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sabato 25 gennaio 2014

QED 28: La Presidenta e gli economisti a cornu Epistolae ac Evangelii



Boys, do I hate being right all time!
Dr. Ian Malcolm in Jurassic Park (1993)
Dr. Alberto Bagnai in Goofynomics (2014)



...e alla fine l’Argentina ha svalutato!

E voi direte: mastica! Dov’è la novità? Ce l’avevano spiegato per filo e per segno Frenkel e Rapetti, quei due “de’ passaggio” che scrivono sul Cambridge Journal of Economics (l’unica rivista “eterodossa” che gli utili giavazzoti son stati costretti a mettere in classe A), quei due sempliciotti che hanno documentato la spiegazione finora più convincente del meccanismo tipo delle crisi finanziarie nella terza globalizzazione (il film già visto che abbiamo chiamato Romanzo di centro e di periferia), ce l’avevano detto questi due, insomma, che l’Argentina avrebbe svalutato.

Vi ricordate? Frenkel mi aveva spiegato come stavano le cose a cena, dopo il seminario di Pescara, in una conversazione che vi avevo in parte riportato qui. Poi, per tutto il 2013, continuavano le domande: “Ma come sta l’Argentina? Ma l’Argentina come sta? Ma come l’Argentina sta?” e via permutando. A me! Che poi, in fondo, a parte il fatto di conoscere un economista argentino, non sono un particolare specialista di quel paese, ritenendo di aver sufficienti problemi a casa mia per non dovermi preoccupare di quelli altrui.

Allora scrissi a Roberto, che mi rispose, come ricorderete, così. Io sintetizzavo il contenuto di quel suo lavoro con una frase che riassume la mia posizione, che è come spesso capita quella del buon senso e dell’onestà intellettuale:

“Niente è solo buono o solo cattivo. Applicazione: certo lo sganciamento dal peso non poteva, da solo, risolvere tutti i problemi dell'Argentina, e nessuno pensa oggi che uscire dall'euro risolverà tutti i problemi dell'Italia (o, se lo pensa, si illude). Ovviamente però questo non significava e non significa che il cambio fisso fosse o sia una buona idea nel caso di questi due paesi.”

Quelli che “Bagnai dice che l’Argentina è un modello” ovviamente sono dei pezzenti, o umanamente (nel senso che vengono pagati per dire boiate), o intellettualmente (nel senso che non ci arrivano), or both, perché Natura può anche essere matrignissima, e anche perché se sei un coglione è difficile che qualcuno ti paghi per dire cose intelligenti, visto che non ci riusciresti nemmeno gratis (e qui corre un pensiero affettuoso al nostro amico...).

Ma siccome l’articolo di Roberto era troppo lungo, e siccome “la Presidenta di qua, la Presidenta di là, la guerra delle due Cristine” (daje a ride), continuavano ad arrivare accorate domande “L’Argentina, ma come sta?”.

Allora riscrissi a Roberto (il 6 giugno):

Dear Roberto,
I hope everything is going well in Argentina. Chances are that your situation is much better than ours, although it is really difficult to evaluate it from here. I am working on the CES special issue and will send the editorial to Joe this week.

Risposta:

Dear Alberto,
Nothing is going well in Argentina. An inconsistent populist economic policy, badly managed, destroyed the fundamentals that led to a vigorous labor-intensive growth in  2002-2007 and put the country in the brink of an inflationary crisis. The real exchange rate is strongly appreciated while we have a 24% inflation rate and reserves are gradually falling in spite of the controls in the FX market and imports. The unavoidable future devaluation will push inflation to much higher figures. Again!

Replica:

Dear Roberto,
I must say that I expected something similar to that. Do you have any recent paper describing this unfortunate outcome? Your "Presidenta" is very familiar and praised by the Italian alternative left-wing people, I try sometimes to keep them reasonable, but my efforts are not very fruitful.

E Roberto mi mandò un po’ di roba che aveva scritto per giornali argentini, che mi tenni lì da parte. Poi il 22 giugno del 2013 scrissi questo, nel quale, dopo aver chiarito che il problema attuale dell’Argentina non era quello di avere un “pesetto”, ma di avere un “pesone”, mi rivolgevo ad un ampio spettro di economisti, dicendo:

Cari amici “de destra” e “de sinistra”, accomunati dal meschino astio ideologico e dal non capire un cazzo di economia, ve lo dico in un altro modo: la Presidenta contro la quale vi accanite, se siete “de destra”, sta facendo esattamente la politica suggerita negli ultimi 40 anni  dal vostro solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione), e la Presidenta che venerate, se siete “de sinistra”, sta facendo esattamente la politica suggerita dal loro (o vostro?) solone Giavazzi (usare il cambio forte per domare l’inflazione).
Nell’uno e nell’altro caso, se non foste quegli imbecilli che siete, capireste che c’è poco da accanirsi (perché è controproducente per le vostre tesi), cioè c’è poco da venerare (perché è controproducente per le vostre tesi).
Ma a noi piace ricordarvi così, brancolanti nel buio della vostra cecità ideologica...

Questa affettuosa correzione fraterna non faceva che riportare alla realtà italiana (che coma Flaiano ricorda, supera la fantasia) quanto Martin Rapetti aveva lucidamente illustrato in un articolo pubblicato su Triple Crisis, che nel post di cui sopra vi traducevo.

Poi o Marco (Palombi) o Stefano (Feltri) mi chiesero un articolo per Fatto Quotidiano cartaceo, che scrissi, e che decisero di ripubblicare online, e lo trovate qui, nel quale io mi limitavo ad esporre l’argomento di Roberto e Martin (attenzione, notate bene: esporre l’argomento di Roberto e Martin), e ad applicarlo all’esperienza italiana.

Apriti cielo!

Questa è una delle letterine che ricevetti:

Esgregio Professore,
ho appena letto il suo articolo sull'Argentina apparso su Il Fatto Quotidiano e sono scioccato....
Chi glielo ha scritto? Che fonti sono state consultate? Il livello analitico usa gli stessi criteri di Novella 2000.... non si vergogna? La sua penna ed il suo nome sono al soldo di quali interessi??
Io studio l'Argentina da 9 anni e ci vivo e lavoro da 7: la sua analisi mi fa vergognare del livello accademico dei lumi nazionali... lei cita fonti della UBA, io invece li ci insegno e le posso di con massima convinzione che ha scritto un mare di cazzate...
Ma c'é mai venuto in Argentina? Se sí, con chi a parlato? Chi ha consultato? Le faccio un favore giacché mi fa pena e le do una pista: la chiave del problema che sta analizzando risiede nella politica energetica nazionale e nella crescente necessitá di imprtare energia... ora si metta a lavorare che ne ha di terreno da recuperare
Bocciato!!

(e qui un pensiero mi traversò la mente: “E chi cazzo sei? Zorro?” Notate che come al solito, ortografia e punteggiatura, da Thénardier in poi... Ma del resto, cosa ti vuoi aspettare da un economista!?)

Ma non era finita qui, perché poco dopo il Manifesto pubblicò un articolo di due luminari, Roberto Lampa e Alejandro Fiorito (ah, io sono questo qui, e non è un problema di cv, è un problema di produzione, che è una cosa diversa). Il Manifesto, come sapete, ha fatto il restyling, e con l’occasione ha cancellato tutta una serie di vergogne, ma il web, come altresì sapete, non perdona, e quindi l’articolo lo trovate... nel posto dove meno vi sareste aspettato di trovarlo! Nel blog di Sergio Cesaratto!

Perché dico che non vi sareste, o per lo meno non mi sarei, aspettato di trovare un articolo del Manifesto sul blog di Sergio? Ma perché Sergio continuamente piagnucola che il Manifesto lo censura, ma altrettanto assiduamente persevera nel legittimare con la sua credibilità scientifica questo squallido organo di regime. Un atteggiamento, ne converrete, molto diverso dal mio, che dopo la confessione dello Sbilifesto di aver orientato il dibattito sull’euro li ho mandati a fare in culo di netto (come ricorderete), anche se questa operazione di onestà intellettuale mi ha fruttato letterine tipo questa:

Alberto,
sapevo che eri una persona difficile, ma non credevo che potessi diventare così sgradevolmente piccino. Non vedo alcun spazio né intellettuali né tantomeno personale per immaginare un qualsiasi futuro contatto tra di noi. Pertanto non mi dispiace lasciarti al tuo “pubblico” al quale ripetere messianicamente il tuo verbo.

Allora, io né piagnucolo, né legittimo. Altri piagnucolano, e poi che fanno? Propongono come oro colato (“ah, se si decidesse a pubblicare sempre cose di questa qualità!” Ma lo fa, Sergio, lo fa, tranne quando ci scrivi tu che gli alzi la media) una monnezza simile, che, notate bene, è piuttosto disonesta intellettualmente, per un motivo estremamente semplice: mi attribuisce la paternità di una spiegazione che io ho sì condiviso e diffuso, ma della quale non sono l’autore. Per carità, a me fa piacere essere accomunato a Roberto, ci mancherebbe.

Nel frattempo, quello che Roberto diceva e io divulgavo, perché forte dell’esperienza italiana e di un minimo di Econ102 lo trovavo molto convincente, è successo: l’Argentina ha svalutato. Non so se quello che i due luminari di cui sopra riportavano nel loro stile piacevolmente sovietico (“il Keynes meno addomesticato e l'eterodossia economica strutturalista hanno invece trovato ospitalità nei palazzi di governo dell'economia argentina”, stilisticamente una via di mezzo fra Fascisti su Marte e la Croda dei Gemelli Ruggeri), non so, dicevo se le previsioni di questi campioni del realismo socialista si siano ugualmente verificate. Certo, per saperlo bisognerebbe che in Argentina gli uffici di statistica venissero lasciati funzionare, invece di essere periodicamente epurati, ma a casa sua ognuno si regola come crede: se vale per il mio blog, varrà anche per uno stato sovrano.

E, naturalmente, come liturgia vuole, dopo i cialtroni a cornu Epistolae si affacciano quelli a cornu Evangelii.

Riprendendo i toni della ricostruzione neostorica degli anni ’90 ad opera del Corriere, ecco che La Stampa ci delizia con la solita metafora: lo schizzo.

Amici giornalisti, non contesto l’aneddoto che riportate. Per carità, tutto è utile, e quello che dite è sicuramente vero. Ma è inutile girarci intorno: una valuta si deprezza quando è troppo forte, non quando è troppo debole, mi seguite? Se ti vuoi suicidare, non vai al piano terra per spiccare un salto, cercando di schiantarti contro il soffitto del quarto piano: normalmente, come sapete, si va al quarto piano per schiantarsi sul lastrico del piano terra. E quindi, schizzo o non schizzo (molto plausibile in un paese che ha nella propria memoria storica devastanti inflazioni a quattro cifre!), il punto è che la Kirchner, come Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti e Amato (i nostri governanti nello Sme credibile), ha fatto la politica giavazziana di usare il cambio forte per contenere un’inflazione che c’era già, e che andava curata in altro modo: non rendendo meno competitivo il paese, ma gestendo in modo meno populista la domanda e i redditi interni. L’aneddoto che raccontate (il negoziante che ratto come un fulmine ritocca il cartellino dei prezzi) sarà senz’altro tanto vero quanto pittoresco, non dubito che ciò sia accaduto, che voi l’abbiate visto coi vostri occhi, o appreso da testimoni fededegni. Rimane il fatto che è un aneddoto, ed è strumentale a una ricostruzione tendenziosa della realtà, quella che insinua che se ripristinassimo un minimo di razionalità economica, saremmo devastati dall’inflazione, come nel 1992 (secondo i vostri colleghi, perché invece secondo Monti la svalutazione ci aveva fatto bene).

I fatti stanno esattamente al contrario: l’inflazione è in primo luogo causa, non effetto, della svalutazione. Certo che poi, in paesi dalla struttura e dal percorso storico diverso dal nostro, rischia di innescarsi un meccanismo cumulativo, un circolo vizioso svalutazione-inflazione, per cui la svalutazione, dopo esser stato effetto, diventa causa. Lo sappiamo, ce lo dice la letteratura scientifica. Guardate questa tabella, che riporta i coefficienti di pass-through (trasferimento da svalutazione a inflazione) stimati per aree geografiche (sempre dallo studio di Goldfajn e Werlang, più volte citato):



L’America, sostanzialmente per effetto delle dinamiche dell’America Latina, è l’unico continente nel quale si registra statisticamente un impatto della svalutazione sui prezzi maggiore del 100%, cioè l’unico paese nel quale sia documentata statisticamente l’esistenza di una spirale svalutazione-inflazione. Quindi sì, è molto probabile che i timori espressi anche da Roberto si materializzino: l’inflazione, che da tempo era al 20%, ora rischia di aumentare, perché il cambio, invece di essere gestito con flessibilità, accomodandosi al differenziale di inflazione, è stato troppo rigido e ha recuperato tardi e di colpo. Da noi, invece, quando accomodammo nel 1992 il cambio al differenziale di inflazione cumulato, l’inflazione scese, guarda un po’! Strano, ve’? Ma vero. Eppure voi non potete proprio resistere a interporre al racconto dei fatti le vostre fottute e tendenziose opinioni, non ce la fate proprio...

Ma i dati, i santi e veri dati dell’economia e della statistica, per i quali io, come il Gaddus, non ho l’odio che ad essi portano i “sofi e sofoni tutti immersi nella categoria qualitativa”, i dati, che ci dicono?

Bene: intanto questo è il tasso di cambio nominale bilaterale fra peso e dollaro, quotato incerto per certo come si fa in tutto il mondo civile (con l’eccezione di qualche provincia del Veneto rinomata per la produzione vinicola):



La storia la sapete e non c’è bisogno di commentarla, e questi sono i dati ufficiali, quelli del forex. All'inizio del 2002 il cambio ha ceduto di schianto (ma come sapete nel periodo di aggancio si era accumulato un differenziale di inflazione di circa il 200%, quindi era ovvio che il devaluation rate misurato incerto per certo recuperasse altrettanto), poi si è ripreso, poi da giugno 2003 si è stabilizzato, per poi ricominciare a cedere. Notate che ora stiamo intorno a 8!

Ma cosa è successo da quando il cambio si è stabilizzato? Qual è stata l'evoluzione dei prezzi argentini rispetto a quelli statunitensi, e del cambio peso/dollaro?

Qui vedete la svalutazione cumulata del cambio (cioè la cumulata della variazione mensile del tasso di cambio), insieme al differenziale di inflazione cumulato fra Argentina e Stati Uniti, a partire da quando il cambio nominale si stabilizza, cioè dal giugno del 2003:


Vedete? Il differenziale di inflazione segue una rotta pressoché costante, aumenta uniformemente di circa 0.006 (lo 0.6%) al mese. Notate: l’inflazione che considero è quella congiunturale, cioè mese su mese precedente. E il cambio? Il cambio sembra che non faccia quello che dice Roberto, perché sembra che sia tenuto “stabile” (e quindi “forte”) fino a circa il 2008, per poi cedere (il prezzo in dollari del peso si innalza) a partire dallo scoppio della crisi. Reazione questa piuttosto naturale, peraltro. Ma c’è un problema. Questo succede se consideriamo i dati ufficiali dell’inflazione argentina, i quali, come sapete, sono piuttosto chiacchierati. 

Se invece consideriamo stime alternative (delle quali parla l’Economist) il quadro in effetti cambia (i dati sono qui):


A partire dal 2008 in effetti il cambio comincia sì ad adattarsi, a cedere, ma rimane di gran lunga indietro rispetto all’evoluzione del differenziale di inflazione, molto più esplosiva se si considerano dati meno addomesticati. Ora, siccome alla fine l’evidenza è che l’Argentina ha dovuto svalutare, questo convalida a posteriori sia l’interpretazione di Roberto, che il grafico costruito coi dati non ufficiali. Infatti, se la situazione fosse quella dipinta dai dati ufficiali, l’Argentina di svalutare non avrebbe tutto questo bisogno, perché il cambio nominale sarebbe stato sufficientemente accomodante dalla crisi in poi.

Chiaro?

Insomma: BAU (Business As Usual).

Cosa dobbiamo trarre come morale da questa favola?

Due cose.

La prima è che se il cambio si svaluta, vuol dire che era troppo forte, cioè che il paese non se lo poteva permettere, il che normalmente accade quando una leadership corrotta o inetta, ma comunque populista, ha giocato fino al giorno prima il gioco di “quota 90”, il gioco della difesa simbolica del prestigio della Nazione riflesso dalla “forza” della sua valuta.

La seconda è che sono i differenziali di inflazione a guidare gli aggiustamenti del cambio. Da qui discendono due conseguenze. La prima è che il 17% del quale parlavano i giornali ieri probabilmente è solo un assaggio: l’Argentina, se le stime non ufficiali sono un minimo attendibili, dovrà correggere ulteriormente la parità col dollaro. La seconda è che quello che “schizza”, generalmente, è il cambio, dopo che un paese ha deciso di “legarsi le mani” a un paese forte, e non l’inflazione, dopo che un paese ha deciso di fare la cosa giusta. Abbiamo anche detto, però, che nei paesi dell’America Latina (ma non in Europa) c’è effettivamente evidenza che il primo schizzo (quello del cambio) inneschi una spirale di schizzi, dando vita ad una piacevole Villa d’Este inflazionistico-svalutativa. Quindi lì, ma non qui, la svalutazione effettivamente rischia di attivare un processo idraulico-cumulativo.

Non qui.

Non qui.

Non qui.

Questo dice l’economia, con buona pace dei cialtroni a cornu Epistolae, e anche di quelli a cornu Evangelii. Oh, naturalmente prevenire è meglio che curare, ma io più che dire queste cose da un anno, raccontare come sarebbe finita (ed è finita come dicevo io), e spiegare le vere analogie fra Italia e Argentina (l’aver perseguito politiche populiste di rigidità del cambio), non potevo fare.

E quindi, ora, ragliate, fratres! "Bagnai, l'Argentina, l'Argentina, Bagnai...". Quante "i" e quante "a", che sono appunto le vocali del raglio...


In princípio erat Verbum,
et Verbum erat apud Deum,
et Deus erat Verbum.
Hoc erat in princípio apud Deum.
Ómnia per ipsum facta sunt:
et sine ipso factum est nihil, quod factum est:
in ipso vita erat,
et vita erat lux hóminum:
et lux in ténebris lucet,
et ténebræ eam non comprehendérunt.


(...ma poi, suvvia, perché tutto questo “schizzare”? Veramente, non riesco a capirlo. Ho l’idea che il vostro economista preferito sia North. No, non Douglass (premio Nobel nel 1993), che si occupa di storia economica, ma Peter, che si occupa di schizzi. Insomma, cari “giornalisten”, se non cambiate metafora, si capirà su quali siti passate il tempo a documentarvi. Occhio, perché, come sapete, su quei siti si perde la vista.

Vabbe’, va, consoliamoci con un altro North: Nigel, questa volta. Se devo essere invidioso, preferisco sia per un buon motivo:


Weiss non lo conoscevate, eh? Beati voi! Altrimenti perché avremmo l’euro? E quindi voi, che dell’Europa non sapete una beneamata fava, in fondo l’euro ve lo meritate. Sto lavorando per me...)

59 commenti:

  1. Mi scusi prof ma perchè c'è l'inflazione in argentina ? Quali ne sono le cause ? Dipenda dalla scarsità dell'offerta? Oppure dall'eccessiva offerta di moneta?

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    1. Stai un po' indietro con la lettura del blog, vero?

      Ripeti con me: la moneta non causa inflazione, la moneta non causa inflazione, la moneta non causa inflazione...

      Ti suggerisco la lettura (almeno) dell'addendum a questo post:
      Endogenous money for dummies, part 2.

      Poi se vuoi approfondire ci sono anche (almeno) questi:
      * Le ricette veloci di Giampiero Friedman (è la prima parte del post indicato precedentemente;
      * Moneta e prezzi: Borghi, Dr Stock e Mr Flow;
      * Moneta e prezzi (dal fruttarolo).

      Quindi qual è la causa (principale) dell'inflazione? La risposta la trovi qui (nesso fra tasso di occupazione/crescita dei salari/inflazione):

      * Lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro.

      Non è difficile da comprendere intuitivamente: per la legge della domanda e dell'offerta i prezzi aumentano se c'è più richiesta di beni; ciò si verifica quando ci sono molte persone che possono spendere; ovvero quando c'è un basso tasso di disoccupazione e gli stipendi sono adeguati alla produttività.

      Il tasso di disoccupazione in Argentina lo puoi trovare qui, per esempio (primo link che trovo cercando con Google, spero sia attendibile):
      * Argentina - Tasso di disoccupazione - Dati Storici.

      Come puoi notare il tasso di disoccupazione è passato dal 25% del 2001 al 7,2% del 2011.

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    2. Ammetto che i post sui tassi di disoccupazione argentina mi sono sfuggiti. Grazie

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  2. Confesso che "nun ce se crede" che possa ad libitum continuare così un intero sistema mediatico-espertologico.
    E che, talvolta, invidio insceramente la calma con cui rispondi a questa robbina qua.
    Non ironizzo; ci vuole un bel sangue freddo ed una pazienza sovrumana per non farsi cadere le p...braccia.
    E' come svuotare l'oceano con un cucchiaio. Tanto, informi maree di liquidi inquinanti ricoprono ogni breve attimo di emersione della semplice realtà dei fatti.

    Per il "loro" economista di riferimento, suggerisco OLIVER North, che, avesse cambiata identità (e superato perciò lo schematismo inerziale legato agli anni '80, che non si sa perchè, a questo punto, non piacciano "loro"), in Italia troverebbe un incondizionato plauso generale su tutti i principali giornaloni: direi anzi sarebbe una bandiera con le sue posizioni sul deficit spending e sui tagli (antiinflazionistici what else?) alla spesa pubblica.

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    1. Concordo e rilancio segnalando due perline "populiste" mica da poco.
      Premetto brevemente che utilizzerò il termine populista con la medesima accezione spegiativa attribuitagli dai divulgatori di notizie eurolesi, insomma fight fire with fire.

      Prima perlina: Brunenomics. Quando stamattina ho letto che il nostro Renatino aveva addirittura proposto le ricette del premier giapponese per uscire dalla crisi europea mi sono nell'ordine: stropicciato gli occhi, dato un pizzicotto, guardato la data sul telefono e guardato alla specchio.
      Niente, non stavo sognando e non ero finito in un tunnel temporale alternativo.
      Poi però leggendo l'articolo si capisce bene, perchè l'Italia dovrebbe tagliare la spesa pubblica e diminuire le tasse, come sta facendo Abe.
      Certo, Renatino, come no, il giappone sta proprio riducendo la spesa pubblica per abbassare le tasse, ci crediamo tutti. O forse era Angela che vorrebbe fare come dici tu?

      Seconda perlina: Il Bisin furioso
      Nessun link, in quanto oggi l'articolo si trova nascosto a fondo pagina sul giornale "La Repubblica".
      Il prode economista ci dispensa la sua analisi scientifica: "Continuiamo poi a sentire l’Argentina magnificata come economia modello perchè ha ripudiato il debito e svalutato (alla fine del 2001), nonostante gli ovvi segnali di sfaldamento da alcuni anni a questa parte. A questo proposito non stupisce poi tanto sentire Beppe Grillo farneticare riguardo all’assegno di due metri per uno che il governo argentino avrebbe consegnato al Fondo Monetario a Manhattan (sic) pur senza aver
      svenduto il Paese, il suo sistema educativo e sanitario."

      E già qui daje a ride, visto che è noto nell'ambiente il voler indicare l'Argentina come economia modello, ormai è uno sport diciamo, quando si pensa al best of dai tango bond in poi il case study è quello argentino.
      La quale cosa già qualificherebbe tutta l'analisi bisiniana, ma il valoroso difensore del pensiero unico ne ha ancora in serbo: "Infastidisce molto di più ascoltare presunti economisti dire cose simili (ma con tono ben più borioso) nei dibattiti televisivi come argomento a favore di una uscita dell’Italia dall’Euro. Per non parlare di economisti del calibro di Paul Krugman che ancora nel maggio 2012, a deterioramento evidente e ben consolidato della situazione economica in Argentina, la
      additavano alla Grecia come esempio da seguire. "

      Capito? ravvedetevi, stolti, l'euro non si tocca! e lui ha ragione, perchè i fatti lo cosano (citazione).

      Bagnai santo subito, ad avere a che fare con questi ci vuole fegato, all'asilo hanno certamente una capacità di analisi logico razionale superiore.

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  3. Adesso vendiamo all’estero anche le quote della nostra gloriosa Banca centrale?

    La cosa è ancora tutta da spiegare. Ci riferiamo al decreto legge che dovrebbe disciplinare la nuova Imu dai nomi cangianti, la vendita di immobili pubblici e la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia nonché la modifica della sua compagine azionaria. Il decreto è al Senato ed è ancora al “caro amico” presso la commissione Finanze e Tesoro.

    Gli aspetti che più incuriosiscono di questo provvedimento sono le norme sulla Banca d’Italia. Sia chiaro, la rivalutazione del capitale della Banca centrale fermo al 1936 andava assolutamente fatta anche se inserirla in un decreto di urgenza appare indubbiamente esagerato. Ma non è la forma che ci incuriosisce. Gli effetti di questa rivalutazione a 7,5 miliardi di euro di un capitale fermo a 300 milioni di vecchie lire porta un incremento patrimoniale, in particolare alle due banche che hanno quote maggiori, Intesa San Paolo con poco più del 30 per cento e Unicredit con poco più del 20 per cento. Un incremento patrimoniale che per l’istituto guidato da Giovanni Bazoli è di poco superiore ai 2 miliardi di euro e per Unicredit di circa 1,5 miliardi di euro.

    Il ventennio all’ombra di via Nazionale
    Non si comprende l’inserimento nella decretazione di urgenza di queste norme riguardanti la Banca d’Italia. La malizia, però, è il nostro pane quotidiano e forse la risposta al nostro interrogativo sta in altre norme contenute nello stesso decreto legge sempre riguardanti la Banca d’Italia. La normativa introdotta amplia il numero dei possibili partecipanti al capitale della nostra Banca centrale riducendo, nel tempo, al 5 per cento il massimo delle quote possedibili (oggi Intesa e Unicredit hanno più del 50 per cento del capitale).

    Il motivo è che ieri queste due banche, così come altri istituti, avevano natura pubblica e oggi che son private la loro partecipazione va ridotta. Sembra una giusta prudenza salvo che ci si accorge del fatto dopo quasi vent’anni dalla privatizzazione delle nostre maggiori banche e che, nel contempo, si apre il capitale del nostro mostro sacro anche a soggetti finanziari esteri ancorché limitati al perimetro della comunità europea. E qui sbandiamo, un po’ per malizia e un po’ per ignoranza. Ma come, adesso vendiamo all’estero anche le quote della nostra gloriosa Banca centrale? Abbiamo subito voluto vedere se vi fossero casi analoghi in Europa.

    Il governo, nella sua relazione, ci dice che negli Usa, in Svizzera, in Giappone e in Belgio le Banche centrali sono aperte ai privati anche non nazionali. A noi risulta che anche la Grecia è della partita. Insomma, le grandi democrazie europee, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e via di questo passo non aprono a campioni esteri il capitale delle loro Banche centrali. E allora? Confessiamo di non saper rispondere, ma siamo convinti che l’argomento vada sviscerato e vadano richiesti al ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, le ragioni di questa strana e solitaria apertura. Saccomanni, peraltro, è l’ennesimo nome di Banca d’Italia che guida la nostra economia. Anche su questo qualche riflessione, forse, è tempo di farla.

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  4. Mi scuserà Prof, così come spero mi scuseranno i lettori del blog, ma la citazione di Peter North mi ha davvero commosso.
    Take care e mi scusi ancora.

    RispondiElimina
  5. Buongiorno professore, da umile operaio la ringrazio per il suo lavoro, ps: sto cercando di educare anche i miei colleghi operai e sembra che pian piano capiscano!!

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    Risposte
    1. L'operaio non è umile: è utile. Grazie!

      Elimina
  6. Grazie professore per il suo lavoro, da operaio deflazionato la stimo per il suo lavoro e nel mio piccolo,in officina, faccio divulgazione:)ps: non ho ancora comprato il "Tramonto dell'Euro , lo compro immediatamente:):)

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  7. Col potere ai professori venne l’inverno della nostra civiltà

    Il governo Monti rimarrà a lungo nella memoria degli storici e dei sociologi futuri. Anche gli economisti dovranno sottoporsi alla prova dei fatti per le conseguenze che ne deriveranno sul piano della crescita e delle sue diverse, confliggenti, teorie. È un passaggio decisivo della storia italiana, di grande importanza e non ci deve far velo la mediocrità dei personaggi che lo interpretano. Lo spirito assoluto si serve spesso dei frammenti del finito per realizzare il Suo cammino. I nostri tempi ne sono la prova. Per comprendere il passaggio in corso occorre ricordare che la storia d’Italia è sempre stata, più di quella di altre nazioni, sempre un intreccio di storia nazionale e storia internazionale. Come tutti gli stati a recente unificazione, del resto. Fuori d’Europa e in Europa.

    L’Italia, invece, non è la Spagna e non è la Francia: cioè stati a lunghissima storia nazionale. Una storia che si perde nella notte dei tempi. In nessuno dei due paesi si celebrano anniversari di fondazione della nazione… L’Italia non è neppure il Brasile. Come la Germania, l’Italia, invece, sorge da un intreccio fittissimo di relazioni e di battaglie diplomatiche internazionali che ne decidono il “destino unificatorio” in un brevissimo lasso di tempo, in meno di un secolo, in pochi decenni, dopo il Congresso di Vienna e le rivoluzioni del 1848.

    La Germania, come ben aveva visto il grande Federico Engels in Po und Rhein, sorge dalla spada d’acciaio degli Junker prussiani che sono gli eredi delle tribù germaniche descritte da Tacito («adorano gli alberi, spezzano il pane con i denti…») che fermarono Roma al vallo di Adriano e cambiarono così la storia d’Europa e del mondo, ponendo di fatto le basi storico- concrete per l’avvento del nazismo secoli e secoli dopo.

    La Germania sorse da una guerra vittoriosa contro la Francia e da una unificazione che è un modello di creazione della politica di potenza nel cuore dell’Europa. L’Italia, invece, sorse dalla «spadoletta di latta» – diceva appunto Engels – dei Savoia e per un gioco, magistralmente descritto da Rosario Romeo e da Denis Mack Smith, tra Inghilterra e Francia per il dominio del Mediterraneo, con lo sfondo del palcoscenico disegnato dai rapporti tra la cattolicissima Austria e il turrito dominio pontificio di Roma.

    Nazioni a unificazione tardiva che tutto debbono alle relazioni internazionali, quindi, ma con diversissime radici storiche e destini futuri. Entrambe, in ogni caso, a debole consolidamento democratico ed esposte sempre al destino di sottrazione di sovranità nei momenti topici della loro storia: e per entrambe questa sottrazione di sovranità ha la sua acme nel secondo dopoguerra del Novecento. Le storie nazionali si dividono decisamente, tuttavia, e definitivamente, dopo il crollo dell’Urss. La Germania ritrova la sua temuta centralità dominatrice e trasforma l’unione monetaria europea in una vittoria pacifica sul continente. ...

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    1. La citazione è molto poetica, ma contiene un'imprecisione. Le tribù che fermarono Roma al Vallo di Adriano non erano germaniche, ma celtiche, dette Pitti. Inoltre non fermarono l'esercito romano al Vallo di Adriano, ma il confine più a nord fu quello di Antonino.

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  8. Il cambio forte conviene al grande capitale finanziario.
    Il cambio debole conviene a chi lavora, produce, e deve vendere all'estero.
    L'inflazione conviene a chi è strutturalmente debitore (chi lavora produce e si indebita per avere capitali.
    La deflazione (o anche la bassa inflazione cronica ) conviene a chi è strutturalmente creditore ( la grande finanza )

    Ma le leve della politica monetaria sono in mano al grande capitale finanziario, e questo praticamente in tutti i paesi . (E le sanno usare molto bene, per esempio alla BCE hanno messo l'abile e flessibile Draghi, non l'integralista Axel Weber!).

    Anche le leve che controllano il formarsi della pubblica opinione sono in mano a servi sciocchi o disonesti del grande capitale finanziario.
    Costanzo Preve distingueva gli agenti sociali in "bellatores"(i finanzieri che scatenano le guerre economiche) ,"milites"( i poveracci che devono combattere le guerre economiche contro il loro stesso interesse, versando il loro stesso sangue)
    E i "clerici" , usati dai bellatores per convincere i milites a combattere senza lamentarsi.

    È così facile farsi impapocchiare dai "clerici" confindustriali, con rubrica fissa sul Sole o su Radio24!
    E così nasce la sindrome di Stoccolma che induce i milites della classe media a invocare i Monti e le Fornero!

    In Argentina "questa volta è diverso",
    Anche in Turchia,persino in Finlandia!
    Basta hedgiarsi con dei CDS!!!

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  9. L’unica strada da percorrere per salvare la moneta unica è impegnarsi con politiche retributive che evidenzino standard europei e regole fiscali stabilizzanti

    Caro Borghesi, come responsabile nazionale del Laboratorio Economia dell’Italia dei Valori, desidero dirti che, anche a nome del mio partito, non mi trovi per nulla d’accordo nella sterile polemica, da te portata avanti, riguardo le teorie economiche, e nella fattispecie di politica monetaria, del Prof. Alberto Bagnai che ho avuto il piacere di ascoltare, insieme alla Segreteria del partito, in una conferenza che ha tenuto nella sede IdV dove ha molto chiaramente motivato, con scientificità di grande studioso come è, il fallimento dei provvedimenti portati avanti sino ad oggi dalla Troika, fallimento ormai riconosciuto anche da alcuni Direttori del fondo stesso. Infatti i provvedimenti presi sino ad oggi non hanno fatto altro che mettere sempre più in difficoltà i paesi più deboli invece che aiutarli ad uscire dalla crisi.

    L’unica strada che la U.E. oggi dovrebbe percorrere per cercare di salvare la moneta unica, secondo il Prof. Bagnai e condivisa anche dal sottoscritto, sarebbe quella di impegnarsi verso politiche retributive che evidenzino standard europei e regole fiscali stabilizzanti. Queste proposte sono state anche presentate ad Olli Rehn nell’incontro avuto con la Segreteria IdV a Roma il 17 u.s., incontro al quale era presente anche il Prof. Bagnai, e sono state considerate dallo stesso Commissario Europeo per gli Affari economici e monetari punti fondamentali per proseguire sulla strada dell’integrazione europea.

    L’austerità fino ad oggi portata avanti è servita principalmente a favorire la deflazione salariale dei paesi del Sud, facendo crescere la disoccupazione portando già alcuni paesi europei al collasso. Ci dissociamo quindi totalmente dalle tue valutazioni in merito alle teorie del Prof. Bagnai a cui va tutta la nostra stima soprattutto per la grande professionalità e serietà con cui sta portando avanti le approfondite analisi di politica economica e monetaria che vengono sempre più condivise, non solo nel mondo accademico, ma anche da molti esimi economisti. Ti ricordo che molti premi Nobel dell’Economia hanno già avanzato le stesse critiche al sistema monetario europeo. Per ultimo, stimando il Prof. Alberto Bagnai anche come collega , non gradisco che gli arrivino critiche, probabilmente anche motivate dal fatto che con Lui ho instaurato un rapporto di grande sintonia che ci porta a considerare quello che sta accadendo in questi anni in modo condiviso.

    Alessandro Lelli - Responsabile Laboratorio Economia

    COMPLIMENTONI !!!!!!!!!!!

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  10. OT - Oggi si sta svolgendo questo convegno:
    http://abceconomics.com/convegno-oltre-leuro-per-una-nuova-italia-alla-lse-il-25-gennaio/
    Oltre ai nostri paladini (Borghi e Rinaldi) c'e' anche un rappresentante ortottero e nel blog ufficiale del movimento e' appena comparso un articolo che riprende 1:1 quanto esposto qui su Goofy con la segnalazione dell'evento.
    Se a questo si aggiunge che nella consultazione on-line 'la colpa e' dell'Euro' ha totalizzato il 35% abbondante di consensi (non dimentichiamo che siamo stati vittime di 25 anni di propaganda PUDE) direi che non c'e' malaccio.
    Solo i piddini sono in evidente ritardo nella 'corsa alle scialuppe' ma, considerando i recenti interventi (segnalati dai lettori di Goofy) di Prodi, Amato, Rogoff & Co., concordo con il punto di vista del Prof. che vede Renzie come un tonno ormai prigioniero della neurotonnara.
    Tra l'altro ho anche notato una sensibile riduzione dell'attivita' di trollaggio PUDE, come se si stessero riorganizzando in vista di un cambio di rotta di 180 gradi.

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  11. Grande prof!
    Ma vedendo i dati dell'Economist e memore del precedente post sulla Presidenta Argentina, secondo te il rischio di overshooting segnalato da Rapetti si verificherà? E potrebbe esserci una svalutazione superiore al 100%? (Dott. Trenzi permettendo Ovvio :-D)

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  12. Sapelli: Poste, un'altra privatizzazione senza "cervello"

    Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il “decreto privatizzazioni” che prevede la cessione di una quota del 40% di Poste Italiane. L’obiettivo, secondo il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, sarebbe quello di raccogliere quattro miliardi di euro nel 2014. Per Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, siamo alle solite: «La privatizzazione delle Poste è una cosa acefala, senza senso e non conduce a una politica industriale. Bisognava inserirle in un disegno di politica industriale creando una grande impresa di logistica capace di offrire servizi. Anche questa volta perdiamo un’occasione per il nanismo intellettuale di quelli che stanno al ministero dello Sviluppo economico».

    Giusto privatizzare le Poste? Se la privatizzazione viene fatta per ridurre il debito pubblico non serve assolutamente a niente. L’esperienza ha ormai dimostrato che non c’è privatizzazione al mondo che possa ridurre il debito pubblico. C’è un libro, uscito negli anni 90, di Bortolotti-Siniscalco, che ormai è main stream, che diceva una cosa curiosa.

    Cosa diceva? Quel libro faceva il conto delle privatizzazioni, la quantificazione di quello che era stato privatizzato. E lì si vedeva che proprio l’Italia, dal punto di vista del valore nominale delle azioni, aveva compiuto la più vasta privatizzazione al mondo. Ciò nonostante questo non ha cambiato di un efa la nostra posizione nella classifica dei paesi afflitti dal debito pubblico. Il Giappone, che invece non ha privatizzato nulla, ha il debito pubblico più alto del mondo. Quindi, queste stupidaggini che gli economisti neoclassici continuano a dire non hanno nessun senso. Le privatizzazioni generalmente si fanno per altri scopi.

    Quali sono questi scopi? Si fanno per togliere da monopoli, settori pubblici non contendibili affidando le imprese ad aziende contendibili da cui ci si attende un improvement managerialistico. Per cui si sceglie la formula della public company o dei noccioli duri. In Italia questo non è mai stato fatto. E anche nel caso delle Poste, la cosa più grave è che la privatizzazione non ha dietro di sé un disegno strategico.

    Cosa dovremmo fare delle Poste? Dovremmo fare quello che ha fatto la Deutsche Post. Ovvero trasformare le Poste in una grande impresa di logistica. Cos’hanno le poste? Aerei, servizi ferroviari, camion, hanno automotive. Invece si continua a privatizzare con questo spirito che offende quello dei ragionieri, che invece sono persone di buon senso.

    Cos’è mancato anche questa volta? La privatizzazione delle Poste è di nuovo una cosa acefala, senza senso e non conduce a una politica industriale. Privatizzare le Poste voleva dire inserirle in un disegno di politica industriale creando una grande impresa di logistica capace di offrire una serie di servizi a piccole e medie imprese che non hanno grandi aree logistiche e non possono fare da sole. Anche questa volta perdiamo un’occasione per il nanismo intellettuale di quelli che stanno al ministero dello Sviluppo economico.

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    1. Io poco capisco ma se i dati (tratti qua e là) sono questi:

      Le poste fanno incassare allo stato un miliardo l'anno
      La vendita del 40% farà incassare allo stato 4 miliardi
      Questi 4 miliardi verranno usati per ridurre il debbito
      Sul debbito paghiamo mediamente il 4% annuo

      Concludo che:

      Ogni anno risparmieremo 160 milioni di interessi (4% di 4 miliardi)
      Ogni anno incasseremo 400 milioni di meno (40% di 1 miliardo)

      Senza altre considerazioni fanno 240 milioni di meno all'anno per ridurre (senza alcun senso, lo so) il debito dello 4/2000 = 0,2%

      Ma a chi andranno i 4 miliardi adesso e i 240 milioni all'anno dopo? E da che tasche usciranno?

      Il bello è che nello stesso telegiornale si dice bene della privatizzazione delle poste e male degli aumenti delle autostrade (tipico format: parlare di tutto senza spiegare nulla) ............

      e poi uno si inc....a



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  13. Giappone: la sovranità monetaria non funziona. Grillo, Barnard, Bagnai e Borghi sono serviti!

    Qualcuno ha voluto trasformare il Giappone in una sorta di laboratorio che avrebbe dimostrato la validità delle teorie sulla sovranità monetaria e sulla MMT (Modern Monetary Theory). I seguaci di tali impostazioni sostengono che uno dei problemi italiani sarebbe la mancanza di sovranità monetaria, che impedirebbe di stampare moneta, ciò che consentirebbe di infischiarsene del debito pubblico, poiché la stampa di moneta, lungi dal generare un’inflazione fuori controllo, sarebbe la panacea per ripagare il debito senza apprezzabili riflessi di sacrifico per i cittadini e senza quell’austerità che ha creato disoccupazione e reso per molti impossibile arrivare alla fine del mese.

    A sua volta la MMT è una rivisitazione delle teorie keynesiane e sostiene che la crisi non si supera con l’austerità ma stampando moneta per sostenere la spesa pubblica. Un anno fa Shinzo Abe vince le elezioni politiche e annuncia l’inizio di una nuova politica economica, improntata a una lotta aggressiva a venti anni di stagnazione economica e quindici di deflazione.

    La Bank of Japan, ad aprile, fissa un nuovo target d’inflazione al 2% l’anno, da raggiungersi in due anni, attraverso un raddoppio della base monetaria in 24 mesi, ossia 1.400 miliardi di dollari in più (107 trilioni di yen, cioè 835 miliardi di euro in 3 anni). Una massa monetaria enorme che farà crescere il già enorme debito pubblico giapponese, che è il 230% del PIL, ma non ha gli effetti drammatici italiani perché è interamente posseduto dalle famiglie giapponesi.
    In pochi mesi, la borsa di Tokyo sale mediamente del 40% e lo yen si deprezza contro dollaro ed euro, con lo scopo di stimolare l’export.

    Viene progettato un aumento di investimenti pubblici per 116 miliardi di dollari, che portano il deficit del bilancio pubblico all’11% del PIL (come è noto l’Unione Europea chiede che gli stati membri non superino il 3%). Per compensare l’aumento della spesa viene previsto anche un aumento dell’Iva dal 5 all’8%.
    I nostrani oppositori dell’euro esultano vedendo nel Giappone l’esempio da seguire. Sto parlando di Beppe Grillo, di Paolo Barnard, di Alberto Bagnai, di Claudio Borghi. A distanza di poco più di un anno è chiaro che certi fondamentali dell’economia, che i signori di cui sopra ignorano o fingono di ignorare, stanno in realtà portando il Giappone verso una crisi più grave di quella che avevano prima della abenomics. …

    (un po’ di paranoia cognitiva ??)


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    1. Qualcuno gli levi la fiasca di Amarone....

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    2. A parte il fatto che questo genio accomuna 4 personaggi diversissimi sotto le insegne della MMT, cosa di una superficialità assoluta...ma quali sarebbero i dati e le prove di questa crisi del Giappone? Altro che Amarone, questo si è ubriacato col Tavernello!

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  14. Professore non sono un economista ma mi sforzo di capire:
    1) Se non ho capito male l'inflazione può esser causata dalla svalutazione quando la moneta è stata tenuta troppo forte per troppo tempo senza adeguarla all'inflazione. Questo accadrebbe anche svalutando di netto del 20% in Italia? Può spiegarmi perchè si svaluta in relazione al tasso di inflazione (cioè aumento dei prezzi?)
    2)Una domanda che le ho inviato per mail...se nel 2011, 2012, 2013 si avesse avuta una bce acquirente residuale all'emissione con tetto ai tassi sui titoli di stato dell'1% quanto avrebbe risparmiato l'Italia più o meno ogni anno?
    Saluti mi auguro di vederla ministro economia,tesoro ecc (magari con Brancaccio così vi azzuffate mentre salvate paese :D )

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    1. In America Latina, grazie a 60 anni di Chicago mania, rigorosamente appoggiata da John Wayne, di fatto non esiste manifattura e quasi tutto ciò che non derivi dal settore primario o terziario viene importato dalla borghesia compradora, che monopolizza la grande distribuzione.
      Poiché quasi tutte le merci sono estere, quando i vari peso svalutano, aumentano i prezzi di quasi tutto e l'inflazione non può che rialzarsi.
      E quando si svaluta, la gente non ha letteralmente più i soldi per mangiare.

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    2. Dunque..il collegamento tra inflazione e svalutazione lo conosco (inerente import ecc)!Ne sappiamo qualcosa con le crisi petrolifere.
      Se non ho letto male sul pezzo de Il Fatto l'Argentina all'inizio quando aveva inflazione svalutava per equilibrare i prezzi o roba del genere con le merci straniere.
      Boh forse ho capito male.
      Resta l'angosciosa domanda 2 alla quale non trovo risposta.

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    3. Scusa Valerio c'è un problema con la tua spiegazione: come specificato nel post, fino a questo evento di repentina svalutazione il cambio era stato mantenuto artificialmente alto, infatti osservando il cambio Dollaro USA/Peso Argentino non vedo forti apprezzamenti fra Luglio 2003 e Giugno 2011.

      Quindi a rigor di logica i beni importati non devono essere stati così inaccessibili, anche perché altrimenti le importazioni avrebbero subito un brusco arresto, mentre nel Novembre 2011 l'economista argentino Eduardo Levy Yeyati scriveva di un boom delle importazioni. In effetti considerando l'andamento delle importazioni in valore assoluto mi sembra evidente un trend in crescita.

      Oltretutto i dati ufficiali sull'inflazione sono stati lievemente taroccati, l'inflazione reale era più alta di quella dichiarata. Cioè la tua spiegazione come concausa dell'inflazione mi sembra possa essere valida a posteriori dell'evento di rilevante svalutazione, non prima.

      Correggetemi se sbaglio.

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    4. Pardon, ho letto male e frainteso il senso di quello che ha scritto Valerio. Il mio precedente commento è superfluo.

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  15. Se l'ausiliare precede il soggetto, allora ė un'interrogativa, e dovrebbe concludersi col punto interrogativo....

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  16. articolo godibile ma forse troppo lungo, la musica assai deprimente

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    1. Tu però hai orecchio e ti sei intonato subito.

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    2. ...finalmente una persona educata e che si ricorda che ho due diplomi in conservatorio. Ecco: chiamatemi maestro (però con la minuscola). Il maestro Bagnai.

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  17. Se ti vuoi suicidare, non vai al piano terra per spiccare un salto, cercando di schiantarti contro il soffitto del quarto piano: normalmente, come sapete, si va al quarto piano per schiantarsi sul lastrico del piano terra. E quindi, schizzo o non schizzo (molto plausibile in un paese che ha nella propria memoria storica devastanti inflazioni a quattro cifre!),
    Secondo me nella memoria storica degli argentini è più radicato il fatto che decine di migliaia di persone sono state lanciate da aerei in volo, piuttosto che l'inflazione.
    Bagnai, che dice, dà una ritoccatina?

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    1. Vedi, qui c'è un problemino che ti illustro rapidamente. Prima di diventare economista, avevo tanti amici provenienti dal Southern Cone. Prima arrivarono i cileni, poi gli argentini, per motivi che non devo certo esporti. Sono stati miei maestri, in tempi diversi, Humberto Orellana Quiroz, Pedro Memelsdorff, Sergio Siminovich, e tutti da lì venivano. Dell'uso deprecabile che i generali argentini hanno fatto della forza di gravità sono pienamente consapevole. Ti spiego cosa sta succedendo qui. I nostri generali e i loro informatori negano che la forza di gravità esista. Continuano a dirci che una cosa è caduta perché stava in basso. E questo non è bello. Se la metafora ti offende, io non sono lì dove tu sei, e non posso quindi impedirti di usare il mouse. Clicca altrove.

      Il problema economico è che in paesi più dipendenti di noi dall'import di manufatti esteri è effettivamente plausibile che si ineeschi un circolo vizioso svalutazione-inflazione. Da noi non esistono evidenze cogenti in tal senso. La memoria c'entra perché in quei contesti la valuta estera diventa il bene rifugio "par excellence", il che contribuisce al suo apprezzamento, cioè all'overshooting (verso il basso) del cambio della valuta nazionale. Nel libro spiego perché da noi non potrebbe essere così, cioè perché non si avrebbe una ipotetica fuga verso un ipotetico euro.

      Usare male la forza di gravità è un crimine tremendo. Negarla, costringendo tante persone a usarla contro se stessi, è un crimine tremendo. L'aritmetica della vita umana è molto semplice: ognuna ha valore infinito. E, come tu sai, infinito più infinito non fa infinitissimo.

      Dovendo fare contabilità, mi limiterei quindi alla contabilità nazionale.

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    2. Caro prof. Bagnai,

      Il mio riferimento verte sulla metafora del salto. Come recita il vecchio adagio non parlare di corda in casa dell'impiccato. Cioè, la sensibilità consiste nel comprendere cosa può far male agli altri.
      Pensa che se non avesse usato quelle parole che io ho riportato il suo commento avrebbe perso di efficacia? o che la sua meritoria opera divulgativa avrebbe subito una battuta di arresto? o che l'euro non si scioglierà più?
      Se fossi argentino, mi sentirei offeso da quelle parole. Per due motivi.
      1) il riferimento gratuito al salto
      2) il riferimento alla memoria storica dell'inflazione (se sono spariti parenti o amici, chissenefrega dell'inflazione in quegli anni).
      Naturalmente mi posso sbagliare, è così facile cadere in errore. Magari ha ricevuto elogi da argentini, che non si sono sentiti offesi, anzi hanno ritenuto efficace la parabola - non certo da Frenkel,di cui diffido, e se vorrà e le interesserà, le spiegherò le mie ragioni.
      Come risposta, invece, un secco "se ti offendi, fatti tuoi". Combattiamo da 30 anni una guerra contro un nemico terribile, affatto privo di umanità. Se anche noi perdiamo l'umanità, forse non possiamo più vincere, in ogni caso non ha più senso che si combatta.

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  18. Eccelente articolo come sempre. Non conosco l'artista che ha eseguito il pezzo ma lo ha fatto in maniera magistrale. La composizione che ha eseguito, ovviamente, non è certo per chi ascolta e capisce solo pezzi commerciali.

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    1. Se è voluta, è una risposta della madonna!

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    2. Pur essendo Blog di Economia qui di "commerciale" non c'è nulla credimi. ;)

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  19. Commento retroattivo: siccome non sono economista, mi limito solo a segnalare che c'è un errore di traduzione nel manifesto appeso alla statua di Pasquino:
    La traduzione dovrebbe essere:
    "Amo così tanto i poveri... che ho sempre di più".

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  20. Ci sono diverse cose negli scritti di Frenkel, già richiamati a suo tempo e nuovamente qui, che non mi tornano.

    La principale, rispetto al tema di questo post, è che se è vero che il tasso di cambio reale dell'Argentina si è apprezzato, è però anche vero che il saldo del conto corrente del paese è rimasto positivo, pur avvicinandosi allo zero, mentre il saldo commerciale è rimasto ampiamente positivo (sempre che anche queste statistiche non siano manipolate).

    Questo non dovrebbe indicare che la "incoerente e populista politica economica" del governo argentino è riuscita a mantenere l'equilibrio dei conti con l'estero? E che quindi la pressione per una svalutazione non viene da qui?

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    1. Se è per quello, a me non torna nemmeno che si parli di politiche fiscali espansive quando la posizione fiscale del governo nelle statistiche ufficiali sembra piuttosto solida (e anche nelle statistiche dell'IMF il "net lending" medio fra 2003 e 2012 è un modesto -2.3% del Pil.

      Il vero problema è: perché le statistiche sono manipolate? (come ammettono anche gli autori del pezzo citato da Sergio)

      Questa è l'unica cosa che sinceramente mi sfugge.

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    2. Allora passo a un altro punto, sperando di non scrivere delle totali scemenze :).

      Da quello che capisco, il governo argentino ha risposto alla crisi internazionale, alla diminuzione della domanda estera, con un aumento della domanda pubblica e dei trasferimenti e questo ha portato (anche) a un aumento dell'inflazione.

      E' Rapetti in realtà: "il governo si è volto gradualmente verso un percorso sempre più populista, basato su politiche monetarie, fiscali e dei redditi eccessivamente espansive, che hanno alimentato l’inflazione."

      Però il tasso di cambio è stato gestito dal governo argentino cercando di evitare una eccessiva svalutazione del peso: con il controllo della esportazione di capitali e della importazione di merci. Sbaglio se vedo in questo il tentativo di favorire la crescita interna rispettando il vincolo dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti?

      Ma il punto è un altro, sempre Rapetti:
      "a causa dei controlli, molte imprese e famiglie hanno investito i propri risparmi in attività finanziarie interne (denominate in pesos), invece che in dollari USA, che sono lo strumento di investimento dei risparmi più corrente in Argentina (la dollarizzazione dei portafogli di investimento è il risultato di una lunga storia di inflazione elevata e persistente. [...]
      La mia paura è che questa domanda “indesiderata” di pesos potrebbe venire a mancare bruscamente se il settore privato si aspetta che il tasso di cambio stia per fare un salto (verso l’alto: svalutazione, NdC)."

      Ma prima aveva detto: "È diffusa l’opinione che la svolta populista abbia generato costi opportunità crescenti, che continueranno a essere pagati fino al 2015, quando prenderà il potere un nuovo governo, che cambierà l’orientamento della politica economica."

      Allora il punto è, mi sembra, che esiste una borghesia argentina abituata ad accumulare attività in dollari, che considera questo come un suo diritto, e che è direttamente danneggiata dalla politica del governo che le vieta di esportare capitali e la costringe a reinvestire in attività nazionali, esponendola al rischio di subire perdite per l'inflazione, anziché consentirle di trarre vantaggio da una svalutazione continua.

      Mi sembra però che l'accumulo di attività in dollari da parte di una minoranza corrisponda alla privatizzazione di fatto delle riserve del paese, che invece il governo sembra voler gestire nell’interesse pubblico, per favorire la crescita economica quanto è possibile nei limiti dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti.

      Il governo argentino è populista per questo?

      Se un nuovo governo, o lo stesso governo, rovescerà questa politica non vorrà dire che essa non è sostenibile, ma che saranno cambiati gli obiettivi della politica economica, e disoccupazione e recessione saranno diventate accettabili, come l’esportazione dei capitali.

      Tra l’altro non potrebbe essere anche questa una spiegazione del perché in questi paesi l’inflazione e la svalutazione generalmente si rincorrono?

      Mi sembra che la svalutazione attuale sia avvenuta praticamente in coincidenza con l’annuncio che gli argentini potranno acquistare attività in dollari secondo il proprio reddito, quindi sembra che il governo abbia deciso di cedere sui controlli dei movimenti di capitale da parte dei privati ma dopo aver lasciato svalutare il peso.

      Se il problema era effettivamente questo, di tipo politico, il governo sembra aver cercato di limitare i danni anticipando la fuga dei capitali, e probabilmente cambierà in senso restrittivo la sua politica, forse nella speranza di recuperare voti in vista delle prossime elezioni.

      Forse il governo evita di comunicare il reale tasso di inflazione per non alimentarla (ci saranno anche lì contratti indicizzati ed è forse più difficile decidere di quanto alzare i prezzi se non si ha un riferimento affidabile) o forse per non spaventare quella borghesia ansiosa di mettere al sicuro i propri risparmi in attività denominate dollari.

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    3. Alcuni titoli argentini sono stati rinegoziati con nuovi titoli il cui tasso è legato all'inflazione (ufficiale), altri hanno rendimento legato al tasso di crescita del PIL.
      La ragione potrebbe risiedere in questo.

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  21. Sarei proprio curioso di verla questa "politica di bilancio unificata".
    A me sembra che un coordinamento fra le politiche economiche era già previsto nei trattati e che la Germania in primis non ha rispettato: in altre parole, se si fosse voluto già lo si sarebbe fatto! Evidentemente non sarà mai cosi, ma questo, noi, già lo sapevamo.

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  22. Per Lorenzo: questo nei testi (almeno quelli che ricordo io) lo chiamano individuazione del break even point delle privatizzazioni e cioè della soglia di convenienza economica al di sopra della quale la privatizzazione dell'impresa si traduce in beneficio per le casse dello stato.
    Se E sono gli utili dell'impresa da privatizzare, I il capitale investito, i il tasso di interesse sul debito pubblico ed R il tasso di rendimento del capitale investito E/I, la privatizzazione è conveniente (ripeto, solo dal punto di vista economico, tralasciando tutti gli altri aspetti relativi alla concorrenza, all’allocazione delle risorse, alle politiche industriali, politiche dei redditi, ecc.) soltanto nel caso in cui si verifica R<i. In questo caso, infatti, sia che la vendita dell’impresa avvenga secondo una stima patrimoniale che reddituale (valore attuale dei flussi dei redditi futuri scontati al tasso i), la privatizzazione consente di rimborsare un debito il cui onere è maggiore del tasso di rendimento del capitale investito.
    E’ questo il caso di Poste Italiane? Di Eni (o Ani come direbbe il prof.) e di ENEL? Le privatizzazioni fatte in passato non hanno insegnato nulla? Ormai è chiaro che i motivi reali sono altri ed il prof. Lo ha spiegato diffusamente nel blog, anticipando con precisione quello che sta succedendo. Inutile dire che le privatizzazioni più importanti sono state fatte dal centro sinistra eurista in nome del “ce lo chiede l’europa!”.
    A questo punto la parola d’ordine è una sola, categorica ed impegnativa per tutti:
    RADERE AL SUOLO IL PD!
    P.S.: sia chiaro che non sono un nostalgico del bieco regime.

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  23. ecco, adesso non so quale album di Nigel North acquistare su iTunes, suggerimenti??

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  24. Forse secondo certi giornalisti in un paese in cui, se ti vuoi suicidare, non sali al quarto piano ma scendi nel garage (dove sicuramente qualcuno ti spara) la valuta si deprezza non quando è troppo forte, ma quando è troppo debole... SIC

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  25. La felicità sostenibile di Pangloss

    Dobbiamo metterci in testa che l’Europa non è il buen retiro dei politici falliti ma il luogo dove oggi si decide quasi tutto dei nostri destini. E quindi le elezioni europee e il prossimo semestre italiano sono un’occasione fondamentale per modificarne l’agenda. Abbiamo molto da imparare dalle politiche monetarie e fiscali e dalla riforma della finanza in corso di realizzazione negli Stati Uniti che si sono ripresi rapidamente dopo la crisi portando il loro tasso di disoccupazione al 6.7% contro più del 12% nell’UE (con le enorme differenze che sappiamo tra i diversi paesi membri e la disoccupazione giovanile da noi oltre il 40%).

    Per questo proponiamo a tutte le nostre forze politiche un programma in 5 punti essenziali.
    1.L’UE deve imparare a sfruttare il dividendo monetario della globalizzazione. Ovvero deve capire che con la concorrenza globale dei paesi poveri ed emergenti il problema dell’inflazione è del tutto marginale ed è possibile pertanto pigiare sull’acceleratore dell’espansione monetaria come ci insegnano gli Stati Uniti. Gli 85 miliardi di operazioni di mercato aperto al mese del Tesoro americano sono state un’incredibile iniezione di moneta che ha attualizzato il famoso suggerimento di Keynes che ai tempi della recessione suggeriva di gettare banconote dagli elicotteri (helicopter drop of money). Questo impulso, assieme alle politiche fiscali espansive e di cambio, ha sostenuto la domanda aggregata e fatto ripartire il paese. Il problema della disoccupazione non si risolve solo sul mercato del lavoro con un job act perché è soprattutto un problema di domanda aggregata. Dobbiamo chiedere una revisione dei trattati ed una BCE che come la FED si ponga l’obiettivo esplicito di ridurre la disoccupazione.

    2.Le politiche monetarie espansive sono meno efficaci se pompano la liquidità monetaria in un acquedotto pieno di buchi ed inefficiente. Fuor di metafora vanno ad alimentare la speculazione finanziaria più che i finanziamenti a famiglie e imprese se finiscono in banche e intermediari naturalmente orientati ad attività speculative per via dell’imperativo di creare valore per gli azionisti. Rischiando di produrre “inflazione finanziaria” ovvero bolle. Bisogna riparare l’acquedotto applicando quanto suggerito dalle maggiori commissioni di esperti internazionali (Liikanen nell’UE e Vickers nel Regno Unito) vietando alle banche di fare trading proprietario. Gli Stati Uniti l’hanno capito ed hanno varato una normativa severa che ripristina di fatto quanto era in vigore nel secolo scorso. ...


    (come Pangloss (dal greco “πᾶν”, pan, tutto, e “γλῶσσα”, glossa lingua e quindi "tutto lingua": parodia dei discepoli di Leibniz), che insegna a Candide e alla figlia del barone Thunder-den-Tronckht la "metafisico-teologo-cosmolonigologia", cioè la dottrina filosofica secondo la quale il mondo è "il migliore dei mondi possibili" in quanto "tutto ciò che esiste ha una ragione di esistere", ad esempio "i nasi servono ad appoggiarvi gli occhiali, ed infatti noi abbiamo degli occhiali".)

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    1. non so fino a che punto la politica monetaria americana sia keynesiana

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  26. Jacques Sapir: “La Germania ha distrutto il mercato dell’eurozona e non e’ un modello”


    In un’intervista pubblicata su AGRAPRESSE, il 13 gennaio, Sapir spiega perché la Germania non può essere considerata un modello generalizzabile da poter seguire, e accenna alla protesta dei berretti rossi in Bretagna, analizzandone le principali caratteristiche.

    Per molti anni, fino alla campagna per le elezioni presidenziali del 2012, quasi tutta la classe politica ha parlato di un modello tedesco a cui la Francia dovrebbe tendere. Qual’è questo modello? La Germania non è un modello: non possiamo parlare di un modello che può essere generalizzato. In altre parole, possiamo dire che le soluzioni che sono state adottate in Germania hanno funzionato solo perché i paesi che la circondano non le hanno adottate. È la peculiarità della Germania che ne ha determinato il successo, se tutti la imitassero, il risultato sarebbe un fallimento generalizzato.

    Perché? Perché la Germania ha applicato all’interno dell’eurozona una politica da battitore libero. Mentre tutti i paesi erano impegnati a rilanciare l’economia a partire dal 2002, la Germania ha deciso di abbassare i suoi salari, ossia ha deciso di caricare sulle famiglie una parte dei costi che in precedenza venivano pagati dalle sue aziende, riducendo così i consumi interni. Ciò è stato possibile perché, contemporaneamente, i consumi dei paesi circostanti continuavano ad aumentare. Se tutti avessero applicato il modello tedesco, si sarebbe creata una grave crisi dell’Eurozona già dal 2003/2004. È chiaro quindi che il modello non è generalizzabile.

    Voi avete anche puntato il dito sul declino demografico della Germania… C’è una differenza enorme tra la Francia e la Germania: mentre in Francia ci sono tra i 650 e i 680.000 giovani che si presentano sul mercato del lavoro, in Germania ce ne sono meno di 350.000. Abbiamo calcolato quale sarebbe il tasso di disoccupazione in Germania se essa avesse la stessa dinamica demografica francese: ci sarebbero dagli 1,5 ai 2 milioni in più di disoccupati. La Germania può permettersi di avere una politica di successo, nel breve termine, solo perché è in declino demografico. Tuttavia, paesi che hanno una demografia molto diversa da quella della Germania o della Francia, cha hanno rispettivamente un tasso di fertilità di 1,6 contro 2,05 – che è una differenza enorme – sono costretti, a causa dell’euro, a seguire la stessa politica economica.

    Lei dice che l’uscita dall’euro è inevitabile. In che modo l’economia tedesca trae vantaggio dalla moneta unica?Prima dell’euro, c’era una tendenza alla rivalutazione del marco tedesco. I paesi vicini, come la Francia o la Spagna, svalutavano regolarmente la loro moneta. L’euro ha congelato il tasso di cambio ai livelli del 1999. Abbiamo visto che anche con una politica monetaria uguale per tutti, l’inflazione è molto diversa nei diversi paesi. In particolare, grazie all’euro la Germania gode di un tasso di cambio inferiore a quello che sarebbe il normale tasso di cambio per il marco tedesco, perché è nella stessa area monetaria della Spagna e dell’Italia. Questo le dà un notevole vantaggio nell’esportare nei paesi al di fuori dell’eurozona. Se guardiamo al saldo positivo della bilancia commerciale tedesca, si vede che fino al 2010 esso è stato fatto per lo più sull’area dell’euro; poi, avendo esaurito e, di fatto, distrutto il mercato interno dell’eurozona, la Germania, a partire dal 2011-2012, ha ripreso massicciamente ad esportare al di fuori dell’eurozona. Paesi come l’Italia, la Spagna o il Portogallo non hanno più soldi per comprare i prodotti tedeschi. Si è creato un sistema straordinariamente perverso, pericoloso per tutti questi paesi, e che è una vera e propria bomba politica, perché vediamo montare in Europa un odio nei confronti della Germania. …

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  27. RIPRESA?/ Luttwak: tagliate 750mila statali e avrete 1 milione di disoccupati in meno

    Edward Luttwak, economista, politologo e saggista americano. «Non importa se lo spread tende a zero - ci ha risposto -. Le tue obbligazioni puoi farle andare alle stelle, strangolando però la tua economia. Fino a un certo limite. Fino a quando la gente capirà che in Italia bisogna cambiare la politica, fare di Grillo un iper moderato e avere dei veri populisti che dicano che il debito pubblico non lo pagano. Fino al quel punto puoi migliorare lo spread aumentando le tasse. Che è esattamente quello che avete fatto».

    Con la borsa ai massimi dal 2011 e lo spread ai minimi si può dire che le condizioni dell’Italia sono migliorate? Lo spread, il famoso spread, ha un valore mediatico e sicuramente interessa i tecnici. Ma non ha nessun impatto sulla situazione economica degli italiani. Essi non sono schiacciati dallo spread, ma dalle tasse sui consumi che sono talmente elevate da far aumentare i prezzi e dalle tasse sulle imprese che inducono le aziende a lasciare a casa i lavoratori anziché creare occupazione. L’impatto quindi è sul consumatore, sul produttore e sull’operaio. Il problema è il drenaggio fiscale. Mi spiego.

    Prego.? Nel tentativo di ridurre il debito, le tasse sono talmente aumentate da schiacciare l’attività economica. Si è ridotto il flusso delle tasse che lo Stato raccoglie ed è aumentata la spesa del welfare. Pertanto il debito corre ancora di più. Il governo italiano è imbarcato, con il consenso della Banca centrale e di Mario Draghi, su un corso di autolesionismo economico. Mentre c’è un consenso globale degli economisti, fuori dal coro degli euro-fanatici, che dicono: state sbagliando.

    Il governo italiano può fare quello che ha fatto quello britannico, ridurre cioè la spesa pubblica. In Inghilterra hanno licenziato 500mila dipendenti pubblici. In Italia se ne possono licenziare 750mila. E poi ridurre le tasse. Dopo qualche mese anziché avere 750mila disoccupati in più, ci sarebbe un milione di disoccupati in meno. Gli inglesi hanno fatto questo negli ultimi quattro anni sotto il naso degli italiani. Hanno talmente aumentato l’occupazione che molti laureati italiani oggi fanno i camerieri a Londra. Hanno ridotto l’Italia a un Paese di emigranti, come la Nigeria. Non c’è fallimento peggiore.

    L’Italia dovrebbe abbandonare l’euro? I governi italiani potrebbero facilmente rimanere nell’euro senza problemi, solo riducendo la struttura pubblica. Ma finora non l’hanno fatto. Negli Stati Uniti abbiamo tagliato l’8,8%, gli inglesi hanno tagliato dell’8%, i tedeschi hanno fatto tagli immensi alla loro spesa pubblica: gli italiani hanno ridotto dello 0,025%! Questa equazione non si può risolvere. O tagli drasticamente la spesa pubblica, tagli le tasse e rilanci l’economia, o il declino continua. Perché nell’economia moderna se non hai una crescita del 2% la disoccupazione aumenta. Se vuoi avere disoccupazione stabile devi crescere. E l’Italia non cresce. Adesso dicono che ci sarà un po’ di crescita l’anno venturo. Ma questo non è possibile.

    (Pangloss talvolta diceva a Candido: «In questo migliore di mondi possibili, tutti i fatti son connessi tra loro. Tanto è vero che se voi non foste stato scacciato a gran calci nel sedere da un bel castello, per amore di madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l'Inquisizione, se non aveste corso l'America a piedi, se non aveste infilzato il Barone, se non aveste perso tutte le pecore del bel paese di El Dorado, voi ora non sareste qui a mangiar cedri canditi e pistacchi.»)

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  28. Quel semaforo di Prodi

    L’oroscopo del faro dei piddini, D’Alema e l’amico Bertinotti …

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  29. http://www.youtube.com/watch?v=JZg8ChxYhVY

    Imitazione di Monti da parte di Massimo Lopez, altrettanto magistrale.

    Toccano tutti a noi questi tomi qui.

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  30. @Rosanna Spadini
    Che combinazione.
    Vuoi vedere che ci sentiremo dire "Ce lo chiedono gli Usa", magari in cambio dell'aiuto che, pare, verrà dato da loro ai marò?

    La combinazione consiste nel fatto che il consiglio di Luttwak va nel senso della riduzione del pubblico, come molti IDIGENI, non solo non INDIgenti, desiderano chiaramente da tempo senza la faccia di dirlo apertamente?

    Inoltre, per battere sul medesimo tasto, ripeto: la ministra-veicolo ha lanciato o lancia un sondaggio online sui desideri del "popolo" circa la scuola, tra cui la preferenza per la superiore di cinque anni o di quattro, come in Europa (ah ah), e come si sta sperimentando, con plauso della ministra st(r)essa, in una scuola superiore di Brescia.

    Se per quest'ultima affermazione occorre la fonte, posso cercarla pur con un certo lavoraccio su un numero arretrato della newsletter di Orizzonte scuola.it.
    Anch'io ho il mio bravo conflitto di interessi ;)

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  31. Che cosa bruuttttttttttta la svalutazzzzzzzzzzzione! Eh già ... fino alla settimana scorsa il pellet veniva dal Canada ... oggi sono passato al negozio e mi hanno consegnato questo.

    Ho pubblicato il testo sopra online ... e ricevo un commento, dal sapore ... moralistico a mio avviso, sul 'capitale umano', sulla 'foresta amazzonica' (eh? "non stiamo parlando del Brasile", gli ho risposto) ... del fatto che i canadesi ripiantano gli alberi mentre gli argentini no ... stranamente la wiki dice qualcos'altro ... mi ha messo un'incredibile tristezza...

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  32. Professore non capisco una cosa. Lei ha detto che l'argentina è stata costretta a svalutare perchè il cambio reale è scostato dal cambio nominale perchè il governo ha sbagliato a comprare pesos in questi anni per mantenere il tasso di cambio a livelli più accettabili.
    Perchè allora prendendo i dati dall'IMF e da yahoo finance lo scostamento del cambio reale è pari al 19% (fino a fine 2012)e quello nominale è stato svalutato del 37% tra il 2013-2014?

    http://i43.tinypic.com/2rhpfr5.png

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  33. Complimenti Professore lei unisce l'utile al dilettevole, la contabilità nazionale ai lazzi da late show all'americana. Il suo è un modo tutto originale di far digerire e comprendere con efficacia argomenti di solito sulfurei e spesso oscuri per i non addetti ai lavori, che lei sa sapientemente condire in maniera arguta. La ringrazio per i chiarimenti!

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