Yvette, France (also an IPCC author), said: "The fallacy of the contrarian argument is two-fold. First, the many negative aspects of climate change are not acknowledged.

      "Second, studies have shown that plants acclimatise to rising CO2 concentration and the fertilisation effect diminishes over time." Future growth is also limited by other factors, such as lack of water or nutrients.
      »

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    5. @CorrettoriBiBozzi una persona che scrive per IPCC cosa vuoi che ti risponda? E' come se chiedi se l'austerita' fa bene alla Grecia a uno che lavora per la commissione europea.
      Voglio dire che quelle persone non sono esattamente neutrali.
      Inoltre:
      1) il primo aspetto (dei due) e' fuori tema. Il paper indica che c'e' stato maggiore "greening" della Terra e questo e' dovuto alla maggiore disponibilita' di CO2. Punto. Se vuoi parliamo del cosidetto "effetto serra" dovuto alla CO2, che e' dimostrato essere in isolamento di tipo logaritmico relativamente alla presenza di CO2 nell'atmosfera (con tutto quello che questo comporta).
      "The relationship between carbon dioxide and radiative forcing is logarithmic[7] and thus increased concentrations have a progressively smaller warming effect." https://en.wikipedia.org/wiki/Radiative_forcing
      2)
      Tra un burocrate dell'IPCC (che io considero l'equivalente in materia ecologica dell'IMF) e un contadino, istintivamente mi fido maggiormente di un contadino. Questo ovviamente vale per me e capisco che possa essere altrimenti per gli altri.
      Il livello attuale di concentrazione di CO2 nell'atmosfera e' di 390 parti per milione. Nelle serre usano tra 1200 e 1500 ppm per una crescita ottimale. Faccio presente che sotto a 180 le piante faticano a svilupparsi e di conseguenza questo pianeta morirebbe. Sopra a 2000 ppm di nuovo le piante crescono meno.
      http://www.coltivazioneindoor.it/co2-anidride-carbonica.html

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    6. No, non ne voglio parlare: io non sono un climatologo; tu non sei un climatologo ma nonostante ciò ti sei convinto che è tutta una bufala, che studiare il clima è una cosa semplice semplice. A posto così.

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    7. Non sono un economista ma sono convinto che l'euro sia un errore. Ah scusa non posso permettermi di ragionare sull'euro in quanto non sono economista. A posto cosi'.

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    8. Come si chiama questo Bagnai della climatologia che metterebbe a nudo le miserie della climatologia (presunta) omodossa? Mi interesserebbe molto leggerlo.

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  16. Il cambiamento climatico causato dalle emissioni di gas serra di origine antropica è un fatto scientifico, l'Italia ha ampiamente raggiunto gli obiettivi del Protocollo di Kyoto (anche se la principale causa di questo risultato è stata la crisi economica) ed è all'avanguardia mondiale nella produzione con rinnovabili dell'energia elettrica che, con quasi il 40%, hanno superato il metano. Perciò, non facciamo anche in questo caso gli auto razzisti. Qui alcuni miei articoli sull'argomento: http://archivio.imille.org/2014/02/numeri-opinioni-sulle-emissioni-di-gas-serra-sul-cambiamento-climatico/ e http://archivio.imille.org/2015/06/cosa-ha-determinato-il-calo-delle-emissioni-italiane-di-gas-serra/ e http://archivio.imille.org/2015/09/sogno-rinnovabile-di-fine-estate/

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    1. E ci aggiungo la centrale a pila a combustibile dell'enel che insieme al biogas ed ai reattoriba fusione rapresentano le prossime fonti di energia.
      Eolico e solare sono troppo dispendiosi nella fase di produzione ,richiedono molto spazio per kwh e hanno rendimenti molto bassi.

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    2. Piu' che un fatto e' una religione, discorso lungo ma restiamo sul tema: il tuo link (il primo) non fa altro che confermare, in modo perfetto, la mia ipotesi. Leggo infatti "Tutto ciò è una evidente conseguenza della prolungata crisi economica che interessa il nostro paese da alcuni anni e un’evidenza empirica del famoso proverbio “non tutti i mali vengono per nuocere”."
      Piu' chiaro di cosi': c'e' stata una riduzione delle emissioni a causa delle crisi economica! E voi ne siete soddisfatti perche' aiutate il mondo!
      La propaganda sta funzionado alla grande, sono riusciti a farvi amare la crisi.
      Tu sai chi e' Patrick Moore? E' uno dei fondatori di Green Peace. Se ne e' andato perche' a suo dire Green Peace era diventata troppo politicizzata.
      Se mastichi l'inglese c'e' questo suo discorso
      https://www.youtube.com/watch?v=d0Z5FdwWw_c

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  17. OT - La TASS annuncia l'entrata del Montenegro nella NATO il 19/05 p.v..

    http://tass.ru/en/world/876182

    Dopo solo 20 anni dai bombardamenti della NATO sul suo territorio il Montenegro entra quindi nella NATO.

    Per farsi una idea dei rischi connessi alla situazione locale (dalla Puglia la costa del Montenegro si vede benissimo nelle giornate chiare):

    http://globalriskinsights.com/2016/04/montenegro-another-balkan-nation-experience-unrest/

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    1. L'allargamento della nato e' cosi' rapido che puo' in futuro indebolirla. Lo stesso e' accaduto alla EU.
      Non e' detto che sia un male, pero' ci presentera' il conto.

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  18. Mi scuso per il commento off-Topic e per mettere in evidenza una cosa già notoria in questo blog: https://www.rivisteweb.it/doi/10.7384/81045
    In un convegno sul TTIP,tenuto l'anno scorso nella facoltà di economia di Foggia,il mio professore di macroeconomia,nonché l'autore del lavoro,disse che il TTIP avrebbe favorito la Germania.

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  19. Un tempo, la lotta di classe passava anche attraverso l’esclusione linguistica [1]. Renzo Tramaglino non capiva il latino, i cafoni di Ignazio Silone non capivano l’italiano. Oggi, la lotta di classe continua a passare ancora attraverso l’esclusione linguistica, per ridurre la possibilità per le masse di comprendere, e quindi partecipare, al processo democratico. Inoltre, l’uso massiccio di parole straniere, svincolate dal lessico della lingua madre, fa regredire il linguaggio allo stadio in cui aveva solo una funzione simbolica pre-concettuale [2], cioè precedente la formazione di concetti astratti, formazione che avviene, quando avviene, durante l’adolescenza. Questa regressione rende più difficile usare il linguaggio per smontare gli artifici della propaganda di massa [3].

    [1] Quando fu pubblicato il primo libro di poesie dialettali di Pasolini, Gianfranco Contini non potè pubblicarne la recensione in un giornale italiano, perché per il regime i dialetti non dovevano esistere.

    [2] Cf. Linguaggio e pensiero, di L.S. Vygotskij, Laterza 2016.

    [3] Questo punto viene sollevato anche in un recente, interessante articolo pubblicato su ilpedante.org, dove però l’autore prende a mio avviso un abbaglio, quando confonde lo stadio della funzione simbolica pre-concettuale del linguaggio, con quello più evoluto, in cui il linguaggio si fa portatore di concetti astratti. Che si tratti di una regressione a uno stadio precedente, lo si può vedere, credo, non solo sulla base degli studi di Vygotskij, ma anche sulla base di un bellissimo brano di Giordano Bruno, nel suo De Magia, in cui l'autore rimpiange un’epoca mitica in cui non esisteva l’alfabeto, e la verità veniva rivelata direttamente, attraverso immagini simboliche. La corrispondenza tra la descrizione di Bruno e quelle di Vygotskij è molto significativa. Non è un caso se l’opera di Bruno si pone proprio a cavallo del passaggio tra il Rinascimento e la nuova epoca della rivoluzione scientifica, dominata dal linguaggio astratto basato sulla matematica, tanto caro al pensiero filosofico di Cartesio.



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  20. Povero Bagnai. Che culo che ti fai per nulla...

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    1. Che sia per nulla è ancora tutto da vedere...

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  21. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    1. "Se dovessi descrivere quello che sperimento nei rapporti con gli altri, non in tutti i rapporti, ma in un buon numero di essi, gli italiani son razzisti, questo sì l'ho vissuto e lo vivo quasi quotidianamente."

      Non sono d'accordo riguardo il numero: la percentuale di "razzisti" italici mi risulta bassa e sicuramente MOLTO inferiore a quella dei nostri cugini nord-europei. In generale tutti i popoli latini tendono a non essere razzisti.

      Mi piace citare a questo proposito una legge razziale (che ovviamente nessuno ricorda), la legge 822 del 13 maggio 1940 sul meticciato:

      http://www.alterhistory.altervista.org/Documenti/testiGET.php?titolotesto=200

      La legge fu voluta dal regime fascista perche' gli Italiani delle colonie non mostravano nessuna remora a sposarsi con le popolazioni autoctone e, soprattutto, la cosa era accettata socialmente!

      Mio nonno (classe 1904), che per diversi anni fece l'autista di camion per il trasporto merci tra il porto di Massaua e la citta' di Asmara, mi raccontava con occhi sognanti della straordinaria bellezza delle donne locali e che, se non fosse gia' stato sposato con mia nonna, avrebbe certamente sposato una di loro e sarebbe rimasto a vivere in Etiopia...

      In Inghilterra invece non furono mai necessarie leggi del genere, perche' il controllo sociale era tale che non ci fu mai per esempio una significativa popolazione anglo-indiana oppure anglo-vettelapesca....

      Altro esempio al presente: nelle scuole elementari della periferia di Roma la percentuale di ragazzi "meticci" e' quasi pari a quella dei figli degli immigrati naturalizzati. Per chi come me ha la fortuna di partecipare a feste di compleanno multirazziali (alcuni miei amici si sono infatti sposati in seconde nozze con donne immigrate ed hanno figli piccoli) non si puo' non rimanere sorpresi dalla potenza omogeneizzatrice della periferia romana: non so se sia un bene o un male ma tutti questi ragazzi parlano e ragionano come i borgatari autoctoni!

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    2. non so se sia un bene o un male

      La prima che ha detto!

      #nopermeismo

      :-)

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  22. Interessante veramente. Peccato che si sia dimenticato di annoverare, fra gli educatori del popolo italiano, fra coloro che ci vogliono non italiani, gli intellettuali ed insegnanti di sinistra. Sounds familiar?

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    1. Assolutamente sì, perché io ne faccio parte, tanto per chiarire. Infatti ti sono superiore, perché mi sono accorto che il post invece li cita (a cominciare dalla Annunziata). Vorrei anche chiarire, non a te , ma in generale, che se io stigmatizzo il ministro Boschi per aver usato il nome di una forza politica come insulto (peraltro associandola indirettamente all'ANPI) questo non significa che questo blog è diventato un simpatico dopolavoro per reazionari di vario spessore, inclusi quelli col busti del mascellone sul comodino. E vorrei chiarire che interrogarsi su un fenomeno sociale piuttosto evidente e localizzato non significa esaltarne l'opposto, cioè il nazionalismo, per cui con le diatribe del tipo "a mme m'ha detto micuggino che noi itagliani amo inventato peppprimi acarta iggenica" faccio l'uso che immaginate. Questo soprattutto se assortite da un "non hai pubblicato io". Gli ultimi rilievi non riguardano te, ma, appunto, non ho tempo di star dietro a sta roba e quindi lo pubblico qui.

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  23. Comunque io sono sicura di avere letto una cosa, nella mia precedente vita piddina: uno dei sermoni domenicali di Scalfari in cui si diceva papale papale che gli italiani - in grossolana sintesi - sono tutti delle merde, fatta eccezione per i lettori di Repubblica. Insomma, quello che poi il nostro amico Marco S. ha così ben espresso nella geniale formula: tutti = tutti - 1 (io).
    Mi ricordo ancora, benché allora fossi un'ingenua agitatrice di fronde d'ulivo, che la mia reazione spontanea fu: Ma questo è scemo? O ci prende per scemi?
    Ma lui - e tutti gli altri, ovunque sparpagliati per gli pseudoschieramenti - erano semplicemente esponenti e portatori degli interessi delle élites. Io resto sempre convinta di quello che scrisse una volta Buffagni: l'autorazzismo è obbligatorio per una classe dirigente sconfitta e asservita a interessi altrui. E non per nulla trapela così chiaramente dai discorsi di Monti.
    Cercare di prenderne coscienza è già qualcosa, per questo penso che le riflessioni che conduciamo qui siano importanti.

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    1. http://www.ilgiornale.it/news/politica/scalfari-insulta-i-poveri-sono-bestie-1226489.html?mobile_detect=false
      Se poi sono poveri non hanno nemmeno bisogni secondari...

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  24. "Potremmo concludere quindi che l'autorazzismo non è dovuto al senso di inferiorità nei confronti degli altri popoli (conflitto esterno) ma al senso di superiorità di una razza italiana sull'altra (conflitto interno)."

    Qualcosa di simile ha detto D'Attorre sul secondo Berlinguer al goofy4, riportando i suoi studi sull'odio della sinistra per il popolo.

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  25. Interessante, non condivido proprio tutto, ma dovrei rileggere con più attenzione e recuperare qualche lettura del passato per capire meglio alcuni passaggi.
    Non dobbiamo però dimenticare che viviamo oggi in un contesto culturale che è stato impostato per creare-forgiare un'identità "europea". Ci sono quindi molte dinamiche che sono state forzate, alimentate ed esasperate a questo scopo.
    Io ho comunque notato che di solito il cd. autorazzismo spesso non è riferito a sé stessi; agisce una sorta di cortocircuito schizofrenico - quando si parla di italiani, in realtà si pensa all'altro (il meridionale, lo statale, il corrotto del nord, il mafioso, il vicino di provincia, regione, comune, etc...).
    E' molto difficile infatti sentire un lombardo affermare: i lombardi sono tutti fannulloni... mentre è più semplice sentire loro dire: gli italiani sono tutti fannulloni.
    Non c'è in realtà una vera e propria identificazione e la parola non è collegata consapevolemente ad un pensiero razionale.
    Sottolinerei infatti, sull'onda anche di una fenomenologia che andrebbe esaminata con molta attenzione, il ritorno dell'uso delle lingue dialettali (che comunque ha aspetti positivi), soprattutto tra le nuove generazioni (in modo meno consapevole, a livello di identificazione sociale) - uso incoraggiato da più parti, forse perché un "nemico" od un "ostacolo" è sempre più facile abbatterlo dal suo interno?

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  26. in questo è caso è patriottismo, una cosa buona e bella..
    Roland Garros

    fosse accaduto a Roma, allora saremmo provinciali oppuve ovvove ovvove nazionalisti!!!

    anche questo è autorazzismo...

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  27. Bellissimo post. Gli esempi, fior da fiore, della tendenza autorazzista, patologica e suicida, delle classi dirgenti italiane nel corso dei secoli fanno impressione.
    Ne Il Rinascimento e la crisi militare italiana, il grande Piero Pieri mostrava come la seconda calata dei barbari nella penisola avesse spiegazioni contingenti militari, in particolare l'inferiorità della fanteria di picchieri, ma cause profonde sociali, ossia la volontà suicida delle classi dirigenti dell'epoca di NON armare il popolo, il che rendeva impossibile mettere in campo le decine di migliaia di picchieri rischiesti dal modo di condurre la guerra dell'epoca.
    La classe dirigente dell'Italia fascista decide il golpe del 25 luglio non "nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure", ma perché terrorizzata dagli scioperi del marzo '43 e, soprattutto, dalla reazione troppo morbida del regime e di Mussolini. Badoglio arriva al potere col compito di fucilare operai e borghesi, cosa che prontamente fa, e quando vede che la reazione popolare è troppo forte pensa bene di lasciare il compito di massacratori ai tedeschi. E fa di tutto per non armare il popolo, e per sabotare e screditare in ogni modo i partigiani.
    La vacca sacra degli adoratori del criccacastacorruzzione, ossia Indro Montanelli, poi, con la sua Storia d'Italia, purtroppo benissimo scritta e lettissima, distorce e reinventa la nostra storia nazionale per renderla coerente col filo rosso della cialtroneria, inettitudine, infingardaggine e albertosordismo degli italiani, e giustificare il tradimento delle classi dirigenti a favore delle varie potenze dominanti (esemplare in questo il suo personale carteggio con l'ambasciatore USA Boothe Luce, in cui si offriva di guidare squadracce di crumiri contro gli operai in sciopero).
    Poi sarebbero arrivati gli Andreatta, Ciampi, TPS, Draghi, Prodi, Monti, D'Alema, Cossiga e compagnia brutta...

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  28. Salve a tutti, sono nuovo e devo ancora finire di leggere i libri, quindi per non rischiare di dire gadanate (piemontese per corbellerie) mi limito ad una nota di costume. Leggo spesso la stampa tedesca ed apprezzo particolarmente un blogger del FAZ (piccola digressione: ma voi sapete perché i giornalisti italiani parlano dei quotidiani tedeschi al femminile? Non penso tutti sappiano che zeitung è di tale genere), Don Alphonso. Si tratta di un possidente bavarese che disprezza Berlino e descrive con ironia la vita dei suoi pari in Baviera (blog Stützen der Gesellschaft). Ebbene costui, essendo un esteta che sa impiegare degnamente tutto il tempo di cui dispone, viene spesso in Italia. Mi ha colpito il fatto che nel suo ultimo post, scritto durante un soggiorno nel senese, egli tesse le lodi della ZTL. Una benemerita e piuttosto "radicale" (!) invenzione italiana che i tedeschi si sognano perché troppo autodipendenti (!!). Ecco un modo per curare il morbo dell'autodenigrazione: renderci conto che siamo spesso apprezzati e degni di emulazione. Bene torno a leggere.

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  29. Complimenti all'autore, che non sei tu ovviamente.
    Post veramente molto bello.

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  30. Con tutto il rispetto, ma m'ha detto micuggino che c'ha trent'anni e vive a Roma che chi fino a ieri non aveva capito oggi s'è scoperto nazzzionalista, mentre chi nel 2011 c'aveva visto lungo si trova ora nell'imbarazzo di dover spiegare che la parola "estero" non è una bestemmia... (debbase: tizio sta all'estero e guadagna un fracchio ma nun avendoce capito un cazzo ormai è straniero VS micuggino è rimasto in Italia pur potendo andarsene, ha utilizzato la sua consapevolezza per adattarsi pur nella mancanza di mezzi, e ai risvegliatisi dell'ultim'ora - poracci piddini ex-autorazzisti che adesso lavorano coi vaucher - je fa, seppur pieno di amarezza, un bel carezzevole ciaone).

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  31. Sbaglio o in Mein Kampf l'autore era leggermente autorazzista?

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  32. Questo blog si conferma sempre di più uno dei pochissimi luoghi esistenti in Italia per chi vuole approfondire criticamente la situazione attuale e cercare di capire i possibili scenari futuri.

    Mai investimento è stato per me più fruttuoso del bonifico mensile ad A/Simmetrie!

    A buon intenditor... ;-)

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  33. Un post molto interessante, e commenti ricchi di spunti di riflessione come di consueto.
    Quello che mi sembra di capire, è che di storico non c'è l'autorazzismo, inteso come quel fenomeno che spinge un pubblico a spellarsi le mani all'annuncio gli italiani sono una merda di travaglia memoria, bensì il razzismo, cioè il disprezzo
    della classe dirigente aristocratica nei confronti di quella medio bassa, detta popolo.
    Credo che se al tempo del ventennio, in piena retorica della conquista dell'impero Etiope, con l'Italia che si riscattava dall'onta di Adua, col bollettino della vittoria sull'impero austroungarico appeso sulle facciate di tutti i comuni d'Italia, con le mirabolanti imprese degli idrovolanti italiani che attraversavano l'oceano fino a New York etc., un Travaglio qualsiasi avesse detto, in un pubblico consesso, italiani uguale merda, sarebbe stato ricoperto giustamente di sputi e insulti anziché applausi, e fuori una simpatica squadra ad aspettare.
    Lungi da me il voler fare l'apologia del fascismo, tutto questo per dire che l'autorazzismo, cioè quello che il popolo pensa di se come collettività nazionale ( perché a livello locale è diverso: se venite qua a dire Romagnoli merda, non vi beccate gli applausi), non ha secondo me radici nella storia, che nella storia ci sono momenti bui ma anche di fulgore, ha radice nell'interesse della classe dirigente, o perlomeno è funzionale agli scopi e alle aspirazioni della stessa.
    Dopo che abbiamo perso la guerra, la classe dirigente sapeva che non saremmo più stati liberi di esprimere la nostra sovranità, il gioco interno si è giocato fra servi degli americani, e servi dei sovietici.
    L'Italia doveva avere il guinzaglio corto, chi ha provato ad alzare la testa ha pagato con la vita, ed ogni volta il potere copriva gli scandali e depistava le indagini,mai disturbare il sonno del padrone: i pezzi dell'aereo di Mattei fatti lavare prima delle analisi, le indagini sulla strage di Bologna depistate da un generale dei carabinieri, Ustica e via andare con tutti i "misteri" d'Italia.
    L'autorazzismo instillato dalla classe dirigente, favorito anche dallo storico disprezzo per il popolo, è estremamente funzionale ed efficace per tenere sottomesso un popolo. Se ti senti in colpa o inferiore, o indegno, accetti le peggio cose: anche Monti, la banda Renzi e la troika prossima ventura, e dici anche grazie.
    Il popolo è bue, e si beve l'acqua che gli dà il padrone, e non dipende dalla storia, ma dall'interesse che il padrone ha ed esprime in quel momento storico.

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    1. [1 di 2] Stefano: attenzione a lanciare accuse generiche, finiamo col non capire niente e danneggiarci da soli. L'autorazzismo è spesso a propria insaputa, grazie all'opera mistificatrice della propaganda e della guerra psicologica — non ho difficoltà ad ammettere che avevo abboccato anch'io nei casi specifici di cui tratto brevemente di seguito (pesanti indizi sui molto probabili mandanti dell'omicidio Mattei e strategia della tensione; "molto probabili" perché le carte finora desecretate hanno delle parti tuttora oscurate e non sono tutte quelle di interesse per quel periodo).

      Il contesto è la competizione per le risorse energetiche fra Italia e Regno Unito. Cito ancora una volta da Colonia Italia, che contiene puntuali riferimenti a documenti desecretati degli archivi dei servizi segreti del Regno Unito:

      p. 206 ″9 novembre 1956. [N.B.: pochi giorni dopo la riconferma del repubblicano Gen. Eisenhower alla presidenza USA.] Siamo al cessate il fuoco nella zona del Canale [di Suez]. La minaccia di un intervento sovietico a sostegno di Nasser ha indotto gli Stati Uniti, che fino a quel momento si erano limitati a osservare dall'esterno lo sviluppo degli eventi, a prendere drasticamente le distanze dalla coalizione che ha messo a segno il blitz militare. Per impedire dunque una pericolosa escalation del conflitto, Washington ha imposto a Gran Bretagna, Francia e Israele di interrompere le ostilità.

      p. 207-208 ″La dura presa di posizione americana ha rapidamente messo in riga inglesi e francesi, obbligandoli ad affrontare la dura realtà e a realizzare che i sogni di gloria coloniali appartengono ormai al passato. Ora sono gli Stati Uniti a esercitare un controllo diretto sul Mediterraneo e il Medio Oriente. Ed è proprio grazie allo scudo americano che l'Italia di Enrico Mattei e di Aldo Moro (il nuovo segretario della DC) si è ritagliata un ruolo autonomo che le consente adesso di controbilanciare la storica presenza anglo-francese in quell'area del globo. Un ruolo che, tra l'altro, le permette di guadagnare spazi sempre più ampi in un mercato petrolifero in piena evoluzione. Che questo sia il nuovo scenario, i leader inglesi lo sanno benissimo.

      Mattei cambiò le regole del gioco: ENI propose ai paesi produttori il 75% dei profitti contro il 50% offerto dalle compagnie petrolifere francesi, inglesi, americane, olandesi…, la norma fino a quel momento, e concluse accordi vantaggiosi con l'URSS che gli permisero di vendere petrolio a prezzi molto competitivi.

      Fu attaccato violentemente da tutta la stampa "italiana" anglofila, anche da uno dei padri nobili del giornalismo italiano, Indro Montanelli, il fascista che si era rifatto una verginità liberale. Non ottennero però lo stesso successo ottenuto col caso Montesi (Aprile 1953), colpendo politicamente De Gasperi (si dimise dopo Agosto 1953, morì nel 1954) —che aveva assecondato Mattei quando creò ENI anziché smobilitare Agip— e il suo Ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, che fu costretto a lasciare tutte le cariche istituzionali.

      La rimozione di Mattei per mano del governo italiano risultava «politicamente impraticabile», secondo uno dei rapporti dell'ambasciata inglese a Roma. Qui si interrompono le informazioni certe. Come sappiamo Mattei morì la sera del 27 Ottobre 1962, mentre volava sull'aereo privato dell'ENI. Gli autori di Colonia Italia commentano (p. 222): ″La prima inchiesta giudiziaria sulle cause dell'incidente sarà archiviata. Ma una seconda indagine, realizzata dal giudice Vincenzo Calia negli anni Novanta, concluderà che è stata una bomba a disintegrare l'apparecchio. Va da sé che i responsabili dell'attentato risultano ancora ignoti.

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    2. [2 di 2] Torniamo al 1959. A seguito della scoperta di giacimenti di petrolio anche in Libia, inglesi e francesi premono per accaparrarseli. Ma c'è una spiacevole novità, l'ENI ottiene in Libia una concessione rifiutata ad altre compagnie:

      p. 245 ″La notizia che invece semina il panico al Foreign Office è che dietro l'ENI c'è l'America. «Gli Stati Uniti avrebbero interesse a finanziare l'ENI nelle transazioni in Libia. L'obiettivo americano consiste nel garantirsi una percentuale dei guadagni, […] a scapito della French Saharan Oil» è il commento del ministero degli Esteri inglese alle notizie giunte da Bengasi.

      Per ora sono gli interessi francesi ad essere presi di mira. Ma Londra sa che presto potrebbe toccare anche a quelli britannici. […] Gli Stati Uniti hanno individuato nell'Italia di Mattei il loro punto di riferiento privilegiato nel Mediterraneo. Di conseguenza, il nostro paese può ora dispiegare la sua politica anti inglese nell'area. Con la benedizione di Washington. L'asse italo-americano in contrapposizione all'intesa anglo-francese, inaugurato tre anni prima durante la crisi di Suez, non era dunque un episodio isolato ma una linea strategica che ora si sta rapidamente consolidando.

      Se si aggiunge che ci sono forti indizi sul fatto che l'ascesa di Gheddafi fu favorita dall'Italia, si spiega per quale motivo quando si trattò di andare a bombardare la Libia nel 2011 per aiutare i "ribelli" a deporre il colonnello, i francesi erano in prima linea ed i loro aerei militari attraversarono il nostro spazio aereo senza preavviso né, tantomeno, alcuna richiesta di autorizzazione.

      p. 252 ″Certo, non si può stabilire un rapporto diretto di causa-effeto tra la proposta di Colin MacLaren e l'ondata di violenza politica che investe l'Italia proprio a partire dal 1969, l'anno della strage di piazza Fontana, e che culminerà nel 1978 con il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. Tuttavia sono molti, e troppo robusti per essere tralasciati, i fili che collegano i singoli episodi al contesto generale del conflitto italo-britannico. A cominciare proprio da piazza Fontana. La bomba esplode il 12 dicembre 1969, ossia il giorno della chiusura delle basi aeree inglesi in Cirenaica. Il luogo della strage è una filiale della Banca dell'Agricoltura, l'istituto usato per le transazioni commerciali tra L'italia e la Libia.⁴⁰

      p. 257-258 ″Come abbiamo visto, si deve proprio all'«Observer» il copyright di un'espressione — «strategia della tensione» — che orienterà nei decenni a venire una vera e propria scuola di pensiero dura quanto il granito, alla quale si formeranno legioni intere di giornalisti, intellettuali, politici e persino magistrati. Una strategia che, a loro dire, sarebbe stata guidata dai vertici della Repubblica, utilizzando la manovalanza neofascista italiana (e, in una fase successiva, quella di estrema sinistra) per impedire al PCI di andare al governo. È un'espressione che sarà presto rafforzata da un'altra, destinata anche questa a fare scuola — «strage di Stato» —, per indicare le dirette responsabilità degli apparati governativi e statali nei fatti più gravi del terrorismo politico in Italia. E a coniarla, mescolando dati autentici a elementi di fantasia, saranno gli stessi ambienti che hanno concepito gli articoli dell'«Observer». Va detto che raggiungeranno in pieno il loro obbiettivo. L'opinione pubblica e la magistratura saranno indirizzate verso la pista delle responsabilità interne, escludendo del tutto l'intervento di menti straniere.

      ___________________________________
      40. Si tratta di informazioni raccolte dagli autori di questo libro, tramite fonti dell'intelligence italiana.

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    3. Caro CorrettoriDiBozzi, con spirito di stima e rispetto, devo dirti che, secondo me, è urgente comparare le rivelazioni del libro da te citato, Colonia Italia, con le analisi contenute nei libri di uno studioso che è il massimo esperto sulla storia dell’ENI di Enrico Mattei, Nico Perrone. In particolare, ti segnalo il suo libro Obiettivo Mattei. Petrolio, Stati Uniti e politica dell'ENI, pubblicato da Gamberetti nel 1995. Non mi sembra che le due ricostruzioni siano compatibili.
      Forse le fonti di archivio consultate dagli autori di Colonia Italia sono state in parte inquinate, cioè sono il risultato di una subdola operazione di propaganda. Questa potrebbe essere una spiegazione.


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    4. Fausto: sarebbe clamoroso se si venisse a scoprire che i servizi inglesi si sono fatti manipolare i documenti nei propri archivi!

      Da una veloce ricerca ho selezionato questi due scritti, che mi sembrano pertinenti e riassumono le tesi di Perrone:

      * la recensione al libro Obiettivo Mattei. Petrolio, Stati Uniti e politica dell'ENI, originariamente pubblicata da L'Indice 1996, n. 4, di M. Nozza e qui riproposta sul sito di IBS;
      * un'intervista del 20/09/2012 a Perrone di Gianni Petrosillo, pubblicata su conflitti e strategie: INTERVISTA ALLO STORICO NICO PERRONE SU MATTEI E L’ENI.

      Sinceramente non si capisce quale sia il nesso fra la crisi dei missili di Cuba e l'esuberanza di Mattei (che, certo, faceva affari coi sovietici… come tutti) e una certa spregiudicatezza nella politica estera italiana per quanto riguarda il Nord Africa/Medio Oriente. Puoi aiutarci a capire di che si tratta?

      Anche Perrone nell'intervista dice: ″I rapporti formali fra Italia e USA, negli ultimi tempi della vita di Mattei, miglioravano sempre più. Tuttavia Mattei morì in un momento di crisi internazionale gravissima, densa di sviluppi pericolosissimi per la pace mondiale. Che qualche servizio segreto – nessuno può dire fondamentalmente quale – abbia messo le mani in quella faccenda, può apparire verosimile.″ È essenzialmente molto simile alla ricostruzione fatta in Colonia Italia, anche se lì i documenti e il contesto fanno sospettare al lettore un'operazione dei servizi quantomeno inglesi, mentre mi pare di capire che Perrone propenda per i servizi americani.

      In realtà l'apparente contraddizione potrebbe risolversi (è un'ipotesi) se ricordiamo che gli inglesi e gli americani, così come gli italiani, esistono solo come astrazione. Sono in realtà un insieme di persone con interessi e visioni anche totalmente contrastanti, tanto contrastanti da portare alcuni gruppi di persone ad andare persino contro gli interessi oggettivi del proprio Paese (intesi come interessi di una grossa fetta dei suoi abitanti) per tutelare i propri interessi, quelli di un'élite locale per cui si parteggia o quelli di un'élite estera a cui ci si è associati.

      [Ovvero: è plausibile che certe operazioni siano eseguite col concorso di soggetti appartenenti a istituzioni formalmente distinte, ma con legami personali che travalicano (o persino in spregio a) le appartenenze istituzionali.]

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    5. Correttore di bozzi, interessante il tuo approfondimento sul caso Mattei, ma sinceramente non capisco di quali accuse generiche abbia lanciato. Non ho tirato in ballo questo o quel servizio segreto, ho semplicemente detto che nei casi da me citati, lo stato è intervenuto personalmente per depistare coprire insabbiare, e dico lo stato perché chi personalmente ha depistato coperto e insabbiato, non è stato rimosso,o non è stato infamato dalla stampa, e quindi ha agito perché chi più in alto di lui gli ha detto di farlo.
      E se lo stato ha interesse a non fare emergere la verità, è perché deve proteggere l'interesse del suo padrone, o del suo schieramento internazionale, leggasi NATO.
      Quando dici che l'autorazzismo è a propria insaputa e frutto della propaganda etc, è esattamente quello che dico anch'io, quando dico che il popolo è bue e si beve l'acqua che gli dà il padrone, peccato tu non abbia colto la metafora.
      A leggere distrattamente si rischia di non capire niente del senso dei commenti.

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    6. Stefano: ho letto talmente distrattamente ed ho così frainteso che in questo ultimo messaggio ripeti tal quale le stesse generiche accuse che mi hanno spinto a citare quei brani da Colonia Italia.

      Rileggi, nel mio commento del 20 maggio 2016 20:19, le parole di Cereghino e Fasanella, a partire da: ″p. 257-258 ″Come abbiamo visto, si deve proprio all'«Observer»...

      Che necessità avrebbero avuto i servizi inglesi di intervenire in Italia, prima con la propaganda e poi con altro tipo di azioni che non conosciamo perché sono state oscurate nei documenti desecretati, se il nostro Stato e i nostri apparati di sicurezza fossero stati concordi con loro nell'organizzare azioni (a questo punto pseudo) eversive?

      Altra cosa è ammettere l'ovvia possibilità di cittadini italiani, anche appartenenti ad apparati dello Stato, che collaborano con lo straniero per compiere atti di ostilità contro lo Stato italiano. Ma questo si chiama volgarmente tradimento ed è un reato, come ricordavo in un precedente commento (art. 243 c.p.).

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  34. Al tempo del fascismo,
    a) in Italia Travaglio NON avrebbe MAI potuto dire pubblicamente "italiani merda" (che lo pensasse o meno). Lo dicevano (all'estero) alcuni antifascisti, per la triste verità parecchi, quasi tutti quelli del Partito d'Azione (italiani "popolo delle scimmie", copyright Piero Gobetti). Era purtroppo iniziata (hanno cominciato i fascisti, hanno continuato gli anti) la tremenda gara suicida a chi è italiano vero e d'oro (noi) e chi è italiano falso e di merda (voi). Il Pd'A, avendo culturalmente stravinto da trent'anni a questa parte, continua la tradizione di infamare il popolo italiano, che gli fa da sempre schifo. All'epoca di Gobetti, però, a dire queste cose (sbagliate anche allora)si rischiava la buccia, e infatti l'eroico Piero Gobetti ce la rimise.
    2) Al tempo del fascismo, in Italia nè Travaglio nè alcun altro essere vivente avrebbe detto pubblicamente (che lo pensasse o meno) "popolino merda", perchè uno, o forse IL segreto del consenso generale riscosso dal fascismo era proprio l'onore pubblicamente reso al popolo, al basso popolo lavoratore, dal quale Mussolini si vantava, stiracchiando un po' la verità, di provenire. Si dirà che poi il fascismo il popolino lo fregava, gli abbassava i salari, etc. Sarà anche vero, però gli rendeva onore: mentre il regime liberale lo trattava con una spocchia molto peggiore della superbia feudale. E siccome il popolino ha prima di tutto bisogno di onore e solo dopo di pane, il popolino amò perdutamente il Duce. Poi, quando il Duce mostrò di non saperlo proteggere, di non essere insomma il Padre Giusto e Onnipotente che aveva millantato d'essere, lo odiò altrettanto perdutamente, da amante deluso che nell'odio dell'ex amato odia anche se stesso e le sue illusioni perdute.

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