venerdì 8 maggio 2026

Show must go on (parte terza)

(...per completezza. La seconda è qui...)


Disons-le en passant, être aveugle et être aimé, c’est en effet, sur cette terre où rien n’est complet, une des formes les plus étrangement exquises du bonheur. Avoir continuellement à ses côtés une femme, une fille, une sœur, un être charmant, qui est là parce que vous avez besoin d’elle et parce qu’elle ne peut se passer de vous, se savoir indispensable à qui nous est nécessaire, pouvoir incessamment mesurer son affection à la quantité de présence qu’elle nous donne, et se dire : puisqu’elle me consacre tout son temps, c’est que j’ai tout son cœur ; voir la pensée à défaut de la figure, constater la fidélité d’un être dans l’éclipse du monde ; percevoir le frôlement d’une robe comme un bruit d’ailes, l’entendre aller et venir, sortir, rentrer, parler, chanter, et songer qu’on est le centre de ces pas, de cette parole, de ce chant ; manifester à chaque minute sa propre attraction, se sentir d’autant plus puissant qu’on est plus infirme, devenir dans l’obscurité, et par l’obscurité, l’astre autour duquel gravite cet ange, peu de félicités égalent celle-là. Le suprême bonheur de la vie, c’est la conviction qu’on est aimé ; aimé pour soi-même, disons mieux, aimé malgré soi-même ; cette conviction, l’aveugle l’a. Dans cette détresse, être servi, c’est être caressé. Lui manque-t-il quelque chose ? Non. Ce n’est point perdre la lumière qu’avoir l’amour, Et quel amour ! un amour entièrement fait de vertu. Il n’y a point de cécité où il y a certitude. L’âme à tâtons cherche l’âme, et la trouve. Et cette âme trouvée et prouvée est une femme. Une main vous soutient, c’est la sienne ; une bouche effleure votre front, c’est sa bouche ; vous entendez une respiration tout près de vous, c’est elle. Tout avoir d’elle, depuis son culte jusqu’à sa pitié, n’être jamais quitté, avoir cette douce faiblesse qui vous secourt, s’appuyer sur ce roseau inébranlable, toucher de ses mains la providence et pouvoir la prendre dans ses bras ; Dieu palpable, quel ravissement ! Le cœur, cette céleste fleur obscure, entre dans un épanouissement mystérieux. On ne donnerait pas cette ombre pour toute la clarté. L’âme ange est là, sans cesse là ; si elle s’éloigne, c’est pour revenir ; elle s’efface comme le rêve et reparaît comme la réalité. On sent de la chaleur qui approche, la voilà. On déborde de sérénité, de gaîté et d’extase ; on est un rayonnement dans la nuit. Et mille petits soins. Des riens qui sont énormes dans ce vide. Les plus ineffables accents de la voix féminine employés à vous bercer, et suppléant pour vous à l’univers évanoui. On est caressé avec de l’âme. On ne voit rien, mais on se sent adoré. C’est un paradis de ténèbres.


Ho avuto la fortuna di conoscere la mia bisnonna, la madre della madre di mio padre, Teresa da Lucignano d'Arbia, cieca da entrambi gli occhi (debolezza che si era trasmessa per li rami fino al suo nipote e mio padre ma da cui io vado esente - anche se per prudenza la pressione oculare me la controllo!), ma lucida come uno specchio lucido.

"Nonna, quando cade Pasqua fra tre anni?" "Il 30 marzo." "Quando cade la prima domenica di marzo?" "Il 2". Così, senza esitazione alcuna. Non so che algoritmo applicasse, se sapesse di epatta e fasi lunari: certo è che a differenza del nostro amico intelligente (AI) lei a casaccio non andava. Forse, mentre sgranava il rosario, recitava il calendario: ma allora avrebbe avuto una memoria di ferro! Arrivò a 99 anni, che è un buon obiettivo intermedio da proporsi: numero palindromo, ma soprattutto numero di Kaprekar (qui si imparano sempre cose utili), amata e accudita come Monseigneur Bienvenu dans son paradis de ténèbres.

Anche mio figlio ha conosciuto la sua bisnonna, Rosa, cioè la madre di mio padre, che lui chiamava "la nonna con le ruote", in conseguenza di un piede diabetico, con tutto quel che ne derivò (e anche da questa debolezza le insondabili leggi della genetica e dell'evoluzione mi hanno schermato, per non parlare del mutamento di costumi, che ci tiene alla larga dai glucidi). Certamente come nonna (per me) fu più agevole che come suocera (per mia madre): era il mio rifugio, come vi feci capire tempo addietro, la mia radice in Toscana, poi estirpata dal decorrere del tempo.

Già avrete capito dove voglio andare a parare.

Io non so quando vedrò i miei nipoti e se avrò sufficiente forza per godermeli (nel dubbio, proseguo con la sana prassi di ascoltare quasi ogni mattina correndo la rassegna stampa di Daniele: ove mai smettesse di tenerla, ne conseguirebbe un mio tracollo fisico, quindi abbonatevi al Tempo se tenete al vostro guru!), ma da un paio di giorni una cosa la so: non conosceranno il loro bisnonno. È andata così, in modo un po' imprevisto, ma con dignità e senza sofferenza. In questi casi, diciamo in caso di uscita, a capire che cosa è successo ci vuole un po', esattamente come nel caso opposto, in caso di entrata. In entrambi i casi si viene immediatamente distratti da una serie di contingenze pratiche mentre si transita su una nuova orbita, su un diverso livello di energia. Il messaggio è chiaro: cade l'ultimo diaframma fra me e la Verità (con la "l" minuscola, ovviamente). Ora sono io il decano.

L'ho detto solo al mio capo e al mio capogruppo (perché sono due amici e perché era meglio che lo sapessero), ma se da un lato a voi non voglio nasconderlo, perché in questi quindici anni abbiamo condiviso tutto, dall'altro ho tenuto la cosa riservata (quindi non l'ho detto agli uffici di assemblea, ecc.), per evitare che anche questo momento diventasse come le feste comandate un festival del servo encomio via WhatsApp. So chi mi vuole bene, e so anche perché (quindi so anche chi smetterà di volermi bene quando non conterò più un cazzo), so anche che voi non leggete questo blog (e come potreste, dato che non esiste?) ed è quindi inutile che vi esorti a tenere per voi questa condivisione che non c'è mai stata, onde evitare che chi non è di famiglia come voi (ma anche chi lo è o crede di esserlo come voi) mi intasi il cellulare, perché non serve a nulla.

Condivido solo un ricordo, che mi è tornato nitido in mente qualche sera fa, mentre cenavo con pregiati esponenti della classe dirigente di questo Paese che non riesce a volersi bene per quello che è (e che invece proprio per come è tanto affetto e cura meriterebbe). Nel discorso era caduto per vari motivi sui cui non mi dilungo il tema dell'identità nazionale (sembra strano, ma ci sono manager cui interessa...), e uno dei commensali ci raccontava la vita di suo padre, in qualche modo parallela a quella del mio: entrambi alti dirigenti in aziende pubbliche che gestivano e gestiscono servizi di rete (mio padre oggi verosimilmente sarebbe l'AD di FS Logistix), una vita in azienda, un orgoglio profondo di servirla, e per il suo tramite di servire quella Repubblica che loro avevano visto nascere. Il mio amico ricordava di quando l'azienda in cui lavorava suo padre aveva attraversato un momento di stress particolarmente acuto, e suo padre, che era già pensionato, il giorno dopo, in pendenza di emergenza, era uscito di casa ed era andato al lavoro per dare una mano. Ma la cosa strana non era questa: era che a quell'epoca, oltre vent'anni fa, il lavoro di decostruzione ancora non aveva frantumato la nostra identità, e quindi i suoi colleghi lo avevano lasciato entrare e si erano fatti aiutare, perché a quel tempo aver trascorso una vita nella stessa azienda, attraversando con varie responsabilità i vari livelli gerarchici e funzionali, veniva considerato ancora un valore aggiunto, una garanzia di competenza, non una macchia, una prova di scarso dinamismo, di renitenza alle sfide della globalizzazione, come lo considererebbe oggi un head hunter. Riflettevamo, grazie a questo ed altri episodi, su quanto fosse stato fatto in quella e in altre aziende per impedire che un certo patrimonio di cultura aziendale venisse riconosciuto e trasmesso come un valore, e su come si fosse preferito sacrificarlo a competenze asseritamente fungibili, un po' come sapere il greco, l'algebra o la geografia sono stati sacrificati sull'altare della pedagogia in un altro mondo, quello della scuola (dove la trasmissione del sapere costituisce l'oggetto sociale).

Queste considerazioni mi riportavano col pensiero a tante cene in famiglia, nel traverso fra gli Ottanta e i Novanta, in cui mio padre lamentava la calata dei consulenti, di questi estranei, ignari della materia, che si prendevano un pacco di soldi per venire a insegnare a lui e ai suoi colleghi, che sapevano benissimo farlo, il loro mestiere. Vedevo all'epoca l'entusiasmo di mia madre ogni volta che riattaccava questa geremiade (spero di non parlare troppo a SAR del mio lavoro: senz'altro, di occasioni per farlo non ne ho tante...), vedo ora qual era la posta in gioco: in nome della modernità, e del trasformare lo Stato in un Mercato che però paga come lo Stato (cioè poco), si stavano ponendo le basi per guadagnare "efficienza" trasformando una grande azienda in una scatola cinese di quasi 200 società (con altrettanti consigli di amministrazione, collegi sindacali, e organismi di vigilanza). Insomma: i "consulenti" stavano all'economia pubblica come i pedagogisti stanno all'istruzione pubblica. Stessa funzione, stesso risultato: mettere (fintamente) a mercato in nome di (finti) guadagni di efficienza, smantellando la nostra identità e la nostra cultura, saldamente fondata (un tempo) sul saggio principio rem tene, verba (et opera) sequentur.

Di questa, e di altre cose, avrei forse voluto parlare con lui ora che nel mio ruolo devo gestirne o subirne le conseguenze, ma ci sarà senz'altro tempo di farlo con calma. Aveva iniziato la sua vita dove vorrei terminare la mia, in campagna, e l'ha terminata come spero di terminare la mia, dimenticandosi, nel sonno, di respirare. 

Non preoccupatevi di me, e, soprattutto, tenetelo per voi...


(...intanto, al convegno del Dipartimento economia che si svolgerà il 27 maggio a Roma parleremo anche di capitalismo di Stato, perché è così che funziona dove le cose funzionano...)

80 commenti:

  1. Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo. Le mie piu' sincere condoglianze.

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  2. Salgo subito ad abbracciare la mamma, intanto che posso.
    Condoglianze prof.

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  3. La perdita dei genitori è sempre un momento duro della nostra vita.
    Sentite condoglianze

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  4. Condoglianze, Guru.
    E' stato comunque fortunato ad avere vicino queste persone così a lungo, lo sa? Qua non vedo più nessuno da mo', se eccettuiamo la zia più giovane.

    Sull'antico concetto di cultura aziendale, di solidarietà tra colleghi, di un certo tipo di fronte comune, si potrebbe (e potrei) parlare per parecchio. Ho avuto la fortuna di vivere un mondo che certi valori ancora li condivideva; tuttavia, va da sé, ho anche l'assai relativa fortuna di lavorare oggi in un mondo nel quale questi valori non solo non si vivono più, ma se ne parli a un giovane collega ti guarda come se venissi da Marte.
    Insieme alle paghe è volato via - e non poteva essere diversamente - il senso della colleganza, del comune destino, e non mi riferisco solo a un certo tipo di valori di sinistra: è proprio che certi panni si lavavano in casa.

    Oggi vale la Meritocrazia (metto mano alla pistola...), e mi spiace dire che i pur ottimi Padroni e Padroncini che si riempiono la bocca con le Risorse Umane, non hanno a tutt'oggi capito nulla su come si conservano e ampliano (con eccezioni: ma quasi mai sul salario...).

    Tanto poi arriva uno che sembra Batman, incasina un po' le cose, se ne va a fare Batman da qualche altra parte. Oppure c'è il collega che per fare il primo della classe sputtana chi capita: una volta, beh, non avrei voluto essere in lui.

    Non voglio neanche adesso: quindi sarebbe ora di andare in pensione (non posso: morte in scena come il Signore di Moliére).

    Non sono cattivi: è solo ammerega. Quant'è brutta.

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    1. Sì, ti capisco. In altri modi e per altre vie anche il mio ambiente (quello accademico) ha subito una contaminazione.

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    2. Visto adesso.
      Si la 'merega genera solo bruttezza. Le uniche cose belle le hanno rubate agli indiani.

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  5. In queste dolorose circostanze non trovo mai le parole… ti abbraccio Onoré❣️

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  6. Condoglianze. Nel mio caso, più passano gli anni più la distanza mi fa sentire il calore di certi atteggiamenti di mio padre nei miei confronti, sentimento che all'epoca semplicemente non coglievo per ottusa supponenza

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    1. Sì, questo è un noto problema. Difficile da disinnescare anche quando i ruoli si invertono.

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  7. Sarà sempre con lei e certamente anche noi lo abbiamo conosciuto suo tramite, poiché ognuno di noi è anche il segno lasciato dai nostri genitori. Condoglianze sincere.

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  8. Le mie più sentite condoglianze Prof.

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  9. Questo blog non esiste, noi non esistiamo, siamo solo l'onda del mare che inevitabilmente scomparirà e non lascerà traccia. Eppure defininiamo la forma di ogni onda e influenziamo la forma di quelle circostanti. Siamo le nostre scelte, siamo quello che facciamo e quello che diciamo. Siamo tutta la parte dell'universo che necessitiamo di essere. Continui con noi a essere solo onda nella tempesta.

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  10. Condoglianze, Alberto. La scomparsa del padre per me ha segnato la fine dell'illusione dell'eternità delle cose.

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    1. Ecco, direi che questo, per quanto sia irrazionale, è un passaggio che sto vivendo anch'io. Non direi però "illusione dell'eternità delle cose", ma dell'eternità di chi si rappresenta le cose, cioè di noi stessi. Il messaggio è semplicemente: finora il prossimo era lui, ora il prossimo sei tu. Questo messaggio forte e chiaro si riflette subito in una serie di decisioni pratiche, come attraversare o non attraversare un nevaio in quota, per fare un esempio recente...

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  11. Quando si verificano eventi come quello da lei condiviso personalmente le mie possibili reazioni sono solo due: tacere, oppure osservare l'accaduto e cogliere l'occasione per alcune riflessioni. Secondo lei quando viene portato a compimento un percorso di vita si ritorna al caos dopo l'ordine della esistenza, oppure si ristabilisce l'ordine dopo la tempesta della vita stessa?

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  12. Condoglianze. Ho perso il mio vent'anni fa. Non subito, ma lo incontrerà ancora nei sogni, più volte, e sarà proprio lui, non vecchio né sofferente, lui, il padre di quando si avevano venticinque anni, e anche dicendo cose mai dette, le dirà esattamente come avrebbe fatto. E sarà un piacere ascoltarlo nel sonno e ricordarlo al risveglio. Almeno, a me accade così.

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  13. Caro professore,
    Le faccio le mie più sincere condoglianze.

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  14. https://youtu.be/RhPniZCpdrY?is=6De1XzvGaP1rQEcW

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  15. Sincere e davvero sentite condoglianze. Un abbraccio.

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  16. Condoglianze Alberto. Un abbraccio a tutta la famiglia.

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  17. Per quanto ci si possa preparare in realtà non si è mai pronti alla perdita di un padre.
    Spero e prego che possa superare questo doloroso momento della vita.
    Sincere Condoglianze

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  18. Caro Onoré, le mando le mie sincere condoglianze, un forte abbraccio.

    Lato consulenti, comprendo al 100%, avendo avuto a che fare direttamente sia con head hunter che con consulenti (però in ambito privato). Da figlio orgoglioso di un Servitore dello Stato, ho assistito anche io al (neanche troppo) lento declino dell’Istituzione a cui apparteneva, ormai decimata in nome della spending review attuata seguendo i dettami dei sopracitati “esperti”…

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    1. Che disastro! Goffe espressioni di un mondo che, tra l'altro, viene sempre a dirci dieci anni dopo perché quello che ci aveva costretto a fare dieci anni prima era sbagliato! Non escluderei che ciò prima o poi succeda anche in questo campo.

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  19. Io sono fortunato, ci sono ancora mamma e papà che però da qualche anno si è ammalato. Ho quindi avuto già tempo per abituarmi all'idea che possa non esserci più e per capire che non riuscirò ad abituarmi. È stato sempre presente seppure con discrezione, senza costrizioni o condizionamenti.
    Un abbraccio aquilano.
    Condoglianze.

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  20. Le più sentite condoglianze professore

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  21. Es tut mir wirklich sehr leid um Ihren Verlust.
    Giulia

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  22. Condoglianze e un abbraccio, da me e Raffaele.

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  23. Condoglianze e un abbraccio, Alberto 🙏

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  24. Le persone importanti per la nostra vita lasciano ricordi proprio perché sono tali: abbiamo imparato molte lezioni da loro, e queste restano. Condoglianze professore.

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  25. Le più sentite condoglianze professore.

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  26. Sentite condoglianze per la sua perdita.

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  27. Condoglianze Professore, io dopo aver perso il secondo genitore ho provato la strana sensazione di sentirmi orfano, nonostanze avessi 48 anni.

    Le auguro di trovare presto piccoli momenti/gesti/luoghi che possano fargli ritornare in mente momenti passati con lui, saranno attimi di piccoli ricordi gioiosi.
    Condoglianze ancora.

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  28. Condoglianze. Altro non so dire, se non che leggendo ho pensato con commozione a questa esperienza che tutti abbiam fatto o faremo. Con affetto, penso di esser fortunato per esser qui.

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  29. Vedrà Professore, lo avrà sempre accanto.

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  30. Sono sinceramente dispiaciuta per la Sua perdita, un abbraccio

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  31. Le mie condoglianze: nel ricordo di chi ha servito la Repubblica e ci ispira nelle azioni di oggi. Lo scherano - germe

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  32. questo post mi ha fatto pensare al mio papà con lui ricordo pochissimi momenti insieme quando mi aiutava a fare i compiti alle elementari quando una volta ha accompagnato me e mia sorella valentina al catechismo una volta a portato me e mia sorella valentina a prendere il pesciolino soprattutto mia mamma mi ha raccontato che quando mia mamma chiedeva a mio padre di comprare il pane il mio papà mi portava con sé molte volte mi chiedo cosa mi raccontasse magari un racconto di eroi o una favola chi lo sa so che c'è che mi abbraccia quando ne ho bisogno profondamente mi manca immensamente il padre che avrei voluto e sarà così per sempre 🥹🩵

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  33. Ho perso il mio papà 34 anni fa, nel 1992, anno orribile non soltanto per me, ma per l'Italia intera. Ma non ho perso il suo ricordo, soprattutto in giornate come questa. Pensavo a lui proprio oggi, nel giorno della sfilata delle penne nere e mi è tornato prepotente alla memoria il suo orgoglio di alpino, saldato nella mente dai dolorosi ricordi della guerra.
    I nostri affetti rimangono per sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti.

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  34. Sincere condoglianze, Onorevole.

    Razionalmente sappiamo di essere soli, ma quando lo diventiamo anche fattualmente, quando, come dice lei, il prossimo siamo noi, lo capiamo forse fino in fondo.

    Mi permetto di unirmi all'amarezza che traspare dalle sue parole rispetto alla triste sorte del "sistema paese" a cui suo padre ha partecipato, come tanti dei nostri padri e nonni, sopravvissuti a pagine buie, e probabilmente per questo determinati a risorgere dalla cenere e affamati di una libertà che si sono trovati a dover inventare. Non posso accettare la narrazione secondo cui sarebbe colpa della bassezza morale dei nostri padre se i nostri figli avranno un futuro incerto, non posso accettare che la soluzione venduta sarebbe un umiliazione e una ulteriore distruzione del presente che i nostri padri hanno sognato e sperato radicalmente diverso da com'è, non posso accettare che le lezioni che loro hanno duramente imparato sulla propria pelle vengano negate. Una delle forze, almeno per me, di questo blog, nasce nella capacità di legare freddi numeri, lucide astrazioni e ragionamenti tecnici alla storia, purtroppo infelice, di tante persone (dai 3 milioni di poveri made in Monty, ai fratelli greci, e ai lavoratori tutti), che mi ha permesso di capire quanto il "sogno europeo" non sia stato solo un processo fallimentare, disfunzionale, politicamente aberrante, ma anche una profonda ingiusta aggressione alle vite di milioni di Europei di ieri, di oggi e purtroppo anche di domani.

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  35. Quand nous prendrons conscience de nôtre rôle, même le plus efface, alors seulement nous serons heureux. Alors seulement nous pourrons vivre en paix et mourir en paix, car ce qui donne un sens à la vie donne un sens à la mort.

    Elle est si douce quand elle est dans l’ordre des choses, quand le vieux paysan de Provence, au terme de son règne, remet en dépôt à ses fils son lot - de chèvres et d’oliviers, afin qu’ils le transmettent, à leur tour, aux fils de leurs fils. On ne meurt qu’à demi dans un lignée paysanne. Chaque existence craque à son tour comme une cosse et livre ses graines.

    J’ai coudoyé une fois trois paysans face au lit de mort de leur mère. Et certes, c’était douloureux. Pour la seconde fois, était tranché le cordon ombilical. Pour la seconde fois, un nœud se défaisait : celui qui lie une génération à l’autre. Ces trois fils se découvraient seuls, ayant tout à apprendre, privés d’une table familiale où se réunir aux jours de fête, privés du pôle en qui ils se retrouvaient tous. Mais je découvrais aussi, dans cette rupture, que la vie peut être donnée pour la seconde fois. Ces fils, eux aussi, à leur tour, se feraient têtes de file, points de rassemblement et patriarches, jusqu’à l’heure où ils passeraient, à leur tour, le commandement à cette portée de petits qui jouaient dans la cour.

    Je regardais la mère, cette vieille paysanne au visage paisible et dur, aux lèvres serrées, ce visage changé en masque de pierre. Et j’y reconnaissais le visage des fils. Ce masque avait servi à imprimer le leur. Ce corps avait servi à imprimer ces corps, ces beaux exemplaires d’hommes.
    Et maintenant, elle reposait brisée, mais comme une gangue dont on a retiré le fruit. À leur tour, fils et filles, de leur chair, imprimeraient des petits d’hommes. On ne mourait pas dans la ferme La mère est morte, vive la mère.

    Douloureuse, oui, mais tellement simple cette image de la lignée, abandonnant une à une, sur son chemin ses belles dépouilles à cheveux blancs, marchant vers je ne sais quelle vérité, à travers ses métamorphoses.
    C’est pourquoi, ce même soir, la cloche des morts du petit village de campagne me parut chargée, non de désespoir, mais d’une allégresse discrète et tendre. Elle qui célébrait de la même voix les enterrements et les baptêmes, annonçait une fois encore le passage d’une génération à l’autre. Et l’on n’éprouvait qu’une grande paix à entendre chanter ces _ fiançailles d’une pauvre vieille et de la terre.

    Ce qui se transmettait ainsi de génération en génération, avec le lent progrès d’une croissance d’arbre, c’était la vie mais c’était aussi la conscience. Quelle mystérieuse ascension ! D’une lave en fusion, d’une pâte d’étoile, d’une cellule vivante germée par miracle nous sommes issus, et, peu à peu, nous nous sommes élevés jusqu’à écrire des cantates et à peser des voies lactées.
    La mère n’avait point seulement transmis la vie elle avait, à ses fils, enseigne un langage, elle leur avait confié le bagage si lentement accumulé au cours des siècles, le patrimoine spirituel qu’elle avait elle-même reçu en dépôt, ce petit lot de traditions, de concepts et de mythes qui constitue toute la différence qui sépare Newton ou Shakespeare de la brute des cavernes.

    Antoine de Saint-Exupéry – Terre des hommes - Pagina 176-178.
    © Editions Gallimard, 1939. Collection Folio. ISBN2-07-036021-0

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  36. Curioso l' uso di point in luogo del pas. Forma che oramai credo sia presente solo nei classici. I quali, come gli affetti, quelli veri, non passano mai. Condoglianze.

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  37. Una preghiera e sentite condoglianze Professor Bagnai.

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