domenica 15 gennaio 2023

La spesa pubblica al Bar dello sport reloaded

Ihavenodream ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il contributo dell'edilizia alla crescita del PIL":

Piu' che il contributo dell'edilizia io valuterei il contributo della spesa pubblica. Per come la vedo io e' abbastanza surreale valutare sulla stessa scala nazioni che hanno contributi di spesa pubblica al 20 e al 60% rispettivamente. Meno ancora nazioni che quel contributo lo realizzano in deficit o in surplus, o con debiti pubblici al 60% o al 150%

Pubblicato da Ihavenodream su Goofynomics il giorno 12 gen 2023, 11:23


tafazzi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il contributo dell'edilizia alla crescita del PIL":

Ho oramai un rigetto.

Non sono più in grado di ragionare su questo tipo di esternazioni.

A volte mi strappano un sorriso.

A volte una bestemmia.

Pubblicato da tafazzi su Goofynomics il giorno 14 gen 2023, 21:47



Sinceramente anche a me cadono le braccia, per svariati motivi.

Intanto, perché nel post sul contributo dell'edilizia alla crescita del Pil il punto non era confrontare diversi Paesi, quindi tirare in ballo questa dimensione di confronto internazionale suona come una forzatura.

Poi, perché il Dibattito si sperava che vi avesse dato qualche minima nozione su ordini di grandezza e natura delle variabili economiche.

Partendo dagli ordini di grandezza, se il problema è la solita solfa dell'Italietta cresciuta al disopra dei propri mezzi rubando il futuro ai suoi figli, alfieri (semplicemente alfieri) della lotta al cambiamento climatico che combattono con le vernici lavabili e con una disumana indifferenza verso le condizioni dei loro coetanei impegnati nella filiera dell'elettrico (quelli che hanno sporcato la statua di Cattelan li manderei in una miniera di cobalto in Congo, non perché ci tenga a Cattelan, ma perché credo nella funzione rieducativa della pena), mentre i virtuosi Paesi del Nord ecc. ecc., spiace, ma abbiamo già dato! Intanto, non esiste alcun Paese europeo che abbia un rapporto fra spesa pubblica totale e Pil vicino al 20% né al 60%. Se calcoliamo la media 2000-2022 coi dati del Fmi, il rapporto più basso si riscontra in Irlanda (34%). Per avere rapporti più bassi devi andare in Russia (33,7%), Sud Africa (27,7%), India (27,6%), ecc. Il rapporto più alto invece lo ha (notoriamente) la Francia, al 55,5%. L'Italia si attesta al 49,5%, e sopra di lei c'è sì la Grecia (50,4%), ma è l'unica eccezione in mezzo a Paesi tutti "virtuosi": Austria (51,5%), Finlandia (52,1%), Belgio (52,7%) e appunto Francia.

Insomma: sembra che nei Paesi avanzati un rapporto spesa pubblica totale/Pil fra il 40% e il 50% sia piuttosto normale, e comunque quello che ce l'ha più bassa ce l'ha 14 punti sopra il 20%, mentre quello che ce l'ha più alta ce l'ha solo 5 punti sotto il 60%. Quindi diciamo che la tendenza - dei virtuosi! - è a spendere!

Poi, c'è un problema di natura delle variabili. La spesa pubblica totale comprende anche la spesa redistributiva (in soldoni, quella pensionistica), che non entra nel calcolo del Pil perché non rappresenta produzione ma redistribuzione di reddito. Questo non significa ovviamente che la spesa per pensioni non contribuisca indirettamente alla crescita (lo fa e come, traducendosi anch'essa almeno in parte in domanda di beni e servizi), ma non lo fa direttamente (perché non corrisponde a redditi prodotti ed erogati nell'anno, ma alla redistribuzione di redditi prodotti ed erogati in altri anni) e quindi non entra nel totale del Pil. Non entrando nel totale del Pil, non è possibile valutare il contributo della sua crescita alla crescita del Pil. Lo si può fare solo per quella parte che entra nel totale del Pil: i consumi intermedi (in larghissima maggioranza, salari e stipendi) e gli investimenti pubblici.

In un Paese come l'Italia, in cui da tempo vige il blocco del turnover, i contratti non vengono rinnovati, e gli investimenti pubblici sono calati, non sarei sorpreso di scoprire che il contributo della spesa pubblica non è stato determinante se non, verosimilmente, in negativo.

Ma ora vorrei dormirci su: se interessa, approfondiamo domani...

(...il primo episodio era qui... il tempo passa, ma non mi pare che la consapevolezza aumenti: meglio così, non rischio di restare disoccupato!...)

Comunicazzioni di servizzio: save the date!

Chiedo scusa ma sono in ritardo nella scrittura e nei commenti.

Mi affretto a darvi una sintetica informazione di servizio: sabato 15 aprile, fra tre mesi esatti, si svolgerà a Roma il "mid-term goofy". Un'istituzione che, nonostante il suo successo, avevamo abbandonato per nove lunghi anni (l'ultimo fu nel 2014). Sarà a Roma, il luogo sarà quello dell'altra volta (chi c'era se lo ricorda, a chi non c'era sarà comunicato), avremo relatori vecchi e nuovi ma tutti interessanti, il tema saranno le asimmetrie europee (un tema ahimè inesauribile ma per fortuna sempre ricco di nuove avvincenti - si fa per dire - sfaccettature), e l'orario sarà tale da permettere a chi vive a Milano di venire in mattinata e tornare in serata (e se vale per chi vive a Milano, varrà anche per chi vive a Rome, Naples et Florence (e tutte le stazioni intermedie).

Intanto segnate questo: 15 aprile 2023.

Poi vi dirò anche di una piccola Woodstock nostrana in cui vorrei coinvolgervi verso metà giugno (sempre un sabato, sempre vicino a Roma). Lì non ci saranno relatori: ci saremo solo noi, e non ascolteremo relazioni: parleremo fra noi. Ogni tanto ci vuole anche questo.

Ars longa, vita brevis...

(...ah, naturalmente presto saprete anche la data indicativa del #goofy12, in cui festeggeremo il decennale di a/simmetrie...) 


mercoledì 11 gennaio 2023

Il contributo dell'edilizia alla crescita del PIL

Rispondo qui alla domanda di uno di voi: quanta parte del buon risultato dell'economia italiana nel 2022 è attribuibile all'edilizia?

I tre metodi di calcolo del Pil

Un modo per rispondere è prendere i conti del valore aggiunto e calcolare il contributo del settore delle costruzioni alla crescita del valore aggiunto complessivo. Ricordo infatti in estrema sintesi che il Pil, il prodotto interno lordo, può essere calcolato in tre modi diversi, che forniscono un risultato coincidente:

  1. come somma della spesa finale in beni e servizi (consumi, investimenti, esportazioni nette);
  2. come somma dei valori aggiunti ("produzione") dei diversi settori produttivi (agricoltura, industria, ecc.);
  3. come somma delle retribuzioni corrisposte a chi ha partecipato al processo produttivo (salari, profitti).

Ne abbiamo parlato più in dettaglio qui parlando del miracolo lettone, ma una spiegazione che non è per niente male la trovate qui:


e vi suggerisco assolutamente di consultarla.

I tre punti di vista sul Pil sono funzionali a tre diverse analisi: la prima, a capire quale parte della produzione viene destinata a investimento, cioè a creazione o mantenimento di capacità produttiva; la seconda, a verificare il contributo dei diversi settori all'economia nazionale; la terza, ad analizzare la distribuzione del reddito prodotto. A noi interessa la seconda.

La scomposizione del tasso di crescita di una somma

L'abbiamo già spiegata qui, ma la rispiego (male non fa), riadattando le cifre per evidenziare il punto fondamentale del ragionamento:

Supponiamo che z sia la somma di x e y. Il primo anno x = 2, y = 12, quindi z = 2+12=14. Poi x aumenta del 100%, cioè raddoppia da 2 a 4, e y aumenta del 33%, da 12 a 16. Di quanto aumenta z? Spero non diciate del 133%! No: il nuovo z è z = 4 + 16 = 20, quindi è aumentato del 43%. In altre parole, il tasso di crescita di una somma non è uguale alla somma dei tassi di crescita.

Come si calcola il contributo di x e y alla crescita di z?

Nel primo periodo x è il 14% di z (2/14=0.142857 ecc., arrotondiamo a due cifre), quindi y è l'86%  di (12/14=0.86). I contributi di x e y alla crescita di z sono il prodotto dei rispettivi tassi di crescita per queste quote. Il contributo di x quindi è 1x0.14 = 0.14, e quello di y è 0.33x0.86=0.29. Il tasso di crescita della somma (cioè di z) è la somma di questi contributi: 0.14+0.29=0.43=43%.

Questi contributi possono essere standardizzati, facendo così 100 la crescita complessiva (cioè 0.43). Quindi, ad esempio, 0.14 è il 33% di 0.43, e 0.29 ne è il 67%, il che significa che anche se x è cresciuto del 100%, il suo contributo alla crescita totale di z è solo di un terzo (il 33%), mentre y, che è cresciuto solo del 33%, fornisce un contributo alla crescita totale del 67%, semplicemente perché il suo peso complessivo nella somma è superiore (l'86%).

Il contributo dell'edilizia

Veniamo ora al contributo dell'edilizia. L'ultima versione disponibile dei dati sul valore aggiunto è quella di novembre scorso, già citata, che trovate qui. Lo "spacchettamento" del valore aggiunto totale in quattro macrosettori (agricoltura, industria in senso stretto, costruzioni, servizi) è questa (le cifre sono in milioni di euro a prezzi 2015):


Faccio tre osservazioni:

  1. il valore aggiunto totale non coincide, come qualcuno avrà notato, col Pil ai prezzi di mercato. Per ottenere quest'ultimo, cioè la spesa totale in beni e servizi prodotti, bisogna aggiungere l'Iva al valore della produzione (e sottrarre i contributi alla produzione). Di media, il Pil è circa l'11% più alto del valore aggiunto totale ai prezzi base (sì, l'Iva è al 22%, ma non su tutti i prodotti, e in più vanno sottratti dal calcolo i contributi alla produzione, quindi i conti tornano). Ad esempio, nel 2019 il Pil è stato 1728 miliardi, cioè l'11,2% in più dei 1554 miliardi di valore aggiunto ai prezzi base (1554123 milioni, nell'ultima colonna della tabella).
  2. per il 2022 i dati non sono definitivi, usiamo il dato acquisito, cioè quello ricostruito immaginando che nell'ultimo trimestre dell'anno si mantenga il livello di reddito del penultimo trimestre (cioè l'ultimo dato misurato);
  3. in una economia moderna i servizi sono la parte di gran lunga preponderante del Pil: in Italia oltre il 73%, come risulta dai dati.

Con questi dati e col metodo descritto sopra otteniamo questi risultati:


che possiamo rapidamente commentare.

Il contributo delle costruzioni alla crescita del Pil nel 2022 dovrebbe essere in termini percentuali analogo a quello del 2021, cioè un po' più del 14% del totale. Nel 2021 le costruzioni hanno contribuito con l'1% a un totale di 6.6% (il 14.6%), nel 2022 contribuiranno con 0.5% a un totale di 3.8% (il 14.3%). Significativo ma non determinante. Viceversa, le costruzioni hanno dato un contributo relativamente minore al tonfo del 2020. Del crollo complessivo, pari a -8.5%, solo -0.3%, cioè il 3,1%, dipende dal settore delle costruzioni, che quindi in quell'anno ha manifestato una tenuta relativamente buona. In tutti i casi, sia nel bene che nel male, il contributo più significativo è quello dei servizi, che, ad esempio, contribuiscono con -5.9% alla (de)crescita del 2020, cioè ne spiegano il 69.2% Nel 2021 l'industria manifatturiera ha dato una spinta alla crescita più significativa di quella delle costruzioni, contribuendo con 2.2% al 6.6% totale (quindi spiegando il 32.8% della crescita totale). Quest'anno il contributo dell'industria manifatturiera sarà significativamente inferiore, perché ovviamente i costi dell'energia si fanno sentire e hanno costretto molte azienda a operare a ritmi ridotti, o addirittura a chiudere. Notate il contributo sempre in calo dell'agricoltura.

Insomma: eliminando l'intero settore delle costruzioni, secondo questi calcoli, nel 2022 cresceremmo del 3.3%, anziché del 3.8%. Sarebbe un risultato cattivo, ma non catastrofico.

Ma è anche un risultato attendibile?

No, perché una simile valutazione controfattuale non può essere fatta in termini puramente contabili, ragionieristici. Per analizzare scenari simili, ma, più in generale, per avere un'idea corretta del contributo dell'edilizia alla crescita dell'economia, bisogna studiare le interdipendenze fra settori. Il grande risultato del settore "servizi" nel guidare la ripresa dipende anche da geometri, ingegneri, architetti, e altri professionisti non strutturati in aziende del comparto edilizio, che hanno tratto dalla ripresa dell'edilizia un beneficio, che però è contabilizzato in altro settore. Lo strumento che occorre è quello delle tavole input-output o matrici delle interdipendenze settoriali, che l'Istat aggiorna regolarmente (anche se per elaborarle occorrono tre anni di stime e calcoli, per cui le ultime fotografano la struttura dell'economia italiana nel periodo 2015-2019). Uno studio che usa questa metodologia è quello del Censis, che trovate qui. Vale la pena di dargli un'occhiata.

Se poi volete chiedermi del superbonus, io qual è il problema ve l'ho già detto in privato e in pubblico, ad esempio qui, qui, qui, qui e qui. Non sono io a dover capire come stanno le cose: è l'Eurostat.

Ma di questo parliamo un'altra volta.

(..."qui è sostanzialmente in atto una battaglia ideologica"...)

lunedì 9 gennaio 2023

"Non deve timbrare..."

Il Comico ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)":

A me, post questi ultimi due, sono mancati molto. Chiaro che il Bagnai non può essere uno e trino, e se sta in senato o in commissione, non può scrivere sul blog. La mia domanda è: esiste oppure è prevista la nascita di un punto di riferimento per la corrente economica di pensiero a cui il Bagnai appartiene? Penso a un progetto editoriale - anche non gratuito. Insomma, io personalmente pagherei per avere anche solo una volta a settimana una piccola analisi critica, magari con la possibilità di fare alcune domande (limitatamente all'argomento trattato)

Pubblicato da Il Comico su Goofynomics il giorno 8 gen 2023, 17:40


In effetti, essere uno e trino comporterebbe una sensibile semplificazione amministrativa: potrei chiedervi direttamente l'8x1000, anziché il 2x1000 per il progetto politico cui appartengo (la Lega) e il 5x1000 per il progetto culturale che ho fondato dieci anni fa (a/simmetrie: a proposito, non perdetevi il webinar di giovedì prossimo col socio Torlizzi sull'annoso tema della speculazzione - rigorosamente con due zeta). Credo sappiate però un po' tutti che questa semplificazione porterebbe con sé costi significativi:


quindi mi accontento di essere uno e unico e ringrazio molto Il Comico per la stima che esprime.

Il problema dell'impegno politico non è tanto l'occupazione del tempo (ne prende tanto, è chiaro, ma anche stare qui con voi a studiare i problemi e raccogliere le vostre osservazioni è parte di quel lavoro), quanto l'assoluta imprevedibilità di agenda.

Oggi, ad esempio, sono in V Commissione, che non è la mia, per sostituire un collega e amico, il presidente Gusmeroli: ci sono gli emendamenti all'Aiuti quater da votare. Dato che risiedo a Roma, mi sembra doveroso offrirmi quando qualche collega ha impegni sul territorio (io nel mio collegio generalmente ci sono da giovedì pomeriggio o venerdì a domenica). Il decreto è "blindato", come impone la liturgia. Quello che si poteva approvare è stato approvato dalla bilancio Senato, qui dobbiamo solo bocciare gli emendamenti dell'opposizione, dando ovviamente agio ai suoi rappresentanti di esporci perché invece dovremmo venire incontro alle loro proposte. Lo facciamo con benevola e solidale condiscendenza.

Qualcuno di voi penserà che questo non è un modo molto utile di passare il tempo, ma "mi verrebbe da dire" (cit.) che la vita è come il maiale: non si butta nulla!

Oggi, ad esempio, ho imparato una caratteristica del regolamento della Camera. In Senato, come forse vi dissi, le presenze in Commissione sono attestate dalla firma. Alla Camera invece bisogna "beggiare" (dall'inglese "to badge" - or not to badge, che però vuol dire un'altra cosa) col proprio tesserino elettronico: una grillinata che risale a un paio di legislature fa, come ci ha spiegato Claudio Borghi su Twitter. Io ovviamente mi adeguo, soprattutto quando non capisco, quindi anche oggi vado diligentemente munito del mio microchip, ma la macchinetta mi restituisce un inquietante messaggio: "Non è in lista". Guardo un funzionario, che mi dice: "Onorevole, lei non deve timbrare, perché è in sostituzione!"

Ho un moto di ribrezzo che reprimo, e torno verso il mio posto.

Passando accanto ad altri funzionari, prorompo: "Ma si è visto il mio fastidio? Perché secondo me non è vero che non devo timbrare perché sono in sostituzione: non devo timbrare perché sono un rappresentante del Popolo italiano".

Avranno capito?

L'idea (sbagliata) che il parlamentare sia un "dipendente" anziché un rappresentante è una delle tante metastasi del cancro dell'antipolitica, e qualsiasi gesto o simbolo tenga ad avvalorarla è intrinsecamente nemica della democrazia, vostra nemica. Ma naturalmente tanto lavoro è stato fatto per non far capire questa semplice verità, e sicuramente il 30% di chi legge appartiene a quella maggioranza rumorosa che è convinta poter conseguire una rappresentanza più forte indebolendo i propri rappresentanti. Un livello di controintuitività da economista di quelli bravi (quelli che ti spiegheranno domani perché le cose che hanno previsto ieri non si sono verificate oggi), ma tant'è. Questo è il nostro mondo, e se vogliamo cambiarlo cerchiamo di accertarci che non sia in peggio, perché vi ricordo che anche gli ortotteri erano visti da molti di voi come forza rivoluzionaria, quando io vi spiegavo questa semplice verità:


e voi non eravate d'accordo.

Chi aveva ragione?

(...statemi bene, ci vediamo poi dalla dott.ssa Merlino...)

domenica 8 gennaio 2023

"È arrivato l’arrotino!" Dimensioni, esportazioni e crescita

 (...e tte pareva?...)

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)":

E io che pensavo che la maggiore crescita italiana fosse dovuta alla maggior caduta avuta con il covid. Vedremo se continuerà su questi ritmi, ma temo proprio di no.

Le PMI agili alle quali dobbiamo questa crescita miracolosa sono forse le stesse degli ultimi 30 e passa anni di declino? Sono forse le stesse che non fanno un investimento in ICT mango a pagarglielo perché non sanno cosa sia e che in media hanno al loro interno competenze manageriali limitatissime? Sono quelle che pagano salari bassi perché hanno bassa produttivà? Si potrebbe andare avanti....

Per chiudere, cosa serve avere la globalizzazione se poi non si può esportare nei mercati esteri? Si sa benissimo che le aziende esportatrici sono grosse.

Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 8 gen 2023, 19:50


In un post precedente abbiamo evocato i gianninisti, e l'amico Marco si offre come esemplare a scopo didattico. Vediamo quante fregnacce affermazioni controvertibili ha messo in fila, e poi andiamocene a dormire preoccupati. Non sono cattivi, non lo fanno apposta, ma sono tanti, sono ovunque, e non trovano mai uno che li controbatta, sicché i giannini, come i poverini, sono pericolosi. C'è il rischio che la politica, e soprattutto quegli organi di indirizzo politico che sono le alte corti, prendano per buona la visione del mondo un pochino démodé da essi offerta. L'austerità è stato il frutto marcio di questa egemonia culturale. Vorremmo evitare di ricascarci di nuovo.

L'Italia è cresciuta di più perché è caduta di più

Prima fregnaccia affermazione controvertibile. Basta guardare questo grafico:


I dati vengono da questa tabella dell'ultimo Economic Outlook dell'OCSE:


convertiti in indice con base 100 nel 2019.

Se per crescere di più bastasse andare in una recessione più profonda, allora la Spagna ci dovrebbe aver raggiunto e superato. Invece noi, che abbiamo avuto una recessione comparativamente meno grave, abbiamo recuperato più di lei. Dai dati dell'OCSE risulta che nel biennio della ripresa (2021-2022) la nostra è stata la crescita media più alta (5.2%), seguita da quella della Spagna (5.1%), della Francia (4.7%) e della Germania (2.2%). Ricordiamo anche che per il 2022 abbiamo stime che molto probabilmente verranno riviste al rialzo nel caso del nostro Paese. Aggiungo che abbiamo ottenuto questa performance con un livello relativamente contenuto di inflazione (finora):


Germania e Spagna hanno visto un'evoluzione molto più rapida dei prezzi, nonostante che la Spagna sia farcita di GNL, e quindi in qualche modo risenta di meno dei vincoli di offerta posti dalla crisi energetica. Meglio di noi fa solo la Francia, che invece è farcita di centrali nucleari (speriamo bene!).

La produttivà dipende dalle dimensioni dell'azienda

Sì, lo so: volevi dire produttività.

Non sei stato molto produttivo.

Vedi, ora per colpa tua mi trovero intasato di spam osceno perché mi è venuta la curiosità di andare a vedere quanto costa una falloplastica. Sì, perché questa ossessione per avercela grossa, l'azienda, secondo me è freudiana, un po' come l'ossessione per la monetona durona il cui cambio si impenna. Forse ci vorrebbero effettivamente più donne al potere, anche se, a rigor di logica, non so se questo attenuerebbe il problema...

Qui con la storia che la produttività delle imprese dipende dalla loro dimensione e quindi il "nanismo" è causa del declino (peraltro, i nani sono noti per le loro virtù), abbiamo chiuso molti anni fa, tendiamo a considerarla una fregnaccia un argomento controvertibile, e il risultato delle nostre riflessioni (che poi sono legate strettamente a quelle di Smith, citate due post fa), è stato sottoposto a peer review e pubblicato su rivista tre anni dopo. Secondo noi il declino dell'economia italiana dipende da altri fattori, noi la pensiamo un po' più come Smith, Kaldor, e Thirlwall, che come i tanti giannini egemoni sui media, ma se non sei d'accordo con noi, nel caso non ti interessi la falloplastica (come credo e auspico) ti segnalo una seconda opzione: prendi carta e penna, scrivi un articolo per confutarmi, mandalo a una rivista più importante dell'International Review of Applied Economics (suggerisco l'American Economic Review) e torna a trovarci. Siamo sempre curiosi di apprendere. Le frasi fatte ci interessano di meno (sulle dimensioni siamo laici).

Le aziende esportatrici sono grosse

Aridanga! Sempre con questa storia delle dimensioni...

Ma prima di entrare nel merito di questo argomento, ti chiederei sinceramente di spiegarmi il significato di questa frase sibillina (o, se preferisci, sibillona, così sembrerà più produttiva di pensiero): 

cosa serve avere la globalizzazione se poi non si può esportare nei mercati esteri?

Veramente non ne capisco il senso. Qui pensiamo, in molti, che la globalizzazione sia andata troppo oltre, sia entrata nella fase dei rendimenti decrescenti, la fase in cui crea più problemi di quanti ne risolva, quindi una prima riflessione è che, appunto, avere tutta questa globalizzazione non ci serve. Poi, chi ha detto che "non si può esportare nei mercati esteri"? Se si vuole, e dall'estero acquistano, perché no? Il punto che è sempre stato sottovalutato (dagli altri, non da noi) è che chi esporta beni importa problemi. Che cosa voglio dire? Semplice: che se il tuo modello di sviluppo è mercantilista, alla tedesca, cioè tutto basato sulla domanda altrui, la tua economia sarà sensibilissima a qualsiasi shock geopolitico che chiuda i mercati esteri (e a quel punto rimpiangerai di non aver alimentato la domanda interna). Questo è il ragionamento che facciamo qui, da tempo, e che ora cominciano a fare, con comodo, anche altri.

Quanto alla tua ossessione per le dimensioni, che cosa vuoi che ti dica? Le evidenze non sono così granitiche come le tue certezze. In letteratura non mancano studi secondo i quali l'idea che l'intensità delle esportazioni dipenda delle dimensioni dell'azienda è una fregnaccia controvertibile: già nel 1992 Bonaccorsi confutava questa asserzione nel caso dell'Italia, nel 2001 Wagner dimostrava che la maggior parte degli studi sul tema erano distorti a causa della natura delle variabili utilizzate e una volta tenuto conto di questa distorsione le dimensioni in molti settori non sembravano costituire un problema, un suo studio più recente trova una relazione fra dimensioni ed export nella Germania Ovest ma non nella Germania Est, ecc. ecc. ecc. Però di questi studi ora possiamo fare a meno: è arrivato l'arrotino e ci ha detto che esportazione fa rima con dimensione. Meglio così, sempre meglio leggere la lettera di un amico che un noioso paper pieno di numeri.

Comunque, con il massimo rispetto per tuo cuggino, che penso sia l'ispiratore delle tue brillanti analisi, ti segnalo che l'ICE la vede in un modo un po' diverso. Nel suo ultimo rapporto L'Italia nell'economia internazionale ci dice che:


il 51,2% dell'export italiano è generato da PMI, e la percentuale di export proveniente dalle microimprese è assolutamente in linea con quella di Germania e Francia. Siccome la performance delle nostre esportazioni non è deludente:


(qui la Spagna fa marginalmente meglio di noi, ma prima aveva fatto molto peggio, mentre la Germania si sta spiaggiando), non vedo in che modo il fatto che il nostro export provenga per oltre metà dalle PMI possa essere visto come indicatore di una fragilità... che non c'è!

Conclusioni

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":

Bagnai, come mai temi di pubblicare il commento che ho provato più volte a caricare?

Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 17 nov 2022, 11:41

Marco caro e stimato, come vedi non sono io a temere di pubblicare i tuoi commenti: sei tu che dovresti temere che vengano pubblicati. Tu sei nuovo di queste parti. Siamo un piccolo villaggio di alcune decine di migliaia di persone, e ogni tanto, come si fa nei villaggi, ci divertiamo affettuosamente con chi non ci arriva, ma solo se lo fa con arroganza, e sempre in modo argomentato, costruttivo, e pedagogico.

A Roma dicono: come me sòni, te canto.

Torna a trovarci!

(...ah, comunque se trovi scritto sullo specchio "Benvenuto nell'AIDS!" non siamo stati noi. Qui siamo laici, tolleranti, e soprattutto prudenti. Dovresti ispirarti almeno all'ultima delle nostre virtù...)

sabato 7 gennaio 2023

Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)

Eggnente, purtroppo la forma del blog, che ha i suoi vantaggi in termini di dialogo e coinvolgimento (il che ci ha consentito di diventare una community più unica che rara, anche se, come sapete, noi non esistiamo...), ha anche uno svantaggio sotto il profilo didattico che mi era ben chiaro fin dall'inizio: i contenuti si perdono nel flusso magmatico della narrazione, e recuperare i più rilevanti per assimilarli è un'impresa oggettivamente impossibile, soprattutto considerando che pressoché nessuno clicca sui link con cui rinvio ai post "chiave" (eppure, quali siano questi post lo sapete).

Questo limite della "forma blog" purtroppo è aggravato dal mio peggior difetto: la perspicuità.

Tradotto: purtroppo se spesso non capite nulla (volevo dire un'altra cosa, ovviamente) la colpa è mia, è del fatto che scrivo in un italiano comprensibile. Questo vi dà la sensazione di aver capito tutto, sensazione tanto confortante quanto spesso illusoria. Fa un po' parte del mestiere del docente dare al discente la sensazione di aver capito: uno studente perennemente frustrato nel proprio desiderio di sapere, e soprattutto di far vedere che sa, abbandonerebbe gli studi! Ma è un talento, questo, che va dosato con accortezza, altrimenti poi si creano dei mostri come quello che mi accingo a liquidare. Invochiamo San Giorgio:

e procediamo...

Vi presento un nuovo amico


(qui).

Speravo di averla chiusa qui, e invece oggi mi trovo in coda questa roba indefinibile:

Ihavenodream ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":

Io lo so: peccato che i dati farlocchi in Italia (e in tutta Europa in verita') parlano di crescita del 3-4% per il 2022, omettendo di dire che crescita e'...e non e' reale, non siamo mica cresciuti del 4% in termini reali nel 2022. Per esempio qui: https://finance.yahoo.com/quote/EURUSD=X?p=EURUSD=X&.tsrc=fin-srch dice che il GDP nominale Italiano e' calato del 5% in dollari rispetto al 2021 (-5% YoY). In Euro saremo cresciuti appunto del 4% che e' il dato che circola mainstream...ma e' per appunto crescita nominale, in termini reali siamo sotto zero e di parecchio pure!

Pubblicato da Ihavenodream su Goofynomics il giorno 6 gen 2023, 20:18

Il sito citato rinvia al tasso di cambio euro/dollaro, che nell'ultimo anno ha fatto questa roba qui:


ultimo pezzo della traiettoria in discesa le cui motivazioni (svalutazione competitiva da parte del Nord per aggredire mercati esterni all'Eurozona e per mantenere dentro l'Eurozona gli Stati membri più deboli) sono state ampiamente discusse nel post precedente. Il grafico parte a 1.13 e arriva a 1.05 (ma come sapete penso che calerà ancora un po'...), il che corrisponde a una diminuzione del 7%, parente del 5% del nostro amico (come sapete, i tassi di cambio sono una variabile molto volatile e la svalutazione/rivalutazione rispetto all'anno precedente cambia ogni giorno, anche in modo sensibile). Nella pagina cui si fa riferimento non c'è traccia di Pil, né misurato in euro, né misurato in dollari. Il "ragionamento" del nostro amico sembra quindi essere esattamente quello di cui ci occupammo sei anni addietro:


e che già sei anni addietro confutammo. Era la famosa storia del calo del Pil del 30% in caso di uscita, autorevolmente ripresa da esperti del PD, dove si ometteva appunto di dire che questa valutazione era riferita al Pil misurato in dollari. Lo scenario quindi era estremamente fosco perché basato su un'unità di misura priva di senso: nessuno di noi va a fare la spesa a Manhattan ogni mattina! In altri termini, siccome il cambio euro/dollaro non impatta direttamente sulla quantità di beni che possiamo acquistare in Italia coi nostri redditi in euro, cioè non impatta sul nostro reddito reale, sul Pil reale, l'unico metro sensato del Pil reale, quando lo utilizziamo per valutare il livello di benessere o malessere dei cittadini italiani, resta la valuta utilizzata dai cittadini italiani per acquistare beni in Italia, cioè l'euro.

Insomma, quello che fa un po' sorridere è che nel suo tentativo un po' paranoico di emanciparsi dalla narrazione mainstream il nostro nuovo amico, che forse non c'era sei anni fa, o ha la memoria labile, ci riproponga esattamente gli stessi paralogismi della narrazione mainstream!

Sì, d'accordo, gli estremi si toccano, ma, come aggiungo io, poi perdono la vista...

Vengo comunque al merito della questione, per fissare nelle nostre testi gli ordini di grandezza.

La crescita al 4% per il 2022 è un dato non ancora consolidato (come sapete, occorre un po' perché le rilevazioni statistiche del Pil possano essere elaborate), ed è ovviamente in termini reali, cioè misurata sul Pil valutato ai prezzi (concatenati) del 2015. Le stime di novembre scorso danno un "acquisito" annuale al 3,9% (qui), il che significa che se il Pil dell'autunno 2022 sarà uguale a quello dell'estate 2022 il Pil dell'anno 2022 sarà superiore del 3,9% a quello dell'anno 2021 (ma potrebbe anche andare meglio). Questo secondo l'ISTAT. Ricordo che il Fmi a ottobre dava il 3,1% per il 2022 e -0.2% per il 2023, mentre l'OCSE per il 2023 ora dà +0.2% e la Bce dà +0.3% (la situazione è in rapida evoluzione...). La stima preliminare del Pil di autunno 2022 (e quindi dell'intero anno 2022) l'avremo martedì 31 gennaio, la stima consolidata venerdì 3 marzo (qui il calendario) e solo allora potremo sapere che cosa sarà successo.

Quanto al Pil nominale, il quadro attualmente disponibile, che ovviamente (e due) è provvisorio, è questo:


La NADEF a settembre dava una crescita reale al 3,7%, con un deflatore al 3,0%, che sommati davano (con arrotondamenti) un nominale di 6,8%. Il nominale del Fmi a ottobre era più basso, al 6,4%, per sfiducia nella crescita reale (che era stimata al 3,2%). A novembre per quanto riguarda la crescita reale l'OCSE confermava il quadro della NADEF e l'ISTAT proponeva un acquisito superiore, al 3,9% (come dicevamo sopra).  Per quanto attiene alla crescita nominale, l'OCSE dava un deflatore in maggiore crescita (3,3%), il che portava la crescita nominale al 7,0%.

Il punto sul quale vorrei farvi riflettere, tornando un attimo al post precedente, è che sempre l'OCSE dà per il 2022 in Germania una crescita reale di 1,8% (la metà della nostra) e una crescita del deflatore del Pil di 5,8% (inflazione quasi doppia della nostra). Capito cosa significa segare il ramo?

Il tramonto dell'euro

Faccio un breve inciso, cui vengo portato naturalmente dai bei ricordi dei giorni in cui Squinzi o la stimata collega De Micheli confondevano la variazione del Pil nominale espresso in dollari con quella del Pil reale espresso in euro (si va un po' oltre il confondere le mele con le pere, ma mamma ci ha fatto indulgenti, per cui ci fermiamo qui...).

Dal 9 maggio 2013, giorno in cui l'allora presidente di Confindustria Squinzi paventava svalutazioni del 30%, a oggi, l'euro ha perso il 20,1% (scendendo da 1,3142 a 1,0500). Se questo calcolo lo avessimo fatto il 28 settembre scorso ci avrebbe restituito una svalutazione del 27,2% (da 1,3142 a 0,9565): molto vicino al 30% paventato dall'allora Presidente Squinzi. C'è stato da settembre un certo recupero, ma la politica monetaria americana, volta a preservare, con innalzamenti del tasso di interesse, la supremazia del dollaro, lascia pensare che o soffochiamo la nostra economia con uguali innalzamenti dei tassi, o il cambio dovrà tornare a cedere (vedremo quello che succederà).

Agli scemotti che ogni tanto si affacciano su Twitter commentando "e anche oggi l'euro tramonterà domani" vorrei far notare che in effetti anche oggi l'euro è tramontato ieri. La protratta perdita di terreno che vedete qui (con i dati giornalieri dell'Eurostat):


avvalora la nostra tesi che dieci anni fa il tasso di cambio della moneta unica fosse insostenibile. Non vorrei sembrare presuntuoso, perché il merito non è mio (è dei fatti), ma tutto quello di cui qui abbiamo parlato per tanti anni si è progressivamente realizzato.

Ricordate quando chiedevamo politiche espansive ma ci veniva detto che non si potevano fare? Fatte (la favoletta del debito buono)!

Ricordate quando si diceva che la BCE non poteva intervenire a sostegno dei debiti pubblici? Fatto ("noi non siamo qui per chiudere gli spread", correzione effettuata a tempo di record a marzo 2020)!

Ricordate quando criticavamo le politiche di deflazione salariale? Ora le criticano i banchieri centrali (vedete il post precedente).

Eppure io ve lo avevo detto che le posizioni del mainstream erano in rapida evoluzione!

E allora ai tanti che "siccerano loro" a quest'ora saremmo non si sa bene dove suggerisco di stare manzi. Una Germania che ha la metà della crescita e il doppio dell'inflazione di noi (misurata col deflatore del Pil: coi prezzi al consumo le cifre sono altre) ci aiuterà senz'altro a fare un altro pezzettino sulla strada delle cose che in teoria non si sarebbero potute fare fino al momento in cui si dovrà farle, anche perché il cambio che è sostenibile per noi non è sostenibile per lei, come qui abbiamo sempre detto e ripetuto.

Va da sé che non avrebbe nessun senso razionale creare inutili polemiche attorno a un problema che non solo non possiamo risolvere con le nostre forze, ma affligge altri più di noi. Lasciamo che chi ha voluto un certo mondo se lo goda, e manteniamo la calma! La crescita del nostro Paese al 4% in termini reali non è un complotto dei poteri forti, caro Ihavenodream: è un successo del nostro tessuto produttivo, delle tanto vilipese Pmi, che, per quanto strozzate da politiche fiscali e creditizie assurde, restano il modo di organizzazione della produzione più confacente alle "sfide della globalizzazione", sfide che dal Triassico in poi richiedono agilità, non gigantismo, come gli zoologi ben sanno:


anche se per prendere atto di questa profonda verità spesso si rende necessario uno shock esterno.

Lasciamo che i giganti del Nord gestiscano lo svantaggio delle loro maggiori esigenze alimentari di gas e della loro incapacità di adattamento a un ambiente mutevole, e teniamo salda la barra di questa community che non esiste (e gode pertanto del principale vantaggio del non esistere, che è quello di poter dire quello che le pare)!

E per oggi è tutto.

(...credo che capiate che non mi è sempre possibile dedicarvi tanto tempo, ma non per questo voglio trascurarvi. Trovare un nuovo equilibrio sarà fra i compiti per il 2023, che per me inizia il 9 gennaio. Intanto, godiamoci il weekend...)

(...e l'asteroide? L'asteroide è la crisi finanziaria, naturalmente. Tutti dicono che non ci sarà, che ora c'è la complasensi, che non conviene a nessuno - e questo è vero!, ma io non sono poi così convinto che le cose accadano solo se "convengono" a qualcuno. Shit happens, dicono i nostri alleati, e hanno ragione. L'importante è che la responsabilità non venga addossata a chi le sue banche le ha pulite e i suoi debiti li ha sempre onorati, cioè noi...)

venerdì 6 gennaio 2023

Segare il ramo, banchieri filantropi, e altre storie

(...iniziato  Verona, proseguito a Vicenza, terminato a Treviso. Pax tibi Marce evangelista meus...)

Nell'articolo con cui il 22 agosto 2011 lanciai il Dibattito sul "manifesto", attaccando da sinistra una Rossana Rossanda tutto sommato incolpevole (per non aver compreso il fatto), la chiave di volta del ragionamento era racchiusa in una frase che ex ante venne compresa da pochi, e che ex post forse sarà compresa da pochi altri (ma vale la pena di tentare):


"La Germania segherà il ramo su cui è seduta": che cosa voleva dire questa frase?

Proviamo a rispiegarne il senso economico e le implicazioni politiche. Sarà comunque un esercizio utile, indipendentemente dalla riuscita.

Prima premessa di metodo: la parola "domanda" esiste

Per mettere questa frase e le sue conseguenze nella prospettiva corretta bisogna però spogliarsi da ogni residua briciola di gianninismo, lo spaghetti-liberismo italiano tutto lato dell'offerta e distintivo (definisco questa corrente di "pensiero" riferendomi al personaggio di Giannino perché quest'ultimo è particolarmente influente - che non vuol dire autorevole!, iconico, e rappresentativo della consistenza scientifica di certe tesi).

Ricorderete che secondo Irving Fisher per ottenere un economista basta insegnare a un pappagallo a dire "domanda e offerta". In Italia occorre la metà dello sforzo: basta insegnare a un pappagallo (o a un giornalista) a dire "offerta", ed ecco pronto l'esperto di economia (quello autorevole)! Nel mondo economico così come vi viene rappresentato dai media e dalla stragrande maggioranza dei miei colleghi (mi riferisco agli economisti e ai politici, non ai musicisti) il primum movens dell'attività economica è la produzione, l'offerta. In altri termini, nel vostro mondo insomma (perché, che lo vogliate o no, il vostro mondo è una loro rappresentazione, e voi continuate ad accettare e alimentare questo meccanismo perverso...) si produce per produrre, e per produrre di più si aumenta la produttività, presentata come fenomeno completamente determinato da logiche di efficienza allocativa e organizzativa, cioè di offerta, e simmetricamente del tutto scisso dalle logiche della domanda, cioè dalla spesa, dalla capacità di acquisto dei potenziali acquirenti di tanta produzione.

Insomma: per i tanti "gianninisti" che egemonizzano il dibattito minor (quello con la maiuscola, che però è l'unico che tutti conoscono) l'imprenditore produce per produrre, non per vendere.

Questa visione distorta, ideologica, urta contro tutto quello che sappiamo dell'uomo e della sua storia.

Perfino i più teoricamente disinteressati fra i "produttori", gli artisti, che possiamo immaginare spinti da un'urgenza incoercibile e irrinunciabile di affermare a qualsiasi prezzo la propria visione del mondo, hanno manifestato storicamente una fastidiosa propensione a pretendere di essere pagati bene per la propria opera (possiamo citare le infinite controversie fra Bach e gli scabini di Lipsia, ma di artisti che tirano sul prezzo è piena la storia sociale dell'arte, e del resto se gli artisti l'avessero data gratis, l'opera d'arte, l'arte non avrebbe avuto quella strana tendenza a concentrarsi nelle località motore dello sviluppo economico: volta per volta, in no particular order e con parecchie lacune, Atene, Roma, Firenze, le Fiandre, Parigi, ecc.). Anche Michelangelo, anche Metastasio, anche Monteverdi, producevano per vendere. Ma al di là di simili percorsi individuali, che cito semplicemente perché suppongo che possano avere un valore paradigmatico per alcuni di voi (apro e chiudo una parentesi per farvi riflettere che non a caso l'idea dell'artista genio incompreso e straccione che vive e muore "creando" in una soffitta si afferma col romanticismo, cioè col capitalismo, e un motivo ci sarà: nel Medio Evo l'artista era "sindacalizzato"...), il fatto è che l'intera storia umana è una storia di ricerca di mercati di sbocco, prima che di mercati di approvvigionamento.

Non so che idea ne abbiano oggi gli storici, ma, come sapete, la relazione fra conquista di mercati di sbocco (e quindi incremento della domanda di beni) e rivoluzione industriale (e quindi innovazione di processo, aumento della produttività) era ben chiara, con un certo anticipo, al padre dell'economia, Adam Smith, quell'economista che tutti citano ma nessuno ha letto. Vi riporto qui il solito passo, quello che abbiamo citato più volte, tratto dal terzo capitolo del primo libro, che si intitola "La divisione del lavoro è limitata dall'estensione del mercato":


Il fabbro di campagna, nota Smith, si occupa di qualsiasi lavoro in ferro, così come il carpentiere di qualsiasi lavoro in legno, semplicemente perché se si specializzasse, via divisione del lavoro, in un particolare anello della catena produttiva (ad esempio, nel produrre chiodi) non riuscirebbe a smaltire nemmeno in un anno la produzione di un giorno. In assenza di questo stimolo viene meno l'incentivo a innovare, a incrementare la produttività (se i chiodi non hai a chi venderli, poi ti tocca mangiarli, con potenziali problemi digestivi). La differenza la fa l'accesso al mercato, cioè alla domanda, alla spesa di altri per l'acquisto dei beni da te prodotti, un accesso che all'epoca richiedeva, come condizione necessaria, l'accesso al mare:


Siccome è il trasporto marittimo ad aprire a nuovi mercati, è lungo le coste che l'industria migliora e si specializza, e spesso occorre del tempo prima che queste innovazioni si diffondano all'interno del Paese.

Insomma: per Smith la domanda è il motore dell'economia e della produttività, cioè, in buona sostanza, la domanda provoca, "causa" l'offerta; per chi lo cita (senza averlo letto) è invece l'offerta a "causare" la domanda. L'argomento pare sia che un aumento della produttività consente di abbattere il prezzo dei prodotti e quindi di venderne di più... a lavoratori che, però, stanno guadagnando di meno (perché l'aumento della produttività consente di ridurne l'impiego)!

Nell'attesa che voi soppesiate le due tesi e poi decidiate "con la vostra testa" quale vi convince di più (ricordate quante soddisfazioni ci ha questo marker grillino all'inizio del Dibattito?), mi duole segnalarvi che la storia delle vostre eventuali conclusioni tende a fottersene e ha già deciso quale delle due tesi funziona meglio: alcuni secoli di imperialismo, in varianti più o meno colonialiste, lo chiariscono.

Seconda premessa di metodo: l'autarchia danneggia te (quindi gli altri), il mercantilismo danneggia gli altri (quindi te)

Ovviamente dall'idea che l'offerta sia il motore dell'economia, più precisamente: di un'economia "sana", scaturisce naturaliter l'idea che la domanda ce la debba mettere qualcun altro: appunto, il resto del mondo. L'offertismo quindi si sposa bene col mercantilismo, cioè con la filosofia politica che vede nel conseguimento di un surplus di bilancia dei pagamenti, di un eccesso delle esportazioni sulle importazioni, il fine ultimo e l'unico metro di giudizio dell'azione economica di un governo.

Ora, fa veramente sorridere la solerzia con cui gli ingengngnieri e consimili dilettanti dell'economia (ultimamente si portano molto anche i medici!) si stracciano le vesti accusando di velleità autarchiche chiunque auspichi una configurazione più equilibrata (o meno squilibrata) degli scambi internazionali.

L'idea che chi esporta "ha vinto" e chi importa "ha perso" deriva da una perversa Wille zur Macht e contribuisce ad alimentarla in modo politicamente destabilizzante. Dato che il mondo è un sistema chiuso, perfino Krugman si è accorto che è impossibile che tutti i Paesi della Terra siano simultaneamente esportatori: affinché potessero esserlo, dovrebbe essere possibile esportare su Marte! Capiamoci subito: nessuna persona sana di mente invocherebbe l'autarchia in un Paese come il nostro, che essendo privo di materie prime (meno di quanto si creda, ma più di quanto crei opportunità economiche ai prezzi correnti) è costretto a esportare per importare (sì: i Paesi privi di materie prime sono costretti a esportare prodotti finiti per procurarsi le risorse finanziarie con cui importare le materie prime: ci avevate mai pensato?)!

L'autarchia significherebbe (e ha storicamente significato) il collasso del nostro sistema produttivo. D'altra parte, dovrebbe essere chiaro che la rudimentale filosofia secondo cui esportare (cioè campare sulla domanda altrui) è bene e importare (cioè domandare beni altrui) è male pone come obiettivo ineludibile di politica estera quello di confinare alcuni altri Paesi nel ruolo di clientes, di straccioni, di pigs, di soggetti costretti a indebitarsi per acquistare quanto produci.

Chiedere una configurazione meno squilibrata degli scambi internazionali non significa, per essere chiari, che la bilancia dei pagamenti debba sempre essere a saldo nullo, né in variante autarchica (zero esportazioni meno zero importazioni uguale zero), né nelle infinite altre varianti (X esportazioni meno X importazioni uguale zero, con X>0)! Significa però, di converso, che se il tuo scopo dichiarato è essere sempre in una condizione di surplus, di eccesso di esportazioni, crescente, da qualche altra parte del mondo qualcun altro sarà costretto nel ruolo scomodo di essere sempre in condizione di deficit, di eccesso di importazioni, crescente. E siccome un eccesso di importazioni non è sostenibile per sempre, perché alla fine terminano i soldi per pagare i beni altrui, non è sostenibile per sempre neanche un eccesso strutturale di esportazioni, che quindi non è un obiettivo lungimirante: è un obiettivo tedesco.

Ora: si capisce bene che un simile obiettivo, astrattamente considerato, è folle. Sarebbe però altrettanto folle immaginare che esso sia concepito in una stanzetta chiusa da un Genio del male, che poi in qualche modo (ad esempio, corompendo - co' ddu ere, sinnò è erore - li politichi che magneno e arubbeno) lo imponga a un intero Paese e quindi al resto del mondo. Ragionare così significa ignorare scioccamente che le politiche mercantilistiche, prima di essere un modo (sbagliato) di impostare le relazioni internazionali, sono un modo (ingiusto) di risolvere il conflitto distributivo nazionale. Il motivo ai più anziani del blog dovrebbe essere chiaro: l'esigenza dello sbocco estero diventa vitale quando il mercato interno, nazionale, non è uno sbocco, e il mercato interno non è uno sbocco quando nel conflitto fra capitale e lavoro vince il capitale, sottopagando il lavoro che quindi non ha di che acquistare la produzione nazionale. Non è la follia di un Genio del male a condurci su una traiettoria insostenibile, ma la razionalità di tanti uomini pratici, che per espandere i propri profitti decurtano i propri fatturati (perché i tuoi operai non possono comprare i tuoi beni coi soldi che non distribuisci loro). La letteratura post-Keynesiana chiarisce benissimo questo punto, ponendo in alternativa il modello di crescita export-led (trainata dalle esportazioni) a quello di crescita wage-led (trainata dai salari), ma naturalmente io parlo per sentito dire, perché sono un politico che magna, beve, rubba e rutta (ed è anche stato corotto - co' ddu ere, ovviamente), per cui a questo articolo ha lavorato un mio pseudonimo.

Terminate le premesse, enuncio brevemente il ragionamento, e poi passo a svilupparlo con tanto di disegnini...

Abstract

Il percorso dell'Eurozona si divide sostanzialmente in tre fasi, che corrispondono ad altrettanti tentativi dei capitalismi del Nord (aka "la Germania") di configurare i propri mercati di sbocco:

  1. nella prima fase, il mercato di sbocco dei capitalismi del Nord sono stati i Paesi membri del Sud (o meglio, della periferia) dell'Eurozona, le cui importazioni (di prodotti del Nord) erano facilitate dall'adozione di una moneta forte (che rendeva convenienti i beni del Nord) e cui l'integrazione finanziaria consentiva un facile finanziamento con debito estero (verso creditori del Nord) dell'acquisto dei beni del Nord.
  2. Nella seconda fase, susseguente alla crisi finanziaria globale, i Paesi membri del Nord hanno spezzato le gambe a quelli del Sud smettendo di finanziarli e imponendo loro politiche di austerità, cioè di taglio dei redditi, della capacità di spesa, per farli rientrare dai debiti che erano stati contratti per acquistare beni del Nord. Questo ovviamente ha reso il Sud inadatto come mercato di sbocco (con un lavoro precario o una pensione tagliata la macchina tedesca non la compri). La via di uscita è stata trovata svalutando l'euro per consentire al Nord di aggredire i mercati extraeuropei, in primis quello statunitense: insomma, il mercato di sbocco dei capitalismi del Nord sono diventati i Paesi esterni all'Eurozona.
  3. Nella terza fase, iniziata prima della pandemia, ma esplicitatasi dopo, un capitalismo più forte dei capitalismi "forti" de noantri, quello statunitense, si è seccato di essere considerato un mercato di sbocco (nei decenni precedenti si era già infastidito per lo stesso motivo con Giappone e Cina). Di conseguenza, ha sostanzialmente chiuso alla Germania sia i mercati di approvvigionamento che quelli di sbocco. Il problema di questa fase, che è quella che stiamo vivendo, è che in essa i capitalismi del Nord non hanno più un mercato di sbocco: non hanno quello che hanno distrutto (la domanda interna dell'Eurozona), non hanno quello che hanno infastidito (gli Stati Uniti), non hanno quelli che gli sono stati preclusi dai noti eventi (Russia,  Cina, ecc.). Siamo ancora in attesa di vedere verso quale configurazione potrebbe tendere il sistema, cioè come risolverà la Germania il suo problema di domanda: due esiti possibili sono il rianimare la domanda interna (quella tedesca, o quella dell'Eurozona, il che presuppone, come abbiamo evidenziato, una diversa soluzione del conflitto distributivo), o collassare in una sorta di singolarità, come ogni buco nero - della domanda mondiale - che si rispetti.

Nella fase 1 l'Eurozona ha "lavato in famiglia" i panni sporchi dei propri squilibri; nella fase 2 ha esportato i propri squilibri verso l'economia globale; nella fase 3 deve risolvere i propri squilibri, che sono, lo ripeto, innanzitutto squilibri distributivi, di distribuzione del reddito fra capitale e lavoro, e non è detto che ci riesca.

E ora, entriamo in dettaglio, usando i disegnini che ho fatto vedere a iMercati l'ultima volta che ho avuto il piacere di incontrarli. Alla fine, iMercati siete voi, non le persone non sempre lucide cui affidate i vostri risparmi, quindi è giusto che anche voi sappiate a che punto siamo. La variabile che ci aiuterà di più a orientare il nostro ragionamento è il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, l'eccesso delle esportazioni sulle importazioni.

La fase uno: il "net zero" dell'Eurozona

E ripartiamo dal tema degli squilibri globali (di bilancia dei pagamenti), i global imbalances con cui ci siamo intrattenuti spesso, data la loro importanza. Vi ricordo qual era la situazione verso il 2008, anno in cui mi occupavo scientificamente del tema:


A fronte di un grande deficit americano, avevamo una situazione di crescente surplus cinese, e di sostanziale equilibrio dei conti esteri dell'Eurozona. Quest'ultima quindi non contribuiva, almeno apparentemente, agli squilibri economici globali. All'epoca in effetti si enfatizzava molto la tensione fra Stati Uniti e Cina, si ragionava sul fatto che la relazione transatlantica fra Usa e Europa stava venendo soppiantata dalla relazione transpacifica fra Usa e Cina, e questo poneva sfide alla globalizzazione. Gli Stati Uniti, si argomentava, si sarebbero stancati di essere ancora a lungo i compratori di ultima istanza dei beni cinesi, sostenendo la crescita di un avversario potenzialmente pericoloso. Il dibattito, naturalmente, aveva mille altre sfaccettature, ma il punto è che mentre tutti si focalizzavano sul "mamma li cinesi!", a tutti sfuggiva la vera fonte di potenziali squilibri per l'economia globale, cioè il fatto che il net zero mondiale nel commercio dell'Eurozona fosse l'effetto netto di una situazione estremamente squilibrata fra il Nord e il Sud dell'Eurozona stessa:


Molto a spanne (e con riserva di produrre dati dettagliati su richiesta): verso il 2007, il saldo zero dell'Eurozona era la somma algebrica di un più 250 di saldo tedesco, compensato da un meno 150 di deficit spagnolo, un meno 50 di deficit greco, e un altro meno 50 (25+25) di deficit italiano e portoghese. Il deficit complessivo dei PIGS assorbiva il surplus del campione tedesco. Non entro qui in tutta una serie di dettagli (ad esempio: come stava messa la Germania nel 1999?). Mi limito a constatare che per assorbire l'enorme surplus tedesco, i paesi del Sud dovevano accumulare debiti sempre meno sostenibili. La crisi del 2008-2010 avrebbe posto fine a questo gioco con cui le banche del Nord finanziavano i consumatori del Sud perché comprassero beni del Nord.

La fase due: austerità ed esportazione degli squilibri

Si arriva così alla fase dell'austerità, che aveva uno scopo evidente, ma anche una conseguenza imprevista, non voluta o non immediatamente compresa.

Lo scopo era piuttosto ovvio: quella che ci veniva raccontata come la necessità di rientrare dal nostro debito pubblico che metteva in pericolo l'euro (senza che fosse molto chiaro il nesso), era molto più prosaicamente la necessità del nostro settore privato di restituire ai Paesi del Nord le somme dovute loro. In altre parole, il problema non era "salvare" i Paesi del Sud dalla propria prodigalità, dalla propria incoscienza fiscale, ma salvare le banche (prevalentemente, ma non esclusivamente, del Nord) dalla propria imprudenza (incapacità o scarsa volontà di valutare il merito di credito dei propri clienti esteri). 

Questa storia è già scritta e chi è qui da un po' la sa, ma a riprova di quanto dico (lo scopo era salvare le banche del Nord, non i Paesi del Sud) è sempre utile ricordare questo studio, che parte da una semplice domanda: dove sono finiti i soldi del salvataggio della Grecia? La risposta è altrettanto semplice e condensata in questo grafico:

Il 95% delle somme è andato al settore bancario.

Ovviamente onorare i propri debiti è cosa buona e giusta. Chi sia il creditore, però, un po' di differenza la fa. I debiti verso uno spacciatore vanno necessariamente onorati? La prima fase dell'unione monetaria aveva visto i Paesi del Nord drogare le economie del Sud con la più insidiosa delle droghe, il credito facile. Diciamo che un vero burden sharing, una vera condivisione dell'onere di questa gigantesca sbornia, sarebbe stata eticamente più accettabile e politicamente più sostenibile. Ma se ci fosse stata io  ora non sarei alla Camera, e quindi amen. Non mi è chiaro quanto quella lezione sia stata appresa, eppure non è una lezione difficile: i tassi bassi non sono necessariamente un bene, nella misura in cui incentivano il credito, cioè il debito. La visione distorta secondo cui "più sono bassi i tassi meglio è" è  in qualche modo legata alla visione altrettanto distorta secondo cui l'unico debito è quello pubblico, per cui una discesa dei tassi libera risorse pubbliche da destinare a scuole, ospedali, pensioni ecc., anziché al servizio del debito, ed è quindi incondizionatamente positiva. Il quadro cambia quando si considerano anche i debiti privati, che poi sono quelli che regolarmente innescano le crisi finanziarie (è molto più facile che sia un debitore privato anziché un debitore sovrano a non onorare i propri debiti, le banche saltano per aria molto più spesso degli Stati). Il punto è che tassi fuori dall'equilibrio (troppo bassi) favoriscono l'accumulo di debito privato. Come di ogni cosa, anche del denaro si abusa se il suo costo scende. Questa era stata la storia dell'Eurozona pre-crisi, e con gli errori di quella storia nessuno vuole veramente fare i conti, e nessuno vuole portarne la responsabilità.

Inutile dire che ora siamo in una fase diversa, e che il rischio è di avere tassi fuori dall'equilibrio al rialzo, cioè commettere l'errore contrario (con cui fra dieci anni nessuno vorrà fare i conti e di cui fra dieci anni nessuno porterà la responsabilità).

Riprendendo il filo del discorso: se il problema da risolvere era l'accumulazione di debiti esteri del Sud contratti per finanziare un deficit di bilancia dei pagamenti verso il Nord, la soluzione doveva essere il conseguimento di surplus esteri, cioè un taglio di ulteriori importazioni e la promozione delle esportazioni, per raggranellare al Sud risorse con cui ripagare i debiti esteri verso il Nord. L'austerità questo faceva, in due modi. Il taglio dei redditi di per sé taglia le importazioni, e in quanto si realizza mediante compressione dei salari (via jobs act ecc.) promuove le esportazioni, migliorandone la competitività di prezzo (la compressione del costo del lavoro permette di contenere i prezzi dei prodotti).

Ha funzionato?

Sì, e infatti tutti i Paesi del Sud si sono trovati in un modo o nell'altro in surplus estero:


Il quadrato rosso evidenzia l'entrata nel meraviglioso mondo dell'austerità. La Germania ha mantenuto il proprio surplus esorbitante, gli altri sono passati da posizioni negative a posizioni positive.

Tutto bene quindi?

No, per due motivi. Primo, perché in assenza di un riaggiustamento del cambio nominale (impossibile in una unione monetaria) tutto l'aggiustamento si è scaricato sui redditi. I tre milioni di poveri made in Monty derivano da lì, e questo spiega perché l'aggiustamento sia avvenuto prevalentemente via compressione delle importazioni, a differenza di quanto era avvenuto nel 1992 (lo vedemmo in dettaglio qui). Secondo, perché mentre la Terra non può diventare un'esportatore netto nel Sistema solare per ovvi limiti fisici, il che impedisce agli Stati mondiali di essere contemporaneamente tutti in surplus, un simile limite fisico non esiste per l'Eurozona: i suoi Paesi membri possono essere tutti in surplus, purché esportino verso il resto del mondo. Si arriva così a quella che ho definito la "conseguenza imprevista": l'esportazione degli squilibri di bilancia dei pagamenti interni verso l'economia globale, la fine del net zero dell'Eurozona:


Vedete le barre gialle? Sono il surplus dell'Eurozona verso il resto del mondo (Usa, Cina, ecc.), e sono anche (approssimativamente) la somma algebrica delle altre linee, che rappresentano i surplus/deficit di alcuni Paesi membri. Finché la Germania tirava verso l'alto (surplus) e gli altri verso il basso (deficit) il saldo della zona era nullo. Quando l'austerità ha portato tutti a tirare verso l'alto (surplus) il saldo della zona è esploso. A questo punto il surplus dell'Eurozona è diventato un problema geopolitico non trascurabile, direi il problema geopolitico (ovviamente ignorato, non compreso o malinteso dagli esperti di #aaaaaggeobolidiga). Il fatto è che i Paesi importatori sostengono, con la loro domanda, le economie altrui, mentre i Paesi esportatori campano sulla domanda altrui; chi esporta beni esporta anche deindustrializzazione (a casa di chi quei beni non deve o non riesce più a produrli) e deflazione. Lasciare gli Stati Uniti a trainare da soli il carro della domanda mondiale era una diretta conseguenza della decisione tedesca di schiacciare con l'austerità quello che finora era stato il suo mercato di sbocco: i Paesi membri del Sud.

Servivano altri mercati, e allo scopo di conquistarli, e anche di fornire un minimo di ossigeno ai Paesi membri del Sud, che altrimenti sarebbero implosi o se ne sarebbero andati, in questa fase inizia una lunga svalutazione competitiva dell'euro, di cui abbiamo parlato ad esempio qui e di cui riportiamo, a beneficio di tutti, il disegnino:


Non solo la decisione di lasciare gli Stati Uniti soli a sostenere la crescita, ma anche i mezzi usati per realizzarla (la svalutazione competitiva dell'euro) erano odiosi agli Stati Uniti, e questo era un dato facilmente prevedibile. Una serie di noti precedenti confermava che gli Stati Uniti tendono a vedere il paese in surplus globale, l'esportatore netto di turno, come una minaccia per il loro sistema industriale, e a reagire di conseguenza. Per rinfrescarvi la memoria:


negli anni '80 l'esportatore netto era il Giappone. Ricorderete (ne abbiamo parlato) tutti i romanzi e i film americani di fine '80, inizio '90 coi giappi nella parte del cattivo. I più esperti ricorderanno anche l'accordo del Plaza, che furono la reazione statunitense al pericolo giapponese: forzare una rivalutazione dello yen le cui conseguenze sull'economia giapponese si fecero sentire a lungo. Negli anni "zero" (intorno al 2008) lo scettro di vilain era passato in mano cinese: le richieste di rivalutare lo yuan, cioè di trattare la Cina come era stato trattato il Giappone venti anni prima, erano insistenti, con un'unica eccezione, la solita:

La mia posizione (pubblicata online nel 2008) era molto semplice: la crescita dell'economia europea avrebbe contribuito in modo molto più efficace a un'ordinata crescita dell'economia mondiale piuttosto che la rivalutazione del cambio/deflazione dell'economia cinese. Alla Cina andò meglio che al Giappone: il suo squilibrio si ricompose a causa della grande crisi globale, che sgonfiò il commercio internazionale. La recessione americana abbatté l'import statunitense, e di riflesso l'export cinese. I problemi divennero altri. Fatto sta che le cose andarono in direzione esattamente opposta a quella che ritenevo desiderabile: invece di "inflazionare" l'economia europea, si fece la scelta di "deflazionarla" con l'austerità, comprimendone l'import e favorendone l'export (come ci siamo detti fin qui).

Che cosa poteva andare storto?

La fase 3: segare il ramo

Lo sappiamo e ce lo siamo detto: gli Stati Uniti storicamente non tollerano l'eccesso di esportazioni altrui, soprattutto se spinto da una politica valutaria sleale (svalutazione competitiva). Indipendentemente da quanto essi la considerino sostenibile o desiderabile, il fatto è che quando una configurazione del genere si verifica accade qualcosa che la corregge, spingendo l'esportatore netto verso una posizione di equilibrio. Anche questa volta è andata così:


in due tempi. Prima, lo scandalo Dieselgate, nel 2015, ha arrestato l'esplosione dell'export di auto tedesche verso gli Usa. Purtroppissimo proprio in quell'anno, chissà perché, ci si è accorti che "il diesel inkuina", e le conseguenze sul saldo dell'Eurozona sono visibili nel grafico qui sopra: il surplus, che stava esplodendo, si è stabilizzato. La reazione tedesca sappiamo qual è stata: la deriva "green", cioè, in definitiva, mettersi in mano alla Cina (che, come sapete, controlla la filiera dell'elettrico e in particolare le relative materie prime).

Quanto era probabile che questo Drang nach Osten facesse piacere ai nostri alleati naturali?

Ce lo fanno comprendere le ultime vicende, incluso il suicidio dei due gasdotti nel Mare del Nord (non ho idea di che cosa sia successo e non voglio averla perché ai fini del mio discorso è irrilevante e perché ormai non credo neanche a quello che vedo, per cui raccontatela come vi pare, la cosa mi lascia indifferente...) e la chiusura dei mercati russo e cinese (fra sanzioni e polarizzazione del conflitto). Due ordini di eventi che hanno lasciato i capitalismi del Nord (aka la Germania) privi degli abituali mercati di sbocco e di approvvigionamento, mettendoli nella necessità di doversi fornire in modo significativo presso gli Usa per l'approvvigionamento di energia (via LNG), e di non saper che pesci pigliare per lo smercio dei loro prodotti.

Le conseguenze sono note: l'anno prossimo noi cresceremo, la Germania no:


Questa è la situazione in cui ci troviamo.

Prima di passare ad analizzarne alcune esilaranti caratteristiche vorrei chiudere il percorso compiuto finora con una considerazione. Non era difficile, lo ripeto, immaginare che gli Stati Uniti avrebbero gradito, e alla fine ottenuto, un minimo di contegno, di retenue, di moderazione da parte del Paese esportatore di deficit. Era sempre successo così (Giappone, Cina,...), non ci voleva una grande fantasia per capire che con l'Eurozona sarebbe stata la stessa cosa. Come si fa a non capire che una certa impostazione della propria politica commerciale è insostenibile? Come hanno fatto "i tedeschi" a non capirlo?

Noi italiani veniamo accusati, anche da noi stessi, di essere imprevidenti, incapaci di pianificare, convinti come siamo che alla fine le cose si aggiusteranno, che lo Stellone ci salverà. Non entro nel merito di questa valutazione, ma gliene accosto un'altra: è stupefacente quanta reticenza ad apprendere le lezioni della Storia abbia un Paese come la Germania, dove la filosofia della storia è nata! Quello che abbiamo analizzato qui finora non è mica l'unico episodio. Ce n'è un altro, gustoso e connesso al nostro ragionamento odierno: nel momento stesso in cui la situazione dimostra quanto sia stato sbagliato per la Germania mettersi in mano a un unico fornitore, per di più politicamente sensibile come la Russia, che cosa fa la Germania? Ovviamente si mette in mano (per la fornitura di idrogeno azzurro, che, dicono, è il futuro) a un unico fornitore: la Norvegia (che se ne sta fuori dall'UE, serena come l'arcobaleno). Secondo Munchau, l'eterno secondo, non è una buona idea:


e per una volta che è arrivato primo non sarà superfluo sottolineare che siamo d'accordo con lui!

La domanda che dovremmo porci è: supponendo anche di essere molto fortunati, quanto è saggio vincolarsi a compagni di strada così poco lungimiranti?

Banchieri filantropi

Ricapitolando:

  1. mercato di sbocco del Sud Europa: distrutto con l'austerità;
  2. mercati di sbocco extra-Eurozona: alienati con la svalutazione competitiva.

Che resta?

La Storia, beffarda, pone ai capitalismi del Nord sostanzialmente un'unica alternativa: quella di fare quello che non hanno mai voluto fare nonostante tutti glielo chiedessero: alimentare la domanda interna, con politiche di adeguamento dei salari e con programmi di investimento pubblico.

Eh già... Venute meno due fonti di domanda estera (i PIGS e il resto del mondo) la tenuta del loro sistema richiede che a casa loro si opti per una diversa soluzione del conflitto distributivo. L'inflazione da offerta (cioè da aumento dei prezzi delle materie prime) in effetti sta erodendo il potere d'acquisto dei salari in Germania, Olanda, Estonia, ecc. molto più rapidamente che da noi, e c'è il rischio concreto che tanta produttività alemanna (o frisona) sia invano, sia per il magazzino, se non si mettono i cittadini di quei Paesi in grado di assorbirla. Succedono così cose paradossali, come questa:


Il governatore della Banca centrale olandese che chiede alle imprese (ma è suo compito farlo?) un aumento dei salari in misura compresa fra il 5% e il 7%! A che cosa dobbiamo questo improvviso accesso di filantropia? Anche i banchieri hanno un'anima? No, naturalmente. Ma Knoot, a differenza di quelli che ci ritroviamo noi, ha un cervello, e capisce quindi che decurtare i redditi delle famiglie avrebbe nell'Olanda del 2023 le stesse conseguenze che ebbe nei Paesi del Sud nel 2012 (e che io vi avevo anticipato nel 2011 qui): seri problemi per il settore bancario (a causa delle difficoltà delle famiglie di rimborsare i prestiti). Quindi Knot non si preoccupa per gli altri: si preoccupa per se stesso (e fa bene)! Non importa infatti se chi ti taglia il reddito sia l'austerità o l'inflazione. Se il tuo potere d'acquisto diminuisce, avrai difficoltà a onorare i tuoi debiti, e saggiamente Knot vuole evitare di fare nel 2023 la fine che i suoi sodali ci hanno fatto fare nel 2012. Come immaginate, non è un caso che sia un olandese a parlare. Intanto, in Europa i tedeschi usano la saggia tattica di mandare avanti gli olandesi "per vedere sotto sotto l'effetto che fa" ogni volta che c'è da cambiare direzione. E poi, fra i Paesi un minimo significativi, l'Olanda è quello con l'inflazione più alta:


quindi ci sta che i suoi governanti siano un po' preoccupati.

E qui si pone un problema interessante, che vi illustro (a risolverlo sarà la storia): se i capitalismi del Nord adegueranno i loro salari, il loro rientro dall'inflazione (più alta della nostra) sarà più lento, quindi perderanno competitività; ma se non li adegueranno, andranno in crisi da carenza di domanda, perché la repressione salariale o la svalutazione competitiva dell'euro non bastano più ad aprir loro dei mercati distrutti dall'austerità o preclusi da altre motivazioni.

Il dato non è banale: spingere sui salari, per motivi che dovrebbero essere chiari dopo questo lungo percorso, significa accentuare il deficit estero (con più soldi in tasca i lavoratori acquistano più beni nazionali ed esteri), e quindi accentuare il surplus altrui, in particolare dei Paesi con cui le relazioni commerciali sono più intense (noi). Se si scegliesse questa strada quindi ne saremmo avvantaggiati, sia perché un contesto più inflazionistico aiuta i grandi debitori, sia perché mantenere comunque un tasso di inflazione più basso di quello dei "virtuosi" ci permetterebbe di migliorare ulteriormente la nostra posizione finanziaria sull'estero, rendendoci meno vulnerabili ad attacchi speculativi.

Conclusioni

Come andrà a finire?

Oggi evidentemente è impossibile dirlo. La Storia, che non deve necessariamente ripetersi, ci fornisce tanti esempi in cui i capitalismi del Nord hanno preferito fare quello che era peggio per loro, purché danneggiasse anche gli altri (ripeto: siamo sicuri di poter convivere con simili pulsioni autodistruttive?). Questo scenario è quello che molti paventano e verso il quale pare ci si stia avviando: innalzamento dei tassi, per restringere la domanda, al rischio di far collassare per prime le economie del Nord. La Germania è già in testa nelle classifiche del costo del credito:


Lo scenario più roseo è quello di reflazione controllata dell'economia, ma c'è da chiedersi quanto anche questo scenario sia sostenibile (da parte del Nord). Fin dall'inizio di questo lungo percorso abbiamo infatti chiarito che una moneta unica con inflazioni differenziate è fonte di problemi. I Paesi con l'inflazione più alta perdono competitività, si indebitano con l'estero e vanno in crisi. Quello che si perde di vista è che rispetto al primo decennio dell'euro (1999-2009) oggi la situazione si è completamente rovesciata:


I Paesi a inflazione relativamente più alta ora sono quelli del Nord (qui abbiamo preso la media di Germania, Olanda e Austria) anziché quelli mediterranei (rappresentati da Spagna, Francia e Italia), e la crisi ha amplificato questa dinamica. L'Eurozona non riesce a convergere. Ora che i Paesi del Sud sono rientrati dai propri debiti, questi squilibri di competitività dovrebbero comporsi ma non possono farlo per i motivi che ci siamo detti fin qui (la necessità di reflazionare la propria domanda interna). Il nervosismo che questa situazione indubbiamente causa da quelle parti porta con sé il rischio di reazioni esagerate dalla parte opposta. Un mondo in cui chi si è addormentato "frugale" si svegli "PIGS" in termini macroeconomici non è poi così inconcepibile, ma in termini politici?

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la soluzione del problema che ci sta a cuore...