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martedì 25 giugno 2013

Postfazione a Europa Kaputt di A.M. Rinaldi

(vi anticipo la postfazione al testo di A.M. Rinaldi, uno studioso che avete imparato a conoscere qui e soprattutto qui...)




Accolgo con piacere l’invito dell’amico e collega Antonio Rinaldi a tirare le fila del discorso. Compito non semplice, data la complessità e la varietà dei temi sollevati dal suo testo, che, pur essendo agile, affronta comunque il tema della crisi sotto una varietà di sfaccettature, tutte ugualmente rilevanti: l’aspetto tecnico-economico, quello storico, quello politico, quello sociologico.

Nel farlo porterò all’attenzione del lettore gli aspetti che ho trovato più significativi nel mio percorso di lettura, necessariamente individuale e soggettivo. Sarebbe molto difficile immaginare due studiosi dal percorso tanto diverso quanto il mio e quello di Antonio: lui proveniente, dopo una solida formazione, da un percorso di responsabilità ai vertici di importanti aziende, dove ha svolto un’attività operativa che l’ha avvicinato a quella classe dirigente italiana che dipinge in modo piuttosto disincantato (e dobbiamo pensare che lo faccia a ragion veduta); io, invece, proveniente da un percorso di ricerca accademica, totale outsider, distante dai palazzi del potere e dalle dinamiche politiche italiane, interessato per anni allo studio delle economie emergenti.

Eppure, due persone così diverse si sono trovate in prima fila sui media italiani nel dibattito sulla crisi, perché accomunate da due motivazioni profonde: il rispetto verso gli insegnamenti dei nostri maestri (Paolo Savona nel suo caso, Francesco Carlucci nel mio), fra i pochi economisti italiani ad aver osato esprimere tempestive posizioni di critica verso la follia dell’euro; e la preoccupazione verso i nostri figli, ai quali avremmo voluto, per usare le belle parole di Antonio, “riconsegnare il nostro paese come lo abbiamo ricevuto”. Ma da tecnici, entrambi, con grande amarezza, sappiamo già che questo non sarà possibile, quale che sia lo scenario che si venga a materializzare: il piano A, B o D, per usare l’efficace categorizzazione proposta da Antonio. I danni sono fatti, e trascendono ormai ampiamente la dimensione economica.

È ormai lo stesso processo di integrazione culturale, sociale e politica europea a conoscere una grave e forse irreversibile battuta di arresto, le cui cause erano ampiamente note agli economisti: già Nicholas Kaldor nel 1971, e poi Dominick Salvatore nel 1997, con tanti altri ricordati nel testo, avevano denunciato il fatto che far precedere all’unione politica l’unione monetaria avrebbe compromesso la prima, senza assicurare il successo della seconda. I motivi sono ormai chiari a tutti e ben riassunti da Antonio nel terzo capitolo di questo libro (L’Euro non è una moneta): la mancanza di un prestatore di ultima istanza credibile, cioè sorretto da un’unitaria volontà politica, per i governi dell’Eurozona, trasforma anche attività normalmente prive di rischio, come i titoli del debito pubblico, in attività soggette al rischio paese, alimentando lo spread, quel fenomeno perverso in virtù del quale in caso di crisi il denaro costa di più dove più sarebbe necessario per rilanciare l’economia.

È difficile trasmettere ai “laici” (cioè ai non economisti) l’assoluta e totale prevedibilità di questi esiti perversi, che la letteratura economica aveva non solo analizzato in termini teorici da tempo, ma anche descritto in termini empirici, avendoli riscontrati nelle tante crisi finanziarie che hanno flagellato i paesi emergenti negli ultimi trent’anni. Ma appunto, ricorda molto opportunamente Rinaldi nello stesso capitolo, il nodo sta qui: l’adesione all’euro ha di fatto comportato la conversione dei debiti pubblici dei paesi membri in una valuta estera. A titolo di esempio, per il Portogallo, oggi, indebitarsi in euro è come per l’Argentina negli anni ’90 indebitarsi in dollari: in entrambi i casi, il governo non ha il controllo della valuta nella quale è definito il suo debito, e per questo elementare fatto si trova in balìa dei mercati.

È proprio questo fatto ovvio, banale, che disvela la natura ideologica di una scelta politica e le ragioni economiche del suo fallimento. Il progetto “eurista”, unanimemente rivendicato o biasimato come tappa di un percorso “europeo”, in realtà è, dal punto di vista ideologico, l’espressione del più retrivo liberismo di stampo statunitense, della più ottusa e integralistica fiducia nell’onnipotenza dei mercati, quella che s’identifica nella scuola di Chicago e nel Washington Consensus. L’euro è quindi il segno tangibile della colonizzazione culturale del continente europeo da parte di precetti di origine americana, fieramente discussi ormai nel mondo intero, a partire dai pragmatici Stati Uniti, sempre disposti a rimettere in discussione un modello qualora non funzioni. Disponibilità assente a Bruxelles e all’Eurotower.

In effetti, con l’euro si è accettato di mettere i paesi in mano ai mercati sulla base del presupposto che i mercati, cioè il settore privato, fossero efficienti e infallibili, e che di converso il settore pubblico andasse comunque compresso perché inefficiente. L’euro era uno snodo essenziale di questo progetto mercatista per due ovvi motivi.

Il primo lo abbiamo già detto, ed era di natura essenzialmente politica: perché metteva gli Stati in mano ai mercati, con l’idea che la perdita di sovranità democratica che ciò comportava sarebbe stata compensata da guadagni di efficienza, visto che il mercato avrebbe effettuato un indiretto ma penetrante scrutinio dell’efficienza dell’azione pubblica. In Italia la pillola amara della perdita di sovranità è stata fatta ingoiare anche diffondendo sistematicamente, in un popolo già morbosamente propenso all’esterofilia e all’autodenigrazione, l’idea che gli italiani fossero comunque incapaci di governarsi da soli, e che i nostri governi corrotti, clientelari, incapaci, necessitassero delle briglie del vincolo esterno e delle regole europee. Un’idea alla base del rifiuto da parte di Guido Carli della clausola di opting-out, come ricorda Antonio nel primo capitolo. Uno sguardo alla realtà europea ci rivela però che corruzione, nepotismo, incapacità, sono un male più comune di quanto non si creda, il che, pur non essendo motivo di vanto, rende ingiustificata la percezione negativa che il popolo italiano ha di sé. Percezione, duole dirlo, alimentata sistematicamente dai messaggi di biasimo che la classe politica e i mezzi d’informazione non ci lesinano, dipingendoci sistematicamente come un popolo di lazzaroni corrotti, e mostrando già solo per questo motivo quanto distorta sia la loro concezione dell’interesse e della dignità nazionale. È un grande pregio del libro di Antonio il rivendicare con orgoglio la dignità dell’essere italiani, il difendere l’onorabilità di un popolo che ha saputo risollevarsi dopo tragedie immani e che anche nelle attuali condizioni mostra di avere una stupefacente riserva di energie e capacità di sacrificio.

Il secondo motivo è più sottile. Qual era il razionale economico dell’euro? Certo non la promozione del commercio! Gli stessi studi della commissione (ad esempio il celeberrimo One market, one money) avevano chiarito con dovizia di dettagli che l’impatto della moneta unica sul commercio sarebbe stato minimo: un dato confermato retrospettivamente da Volker Nitsch, e spiegabile con l’ovvio motivo che dopo decenni di cambio fluttuante i mercati valutari fornivano (e tuttora forniscono) efficientissimi strumenti di copertura contro le oscillazioni dei corsi a breve (quelle alle quali sono esposte le transazioni commerciali). L’euro serviva quindi a favorire la circolazione dei capitali, abolendo definitivamente il rischio di cambio su contratti a medio/lungo termine (come sono quelli di credito/debito).

Intendiamoci: questa evoluzione (la facilitazione dei movimenti di capitale) non sarebbe stata necessariamente negativa, ma lo diventava nel momento in cui si ignoravano due dati di fatto: i grandi divari di sviluppo fra i paesi dell’Eurozona, e l’assenza di controlli penetranti sui mercati.

Quando il Portogallo e la Grecia sono entrati nell’Eurozona, il reddito medio dei loro cittadini equivaleva a quello tedesco all’inizio degli anni ’80. I paesi periferici erano di vent’anni indietro rispetto all’economia leader, ed era chiaro che per creare un’area effettivamente integrata avrebbero dovuto correre di più. Un processo, quello di “recupero” (catch-up), fisiologico e previsto dalla teoria economica, che l’afflusso di capitali avrebbe dovuto facilitare. Il punto è che, così come quando si corre è normale sudare, quando si cresce di più è normale che vi sia un po’ più di inflazione. Se non si permette al tasso di cambio di compensare, cedendo fisiologicamente, questo fenomeno, il paese ingaggiato in un processo di recupero perde competitività. Succede così che i capitali che all’inizio affluiscono per finanziare lo sviluppo, alla fine affluiscano per finanziare i consumi, visto che i prodotti locali, per via della maggiore inflazione, sono diventati meno convenienti. Un fenomeno che era stato evidenziato fin dal 1957 dal premio Nobel James Meade.

A questo punto la mobilità dei capitali diventa una droga. Le economie periferiche continuano a recuperare terreno, e il tenore di vita dei cittadini ad aumentare, solo nella misura in cui il centro li finanzi. Chi eroga il prestito sa che sta finanziando consumi anziché sviluppo, ma in assenza di controlli sta bene così a tutti, nella speranza che il cerino acceso rimanga in mano a un altro.

Ma non può durare per sempre. Quando i crediti diventano inesigibili, e scoppia la crisi finanziaria, il meccanismo dello spread mette rapidamente in ginocchio le economie dei paesi più deboli, distruggendo la redditività delle imprese e rendendole facile preda di investitori esteri desiderosi di acquisire marchi e know-how di prestigio, ambiti sui mercati emergenti, come quelli espressi da molte piccole e medie imprese italiane. Paradossalmente, il disporre di una valuta troppo forte espone il paese alla svendita dei propri gioielli di famiglia. Una svendita che Antonio denuncia con forza, individuandone correttamente l’origine nel fallimento di mercati finanziari privati che mai hanno rinunciato a elargire cospicui benefit ai manager che prestavano largamente, senza discernimento. Le stesse istituzioni private e gli stessi manager che ora vengono salvati dalle tasche del contribuente, o convertendo i loro debiti privati in debito pubblico.

La svendita quindi altro non è che il portato di una mobilità dei capitali incontrollata, o meglio controllata a senso unico, perché, come ricorda Antonio in questo e nel suo precedente testo (Il fallimento dell’euro?), nell’Europa dei figli e dei figliastri i tentativi del capitale italiano di acquisire aziende estere sono stati sempre prontamente ostacolati da una rete di protezione degli altrui interessi nazionali.

È ormai diffusa, e sarà presto patrimonio condiviso, la percezione che questa svendita delle nostre aziende costituisca un grave pericolo per la nostra sopravvivenza, semplicemente perché, se e quando l’economia italiana dovesse ripartire, buona parte dei redditi prodotti in Italia verrebbero rimpatriati all’estero (come profitti di aziende di proprietà estera) e quindi goduti non dai cittadini italiani, ma da quelli dei paesi ai quali il sistema euro, come Antonio efficacemente esprime, ha facilitato lo shopping delle nostre imprese. Ma questo, in Italia, ancora non si sente dire, se non da studiosi indipendenti (ad esempio, Dominick Salvatore alla lezione Felice Ippolito, 24 giugno 2013, Biblioteca della Camera dei Deputati).

Questa analisi tecnicamente ineccepibile contrasta, ovviamente, con l’elogio acritico degli afflussi di capitali esteri fatto dai nostri governanti e dai rappresentanti delle organizzazioni di categoria come Confindustria. Soggetti che spesso sono contigui, quando non espressione diretta, di quelle centrali finanziarie internazionali che dallo shopping hanno tutto da guadagnare (come consulenti, come gestori), e che quindi sono in ovvio conflitto di interessi.

L’euro cadrà. Le affermazioni di Mario Draghi, secondo cui chi prende in considerazione questa ipotesi sottostima il capitale politico impegnato nel progetto europeo, sono futili. Un capitale politico ben più rilevante era stato investito nell’Impero sovietico. Ma quando le leggi dell’economia ne hanno decretato la fine, gli sforzi per prolungarne la sopravvivenza si sono tradotti solo in un aggravio di inutili sofferenze per popolazioni incolpevoli. Questo è lo stadio al quale siamo giunti. Ringraziamo Antonio per questo testo che ci mette di fronte alla realtà, e ci consente di gestirla delineando gli scenari possibili. Certo, la materia è problematica, è e sarà oggetto di discussione. Ma nessuno potrà togliere ad Antonio, indipendentemente dal merito specifico delle sue proposte, il merito ben più importante di aver contribuito ad aprire un dibattito concreto, la cui assenza ha rappresentato una grave lesione della democrazia nel nostro paese.

È atteggiamento adulto riconoscere gli errori, e l’euro è stato un errore. Il perseverare, unica risposta che i nostri governanti e la cosiddetta “Europa” ci forniscono, è atteggiamento puerile e suicida. Possa il buon senso prevalere prima che la scure della storia si abbatta su una costruzione resa antistorica, prima che antieconomica, dalla sua matrice ideologica iniqua e sconfessata dai fatti, e prima che il nostro paese, depauperato dall’azione poco lungimirante dei suoi governanti, perda le energie necessarie per reagire con vitalità alle sfide che i mutati scenari gli porranno.

72 commenti:

  1. Bellissima sintesi, e scenario sconfortante. Ho il terrore che non usciremo, verremmo buttati fuori quando le misure che spacciano come essenziali per risanare il paese, ma in realtà servono solo a spolparlo, avranno dato i loro frutti e per ripartire non ci sarà rimasto nulla.

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    1. Ho domandato all'autore (su twitter) quando uscirà. Mi ha risposto che uscirà nella prima decade di luglio e sarà distribuito nelle edicole.

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Bella e fluida, complimenti.

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  4. Raramente ho letto una sintesi così lucida ed esaustiva. Se me lo permette vorrei utilizzarla, naturalmente citandola, come corpo di un documento informativo a fini divulgativi locali. Credo che PMI, commercianti, lavoratori autonomi debbano sentire queste parole per comprendere dove sta andando l'Italia e soprattutto perché.
    Nel mio piccolo vorrei divulgare quel poco che ho appreso qui e qualche considerazione giuridica a latere, insieme ad altri"compagni di viaggio" di Goofy. Informare è l'unica strada che vedo, anche solo per avere una cittadinanza più consapevole che eviti gli errori del passato una volta che tutto sarà crollato e bisognerà ricostruire e, perché no, per far si che i colpevoli dello sfacelo non possano mimetizzarsi e farla franca.
    Spero di poter essere a Viterbo ad ascoltarla :-)

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    1. Certo che puoi usarla, come tutto quello che sta qui, secondo la licenza Creative Commons.

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  5. Bellissima postfazione, in cui brillano, ancora una volta, indipendenza, spirito critico, competenza, spessore culturale e dignità nazionale. Naturalmente leggeremo un libro altrettanto ammirevole, per quanto si desume dalle parole di Alberto. Vorrei ricordare, data la circostanza, anche il piccolo, ma intenso libro di Paolo Savona "lettera agli amici Tedeschi e Italiani", pubblicato a spese dell'autore, voce inascoltata dalla colpevole e interessata "classe dirigente" italiana. Cadremo sicuramente, e saremo impoveriti e umiliati, ma questo sforzo di comprensione sarà utile umanamente e politicamente. È arrivato il momento di "La strana disfatta" dei nostri "Marc Bloch"

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  6. Non voglio fare il saccente anzi, può darsi che io mi sbagli.
    Ma sinceramente, in uno scritto così piacevole e scorrevole, questo periodo:

    "A questo punto la mobilità dei capitali diventa una droga. Le economie periferiche continuano a recuperare terreno, e il tenore di vita dei cittadini ad aumentare, solo nella misura in cui il centro li finanzino."

    mi suonerebbe meglio così:

    "A questo punto la mobilità dei capitali diventa una droga. Le economie periferiche continuano a recuperare terreno, e il tenore di vita dei cittadini ad aumentare, solo nella misura in cui DAL centro li finanzino." oppure "...nella misura in cui il centro li continui a finanziare."

    E' un appunto "musicale"...e mi sono già autoflagellato 100 volte (700mila volte in lire) per aver avuto l'ardire di farlo.

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    1. In effetti la frase è corretta ma anche a me è "suonata" poco fluida; mi permetto di segnalarlo perché non sono l'unica ad averlo notato. Per il resto postfazione (ma come mai? Deduco che la prefazione ha impegnato qualche altro prof...) molto chiara e giustamente "appassionata".
      E se il libro "affronta comunque il tema della crisi sotto una varietà di sfaccettature, tutte ugualmente rilevanti: l’aspetto tecnico-economico, quello storico, quello politico, quello sociologico." allora è da leggere.

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    2. La frase è scorretta perchè è una constructio ad sensum che non credo fosse nell'originale e che spero di poter rimuovere.

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    3. Si: la frase è scorretta e io ho bisogno di un ripasso di grammatica italiana.

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  7. Mah, mi sa che qui, se si vuol continuare a tirar fuori qualche nota musicale, sarà il caso di cominciare davvero a far due conti col problema dell'autosufficienza alimentare. Con questi Chiari di Luna mica ci si può permettere di morire d'inedia ;o))))

    carlo (quello del flauto)

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  8. Magnifica postfazione. Complimenti.

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  9. Leggerla è sempre un piacere.
    Puntini che si uniscono con naturalezza.
    Ne approfitto (se posso) per una domanda: nel cercare di capire come i giuristi hanno affrontato la questione della sovranità monetaria e dell'indipendenza della banca centrale (per ora direi male...) mi sono imbattuto nella citazione di un testo non recente, che però sembrava parlare apertamente di alcuni problemi dell'unione monetaria, esattamente come aveva fatto J. Meade (ma qualche anno dopo): Giuseppe Mirabella, L'unificazione monetaria della Comunità economica europea, Palermo, 1960 (del quale ho trovato anche Il problema monetario della Comunità economica europea, Palermo, 1958 e La copertura della spesa pubblica, Palermo, 1953). Chi era costui? Un carneade? Uno de passaggio? Er geimsmeade de noantri? Cioè, è il caso che mi sbatta per recuperare il testo, che pare abbastanza introvabile? (al primo colpo mi sarebbe andata bene, ma invece del testo mi è stata consegnata la scheda cartacea che attestava essere in prestito dal 1992...).

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  10. ma quello che ha detto D.Salvatore all Camera dove si può leggere?

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    1. Prova a vedere sul sito della FULM se mettono i video delle lezioni Ippolito.

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  11. Per quel che mi riguarda oramai è finita! Il problema non è che se si cade, si risorge (se si risorge)! Il problema è che a competere oltre a noi sono paesi (elenco solo quelli che per dimensioni chi più chi meno sono assimilabili a noi) quali: Spagna, Polonia, Turchia, Corea, Argentina, Romania. Chi ci dice che il Dio-Storia favorirebbe di nuovo noi nella lotta per la sopravvivenza? Oramai le nazioni che aspirano ad eguagliare quelle in prima fila (vuoi politicamente, vuoi economicamente, vuoi culturalmente) sono molte. Il fatto che economicamente e politicamente siamo stati favoriti per tutti questi anni è dato dal fatto che noi eravamo la "sesta potenza economica mondiale" (non la "sessantesima", ma neanche la "sedicesima" - solo i "numeri primi" fanno la Storia!) Non è un caso, infatti, che gli unici a parlare contro l'Euro si trovassero nella confindustria tedesca e non ad esempio, in quella greca: chi comanda ha anche in un certo senso il monopolio del sapere o semplicemente il monopolio sulla distribuzione del sapere. Come a dire: "il lupo può scegliere di diventare agnello", "ma l'agnello non può scegliere di diventare lupo". Il fatto che ad esempio l'Argentina stia per esplodere di nuovo, al di là di tutte le pur giustissime considerazioni economiche, è proprio in ultima analisi il sintomo che l'Argentina faccia parte di quella che Immanuel Wallerstein definisce "semiperiferia del sistema-mondo". Quando si è "periferia" lo si è in maniera "strutturale",quindi non solo economicamente ma anche politicamente e culturalmente: avere la "visibilità" del sesto paese più importante al mondo, non è come avere la "visibilità" del "sessantesimo" (ma anche del "sedicesimo"). Vi auguro comunque buon lavoro (così come lo auguro ai polacchi, agli spagnoli, ai coreani, ai turchi, ecc.)!


    p.s. piccola lezzzioncina sulla "Visibilità": quanti di voi sanno di che nazionalità è Newton? E quanti di voi (ma se non lo sapete non andate a controllare su wikipedia) sanno di che nazionalità sono Copernico e Chopin? Rispondo io: il primo è inglese, il secondo è tedesco ed il terzo è francese, non è così?


    p.p.s. chissà se fra duecento anni si ricorderanno ancora di che nazionalità è Cristoforo Colombo. In America già non se lo ricordano più... secondo me è spagnolo!!!

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    1. Forse non è più semplice dire che l'Argentina sta per esplodere di nuovo perché ha fatto (ancora una volta, e consapevolmente) scelte sbagliate? Questo mi sembra di aver capito dal terzultimo post.
      Le scelte sbagliate restano tali sia che vengano dal centro, sia dalla periferia. E poi anche sul concetto di giusto e sbagliato, forse, ci sarebbe da discutere: dipende da che parte stai (o vuoi stare).
      Mi pare un po' la storia dello sproloquio del principino dell'Oman sul Fatto quotidiano: nel suo film, tutto raccontato dal punto di vista del creditore, è evidente che la moneta unica è una manna dal cielo. Ma se provi a metterti dall'altra parte...

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    2. @noMagnaMagna: ormai non credo che si tratti ulteriormente di un problema di competizione nazionalistica. La questione è molto più trasversale e riguarda tutti, a prescindere dalla nazionalità.

      Non credo che Aristotelis, Juan e Altair i cui salari tenderanno a garantire appena l'autosostentamento perché fuori c'è Xiao, gliene freghi poi tanto dell'orgoglio nazionalistico. Pensano che vogliono avere una vita degna di esser vissuta e non la vita di un automa.

      Dato che la domanda di lavoro di risorse con alto livello di formazione è ben più bassa della offerta e tagliando i salari e i livelli occupazionali dei settori che richiedono una "manodopera" meno specializzata e allo stesso modo nei settori "pubblici", si sta accentrando la ricchezza in piccole sacche ed è un problema che affligge tutti in ogni continente, creando una sorta di lotta di classe ben più acuta di quella a cui Marx si riferiva e della quale siamo tutti ben più consapevoli grazie allo scambio di informazioni ormai divenuto istantaneo.

      Per cui, non ne farei un problema esclusivamente di competitività, ma proprio di dover mettere mano all'attuale ortodossia economica che va senz'altro rivista e credo che ci sia questa consapevolezza in ogni parte del mondo.

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    3. La risposta alla tua domanda sarebbe troppo lunga complessa. Mi limiterò a risponderti che se fosse vero quello che tu dici, allora matematicamente parlando, la probabilità di scelte sbagliate (consapevolmente o inconsapevolmente) non si polarizzerebbe sempre sulle stesse nazioni guardacaso "periferiche" o "semiperiferiche", ma si estenderebbe anche alle nazioni "centrali" più o meno con la stessa probabilità, andando quindi a creare una situazione gerarchica senz'altro più fluida e dinamica nella quale ogni nazione (o in questo caso "economia nazionale") passerebbe dall'essere "centrale" all'essere "periferica" e viceversa in maniera pressochè continua. E' un po' come dopo una partita di calcio: la squadra che perde, perde non soltanto perchè ha preso più goals (il tuo "sta per esplodere di nuovo perché ha fatto - ancora una volta, e consapevolmente - scelte sbagliate"), ma anche perchè entrano in ballo fattori apparentemente secondari ma in realtà "strutturali" che vanno dal grado di "preparazione dei singoli giocatori", fino a alla capacità di "influenzare le decisioni arbitrali". Del resto non ho detto io che "l'America vincerà sempre perchè ha 1600 bombe atomiche", mentre "la Grecia no". Basterebbe solo questo a spiegare come il grado di influenza dei forti sui deboli (positivo o negativo, conscio o inconscio) sia determinante e non soltanto dal punto di vista economico. La tua domanda quindi, secondo me, sebbene sia giusta, parte dalle premesse sbagliate perchè confonde l'"effetto" con la "causa".

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    4. Purtroppo non devi dirlo a me che non si tratta di un problema di competizione nazionalistica, ma devi dirlo sia a chi è più forte di noi (Stati Uniti, Cina, Germania, Francia, ecc.) sia a chi è nella nostra stessa situazione (Turchia, Spagna, Polonia, ecc.). Detto questo, visto che l'Italia è destinata nel migliore dei casi al "limbo" economico, culturale e politico (e non mi riferisco al ballo), perchè non lascirla morire come entità politica e tentare di creare uno "Stato Federale Sudeuropeo" con più di 130 milioni di abitanti (comprendente Italia, Spagna, Grecia e Portogallo - magari allargato a paesi d'oltreoceano quali ad esempio il Cile o l'Argentina) pienamente integrato politicamente ed economicamente e magari avente una sua moneta unica? Non vi sembra una cosa mooooolto più realistica? Cosa che del resto aveva teorizzato lo stesso Grillo.

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    5. Ma perchè mai dovremmo competere con Spagna, Polonia, Turchia, Corea, Argentina, Romania?
      Ma la vogliamo finire con la storia della competizione?
      In Italia abbiamo quanto serve per non dover competere, ma semmai collaborare.
      Ad esempio, noi produciamo le olive e i pomodori e lasciamo alla Polonia il compito di produrre le patate per la grande distribuzione (ma le patate del mio paese, vicino a verona, erano molto meglio di quelle della grande distribuzione.

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    6. @noMagnaMagna:

      Il motivo per cui non c'è alcuna necessità di creare lo Stato Federale degli Sfigati è molto semplice e lo spiega in modo molto analitico Mr fAntAstic, esattamente come i greci discutevano della polis duemila e rotti anni prima seduti attorno ad Aristotele.

      Ho vissuto tutto il dibattito sulla polis direttamente sulla mia pelle: non volendo finire pendolare ed in mano alle banche, da Roma mi sono trasferito a Viterbo, dove ho uno spazio estremamente più a misura d'uomo e ben più vivibile.

      A parte l'esempio, dov'è la necessità di creare un mega apparato? Dietro lo specchietto per le allodole di evitare determinate problematiche, che vedi ora nella competizione tra economie più o meno simili per vari fattori, ne ritroveresti altre uguali in tutto e per tutto alla fallimentare utopia europeista che stiamo vivendo: l'enorme potere decisionale che si riversa nelle mani di pochissimi individui, interessi nazionalistici possibilmente in contrasto, un allontanamento tra la rappresentanti e rappresentati e via dicendo.

      Sia qui da noi che negli USA pensa all'enorme potere che i pochi seduti nella stanza dei bottoni hanno, personalmente mi gela il sangue molto più della lotta tra poveri che paventi.

      Non credi sarebbe meglio che le federazioni di stati rimangano per ora solo un sogno utopico?
      Non trovi che unirci tutti sotto un'unica bandiera, ci renderebbe ancor più numeri di quanto non faccia già il consumismo e l'industralizzazione?
      Non ti sembra sia meglio che il nostro modus cogitandi rimanga quello del rispetto della diversità e non della massificazione anche attraverso unioni sovranazionali? In Europa possiamo identificarci come italiani o spagnoli, con le nostre tradizioni, storie e culture ed è proprio questo che ci rende secondo me estremamente ricchi e credo non solo sul piano umano. Personalmente non mi piace molto l'idea di svegliarmi un giorno come negli USA in cui uno del Dakota, come uno della Florida, si identifica come ammerrekano, punto e basta.

      E poi, io so' provinciale, me piace la mia italietta così come amo l'Helladoula mou, con le loro storie, le loro culture, le loro differenze, le loro somiglianze, le loro diverse identità.

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    7. Caro noMagnaMagna,
      con rispetto, a me pare che tu stia delirando dicendo cose ovvie.
      Il mondo, meglio l'umanità, ha preso, da ormai molto tempo, una via per la quale il più forte devasta il più debole.
      Il libero mercato è un esempio eclatante di questa filosofia.
      In questa ottica è chiaro che avviene quello che dici tu, una nazione economicamente più debole farà una fatica enorme a sostenere gli attacchi economici, finanziari, politici e militari di quelle più forti che tendono ad egemonizzare e che come dici tu "fanno la storia", nel bene e nel male.
      La tua lezioncina sulla visibilità mi pare alquanto parziale e insignificante, è comunque chiaro che le nazione più economicamente prospere hanno più tempo da dedicare alla ricerca e all’arte, cosa è la scoperta dell’acqua calda ?
      E poi tu lo sai per esempio di che nazionalità erano Ernesto Guevara ? Nikola Tesla ? Due a caso diciamo.
      La storia poi che saremo più competitivi unendoci con le nazioni come noi in disgrazia economica !
      La via è la cooperazione, la solidarietà, abbandonare l’idea che la nostra prosperità possa venire solo dal fatto di essere in classifica prima di altri, più grandi di altri.
      Sarebbe utile, a parer mio, ritrovare un senso dell’equilibrio, della dimensione, la nostra esistenza non può e non deve essere una eterna lotta per la sopravvivenza, per la sopraffazione.

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    8. Forse l'unico vantaggio sarebbe quello di diventare la Germania degli sfigati! Ma secondo me tanto sfigati non siamo, ancora...

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    9. Mi pare che l'idea di un superstato Sud-europeo riproduca la stessa ideologia dell'euro: unirsi per essere più forti contro qualcun altro.
      Io vedo invece nella road-map del "Manifesto di solidarietà europea" un primo passo verso un paradigma nuovo di cooperazione e integrazione politica (vera) che potrebbe finalmente imporsi tra aree regionali europee più omogenee.
      In questo senso auspico anche una ridefinizione di alcuni stati cosiddetti nazionali (come l'Italia) che a mio avviso non lo sono, sia per come si sono venuti a costituire storicamente (per "assorbimento" di altre nazioni), sia per gli squilibri che si sono venuti a determinare anche al suo interno.

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  12. Se non l'hai già mandata in stampa, ti segnalo un refuso: "solo nella misura in cui il centro li finanzino.". Il soggetto è il centro, quindi sarebbe "il centro li finanzi"
    A parte questo è una perla, as usual

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  13. Un paese allo sbando, una perdita di ricchezza reale (quella della produzione di beni) significativa e difficilmente recuperabile, famiglie sul lastrico, suicidi attuati come ultima fuga, perdita di servizi essenziali, e per chi cade in povertà la certezza dell'abbandono a se stessi.........

    Se questo errore l'avesse fatto lei, ora ce l'avrebbe il coraggio di ammettere e dire a tutti: "Ebbene si, abbiamo sbagliato!"......? Non crede che se la scorticassero vivo solo un cristiano credente avrebbe di che ridire (mentre invece gli altri avrebbero di che ridere perché significherebbe togliere la pelle alla mortadella).

    Lei sopravvaluta il bipede mammifero :)

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  14. Ieri discutevo con un imprenditore su Twitter. Dopo vari anatemi contro la spesapubblicaimproduttiva, lui badava a dire che ci vogliono più investimenti stranieri in Italia e compratori stranieri di aziende italiane in crisi. Io, a parte ricordargli che il prezzo in questi casi lo decide il compratore e non sempre è vantaggioso per chi vende, mettendo a frutto la lezione imparata su questo blog, gli ho risposto che, se lo straniero investe in Italia, però poi gli utili vanno al suo paese. (Mi fa piacere rileggere il concetto in questo post).
    "Beh," mi ha risposto, "ma se lo straniero viene e compra la mia azienda io realizzo e mi basta."
    Houston, abbiamo un problema con gli imprenditori?

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    1. La maggior parte dei piccoli e medi imprenditori che conosco e io stesso, non venderebbe mai la sua azienda, in maniera irrazionale rispetto alla teoria economica, in perdita hanno continuato e continuano a tenere aperte le aziende, cercando in ogni modo di trovare mercati che non esistono, inventandosi giorno per giorno soluzioni improbabili.
      L'azienda per me e per quelli che conosco non è un "bene" a cui si attribuisce un "valore", è il luogo in cui si sono fatti progetti si è sudato, ci si è arrabbiati, gioito, in cui si sono condivisi sforzi con dipendenti che si conoscono da anni e che si cerca in tutti i modi di non licenziare. Piuttosto ci "ammazziamo" o ci rassegniamo al pubblico dileggio di un fallimento . E allora combattiamo con le banche, con i clienti che non ci sono, i fornitori che dobbiamo pagare lo Stato che ci munge come vacche, come e quando vuole . Nessuno può capire una sofferenza se non la vive, l'operaio che perde il proprio lavoro non è molto diverso dai nostri imprenditori, mai come ora sono uguali nella sofferenza, entrambi combattono per un piatto caldo, entrambi guardano sconfitti i proprio figli e nella solitudine piangono, ma non hanno una spalla su cui consolarsi perché devono sempre essere positivi, rassicurano le proprie mogli , figli, i dipendenti ,....devono rassicurare tutti... sono SOLI.
      Io sono un imprenditore e non venderò mai la mia azienda!

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    2. Non conosco molti piccoli imprenditori quindi non mi ritengo esperto in materia. Una considerazione da avanzare però l'avrei: a prescindere dalle motivazioni personali, in fin dei conti si apre un'azienda per guadagnare. Se i margini non ci sono mi pare razionale vendere, esattamente come il dipendente di una ditta si licenzia se riceve un'offerta di lavoro migliore (casi peculiari a parte).

      Non so, mi pare si stia applicando un ragionamento morale ad un agente economico, chiedendogli di fare impresa in un'ottica di interesse "nazionale". Ma perché mai dovrebbe?
      Se sbaglio mi coriggerete.

      Distinti saluti.

      Herr Lampe

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    3. Sono d'accordo con Herr Lampe. Certo che un problema c'è: se l'Italia va a picco la redditività delle imprese crolla e nessuno è obbligato a essere un eroe. Ovviamente il giudizio deve essere articolato. Quanto, di questi, hanno accettato che si arrivasse fino a questo punto magari intuendo che l'imposizione del vincolo esterno sarebbe stata compensata da sonore mazzate al costo del lavoro?

      Insomma, a me piacerebbe che si evitasse sia la visione stereotipata secondo la quale ogni imprenditore, anzi, ogni lavoratore autonomo, è un capitalista e quindi un nemico del proletariato, sia quella secondo la quale ogni imprenditore è (o deve essere) un capitano coraggioso che guida il proprio equipaggio con mano intrepida attraverso le procelle di una immeritata crisi.

      Vorrei tanto che si capisse che in questo momento bisogna definire delle priorità, e che questo paese va salvato da tutti. Vorrei che si capisse che se non si fa così, il problema di come dividersi la torta sarà superato dalla scomparsa della torta. Non è difficile.

      L'osservazione di Barbara è corretta, ma tu, cara Barbara, al posto loro cosa faresti? E soprattutto, ripeto: qui non siamo né in un tribunale, né in un confessionale, né al giudizio universale...

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    4. Aspetta, Barbara, lo dico in un altro modo.

      Il ragionamento dell'imprenditore è razionale. Io ne ho, in famiglia, che se potessero venderebbero restando a posto con la propria coscienza. Lo è come è razionale per la banca prestare in modo dissennato (secondo le linee più volte esposte).

      Razionale non significa "morale" e fa riferimento, ovviamente, a una razionalità individuale, non collettiva.

      All'imprenditore del rimpatrio dei profitti quando avrà venduto la sua azienda non deve fottergliene niente, perché non è un problema suo.

      Questo è un problema del governo.

      Sono i governi che dovrebbero intervenire per evitare che la razionalità individuale si opponga al benessere collettivo (in termini un po' impropri), cioè che devono disciplinare i mercati per evitarne il fallimento. In questo senso tu avevi perfettamente ragione a fare la tua osservazione, ma l'imprenditore anche al fare la sua. Si situavano su due piani diversi che possono essere saldati solo da un normale processo di dialettica democratica. Che poi è esattamente quello che l'euro impedisce di attuare e svolgere nel nostro paese per i motivi più volte esposti e da te benissimo compresi e rielaborati tante volte nel tuo blog.

      No so se mi spiego. Poi si può anche discutere.

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    5. Se la risposta di Barbara è in coda di moderazione questo commento è superfluo.

      Interpreto il suo commento non come un invito agli imprenditori a fare gli eroi (cosa abbastanza inutile: non si può resistere ad oltranza se le condizioni continuano a peggiorare) ma ad occuparsi del problema vero (l'euro), non della spesapubblicaimproduttiva e di fare l'apologia degli IDE.

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  15. La prefazione, se serve, eccola qui:

    L'uscita dall'euro, a mio giudizio inimmaginabile, provocherebbe una perdita immediata del 50% del PIL e una svalutazione tra il 40 e il 50 % dei nostri stipendi, pensioni e risparmi. Nella migliore delle ipotesi.

    responsabileeconomicodelpidddi copyright

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    1. 50% del PIL....ma davvero c'è qualcuno, anche il più ignorante del paese, che sappia cos'è il PIL (non come si calcola, ma solo cos'è) e possa credere a delle sparate simili? cioè sarebbe come voler far credere che sono esistite partite di calcio con punteggi a 3 cifre...è una cosa semplicemente impossibile...cifre del genere in un anno non sono mai state spostate nella storia.

      devono proprio essere terrorizzati di perdere il loro potere per arrivare a spararle così grosse.

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  16. Barbara, questi non sono imprenditori. Sono prenditori e basta.

    Buona vita

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  17. @ noMagnaMagna

    Una "leggera imprecisione": Mikołaj Kopernik era polacco, non tedesco.

    Considerato come la Polonia è stata trattata dai tedeschi, è un'imprecisione che merita di venire corretta.

    E, dato che anche Fryderyk Franciszek Chopin era polacco... beh, veda lei.

    Buona vita

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    1. @ Odysseos: Copernico infatti era polacco, così come Chopin. Ma, chiedo io, sono considerati polacchi anche dalla maggioranza degli italiani e dell'opinione pubblica mondiale? Non credo proprio!!! Se non si fosse capito, volevo soltanto dimostrarLe che mentre per 90% dell'opinione pubblica mondiale Newton "è" inglese, per il 90% della stessa Copernico e Chopin "non sono" polacchi. Morale della favola: "mentre il genio di Newton va a favore dell'Inghilterra, il genio di Copernico e Chopin non va a favore della Polonia ma di Germania e Francia".


      Buona Vita a Lei



      p.s. secondo Lei ero così ingenuo da mettere su un blog (tra i più seguiti) informazioni totalmente errate? Faccia un po' Lei.

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    2. Io l'intento paradossale lo avevo capito, ma una lieve imprecisione l'hai commessa: questo non è un blog fra i più seguiti, ma fra i meglio seguiti (e gestito da un pianista astrofilo). Forse ti andava meglio col classico esempio di Hitler e Beethoven!

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  18. Stupenda sintesi Maestro, semplicemente stupenda.

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  19. "È atteggiamento adulto riconoscere gli errori, e l’euro è stato un errore". Ma, Profe, in verità l'euro è ancora bambino (l'ha detto l'Ineffabile Rigor Montis), e i bambini, si sa, gli errori non li riconoscono mica, ma s'impuntano facendo le bizze e i capricci.
    Ps.: Gufy gestito da un pianista astrofilo? Ma il gelataio della Mouff dov'è finito? E io che già pregustavo i gelati al gusto della curva di Phillips o del ciclo di Frenkel...

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  20. Quello che manca ora è la spalla dove appoggiare la testa.
    Anche io credo che conviene allearsi con un nemico pur di fare la cosa giusta ma non v"è traccia di nemico che ascolti e che gli venga il sospetto che abbracciando la nostra verità, quella scientifica, avrebbe anche lui da guadagnare. La mia speranza è nella destra, che inpaurita di scomparire dal panorama nazionale torni a fare la destra e inizi a parlare di come salvare gli italiani e non di come salvare l" europa. Se si ricordassero che prima di essere politici europei sono politici italiani e stipendiati dal popolo italiano magari......per paura...o perche non sanno più che fare apriranno il vaso di eurolandia. Come dice claudio borghi, chi prima arriverà a capire che il popolo capirà perche non ha nulla da perdere e perche è pur sempre una speranza nel futuro, chi ci arriverà per primo avrà praterie davanti a se di consensi. Perche diciamola tutta, hanno da guadagnare sia i lavoratori che i commercianti che gli imprenditori e credo anche gli impiegati statali perche vedendo che aria tira in fatto di licenziamenti pubblici credo che convergerebbero anche loro.
    Il problema è capire se è mai esistita una destra o una sinistra in italia e la nascita del partito ortottero peggiora la situazione in divenire........sperem

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  21. Perfetta postfazione. Un'osservazione pero': l' URSS si aveva investito un capitale politico incredibile ma aveva tutto il mondo contro mentre oggi mi pare che il mondo, soprattutto gli USA sostengono l'UE e l'euro...

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    1. Ma come? Non abbiamo contro l'America invidiosa e la Ciiiiina insidiosa? E d'altra parte anche gli USA qualcuno contro ce l'avevano, illo tempore.

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  22. Sintesi per la quale ogni commento risulta superfluo e non appropriato...Scusate amici goofysti, non era una critica per nessuno di voi, me ne guarderei bene, ma soltanto un paradosso d'ammirazione... nella mia ignoranza(e in economia non mi definisco tale a caso)credo che l'euro sia già saltato. Mi sembra che si stia soltanto tenendo in vita artificialmente il paziente al fine di poter rastrellare le ultime ricchezze residue, prima del tana libera tutti... ed è per questo che al Paese ora più che mai servono persone della competenza e della caratura del Prof. perché il danno subito dal tessuto produttivo della nazione è enorme, per ripartire serviranno scelte giuste, non opportunistiche. Servirà gestire la ritrovata autonomia economica e fiscale nel modo più opportuno, con lungimiranza, coraggio e onestà. In caso contrario...bacerò mio figlio sulla fronte, lo abbraccerò forte e gli chiederò perdono... Prof. lo so che sono fastidioso, ma in Sardegna siamo già in cinquecento, e cresciamo ogni giorno...

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  23. preciso, chirurgico, essenziale: un cecchino viet-cong, nella giungla luogocomunista ameriKana (mi auto-cito da twitter)

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  24. dallo spacciatore ufficiale di filmati sulla grande germania esportatrice. Per capire la natura del boom dell'export tedesco, bisogna approfondire un po'...

    segnalo ai germanofoni questo filmatino sugli schiavi (mai termine fu piu' giusto) est europei impiegati nei mattatoi del nord...

    http://www.ardmediathek.de/das-erste/reportage-dokumentation/lohnsklaven-in-deutschland-miese-jobs-fuer-billiges?documentId=15372262

    ce ne saranno altri...

    un saluto

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  25. Questa faccenda della libertà di movimento, flusso e afflusso, dei capitali per cui è nato l'euro, mi fa venire in mente la definizione negativa che gli economisti latinoamericani (ecuadoriani) davano dell'afflusso di capitali stranieri, li chiamavano "golondrinas", cioè rondini, pronti a volarsene via alla prima crisi economica. Ma là negli anni '90 non avevano problemi a puntare il dito contro la "deuda externa", e il conseguente "servicio de la deuda", responsabili del massacro dei loro paesi, altro che casta&cricca&corruzzzione&inflazzzione. E questo malgrado che, in quanto a corruzione e inflazione, non fossero poi messi tanto bene.

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  26. Fantastico consiglio per gli acquisti. Rinaldi mi era piaciuto parecchio in quel di Reggio Emilia, non posso esimermi da questa "spesa".
    L'incubo euro si avvicina alla fine, ineluttabile, e come dici sempre tu, non faremo prigionieri.

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  27. ammettiamo, ipoteticamente, che il banco salti entro la fine dell'anno.
    di quanto tempo avrebbe bisogno l'Italia per rimettersi in piedi?
    non dico recuperare tutta la ricchezza perduta, ma per lo meno riuscire ad intercettare una piccola crescita.

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    1. ps: quell' "ammettiamo", sembra voler mettere in dubbio qualcosa; in realtà non ho dubbi sulla causa del problema e sulla rottura dell'euro.

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  28. Ineccepibile, come al solito. Grande postfazione.
    A proposito dell'ex Direttore generale del Tesoro, ora Kaiser di tutte le palanche dell'Unione Renana Europea:

    Che gli italiani possano leggere notiziole come questa e non siano minimamente in grado di trarne debite conclusioni, ottenebrati da tonnellate di quisquilie e facezie olgettine spacciate a profusione dagli stessi Geni della lampada di Largo Fochetti, da il senso dei tempi che viviamo.

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  29. Sintesi perfetta, nulla da aggiungere. Se non che ci sono parole che sono diventate impronunciabili. Una di queste, per la sinistra, è "imperialismo". Chissà se la restaurassimo...

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    1. Per me (e per Sergio Cesaratto, tanto per dire) non sarebbe assolutamente un problema!

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  30. Paradossalmente, il disporre di una valuta troppo forte espone il paese alla svendita dei propri gioielli di famiglia. Una svendita che Antonio denuncia con forza, individuandone correttamente l’origine nel fallimento di mercati finanziari privati che mai hanno rinunciato a elargire cospicui benefit ai manager che prestavano largamente, senza discernimento...................nell’Europa dei figli e dei figliastri i tentativi del capitale italiano di acquisire aziende estere sono stati sempre prontamente ostacolati da una rete di protezione degli altrui interessi nazionali. Questa è una delle cose che fa particolarmente incazzare.

    Mi immagino come siano stati male ucraini, kazaki, bielorussi e compagnia bella al sol pensiero di non avere più il rublo.

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  31. @Achille il Greco
    tre mesi.. tre mesi e l'economia riparte alla grande.
    Il problema non è nei mesi (tre, due, uno e mezzo.. ) ma il fatto che abbiamo dissipato un patrimonio di grandi imprese e quindi di ricerca, quindi di alti stipendi.
    poi dal punto di vista strettamente contabile, la grande dissipazione di aziende (acquisizione estera) condurrà al fatto che avremo una bilancia dei pagamenti penalizzata.

    vuole una %?
    dico solo che se lo Stato spendesse 50 mld il PIL balzerebbe almeno del 3-4% + l'aiuto dato dall'export-import.
    e questo lo si potrebbe fare per 2-3 anni in modo da recuperare il gap di questi ultimi 5 anni in modo rapido (e indolore).

    ma vai a ricostruire una generazione persa (se è persa è persa!), la grande industria, il know how perso, un sistema scolastico-accademico da terzo mondo (ovvero anglosassone con strutture italiche)...

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    1. intanto ti ringrazio per la risposta.
      spero ti sbagli quando parli di generazione persa; certamente si sono persi anni, ma spero che non si confonda il tempo con le persone. è brutto parlare delle persone con aggettivi duri come quello! di certo ci si sarà visti togliere delle cose che altrimenti si sarebbero potute vivere, ma non sopporto l'idea di associare quell'aggettivo a delle persone.
      il tempo per ricostruire c'è?
      se si, ok e lo si fà, si riparte senza pensare però che ciò ch'è fatto è fatto!
      le persone possono ripartire e bisogna farle ripartire e questo sarà compito dello Stato che dovrà assicurare le condizioni affinché questo avvenga. E persone come Bagnai, Borghi, Galloni credo sappiano bene cosa dovrà farsi!
      Le generazioni degli anni '20 hanno visto la II guerra mondiale e sono ripartiti grazie a scelte politiche ed economiche giuste e persone come Mattei ed Olivetti; questa, purtroppo, è stata la nostra guerra e dobbiamo ripartire anche noi con gli stessi strumenti!

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    2. Achille sei un ottimista, magari giovane... Il tempo non te lo restituisce nessuno, penso che valsandra intendesse questo.
      Le generazioni degli anni 20 hanno ricostruito quando erano giovani; in caso di fine dell'euro altri giovani ricostruiranno, ma quelli che erano giovani in questi anni saranno già adulti... E' triste ma è così.

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    3. a questo punto vien da chiedere, quando una persona non è piu giovane?

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    4. Mmmh, io direi di aprire una pagina di annunci di lavoro (lo so, lo so, ormai sono poche) e vedere quante richieste per ultraquarantenni ci sono.... Ecco.

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  32. Come si fa ad acquistare i libri rarissimi del Professor Rinaldi?

    Non riesco a trovare il suo libro precedente.

    Grazie.

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  33. Mi scusi prof Bagnai ma per leggere questo nuovo testo Europa Kaputt come si fa ? dove e possibile comprarlo ? e in rete ? oppure e solo un testo per gli addetti ? grazie Matteo

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    1. Si va in edicola verso il 10 luglio.

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    2. In edicola? cioè abbinato a qualche altro "prodotto editoriale"?
      c'è il caso che diventi più complicato che trovarlo in libreria.

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  34. Complimenti Professore. Una sintesi perfetta, semplice da capire.

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    1. Voglio precisare che se quello che scrivo diventa più semplice è intanto perché a forza di studiare sto cominciando a capire anch'io, e poi perché grazie alle vostre domande e perplessità sto progredendo nella capacità di esporre i problemi. Quindi ringraziamenti e complimenti qui sono da condividere.

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    2. Sono d'accordo con lei: grazie infinite a lei e a chi, tramite lei (almeno così è stato per me), abbiamo imparato a conoscere (A.M. Rinaldi, Borghi, L.B. Caracciolo ecc. ecc.). Lei mi è stato di immenso aiuto nel "capire" un po' più del mondo, in senso lato, ma un piccolo merito l'abbiamo anche tutti noi che, da prima di conoscerla, eravamo alla ricerca di chi ci aiutasse a capire. Almeno questo vale per me, e le assicuro che sono molte le persone, per lo meno in un ambiente medio-borghese (sia culturalmente che economicamente) in cui vivo, che nonostante toccate sempre più da vicino dalla crisi, ne cerchino di capirne la natura, se non in modo "massimalmente televisivo", molto, ma molto, superficialmente. E questo mi spiace ed è causa del mio personale pessimismo a riguardo di tutta faccenda. Per lo meno temo che il mio ottimismo (am I or I am not a 21st century schizoid men?) venga alla fine deluso.
      E' solo un pensiero, può non pubblicarlo. Buona serata.
      Giovanni

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  35. A me più di tutto è piaciuto questo: "Questa analisi tecnicamente ineccepibile contrasta, ovviamente, con l’elogio acritico degli afflussi di capitali esteri fatto dai nostri governanti e dai rappresentanti delle organizzazioni di categoria come Confindustria. Soggetti che spesso sono contigui, quando non espressione diretta, di quelle centrali finanziarie internazionali che dallo shopping hanno tutto da guadagnare (come consulenti, come gestori), e che quindi sono in ovvio conflitto di interessi."

    Non che dica qualcosa di così nuovo, ma trovare asserzioni del genere fuori dai blog "complottisti" è già un grande passo avanti.
    Rispetto alla questione mi chiedo come mai, a fronte del fatto che è stata disattesa corposa legislazione, costituzionale e penale, da un numero di persone che invece hanno giurato di agire esclusivamente per il bene dello stato, non ci sia uno straccio di pretore o magistrato che senta il dovere di mettere almeno qualcuno di costoro di fronte alle proprie responsabilità.
    Meglio stare tutti dietro al bunga bunga berlusconiano.
    Allora è vero che in questo paese viene fatto un uso politico della giustizia, anche se non nel senso stretto conferito all'asserzione dall'uomo di Arcore.

    Da questo un'ulteriore presa d'atto che la vera differenza tra le classi sociali non sta nel denaro posseduto, ma nell'ammontare della pena che si è chiamati a scontare per i propri peccati.
    Mentre le classi subalterne devono sottostare a pene pesantissime sia pure per trasgressioni minori, nonché trascurabili ai fini del benessere comune, quelle di vertice possono commettere reati gravissimi, che causano sofferenze immani per decine di milioni di individui, senza dover neppure in parte minima essere chiamati a farsi carico delle loro responsabilità.
    La giustizia amministrata sulla base del censo oggi è tornata a essere una realtà.
    D'altronde l'ho sempre detto che il progetto delle elite non è altro che operare una seconda restaurazione, che riporti i rapporti economici e sociali ai tempi della prima, quella del 1815.

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