(...da Charlie Brown, che non sono io, ma è lui, e infatti anche lui dice di non essere me, quindi siamo entrambi d'accordo, ricevo questo post, che quindi è un guest post, e lo sottopongo alla vostra riverita attenzione. C'è un po' da lavorarci, e magari a qualcuno la cosa interessa...)
Ho letto con un
certo sconforto i due post di Alberto sull'amico Michele, quello della moneta
che si espande nel mondo e della grande azienda in crisi che abbisogna di
"fatti, e non pugnette".
Permettetemi di spezzare una lancia a favore
di Michele. Sarà un troll, ma io vedo nelle sue parole un distillato del comune
sentire del ceto medio-borghese professionale che ancora non ha scoperto le
bugie dell'euro.
La più grande di
quelle bugie è che se sei debole una moneta forte ti rende forte. O meglio, che
appendendo il cappello monetario in casa del concorrente forte anche noi
saremmo diventati forti. Prodi lo disse: gli italiani gli credettero.
A mio modesto parere
(ma forse sbaglio) persone come Michele vivono sulla propria pelle e con rabbia
il percepito "tradimento" della classe politica Italiana. Una classe
che, a quanto pare, per decenni non ha saputo né tanto meno voluto usare i
"pesi" marchiati euro per rafforzare i muscoli della nazione,
rendendola adatta a gareggiare e vincere nell'arena competitiva europea.
I Michele spesso
non hanno le elementari nozioni di contabilità nazionale e di macroeconomia che
hanno permesso ad uno come me, figlio dell'Alma Meretrix Bocconi, di darsi una
convincente spiegazione logica del disastro euro leggendo i post ed i libri di
Alberto. Faccio una confessione personale. Io ho da sempre detestato l'euro per
motivi politici vedendolo come arma usata dalla diarchia franco-tedesca per
sopraffare noi e gli altri stati europei. Tuttavia, sempre io - da liberale
preso in giro dai liberisti della Milano da bere ben prima del mio incontro con
Alberto sulla via di Damasco - ero convinto che "in Europa" si
dovesse andare come ad un match di rugby: forti, massicci, veloci, picchiando
duro, nel rigoroso rispetto delle "regole" e tutelati di arbitri
tanto equi quanto inflessibili. Quindi umanamente comprendo le convinzioni
(oggettivamente sbagliate) di Michele. E penso di comprendere altresì che
quelle convinzioni - così diffuse e radicate nel medio ceto direttivo - sono un
potente ingrediente del "calcestruzzo" che tiene incastrato il nostro
Paese a questo demenziale accordo monetario.
Il mio punto è
semplice: persone come Michele devono diventare i nostri alleati. Anzi, devono
unirsi a noi, convinti ed arrabbiati come noi e più di noi. Perciò - date le
limitate risorse teoriche a loro disposizione, e data la manipolazione
ultraventennale ad opera dei liberisti bancarottieri e dei loro media- occorre
che il nostro contro-messaggio ai Michele d'Italia sia il più semplice
possibile e sia basato su cose immediatamente comprensibili. Su fatti, ma su
fatti che sono "fatti" da loro e non da noi.
Attingendo al
vastissimo insegnamento di Alberto, propongo quindi alcuni selezionati
"paradossi" da portare all'attenzione del Michele e della Michela
della porta accanto onde metterli nella condizione di "fattualizzare"
quei paradossi e - con i tempi necessari che però stringono - scoprire
autonomamente l'inganno dell'euro.
Propongo di usare
anche un po’ di inglesorum: non guasta ed acchiappa. E propongo di parlare di
Germagna, ossia della la squadra di rugby che si trova nel nostro girone,
producendo in gran parte gli stessi nostri prodotti.
1) L'idea europea
di fondo - alla quale i governanti italiani e tedeschi insieme hanno aderito -
non era quella di un match di rugby, ma quella di una collaborazione ed
equilibrio tra stati "fratelli d'Europa". I più forti dovevano
aiutare i più deboli "tirandoli" con politiche espansive mentre i più
deboli si sarebbero sforzati di adottare le best practice di governance e di
organizzazione onde tendere verso i più forti, eliminando progressivamente le
inefficienze ed inefficacie interne. Ci si doveva incontrare a metà. Se ciò non
è avvenuto è perché sia i politici del nord Europa che quelli del sud Europa –
d'accordo con i loro grandi imprenditori e banchieri di riferimento - non hanno
rispettato quella regola di fondo. Ognuno, a cominciare della Germania, ha solo
tirato acqua al suo mulino. L'euro è un ponte costruito dolosamente sulla base
di un progetto forse "giusto" ma con cemento di bassa qualità. Per
questo sta cadendo a pezzi. Furono raccontate ai popoli balle speculari: agli
italiani che l'euro li avrebbe resi tedeschi (con ponti di prima qualità) ed ai
tedeschi che dovevano investire (sotto forma di sacrifici salariali) in un euro
che avrebbe garantito lucrosi e sicuri sbocchi commerciali alle loro aziende
(produttrici di ponti).
Paradosso liberale per Michele: Il match di rugby europeo
che stiamo perdendo e che sempre perderemo con l'euro è illegale secondo le
stesse norme europee.
2) Ambedue le parti, nord e sud, hanno lucrato su quelle
forniture di cemento truffaldine. Quelli
del nord prestavano la loro abbondante liquidità (che rendeva poco) ad un sud
che male utilizzava la stessa per spese ed investimenti a bassa redditività
reale ma ad alta redditività nominale. Si chiama mal-investimento e lo
studiavano i tedeschi (austriaci) un secolo fa. Lo "spread" tra
quelle due redditività era largamente apparente, ma veniva monetizzato ed
intascato dai potenti del nord e del sud che tanto amano il "progetto
europeo". Certo che politici del sud erano lassisti! ma lo erano anche
poiché alle banche ed alle grandi imprese- del nord come del sud: spesso il
ponte era in parte o in toto costruito da aziende del nord - faceva molto
comodo lucrare sulla differenza tra il prezzo del cemento tarocco (comprato à
bon marché al nord) ed il prezzo artificialmente alto del ponte costruito e
venduto al sud. Le frodi economiche di questo tipo si fanno in due.
Paradosso liberale per Michele: non era la moneta italiana a
portare la forza italiana all'estero, ma era invece era la moneta estera
(l'euro) ad infettare l'Italia di inefficienza.
3) L'assenza di una oscillazione tra diverse monete ha
eliminato l'unico vero "Di Pietro" che poteva scovare la truffa: il
mercato valutario. Si costruivano tanti ma tanti ponti tarocchi al sud:
chiediamo a Michele la prossima volta che vola a Francoforte di gettare un
occhio dal finestrino dell'aero al nostro paesaggio irrimediabilmente devastato
e di confrontarlo con quello dei paesi forti confinati. Ergo, se non ci fosse
stato l'euro, il cemento sarebbe diventato tanto caro da permettere ai fornitori
seri di cemento italiani di far valere la loro qualità (facendo gli industriali
della qualità anziché solo gli "artigiani della qualità"). I mercati
avrebbero prezzato il malinvestimento al sud, rendendolo sconveniente.
Paradosso liberale per Michele: chi crede nei mercati non
crede nell'euro perché l'euro falsa la vera concorrenza nascondendo le vere
redditività ed i veri costi.
4) L'euro non ha risolto l'inflazione degli anni 70-80 per
il semplice motivo che quella inflazione non nasceva dalla scarsa
concorrenzialità e dal lassismo dell'Italia, ma da shock globali nati in medio
oriente e propagati nel globo dall' America. Era per noi inflazione importata.
Essa si rifletteva in quei tanto deprecati tassi di interesse nominali i quali
però in termini reali erano spesso negativi, quindi vantaggiosi per le aziende
(nonostante ai dipendenti venisse detto l'opposto). Strano: il credito a tassi
alti era abbondante mentre di credito ai tassi bassi dell'euro da oggi non ve
n'è per chi lo chiede e non viene chiesto a coloro cui lo si offre. Quanto ai
salari causa dell'inflazione pre-euro: con quella inflazione importata, se in
Italia non vi fosse stata la tanto odiata "scala mobile" , i salari
sarebbero stati distrutti e noi tutti saremmo andati a gambe all'aria.
Paradosso per Michele: l'euro non ha risolto i problemi
finanziari dell'Italia. Ne ha creati di nuovi ed irrisolvibili.
5) Oggi anche volendo
non c'è modo per l'Italia di recuperare il gap con la Germania riducendo spese
e comprimendo i salari. Il fatto che il rapporto italiano debito/Pil aumenti e
che i capitali continuino comunque a defluire dall'Italia via Target 2 ne sono
sintomi ed indirette prove. Dal canto suo Germania continua la sua politica di
deflazione salariale non solo perché è una aggressiva potenza già due volte
perdente, ma perché ormai è obbligata a farlo. Se (anzi: quando) la Germania
perdesse in una notte il vantaggio competitivo costruito in vent'anni di euro
andrebbe immediatamente in shock da sovrapproduzione con conseguenze politiche
e sociali catastrofiche.
Paradosso liberale per Michele: l'euro rende oggettivamente
impossibile una rinascita italiana e mette a serio rischio la democrazia in
Germania (e quindi in Europa). Prima lo si elimina minore sarà l'inevitabile
danno.
6) Solo se in Italia verrà ricreato un mercato interno ad
opera dello Stato le aziende come quella di Michele possono sperare
sopravvivere. Questo è il fatto. L'euro è la pugnetta. L'Italia non è un paese
che si regge sull'export ma un paese che si regge prevalentemente sulla domanda
interna. E comunque per i motivi sopra esposti, senza l'effetto riequilibratore
di un cambio flessibile, non potrà mai sviluppare il proprio mercato interno
(per il vincolo della bilancia dei pagamenti) né potrà sviluppare il proprio
export in modo di pareggiare almeno in parte i conti con il concorrente diretto
Germania.
Paradosso liberale per Michele: più euro e meno Stato uguale
più fallimenti e licenziamenti, a prescindere da quanto di abbassino salari e
ore di lavoro e da quanto si automatizzi.
Mi rendo conto di aver mal scimmiottato cose dette e ridette
da Alberto. Non era il mio scopo. Il mio scopo era invece di proporre una
selezione di argomenti , da semplificare e rendere più dialetticamente
convincenti. Insomma, di proporre una possibile bozza di contro-narrativa.
Per il bene di
Michele e di tutti noi.
(...parto dalla fine: io sono molto meno fiducioso di Charlie Brown: (i) nella possibilità di una risoluzione "politica" e in particolare "democratica" del problema; e (ii) nell'utilità di rendere persone come Michele nostri alleati. Parto ancora una volta dalla fine: Michele è troppo giovane, quindi troppo sicuro delle due nozioncine stereotipate che ha appreso a margine del suo corso di studi, e troppo incapace di provare un minimo di empatia e di solidarietà umana. Lui si sente un "giusto". Capirà qualcosa solo dopo che la vita lo avrà sbriciolato, cosa che non mancherà di fare - e lo troveremo qui - o nella mia casella email, come tanto altri, a leccarsi le ferite. Il mondo, naturalmente, non è fatto solo di Micheli. Questo nessuno lo contesta. I Micheli sono utili perché ci fanno capire in che modo la propaganda ha infettato tante giovani e non giovani menti: sono però rappresentativi solo in questo specifico significato. D'altra parte, considerate che è assolutamente utopistico pensare di poter contrastare in tempi rapidi decenni di propaganda di un sistema che si affretta a toglierci voce - e ce lo dice esplicitamente! Sinceramente, di molti dei "paradossi" esposti da Charlie Brown non riesco a capire né perché siano paradossi - non vedo bene la tesi che sarebbe intrinsecamente contraddetta da se stessa - né il legame con la spiegazione che li precede. Qui, però, forse potete aiutarmi voi: non è detto che io sia il miglior giudice dell'efficacia dei miei argomenti! La metafora del cemento mi sembra poco calzante: non tutti gli ingegneri sanno cosa sia, e soprattutto non lo sa Michele! La metafora migliore resta quella del nemico: la droga. Il credito privato (non la svalutazione) è stato una droga (il pusher le banche del Nord, ecc.). Quanto ai paradossi, io ci ho scritto un paper. Che la dimensione dialettica dell'eurista sia l'autogol qui lo abbiamo messo in luce miliardi di volte, e ci abbiamo fatto un'intera serie di post, quella sulla logica eurista. Probabilmente quei post, e questo elenco di argomenti fatto da Charlie Brown, possono essere una buona palestra per aiutarci nella nostra dialettica quotidiana. Tuttavia, gli uni e l'altro non tengono conto dell'elemento che si sta dimostrando veramente dirompente: non la mobilità del capitale, ma quella del lavoro. Ne parliamo dopo. Io continuo a pensare che la cosa migliore da fare ora sia stare calmi, e magari anche fermi. So che suona cinico, so che dispiace, ma non sono io ad avervi scelto come esercito: siete voi ad avermi scelto come generale! Potete tranquillamente disobbedirmi, tanto per lo più non saprei dove andare a cercarvi per comminarvi la meritata sanzione. Ve la comminerete da soli, riconoscendo- come al solito troppo tardi - che in fondo avevo ragione io, fra l'altro anche nel sottolinearvi come chi non ha certi requisiti minimi di umanità sia assolutamente inutile ai nostri fini, e come sia quindi tempo sprecato lambiccarsi il cervello per convincere chi dimostra di non averne molto, sia per l'aggressività con la quale si pone, sia per la remissività con la quale ha ceduto alla propaganda...)