lunedì 10 aprile 2023

E il debito privato? Aggiornamenti sulla MIP

Domani ricevo due colleghi dell'Assemblée nationale francese (l'equivalente della Camera dei deputati) che desiderano approfondire le posizioni formulate dal Parlamento italiano in merito alla riforma delle regole di bilancio europee, espresse nella COM(2022) 583, cui vi avevo fatto cenno qui, successivamente avallata dalle conclusioni del consiglio ECOFIN del 14 marzo, poi approvate dal Consiglio europeo del 23 marzo.

Io sono stato relatore del parere della XIV Commissione, ai cui lavori partecipo in sostituzione permanente del ministro Giorgetti. Il parere, che trovate in appendice qui, è stato reso alla V Commissione, in cui invece è stato approvato un documento, relatrice l'onorevole Lucaselli, che trovate in appendice qui.

I documenti sono abbastanza circostanziati ed evidenziano una serie di problemi posti dal nuovo approccio regolamentare proposto da Bruxelles. Certo, trattandosi di politica, abbiamo dovuto esercitare l'eroismo della pazienza e non il "sicceroismo" dei guitti. La tentazione di seguire il secondo approccio, qui esemplificato da un autore che credeva di essere di sinistra, naturalmente assale, ma in un discorso e comunque in un contesto politico le regole di ingaggio sono diverse. Questo ovviamente non sarà capito dai soliti puristi che storceranno il nasino, in attesa di essere epurati da un purista più purista di loro: ma questo è un loro problema.

Il nostro problema, in termini generali, così come emerge dalla lettura degli orientamenti della Commissione, è il solito: quello delle regole rigide con applicazione discrezionale, fin da subito identificato dalla letteratura scientifica come gravemente disfunzionale, complicato in questo caso da un deciso input di opacità, e dall'attribuzione di un sempre maggior potere di impulso e di gestione del processo alla Commissione, cioè alla divinità che nella Trimurti europea (Commissione, Consiglio, Parlamento) è decisamente la più distante da una legittimazione democratica diretta. Ma non è tanto su questo aspetto generale, variamente messo in evidenza (a beneficio di chi ne avesse avuto bisogno) dai vari soggetti auditi, che voglio attirare oggi la vostra attenzione.

Volevo invece tornare su un punto, che poi è il dato genetico di questo blog: e il debito privato?

Fra fine febbraio e inizio marzo abbiamo passato tre settimane a parlare della necessità di mettere ordine nelle finanze pubbliche, di non lasciare debito alle generazioni future, e via giannineggiando, e fin qui, per carità, tutto comprendere è tutto perdonare! Tuttavia, per quanto a voi possa sembrare strano, per i miei colleghi non solo non esiste questo blog, dove il punto ci è chiaro dal 16 novembre del 2011, ma nemmeno Voxeu, dove ci sono arrivati il 7 settembre del 2016, e così i miei colleghi non sanno, ahinoi!, che:

la scorsa (e la prossima) crisi dell'Eurozona non è stata (e non sarà) una crisi di debito pubblico, ma una crisi di debito privato, una crisi da arresto improvviso (sudden stop) di rifinanziamento privato delle posizioni debitorie private sull'estero.

A noi era bastato osservare che i Paesi più malconci erano quelli col debito pubblico più basso, non più alto (unica eccezione la Grecia, dove comunque il debito pubblico era stabile e a crescere rapidamente era stato il debito privato). Come faceva un debito basso o stazionario a essere causa di problemi finanziari? Era più facile che quei problemi fossero causati da un debito che era più alto o comunque in rapida crescita!

Noi ci eravamo arrivati subito, quelli bravi cinque anni dopo, i miei colleghi parlamentari ancora non ci sono arrivati. Con l'occasione, apro e chiudo una parentesi per sottolineare un punto, anzi, un paio di punti di metodo.

Intanto, come vedete, siamo oltre il principio di autorità! Certe cose non vengono non dico capite, ma almeno accettate, neanche se le dice Giavazzi, il principe dei nuovi farisei! Il fatto poi che le dicano i dati possiamo considerarlo come del tutto trascurabile, e questo perché? Ma perché un parlamentare mediamente il tempo di approfondire non ce l'ha, e sconta fortemente il costo reputazionale in cui incorrerebbe affidandosi a una fonte che si rivelasse inadeguata. Lo avete visto anche recentemente: molti avevano dubbi (anche nel partito di Speranza) ma nessuno voleva farsi affibbiare lo stigma di novax, cioè nessuno, in buona sostanza, voleva perdere diritto di parola (perché essere screditato dai giornaloni equivale a perdere il diritto di esprimersi). Insomma, vale per i parlamentari quello che vale per un'altra istituzione in cui i meccanismi reputazionali giocano un ruolo determinante: i mercati. Anche i parlamentari preferiscono fallire in modo convenzionale piuttosto che avere successo in modo non convenzionale. Quindi sono stupidi? No, tutt'altro: si dipingono così! E questo non è irrazionale? No, non lo è, purtroppo. Il costo immediato di proporre un approccio non convenzionale è la perdita della possibilità di incidere (ovviamente con le dovute eccezioni e con i dovuti distinguo, ma non tutti hanno la preparazione e la dialettica necessarie per avventurarsi in ogni campo con la stessa efficacia, il che consiglia a tutti una grande prudenza).

Questa parentesi vale a controbattere l'obiezione che molti seguaci di guittology potrebbero farmi, e forse mi hanno anche fatto, in passato: "Ma allora tu, che le cose le capisci prima, perché non gliele spieghi?"

Ma per due motivi: il primo, che poi è quello determinante, lo capirete quasi tutti: semplicemente, non c'è tempo per farlo (anche perché un discorso si fa in due, e per addentrarsi in un tema tecnico occorre non solo che tu abbia voglia di parlare, ma anche che l'altro, che è a corto di tempo come te, trovi conveniente impiegarlo nell'ascoltarti). Ma il secondo, che quasi nessuno capirà, non è trascurabile: semplicemente, dicendo le cose non dico "come stanno", e nemmeno "come risultano dai dati", ma "come le dice Giavazzi" (che è la massima auctoritas per loro), sarei pressoché certo di perdere quel minimo di autorevolezza che sono riuscito ad acquistare, e quindi di perdere la possibilità di essere ascoltato in altri contesti.

Dice: "Ma che senso ha non parlare per preservare la possibilità di poterlo fare in futuro? Tu intanto parla, poi i fatti ti daranno ragione, come è già successo, e la tua autorevolezza sarà rafforzata!" Sì, può darsi. Ma appunto, se i fatti mi daranno ragione, perché devo logorarmi a far entrare in testa alla gente delle cose che tanto la loro strada la troveranno? Non c'è un'unica partita, non c'è un unico tavolo, non ci sono solo Leregole, per dire: c'è tanto altro, e se è chiaro che la governance economica ha una sua rilevanza, è altresì chiaro che, nell'eterno ritorno dell'uguale, il fatto che si prosegua con l'austerità ha naturalmente svantaggi, ma ha anche un indiscutibile valore pedagogico. I rapporti di forza cambiano anche così, e non è da escludersi che in molti casi sia meglio aspettare che evolvano in proprio favore, prima di esprimersi.

Comunque, tornando al merito del discorso: e il debito privato? Perché, visto che è fattualmente e scientificamente assodato che gli episodi di instabilità finanziaria dipendono prevalentemente da esso, nella riforma delle regole non se ne tiene conto? Possibile che in Leuropa nessuno ci abbia pensato?

Ovviamente non è possibile e ovviamente ci si è pensato, come credo ricordiate. Qui abbiamo parlato spesso di MIP, la Macroeconomic Imbalances Procedure. Per una ironia della storia, l'Unione Europea decise di inserire il debito privato fra gli indicatori da tenere sotto controllo proprio nel giorno stesso in cui noi aprimmo questo blog per dire che il problema non era il debito pubblico (cinque anni prima di Giavazzi) e in cui Monti si insediò per fare austerità, cioè per fare una politica feticisticamente orientata al controllo del debito pubblico (col plauso di Giavazzi). La MIP infatti viene disciplinata dal Regolamento 1176/2011 del 16 novembre 2011. Fatto sta che, messasi a posto la coscienza con un minimo omaggio di circostanza al buonsenso macroeconomico, Parlamento e Consiglio decisero poi di non farsene di nulla: tutto l'apparato correttivo e sanzionatorio, infatti, resta ancorato unicamente alla finanza pubblica, e anche i recenti orientamenti sulla riforma delle regole, mentre ci raccontano che:

anche per la procedura per gli squilibri macroeconomici sarà previsto un processo di monitoraggio e di esecuzione rafforzato. La procedura per gli squilibri eccessivi rimarrà quindi lo strumento per imporre un'azione politica negli Stati membri con squilibri macroeconomici eccessivi, compresi squilibri che mettono o rischiano di mettere a repentaglio il corretto funzionamento dell'Unione economica e monetaria, quando tali Stati membri non intraprendono un'azione politica adeguata

in pratica non danno alcuna indicazione pratica su come dovrebbe essere sanzionato o comunque corretto lo Stato che si trovasse in una situazione di squilibrio (mentre per il debito pubblico la procedura di controllo e di sanzione è descritta con dovizia di particolari, e il testo lo trovate qui).

Forse il motivo è quello che avevamo prefigurato nel 2015: se si prendessero sul serio gli squilibri macroeconomici, salterebbe fuori che noi non siamo quelli messi peggio. Un indicatore dichiaratamente rozzo al quale ci eravamo affidato era il numero medio di violazioni dei parametri della MIP, che, lo ricordiamo, sono 14:

  1. la media mobile a tre termini del rapporto al Pil del saldo delle partite correnti, con soglie a +6% e -4%;
  2. il rapporto al Pil della posizione netta sull'estero, con soglia al -35%
  3. la variazione percentuale su 5 anni della quota di mercato delle esportazioni, con soglia al -6%
  4. la variazione percentuale su 3 anni del costo del lavoro per unità di prodotto, con soglia al 9% (12% per Paesi esterni all'Eurozona
  5. la variazione percentuale su 3 anni del tasso di cambio reale effettivo basato sull'indice dei prezzi al consumo e relativo a 41 paesi industriali, con soglia del +/-5% (+/-11% per Paesi esterni all'Eurozona)
  6. il rapporto debito privato/Pil, con soglia al 133%
  7. il rapporto fra flusso di credito privato e Pil, con soglia al 14%
  8. il tasso di variazione annuale del prezzo delle abitazioni, con soglia al 6%
  9. il rapporto debito pubblico/Pil, con soglia al 60%
  10. la media mobile a tre termini del tasso di disoccupazione, con soglia al 10%
  11. la variazione annuale delle passività totali del settore finanziario, con soglia al 16.5%
  12. la variazione su tre anni del tasso di attività (rapporto fra popolazione attiva e popolazione in età lavorativa), con soglia al -0.2%
  13. la variazione su tre anni del tasso di disoccupazione a lungo termine, con soglia allo 0.5%
  14. la variazione su tre anni del tasso di disoccupazione giovanile, con soglia al 2%

(vi ho evidenziato in grassetto i tre debiti: estero, privato e pubblico).

Otto anni fa la situazione era questa:


e per esercizio (e anche per avere qualcosa da dire domani), con santa pazienza, sono andato ad aggiornare il grafico prendendo dall'Appendice statistica al Rapporto sul meccanismo di allarme (Alert mechanism report), cioè dall Staff Working Document SWD (2022) 381 final, i dati dal 2014 al 2021. La situazione sul campione 2014-2021 (dati più recenti ancora non ne abbiamo) è questa:


Notiamo che tutta la curva si è abbassata: otto anni fa il Paese messo peggio era la Spagna con una media di sette criteri violati all'anno, oggi Cipro con 5,4 (seguito subito dopo dalla Spagna). Il periodo di relativa tranquillità fra 2014 a 2019 ha consentito a tutti i Paesi di aggiustare in qualche modo i loro parametri, e così anche noi siamo passati da una media di 3.5 violazioni a una media di 2.9. La dinamica presenta un certo interesse: se otto anni fa solo cinque Paesi avevano collezionato in media meno violazioni di noi, nel periodo 2014-2021 i Paesi più "virtuosi", secondo questo criterio dichiaratamente rozzo, sono passati a 10: abbiamo raggiunto la Finlandia, che è ora a pari merito con noi, ma ci hanno sorpassato Danimarca, Svezia, Bulgaria, Romania, Polonia e Malta. Salvo errore, cinque di questi sei Paesi sono fuori dall'Eurozona, e quattro sono prenditori netti di fondi europei, ma questo è senz'altro un caso. Più interessante osservare che fra i quattro "grandi", solo la Germania sta messa marginalmente meglio di noi, mentre Francia e Spagna hanno entrambe più difficoltà di noi a rientrare nel quadro di sorveglianza macroeconomica. Paesi che proclamano grande virtù, o che come virtuosi vengono sbandierati dai nostri media, stanno alla pari con noi, come la Finlandia, o piuttosto peggio di noi, come i Paesi Bassi. L'Irlanda, il "ragazzo prodigio" dei narratori ingenui, è il quinto Paese per numero medio di violazioni (sta fra Grecia e Ungheria).

Questa analisi puramente descrittiva, naturalmente, lascia il tempo che trova. Per quanto sia importante monitorare il tasso di disoccupazione, soprattutto quello giovanile, e per quanto sarebbe doveroso tenerne conto, fatto sta che esso è più un prodotto che una causa delle crisi finanziarie, che invece sono causate dal debito privato, in particolare da quello estero. Fermo restando che le soglie prescelte per posizione finanziaria netta sull'estero e debito privato non hanno un particolare valore, come non ce l'ha il famoso 60% (che con le nuove regole fiscali europee non cambia), può essere interessante fare un focus sulla violazione di questi tre parametri: il secondo, il sesto e il nono della lista sopra riportata.

Vediamo quindi che evoluzione hanno avuto questi tre tipi di debito, esaminando la loro variazione fra 2014 e 2021:


I paesi sono ordinati per variazione del debito estero (posizione finanziaria netta sull'estero, barra azzurra) crescente, il che significa che quello più in alto è quello che ha ridotto di più il suo debito (aumentato di più il suo credito) verso l'estero, mentre quello più in basso è quello che ha aumentato di più il suo debito (ridotto di più il suo credito) verso l'estero. In cima abbiamo la Croazia, la cui posizione netta sull'estero è andata dal -89.6% del Pil nel 2014 al -35.1% nel 2021 (quindi il debito netto si è ridotto), e in fondo abbiamo la Grecia, la cui posizione è andata dal -133.0% nel 2014 al -171.9% nel 2021 (quindi il debito netto è aumentato).

Questo modo di organizzare i dati ci fa vedere una regolarità: generalmente i Paesi più competitivi, le cui esportazioni superano le importazioni, e che quindi accumulano crediti/decumulano debiti verso l'estero, cioè quelli più in alto, sono anche quelli in cui il settore privato riesce a diminuire il proprio debito. Fanno eccezione a questo schema Germania, Svezia, Belgio, Austria e Slovacchia. La stessa cosa vale, a grandi linee, per il debito pubblico (e qui fanno eccezione Italia e Spagna).

In qualche modo questo avvalora l'enfasi sui vantaggi della competitività, cioè della crescita con la domanda altrui: resta ovviamente il problema di come immaginare un mondo di soli esportatori netti (chi importerebbe?), ma non entro ora in questa annosa questione. Viceversa, anche se sarebbe interessante entrare nelle vicende di tutti i singoli Paesi (ad esempio dell'Irlanda, di cui ci siamo occupati diverse volte, l'ultima qui), vi propongo uno zoom sui quattro Paesi più importanti, perché alla fine, anche se siamo riusciti a farci molto male gestendo nel modo che ricorderete la crisi di un Paese piccolo, sono le dinamiche dei Paesi grandi a essere determinanti non solo e non tanto per la stabilità finanziaria del sistema, quanto per gli orientamenti della sua produzione legislativa:


La cosa interessante è che fra il 2014 e il 2021 in Francia sono aumentati, e non di pochissimo, tutti e tre gli stock di debito: quello pubblico, quello privato, e quello estero, come riflesso del noto problema di "deficit gemelli" (pubblico ed estero) che affligge il Paese e sul quale ci siamo lungamente intrattenuti negli anni (probabilmente anche loro, ma senza migliorare di molto la situazione). Questo spiega, per chi si fosse messo in ascolto solo in questo momento, certi filmati un po' "mossi" che arrivano da quel Paese. Vista in questa ottica la nostra posizione non è poi così drammatica. Certo, del debito di cui parlano tutti (quello pubblico) ne abbiamo molto, ed è anche aumentato (ma meno che in Francia). Però dei debiti di cui nessuno parla, che poi sono quelli che fanno male (quello estero e quello privato) ci siamo sbarazzati a un tasso piuttosto soddisfacente.

La mia conclusione provvisoria è che non siamo noi i più fragili, se si utilizza una metrica meno beota di quella sulla quale il discorso si è appiattito. Ma naturalmente questa conclusione la terrò per me, o al massimo la consegnerò a un blog che non esiste.

(...e se dovessi scommettere un euro su quale Paese potrebbe darci soddisfazioni lo punterei sulla Svezia: un Paese in cui il debito pubblico è diminuito e quello privato è aumentato. Potrebbe non avere in comune con la Spagna solo l'iniziale, ma avremo modo di vederlo...)


L'agnello sintetico

(...approfitto di una vostra sollecitazione per mettere in fila alcuni "puntini" disseminati nel corpus del blog, di cui forse ora, con un po' di prospettiva, si riesce ad afferrare meglio il significato...)

Qualche giorno fa uno di voi ha posto un tema interessante: che garanzie di sicurezza ci dà la cosiddetta carne sintetica? Quattro giorni dopo Marco Cosentino, cui avevo segnalato il tema, ha pubblicato sul suo canale Telegram (da seguire) questo interessante articolo di rassegna. In estrema sintesi: i dubbi espressi dal nostro amico circa l'accresciuto rischio biologico posto dalla riproduzione di cellule in vitro rispetto a quella sessuata sono fondati ed erano già ampiamente noti e discussi. La rassegna è di tre anni fa, ma il dibattito era già vitale sette anni fa (e in effetti se ne era parlato tangenzialmente anche qui). Si conferma comunque che qui non si inventa niente (e noi non abbiamo mai preteso di inventare qualcosa) e che il buonsenso e un minimo di istruzione ti portano se non prima, non molto dopo, dove poi arriverà la scienza. L'articolo di sette anni fa, fra l'altro, pone una sfaccettatura interessante del problema: come si fa a proporre carne di sintesi in un mondo che sempre più aspira a una vita e a prodotti naturali (il famoso chilometro zero)?

Ma questa è solo una sfaccettatura del problema, appunto, tra l'altro facilmente scardinabile col noto meccanismo del richiamo a una superiore urgenza: il nuovo FATE PRESTO! ambientale, quello gretino, può facilmente spazzare via le aspirazioni bucoliche di un altro tipo di ambientalismo, quello meno finanziato dalle multinazionali.

Il nocciolo del problema mi sembra sia invece quello evidenziato da Gabriele Bellussi: la concentrazione oligopolistica che questo tipo di filiera necessariamente porta con sé, date le elevate barriere tecnologiche di accesso al mercato, e il conseguente controllo da parte di pochi delle vite di tutti gli altri. La direzione in cui si sta andando è questa, quella del controllo, ma questa è tutt'altro che una novità (non a caso avete citato i solti classici: 1984, e via dicendo), e anche su questo ci eravamo permessi in tempi non sospetti di lanciare plurimi allarmi. Non è nemmeno una grande novità, ma acquista in questa vicenda un risalto sempre maggiore, il fatto che l'Unione Europea, progetto nato, nelle immortali (?) parole del Manifesto di Ventotene, per combattere "efficacemente" (?)  "tutte le tendenze monopolistiche", sia semplicemente il braccio armato, l'amplificatore di queste tendenze monopolistiche.

Certo, la linea catara e criptogrillina espressa dal manifesto di Ventotene ("si è così assicurata l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio..." ecc. ecc.) risente di svariate debolezze analitiche, e anche di una certa usura del tempo, come più volte abbiamo notato. Fra le tante debolezze, una delle più rilevanti ai fini di quello che qui interessa è la mancanza di una riflessione sulla natura endogena di queste tendenze monopolistiche, che deriva dalla natura del progresso tecnologico, come avrebbe poi spiegato Sylos Labini. Proprio per questo, proprio per la loro natura in qualche modo endogena, queste tendenze richiederebbero, come contrappeso, una politica forte e legittimata, che sia in grado non solo e non tanto di regolare il come, ma soprattutto il dove vogliamo andare. Perché se il dove te lo propone un altro, poi, a seconda dei casi, la scelta del come potrebbe non essere vasta né agevole. Occorrerebbe quindi esattamente quel tipo di politica che, per una serie di problemi di coordinamento su cui ci siamo lungamente soffermati negli anni, l'UE non può "deliverare" (come dicono quelli bravi).

Di fatto, alcuni recenti fatti di cronaca confermano quanto ci siamo sempre detti qui: se non l'unica, la principale economia di scala politica realizzata dal "grande pennello" europeo è quella a vantaggio del lobbismo, che è un'attività assolutamente fisiologica per il funzionamento di una democrazia (alla fine, i Governi devono rappresentare e difendere interessi espressi dalla società, e della società fanno parte anche le imprese), ma che degenera più facilmente se opera, appunto, in condizioni di monopolio (politico), come quelle create in re ipsa dal progetto europeo.

E quindi?

E quindi, come al solito, come in altri campi (qui siamo partiti occupandoci di economia internazionale monetaria), se una storia va avanti da decenni, e se mancano le condizioni istituzionali, prima ancora che politiche, per contrastarla, anche se il buonsenso, e quella sua sublimazione che è la scienza, sconsigliano di intraprendere un certo percorso, quel percorso verrà intrapreso, e dietro non c'è la "S" di Satana (spiace per i tanti amici folcloristici cui perdoniamo l'ingenuo e involontario tentativo di screditare il nostro lavoro) ma quella di soldi.

Significa che non possiamo fare nulla?

Vorrei rispondere, anche se non è buona educazione, con una domanda: voi, da dodici anni di battaglie, che cosa avete imparato?

Sarebbe utile che rispondessero quelli che non si sono arresi, quelli che sono qui dall'inizio. Qualcuno c'è. Gli altri sono benvenuti, ma ovviamente vedono un percorso di anni sotto le lenti deformanti dell'attualità. Perché se non abbiamo imparato niente, allora la guerra è persa. Se abbiamo imparato qualcosa, allora dobbiamo riconoscere i pochi progressi fatti e le molte sconfitte subite e trarne delle lezioni: quelle lezioni che ho cercato, senza successo, di condividere con l'ultima ondata di zerovirgolisti (quelli che si sono schiantati in Friuli Venezia Giulia)...

In ogni caso: buon appetito!

(...l'eterno ritorno dell'uguale! Siamo più o meno a undici anni fa: sfoderano i loro guitti - vi ricordate Donald?, tornano alla carica con gli stessi argomenti - vi ricordate di quando mandavamo a stendere i CCF e le monete "positive"?, senza che nessuno si ponga la più semplice delle domande: "ma questa postura politica - cioè quella dell'antipolitica - la prima volta che risultati ci ha dato?" L'alleanza organica col PD dei "diritti", cioè dei dritti! Bel risultato! E poi, non è mica la prima volta! L'antiparlamentarismo - perché di questo si tratta - è una costante del nostro panorama politico, un fenomeno cronico che si acutizza come fascismo, qualunquismo, grillismo... Il prossimo "ismo" non sappiamo come si chiamerà, ma interessa il giusto: il problema non è l'etichetta che gli si dà, il problema è che in questa follia c'è un metodo, c'è una razionalità, che qui abbiamo discusso tante volte, prendendoci le nostre badilate di letame. Ma avevamo ragione noi, nel limitato senso che quello che prevedevamo poi è successo. Fatto sta, e so che dirlo espone a critiche, prevedere quello che sarebbe successo non è stato del tutto inutile. Non è servito a impedirlo, certo, ma ora alcuni di noi sono più vicini a dove le cose si decidono. Claudio insiste regolarmente su questo punto: porcate come la "filiazione europea", o semplicemente l'aumento dell'IMU, non sono andate avanti perché eravamo lì. Certo, siamo lontani dall'obiettivo di recuperare una piena autonomia strategica, ma tuttavia non credo che il nostro essere lì sia irrilevante: ce lo segnala lo sforzo che viene profuso dai nostri nemici per avvalorare l'idea che lo scopo di un parlamentare sia la mera testimonianza, sia il darsi fuoco come un monaco buddista [leggendo l'articolo apprenderete che anche quella foto era stata preparata, così come quelle dei gretini imbrattatori], o il ritirarsi sull'Aventino [che finì come sapete]. Non cascateci! I risultati richiedono pazienza e perseveranza, richiedono il non bruciarsi, né letteralmente, né metaforicamente. Questo lo abbiamo capito. Se ai guitti spiace, ce ne faremo una ragione...)

mercoledì 5 aprile 2023

Il blog che non c'è (mai stato)

Noto con un disincantato compiacimento che un tema che avevamo sollevato tempo addietro è diventato piuttosto caldo (forse troppo).

C'è sempre quel problemino di bilanciare il compiacimento del riuscire, dopo dodici anni di attività, a essere ancora anticipanti, con lo sconforto di non riuscire, dopo dodici anni di anticipazioni, a essere non dico risolutivo, ma almeno incisivo. Se ne parlava anche nell'ultimo post e non torno sul punto: se è toccato a Keynes, può toccare anche a noi, sapremo farcene una ragione.

Volevo però dedicare una mezz'oretta a circostanziare la provocazione con cui ultimamente vi punzecchio: quella storia che questo blog non è mai esistito, che voi non esistete, che la nostra community non esiste, come non esistono nemmeno i duecento biglietti del #midtermgoofy (quelli in effetti non esistono: ve li siete fumati in poche ore...).

Parto da un aneddoto di oggi.

Mi cercava una operatrice informativa per offrirmi ampio spazio con una intervista sul PNRR: "fare un’intervista ampia con noi su come, quanto  e dove spendere i soldi del pnrr?"

Ora, chi è qui dall'inizio ha visto come si è evoluto nel tempo il mio rapporto con la stampa, e chi non c'era può seguire, leggendo i vecchi post, le tappe di questa evoluzione. D'altra parte, se il primo tag di questo blog è propaganda un motivo ci sarà. Venendo all'oggi, semplicemente non ho nulla da dire a chi per anni ha avuto come scopo principale quello di togliermi voce e visibilità, o di distorcere quanto dicevo. Si parla, ovviamente, degli anni precedenti al mio ingresso in politica: oggi la visibilità non mi serve e non la cerco - a dire il vero, neanche prima la cercavo più di tanto, ma ci siamo capiti...

Non è molto intelligente cercarmi sempre e solo per mettere zizzania all'interno della maggioranza o del mio partito. Bisogna essere molto, ma molto stupidi per pensare che io abbocchi a trappoline simili. Un giornalista intelligente, se non fosse un ossimoro, cercherebbe in qualche modo di costruire un rapporto nei momenti di bassa tensione, di creare un minimo di confidenza reciproca condividendo riflessioni su temi tecnici o laterali: così, forse, si porrebbero i presupposti per affrontare temi di struttura nei momenti in cui diventano rilevanti. Ma bisognerebbe capire (e qui sta il loro problema) la rilevanza dell'interlocutore! Ovviamente se mi usi solo per i tuoi giochetti da poraccio in giornate in cui ho altro da fare come va a finire? Ma nel modo più ovvio: blocco del contatto e via andare! Lo stesso accade se mi chiami ex nihilo per parlare di nomine, o in generale del tema del giorno.

Allora "Bagnai limita la libertà di espressioneeeeh1!11!"?

No: semplicemente Bagnai quello che vi interessa oggi lo ha già detto ieri, e non gli va di ridirlo a persone che lo renderebbero incomprensibile a terzi per il semplice motivo che sarebbero loro le prime a non capirlo. Sia detto senza offesa, per carità! Non sto postulando un'inferiorità etica o intellettuale degli operatori informativi. So benissimo tutta la storiella: loro non sono cattivi, sono le condizioni oggettive del loro lavoro, ecc.

Ma anche uno scorpione non è cattivo: sono le condizioni oggettive del suo lavoro. Fatto sta che se posso ne sto alla larga e se non posso lo schiaccio.

Punto.

Perché in tutto questo, vedete, c'è un dato che magari a voi non sfugge, ma nel dubbio ve lo metto in evidenza: alla fine, che il problema dell'operatore informativo sia capire (ad esempio, che cosa io pensi del PNRR: mi rendo conto che sia un enigma perché non ne ho mai parlato), o che sia mettere zizzania nella maggioranza andando alla ricerca di affermazioni controverse, non è che ci sia bisogno di rompermi i coglioni! Io quello che penso lo scrivo qui da dodici cazzo di anni (mica uno!): c'è tutto, su tutti i campi dello scibile umano, e se non salta immediatamente all'occhio il tema del giorno (perché generalmente qui ce ne siamo occupati mesi o anni prima) basta usare gugl (sarebbe Google).

C'è una domanda quindi che dovremmo porci, e che magari vi sarete posti: ma perché quando qui diciamo quello che ci pare, nessuno usa le nostre affermazioni per scassarci la minchia (o la maggioranza)? Di cose che a seconda della giornata potrebbero essere strumentalizzate in un senso o nell'altro ce ne sono a tonnellate! Ora, siccome dicendo quello che pensavo sono diventato prima senatore e poi deputato, ovviamente non ho alcuna intenzione di smettere. Ma allora perché sui giornaloni non leggiamo mai "l'onorevole Bagnai nel suo blog dice che il PNRR...", o anche semplicemente "l'onorevole Bagnai nel suo blog dice le parolacce"? Ma è molto semplice: perché questo blog non deve esistere. Eh già, perché nella famosa sequenza: "prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci", siamo arrivati alla fase "poi ti combattono".

Come poi ti combattono? Ma non ci stanno ignorando?

No, avete letto bene, e qualcuno ha anche capito. Agli altri lo spieghiamo coi classici: "Scopo dell'atto di guerra è disarmare l'avversario" (von Clausewitz). E se la guerra è quella dell'informazione, l'avversario lo si disarma non dandogli voce (ovvero: in questa forma di combattimento l'arma di annientamento dell'avversario è l'ignorare). In altre parole, il nemico sa che se portasse lettori qui, ci armerebbe. Quindi non lo fa, ed è sostanzialmente per questo che tante asserzioni che pensavo mi avrebbero procurato rogne qui sono passate lisce come acqua di fonte.

Come ogni regola, anche questa ha goduto di eccezioni. Io ne ricordo una, ma forse ce ne sono state altre.

D'altra parte, se siete qui, sapete che cosa succede a chi arriva qui: ci resta. E se ci siete restati sapete che cosa succede a chi ci resta: cambia visione del mondo, fino a trovare fastidiosamente superfluo il lavoro degli operatori informativi, che quindi, per ovvi motivi di autotutela, hanno tutto l'interesse a combatterci con l'arma dell'oscuramento.

Vedo il bicchiere mezzo pieno: possiamo continuare a dirci la verità su tante cose senza che questo crei casi politici e senza dover fare troppi giri di parole, possiamo proseguire il nostro discorso, possiamo essere una community (che non esiste) senza fare ombra a nessuno, e in effetti se ultimamente vi trascuro non è per timore di creare imbarazzi, ma semplicemente perché mi manca il tempo di intrattenermi con voi.

Certo, c'è anche il bicchiere mezzo vuoto, e ve lo spiego con un altro aneddoto di poche settimane fa.

Ero in un salotto non so se esclusivo ma certamente riservato della Grande Babilonia e mi intrattenevo con Alti Funzionari (molto alti: ora va così, anche se io preferivo quando le mie serate le passavo con voi). Con grande foga uno di loro mi spiegava che c'è un libro di una studiosa americana che spiega come gli spostamenti di masse di popolazione siano stati usati nel secondo dopoguerra come armi per destabilizzare politicamente Paesi avversari, come strumenti di guerra ibrida. E io me lo guardavo sornione... fino a che (sbagliando: perché vi ho appena detto che quello di non esistere è il nostro principale vantaggio tattico!), fino a che non mi son potuto trattenere, e gli ho detto: "Sì, ma tu lo sai perché hai letto quel libro? Perché nel 2016 ho portato in Italia quella studiosa, che mi era stata segnalata da un lettore del mio blog, e il suo intervento al nostro convegno ha avuto così tanto successo che le è stato proposto di tradurre in italiano il libro".

E gli ho fatto vedere il video (notate che infatti Armi di migrazione di massa venne pubblicato l'anno successivo).

Amici, vi dico un segreto: la gente, anche quella che dovrebbe sapere tutto, non sa un beneamato cazzo di niente di quanto è successo nel nostro Paese e di chi non dico lo ha fatto succedere, ma ha contribuito a che succedesse: per loro non c'è mai stato questo blog, quindi nessuno ha invitato Kelly in Italia, questa intervista non è mai stata rilasciata, e del resto nemmeno questa, perché ovviamente non c'è mai stato questo panel, e quindi nemmeno gli altri, così come non ci sono mai stati i nostri convegni, ecc.

Magari potrebbe servire a qualcosa creare un minimo di coscienza di certi processi storici, se volete: far trapelare l'idea che noi esistiamo. Chissà?... Certo per questo non possiamo rivolgerci ai Soloni (che fanno rima con se stessi) che blaterano di sovranismo atteggiandosi a intellettuali compostabili, pardon: organici, a mosche nocchiere del carro della Storia.

Ma la storia (non) è stata fatta nel blog che non c'è (mai stato), e possiamo continuare a (non) farla qui.

Sappiatelo, e (non) siatene fieri.

Buona notte!

(...non ci vediamo fra dieci giorni: peccato, perché mi hanno detto che non ci sarà il catering...)

martedì 4 aprile 2023

Lascienza e le scienze: questione di sintesi

(...c'è un medico in sala?...)

Ciao, Alberto.

Ti volevo sottoporre un’altra piccola riflessione, stavolta su un argomento generale: la storia della carne sintetica. Quello che mi sta seriamente preoccupando è che quasi tutti gli articoli che ne parlano non fanno seriamente riferimento alle basi della biologia molecolare (nome convenzionale della scienza del DNA e della sua replicazione, come sai bene), il cui studio ci da la possibilità di produrre in grandi quantità tessuti muscolari di origine animale. Ovviamente non lo si fa per una ragione: chi ha anche la semplice infarinatura di questa scienza (io l’ho studiata per diventare odontoiatra e non biologo molecolare, quindi…) sa che più un DNA e quindi una cellula si replica, più si introducono errori e anomalie. In natura, molti meccanismi compensano questa dinamica: la riproduzione sessuata e la morte degli individui quando ormai il loro DNA è un colabrodo (invecchiamento, malattie neoplastiche, alcune malattie virali) in fondo assolvono anche questa funzione (insieme a molte altre). Il fatto di cibarsi di animali sani macellati e non di carcasse non serve a essere inutilmente crudeli, ma a ridurre il rischio di ingurgitare agenti patogeni (virus, batteri, prioni) e tessuti potenzialmente nocivi perché potrebbero contenere materiale genetico che in qualche modo trovi una strada di replicazione (chi mangerebbe senza preoccuparsi un tumore, soprattutto se conosce quello che gli oncologi molecolari stanno scoprendo negli ultimi anni?).

Attualmente ogni bistecca che mangiamo è diversa dall’altra da un punto di vista biologico molecolare, ma potenzialmente in futuro potremmo mangiare sempre la stessa cosa (il ché aumenta e non diminuisce il rischio che possa creare danni). Ti ricordi che il prione della mucca pazza iniziò a diffondersi quando demmo da mangiare macinato di ossa alle mucche? Se nel ricombinarsi il DNA dell’infinita bistecca partorisse un prione o un’altra anomalia capace di diffondersi? Queste sono domande a cui non si vuole dare risposta, non solo perché ancora non c’è, ma come anche tu hai tante volte sottolineato in altri campi perché è politicamente conveniente non darla, così si inventa Lascienza del caso, che in questo periodo ha usurpato il nome di ecologia, dimenticandosi che LE scienze sono sempre tante (soprattutto quelle che concorrono al benessere umano) e i loro risultati vanno conosciuti e contemperati, per quanto la sintesi sia lunga e difficile. 

Spero di non averti tediato. Ne approfitto per augurarti buona Pasqua senza intasarti il telefono domenica. 

Un abbraccio.

Uno de passaggio.


(...dichiaro aperta la discussione generale. Mi limito a ricordare che qui dove vada a parare il discorso "verde", in particolare nella variante "decrescista", ce lo siamo sempre detti, fin dai remoti inizi. La sorpresa - se vogliamo considerarla tale - sta nell'accelerazione degli eventi. La pandemia ha  dato una mano in discesa, per evidenti motivi, ma il cambiamento è solo quantitativo - si va più in fretta! - non qualitativo: dove si stesse andando era ben chiaro a chi non fosse rapito dal sonno della bella addormentata. Il mio contributo da economista è sempre il solito: invece di cianciare di satanismo, di farfugliare di complotti, cercate di dare un'occhiata alle dinamiche economiche che vogliono spingerci oltre il naturale, oltre l'umano. Sarà più utile a voi e agli altri...)

sabato 1 aprile 2023

Per Non Rendersi Ridicoli...

 ...i nostri gentili interlocutori dovrebbero pesare le parole quando si esprimono in pubblico, far precedere le loro valutazioni da uno studio attento, e se ne avessero l'opportunità consultare o almeno ascoltare i colleghi più esperti.

A questo proposito, cioè a proposito di PNRR, vi riporto una succinta antologia dei miei interventi in merito, ordinati per data, virgolettando i messaggi essenziali. Sono convinto che servirà, che potrà essere una tappa importante del nostro percorso, fino al 2026 e oltre. Sono anche convinto che se queste parole, dette in luoghi abbastanza pubblici (l'aula del Senato, reti televisive nazionali, primarie emittenti locali, testate giornalistiche...), fossero state ascoltate anche da altri, sarebbero potute essere loro di qualche utilità, avrebbero potuto scongiurare certi goffi turbamenti, certe sorprendenti sorprese cui assisto in questi giorni, e che presumo si faranno più frequenti a mano a mano che il quadro si preciserà e che l'alluvione della propaganda, che aveva esondato dagli argini del buonsenso, rientrerà nell'alveo del reale, che era quello descritto dai documenti ufficiali e da noi fedelmente riportato nei suoi non molti pregi e nei suoi non pochi limiti, molto prima che scoppiasse la guerra. 

Date un'occhiata...

20 maggio 2020: diretta dal Senato

"Il fondo del problema è che non si tratta altro che di prestiti per lo Stato italiano, prestiti che arriveranno tardi... Il testo è abbastanza esplicito sul fatto che al di là delle condizionalità macroeconomiche, che potrebbero comportare rimettere in discussione Quota 100, il fondo sarà soggetto alle solite regole del bilancio europeo... La verità è che tutto il discorso dei fondi europei andrebbe rivisto per capire che tutto sommato non abbiamo un grande interesse a dare 15 per riottenere 10 con in più aggiunta la condizione che dobbiamo spendere questi 10 nei campi che ci vengono indicati dall'Europa".

27 maggio 2020: diretta dal Senato

"Si tratta di centinaia di miliardi teorici, che arriveranno, se arriveranno, solo a partire dal 2021, che sono a fondo perduto solo in teoria, perché poi nella proposta è chiaramente spiegato che dovremo restituirli direttamente o indirettamente fino all'ultimo centesimo, e che per di più non potremo neanche spendere non solo rapidamente, ma neanche per quelle che noi consideriamo le priorità del nostro Paese perché essendo inseriti nel quadro del cosiddetto semestre europeo questi soldi andranno avviati alle riforme che l'Europa si proporrà di attuare, e quindi si parlerà del solito verde e del solito digitale, che sono le due parole d'ordine dietro le quali si nasconde fondamentalmente il bisogno di Francia e Germania di convertire la loro industria automobilistica dal diesel all'elettrico. Questa novità, che non è una novità, non ci lascia particolarmente soddisfatti, dal momento che noi, Paese fondatore e contribuente netto al bilancio europeo, ci saremmo aspettati dei gesti veramente "ambiziosi". Oggi l'unico gesto veramente ambizioso sarebbe lasciare che la Banca Centrale Europea funzionasse da Banca centrale [NdCN: un po' come la Banca Centrale Svizzera, per darvi un esempio di attualità] anziché far indebitare i Paesi membri con prestiti più o meno camuffati da elargizioni, ma tutti sottoposti al principio che i soldi vengono dati solo se qualcun altro, che non siano i cittadini residenti nel Paese, decide come spenderli..."

27 maggio 2020: Zapping

"Fondo perduto non suonerebbe malissimo se fosse veramente quella roba lì... Non sono tantissimi, non sono a fondo perduto, e soprattutto che li danno se li spendiamo come dicono loro... Quello che doveva essere un meccanismo di coordinamento fra le politiche è diventato un meccanismo di controllo delle politiche nazionali: quindi questi fondi rientrerebbero in questo quadro... Anche i soldi a fondo perduto vanno restituiti, non direttamente, ma indirettamente sì, e come? Attraverso nuove tasse europee... e in parte attraverso il contributo nazionale al bilancio dell'Unione Europea... Non verrà deciso secondo le priorità nazionali come spendere questi fondi, ma secondo le priorità europee, e le faccio un esempio pratico: il nuovo bilancio europeo toglie risorse alla PAC e alle politiche marittime perché naturalmente verranno destinate nuove risorse alla transizione verde... La proposta italiana... era già un arretramento... noi già ci siamo messi in scia alla proposta tedesca perché lo scopo del Governo era poter dire di aver vinto presentando lui la risposta dell'avversario... I margini andavano costruiti con maggiore fermezza... La mia sensazione continua ad essere che i partiti di sinistra volessero l'accesso al MES perché l'Italia fosse messa sotto tutela qualora un Governo di centrodestra arrivasse..."

29 maggio 2020: RadioRadio

 

"Vedo che dal Messaggero, a Milano Finanza, tutta una serie di organi di stampa generalmente allineati all'Europa mettono in evidenza una serie di criticità fondamentali dell'iniziativa europea... i soldi sono pochi, arriveranno tardi, e ci verrà detto come spenderli... Il Governo, invece di procedere, come poi ha dovuto fare, a collocare titoli sul mercato, un mercato liquido con tassi di interesse molto bassi in questo momento, ha aspettato Bruxelles, e Bruxelles è arrivato in ritardo. Ma Bruxelles, poverino, non può non arrivare in ritardo..."

2 ottobre 2020: Omnibus

"Non ci sta arrivando un effettivo aiuto, è un prestito a condizioni economiche tuttora da specificare, ma le condizioni politiche sono molto chiare: con questo metodo l'Europa ci imporrà le sue priorità, che sono anche rispettabili: il green, il digitale... Io credo che l'approccio green che ci viene proposto dall'Europa... sia semplicemente il desiderio di finanziarie con i nostri soldi la riconversione dell'automotive tedesco dal diesel all'elettrico... A me non preoccupa che in Europa altri Paesi facciano i loro interessi, a me preoccupa che l'Italia continui a non fare i suoi, tutto qui..."

(...in questo intervento apprezzabile il cameo della virostar, che venne costretta ad ammettere in TV che c'era un problemino nella raccolta delle statistiche sulle vittime del COVID, e credo possiate anche notare il mio tentativo di parlare a giugno 2020 di terapie, per motivi che qui non sto a spiegarvi, a voi che credete di sapere tutto prima di me...)

(...ah, naturalmente 390 giorni dopo qualcuno si accorse che l'addio al diesel era un suicidio per l'Europa - cioè per i propri associati! Sempre un filo in ritardo: per forza poi bisogna salvarli... da loro stessi!...)

15 luglio 2020: dichiarazione di voto sulle Comunicazioni sul Consiglio Europeo

"Adesso non voglio ritornare sulle cifre e sui numeri, anche perché queste cifre non le ha nessuno. Lei ci ha spiegato che vuole più grant, più sovvenzioni: ma, la vogliamo fare un'operazione di verità? In ogni caso non sono soldi regalati; in ogni caso sono soldi che vanno rimborsati attraverso i contributi al bilancio comunitario, attraverso risorse proprie che sono nuove imposte, che è nuova taxation without representation. Eh, quanto è dura questa propaganda!" (qui).

21 luglio 2020: conferenza stampa con Matteo Salvini


"Rischio di austerity: non è un rischio, è una certezza: c'è scritto!" (Matteo)

"Scusate, non vorrei togliere l'ultima parola al mio segretario federale, ma vorrei aggiungere un dettaglio. Come avrete capito leggendo le carte, qui il dominus del processo diventa la Commissione, e in particolare la DG ECFIN, quella che si occupa dei fatti economici. Quella direzione è stata per molto tempo di un italiano, Marco Buti, che poi se n'è andato perché fa il capo di gabinetto di Gentiloni. Forse ormai saprete (quando l'ho saputo io il ministro Gualtieri ancora non lo sapeva) che il nuovo direttore di quella direzione economica è un olandese, casualissimamente... quindi questo, a mio avviso, per chi conosce i meccanismi del palazzo come tutti voi che siete giornalisti parlamentari, lascia presagire una pessima aria per come verrà gestito questo processo di assegnazione e di verifica dei fondi..."

21 luglio 2020: intervista a Radio Radicale

"Trovo che sia un po' sleale, e anche una forma di crudeltà nei riguardi degli italiani, illuderli del fatto che domani ci saranno 750 miliardi, come è un po' nel racconto che viene fatto da alcuni (a dire il vero non tutti) i mezzi di stampa... Noi avremmo preferito poche misure, chiare, incisive e finanziate il giusto..."

22 luglio 2020: discussione generale informativa Conte su esiti del Consiglio

"Può anche darsi che questi prestiti aiutino a risolvere un problema di liquidità, ma sono comunque prestiti che paghiamo; nessuno ci sta regalando niente. Un certo tono trionfalistico verso un'Europa che non sarà più come prima risulta, quindi, a mio parere, smentito... Abbiamo quindi un prestito che non risolve i nostri problemi di liquidità, ma questo è anche abbastanza normale, perché il piano che l'Europa propone è intitolato all'Europa della prossima generazione. Quello che noi vorremmo capire è come arriviamo alla prossima generazione nel quadro di disfacimento del tessuto socio-economico del Paese che tanti colleghi hanno evidenziato..." (qui)

29 luglio 2020: discussione generale sul PNRR

"Ieri in audizione è stata data una notizia che non dev'essere passata sotto silenzio: tutte le forme di prestito che arriveranno dall'Unione europea - quindi non solo i fondi del MES, ma anche quelli del Sure (Support to mitigate unemployment risks in an emergency) e della recovery and resilience facility - avranno lo stato di creditore privilegiato... Non è una grandissima novità, perché l'ha evidenziato la letteratura scientifica fin dal 2014, il fatto che, in queste circostanze, i creditori subordinati - quelli che sanno di venir pagati per secondi - chiedono un premio per il rischio (tassi d'interesse più alti). E quindi, come già sostenuto da tanti studiosi anche nel dibattito attuale, in particolare da Daniel Gros e altri autorevoli economisti, questo tipo di struttura del finanziamento e questo andare col cappello in mano in Europa, quando in realtà i nostri titoli hanno mercato, si risolveranno in un tragico aggravio del costo del debito, su quella parte di debito di cui evidentemente si dichiara in modo implicito il declassamento.

Andiamo a ragionare su cosa si dovrebbe fare con i soldi raccolti: nelle pieghe del PNRR è nascosta la patrimoniale, attraverso le Country specific recommendations del 2019 - parlo così perché almeno so di essere compreso dal Governo - che le Country specific recommendations del 2020 recepiscono e che, come sappiamo, dovranno essere recepite dal Piano nazionale per la ripresa e la resilienza. Cosa dice quella raccomandazione (che naturalmente Germania e Francia fanno per il nostro bene, perché la prima è veramente nostra amica)? Che dobbiamo rivedere i valori catastali... Sappiamo allora che in realtà questa revisione maschera il desiderio di aumentare la tassazione sugli immobili, che sarebbe un errore tragico." (qui)

11 novembre 2020: debito senza Stato (discussione generale proroga misure COVID)

"Due giorni fa Mersch, che è un rappresentante del direttorio della Banca centrale europea, ha detto che se gli Stati membri non accetteranno di indebitarsi con la Commissione, prendendo fondi o dal Sure o dal MES, o dal recovery fund, la Banca centrale europea potrà rifiutarsi di acquistare i loro titoli... Le istituzioni europee stanno sfruttando questo momento, questa grave pandemia, per portare avanti il progetto politico con la loro solita logica, quella del ricatto... Come in un altro noto episodio quando si è creata una moneta senza Stato, ora si vuole andare avanti sulla stessa strada, creando un debito senza Stato e il debito senza Stato dovrebbe far sorgere delle domande in ognuno di noi. La domanda è: chi lo gestisce, come e con quali criteri? Questa domanda nessuno se la pone, come nessuno si pone la domanda di quale responsabilità politica abbia un burocrate che vuole dettare, con l'arma del ricatto, le politiche finanziarie e le politiche per lo sviluppo e per la ripresa dei singoli Stati, decidendo lui a quale mix di risorse i singoli Stati debbano ricorrere per finanziarle." (qui

23 dicembre 2020: Video Backlight


1 aprile 2021: relazione sul PNRR

"Vorrei partire, innanzitutto, da una frase che tutti credo apprezzammo, perché era di buon senso, nel discorso del signor Presidente del Consiglio. Cito testualmente, scusandomi se leggo, ma la mia memoria ormai è quella di un anziano: «La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo strumento per la ripresa e la resilienza, dovrà anche essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica»... Avevo inteso, in questa frase del signor Presidente del Consiglio, che egli intendesse dire che, siccome i prestiti del recovery fund sono debiti del nostro Stato e il nostro è uno Stato abbastanza indebitato, ci sarebbe stata una valutazione quantomeno sulla convenienza. Qui fideisticamente si assume che indebitarsi con la Commissione sia necessariamente più conveniente che indebitarsi con i mercati. Può anche darsi che lo sia, almeno nella dimensione molto limitata del tasso di interesse, ma la convenienza di un prestito ha tante sfaccettature e, quindi, le parole del signor Presidente del Consiglio mi sembravano particolarmente sagge. Per questo motivo sono rimasto sinceramente sorpreso dall'acribia, dall'acrimonia, quasi dall'acredine con cui nelle Commissioni riunite, sia al Senato che alla Camera, si è eliminato qualsiasi possibile riferimento alla possibilità di valutare la convenienza dei prestiti erogati dal recovery rispetto alla convenienza dei prestiti disponibili sul mercato.

La richiesta della Lega era semplicemente di fare una valutazione. Teniamo presente un dato banale, che è certamente noto a qualunque economista qui presente che abbia studiato la materia negli ultimi trent'anni e, quindi, conosce il ruolo delle aspettative nell'economia, ovvero che l'Italia finora è l'unico Paese che ha dichiarato di voler accedere a quei fondi. Questo, dal punto di vista del mercato, è il segnale che l'Italia pensa di avere bisogno di una forma di prestito particolarmente agevolato, cioè indirettamente pensa che sul mercato troverebbe delle condizioni peggiori. Questa - lo dico veramente con tutto il cuore e senza voler criticare nessuno - è una ammissione abbastanza pericolosa, perché rischia di generare previsioni autoavveranti. Poi però non diamo la colpa ai sovranisti - tra l'altro è una parola che detesto - se qualcosa va storto: diamola anche a certi meccanismi anche di comunicazione.

Vengo al secondo punto. Prima, dal lato dei puri, mi è giunta la parola "regalo", ci avrebbero regalato non so quanti miliardi. Se è un regalo, desidero capire come mai la Corte costituzionale tedesca il 30 marzo ha detto «No, grazie»... Il semplice fatto che abbia avuto l'idea di farlo vuol dire che regali non sono. Una Corte costituzionale non si muove per rifiutare un regalo e infatti non sono dei regali. Ci sono le famose risorse proprie di cui non si parla. Noi le abbiamo ratificate per decreto, mentre mi risulta che l'Olanda, nella Eerste Kamer - ossia l'equivalente del nostro Senato, perché rivendicando la nostra primazia sulla Camera bassa, diciamo che la loro prima Camera è il Senato - ha aggiornato al 13 aprile la discussione sulla ratifica delle risorse proprie, in quanto aspetta di vedere cosa succede in Germania. Gli olandesi sembrano non essere abbastanza smart da capire che in Germania non succederà niente, ma è anche un gesto di rispetto verso gli elettori aspettare la decisione di un Paese egemone prima di assumere una linea di azione. Come ho già detto, noi possiamo volere tutte le Europe federali del mondo. Ma, finché non le vuole la Germania, dobbiamo stare attenti alla strada che scegliamo - in termini sia di comunicazione che di sostanza - nell'impostare una partecipazione e una comunicazione su questo progetto." (qui)

22 aprile 2021: dichiarazione di voto sul DEF

"Sei giorni fa abbiamo appreso che la sostenibilità del debito pubblico non dipende più, come in passato, dall'andamento dei tassi di interesse che permettono di servire i costi della raccolta, ma dalle prospettive di crescita. Ecco, quest'affermazione, sempre del Presidente del Consiglio, è interessante, anche se tutto sommato mette in evidenza aspetti che finora, nel dibattito sulla dinamica e sulla sostenibilità del debito pubblico, erano stati sottaciuti: per esempio, il ruolo che l'esplosione del costo del debito, verificatasi all'inizio degli anni Ottanta, ha avuto nel determinare il raddoppio del rapporto debito-PIL in circa dieci anni. Eppure, non si tratta di enormi novità, da un punto di vista concettuale.

Voglio fare una citazione: si spera che questo articolo abbia dimostrato che quello dell'onere del debito è essenzialmente il problema della crescita del reddito nazionale. Questa citazione viene da un articolo del 1944 di Evsej Domar, un economista keynesiano. Non abbiamo quindi fatto una grande scoperta, scoprendo che la crescita economica è fondamentale nel garantire la sostenibilità del debito. La domanda, in questo come in altri casi, è perché ora: nel 1944, che è anche l'anno della Conferenza di Bretton Woods (un altro dato storico che spesso viene evocato), si stava concludendo, come sappiamo, una guerra. È veramente triste constatare che, per arrendersi all'ovvio, gli esseri umani prima debbano combattersi tra loro o, come nel caso attuale, essere sopraffatti da catastrofi naturali che nel linguaggio corrente continuiamo a paragonare a un evento bellico: sono ad esso paragonabili non solo e non tanto nel tributo di vittime umane, cui deve andare il nostro ricordo, quanto nelle conseguenze economiche.

Il debito oggi è a volumi postbellici; più esattamente, però, lo era anche prima della crisi pandemica. Pertanto, se, da un lato, non è strano che oggi si riscoprano le ragioni della crescita, come si scoprivano nel 1944, lo è che si sia aspettato fino ad oggi per affermare l'esigenza della crescita e che, per tanti anni, si sia continuato sulla strada dell'austerità.

Va detto - e lo dico con un'amara e sofferta ironia - che in questo senso il Covid-19 ha dato una ragionevole via di fuga ai nemici dell'ovvio, cioè agli amici dell'austerità, perché consente di dire che, siccome oggi è tutto diverso, allora finalmente si può fare quello che in realtà si sarebbe dovuto fare già da prima, però scordiamoci il passato e ci permettiamo di esprimere minime critiche, pur nel giudizio positivo che diamo all'intervento del Governo; infatti - e voglio che rimanga agli atti - a noi sembra che non venga compreso un dato che pure dovrebbe essere evidente. Ricordiamo il tempo in cui si rimproverava ai Governi di avere il pilota automatico e che i mercati li avrebbero costretti a procedere comunque sulla strada delle riforme, che poi erano i tagli (quelli che servivano a consegnare in mani private pezzi crescenti di stato sociale e di intermediazione del risparmio)? Esiste, però, un'eterogenesi dei fini, una nemesi: oggi è la Banca centrale europea ad avere il pilota automatico. Sono sempre i mercati a indurre questo regime e sono sempre loro, in qualche modo, gli artefici del pilota automatico, per il semplice motivo che, ove la BCE smettesse di sostenerli acquistando i titoli del debito pubblico, crollerebbero, il che, oltre a essere un problema per tutti noi, lo sarebbe anche per la BCE, che ha il compito istituzionale di garantire la stabilità finanziaria. Questo meccanismo dovrebbe essere capito e quindi si dovrebbe (perché si può) osare di più." (qui. E voi direte: e che c'entra? C'entra, perché ricorda che un'alternativa c'era: la Banca centrale...)

29 maggio 2021: Coffee Break

"Sono totalmente d'accordo con il direttore Napoletano e anche con il presidente Sileoni su un fatto: qui ci sono diverse riforme da fare, e la più urgente, assolutamente, è quella della, diciamo così, burocrazia: snellire gli adempimenti burocratici. Ed è la più urgente per due motivi: primo, perché credo che sia la meno divisiva; secondo, perché se noi non ci mettiamo presto d'accordo su come spendere i soldi del PNRR, se e quando arriveranno, noi rischiamo di non rendicontarli entro il 2026..." (...poi non dite che non lo avevamo detto...)

2 giugno 2021: TV6 

"Noi manteniamo anche in maggioranza alcune perplessità che avevamo all'opposizione, le manteniamo cercando di gestirle... Per quel che riguarda infrastrutture come viadotti, gallerie, autostrade, strade nel recovery non c'è nulla ma sapevamo che non c'era nulla... In generale la struttura che gestirà questi fondi mi sembra un po' pletorica rispetto all'entità delle risorse... Che si possano fare delle riforme efficienti in fretta e con una maggioranza così variegata è una questione aperta al dubbio... Oggettivamente c'è stata una distorsione propagandistica: bisogna riportare le cose nell'equilibrio e nella verità delle cifre, che sono 30 miliardi l'anno... Il recovery non ci dà risorse per fare la riforma fiscale, come appurato su nostra precisa richiesta ormai da un anno..."

20 agosto 2021: Sky Economia


"Io andrei a interrogarmi sulla filosofia di questo programma di aiuti. Vede, la retorica delle riforme ci suona nelle orecchie da tanti anni, e "le riforme" era uno degli altri nomi dell'austerità, che è figlia di nessun padre oggi, ma che dieci anni fa... quello che manca, secondo me, e di cui i mercati si dovrebbero preoccupare e si preoccuperanno, è: perché questa Europa che chiede tante riforme a noi non ci sta facendo capire come vuole riformare se stessa?..."

21 settembre 2021: Omnibus

Il video è qui (non riesco a "embeddarlo").

"Pongo una domanda sul PNRR: ma voi lo sapete quanti Paesi europei ancora non hanno un PNRR approvato? Nove. E sapete quanti non l'hanno proprio presentato? Due, l'Olanda e l'Estonia. L'Olanda è senza governo da marzo... L'Italia è uno dei quattro Paesi che hanno deciso di prendere soldi in prestito dall'Europa: Italia, Grecia, Cipro e Portogallo... Noi abbiamo cercato di inserire nell'atto di indirizzo al Governo il principio secondo cui si sarebbe potuto valutare caso per caso se sussistevano effettivamente condizioni di convenienza... Scettico una volta era una scuola filosofica, oggi è diventato un insulto: io direi che sono prudente, nel senso che le condizioni di convenienza di un prestito un Paese forse può provare a valutarle. In questo momento le condizioni sono relativamente convenienti, ma bisogna vedere come evolverà la situazione: magari lo saranno di più, magari lo saranno di meno..."

13 ottobre 2021: Accademia dei Lincei

"Effettivamente i fondi del PNRR dedicano all'istruzione una quota consistente, intorno ai 30 miliardi, che poi sono sostanzialmente quello che si sarebbe speso in Italia negli ultimi dieci anni se la spesa per l'istruzione avesse seguito la dinamica dei nostri partner europei... Voi sapete che il tema del capitale umano rispetto al PNRR è proprio il fatto che dieci anni di austerità hanno comportato un depauperamento molto significativo del capitale umano delle nostre amministrazioni locali... Questo ci impone uno sforzo di recupero... Il PNRR, ad avviso di chi vi parla, avviso modestissimo, suffragato dai dati (poi, come per tante altre cose, bisognerà vedere, far passare il tempo, basta avere un po' di pazienza per vedere come stanno le cose) più che essere un'occasione importante dal punto di vista delle risorse che mette a disposizione, su cui tanto prima o poi un'operazione di verità verrà fatta dalla logica dei numeri, dal mio punto di vista è un'occasione importante perché ci impone uno sforzo progettuale, e questo indipendentemente da chi e come lo finanzierà..."

23 dicembre 2021: Senato

"Fra due giorni scarteremo i regali sotto l'albero di Natale e oggi scartiamo in aula questo pacchetto di provvedimenti che giunge in qualche modo anch'esso come una sorpresa, nel senso che con tutta la migliore buona volontà, essendo stati assorbiti dalla legge di bilancio, pochi di noi hanno potuto scrutare al suo interno...

Continuiamo a non ritenere molto opportuno presentare il recovery plan come l'unica soluzione, forse neanche come la soluzione decisiva alla crisi economica scaturita dalla pandemia. Si tratta naturalmente di uno strumento da sfruttare, visto che c'è, ma con piena consapevolezza non solo delle sue opportunità, ma anche dei suoi limiti; questa consapevolezza in Europa esiste.

Continuiamo a essere perplessi sulla scelta fatta dal nostro Paese, con pochissimi altri e non fra i Paesi leader, di accedere allo strumento dei prestiti. La funzione dei prestiti è anticipare spese che non si hanno i mezzi finanziari per sostenere, ma in tutta evidenza - lo riconoscono anche i documenti della Unione europea, come le in-depth analysis sul Piano di ripresa e resilienza, pubblicate dalla Commissione - le tempistiche ridotte del recovery mettono di fronte tutti i Paesi, non solo l'Italia, a un trade-off particolarmente insidioso, quello fra non assorbire tutte le risorse del recovery o farne un uso improprio, con sprechi e malversazioni, nel tentativo di spenderle comunque. Il decreto-legge all'esame incide con intelligenza su questi aspetti. Tuttavia vorrei qui valorizzare l'esigenza espressa dal collega Stefano di evolvere verso una visione programmatica di lungo periodo (lui ha parlato di vent'anni), sottolineando il dato che questa aspirazione, assolutamente legittima e motivata, non può però essere risolta, banalmente, da uno strumento che ha un orizzonte temporale di sei anni. (Applausi).

Quindi, resta il punto che in questa fase il problema per il nostro Paese non è reperire mezzi finanziari, perché l'affidabilità internazionale di questo Governo ci tutela a sufficienza; il problema è spenderli e non è detto che la soluzione a questo problema possa arrivare per decreto-legge. Faccio un semplice esempio: ci sono voluti cinque mesi per trovare una governance alla principale stazione appaltante del Paese, l'ANAS, dopo l'infausto esordio di agosto che ricorderete. Questi sono problemi che oggettivamente incidono anche sulla capacità di spendere. Molto di quanto c'è da fare per sostenere la crescita del Paese, quindi, non dipende dagli altri e dalla loro supposta generosità, se tale è; dipende da noi, dalla nostra capacità di attivare finalmente un dialogo costruttivo e privo di pregiudizi tra la classe politica e la classe dirigente, che alcuni chiamano la classe tecnica del Paese. Un decreto-legge non può risolvere questo problema - che è culturale - ma può essere un'occasione per porlo, come ho fatto in questo intervento, sperando di non aver abusato del vostro tempo.

(qui)

E, fra gli ultimi, quando ormai i nodi stavano venendo visibilmente al pettine, qui:

29 novembre 2022: discussione generale della mozione sul MES

Qui si ignorano le lezioni che abbiamo appreso dalla storia, ma si ignorano anche le lezioni che stiamo apprendendo dall'attualità. Io non so se voi state seguendo la vicenda della collocazione dei bond europei destinati al finanziamento del PNRR. Ve la dico - sperando di non fare la stessa fine - come la disse un altro molto più bravo di me sotto questo profilo: "Ich bin ein Berliner”. Se Christian Lindner, il Ministro delle Finanze tedesco, ci spiega che il debito nazionale è più conveniente del debito comune europeo, forse una riflessione dovremmo farla. E, naturalmente, la prima riflessione quale sarebbe? Lui ha i Bund, che sono così belli e così appetibili, quindi vende a tassi bassi o negativi e non vuole mischiarsi con chi, come noi, ha dei tassi alti. Poi Il Sole 24 Ore ci spiega che perfino i BTP hanno tassi più bassi dei titoli che la Commissione cerca di collocare per finanziare il PNRR e, allora, a me viene in mente una riflessione, che è la seguente. In un contesto sufficientemente turbolento il vero dramma di questi strumenti, su cui noi stiamo esercitando la nostra dialettica, è che diventano tragicamente inutili. In altri termini, noi non possiamo aspettarci che il MES ci offra delle condizioni di finanziamento per i nostri squilibri interni più convenienti di quelle che ci offrirebbe il mercato, per il semplice motivo che già oggi stiamo vedendo che, in contesti meno drammatici, un esperimento di mutualizzazione del debito ci sta offrendo tassi di interesse meno vantaggiosi di quelli che avremmo potuto cogliere, intervenendo con strumenti di debito nazionale. Queste sono le questioni sulle quali dovremmo veramente esercitarci! Poi, volendo, si potrebbe anche fare accademia su tutta una serie di altri aspetti. Ragioniamo sul fatto, per esempio, che la Grecia si è presa i suoi bei miliardi all'1,23 per cento, comincerà a restituirli nel 2032 e in questo momento l'inflazione è a due cifre: noi i soldi ce li abbiamo messi e ce li ridaranno parecchio svalutati. Non lo dico per acrimonia, per acredine, nei riguardi dei fratelli greci; lo dico solo per far capire che gli italiani sono un popolo generoso e che questi meccanismi, però, drammaticamente non funzionano. (qui)

Ma poi, alla rinfusa, anche quiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiqui (scusatemi, non ce la faccio a fare un editing più accurato, e tanto poi è sempre la stessa cosa).

Non vi pesi l'indice: cliccate e vi sarà dato...


Riassumendo

Quindi, riassumendo: vi abbiamo sempre detto che il PNRR non era lo strumento adatto, che il suo scopo non poteva (razionalmente) essere quello di salvarci dalla pandemia del 2020, perché sarebbe arrivato nel 2021, che la sua impostazione era fallace, perché non si concentrava, anzi, non poteva concentrarsi, su pochi interventi riferiti ai veri assi strategici prioritari per il Paese (primo fra tutti quello delle infrastrutture stradali), che la sua gestione era troppo farraginosa ed esponeva a serio rischio di ritardi, anche a causa del depauperamento di risorse della Pubblica Amministrazione, cui veniva chiesto di sopportare uno sforzo che non era in grado di sostenere, nonostante i vari poltronifici piddini vagamente denominati "cabine di regia" ecc., che la strada avrebbe dovuto essere un'altra, che prendere tutto il debito teoricamente disponibile era un errore sia in termini di annuncio dato ai marcati, sia in termini di mera valutazione economica, perché nulla garantiva che quel debito sarebbe stato offerto a condizioni realmente vantaggiose, soprattutto qualora si fossero scontati i costi vivi burocratici derivanti dalle rigide tabelle di marcia imposte e quelli derivanti dagli obiettivi prefissati, non funzionali a un reale sviluppo del Paese, ma solo alla follia del "green" che poi è "yellow", è mettersi in mano alla Cina, contro cui non ho nulla di particolare, ma alla quale non può consegnarci mani e piedi legati chi dice di voler essere "atlantico" (c'è una lieve contraddizione, no!?).

Insomma: vi abbiamo detto che il PNRR non serviva a salvare il Paese, ma a qualcos'altro. A che cosa servisse ve lo abbiamo anche detto: a commissariare il Paese, imponendogli delle priorità di politica economica funzionali non alla mitica crescita della produttività (che, come qui sappiamo, non è un fenomeno esclusivamente "di offerta"), quanto alla riconversione di o alla ricerca di mercati di sbocco per alcune filiere produttive dei Paesi del Nord e dei loro amici (scomodi), i Paesi del Lontano Est. L'Italia fa già paura così ai suoi concorrenti! Figuriamoci se funzionasse meglio! L'idea che qualcuno possa spiegare a noi come far funzionare meglio il nostro Paese non conoscendolo, e avendo tutto l'interesse a indebolirlo, è un'idea talmente ridicola che non vale nemmeno la pena di commentarla.

E qui si apre tutto il capitolo del "ma voi eravate al Governo e non avete governato, ma voi eravate all'opposizione e non vi siete opposti!" Un ritornello stucchevole che con me non attacca perché al Governo e all'opposizione ho tenuto sempre lo stesso discorso, quello che vi ho riassunto qua sopra.

Dopo di che, può essere utile ricordare che in democrazia contano i numeri, e quindi si può essere in minoranza anche all'interno della propria maggioranza, che è esattamente quello che è successo a noi nel primo e nel terzo Governo della scorsa legislatura. A mero titolo di esempio, è agli atti parlamentari che nel terzo governo della precedente legislatura noi abbiamo chiesto che non si accedesse a tutto il debito PNRR, ma che si valutasse, se mai, caso per caso l'eventuale convenienza di accedere a quel debito, piuttosto che al mercato (guardate qua sopra il mio intervento in aula di due anni esatti or sono). È altresì agli atti parlamentari che su questa battaglia di mero buonsenso siamo stati sconfitti dal fronte piddino, ansioso di legare al collo del futuro Governo di centrodestra la macina da mulino non tanto del #debbitopeeggenerazzionifuture, quando dei vincoli commissariali sull'utilizzo delle risorse (utilizzo tutto distorto a vantaggio dei loro amici cinesi).

Sia come sia, ad oggi l'eventuale convenienza di questo debito (che come ricorderete era il cavallo di battaglia degli entusiasti del recovery) è semplicemente impossibile da valutare (si accetta con gratitudine la prova del contrario).

Intanto, a differenza di quanto accade in paesi come il Portogallo, il loan agreement fra Italia e Commissione non è pubblico: se vai alla pagina sul recovery plan italiano e provi a scaricare gli accordi operativi:

succede questo:


dal che si evince che un documento controfirmato (dal Governo Draghi) esiste, ma si è ritenuto di non renderlo pubblico in questo Paese, ovviamente non a causa di questo blog (che non esiste) né del suo autore( che "ha traditoooohhh!11!1"). Volendo arrivare per via induttiva ai costi effettivi del debito con la Commissione (costi che in Parlamento non sono mai stati specificati), si può consultare la Decisione di esecuzione (UE, Euratom) 2022/2545 della Commissione del 19 dicembre 2022 che istituisce il quadro per l’attribuzione dei costi collegati alle operazioni di assunzione di prestiti e di gestione del debito nel contesto della strategia di finanziamento diversificata. Una lettura appassionante di cui mi limito a fornirvi uno squarcio:

più informativo sul mio stato d'animo che si quanto ci smeniamo. 

Fatto sta che tutta questa convenienza è facile che non ci sia, o almeno che non sia così determinante se rapportata all'aumento di costi  che il commissariamento e le sue scadenze portano con sé (in termini di necessità di interventi legislativi di "manutenzione" del Piano, di ingolfamento dei vari livelli di burocrazia, di sforzo progettuale sostenuto dalle amministrazioni locali per partecipare a bandi da cui poi sono esclude, ecc.). Il dato è che l'UE, che due anni fa si finanziava allo zero per cento, ora si finanzia a circa a più del 3%, ma quando ci gira queste somme ci carica dei costi di transazione di importo ignoto o comunque estremamente complesso da appurare (come abbiamo visto sopra), ma che presumibilmente portano il costo per lo Stato italiano attorno al 4%. Di converso, se lo Stato italiano accede direttamente ai mercati riesce a spuntare ancora tassi intorno al 4,2%:

col vantaggio, non irrilevante, di non doversi poi conformare alla burocrazia europea, ma semplicemente rapportare col mercato. Resta quindi drammaticamente attuale la domanda (da noi sempre posta) se il gioco valga la candela, considerando che, siano soldi che corrispondiamo al bilancio comunitario, o siano soldi che prendiamo in prestito, alla fine sempre soldi nostri sono, e quello di averli indietro solo se li spendiamo come decide qualcun altro si sta rivelando un onere sempre più insostenibile, a mano a mano che le priorità di quell'altro (siano l'auto elettrica, siano la casa "green" - cioè "yellow") si dimostrano insostenibili per la nostra economia!

E se le cose stanno così già ora, figuriamoci come staranno quando la crisi finanziaria ci costringerà a riorientare ulteriormente le nostre priorità, ricacciando lo "yellow" (pardon: il "green") nel libro dei sogni condivisibili, e influendo sulla credibilità di istituzioni, come quelle europee, che in condizioni di stress hanno ripetutamente dimostrato di non saper dare il meglio di sé!

Ma anche questo era stato detto.

La mela marcia non cade mai lontano dall'albero tarlato. Possiamo (e, per sensibilità istituzionale o per convenienza tattica, in molti casi dobbiamo) raccontarcela come una storia di successo, ma non è colpa nostra se le cose stanno come razionalità economica aveva ampiamente preannunciato, se "er proggetto europeo nun delivera", come dicono i nuovi barbari. Certo, non dobbiamo nemmeno rassegnarci allo stucchevole ruolo di Cassandre. Fatto sta che anche i giganti sulle cui spalle siamo appollaiati hanno condiviso questo triste destino. Non a caso la traduzione italiana degli Essays in persuasion (testo sulla cui attualità ho più volte richiamato la vostra attenzione) è: Esortazioni e profezie. Quello che ha reso ex post calzanti le esortazioni e le profezie fatte ex ante in questo blog è stato semplicemente l'aver approfondito le lezioni della Storia, anche e soprattutto grazie all'analisi proposta da Keynes. Di "senno di poi" in dodici anni di blog ne avete visto poco. Di "senno di prima" molto, a partire da quando nel terzo posto di questo blog segnalammo che il tema del decennio sarebbero state le crisi bancarie aggravate dalle politiche di austerità (perché era evidente che sarebbe stato così, ma nessuno ne parlava perché l'obiettivo era imporre l'austerità).

Visto che le lezioni della storia ci interessano, visto che abbiamo rifiutato la cecità ideologica progressista, quella che guarda avanti per non guardare indietro, quale lezione dobbiamo trarre da questa storia, dalla nostra storia, dalla storia di questo blog che non esistendo non ha potuto influire sulla storia del Paese?

Lo chiedo a voi.

La storia del PNRR è tracciata: diventerà un problema europeo quando diventerà un problema tedesco, e la soluzione che sarà escogitata sarà ulteriormente penalizzante per noi.

E la nostra storia? 


 (...credo di aver dimenticato qualcosa, ma diciamo che se non c'è tutto, c'è abbastanza. A me non interessa più di tanto che il mio ruolo - sia quello di responsabile economia di un partito, sia quello di intellettuale che ha aperto il Dibattito - venga rispettato: metto così tanta attenzione a rispettare il ruolo altrui che non mi resta tempo per verificare la reciprocità. Chi non la applica la fa a suo rischio e pericolo, perché se fa affermazioni trionfalistiche e fuori linea poi sarà costretto a rettificare certo non da me ma dai fatti e non ne uscirà benissimo - considerazioni speculari si applicano al pattume che va in giro a spiegare a me e a voi cose che già sappiamo perché erano tutte scritte qui! A me non interessa che tutti capiscano subito: se non capiscono subito, capiranno dopo. A me non interessa avere nessun consenso e nessun plauso, né il vostro, né quello di altri: a me interessa che mi vengano attribuite solo le mie parole. A me non interessa che chi sbaglia linea comunicativa o politica venga chiamato alle sue responsabilità: non amo i tribunali del popolo. A me interessa che non mi venga attribuita la responsabilità di dichiarazioni altrui. Qui ci sono le mie, di dichiarazioni, e me ne assumo la responsabilità: tutto quello che ho detto dal 2020 in poi su questo tema o si è verificato, o si sta verificando, o si verificherà. Come al solito: non dovreste esserne stupiti, no? Ma quello che vi chiedo di capire, a voi che con tanta entusiastica partecipazione siete pronti a acclamare il primo gallo che sale in cima al pagliaio del gruppo misto per lanciare il suo chicchirichì - generalmente copiato da queste pagine - è che se volete che i problemi si risolvano, dovete avere la pazienza di farci porre i presupposti perché si risolvano. Fare l'outsider è una manna per il proprio narcisismo, ma non aiuta né a conoscere i meccanismi interni, né a costruire un minimo di influenza su di essi. Quindi, al netto del fatto che i tanti "chicchirichì" che ascolto con simpatia e nostalgia non riusciranno, per mancanza di originalità e di carisma nei galletti di turno, a coalizzare un grande consenso, vi chiedo di interrogarvi su che cosa desiderate. Desiderate un partito del 99% capace solo di far rimbalzare la massa del suo enorme consenso sul muro di gomma dei palazzi? In altri termini: desiderate perdere? Beh, non so come dirvelo: qui non siete a casa di uno che ami perdere, quindi forse non siete a casa vostra. Se invece volete avere qualche remota possibilità di contribuire a una minima variazione di rotta del sistema, o anche di avere un minimo controllo sulle sue rotture, dovrete rassegnarvi a capire una cosa molto semplice: il percorso più breve per attraversare il Pamir non è la linea retta - so che non ci credete, voi che siete tanto bravi e che al mio posto avreste fatto questo e quello, ma siccome la vita è ingiusta, è ingiusta anche l'orografia - e il modo più efficace per combattere in Vietnam non è indossare la giubba rossa e segnalare ogni due per tre la propria posizione, ma mettersi la mimetica e stare zitti. Io, sinceramente, non so più come dirvi cose così ovvie. Trovo umiliante per voi, e quindi anche per me, continuare a spiegare l'ovvio e quindi non credo che continuerò. Chi ci arriva farà da sé...)

lunedì 20 marzo 2023

Parigi, o carƏ…

(...giornata di lavoro intensa e proficua a Milano, torno a casa stanco ma non rinuncio a condividere un paio di osservazioni con voi, osservazioni di merito, ma soprattutto di metodo...)

Di Francia qui se n'è parlato tanto. Della sua storia più (Austerlitz) o meno (Azincourt) gloriosa, della sua letteratura, che ci ha aiutato a superare momenti difficili, a comprendere e a compatire, ma soprattutto dei suoi deficit gemelli, che ci consentono di non stupirci di quanto sta succedendo in queste ore.

Hollande oggi nessuno si ricorda più chi sia. Il suo partito è stato piallato dalla Storia. Come nessuno sa che questo esito non era stato previsto, in questo blog che non esiste, fin da quando la sinistra europea tutta congioiva per l'avvento del suo nuovo alfiere!

Ma noi non avevamo detto come sarebbe andata a finire...

Poi arrivò Macron, e noi, se fossimo esistiti, avremmo potuto dire che ci aspettavamo da lui quello che ci eravamo aspettati da Hollande.

Ma insomma, non ve la fo tanto lunga: i post sulla Francia sono tutti qui, se vi va di leggerli, ma la loro sintesi è e resta quella che (non) avevamo scritto un anno dopo la prima elezione di Macron:


I deficit gemelli (pubblico ed estero) non lasciano alcuna via di scampo al Governo francese, a qualsiasi Governo francese: impossibile ridurre quello pubblico senza scatenare una reazione rabbiosa della popolazione, ma impossibile ridurre quello estero senza ridurre quello pubblico.

I tremendi shock del COVID e dell'offerta non cambiano di molto il quadro:


Anche oggi, dal deficit estero rientriamo domani!

Non so se ricordate il quadro roseo che veniva tracciato nel 2018:


Quanta convergenza traspariva dalle previsioni del FMI!

Ma se questa convergenza non c'è stata, la colpa non è della guerra, della carestia, della siccità, delle cavallette. La colpa è di quanto impedisce alla Francia di riequilibrare il prezzo relativo dei propri beni e servizi senza ricorrere a politiche di austerità (ultima fra tante: la riforma delle pensioni).

Ne abbiamo parlato tante volte, non ho ora né il tempo né la forza di spiegare ai neofiti i dettagli di questi grafici, che per gli altri saranno spero sufficientemente leggibili. Il mio lavoro non è più spiegare l'ovvio: è prepararmi per quando sceglierà una strada alternativa, dopo aver inutilmente cercato di ficcarsi in testa alle persone.

(...buona notte!...)

giovedì 16 marzo 2023

Sold out

Sono schienato, dopo una giornata di lavoro convulso, ma non rinuncio a esprimere il mio piacere all’idea di rivedervi in tanti il 15 aprile a Roma. Qualcuno è rimasto fuori, e mi spiace: la sala che potevamo permetterci non era enorme, solo 200 persone, come era da 200 quella in cui tutto cominciò, nel dicembre del 2012, col #goofy1. Per questo nel 2013 decidemmo di costituire a/simmetrie: per allargare gli spazi (anche fisici) del dialogo.

Ne abbiamo passate di tutti i colori: l’autore del Dibattito, del blog nato criticando un’incolpevole Rossanda da sinistra, che prima diventa “de destra”, poi interviene in discussione generale sulla fiducia a Draghi… e poi, naturalmente, abbiamo visto succedere dentro l’euro tutto quello che ci era stato promesso fuori dall’euro: recessione, esplosione del debito, inflazione e, naturalmente, da oggi, crisi finanziaria (e questo vi era stato detto), ma per fortuna senza MES, quel MES che abbiamo bloccato mentre qualche mestatore cialtrone cercava di costruire una coscienza di classe attorno a un tema inesistente in termini politici (e anche questo vi era stato detto), e lo faceva in alcuni casi in buona fede, in altri, selezionati, casi per mero gusto di sfregiare il lavoro fatto qui, per fallo di frustrazione, sparandoci addosso nel vacuo tentativo di dimostrare la propria esistenza, non potendo dimostrarla coi risultati.

Tanta gente si è persa per strada, tanta gente si è aggiunta lungo il percorso, in entrambi i casi per i motivi sbagliati: c’è chi se n’è andato pensando che fosse cambiato qualcosa, e chi è arrivato pensando di capire dove fosse. Ma va bene così.

Volevo vedere 200 persone sveglie, vedrò 200 persone sveglie. Creeremo altre occasioni: saremo il 28 aprile a Siena, il 26 maggio a Corigliano Calabro, ma prima il 24 marzo a Silvi Marina, e poi, a giugno, di nuovo a Roma, ecc.

Sarà invece molto grande la sala del #goofy12, ma dovrete aspettare fine novembre, e avrete una sorpresa…

Intanto, buona notte e a presto!

mercoledì 15 marzo 2023

Click day!

Ieri vi ho ricordato che il click-day è oggi, ma mi sono dimenticato di dirvi l'orario: alle 23:59. Se però come me andate a letto alle 21, non fa niente: recupererete domani.

Voi direte: "Ma perché questo orario infelice?"

Beh, il 15 andava mantenuto, perché pacta sunt servanda. Le regole, come sapete, sono i tedeschi a violarle, non gli italiani (c'è ampia documentazione sul tema).

Le 23:59, perché se al risveglio trovo i messaggi degli anZiosi che mi chiedono: "Come mai nel sito non trovo nulla!?", il minimo che potete aspettarvi dal gestore del Dibattito è che vi tenga un po' sulla corda. Poi, naturalmente, finirà così: che gli anZiosi, essendo anche malfidenti (perché grillini dentro), alle 23:30 getteranno la spugna, e pensando di aver preso una fregatura da #aaaaabolidiga andranno a dormire, per svegliarsi domattina tardi, quando i non anZiosi si saranno accaparrati tutti i posti. E così avremo migliorato la qualità della platea.

Fosse sempre così semplice!

E ora vi lascio, che devo occuparmi di altra comunicazione, quella che io non so fare, perché non sono un comunicatore.

(...tranquilli, il posto c'è. E ci sono anche tanti amici: Daniele, Andrea, Mario, Luciano, Gennaro, Claudio, Lidia, Antonio, Luca, Fiammetta, Marco, e forse ne dimentico qualcuno, ma non posso dimenticare Carlo, e nemmeno voi potete...)

(...siccome non sono troppo cattivo, vi segnalo che il click day lo troverete qui...)

lunedì 13 marzo 2023

Rast!

(...Gast sein einmal usw...)

(...non è un acronimo: volendo, è un Lied: Nun merk' ich erst, wie müd' ich bin, Da ich zur Ruh' mich lege...)

Passo così tanto tempo a occuparmi degli altri che non ho tempo per occuparmi di me, e di quel pezzo di me che siete voi, voi che non siete gli altri. I lettori più attenti dei quotidiani sapranno di che parlo, i lettori disattenti ne sanno quanto quelli attenti (se le feci fossero un alimento avremmo risolto il problema della fame del mondo: così, se gli informatori informassero avremmo risolto quello della democrazia), ma suppongo che anche loro, anche i lettori disattenti, immaginino in che faccende sono affaccendato, senza bisogno dell'aiuto bolso delle altrui immaginazioni:

In sintesi, devo gestire le velleità di chi legge i giornali... e improvvisamente scopre di avermi sempre voluto bene! Tutto comprendere è tutto perdonare, ma, credetemi, di tutto questo, dei media e dei loro willing executioners, delle disordinate pulsioni di pectora caeca che vogliono ad summas emergere opes, dell'arte povera dei nostri prosatori a gettone, di tutta questa roba qui, mi interessa veramente il giusto.

Solo una cosa desidererei: riportare qui il Dibattito, perché quando faccio lo sforzo di provarci, se insisto per qualche giorno, mi tornano da voi quegli stimoli culturali, ma anche semplicemente emotivi, che per tanti anni hanno sorretto e nutrito il mio lavoro. Forse voi avete imparato molto da me, ma certamente io non ho imparato poco da voi, e in questo momento sento più acuto il bisogno di confrontarmi con voi, di capire con voi quale direzione dare al nostro lavoro, su quale linea visibile attestare le nostre difese e in che modo organizzare la nostra resistenza invisibile.

In questo momento, però, ho due problemi: la mancanza di tempo, e l'inadeguatezza dell'interfaccia.

Sul primo non si può fare molto. Essere entrato in una squadra mi ha tolto la disponibilità del mio tempo, che ora non è più mio.

Sul secondo, magari qualcuno ha un'idea. Il mio problema principale è che non voglio tenere commenti aperti sul blog. Qui ci deve essere una moderazione, come c'è sempre stata. Questo spazio non può diventare un'enclave micugginista ("m'ha detto micuggino che er debbitopubblico, #aaaaabolidiga, #aaaaacoruzzione...", e via grilleggiando)! Non possiamo perdere tempo con questa roba qui, abbiamo già dato, e anche se non è servito a nulla (perché tutti, tutti, tutti sono rimasti così nonostante che tutti, tutti, tutti si distanzino dagli ortotteri!), servirebbe ancor meno continuare a perdere tempo con escrezioni simili, come con gli awanagana che "la moneta causa l'inflazione", e via dicendo.

No.

Questa roba non la voglio qui io, e non ce la volete voi, tranne nei rari casi in cui si abbia bisogno dello scemo del villaggio per farcisi due risate su (ma io tempo per ruzzare così non ne ho più). E allora, siccome deve esserci una moderazione, e deve esserci anche un dialogo (perché ci sono commenti che meritano risposta immediata), a me serve - o servirebbe - di poter accedere al blog in mobilità, non solo e non tanto per moderare i commenti, quanto soprattutto per rispondere. Ora, il fatto è che da qualche tempo non riesco a rispondere ai vostri commenti da iPhone.

La sequenza che nel PC mi abilita a rispondervi (accesso al blog con la mia identità Google), se ripetuta su iPhone, determina un fatto insolito. Una volta pigiato su "Rispondi", l'interfaccia mi chiede di autenticarmi nuovamente:


e quando accedo (cioè riaccedo) con la mia identità Google, succede questo:


"Impossibile accedere".

Ovviamente se ritento ritorno a questo punto.

Sto pensando che magari su Android potrebbe andare meglio, e alla fine forse cambierò sistema, ma finché sono su iPhone non ho modo di colloquiare con voi se non in quei rarissimi momenti in cui mi trovo davanti a un PC, come ora. Immagino che sia frustrante per voi postare commenti e non vederli pubblicati, o non ricevere risposta. Tanto quanto è frustrante per me spostare il nostro dialogo sul cesso azzurro, dove è esposto alle incursioni dei tanti, troppi cretini prezzolati o spontanei. C'è stato un brevissimo periodo, una fugace window of opportunity in cui Twitter è servito a qualcosa. Ora se ne trae solo merda purissima, ho sempre meno voglia di passarci del tempo, e non gradisco portare in quel letamaio temi seri. A differenza dei perfetti imbecilli, penso che un perfetto imbecille abbia il diritto di votare, ma il dovere di non seccarmi, e sta naturalmente a me non indurlo in tentazione!

Se qualcuno mi sa dare una soluzione tecnica per gestirvi "in mobilità", sarà tutto più fluido e riusciremo a parlarci più spesso. Altrimenti, lo potremo fare di persona nelle tante prossime occasioni di confronto, come il tour "Politiche per un mondo nuovo", la cui prossima tappa è a Silvi Marina:

(avrete apprezzato anche voi la feccia social di punturini pandemici che è venuta a rognare "Bagnai sorosiano, propugna il nuovo ordine mondialeeeeeh11!!1!"), o il #midtermgoofy del 15 aprile:


e poi naturalmente il #goofy12, del quale avete tutti (indiscriminatamente) toppato la data, non nel senso che non avete azzeccato il giorno, ma nemmeno il mese. Torneremo all'antico, e non sarà questa l'unica sorpresa, anche se l'altra non sarà una sorpresa, ma un'applicazione di una delle milestones del blog: questa.

Sarà una bella edizione, ci divertiremo molto, e sarà, come già tante altre in passato, un'edizione punteggiata dallo schiocco dei ricevitori della traduzione simultanea sul pavimento della sala: si torna all'internazionale, con vecchi e nuovi amici.

Ma un passo alla volta: intanto, chi vuole affacciarsi a Silvi il 24 marzo scriva all'indirizzo riportato nella locandina, perché l'amministrazione Leuropea ci tiene a sapere quanti saranno i partecipanti effettivi. Sarà solo fra 11 giorni e la sala non è enorme, quindi fatevi sotto (tanto è gratis).

Per il #midtermgoofy del 15 aprile il click day sarà dopodomani (il 15 marzo, un mese prima).

Per il #goofy, che sarà il 25 e 26 novembre (torniamo al format tradizionale), il click day proveremo a farlo, secondo una consolidata tradizione, il 10 agosto.


(...e il goofy off? No, quello lo abbiamo lasciato perdere. A giugno faremo qualcos'altro, ma in una sede diversa, più prestigiosa. Sarete sempre e comunque i benvenuti: essere "entrati" a qualcosa dovrà pur servirci: se non altro, a dimostrare che, nonostante questo blog non sia mai esistito e voi non esistiate, qualche ologramma riusciamo ancora a smuoverlo...)

lunedì 6 marzo 2023

Abbiamo la data del #goofy12...

...e il primo che la indovina vince un biglietto gratis!

(...scusate, ho mille commenti in coda, appena posso rispondo...