domenica 11 gennaio 2026

Il pangolino nello spritz: Mercosur e CETA

Il dibattito in merito al Mercosur sta attirando una notevole attenzione. Nelle due fabbriche del disagio ho dichiarato un aspetto che più degli altri suscita la mia perplessità (qui e qui): l'idea che "siccome Trump è tanto cattivo signora mia!" e quindi destabilizza il quadro geopolitico precludendoci (?) l'accesso al mercato Usa, noi si debba andare in giro per il mondo mendicando mercati frusto a frusto, quando al mercato che più ci dovrebbe interessare, quello interno al nostro Paese, abbiamo fatto questo:


come ci siamo detti tre anni or sono (e ricordo che fra i punti C e D ballano 531 miliardi di euro ai prezzi del 2010: hai voglia a vendere Maserati ai narcos!). Intendiamoci bene: credo di essere stato uno dei pochi ad aver detto da subito chiaro e tondo, per smorzare facili entusiasmi (è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo e di solito lo lasciano fare a me) che né Ciamp né Elonio sono "uuuuuuuuuuuuuuuuuno di nooooooooooooooooi!" (ad esempio qui, dove citavo un mio articolo del 2017 che dovremo rispolverare per commentare le "nuove" linee strategiche statunitensi). D'altra parte, pareva che dovesse cadere il mondo per via dei dazzzi, ma la situazione al momento attuale è questa:


Il saldo merci, dopo lo "spike" del primo trimestre determinato dal desiderio degli operatori statunitensi di anticipare le spese nell'attesa di dazi la cui entità veniva magnificata oltre il limite del verosimile dai solerti operatori informativi, è tornato esattamente sulla sua linea di tendenza di lungo periodo (e il saldo servizi prosegue sulla sua tendenza decrescente iniziata nel 2019). Tutta questa urgenza di andare in giro a cercare clienti perché "gli Usa non ci sono più" nei dati non si vede, perché la domanda netta degli Usa c'è ancora. Poi magari sarò superficiale io, ma ripeto: nei dati questa roba non c'è, mentre la distruzione del nostro mercato c'è e come!

Questa banale osservazione ha due risvolti.

Il primo, rovesciando l'argomento, è che a rigor di logica, soprattutto in un periodo di instabilità geopolitica, andare in cerca di mercati di sbocco esteri avrebbe un senso per chi avesse deciso di deprimere ulteriormente il proprio mercato, avesse cioè deciso di andare avanti sulla strada della deflazione salariale come unico strumento per recuperare competitività (tralasciando così la strada più incerta nei tempi ma più solida nei risultati degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali).

A livello europeo, imboccare questa strada equivale a una duplice confessione:

1) la confessione di voler perseguire, o comunque (e peggio ancora!) di non riuscire a immaginare, un modello di sviluppo diverso da quello impostato sulla deflazione competitiva, assiduamente perseguito e poi imposto ai partner dalla Germania nel secondo dopoguerra, nonostante che questo modello di sviluppo oggi sia deprecato, come sapete, perfino da Draghi.

2) la confessione tanto plateale quanto involontaria del fallimento del progetto europeo, perché nel momento in cui vai in cerca di mercati fuori dall'Unione ammetti che "il più grande successo" (?) del progetto di integrazione europea, il mercato unico, non serve a un accidenti di niente, e questo perché la scommessa europea, come la chiamava Obstfeld, è stata persa: l'aggiunta di una moneta unica a un mercato unico depotenzia quest'ultimo perché obbliga a tagli reciproci di potere d'acquisto fra Stati membri in caso di shock esterno, che quindi non viene assorbito ma amplificato. Questo costo non era poi così chiaro ai "grandi" economisti degli anni '90:

(qui Alesina nella discussion del paper di Obstfeld citato), e di fatto rappresenta uno dei pochi contributi originali che penso di aver dato al dibattito. Era però chiaro a tutti che i benefici erano molto limitati. Sarebbe quindi bastato (e basterebbe) applicare la saggezza popolare: dove non c'è guadagno la remissione è certa!

Il secondo risvolto della mia banale osservazione secondo cui forse dovremmo preoccuparci più del mercato interno (italiano e europeo) che dei mercati altrui è che alla fine, nonostante susciti forti passioni, la preoccupazione per il Mercosur dovrebbe essere relativamente ancillare.

Per chiarirlo, parto dal pangolino nello spritz (la mia personale versione della mucca nel corridoio), cioè da una cosa che tutti dovrebbero notare, ma non mi pare che alcuno stia notando: abbiamo un illustre precedente, che tanto ci ha occupato anche su questo blog (qui trovate i post che lo analizzavano), per il quale sono state investite ingenti risorse in stracciavestismo e in entusiasmo, e che zitto zitto è andato avanti per la sua strada: il CETA.

Possibile che un precedente che tanto ci ha appassionato non abbia nulla da insegnarci?

Se vogliamo imparare qualcosa da questo pangolino, dobbiamo però rapidamente ripassare #lebbasi, che si riassumono così, per punti:

1) le politiche commerciali sono competenza esclusiva dell'Unione ai sensi dell'art. 3 TFUE:

Articolo 3

1. L'Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori:

a) unione doganale;

b) definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno;

c) politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro;

d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca;

e) politica commerciale comune.

2. L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell'Unione o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

2) in quanto tali sono soggette alla procedura di approvazione dettata dall'art. 218 TFUE (invocato dal terzo comma dell'art. 207 TFUE):

Articolo 218

(ex articolo 300 del TCE)

1. Fatte salve le disposizioni particolari dell'articolo 207, gli accordi tra l'Unione e i paesi terzi o le organizzazioni internazionali sono negoziati e conclusi secondo la procedura seguente.

2. Il Consiglio autorizza l'avvio dei negoziati, definisce le direttive di negoziato, autorizza la firma e conclude gli accordi.

3. La Commissione, o l'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza quando l'accordo previsto riguarda esclusivamente o principalmente la politica estera e di sicurezza comune, presenta raccomandazioni al Consiglio, il quale adotta una decisione che autorizza l'avvio dei negoziati e designa, in funzione della materia dell'accordo previsto, il negoziatore o il capo della squadra di negoziato dell'Unione.

4. Il Consiglio può impartire direttive al negoziatore e designare un comitato speciale che deve essere consultato nella conduzione dei negoziati.

5. Il Consiglio, su proposta del negoziatore, adotta una decisione che autorizza la firma dell'accordo e, se del caso, la sua applicazione provvisoria prima dell'entrata in vigore.

6. Il Consiglio, su proposta del negoziatore, adotta una decisione relativa alla conclusione dell'accordo.

Tranne quando l'accordo riguarda esclusivamente la politica estera e di sicurezza comune, il Consiglio adotta la decisione di conclusione dell'accordo:

a) previa approvazione del Parlamento europeo nei casi seguenti:

i) accordi di associazione;

ii) accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

iii) accordi che creano un quadro istituzionale specifico organizzando procedure di cooperazione;

iv) accordi che hanno ripercussioni finanziarie considerevoli per l'Unione;

v) accordi che riguardano settori ai quali si applica la procedura legislativa ordinaria oppure la procedura legislativa speciale qualora sia necessaria l'approvazione del Parlamento europeo.

In caso d'urgenza, il Parlamento europeo e il Consiglio possono concordare un termine per l'approvazione;

b) previa consultazione del Parlamento europeo, negli altri casi. Il Parlamento europeo formula il parere nel termine che il Consiglio può fissare in funzione dell'urgenza. In mancanza di parere entro detto termine, il Consiglio può deliberare.

7. All'atto della conclusione di un accordo, il Consiglio, in deroga ai paragrafi 5, 6 e 9, può abilitare il negoziatore ad approvare a nome dell'Unione le modifiche dell'accordo se quest'ultimo ne prevede l'adozione con una procedura semplificata o da parte di un organo istituito dall'accordo stesso. Il Consiglio correda eventualmente questa abilitazione di condizioni specifiche.

8. Nel corso dell'intera procedura, il Consiglio delibera a maggioranza qualificata.

Tuttavia esso delibera all'unanimità quando l'accordo riguarda un settore per il quale è richiesta l'unanimità per l'adozione di un atto dell'Unione e per gli accordi di associazione e gli accordi di cui all'articolo 212 con gli Stati candidati all'adesione. Il Consiglio delibera all'unanimità anche per l'accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; la decisione sulla conclusione di tale accordo entra in vigore previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali.

9. Il Consiglio, su proposta della Commissione o dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, adotta una decisione sulla sospensione dell'applicazione di un accordo e che stabilisce le posizioni da adottare a nome dell'Unione in un organo istituito da un accordo, se tale organo deve adottare atti che hanno effetti giuridici, fatta eccezione per gli atti che integrano o modificano il quadro istituzionale dell'accordo.

10. Il Parlamento europeo è immediatamente e pienamente informato in tutte le fasi della procedura.

11. Uno Stato membro, il Parlamento europeo, il Consiglio o la Commissione possono domandare il parere della Corte di giustizia circa la compatibilità di un accordo previsto con i trattati. In caso di parere negativo della Corte, l'accordo previsto non può entrare in vigore, salvo modifiche dello stesso o revisione dei trattati.

in cui vi segnalo i commi 2 (l'accordo è concluso dal Consiglio), 8 (che decide a maggioranza qualificata), e 6 (senza ratifica parlamentare nel caso di accordi commerciali).

3) se un accordo internazionale disciplina anche competenze concorrenti ai sensi dell'art. 4 TFUE (è quindi un accordo cosiddetto "misto") per la sua approvazione è necessaria anche la ratifica dei Parlamenti nazionali.

4) il CETA era un accordo misto, come sancito da questo parere della Corte di giustizia dell'UE, che in particolare definiva questa attribuzione di competenze:

5) un accordo misto può essere applicato in via provvisoria, ovvero per tutte le parti che riguardano le competenze esclusive dell'UE, fino alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri. 

In particolare, il CETA (pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell'UE il 14 gennaio 2017) è stato approvato (e infatti risulta "in force"):


ma è applicato in via provvisoria ai sensi del comma 3 dell'articolo 30.7 dello stesso Trattato:


a far data dal 21 settembre 2017 e con le esclusioni previste in questa comunicazione (che riguardano appunto gli art. 8 e 13 su regolamento delle controversie e investimenti finanziari: quindi tutta la parte glifosatoooh, polli lavati con la varecchinaaaah ecc. è in vigore, just so you know...).


Ci siamo fino a qui? Siete a vostro agio con #lebbasi?


Procedo.


Il CETA finora è stato ratificato da 17 Stati membri, come potrete controllare qui, fra cui non c'è l'Italia (ma questo non ci salverebbe, ove fosse necessario, dal glifosato). Quindi, per tutta la parte che attiene alla liberalizzazione degli scambi, all'abbattimento delle tariffe doganali, ad altri aspetti regolatori, il CETA è vivo e lotta contro di noi da 9 anni. E qui arrivo al dunque: in questi nove anni, se avesse determinato un radicale reindirizzamento dei nostri flussi commerciali a nostro vantaggio o a nostro danno probabilmente lo si vedrebbe.

E infatti se prendiamo il grafico del saldo merci e servizi della bilancia dei pagamenti del nostro Paese nei riguardi del Canada balza immediatamente all'occhio quello che in analisi delle serie storiche si definisce con linguaggio tecnico:


un bel cazzo di niente! Il saldo era in espansione nei nove anni dal 2008 al 2017, e resta in espansione nei sette anni successivi fino al 2024, senza allontanarsi dalla sua tendenza, a parte per un visibile scostamento verso il basso durante il COVID, dovuto a un crollo del saldo servizi:

a sua volta riconducibile all'azzeramento (con successivo rimbalzo) delle nostre esportazioni di servizi verso il Canada:


(meno turisti a causa del lockdown, mi viene da pensare), e fine lì.

Il CETA? Tamquam non esset.

Insomma, ve lo ridico meglio: il CETA che tanto ci preoccupava è sostanzialmente entrato in vigore nove anni fa, all'epoca nemmeno ce ne accorgemmo, e nove anni dopo... non se ne sono accorti neanche i dati! I benefici in termini di iniezione di domanda per la nostra economia sono impercettibili nei dati, e questa non è una gran sorpresa, perché è quello che si aspettava lo studio di impatto condotto all'epoca (lo trovate qui):

un pari aumento delle esportazioni dell'UE verso il Canada e del Canada verso l'UE, con un aumento del commercio bilaterale lordo (cioè della somma dei flussi), ma un saldo (differenza fra i flussi) sostanzialmente invariato, e quindi nessun apporto di domanda estera netta per noi. In altre parole: lo studio prevedeva che il nostro mercato di sbocco crescesse dell'8% e che noi però acquistassimo l'8% in più dai canadesi (saldo zero), e i grafici ex post ci raccontano che è andata più o meno così.

Capito perché l'argomento "ci servono mercati di sboccoooh!" non mi convince in casi come questo? Perché certo, ogni area deve far contenti i propri imprenditori, ogni imprenditore è contento se gli si apre un mercato, ogni imprenditore percepisce solo il proprio mercato, ma la crescita non è guidata dalle percezioni e dalla legittima soddisfazione dei singoli imprenditori, delle singole Confquesto o Assoquellaltro, bensì, banalmente, dall'aumento della domanda aggregata, di cui la domanda estera netta è una componente determinante (o per lo meno quella che ci si illude di stimolare concludendo accordi commerciali). Se per tanto prosciutto di Parma che vendiamo compriamo tanto sciroppo d'acero, l'effetto sul saldo è nullo e morta lì.

Voglio essere assolutamente scrupoloso e chiarire un punto: è ovvio che questa analisi messa così è semplicistica e che studiosi raffinati come l'amico Salvatici ci potranno dire mirabilia degli effetti granulari sui singoli comparti industriali (e noi annuiremo compunti). Il mio argomentare è (relativamente rozzo) intanto perché devo farmi capire da voi (vi voglio bene!), e poi perché risponde a un argomento a sua volta rozzo, con in più il pregio di essere infondato: quello secondo cui concludere Trattati in giro per il mondo ci serve a trovare sbocchi (che non sono tali dal momento in cui anche noi diventiamo uno sbocco per loro, rivolgendo al di fuori del Paese la nostra spesa, come previsto ex ante e verificato ex post nel caso del CETA)!


Ci siamo anche fino a qui?


Bene, allora, ora che abbiamo visto il pangolino, possiamo toglierlo dallo spritz, aggiungendo un dettaglio.


Anche il Mercosur è un trattato misto, e quindi anche per il Mercosur, in linea di principio, sarebbe prevista una ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Non solo! Anche per il Mercosur gli studi di impatto, che trovate qui, prevedono una roba di questo tipo:

cioè un aumento del Pil dell'Unione dello 0,1% nel lungo periodo (moriremo aspettando il nulla) e, peraltro, un aumento delle nostre importazioni superiore a quello delle nostre esportazioni (quindi già sappiamo di partire battuti).

Nulla di strano, no?

L'attrazione fatale che la signora (diciamo così) Merkel provava per la Cina e per gli accordi di libero scambio muove da un'identica matrice: il desiderio di approvvigionarsi di beni di sussistenza a basso costo presso popolazioni a torto ritenute inferiori e quindi turlupinabili allo scopo di assicurare la sopravvivenza di lavoratori pagati sempre peggio (e salvo poi risvegliarsi turlupinati come è andata con le auto elettriche cinesi). Quindi è chiaro che lo scopo del gioco non è esportare ad alto prezzo, ma importare a vil prezzo, e gli studi di impatto dicono già che sarà così.

Ma allora perché queste cose le dico a voi qui, in questo blog che non esiste e che nessunomila persone leggono ogni giorno?

Perché non potrò dirle mai in aula. E perché so che non potrò dirle mai in aula? Forse perché anche per il Mercosur si pensa di procedere con una applicazione provvisoria limitata alla parte riguardante le competenze esclusive (che poi è la ciccia), rinviando sine die (da pronunciare, ovviamente, sain dai) la ratifica? No, questa volta è diverso: perché il Mercosur è stato diviso in due pilastri, quello commerciale, che passerà senza coinvolgimento parlamentare, e quello "investimenti", dove saremo coinvolti. E che cosa cambia rispetto al procedimento seguito con il CETA? Beh, qualcosa cambia e lo spiega appunto Luca Salvatici nel suo paper. L'applicazione provvisoria infatti in linea di principio può tranquillamente estendersi all'infinito, come sta succedendo in molti casi:


tuttavia in un contesto simile i singoli Stati membri conservano, in linea di principio, un potere di ricatto, teorico e controverso, ma lo conservano:


Lo spacchettamento del Mercosur, avvenuto anch'esso senza che ce ne accorgessimo (non possiamo essere dappertutto, soprattutto se il nostro tempo è assorbito dalla appassionante gestione degli haitraditisti...), serve appunto a evitare questa "potenziale vulnerabilità" degli accordi misti. La si evita dividendoli in due accordi "puri": uno sulle competenze esclusive, e uno sulle concorrenti. Simple comme bonjour, e con questo bel risultato si priva il Parlamento anche del proprio sacrosanto diritto di mugugno (quello su cui voi vi esercitate con estenuante voluttà). In effetti, nel comunicato stampa di dicembre 2024 si parlava già di un accordo articolato su due pilastri, e quello avrebbe dovuto far suonare un campanello d'allarme.

In ogni caso, diffidare sempre del clickbait. Questo indignato "m'ha detto mi cuggino che la Germaggna ha abolito la clausola" non mi pare fondatissimo alla luce di quanto vi ho documentato, proprio perché dopo lo spacchettamento la procedura non prevede più una ratifica parlamentare (che quindi non può essere stata esclusa perché non era prevista). Ma insomma, la materia è sufficientemente complessa e ci può stare che ci si perda (magari mi sono perso io): caso mai, fa ridere che a indinnniarsi sui social per la mancanza di un dibattito parlamentare siano per lo più gli eredi (o i reduci) di quelli della scatoletta di tonno! Non è questo il mondo che volevano, quello in cui i Parlamenti non contano nulla?

Termino con una provocazione: ma siamo proprio sicuri che accordi che fanno così poco bene possano fare così tanto male? Nel caso del CETA, ad esempio, avete evidenze di danni subiti da qualcosa o da qualcuno (oltre all'evidenza dell'irrilevanza macroeconomica e del tempo buttato al cesso preoccupandosi)? Io sinceramente no. Quello però che non sopporto è la filosofia sottostante a questi indirizzi politici, e il fatto che mi venga precluso di discuterla in Parlamento. Ma quest'ultima cosa a voi non credo dia fastidio, un po' perché non esistete, e un po' perché, se esisteste, vi fareste bastare la discussione ampia e documentata che abbiamo potuto fare qui, e che non potremmo fare in nessuna aula di nessun parlamento.

sabato 10 gennaio 2026

Riedizione, antologia, manuale

Pizzoferrato ha il suo bel perché, ma dovrete ammettere che anche la Pontida d’Abruzzo, con la luce adatta, non sfigura:


Oggi me la guardavo dall’alto, mentre, camminando sulla neve fresca, gestivo la coda del blog, dove ho trovato un commento che voglio sottoporvi per togliermi uno scrupolo. Sto approfittando di questi giorni per impostare i progetti che il solito frullatore poi farà miseramente abortire: visto che però tanto non se ne farà niente, vorrei almeno che fossero dei bei progetti!


Riccardo Gemma ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Ristampa e riedizione":


Direi che ci sarebbe bisogno sia di una ristampa del "Tramonto" sia di un nuovo libro che racconti i vari QED da allora. Oppure sarebbe bello che scrivesse nei ritagli del tempo che non ha un manualetto di macroeconomia "for dummies" dove spiega i saldi settoriali, la correlazione investimenti/disoccupazione ecc. Il Bagnai al posto del Bignami insomma...


Pubblicato da Riccardo Gemma su Goofynomicsil giorno 10 gen 2026, 15:18

Questa storia del manuale salta fuori con una certa regolarità. Molti di voi mi chiedono come potrebbero avvicinarsi all’economia senza subire i condizionamenti di quelli che nel frattempo, per colpa mia, hanno imparato a riconoscere come dei perfetti imbecilli. Altri, avendo sperimentato l’efficacia di certi strumenti di analisi, vorrebbero approfondirne logica e significato in modo da poterli applicare a loro volta in modo autonomo. Nel post precedente abbiamo discusso i meriti e i demeriti di una possibile ristampa o riedizione del “Tramonto dell’euro”, concludendo che effettivamente il mercato sta dando dei segnali chiari:


per cui qualcosa va fatto, e quel qualcosa non può essere una mera ristampa.

Ci sono però altri due progetti sui quali bisognerebbe riflettere e che vi chiederei di valutare, considerando non solo i vostri desideri, ma anche il mio ruolo, e il momento in cui il testo dovrebbe apparire (lavorando come un pazzo, nell’autunno 2026 o inverno 2027).

Il primo è appunto un ipotetico manuale, cui non saprei dare un titolo, ma il cui spirito immagino piuttosto simile a quello descritto da Riccardo, cioè con un’articolazione lievemente diversa da quella abituale, istituzionale (contabilità nazionale, IS/LM, AS/AD, Solow, ecc.), e più incentrata su temi, o, meglio ancora (visto che nessuno sa che cosa realmente significhino e come interpretarle), su variabili: il Pil, l’inflazione, il debito, il cambio, ecc. In effetti il blog offre molto materiale che andrebbe un po’ asciugato, reso insomma un po’ più noioso, come si conviene a un vero manuale (se fosse veramente molto noioso forse qualche collega eretico potrebbe addirittura adottarlo), e integrato di alcune parti mancanti, pur mantenendolo in dimensioni contenute. Sarebbe utile corredarlo di studi di casi presi dal rutilante mondo degli operatori informativi, anche allo scopo di aiutare il lettore a capire il livello dell’informazione che gli viene propinata (e a starne bene alla larga). Per lo stesso motivo gioverebbe una rapida introduzione all’uso delle principali basi di dati. Tutte cose che già sono da qualche parte nel blog e che quindi forse si potrebbe anche pensare di recuperare e rendere leggibili già nello stesso blog con un tag appropriato (“manuale”?). Quello che però qui mi interessa valutiate è l’appeal intellettuale, letterario e politico di un progetto simile. Questo perché per un progetto di questa natura, che dovrebbe contenersi in meno di 300 pagine, un editore probabilmente ci sarebbe già, ma secondo voi sarebbe prioritario rispetto a una riedizione del Tramonto?

Vi ricordo poi un terzo progetto, che era praticamente pronto e sarebbe potuto uscire, anche quello con un editore interessato ai soldi, se solo l’editor avesse capito che l’unico rumore che accetto emettano gli individui della sua razza è il tintinnio delle catene del turibolo. Sarebbe stato bello avere l’antologia dei primi 10 anni di Goofynomics nel decennale del blog, cinque anni or sono, e forse la si potrebbe avere nel quindicennale, ma mi chiedo se avrebbe un senso e se sarebbe prioritario rispetto a una riedizione del Tramonto (o al manuale). Questo progetto qui andrebbe un po’ più nella direzione dei “Vent’anni di sovranismo”, perché chiaramente ogni post, per essere apprezzato appieno, andrebbe accompagnato dalle motivazioni che mi spinsero a scriverlo, andrebbe contestualizzato, e l’ordinamento cronologico della antologia verrebbe quindi a costituire una specie di mémoir. Forse, però, si potrebbe pensare, visto l’appeal simbolico del “ventennio”, di aspettare altri cinque anni!

Ecco: ora avete tre possibilità. Fatemi avere le vostre valutazioni. Per fortuna il tempo peggiorerà e quindi avrò ancora qualche ora di pace e di isolamento.


Intanto, buona notte!







mercoledì 7 gennaio 2026

Ristampa e riedizione


Sono arrivato a Pizzoferrato (foto di repertorio): montagna asciutta e nebbiosa e triste, temperatura gelida, rincaso mentre avvia a calare una neve uggiosa e fine come sabbia, una sorta di nebbia congelata, che sbiadisce, più che imbiancarlo, il paesaggio. Riparato dal freddo osservo dalla finestra trascolorare la campagna, mentre di contraggenio sfoglio e annoto qualcosa di simile a una sbiadita ristampa del “Tramonto dell’euro”. Non credo che di una ristampa, per di più sbiadita, ci fosse estremo bisogno (anche se il fatto che qualcuno ci abbia pensato è significativo di per sé), ma sono pervaso, nel contemplare la natura, dallo spirito dello zio Tobia: “This world surely is wide enough to hold both thee and me”. Resta però una domanda: di una nuova edizione, che è una cosa diversa da una ristampa, secondo voi ci sarebbe bisogno?

“Scrivilo nei commenti”, come ripetono i petulanti influencer sotto i cui “contenuti”, nonostante gli accorati inviti, i commenti latitano! Il mondo è tanto ingiusto, signora mia…


P.s.: al momento di andare a cena la musica è cambiata…



lunedì 5 gennaio 2026

Chi ha dato e chi ha avuto: ancora su Bulgaria e fondi europei

Qui siamo una community piuttosto chiusa: in questo posto viene chi sa che esiste, non c'è algoritmo che possa "sbattertelo in faccia" come fanno gli algoritmi delle altre piattaforme, proponendoti ogni tanto qualcosa di sorprendente, fin quando non credono di capire che cosa ti piace, e cominciano ad annoiarti proponendoti solo quello! Per questo motivo ogni tanto mi esprimo anche su Facebook, una piattaforma in cui ero entrato sostanzialmente per alimentare il gossip politico locale (nel vasto mondo c'è anche questo!), ma che risponde bene se si pubblicano contenuti interessanti. Per farvi un esempio, quando la Bolghèria è entrata nell'euro, ho preso uno dei tanti grafici che vi ho fatto vedere, l'ho pubblicato su Facebook con un rapido commento, e ho avuto questo riscontro:


dove la cosa interessante è che 19.479 persone che non mi seguono hanno comunque visualizzato il contenuto (potenza dell'algoritmo), e oltre un centinaio hanno commentato. Non sono numeri strabilianti (quelli li faccio quando parlo male del nostro amico Uva, il più amato degli e dagli italiani!), ma è abbastanza per avere un feedback fresco e spontaneo, considerando che voi, lì, non ci siete (a parte uno che non vorrei nemmeno qui, ma sono di buon carattere).

I commenti di chi non ha seguito il nostro percorso non sono sempre informatissimi e qualche volta sono sinceramente spassosi (non manca mai quello che viene a spiegarmi che l'UE non funziona e dovremmo uscire dall'euro, di solito perché l'ha sentito dire da uno dei tanti epigoni che parassitano il nostro lavoro). Ci sono però anche commenti di qualità, ed è comunque utile sapere come la pensa "laggente".

Quello che mi ha colpito dei commenti sulla Bulgaria è che in molti di essi si collegava l'ingresso della Bulgaria nell'euro a un aggravato onere per noi in termini di contributo netto al bilancio unionale. Ora, questo ovviamente non è vero, perché la partecipazione (attiva o passiva) al bilancio dell'Unione è legata all'essere membro dell'Unione, non dell'Eurozona, e quindi tutti gli Stati dell'Europa a sette velocità (dal primo gennaio, in effetti, sei) che sono anche membri dell'Unione Europea già prendono (o danno) al bilancio. Il fatto che la Bulgaria, Paese membro dell'UE, decida di entrare nell'euro, nell'immediato non determina grandi cambiamenti in termini di nostro contributo al bilancio dell'Unione. Un ben altro paio di maniche sarebbe l'ingresso dell'Ucraina!

Mi è venuto quindi in mente che forse sarebbe il caso di approfondire, anche per noi, il tema di come funziona il bilancio della UE, affrontato l'ultima volta un paio di anni fa.

Il funzionamento è semplice: il principio fondamentale è quello di coesione, che significa, in buona sostanza, che chi è più ricco deve dare e chi è più povero deve prendere. Quindi tutti i 27 Paesi membri contribuiscono al bilancio comunitario, ma i più ricchi danno più di quanto prendono, e i più poveri prendono più di quanto danno. Ne consegue che per i più ricchi gli accreditamenti netti dal bilancio unionale sono negativi (cioè sono un contributo netto positivo, che è un accredito netto negativo: soldi che escono dal Paese), mentre per i più poveri gli accrediti netti dal bilancio unionale sono positivi (cioè sono un contributo netto negativo, che è un accredito netto positivo: soldi che entrano nel Paese). I ricchi sono contribuenti, e i poveri percettori (sì, lo so che in angliano si dice contributori e percipienti, ma io sono fatto così e non potete farci niente), con due eccezioni significative.

Ovviamente, siccome il bilancio è a saldo zero, la somma di questi netti è zero, astraendo da alcuni fronzoli contabili: di quanto sono in deficit verso l'UE i "ricchi", di tanto sono in surplus verso l'UE i "poveri".

Il criterio principale per valutare la condizione economica di un Paese è il reddito nazionale lordo pro capite in termini nominali a parità dei poteri d'acquisto. Per darvi un'idea, questa è la distribuzione degli scarti percentuali dei redditi pro capite nazionali dal reddito pro capite unionale nel 2021:


e non sarete stupitissimi di constatare che il Paese più fortunato è il Lussemburgo, e il meno fortunato la Bulgaria (tu guarda!). Notate bene: questi dati sono riferiti al 2021, che è l'anno di inizio del ciclo di programmazione di bilancio in corso (2021-2027), quindi non sono quelli utilizzati per allocare il bilancio 2021-2027 (per questo scopo sono stati usati dati precedenti), ma insomma la graduatoria per reddito pro capite dei Paesi europei è relativamente stabile, evolve lentamente, quindi teniamo questi dati come utile riferimento.

Sono andato sul noto sito a scaricare accrediti dal e contributi al bilancio comunitario nel 2024, e il risultato è questo:


Nel 2024 il Paese più grande fra i Paesi ricchi (la Germania) ci ha smenato 15 miliardi, la Francia 5, noi 3 (evidenziati in blu), e così via, fino alla Grecia che ne ha ricevuti 3 e il Belgio che ne ha ricevuti 7. E qui voi vi chiederete: ma il Paese più povero non era la Bulgaria (evidenziata in rosso)? Eh, sì: ma il Belgio è quello in cui ha sede la maggior parte delle provvide e accorte istituzioni europee, che diuturnamente vegliano sul nostro interesse al modesto costo di 7 miliardi l'anno!

Si capisce meglio come funziona se si esprimono questi contributi in rapporto al Pil nominale dei singoli Paesi. Viene fuori una roba di questo tipo:


e in questa graduatoria, che non risente della dimensione del Paese, noi non siamo più terzi (come in quella dei contributi assoluti, cioè in milioni di euro), ma addirittura noni fra i contribuenti, il che ha senso, perché in Danimarca o in Olanda il reddito pro capite è più alto che da noi (ma siccome sono piccoline il loro contributo in termini assoluti è inferiore al nostro).

Mentre la somma dei contributi netti in valore assoluto è zero (non esattamente, ma non entro in queste difficoltà), per il semplice motivo che se qualcuno prende (segno più) è perché qualcuno ha dato (segno meno) e in somma algebrica questi valori non possono che annullarsi, la somma dei contributi in rapporto al Pil non deve necessariamente essere nulla e non ci aspettiamo che lo sia: è anzi più facile che sia positiva. In effetti, visto che sopra la media del reddito si trovano Paesi grandi, e che sotto la media si trovano Paesi molto piccoli, ci aspettiamo che nei Paesi grandi il contributo a un bilancio che complessivamente cuba circa l'1% del Pil complessivo sia su frazioni di decimali (e infatti non arriva allo 0,5% del Pil nemmeno in Germania), mentre nei Paesi piccoli le somme ricevute siano più impattanti, e in effetti in Slovacchia, Croazia, Bulgaria, Grecia, Estonia e Lituania superano l'1% del Pil, mentre in Lettonia arrivano al 2,5% del Pil. Non mi sono dimenticato nulla? Sì, mi sono dimenticato le sedi delle prestigiose istituzioni: Belgio (+1,1 del Pil nel 2024) e Lussemburgo (+2,8% del Pil, sempre nel 2024).

Paradossalmente (ma fino a un certo punto) i più interessati a essere europeisti sono quindi due Paesi "ricchi" (considerando che tali sono anche perché albergano la nota cupola parassitaria).

La relazione inversa fra scarto rispetto alla media del reddito, e ammontare degli accrediti netti rispetto al Pil, si vede abbastanza bene nei dati:


dove il Lussemburgo, in alto a destra, è decisamente quello che in statistica si chiamerebbe un outlier, cioè un punto che "sta fuori" rispetto alla nuvola di dati rappresentata. Ovviamente c'è dispersione perché il criterio di assegnazione dei fondi è più complesso di così e tiene conto anche di altre variabili, perché (come già detto) il reddito interno lordo di riferimento non è quello che ho usato a scopo esemplificativo, ecc. Ma il senso è abbastanza chiaro: chi è a sinistra (cioè sotto la media del reddito europeo) tende a essere in alto (cioè a essere percettore netto di fondi, ad avere accrediti netti positivi). Il contrario per chi è a destra.

Bene: spero che ora sia più chiaro a tutti come funziona.

Domani... lo spiego anche a quelli di là!

Aggressore e aggredito

Proprio mentre stavo scrivendo sulla nuova strategia statunitense (non molto disallineata dalla vecchia, ma sfrondata da una discreta quantità di mielosa ipocrisia) Trump ha deciso di metterla in pratica, il che mi obbliga a ulteriori approfondimenti. Condivido con voi solo una riflessione sul nostro amico Paperoga UE, che poverino si è messo in un vicolo cieco (e con lui le sue quinte colonne). Applicare in questo caso la retorica “aggressore-aggredito” mi pare sia complesso (indipendentemente da torti e ragioni), e d’altra parte chi qui da noi volesse appellarsi a un mai nato (più che defunto) diritto internazionale basato sul principio di autodeterminazione dei popoli dovrebbe rinnegare quattro decenni di propaganda unionista basata sul principio che gli italiani fossero incapaci di governarsi da soli, e avessero quindi bisogno del vincolo esterno.

Chi ha sequestrato gli asset russi ora sequestrerà quelli statunitensi, si chiedono in molti? Per inciso, Claudio se lo stava chiedendo da mesi…

Ma più in generale, come farà chi per anni ha invocato il vincolo esterno per l’Italia a deprecarlo per il Venezuela, Paese decisamente meno funzionale e funzionante del nostro?

Alla fine, abbiamo avuto anche noi i nostri “regine change” in nome dell’ordine internazionale (dei mercati), se pure molto meno scenografici e cruenti. Ma il primo problema dei principi è questo: o li si applica, o non li si applica; il secondo è che per applicarli bisogna avere la forza di farlo.

L’UE questa forza non l’avrà mai, e la colpa non è del nostro “sovranismo”, ma della sua ipocrisia.


venerdì 2 gennaio 2026

Bolghèria & Croèscia

(...titolo ispirato a questo grande classico:


che comunque i suoi quattro milioni e mezzo di visualizzazioni li ha fatti: onore al merito!...)

Dilettissimi seguaci (e seguace), come sapete da ieri la Bolghèria (per gli amici Bulgaria), è stata chiamata all'ultimo (per ora) dei tanti appuntamenti cui la sua tormentata storia la ha condotta nel corso degli ultimi quattordici secoli: l'entrata nella moneta unica. Il suo ingresso segue a tre anni di distanza quello della Croèscia (per gli amici Croazia) che commentammo a tempo debito.

Come in quella occasione, anche in questa si è registrato l'inevitabile entusiasmo di circostanza:


(...e d'altra parte lei che ddeve da dì, porella?), e l'altrettanto rituale catastrofismo del noto negazionista Dragoni:


che per l'occasione sembra voler negare che la Bolghèria trarrà dall'entrata nella moneta unica il beneficio che ne hanno tratto Paesi come la Grecia, l'Italia e naturalmente la Croèscia.

Ora, sugli ottimismi di circostanza non mi soffermerei troppo: basta la riconosciuta autorevolezza di chi li ha espressi! Vorrei invece dedicare un po' di tempo ai catastrofismi, che sono stati tutto sommato minoritari (la macchina della propaganda è oliata bene, quella del dissenso un po' distratta) e piuttosto estemporanei:


in particolare per chiarire che sì, verosimilmente l'entrata in una unione monetaria disfunzionale non aiuterà la Bulgaria come non aiuterebbe nessun altro, ma no, certamente la catastrofe non è dietro l'angolo (se non come parte di un quadro in cui noi avremmo comunque altre preoccupazioni).

Per capire cosa intendo, forse converrà abbeverarsi un momento alle fonti del dibattito, prendendo a prestito un passaggio dal famigerato articolo del manifesto:

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Questo fu all'epoca il nostro angolo di attacco ai problemi posti da una unione monetaria disfunzionale: il principale limite lo vedevamo sul fronte degli squilibri esterni, cioè nell'ostacolo posto alla capacità di assorbire e compensare, almeno in parte, con deprezzamenti del cambio nominale gli eventuali apprezzamenti del cambio reale determinati da differenziali positivi di inflazione nei riguardi dei principali partner commerciali. Dopo tanti anni abbiamo arricchito questa analisi in almeno due riguardi.

Il primo è che, come abbiamo concettualizzato ne L'Italia può farcela:

e la dinamica delle svalutazioni competitive tedesche, ormai chiarissima e ineludibile dopo che Trump le ha messe nel mirino, lo conferma.

Quindi, se dovessi scrivere quel passo oggi, forse lo scriverei così:

Se in X i prezzi crescono meno in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre di più, e importa sempre di meno, andando in surplus di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è più richiesta e il suo prezzo sale, cioè X rivaluta: in questo modo i suoi beni diventano meno convenienti, e lo squilibrio si attenua. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in deficit, la cui valuta diventa abbondante e si deprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X inflaziona, o i suoi partner in deficit deflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

Diciamo che dalle parole "nella visione keynesiana" in poi non vedo particolare bisogno di interventi. Il punto è che oggi sovvertirei la narrazione piagnona dell'Italietta che ha bisogno di svalutare, perché abbiamo capito che le cose stanno in un modo un po' diverso: è la Germanietta che per stare in piedi aveva bisogno come minimo di non rivalutare, ma in effetti (e la storia dei primissimi anni dell'euro in questo era stata eloquente) di svalutare, cioè di praticare dumping valutario ogni qual volta altri tipi di dumping (salariale, energetico, ecc.) non la assistevano. Insomma: quello che ha messo ulteriormente in crisi il sistema è stata l'incapacità del suo egemone di stare al tavolo senza truccare le carte, ma lo ricordo solo per segnare un punto.

Il secondo aspetto è che col passare del tempo e col progredire della letteratura scientifica (e anche della nostra conoscenza della letteratura pregressa, e umilmente anche con i nostri minimi contributi all'avanzamento delle conoscenze) abbiamo allargato di molto l'elenco dei meccanismi disfunzionali innescati dall'adesione ad un'unione monetaria disfunzionale. Non c'è solo la distorsione della competitività, che si traduce in crisi di bilancia dei pagamenti e poi in race to the bottom dei salari, ma ci sono anche le distorsioni allocative sul mercato dei capitali (tassi di interesse al di sotto del valore di equilibrio incentivano all'indebitamento e in tal modo favoriscono diverse forme di errata allocazione del capitale, una delle quali - ma non l'unica! - prende la forma di bolle immobiliari, con effetti negativi sulla produttività) e quelle sul mercato del lavoro (se si compensa lo svantaggio competitivo con politiche di taglio dei salari, come ammesso oggi anche da Draghi, ne conseguono distorsioni nell'allocazione del lavoro, ad esempio con lo spostamento verso tecniche a bassa intensità di capitale, con ulteriori effetti negativi sulla produttività).

Tutti questi ramificati aspetti sono affrontati fra l'altro in questo working paper di a/simmetrie, in questo paper del Journal of Economic Policy Reform, dove trovate infiniti consigli di lettura (è una letteratura ampia, consolidata e di nobile lignaggio) e se preferite ascoltare piuttosto che leggere nel mio intervento al #goofy13:

Con queste due osservazioni, tornerei al punto: se ci riferiamo al quadro concettuale da cui il blog è partito, e che per quanto stilizzato resta comunque valido, la Bulgaria nell'immediato ha qualcosa da temere dall'abbandono della flessibilità del cambio, e in particolare è plausibile che salti per aria "in pochi giorni", come sostenuto qua sopra dal "folgorato"?

Osservando i dati, notiamo che in effetti negli ultimi anni il cambio del leu bulgaro ha conosciuto fluttuazioni di una certa intensità:

con una discreta tendenza al deprezzamento a partire dalla grande crisi finanziaria globale (evidenzio che questo cambio è quotato incerto per certo, quindi a un innalzamento corrisponde una svalutazione: occorrono più unità di valuta nazionale per una unità di valuta estera). Si potrebbe quindi argomentare che rinunciare a questa flessibilità abbia un costo. Tuttavia, i più eruditi ricorderanno, o i più attenti ai dettagli noteranno, che:


il tasso di cambio col dollaro della valuta bulgara si muove esattamente come il tasso di cambio col dollaro della valuta tedesca! Questo perché, come vi avevo ricordato a suo tempo (sempre qui, ma poi anche parlando dell'Europa a sette velocità), pur non essendo un Paese eurizzato come il Montenegro, la Bulgaria è già da tempo nell'euro de facto avendo ereditato nel 1999 il currency board col marco stabilito nel 1997 (analogamente a quanto fatto da Bosnia e Erzegovina nel 1995). Questo significa non solo e non tanto che il suo tasso di cambio con l'euro è irrevocabilmente fisso fin dall'inizio della nostra meravigliosa avventura nel mondo delle aree valutarie non ottimali:

ma anche che la sua banca centrale di fatto non ha alcun margine di autonomia, perché in un currency board la banca centrale può emettere moneta solo in quanto incameri nelle riserve ufficiali una quantità della valuta estera cui il Paese è agganciato sufficiente da garantire una immediata e illimitata convertibilità della valuta nazionale in valuta estera. Insomma: la Banca centrale bulgara poteva emettere un leu (anzi, quasi due!) solo se incamerava nelle riserve ufficiali un euro. Quindi ieri in Bulgaria nulla è cambiato né sotto il profilo del tasso di cambio, né sotto quello della possibilità di condurre una propria politica monetaria.

La situazione in questo senso è strettamente analoga a quella della Croèscia (Croazia): anche lì ci eravamo detti che la kuna croata non aveva manifestato tendenze né al deprezzamento come lo zloty né all'apprezzamento come la corona ceca, e si era mantenuta sostanzialmente stabile rispetto all'euro, per cui l'ulteriore restrizione derivante dal fissare il cambio non avrebbe determinato particolari traumi (e così è stato).

In pochi giorni quindi non succederà nulla: scenari argentini, da innesco immediato del ciclo di Frenkel, descritto qui sul Cambridge Journal of Economics (scaricabile qui), raccontato nel Romanzo di centro e di periferia,  e applicato alla crisi dell'Eurozona in Unhappy families are all alike:


non erano plausibili per la Croazia e lo sono ancor meno per la Bolghèria (Bulgaria).

Questo significa che va tutto bene?

No, naturalmente non significa questo.

Faccio anche qui due osservazioni.

La prima è che anche nel nostro caso, nonostante che per noi l'adesione all'euro non fosse un'ottima idea, i guasti si sono visti in modo esplicito molto più tardi, attorno al 2010 (quindi tredici anni dopo l'aggancio all'Ecu avvenuto nel 1997), e questo nonostante che nel frattempo l'Italia avesse mantenuto un differenziale di inflazione positivo nei riguardi dell'Eurozona, con un corrispettivo deterioramento del suo cambio reale:

(spero che il grafico sia chiaro: si vedono i tassi di inflazione italiano e dell'Eurozona, il differenziale cumulato, in crescita perché in quel periodo l'inflazione italiana era superiore alla media, e il tasso di cambio reale, correlato col differenziale cumulato, perché quando i prezzi interni crescono più di quelli esteri il cambio si apprezza)

e quindi delle sue partite correnti di bilancia dei pagamenti e del suo debito estero. Ci volle lo shock di fine 2008 perché il sistema si inceppasse, costringendoci alle politiche deflazionistiche che portarono il nostro tasso di inflazione sotto la media, facendo scendere il differenziale cumulato e ripristinando competitività col deprezzamento del cambio reale:


Quello che questo ripasso molto sintetico (spero intelligibile per i niubbi) vuole ricordarci è che i problemi di un sistema rigido (un paraurti di cristallo) possono non manifestarsi finché non arriva lo shock! Ma (ed è qui che volevo arrivare) noi sappiamo che uno shock è nell'aria, perché ce lo dice l'OCSE. Nulla di deterministico, non sappiamo la data né l'ora, ma il fatto è che se pure la Bulgaria dovesse avere meno tensioni di noi, essere più adusa a un simile aggancio, potrebbe però avere meno tempo a disposizione prima di mettere alla prova i vantaggi della rigidità del sistema.

La seconda osservazione è che in effetti la Bulgaria si trova in una situazione per certi versi analoga a quella dell'Italia prima della crisi finanziaria globale. Il suo tasso di inflazione, storicamente molto alto nonostante il currency board:


è rimasto sopra la media anche negli ultimi tempi:

(noi invece siamo decisamente sotto la media, e infatti stiamo deprezzando in termini reali, cioè recuperando competitività), e questo si sta riflettendo nella competitività, cioè nel tasso di cambio reale, che naturalmente si era andato apprezzando in modo drastico ai tempi dell'inflazione a due cifre:


(indicando una drammatica perdita di competitività) e quindi si sta nuovamente apprezzando ora, in corrispondenza della divergenza del tasso di inflazione bulgaro dalla media europea:


La Croazia, per dire, è riuscita a restare incollata alla Germania, che pure sta perdendo competitività (il suo cambio reale è aumentato di circa il 10% dal 2015, nonostante la svalutazione nominale dell'euro verso il dollaro!), mentre la Bulgaria dal 2015 ha perso il 20% di competitività (il suo tasso di cambio reale si è apprezzato del 20%.

Ora, come dovreste sapere, per una strana ironia della sorte, nel giorno stesso in cui aprivo questo blog per dire che gli squilibri da monitorare erano questi (cioè quelli di debito estero e privato), più che quelli di finanza pubblica, l'Unione Europea si dotava di un quadro di sorveglianza macroeconomica sostanzialmente in linea con le tesi del blog (il che non impedì ai vari zero tituli nostrani di considerare questo blog "eretico"), specificandolo nel REGOLAMENTO (UE) N. 1176/2011 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 16 novembre 2011 sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici. Si tratta della famosa MIP (Macroeconomic Imbalances Procedure) su cui tante volte ci siamo esercitati (per approfondire seguite il tag MIP nel tagcloud). Gli indicatori sono questi:


e può senz'altro essere interessante andare a vedere come sono messi in Bolghèria ma anche in Croèscia, anche perché quest'ultima è già dentro da un po', il che ci consente di valutare se l'ingresso nell'euro sta favorendo la sua convergenza verso gli altri Paesi membri (come vorrebbe la teoria dell'OCA endogena del nostro amico Spennacchiotto), o se invece sta favorendo una divergenza. Ripassiamoci quindi questi indicatori, magari cercando anche di individuarne il significato all'interno della teoria del ciclo di Frenkel.

Allacciate le cinture che partiamo...


...e partiamo col botto, nel senso che, come prevedibile dato il progressivo l'apprezzamento del cambio reale, la Bulgaria ha un saldo delle partite correnti in via di progressivo deterioramento. Non che vada molto meglio alla Croazia, che dopo l'ingresso nel 2023 ha visto ulteriormente ampliarsi il suo deficit estero. Noi attualmente siamo in pareggio (i dati si fermano al 2024), ma il fatto di aver recuperato competitività di prezzo lascia presagire per noi un miglioramento (per inciso: l'indicatore MIP considera la media mobile a tre termini del saldo delle partite correnti, saldo che nel nostro caso risente del mezzo disastro fatto nel 2022 da Draghi con gli approvvigionamenti di energia a prezzi impossibili, ma sta rimbalzando:

mentre lo stesso non si può dire dei due nuovi entranti). Il peggioramento del saldo delle partite correnti è il sintomo caratteristico del quarto stadio del ciclo di Frenkel.

Ciononostante:


sia la Bulgaria che la Croazia stanno rientrando da una posizione netta sull'estero negativa, che nel caso della Croazia fino al 2021 era sotto la soglia di allarme del -35%. Risultato questo un po' controintuitivo, visto il peggioramento del saldo estero, ma prendiamolo per buono e allietiamoci per i nostri fratelli (e sorelle) bulgari. Ricordo che quando da noi scoppiò il casino il rapporto fra posizione netta sull'estero e Pil era al -18%, quindi più favorevole di quello attuale della Croazia.

La perplessità aumenta quando vediamo che rispetto alla causa degli squilibri (che noi abbiamo messo prima, ma il cruscotto mette dopo), la situazione è questa:

cioè sia Bolghèria che Croèscia stanno fuori, con due significative precisazione: che la Bolghèria sta pesantemente fuori, e che la Croèscia sta fuori da quando è entrata nello iùro (che quindi tanto bene finora non le ha fatto. Notate anche la tendenza all'apprezzamento (perdita di competitività) della Germania e al deprezzamento (guadagno di competitività) nostro.

Altro indicatore interessante è questo:


interessante più che altro sotto il profilo dell'antropologia culturale, perché il suo significato e la sua asimmetria racchiudono ed esprimono meglio di ogni altra cosa la profonda stupidità del pensiero mercantilistico tedesco. Da un pensiero stupido non può che nascere un indicatore stupido, e siamo qui a commentarlo. Ad esempio, il risultato stellare della Bulgaria nel 2022, con un aumento percentuale del 17% della quota bulgara sull'export dei Paesi industrializzati, significa che la Bulgaria è passata da esprimere lo 0,28% ad esprimere lo 0,33% di queste esportazioni, cioè, come si direbbe a Roma, da un cazzo a un cazzo e un barattolo. Considerazioni parzialmente analoghe valgono anche per l'amica Croèscia. Presentare variazioni percentuali su indicatori che hanno valori così irrisori è effettivamente una stupidaggine, ma basta saperlo. Più informativo l'indicatore per Paesi che hanno numeri più significativi, e qui si vede il disastro tedesco (il crollo delle loro esportazioni lorde, che si traduce in un significativo e crescente arretramento della loro quota di mercato rispetto ai Paesi industrializzati) e la "resistenza" italiana. Per darvi dei numeri, la quota di mercato della Germania è passata dal dall'11,17% del 2020 al 9,94% del 2024, mentre quella italiana dal 3,96% del 2020 al 3,97% del 2024. Capite bene il terrore sordo e cupo che si respira nel bunker di Berlino...

Ma rifacciamoci gli occhi con un grande classico, che in effetti andrebbe messo prima, perché è una causa del tasso di cambio reale che a sua volta causa gli squilibri commerciali e di finanza estera:

e in effetti questo indicatore è fuori scala in tutti i Paesi in cui il tasso di cambio si sta apprezzando, mentre è dentro i limiti di legge (9%) qui da noi. Notate l'ironia della sorte: i piddini ci rimproverano di non far crescere i salari, ma questa è ovviamente una bufala, con l'aggravante che se li avessimo fatti crescere di più saremmo in wotchlist da parte della loro adorata "Europa". Insomma: questo indicatore non aggiunge un gran che, se non che in Croazia decisamente l'ingresso nell'euro ha rappresentato una significativa divergenza dalle soglie raccomandate, e in Bulgaria siamo molto ma molto fuori scala. Non c'è da aspettarsi recuperi di competitività a breve (e sono quindi curioso di vedere se la posizione netta sull'estero continuerà a migliorare).

Poi c'è l'unica variabile che interessa ai cretini:

ma questo è il motivo per cui non interessa a noi, e quindi non perdo molto tempo a commentarla. La nostra situazione la conosciamo e sta migliorando, quella della Bulgaria è analoga a quella dell'Irlanda nel 2007, per dire (ma in quest'ultimo caso era fuori scala il debito estero).

Le cose interessanti cominciano dopo, a partire dal debito delle famiglie:


e delle imprese (le due componenti del debito privato:

dove si constata che il debito delle imprese (non finanziarie) è in calo ovunque, e quindi è sotto la soglia di attenzione, ma non sono poi così sicuro che sia del tutto un bene, perché questo calo del debito delle imprese mi somiglia tanto a un credit crunch visto dal basso, mentre quello delle famiglie in Bulgaria è in ripresa (ma sempre sotto la soglia di attenzione) e in Germania nel 2020 aveva addirittura superato la soglia di attenzione (non ci avevo mai fatto caso, ma è interessante). Sul fronte interno quindi sembrerebbe che non ci siano segni di allarme, questo almeno dicono gli stock di debito. Tuttavia, se guardiamo il rapporto fra il flusso di credito (cioè di nuovi debiti) e i rispettivi stock, notiamo una cosa che avevamo visto già tempo addietro:


il flusso di credito erogato alle famiglie è in rapida crescita sia in Bulgaria che in Croazia, e in Bulgaria è ampiamente fuori scala. Questo spiega la spinta sulla domanda interna che si traduce in maggiore inflazione e apprezzamento del cambio reale. Qui il punto è che l'indebitamento delle famiglie sembra crescere con tendenze analoghe all'indebitamento estero netto, il che lascerebbe supporre dinamiche centro-periferia da ciclo di Frenkel, ma naturalmente per averne esatta contezza bisognerebbe entrare in statistiche più granulari. Quanto al credito alle imprese:

la situazione è molto più tranquilla, e direi che questo è il primo indicatore che si presenta veramente male per il nostro Paese, con una decrescita del credito erogato che non preannuncia nulla di buono.

Ci avviciniamo alla fine (in vari sensi):


Naturalmente con un mercato del credito alle famiglie così vivace (o drogato) i prezzi delle abitazioni crescono fuori scala, primo segno di una possibile bolla immobiliare. La Germania nel 2025 pare si stia riprendendo dalla visibile correzione del 2023-2024, ma anche da lei i prezzi erano andati crescendo fuori scala salvo poi fare un capitombolo nel 2023.

Per concludere, siccome i leuropei devono sembrare umani, vi riporto anche gli indicatori riferiti al mercato del lavoro:

dove siamo tutti in miglioramento, ma naturalmente chi è più in basso ha dinamiche inflazionistiche più sostenute (e qui mi riferisco a Bulgaria e Croazia: la Germania è in recessione e non fa testo), e:

dove fino al 2022 noi eravamo in sofferenza, ma ora pare che ci siamo ripresi.

Riepilogando

Premesso:

  1. che noi per fare il botto ci abbiamo messo circa 13 anni (e c'è voluta la Grande crisi finanziaria),
  2. che sia la Croazia che, soprattutto, la Bulgaria erano abituate da tempo a un aggancio con l'euro, nel caso della Bulgaria estremamente rigido e senza alcuna autonomia in ambito di politica monetaria,
  3. che la situazione del debito pubblico è (naturalmente) non preoccupante in nessuno dei due Paesi;

il quadro che emerge è di persistente perdita di competitività dovuta a un differenziale di inflazione positivo, a quanto si può intuire alimentato da spesa delle famiglie sostenuta da un indebitamento verosimilmente con creditori esteri. Lo possiamo chiamare "integrazione finanziaria" o ciclo di Frenkel: per dirimere la questione occorrerebbero più dati e comunque basterà aspettare il botto. Il dato rilevante è che nel caso della Croazia i due dati successivi all'ingresso (2023 e 2024) non mostrano una particolare "convergenza". Vediamo che cosa farà la Bulgaria. In ogni caso, non può essere stato l'aggancio valutario di per sé a scatenare questo meccanismo di afflusso di capitali-indebitamento delle famiglie-inflazione con perdita di competitività-bolla immobiliare (per ora credo sotto controllo), per il semplice motivo che l'aggancio valutario... in qualche modo c'era già!

Più che un meccanismo razionale e ancorato al comportamento degli investitori esteri, come quello sottostante al ciclo di Frenkel, è facile che siano entrati in gioco meccanismi di altro tipo, più estemporanei, come ad esempio l'attrazione dall'estero di compratori non più spaventati dal dover fare una moltiplicazione o una divisione quando andavano a fare la spesa. I risultati si vedono già: a Spalato i residenti non possono più permettersi di acquistare un'abitazione (pensa quanto saranno contenti), anche in Bulgaria è da un po' che ci si interroga sull'eventuale presenza di una bollasi riflette sulle precedenti esperienze storiche cercando di trarne insegnamenti. Si riflette sulle conseguenze sociali, c'è chi parla di bomba a orologeria politica, ma non emergono preoccupazioni molto definite sul fronte della conseguenze finanziarie, che, come immaginate e forse ricordate, emergerebbero se qualche proprietario non rientrasse dai mutui contratti, e simultaneamente un calo dei prezzi degli immobili lasciasse questi prestiti sostanzialmente non garantiti, con riflessi sul sistema bancario.

Questo negli indicatore della MIP ancora non emerge (per esempio perché il debito estero sembra essere su un sentieri di rientro) e quindi da questa sommaria analisi non parrebbe che situazioni simili siano alle viste, ma certo la strada imboccata non allontana da quella direzione. Bisognerà vedere che cosa succederà quando arriverà la grandinata.

Fino a qui tutto bene.

(...fa comunque sorridere che venga proposto come grande successo e segno di attrattività del progetto l'essersi caricati a bordo altri vassalli della Tomania... Che potevano fare, loro, porelli? La crescita dei prezzi delle abitazioni - e non solo - andava comunque avanti da un po', sicuramente ora non rallenterà, ma è un po' tardi per preoccuparsi. Non solo la Storia non insegna: nemmeno la cronaca, e tutto sommato, considerando a chi è affidata, forse non è un male che sia così...)