domenica 13 agosto 2017

La disoccupazione in teoria e in pratica: analisi

(...ci deve essere qualcosa all'Olimpico: sento le urla da qua. Per il resto pace santa. La vera vacanza, quella con tutti fuori dalle palle - tutti tranne uno, er Palla, che purtroppo insiste sull'abitazione causa debbbito in matematica... Comunque, ho passato la giornata a referare un paper: quattro pagine di report, con mezza pagina di bibliografia, una giornata per scriverlo, altre tre per leggere il paper e capirlo... Questa cosa non va scritta in nessun libretto, non viene documentata in nessun modo, non viene valutata per la carriera, ecc. Ma noi - dicono i gazzettieri - siamo dei privilegiati: abbiamo il privilegio di lavorare gratis. Presto lo avrete anche voi. Sempre meglio dell'alternativa, comunque. Ecco, parliamone...)


Nel post precedente sono partito da questo grafico segnalato da Luigi:

 

e ho cercato di verificare i dati riportati. Mi aveva spinto a farlo, fra l'altro, l'osservazione un po' facilona del solito espertone (probabilmente un bot): "Mi fido più dell'ISTAT!". Osservazione non molto intelligente, perché anche se la fonte dei dati nel grafico non veniva specificata, presumibilmente era l'Eurostat (e quindi, per la parte italiana, l'ISTAT). I risultati ottenuti partendo da dati Eurostat, infatti, pur partendo da informazioni molto scarse circa la metodologia adottata dagli autori, erano sostanzialmente congruenti con l'evidenza riportata nel grafico, come vi ho mostrato:


Fallisce quindi il tentativo del bot di screditare la fonte (che peraltro era il Financial Times), e il fatto che ci abbia provato ci lascia intuire che quel dente, ai poteri cosiddetti forti, duole parecchio. I risultati di dicembre hanno dimostrato che la disoccupazione influisce sul voto. Se almeno si potesse evitare di parlarne, penseranno compatte le prime tre cariche dello Stato...

Passo ora da spiegarvi come ho ottenuto il mio, di grafico. Resta poi da vedere come il fenomeno descritto si è evoluto nel tempo, e resta da capire che significato attribuire ad analisi simili. Lo spunto alla base di esse è chiaro: l'insofferenza sempre più diffusa verso le metodologie ufficiali di calcolo del tasso di disoccupazione, ritenute inattendibili, insofferenza che si riflette in molti vostri commenti (in particolare questo e questo).

Vorrei chiarirvi che la mia analisi si basa su dati ufficiali e quindi non è assolutamente da leggere in chiave polemica verso l'ISTAT o l'Eurostat. Sì, sappiamo che la definizione di occupato adottata dall'ISTAT non è particolarmente stringente, in particolare perché si considera occupato chi abbia lavorato anche una sola ora nella settimana di riferimento:


(come specifica il glossario).

La rivelazione di questo criterio statistico (che peraltro nessuno aveva nascosto!) ha sollevato un certo clamore lo scorso anno, ma trovo che l'ISTAT abbia ragione: loro possono solo applicare i criteri uniformi a livello europeo (e sostanzialmente omogenei fra paesi OCSE) che l'Eurostat definisce e impone. Io, per dire, trovo più disturbing la definizione di disoccupato, che non è, come forse potreste immaginare, una persona in età attiva (16-65) non occupata, ma:

Quindi per essere disoccupati non essere occupati occorre (è necessario) ma non basta (non è sufficiente). Questo significa che un occupato che perde il lavoro potrebbe non diventare disoccupato: potrebbe anche scomparire dalle forze di lavoro, come vi chiarii a suo tempo. Ma il punto è che, se da una parte è ovvio che lavorare un'ora a settimana non assicura il soddisfacimento del diritto costituzionalmente garantito a un'esistenza "libera e dignitosa" (a meno che tu non sia una rockstar), d'altra parte qualsiasi criterio è arbitrario: la cosa importante è che i criteri siano stabili nel tempo e nello spazio, per poter analizzare la dinamica dei fenomeni e per poter fare confronti internazionali sensati.

Quindi lascerei da parte l'ISTAT, e chiamerei eventualmente in causa i media che non spiegano certi concetti, e i politici che profittano degli inevitabili paradossi delle statistiche per fare campagna elettorale.

Comunque, tornando al grafico: da quello che si poteva capire, gli autori avevano espresso tre categorie di persone (disoccupati, lavoratori inattivi desiderosi di lavorare, e lavoratori in part time contro la propria volontà) in percentuale della popolazione in età attiva (working age population).

Qui penso che ci sia un primo errore, perché in tutta evidenza le tre categorie sono state espresse in percentuale delle forze di lavoro o popolazione attiva. Se così non fosse, il dato sarebbe più basso. Considerando ad esempo l'Italia, secondo l'Eurostat nel 2016 la popolazione attiva era 25243.2 migliaia di persone, date dalla somma di 22241.1 occupati e 3002.1 disoccupati. Il rapporto fra disoccupati e popolazione attiva (forza di lavoro) ci restituisce un tasso di disoccupazione di 3002/25243=11.9%, che coincide con quello di cui abbiamo parlato e, a grandi linee, anche con quello che si vede nel grafico. Se invece rapportassimo i disoccupati alla popolazione in età lavorativa, che era, sempre nel 2016, di 38870 migliaia, otterremmo una percentuale di disoccupazione pari a 3002/38870=7.7%, lontana sia dalla disoccupazione ufficiale, che dal dato visibile nel primo grafico (dove la sbarra violetta della disoccupazione supera 10).

Appurato quindi che gli autori del grafico dicevano una cosa per l'altra, mi sono procurato intanto la serie al denominatore, le forze di lavoro o popolazione attiva, scaricandola qui. Nella stessa tavola ho trovato anche i disoccupati, e rapportandoli alla popolazione attiva ho ricalcolato i tassi di disoccupazione (unemployment nel grafico originale).

Poi c'erano da misurare gli "scoraggiati", ovvero la popolazione inattiva che non appartiene alle forze di lavoro perché:

1) non ha lavorato almeno un'ora nella settimana di riferimento (e quindi non è occupata);
2) non ha effettuato almeno un'azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti ecc. (e quindi non è occupata).

MA

desidererebbe lavorare (uno può essere inattivo anche perché è ricco di famiglia)! Questa è una cosa relativamente poco problematica, perché l'Eurostat fornisce i dati sulla popolazione inattiva classificata per età, sesso, e disponibilità a lavorare.

Poi c'erano da misurare i sottoccupati, cioè quelli gli involuntary part-time (quelli che lavorano meno ore di quanto desidererebbero). Qui la cosa è un po' più tricky, perché l'Eurostat fornisce i lavoratori in part-time "involontario" come percentuale del totale dei lavoratori part-time. Per ottenere il dato in migliaia ho quindi dovuto scaricare (o anche: "sò dovuto scaricà") i lavoratori part-time totali. Moltiplicando la percentuale di involontari per il totale dei part-time ho ottenuto le migliaia di lavoratori in part-time involontario (sottoccupati).

Cosa siano esattamente i seeking employment-not ILO unemploymed non lo so e non ho cercato di capirlo: verosimilmente un'altra categoria di scoraggiati, ma visto che erano pochi non ci ho perso tempo.

Questo è come ho costruito i dati. E ora andiamo a vederli un po' in dettaglio, anche se, considerando la mole di numeri scaricati (per tutti i paesi europei e circonvicini e per tutti gli anni dal 1999 al 2016) do per scontato che non riusciremo a vederli tutti ora.

Intanto, vi faccio vedere l'evoluzione nel tempo del tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nei quattro grandi dell'Eurozona:


Noi siamo quelli gialli (come i nostri sindacati).

Nel 2004 c'è un forte balzo verso l'alto dovuto a una revisione nei criteri di calcolo degli scoraggiati. Con i nuovi criteri (cioè dal 2004), la nostra situazione sembrava fortemente compromessa già allora. Certo però che è seccante non poter fare confronti sensati con i dati antecedenti al 2004 (ricordate cosa dicevo sopra? Non importa quale sia il criterio, purché sia uniforme. Ma gli statistici "migliorano" sempre i loro criteri, che poi è un ottimo modo per intorbidare le acque...).

Faccio notare un altro dettaglio. La Francia sta meglio di noi, ma peggio della Germania, la cui situazione migliora stabilmente dal 2005 in poi, con l'entrata a regime del dumping salariale Hartz. Tuttavia, il peggioramento della disoccupazione "corretta" in Francia è molto persistente, più del nostro. Dopo la crisi, non solo la Spagna (dal 2013) ma perfino l'Italia (dal 2014) vedono una correzione (più lieve da noi). La Francia no.

Poi vi faccio vedere in che modo il tasso "corretto" è andato muovendosi da noi per effetto delle sue componenti:


Qui è evidente la rottura statistica nella serie degli scoraggiati (in arancione), ma c'è un altro fenomeno che è meno evidente: mentre disoccupati e scoraggiati (al netto dell'anomalia statistica) alla fine del campione sono più o meno gli stessi che all'inizio, i sottoccupati aumentano costantemente e alla fine sono quasi 8 punti percentuali di forza lavoro in più rispetto che all'inizio. Vi faccio vedere la situazione degli altri quattro "big" dell'Eurozona:




e in questa tabella vi fornisco la variazione della percentuale di disoccupati, scoraggiati e sottoccupati sulla forza lavoro, in tutto il periodo dell'euro, e nei due sottocampioni prima e dopo la crisi.


I due numeri più grandi sono l'aumento dei disoccupati in Spagna dopo la crisi (11.5) e quello dei sottoccupati in Italia su tutto il campione (7.9, di cui 5.5 dall'inizio della crisi: un aumento sostanzialmente identico a quello della disoccupazione, pari a 5.7).

Entrando un po' in dettaglio, va notato che prima della crisi la Germania aveva "fatto peggio" di tutti gli altri: la sua disoccupazione era scesa di solo -0.2, passando da 8.9 a 8.7, mentre la sua sottoccupazione era aumentata più che in tutti gli altri, passando da 2.3 a 5.2. La dinamica della sottoccupazione era sostanzialmente analoga a quella italiana, ma in Italia la disoccupazione era diminuita di -5.7 punti prima della crisi. In Spagna la disoccupazione era diminuita addirittura di -7.3 punti, e la sottoccupazione aumentata solo di 1.7.

La dinamica più sostenuta dei sottoccupati in Germania penso sia legata alle famose "riforme".

Dopo la crisi le cose cambiano: la disoccupazione "ufficiale" e la sottoccupazione diminuiscono solo in Germania: il tumore tedesco prospera solo in un'Europa malata (fino a quando questa morendo non si porta anche lui nella tomba). Gli scoraggiati aumentano più in Francia (+1.7) che in Italia (+0.2), dove però colpisce l'aumento piuttosto rilevante (+5.5) dei sottoccupati che abbiamo già evidenziato. Sono i contratti atipici, la flessibilità, come notava uno di voi commentando il post precedente: tutta roba che alla natalità non fa bene...

Se le statistiche non mentono, molti sottoccupati saranno qui.

Vi lascio discutere questi numeri con calma, visto che politici e giornalisti non pare siano intenzionati a farlo, o almeno non fino a quando saranno raggiunti dalla durezza del vivere.




(...a proposito: per evitare che questa raggiunga noi, vi ricordo di votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione a MIA2017. Notate che dovete esprimere un voto in almeno altre nove categorie, per un totale di almeno dieci, affinché la vostra scheda sia considerata valida! Non è facile, ma si può fare...)

sabato 12 agosto 2017

La disoccupazione in teoria e in pratica

Seguendo Luigi Pecchioli (è un famoerpartitista ma è tanto una cara persona: invito a seguirlo...) sono capitato su questo grafico:


L'idea del grafico è quella di calcolare il tasso di disoccupazione tenendo conto non solo delle persone in cerca di occupazione (definizione piuttosto restrittiva, come sapete), ma anche di chi risulta inattivo perché non sta più cercando lavoro ma sarebbe disposto a lavorare, e di chi ha un lavoro part-time ma vorrebbe un lavoro a tempo pieno.

Tutti questi dati sono disponibili sul sito dell'Eurostat (appena posso vi dico dove).

La postilla del bot (o troll?) piddino di turno mi ha invogliato a rifare i conti.

Mi sono messo sul sito dell'Eurostat, e questo è quello che mi risulta (visto che c'ero, l'ho fatto per un numero di paesi più ampio):


I conti più o meno tornano: il paese più "stressato" resta l'Italia, anche se a me viene una cifra un po' più alta rispetto a quella che figura nel grafico riportato da Luigi (ma non sappiamo il suo grafico a che anno si riferisca: il mio al 2016). Vale la solita regola dei troll: quando mettono beceramente in dubbio un dato, vuol dire che le cose stanno ancora peggio di come sembravano...

L'ordinamento dei paesi, dal meno al più sfigato, più o meno coincide (nel mio il Portogallo sta peggio della Francia, e la Grecia meglio della Spagna, ma sono differenze minime e per il resto ci siamo quasi). Non so come il FT abbia calcolato il suo grafico, ma date le rilevanti analogie non credo che la metodologia sia molto diversa da quella che ho usato e che domani vi descrivo con calma (devo dormire, oggi sono montato a cavallo per la prima volta, e l'ho anche mandato al galoppo: molto appagante, mi dicono che sono dotato - sono solo uno che osserva bene quello che fanno gli altri, ascolta chi ne sa più di lui, e non ha troppa paura - ma ora voglio dormire).

Ovviamente, avendo io considerato un insieme di paesi più ampio, capita anche che mi risultino due popoli che "fanno meglio" (come dicono i gazzettieri) della Germania: i cechi (che ci vedono benissimo) e gli islandesi. No comment. Anzi: one comment: male come noi non è messo quasi nessuno.

Siccome ho fatto questo lavoro per tutti gli anni dal 1999 all'anno scorso, e per tutti i paesi riportati dall'Eurostat, domani, con calma, dopo avervi spiegato come ho trovato i dati e come li ho usati, vi faccio vedere come si sono sviluppati nel tempo questi indicatori, come sono "spacchettati" nelle tre componenti, come si sono mosse queste ultime, ecc.

Una anticipazione: la Repubblica Ceca sta messa così bene anche perché lì la percentuale di part-time involontario è irrisoria. Da noi quasi tutti i lavoratori part-time vorrebbero in realtà un full-time. Notate anche che non si entra nel tema del tipo di contratto (precario o a tempo indeterminato).

A Luigi, che è, appunto, un famoerpartitista (e non c'è naturalmente nulla di male, e lui sa che io lo stimo), penso di aver detto una volta per scherzo che se mi davano una disoccupazione al 30% come in Germania dopo l'austerità (quella di Brüning), il partito glielo facevo in un attimo.

Ho fatto male a dirglielo, perché in effetti siamo messi peggio.

Speriamo che se ne sia dimenticato: altrimenti, la sua sarà la tessera numero uno (ma il partito non si farà in un attimo: anzi, non si farà per niente).

mercoledì 9 agosto 2017

Euro forte, o dollaro debole?

Insomma, la storia sembra vada così: siamo entrati nell'euro perché era forte, non era debole come la liretta, e quindi ci avrebbe riparato dalle bufere, ma ora che l'euro si rafforza, ecco che l'orizzonte si intorbida e appaiono difficoltà (ex multis). Insomma: l'euro è quella valuta forte che però ti aiuterebbe se fosse debole!

Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?

La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.

Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:


Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.

Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.

Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).

E la morale della favola qual è?

Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.

Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...

Marcinelle

Aprire questo blog è stato un grido di disperazione: come vi ho detto mille e una volta, nonostante schierarsi contro il cosiddetto mainstream fosse indubbiamente un atto di coraggio (che solo i membri della mia professione possono apprezzare), devo onestamente ammettere che di coraggio, cioè di consapevole sfida a un nemico le cui forze erano e sono preponderanti, all'epoca ci fu molto poco, per il semplice motivo che ritenevo che il mio grido sarebbe caduto nel vuoto (dove, come credo sappiate, le onde sonore non si propagano).

Invece non è stato così, e allora ho continuato.

Le motivazioni sono state tante, ma forse quella preponderante è stata l'amore per il mio paese e i suoi abitanti (compresi quelli che ancora non capiscono e forse non capiranno mai), la consapevolezza di quale disastro sarebbe per l'umanità tutta non preservarne la diversità, che poi significa i pregi e i difetti (di questi ultimi, chi non ne ha?), e quindi, in definitiva, una sorta di illuministico amore, di fiducia nell'umanità, che poi è fiducia nella natura sociale dell'uomo: una caratteristica che a me pare biologica, etologica, prima di farsi antropologica, politica. Insomma, l'idea assolutamente ingenua (e che come tale sottopongo alle vostre critiche) che in un ipotetico "stato di natura" (diciamo, al tempo degli australopitechi, per capirci...), quella di riunirsi in gruppi fosse una strategia evoluzionistica superiore, e che questo dato si sia stratificato nei millenni, facendo dell'uomo quell'animale sociale e socievole che mediamente è. Ci sono ovviamente aberrazioni, ma Jeffrey Dahmer nella nostra razza (Homo Sapiens Sapiens) è ancora l'eccezione, mentre in altre razze (ad esempio: Mantis Religiosa) è la regola.

Anni di dibattito mi hanno usurato, è chiaro: sarebbe successo a chiunque. Ma a questa fiducia, pur sapendo quanto ingenua essa sia, e quanto contrasti con un'altra mia certezza (quella, marxista e keynesiana, che i rapporti economici non si compongono spontaneamente per l'agire delle forze "naturale" del mercato, e che quindi il riconoscimento dei propri diritti prevede necessariamente una lotta per la loro affermazione), a questa fiducia, dicevo, non voglio rinunciare.

Insomma: convivrei difficilmente con l'idea di star scrivendo (solo) a delle bestie.

L'usura però c'è.

Mi ha portato a formulare la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate. Per questo, quando al bar, o su Twitter, incontro una persona che la spara troppo grossa, normalmente cerco di fornire un dato fattuale, ma se non c'è risposta, al bar passo ad altro, e su Twitter blocco. Non posso diventare piazzista porta a porta della verità statistica (peraltro, essendo del mestiere, ho io stesso alcune riserve su tali verità): convincere chi non vuole essere convinto non sarà cannibalismo, ma è comunque una forma di violenza. Io so che alla fine molti di quelli che oggi ragliano argomenti insulsi verranno dalla mia parte. Ma non voglio essere io a portarceli: deve essere la crisi, che ha argomenti più convincenti dei miei, e che, come Keynes ci ha insegnato, sale come la cancrena verso le categorie più privilegiate, o meno esposte, non lasciando nessuno immune.

Certo: anche questa è una sconfitta, per chi ha dedicato la propria vita all'insegnamento, ed è soprattutto una tattica pericolosa. Costringere a capire dopo con la pancia (vuota) chi già ha dimostrato di non essere una cima, perché non ha capito prima con la testa (parimenti vuota), espone al grossissimo rischio di inversioni a U: non ho evidenza storica, perché credo che non ci sia, ma sospetto che tanti pogrom siano stati scatenati da ex anime belle. Forse un modo per accertarlo potrebbe essere studiare il ruolo delle classi medie (della borghesia), quelle dove le anime belle usualmente allignano, nell'affermazione dei regimi totalitari. Credo che almeno per il XX secolo su questo tema ci sia evidenza, e sono sicuro che me la darete.

Against this backdrop, vi propongo un case study da manuale (perdonate l'inglese, ma questo è un post tecnico)!

Sapete dell'accostamento che alcune cariche dello Stato hanno fatto fra la tragedia di Marcinelle (che ci vide emigranti) e la tragedia del traffico di esseri umani (che per noi sono immigranti), e delle polemiche che essa ha scatenato. Trovo questo accostamento improprio, in primo luogo per le sue finalità comunicative, che in tutta evidenza sono quelle, sempre perseguite dal potere, di colpevolizzare le vittime dell'oppressione (e le prime vittime dei nostri governi siamo noi), e di soffocare il dibattito addossando alle voci critiche accuse infamanti: razzismo, disumanità, ignoranza.

Ma al di là di questa evidente strategia, che poi è il duale di un'altra evidente strategia (quella che porta il potere che si vuole dipingere come "umanitario" a soffocare il dissenso sui social), l'accostamento è fattualmente improprio per un motivo che ieri ho evidenziato su Twitter in risposta a una vignetta di Krancic. Io sono un economista, quindi, perdonatemi, ma penso di fare una cosa utile per il dibattito se ci porto il mio pezzo di verità: il dato economico. Peraltro, per tanti motivi (avete presente Marx? Era un teologo? Un fontaniere? Un medico chirurgo? O un economista? Tale lo considerano perfino i suoi avversari liberisti!...) una persona di sinistra, che quindi combatte le ingiustizie e la disuguaglianza, non dovrebbe mai prescindere dal dato strutturale economico, esattamente come non ne prescindeva George Marchais negli anni '80, tanto per dire (e potrei farei molti altri esempi), anche se magari per trarne conclusioni diverse (argomentando, però, in termini coerenti).

Oggi, invece, la reazione di persone che si credono progressiste è questa:



(mi affretto a segnalarvi che ovviamente questa persona è solo omonima del mio collega Roncaglia: si tratta di un ingegnere - guarda caso - che si autodefinisce "mendicante di cielo").

Uno strano miscuglio di rifiuto di confrontarsi coi dati fattuali, e di benaltrismo.

Il benaltrismo sta nello spostare il discorso dal tema dell'eccesso di offerta di lavoro (altresì noto come disoccupazione), a quello dello sfruttamento. Spostamento, peraltro, molto più apparente che reale: per motivi ovvi a noi mendicanti di verità, lo sfruttamento prospera proprio sulla disoccupazione, e non c'è alcuna evidenza che aumentando il numero dei disoccupati lo sfruttamento cali. Abbiamo invece diverse evidenze che al crescere della disoccupazione lo sfruttamento aumenti: il dato macroscopico è l'approvazione del Jobs Act, resa possibile, fra l'altro, dall'indebolimento delle controparti sindacali che abitualmente si associa a un aumento della disoccupazione (ci sarà pure un motivo se il capitale preferisce che una certa disoccupazione persista, come strumento di disciplina dei lavoratori! Lo troviamo scritto nei manuali del terzo anno di economia...), ma ci sono anche dati aneddotici piuttosto significativi, come la simpatica vicenda degli immigrati docili e senza pretese.

Quindi, sinceramente non capisco l'ultima obiezione del mio gentile interlocutore: le condizioni alle quali oggi certe persone sono costrette per lavorare non miglioreranno se non ci confrontiamo serenamente e scientificamente con il diritto ad immigrare (diritto che nessuna carta fondamentale dei diritti umani ha mai riconosciuto: dettaglio che alle anime belle sfugge, perché abitualmente appartengono a ceti tutelati).

A questo punto, forse, capisco il rifiuto di confrontarsi col dato.

In una prospettiva di tutela del lavoro (che poi è quella dell'articolo 1 della nostra Costituzione), ma perfino in una prospettiva radicalmente diversa, quella neoclassica "da manuale" dell'efficiente allocazione delle risorse (che sappiamo essere in realtà la base ideologica per lo sfruttamento delle risorse: ma lasciamo stare, e prendiamo l'ipocrisia liberista al suo valore facciale) non è indifferente determinare se ci si muove verso un paese dove il lavoro c'è o non c'è!

E così, chiudo fornendovi un dato, il dato della disoccupazione in Belgio e in Italia al tempo di Marcinelle (1954), quel dato che il dottor Roncaglia vuole ignorare.

Nel 1954, secondo l'Onem (Office national de l'emploi) la disoccupazione in Belgio era all'1.2%. Voi direte: bè, ma c'era il miracolo economico, sarà stata bassissima anche in Italia. Invece no, non proprio. Nel 1954, secondo la Banca d'Italia, in Italia la disoccupazione era all'8.8%.

Stiamo confrontando (più esattamente: le più importanti cariche del nostro Stato hanno confrontato) una immigrazione selettiva e controllata in un paese in condizioni di piena occupazione, con una immigrazione indiscriminata e incontrollata in un paese in cui la disoccupazione è dieci volte tanto (siamo pur sempre in un intorno del 12% - gli ultimi dati ufficiali riportano un 11.1%, ma sapete che questi dati suscitano crescenti perplessità, riferite in particolare alla definizione di occupato: vedi, appunto, alla voce precariato e sfruttamento).

La mia fiducia nell'uomo mi porterebbe a credere che il Roncaglia, esposto a questi dati, rifletterebbe, argomenterebbe. Ma lo svolgimento della sua argomentazione, e l'esperienza di anni di dibattito, mi fanno concludere che non è così. Siamo ora felicemente bloccati su Twitter, ognuno a casa sua. Non è una gran perdita: a casa mia la dispensa è rifornita di dati. A casa sua di buone intenzioni. Quale ne sia l'impiego, delle buone intenzioni, è noto, e non si può che provare pietas per chi se ne arma rifiutando il contatto col dato. Non è cattiveria: chi rimuove la realtà lo fa spesso con le migliori buone intenzioni. Quindi, solidarietà, rispetto, compassione (in senso etimologico, di "simpatia"): insomma, quel complesso di sentimenti umani positivi che la parola pietas (che non significa pietà) riassume. Ma anche estrema e radicale consapevolezza del fatto che chi agisce ignorando i dati, prima o poi coi dati dovrà scontrarsi, perché come diceva uno di sinistra i dati hanno la testa dura.

La crisi arriverà anche da lui: non lo auguro (in particolare, non a lui). Lo temo, perché da chi rifiuta di ragionare su basi razionali e documentate sinceramente non so cosa aspettarmi, e non voglio nemmeno immaginarlo.

Spero che questi dati possano esservi utili, e ve li consegno per le vostre riflessioni.

martedì 8 agosto 2017

L'inspiegabile (!) comportamento del dollaro

Mi scrive un indignato Charlie Brown citandomi un commento del FT:


Eh, insomma, al FT questa deriva del dollaro proprio non se la spiegano. Non riescono proprio a spiegarsi perché il dollaro sia sceso. Chissà, forse potrebbe entrarci il fatto che il Fmi continua a ripeterci che il dollaro è sopravvalutato. Lo aveva detto nel 2016 e ne parlammo a più riprese, l'ultima volta qui. Lo ha ripetuto poco più di un mese fa, confermando una sopravvalutazione del 15% (simmetrica alla sottovalutazione del 15% dell'euro per la Germania). Quindi, uno dovrebbe chiedersi: ma perché mai al FT si stupiscono del fatto che una valuta troppo forte tenda a tornare verso l'equilibrio, a chiudere cioè quello che il Fmi chiama REER gap (scarto fra il tasso di cambio effettivo reale e il suo valore di equilibrio)?

Ma, chissà...

Forse perché non è mai successo? Magari, capita che quando una valuta è sopravvalutata, si rafforzi ancora di più, negando la rilevanza del concettodi equilibrio, e della stessa scienza economica?

Oppure, chissà, magari capita che quando arriva un presidente repubblicano, "libbberista così!", pro market, business friendly, l'economia si ringalluzzisca e quindi (quindi?) il tasso di cambio si rafforzi.

Certo: se le cose funzionassero così, cioè se quando arriva un presidente repubblicano il cambio si rafforzasse, in questo caso i dubbi del FT sarebbero leciti (e i suoi giornalisti sarebbero attendibili).

La storia, che insegna ma non ha allievi, cosa ci racconta?

Ci racconta questo:



In nero avete l'indice del tasso di cambio effettivo reale (narrow definition, fonte BIS), e ho ombreggiato i periodi nei quali gli Stati Uniti hanno avuto un presidente repubblicano. Parto dal Ferragosto del 1971, quello in cui Nixon tirò il pacco che sapete, dichiarando l'inconvertibilità del dollaro. Prima i cambi nominali erano aggiustabili ma fissi (quelli reali ovviamente no, come dovreste sapere e se non sapete chiedete...), quindi le dinamiche erano un po' diverse. Con un'unica eccezione (il primo mandato di Reagan), ogni volta che un repubblicano si è affacciato a governare, il cambio si è indebolito.

Questa regolarità è statisticamente significativa, nonostante, evidentemente, non funzioni per il nostro amico Ronnie (che forse l'economia tanto bene non la sapeva...). Per verificare quanto sia forte, creiamo una variabile che vale uno quando il presidente è repubblicano, e zero in caso contrario (cioè quando è democratico), e vediamo in che relazione è con il tasso di variazione del cambio effettivo reale. La relazione è questa (astenersi non nerd):


Insomma: avere un presidente repubblicano nuoce gravemente al cambio, che perde in media lo 0.25% al mese (è il coefficiente -0.0025 della variabile REP), e la probabilità che questo accada "per caso" è inferiore al 5% (è del 4.84%: sarebbe il famigerato p-value del quale qualcuno ha parlato nei post precedenti e che trovate nella colonna Prob. del tabulato). Inutile dire che questa regressione ha molti limiti: spiega pochissima varianza della variabile dipendente, ha residui potenzialmente autocorrelati, il coefficiente è significativo per il rotto della cuffia, ecc. Non prendetela troppo sul serio.

Ma il grafico è abbastanza eloquente.

Ora uno potrebbe chiedersi: ma perché quando i repubblicani arrivano il cambio si indebolisce? Bè, di un paio di casi abbiamo parlato: il Nixon moment, ad esempio, o gli accordi del Plaza. Ci sarebbe da discuterne.

Ma la vera domanda, per me, è un'altra: come mai i giornalisti del FT si stupiscono tanto di una cosa che il Fmi annuncia da due anni, e che, come i dati dimostrano, regolarmente accade quando la barra la prende un repubblicano? Ecco, questo, veramente, mi lascia sconcertato. Certo, loro non sono in conflitto di interessi. A loro il sistema attuale non piace, e quindi non hanno paura che un rafforzamento dell'euro mandi l'eurozona in cocci, giusto? Perché se invece le cose andassero al contrario, se a loro il sistema piacesse, forse allora si capirebbe perché hanno proposto ai loro lettori una chiave di lettura dei fatti diversa da quella proposta qui fin da ottobre, e (quindi) lievemente distorta!

Come dite?

A loro il sistema piace?

Bè, in questo caso mi dispiace per loro! Con buona pace di quelli che "il cambio non conta", è bastato un piccolo rafforzamento dell'euro per mettere in difficoltà le esportazioni tedesche. Oh, sì, se a loro va male, a noi starà già andando peggio, ed è per questo che il potere fomenta la guerra fra poveri (e quanti di voi ci cascano...).

Ma il "male" loro temo che sia meno sostenibile politicamente del "peggio" nostro.

Staremo a vedere.

domenica 6 agosto 2017

Euclide, Ronchi, e Lascienza (post ad personam)

(...Enrico Nardelli freundlich gewidmet...)

(...home, sweet home... Rockapasso telefona: "I due posti più belli che ho visto in vita mia: Pianosa e Capraia!" Uga, da Capraia, non voleva proprio andarsene: è la prima volta che la vedo esprimere una preferenza, lei così riservata - si sarà innamorata del marinaio? Naturalmente, seguaci ovunque: anche lì... Comunque, due isole, due idee del mio nipotastro toscano, quello che coi cugini parla in romanesco per prenderli per il culo... Ma è anche bello tornare a casa, dai propri libri - more on this later. La nuova sede di a/simmetrie è quasi operativa: domani installano la caldaia, di cui per ora non si sente il bisogno, e poi c'è qualche piccolo problema con gli infissi: del tutto fisiologico, quando si lavori in una città che deve la propria reputazione internazionale a un manufatto che ha fatto della mancanza di infissi una cifra stilistica inconfondibile. Per settembre sarà tutto risolto e vi inviterò - virtualmente - all'inaugurazione. Abbattiamo i muri, aboliamo i confini... ma almeno la porta del cesso occorre che si chiuda!

O no?

Oggi, comunque, proseguiamo il nostro discours de la méthode...)


Il dibattito sul metodo scientifico avviato dai post precedenti ha appassionato molti di voi, il che mi rallegra, anche se pochi mi pare ne abbiano ancora colto il messaggio fondamentale, il che non mi stupisce né mi preoccupa: abbiamo molto tempo da passare insieme, quello che ora non si vede, col tempo vi sembrerà di averlo sempre saputo. Non credo, d'altra parte, che comprereste una Settimana Enigmistica coi cruciverba compilati: non vi servirebbe né a passare il tempo, né a esercitare la memoria o l'ingegno. Allo stesso modo, penso che sia più costruttivo per voi e per me che siate voi a seguire un vostro percorso, stimolati dalle mie riflessioni, piuttosto che ricevere da me un nuovo slogan da appiccicarvi in testa, così come prima vi siete appiccicati quelli "proeuro", e poi, ahimè, in alcuni, controproducenti casi, quelli "noeuro".

I problemi di metodo non si risolvono con gli slogan.

Questo blog nasce certo da un empito di sdegno e di passione civile, seguito all'acquisto di una consapevolezza che mi mancava (non avendo io avuto il funzionalismo nei miei programmi di studi): quella che la crisi della moneta unica, che tanti lutti aveva fatto e sta facendo, era stata prevista e implementata come deliberata strategia di integrazione politica. Ma nasce anche, e forse soprattutto, dal desiderio di riscattare la scienza dal discredito in cui l'aveva gettata la sua cugina puttana, Lascienza. Uno snodo essenziale di questo riscatto è stato rivendicare per l'economia lo status di scienza, in diretta opposizione al mantra "l'economia non è una scienza", messo in circolo, paradossalmente, proprio dagli esponenti di quel "pensiero" liberista il cui principale contributo metodologico è stato la matematizzazione della disciplina. Ho cercato cioè di evidenziare come gli stessi che avevano tentato, con le motivazioni e i paradossi esposti tanto bene da Keynes, di trasformare in scienza naturale una scienza umana, venissero ora a dichiararne il fallimento per sottrarsi alle proprie responsabilità scientifiche, etiche e politiche.

Attraverso i mesi e gli anni vi ho mostrato, "unendo i puntini", che una serie di evidenze variamente propostevi dai media come epifenomeni di cause disparate e sconnesse (acoruzzzzione, aglobalizzazzzione, ecc.), potevano comporsi in un quadro ordinato, coerente e razionale, cioè in un discorso, appunto, scientifico. In parallelo, ho cercato, nella misura del possibile, di farvi intuire quanto fosse ingenua e in buona sostanza fuorviante la distinzione fra scienze "umane" (o "sociali") e scienze "dure". A un certo livello di consapevolezza, questa distinzione svanisce: ci si confronta con i limiti delle proprie certezze, e il dibattito si apre. Ad alcuni secoli dalla famosa (e probabilmente fake) mela di Newton, ognuno di noi è perfettamente convinto di sapere cosa sia la forza di gravità. Fa eccezione quella decina di persone che la studiano sul serio (qualcuno sarà anche qui), e che invece continuano a porsi domande.

Sarebbe opportuno che la consapevolezza che ogni scienza è "umana", che nessuna scienza è "dura", e che tutte le scienze sono un processo, non un traguardo, si diffondesse anche agli strati meno "abbienti" in termini di bagaglio tecnico (sì, vi ho detto minus habens...).

Tralascio il fatto che questo blog si apre con una previsione (scientifica) che si è poi dimostrata drammaticamente valida: i salvataggi di Monti non ci avrebbero salvato, perché davano la risposta giusta alla domanda sbagliata, e così facendo avrebbero mandato in crisi le nostre banche. Previsione azzeccata, come tante altre fatte in questo blog punteggiato di QED: ma non vorrei qui aprire il dibattito epistemologico sul valore predittivo della scienza (al quale ha contribuito un nostro caro amico). Nonostante colpiscano molto l'immaginazione degli ignari, una o più previsioni azzeccate, di per sé, non fanno "scienza", per il semplice motivo che potrebbero essere banali colpi di fortuna. Ci sarebbe quella storia della replicabilità dell'esperimento. Ma abbiamo visto che non si applica a tutte le scienze, e che anche dove si applicherebbe quasi mai questo requisito viene assicurato. Ha ragione Dominick Salvatore quando ripete che Nouriel Roubini ha usurpato la propria fama di profeta di sventura. Quando le cose vanno bene si fa presto a dire che prima o poi andranno male. Questa non è scienza. La scienza comincia quando spieghi perché! Se vi leggete il Roubini pre-Lehman, troverete un simpatico collega tutto debitopubblico e distintivo. La crisi è arrivata, ma da un'altra parte. Roubini ha avuto fortuna, e parte della sua fortuna è stata fare un discorso che il suo pubblico capiva: Stato nemico, debitopubblico brutto, repubblicani cattivi, ecc.

Diciamo quindi che è scienza accettare la sfida posta da un dato apparentemente anomalo (nella visione del mondo corrente), per inserirlo in una nuova, e più economica (nel senso di concisa, elegante), visione del mondo.

Quando si fa questa operazione si fa scienza, e per farla non c'è bisogno di alambicchi o di telescopi. La si può fare anche senza formule, e anche (e soprattutto) nel contesto di una scienza "umana" o "sociale".

"Siamo in una crisi di debito pubblico!" "Ma perché nei paesi che sono più in crisi il debito pubblico è diminuito, è andato indietro?" Ecco: nel modello tolemaico-gianniniano questa resta una anomalia, e per spiegarla il nostro, poverino, deve arrampicarsi sugli specchi (o semplicemente occultare il dato alla canea dei suoi tifosi). Nel nostro modello, invece, la retrogradazione del debito pubblico si inserisce in modo perfettamente coerente, come vi ho mostrato in prosa più o meno d'arte.

Anche le scienze dure hanno le loro retrogradazioni inspiegabili!

Quando Bruno in un post precedente parla di emicicli, che poi sarebbero gli epicicli, ci dice una mezza verità (scusa, Bruno: qui il maschio alfa sono io e purtroppo ogni tanto mi tocca marcare il territorio). In effetti, il sistema copernicano risolveva un problema macroscopico, quello della retrogradazione dell'orbita dei pianeti (che era stato all'origine dell'introduzione di epicicli e deferenti): in un sistema eliostazionario questo diventava un non problema. Tuttavia, per motivi credo ideologici, Copernico ipotizzava che le orbite fossero circolari (c'è di mezzo un po' di Platone, l'idea della sfera come solido perfetto, ecc.) e che la velocità angolare dei pianeti fosse uniforme. Si trovava così con un modello più bello, ma che conservava delle anomalie: ad esempio, riferite alle dimensioni apparenti dei pianeti, e anche alla loro posizione. Invece di fare un passo avanti (che poi avrebbe fatto Keplero - Bruno saprebbe dirvi che lo fece immaginando che le orbite fossero ellittiche, e la velocità angolare dei pianeti non fosse costante), fece un passo indietro aggiungendo epicicli...

Quanto è tortuoso il cammino della scienza...

Puoi mandarla avanti, ed essere un genio (e ricordato come tale), anche prendendo il peggio della teoria che hai cercato di superare, quando in fondo basterebbe applicare, come quasi sempre basta, il rasoio di Occam. Insomma: vorrei dirvi che le cose non sono semplici, e regalarvi la facile previsione che un giorno vi vergognerete delle verità assolute che andando ragliando in utroque nel contesto di certi dibattiti troppo accesi. Anni di divulgazione sono passati su molti di voi come gocce di rugiada su una lastra di granito: il loro senso ancora non vi è chiaro, ma lo diventerà.

E qui vengo alla parte ad personam.

Un altro elemento che falsa completamente il nostro rapporto con la scienza (e più in generale con l'uomo) è la nostra incapacità di porci in prospettiva storica. Molto semplicemente, noi (come singoli, e come umanità) per definizione sappiamo quello che sappiamo, e quindi (come singoli e come umanità) non abbiamo né possiamo avere idea di quanto ci sia ancora da sapere, cioè, banalmente, non sappiamo quanto (ancora) non sappiamo. Questo dato lapalissiano ci induce inesorabilmente a vedere la scienza come una storia di successi, di superamenti, sia pure con qualche ghirigoro (vedi gli epicicli di Copernico), degli "errori" degli antichi, "errori" che, una volta superati, non si ripeteranno più. Un'illusione ottica alla quale sottrarsi è difficile, anche perché è molto rassicurante. Ci sentiamo membri di una nuova umanità, che non si lascerà attirare in certe trappole, e quindi, come singoli, sentiamo di poterci tranquillamente affidare alla scienza, perché, pur consapevoli delle eventuali trappole tese da Lascienza (20 con la bocca, 50 con la pirreviù), sappiamo di sapere che la ricerca "pura" (?) ha acquisito una coerenza e una consistenza metodologica che la rende ormai immune da errori non venali (insomma: gli scienziati sbaglierebbero solo se pagati per farlo, cioè solo se Gliscienziati).

Questa visione "rettilinea" e naturalistica della ricerca scientifica si traduce nella convinzione metascientifica che Euclide o Parmenide fossero sì degli scienziati, ma comunque un po' meno scienziati di noi, che Aristotele fosse sì un genio, ma comunque meno genio di Gauss, che poi è come dire che Monteverdi fosse sì un musicista, ma meno musicista di Stravinskij (e Caravaggio un pittore meno pittore di Kandinskij - per preservare la rima in "inskij"...), e questo perché non c'erano ancora stati Galileo e Newton (per semplificare).

Soccorre in questo fuorviante equivoco un'altra idea, ugualmente farlocca: quella che noi si sia alla fine di un percorso, dove, sì, ci sono dettagli da sistemare, ma sostanzialmente quello che c'era da sapere l'abbiamo saputo, e il resto è roba per specialisti. L'equivoco, per carità, è naturale: noi della storia vediamo la nostra metà, quella che da meno infinito arriva a noi, e non vediamo l'altra metà, quella che parte da noi verso l'infinito (e oltre). Insomma (o inZomma): la rivoluzione copernicana c'è stata, la mela è caduta dall'albero, Galileo ha appreso da papà (che aveva appreso da Pitagora) che il cosmo è retto dal numero, festa finita, noi abbiamo ragione, gli altri avevano torto, meno male che ce ne siamo accorti, possiamo chiuderla qui.

Le cose, però, non stanno esattamente così.

Prendiamo ad esempio la luce. Se io dovessi spiegarvi cos'è, avrei grosse difficoltà (posso intuire che in qualche modo dipendano dal fatto che tecnicamente mi trovo a disagio con le equazioni di Maxwell: quindi, non solo so di non sapere, ma so anche perché non so, mentre temo che qui molti ingengngnieri in ascolto sappiano di sapere, e qualche fisico si vedrà costretto al pio ufficio di prenderli a badilate sui denti...). Tuttavia, che mondo sarebbe senza luce? Fiat lux! La luce è la condizione necessaria perché il cosmo esista, cioè perché noi lo percepiamo... eppure molti di noi non saprebbero descriverne la natura fisica, e questo, in fondo, non è assolutamente un problema: a differenza dell'economia (e della nutrizione) è piuttosto difficile che l'ottica si occupi di te se tu non ti occupi di lei, a meno che tu non entri nella galleria degli specchi di un luna park.

Stiamo parlando di scienze dure (fisica): cosa c'è di più lontano dai dibattiti ideologici?

Eppure, nella discussione a un post precedente, uno di voi ricordava come anche oggi, in cosmologia ci sia dibattito. Medicina, astrofisica, chimica, filologia classica, informatica, biologia, tutte queste discipline, tutte le discipline, hanno i loro keynesiani e i loro monetaristi, ce li hanno da sempre, e sempre ce li avranno.

Un buon modo per avvicinarsi ai problemi del metodo scientifico (e quindi per darsi una solenne calmata, e per riconoscere un cialtrone quando lo si incontra - operazioni che entrambe possono salvarti la vita!) è leggere dei buoni testi di storia della scienza. Uno al quale devo molto (e non so chi mi ci abbia fatto arrivare) è la Storia della luce da Euclide a Einstein di Vasco Ronchi. Già il titolo (come non apprezzai quando lessi il libro per la prima volta) è una lezione di metodo. Non "Storia dell'ottica" (cioè della scienza che studia la luce), ma "Storia della luce", a ricordarci che tutti i fenomeni sono in quanto noi ce li rappresentiamo, e che questa rappresentazione ha una dimensione storica (e quindi sociale) inestirpabile. Ogni verità tecnica è comunque storicamente e socialmente condizionata. Non solo le verità tecniche del tecnico Monti che voleva curare una crisi di debito privato abbattendo il debito pubblico.

Proprio all'inizio del libro troviamo espresso, meglio di come ve l'ho espresso io, un concetto fondamentale, che deve suonare per ognuno di voi come un campanello di allarme. Parlando delle ricerche in ambito ottico dei greci, Ronchi commenta:

"La messe di lavoro in questo senso è veramente degna della massima considerazione. Dal seicento in poi si è tentato di gettarvi sopra del discredito; devesi però riconoscere che i critici non erano troppo sereni, forse perché abbagliati dai momentanei successi della nuova "filosofia naturale". Con questo non si vuole affermare che tutte le idee dei filosofi greci siano inattaccabili; ma è un fatto che molto di ciò che è giunto ai giorni nostri regge alla critica più serrata, purché serena e spregiudicata; anzi merita la qualifica di frutto di ragionamenti condotti a stretto fil di logica, e non solo con molto buon senso, ma anche con acume." (p. 4 dell'edizione Biblioteca Universale Laterza del 1983).

Sì, Ronchi vi sta dicendo che Newton non era "più scienziato" di Aristotele, e quindi, implicitamente, che sarebbe un errore per noi, sentirci "più scienziati" di Newton (o più poeti di Omero)...

Ma la frase che più mi è rimasta impressa del libro rinvia a un dibattito molto vecchio.

Vi dicevo, keynesiani e monetaristi ovunque...

Ecco: anche all'inizio della storia della luce troviamo scuole che si combattono da prospettive opposte. La linea di attacco, al tempo dei primi filosofi, era spiegare il meccanismo della visione: "il solo effetto conosciuto della luce era la visione ed era quindi naturale che lo studio cominciasse di qui" (p. 5). Il problema era appunto collegare l'occhio alla cosa vista, e su questo si affrontavano ben quattro scuole di pensiero: i pitagorici sostenevano che la visione fosse dovuta a un effluvio che dall'occhio "colpiva" l'oggetto; Democrito, per ovvi motivi, pensava invece che le cose andassero al contrario, cioè che gli occhi fossero colpiti da atomi che si staccavano dagli oggetti (letto Lucrezio? Sarebbero i simulacri del quarto libro); Empedocle che doveva fare? Mediava, ritenendo che coesistessero entrambi i flussi; e Aristotele, invece, pensava che la visione fosse dovuta a un'alterazione del mezzo interposto fra occhio e oggetto.

Proprio come oggi, furono le teorie estreme a prevalere: Pitagora e Democrito, per capirci. E qui arriviamo a Euclide, quello dell'Ottica e della Catottrica, e degli Elementi, allievo di Platone e quindi pitagorico dentro. La sua Ottica e la sua Catottrica seguono un'impostazione assiomatico-deduttiva, come ci ricordava con parole sue Enrico. Si parte da un insieme di proposizioni non dimostrate, e se ne esplorano le conseguenze seguendo le leggi della logica. Ad esempio, il primo postulato recita: "I raggi emessi dall'occhio procedono per via diritta". Intuizione geniale, che pone le basi dell'ottica matematica, eccetera eccetera.

Ma c'è un'anomalia: il miglior amico dell'economista: lo specchio.

"Venendo a parlare della riflessione (Ndr: Catottrica), l'autore dimentica tranquillamente che il primo postulato dell'Ottica obbligava i raggi emessi dall'occhio a procedere in linea retta, e non dà nessuna delucidazione del perché un'eccezione dev'essere fatta quando essi arrivano sopra uno specchio" (p. 21)

E ora, molta attenzione (soprattutto Enrico):


(p. 22, emphasis added).

Devo aggiungere altro?

Vi ricordate il nostro amico Mark, come passava sopra agli studi che collegavano l'assunzione di saccarosio al livello di trigliceridi? Ecco: siamo lì, con la differenza (non trascurabile) che forse Euclide "passava sopra" gratis.

E vi ricordate lo studio di Nature sul fallimento (della replicabilità degli esperimenti nell'ambito) delle scienze "dure"? (ne abbiamo parlato qui). Qual è la prima causa che la comunità scientifica individua per questo fallimento? Selective reporting, cioè "passare sopra" (in silenzio) a quanto non quadra con la propria visione del mondo.

Potrei farvi molti esempi tratti dal mio ambito disciplinare, e ve li farò, ma vorrei sottolineare un punto: quando Ronchi parla di un "metodo che non è proprio della sola antichità", mostra di essere perfettamente al corrente di certe dinamiche "disfunzionali" della produzione scientifica (quelle confermate alcuni decenni dopo da Nature), e dichiara, se pure implicitamente, di non ritenerle tali da legittimare il relativismo da bar di certi improvvisati epistemologi.

Anche Euclide ha portato avanti la scienza (anche Mark, del resto), e anche Newton, che, come certamente non sapete, nonostante sia uno dei pilastri su cui poggiamo la nostra certezza di essere "più scienziati di Euclide", almeno in ottica aveva più problemi del suo illustre predecessore e ne era tragicamente consapevole. La sua teoria, ovviamente, era diametralmente opposta (la luce avrebbe avuto natura corpuscolare), e questo lo metteva in una serie infinita di aporie e di contraddizioni che non vi dico, a fronte di fenomeni banali, come la rifrazione, o la riflessione parziale (sapete quando guardate dalla finestra, e vedete il pallido riflesso del vostro volto sul vetro?...).

Ma di questo ora non ho tempo di parlarvi. Lo farò se me lo chiederete (è molto interessante), ma consiglio di leggere direttamente Ronchi: ora devo stendere i panni.

Voi mi direte: ma alla fine di questo pistolotto incomprensibile, vuoi almeno dirci che cos'è la scienza? Scusate, ma a me sembra di aver fatto una cosa più utile! Vi ho detto che cos'è la "non scienza": è sorvolare sulle anomalie, e considerare come punto di arrivo quello che necessariamente è un punto di partenza, dichiarando chiuso il dibattito. Certo, anche qui ci vuole buon senso. Non è possibile dimostrare ogni volta funditus che 2+2=4. Ma, d'altra parte, chi vi sbatte in faccia che "la velocità della luce non si decide per alzata di mano" quasi certamente vuole dimostrarvi che 2+2=5 (e in effetti, quando si arrischia in ambito economico, lo fa, abusando della propria posizione dominante).

Ci siamo?

Capito mi avete?

Ecco: allora calma e Ronchi. L'estate è lunga, e Lascienza ci accompagnerà almeno fino al #goofy6...

Save the boy

Al supermercato. 

"Ciao, sono Astolfo: avrai sentito parlare di noi!"

"Sì, naturalmente. Ti parlo brevemente di me: io sono Alberto, sono comunista, e nel mio mondo per voi non c'è posto".

"Ah. Mio padre è socialista...". 

"Nel suo mondo ci sarà sicuramente posto per te: l'affetto per i figli è qualcosa che si può solo sperimentare, non descrivere. E tu certamente lo meriti..."




(...con questo caldo, e in questo clima politico, bisogna dire che questo lavoro merita #rispetto. E il primo rispetto è la chiarezza: tanta ne pretendo quanta ne infliggo. Non è un fatto personale...)

giovedì 3 agosto 2017

Il piacere della scienza

(...considerazioni da me pienamente condivise di uno che il mestiere lo sa...)


Vincenzo Cucinotta ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il mestiere della scienza": 

Il problema è che l'ideologia liberale ha ormai trionfato nel mondo e ormai deve temere solo sé stessa, la propria voracità.

Dopo un'esperienza millenaria, il capitalismo ha deciso di far fuori l'Università, perché non potendo tollerare che esistano istituzioni che si collochino al di fuori della logica del sistema, essendo ormai diventato un sistema dogmatico come si trattasse di un regime teocratico, pretende di estendere al mondo intero un processo di aziendalizzazione, e così anche la ricerca universitaria si è trasformata, il ruolo dei docenti universitari è mutato profondamente.

Parlo ovviamente dal mio particolare punto di vista di chimico, quindi di una scienza dura.

Nella mia vita, ho vissuto la mia professione di docente di chimica come una passione, cioè come un interesse che ti consuma, ti brucia, tanto che da giovane ho trascorso interi week-end allo strumento senza badare a coltivare attività alternative che altri avrebbero trovato più gratificanti.

Non io, non un vero ricercatore scientifico, che è innamorato del proprio lavoro, e che alla fine ringrazia la società per essere pagato per divertirsi.

Si viveva con pochi mezzi a disposizione, con salari appena superiori a quello dei docenti della scuola media, e questo portava a una specifica forma di selezione, ad attirare soltanto coloro che la professione la amavano davvero, in cui la curiosità scientifica era in grado di prevalere su qualsiasi altra motivazione vitale.

Ora, ci vogliono manager, ci pagano anche molto meglio di allora, mediamente la media non è distante dal doppio del salario di un docente di scuola media.

In compenso, hanno istituito l'ANVUR ed i suoi parametri cervellotici, ci finanziano in funzione dell'oggetto della ricerca come stabilito dagli industriali in sede UE, ci discriminano e discriminano le istituzioni di appartenenza in base agli stessi parametri e finanziamenti ottenuti.
Il risultato non può che essere che la selezione avviene in base alle condizioni stabilite, il prevalere di soggetti che forse persino odiano la ricerca scientifica, ma ne amano il potere ed il denaro connesso a questi, e magari li usano come trampolino di lancio verso altri più ambiziosi traguardi.

Di conseguenza, le Università sono diventate un luogo terribile, dove prevale la competizione più sfrenata ed anche più sleale, dove si passa il tempo a capire come ottenere quel finanziamento, come creare un gruppo di interesse a livello UE, una cordata a cui aggrapparsi per potere emergere, e come pubblicare quanti più articoli possibili esercitando la propria immaginazione a una minuziosa suddivisione dei risultati, della scelta della rivista, perfino dell'inclusione di collaboratori fittizi che poi ricambieranno il favore.

Non dico certo che l'ambizione sia iniziata qui, dico che essa ha coabitato con chi preferiva il piacere scientifico anche sacrificando la carriera, ma avendo comunque la possibilità di sopravvivere. Ora non più, questi personaggi un po' strampalati che non seguono i criteri sociali dominanti sono stati espunti anche dal mondo accademico.

Ricordo che nelle scienze sperimentali dure, il lavoro è sempre di equipe e l'esigenza di mezzi finanziari è connaturata a questo tipo di ricerca più che in altre aree, e quindi non potere accedere a finanziamenti, non potere avere giovani collaboratori perché il collega ha prodotto tonnellate di cartaccia mentre tu facevi ricerca scientifica, ti ha precluso anche queste.
Come dicevo, così si è uccisa l'istituzione universitaria e con essa quell'aspetto ludico, del tutto libero, della ricerca che è strettamente correlato a un vero avanzamento del sapere.

Non è un caso che oggi si moltiplichino gli studi che portano a una conoscenza sempre più approfondita ed esauriente di comparti disciplinari, e che contemporaneamente langua invece una vera espansione delle conoscenze in campi davvero ancora inesplorati. Se chi decide cosa finanziare proviene dall'industria, mi pare ovvio che si macini sempre la stessa roba: sarà sì sempre più fine e raffinata, ma sempre quella rimane.

Uccidere l'università significa porre fine ad un'esperienza di civiltà (quella occidentale) ormai millenaria e che ha portato sicuramente a modalità di vita migliori, per farsi assoggettare alla voracità di pochi capitalisti in definitiva dementi.



(Ndr: Vincenzo Cucinotta è ordinario di CHIM/01 presso il Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Catania. Emphasis added.)

(...il mondo dei liberisti è un mondo squallido perché triste come le loro persone e angusto come i loro obiettivi. Anche una iena ride, ma solo l'uomo si diverte, che poi, etimologicamente, significa che può deflettere da quell'obiettivo di ottimizzazione che le strategie evoluzionistiche assegnano agli animali, e che i liberisti impongono all'uomo. In questa rivendicazione della libertà, del piacere, e del carattere ludico della ricerca c'è più di quanto voi dilettanti possiate apprezzare. Eppure, la storia della Scienza potrebbe insegnarvi che molti risultati determinanti si sono presentati, all'inizio, sotto le spoglie di un "curiosum" apparentemente inutile, che Lascienza del tempo considerava irrilevante, e che Leuropa del tempo non considerava "strategico"...)









mercoledì 2 agosto 2017

Il mestiere della scienza

(...in settimana dovrei restituire tre referee report a tre distinti giornali: due in classe A - seconde letture - e uno Scopus - i colleghi sanno di che si tratta. I primi due, fra l'altro, sono seconde letture. Mi pare sia invalso l'uso di assegnare ai paper su temi "caldi" - che sono quelli dei quali mi occupo io - tre referee. Inoltre, almeno Elsevier, probabilmente la più rilevante fra le case editrici, ha preso l'abitudine di inviarti, quando ti chiede la seconda lettura, anche i report degli altri peer reviewer - Bagnai pirreviuuuueeeeeer! - il che, in un certo senso, costituisce una specie di pirreviù della pirreviù, perché dai rapporti degli altri puoi capire se le tue preoccupazioni e le tue curiosità circa il paper erano o meno condivise da altre persone che l'editor ha ritenuto, come te, competenti a livello internazionale, ma delle quali non sai assolutamente un accidenti di nulla - oddio: di una di queste una cosa la so, ed è che pensa che l'uscita dall'euro sarebbe un disastro perché sarebbe un disastro: argomentazione molto scientifica che si evince dal suo report. Non posso dirvi di più perché la pirreviù dev'essere anonima: se non è anonima, che pirreviù è? Tuttavia, non sempre le riviste in economia rispettano la regola del "doppio cieco" (tu non sai chi ha scritto, e chi ha scritto non sa che tu lo hai valutato) - e infatti quelle che lo fanno lo dichiarano, il che significa che spesso, come referee, mi viene detto chi è l'autore del lavoro, e, in ogni caso, è facilissimo, in tempi di Internet, risalire ad esso: nella maggior parte dei casi basta mettere in Google una qualche frase del paper per reperirlo su qualche "research repository" di qualche Intranet di qualche università. Molti paper prima sono stati working paper, proprio per consentire alla comunità scientifica un primo scrutinio dei risultato, prima di sottoporre questi a una rivista che ne certifichi la definitiva validità - che è parola diversa da "verità". Quindi capire chi ha scritto cosa è piuttosto semplice, ed è anche la prima fonte di conflitto di interessi, data la natura intrinsecamente faziosa e mafiosa della mia professione - nel male e nel bene! L'idea che un paper venga "stoppato" - alla Bergomi, noto pirreviuer della nazionale italiana - semplicemente perché prodotto da un esponente di una scuola di pensiero o di una cordata accademica avversa alla propria, nonostante le analisi proposte siano perfettamente valide, e magari nonostante tu sia d'accordo, anzi, magari proprio perché sei d'accordo, hai scritto anche tu un lavoro simile che è in valutazione, e non vuoi che il lavoro del tuo concorrente esca prima del tuo!

Del resto, vi ho raccontato due mie esperienze di autore che "subiva" pirreviù altrui, proprio per spiegarvi la logica del metodo. Una riferita a un paper sulla Cina, inviato a una rivista in fascia A, e poi pubblicato in parte come capitolo di un libro edito da Routledge, e in parte come articolo su una rivista in fascia A migliore della prima cui mi ero rivolto. La risposta del referee fu che il mio articolo andava respinto perché prevedeva che la Cina non sarebbe cresciuta per sempre al 10%. In effetti l'articolo, nel 2007, prevedeva per la Cina del 2017 una crescita molto simile a quella che si sta manifestando - un rallentamento, in particolare - perché questo era implicito nei parametri strutturali dell'economia cinese valutati secondo un approccio assolutamente ortodosso - un modello di crescita à la Solow. La verità in quel caso era (come ho poi saputo, perché sei miliardi non è un numero infinito, e la comunità scientifica è un insieme molto più ristretto) che il referee, un cinese, semplicemente temeva che un modello fatto meglio del suo entrasse nel mercato, e quindi voleva tenermi fuori. Sarebbe stato l'editor a dover valutare la coerenza del rilievo del mio collega: ma gli editor preferiscono tenersi il prestigio della loro carica ed evitare le grane. Ovviamente questo implica che si lascino spesso sfuggire lavori che darebbero prestigio alla loro rivista semplicemente per il semplice fatto di riportare previsioni azzeccate. Mi avete mai visto preoccupato per il rallentamento dell'economia cinese negli ultimi anni? Non credo. Eppure quanti, da anni, vanno vaticinando di una crisi epocale che però... però... non arriva mai! Certo, alla fine qualcosa succederà, chi può negarlo! Ma intanto è successo quello che diceva il mio modello, tant'è che quando i conformisti di Project Syndicate hanno - finalmente - detto che era ora di smettere di preoccuparsi del rallentamento dell'economia cinese io ho commentato con un laconico "I never did"... e ho cominciato a preoccuparmi!

La seconda riferita al paper sull'impatto macroeconomico di una dissoluzione dell'Eurozona, che in una versione precedente, sottoposto a un'altra rivista di classe A, era stato rifiutato dal referee con questo argomento: "Sulle simulazioni non ho nulla da dire, mi sembrano sensate, ma l'autore dovrebbe anche riportare argomenti a favore dell'euro". Evidentemente il calendario del referee era fermo al 1990, anno in cui trattare dei pro e dei contro sistematicamente avrebbe avuto un senso - e infatti non lo si fece. Nel 2017, alcuni decenni dopo, la letteratura sui pro è striminizita e per lo più in conflitto di interessi - essendo quasi tutta finanziata direttamente o indirettamente dalle istituzioni la cui sopravvivenza è legata all'euro - mentre quella sui contro è piuttosto ampia e articolata. Insomma: secondo il referee avrei dovuto fare come Hegsted: ignorare una letteratura ampia e in crescita e concentrarmi su una letteratura minoritaria e un pochino claudicante. Se lo avessi fatto, il mio paper sarebbe stato Lascientifico, cioè conforme ai suoi pregiudizi.

Voi mi conoscete, e quindi sapete che io interpreto in modo diverso il mio ruolo di pirreviuer. Basta un dato: difficilmente un mio report è meno lungo di tre pagine, e in ogni caso contiene tutte le parti che deve contenere secondo scienza e coscienza: una mia sintesi del lavoro, perché l'autore possa valutare se io ho capito cosa lui vuole dire; un mio elenco di osservazioni principali, di cui l'autore deve tener conto se vuole pubblicare il lavoro - se ho da farne - accompagnate sempre da indicazioni costruttive, dall'indicazione di altri studi che potrebbe voler o dover tenere in considerazione, ecc.; un elenco di osservazioni secondarie, che spesso sono sviste o ingenuità espositive sulle quali intervenire per dare coerenza al lavoro; un elenco degli errori fattuali - refusi, errori grammaticali o sintattici, ecc. Non ho mai, e dico mai, scritto come referee i "no perché no" che ho letto come autore (sopra vi ho dato due esempi). Ma io ho un'etica, che non posso chiedere a tutti di avere.

Da cosa traggo quindi la mia fiducia nel metodo scientifico?

L'avrete capito: da me stesso. Ho fiducia nel metodo scientifico perché sono uno scienziato, so come lavoro, e so di non essere una persona eccezionale. Il fatto che nella mia carriera abbia incontrato più di un paio di coglioni nulla toglie al fatto che io, o i miei colleghi di dipartimento - coi quali spesso ci scambiamo idee sui referaggi che dobbiamo fare - lavoriamo bene perché abbiamo deciso di lavorare bene. Lo stesso suppongo accada in tanti altri dipartimenti, e infatti, al netto di questi due imbecilli - un cinese e un Leuropeo - dei quali vi parlo sopra, normalmente i miei lavori hanno risentito sempre positivamente delle osservazioni dei pirreviuer - incluso il più controverso, quello sulla dissoluzione dell'Eurozona.

Questo è quello che dovrei fare. Quello che farò è una cosa diversa: a ovest della mia attuale residenza ci sono delle scogliere di granito. Ci porterò la mia famiglia. Ma prima condivido con voi qualche riflessione...)

Il post precedente suscita una quantità di riflessioni pressoché sterminata, molte decisamente fuori portata per chi non fa il mestiere della scienza, e alcune anche per chi lo fa, poiché riconducono ad aporie che questo mestiere ancora non ha risolto, né credo potrà mai risolvere, data la sua natura intrinsecamente politica (l'uomo è un animale politico, per il semplice fatto che vive per lo più in polis - un po' come api e formiche, che però, come sapete, hanno da tempo fatto il loro referendum, scegliendo la monarchia assoluta come regime più confacente ai loro bisogni: e un giorno governeranno il globo quando noi ci saremo suicidati).

Credo però che il suo messaggio principale sia assolutamente accessibile a tutti, e tutti dovrebbero rifletterci, anche alla luce dell'elzeviro - torna l'Elsevier! - di apertura. Vi ricordate di quando Maurice Chevalier rammentava che la vecchiaia non è poi così male, se si considera l'alternativa? Ecco: il senso del post precedente era proprio questo: anche la Scienza, e perfino Lascienza, non sono poi così male, se si considera l'alternativa.

Ai più torpidi, per nascita, perché in vacanza, perché oppressi dalla digestione, fornisco la chiave di lettura.

Quello che rende la vecchiaia preferibile alla sua alternativa è che questa, cioè la morte, per definizione non consente di valutare alternative. Da morto non hai scelta. Da vecchio sì (inclusa quella di non volere scelta). Ora, come credevo dovreste aver capito, nonostante gli inevitabili conflitti di interessi, nonostante le ovvie fallacie del processo di peer review, nonostante la natura umana e quindi fallibile dei suoi praticanti - solo Marione nostro si crede Dio e parla di irreversibilità - la Scienza consente sempre di valutare alternative. Magari non subito. Ma lo fa.

Tanto per essere chiari, Virchow, di cui vi parlavo nel post precedente, quello che affermava e rivendicava la natura "politica" (cioè sociale) della scienza medica, oltre a questa cosa, giusta, ne ha dette anche tante sbagliate: lui, per esempio, nonostante sia stato un pioniere della patologia cellulare, pare - così dice la fonte delle fonti - che avesse idee oggi superate sul ruolo dei batteri, e nonostante abbia fatto molto per promuovere l'igiene - anche come amministratore pubblico - pare che in alcuni casi sottovalutasse l'importanza di lavarsi le mani: un gesto semplice, che se pure in un caso documentato ha portato a una morte ingiusta (ma va anche detto che quello lì se l'era cercata), ha senz'altro contribuito in modo drastico all'abbattimento dei tassi di mortalità e di mortalità infantile - Pasteur potrebbe spiegarci perché, e qualcuno di voi avrà le statistiche. Si può dare un contributo importante e dire delle cazzate, le due cose sono perfettamente compatibili: se dell'uomo la storia tratterra il primo o le seconde dipende molto dall'uomo, ma il punto è che la Scienza procede (o retrocede) consentendo di valutare.

Insomma: gli stessi motivi che ci devono far guardare con sospetto chi nega la natura sociale delle scienze, devono però farci guardare con fiducia alle scienze.

Da qui in giù ci sarebbero mille considerazioni da sviluppare, riguardanti in particolare le contraddizioni e le asimmetrie con le quali i media trattano due dibattiti apparentemente scollegati, ma dei quali vi ho mostrato i sorprendenti (?) isomorfismi: quello economico e quello medico. Non ho tempo di farlo. Voi ora siete tutti presi da un tema che non mi interessa particolarmente, e allora vi fornisco due elementi che servono a problematizzarlo, e a darvi ulteriori intuizioni sul mestiere della scienza.

Il primo è che i conflitti di interesse sono ovunque. Esempio: nel dibattito che vi interessa, e che non interessa me se non in quanto reagente che sta mettendo in evidenza il peggio di chi lo ha dentro, qualcuno poco fa ha citato questo articolo. L'articolo (che ha avuto 70 citazioni su Scholar, di cui pochissime da riviste peer reviewed) stabilisce una correlazione fortissima fra mortalità infantile e numero di vaccinazioni, con un p-value inferiore a 0.0001 (un decimillesimo). Cos'è il p-value? Senza entrare troppo nel tecnico, il p-value è la probabilità che i test effettuati rifiutino una ipotesi vera.

Accipicchia... nel caso in questione, quindi, la probabilità che non esista un legame fra dosi di vaccini e mortalità infantile risulterebbe inferiore a un decimillesimo.

Bene: il dibattito muore qui?

Non credo.

Il dibattito morirebbe qui... se non ci fosse una prospettiva alternativa! Ve ne fornisco due.

Intanto, i conflitti di interesse non ce li hanno solo i Lascienziati cattivi (quelli del "20 con la bocca e 50 con la pirreviù"). Infatti gli autori dell'articolo sono stati costretti dalla rivista a un lunga disclosure  dei loro conflitti di interessi, che potete leggere qui. Non erano "ricercatori indipendenti" (come una Banca centrale, e come si erano dichiarati nella prima stesura dell'articolo), ma rivestivano cariche di responsabilità in ONG (ahi!) con una precisa mission, e il loro studio era stato finanziato dai genitori di un bambino deceduto in seguito a una vaccinazione (una cosa che succede: anche la medicina che sto prendendo potrebbe uccidermi, o almeno mandarmi in coma, e lo so: infatti la prendo sotto il controllo di un medico). Adesso qualcuno sclererà (ma so anche di avere le spalle abbastanza larghe): eppure, oggettivamente, questo lascia supporre un problema del tutto isomorfo a quello del nostro amico Mark, che riceveva dal nostro amico John la lista dei paper da distruggere, perché, come dice la nostra amica Marion (tutto nel post precedente) in tutta evidenza e secondo i documenti Mark sapeva cosa John si aspettava, e lavorava per darglielo.

Come evitare questi sospetti?

E, più in generale, basta un sospetto, o la certezza, di un conflitto di interessi, a invalidare uno studio in un senso o nell'altro?

Possiamo spingere così lontano la consapevolezza (che deve essere comunque piena e assoluta) della natura politica delle scienze?

Qui viene il bello (e il secondo elemento fattuale che vi offro per problematizzare le vostre certezze di dilettanti del mestiere della scienza, indipendentemente dal loro segno)!

In teoria, i Lascienziati se la cantano e se la suonano con l'idea che loro fanno Gliesperimenti, e che quindi le loro conclusioni sono verificabili perché replicabili. Anzi: i Lascienziati se la prendono tanto con noi, gli scienziati "sociali", proprio sulla base del fatto che i nostri studi, quelli degli economisti, intrinsecamente sono non sperimentali (non è possibile tornare con la macchina del tempo al 1980 per creare un campione di osservazioni in cui il Tesoro non divorzi dalla vigile Banca d'Italia).

Quindi, to set the record straight, basterebbe che uno studioso prendesse lo studio dei ricercatori indipendenti de cujus e lo replicasse per vedere se a lui i conti tornano, magari aggiungendo altre variabili, per vedere se la correlazione non dipenda in effetti da queste ultime. Questa cosa, voi penserete, verrà fatta di routine: magari gli stessi referee, penserete voi, andranno a replicare i risultati degli scienziati, prima di permettere la loro pubblicazione.

Ecco, invece, sorprendentemente (credo per voi, certo non per me che il mestiere della scienza lo faccio) è cosa di dominio pubblico fra gli addetti ai lavori (cioè di dominio privato) che la replicazione sperimentale dei risultati non solo non viene fatta sistematicamente, ma quando viene tentata fallisce nel 70% dei casi, compreso un simpatico 50% di casi di autori che non sono riusciti a replicare i loro stessi esperimenti (ad esempio, non hanno ottenuto gli stessi risultati).

Una calunnia? Una teoria del complotto? No: un articolo di Nature (probabilmente la più importante rivista scientifica) che vi esorto a leggere per intero e con attenzione. Se lo farete, potrete poi rileggere il post precedente tenendo in mente queste due paroline: "selective reporting". Capirete meglio cosa c'è che non andava nello studio di Mark e Fredrick e soprattutto capirete che la Scienza, che non è Lascienza, si sta occupando del problema.

Devo dirvi che a me è capitato, da referee, di andare a vedere se certi coefficienti proposti dall'autore erano veramente così come lui li raccontava, e se non riuscivo a riscontrarlo glielo dicevo. Ma questo, ovviamente, presupponeva che i dati mi fossero messi a disposizione, o la fonte fosse citata con esattezza, consentendo a me di scaricarli e riprodurre le stime. Questo oggi non viene sistematicamente fatto. Solo due riviste, finora, mi hanno chiesto esplicitamente di rendere pubblici i dati sui quali basavo i miei studi. Una ha accettato un mio articolo, del quale vi parlerò rispondendo a Cochrane, e l'altra sta valutando la mia revisione (se accetterà l'articolo, poi ne parleremo). Se non ricordo male, il primo articolo all'estero l'ho pubblicato nel 1999. Quasi vent'anni dopo constato che la comunità scientifica si sta finalmente ponendo in modo concreto il problema del consentire a se stessa - e non solo al peer reviewer, o nemmeno a questi! - di verificare, replicandoli, i risultati da essa stessa prodotti!

Come tutte le notizie, questa è buona (per la parte: finalmente) e cattiva (per la parte: finora?).

Ogni volta che vedo un p-value miracoloso mi prudono le mani dalla voglia di caricare i dati in qualche software e andare a vedere se le cose stanno proprio così. Ma nella maggior parte dei casi è impossibile. Lo sarebbe se si prendesse una decisione molto semplice, ma che nessuno vuole prendere, se non a chiacchiere: pubblicare solo studi replicati dalla rivista e che mettano in condizione almeno gli altri studiosi del settore di replicare i risultati - e la prima condizione è fornire sistematicamente dati e codici.

Questo, è bene lo sappiate, quando parlate di Lascienza, non viene ancora fatto in modo sistematico.

Eppure, nonostante questi ovvi limiti del mestiere della scienza, la vita media si è allungata, ed è anche per questo che, come ci ricorda il poeta in un album coevo der Palla, l'uomo moderno passa più tempo nervosetto...

Ecco, fatemi questo cazzo di favore: datevi tutti una calmata, se ne avete bisogno trangugiate la medicina per gli approcci e che sia di giovamento a voi e soprattutto al vostro partner (poi dice che il progresso scientifico non esiste...), e dopo tornate qui, se volete imparare cosa sia il mestiere della scienza. Qualche studio, nel mio campo, io l'ho replicato, e ve ne parlerò al #goofy6. Ma perché possiate anche voi, come me, rotolarvi per terra dalle risate (soprattutto pensando alla spocchia di certi editor), occorrerà che acquisiate qualche rudimento del mestiere...

L'estate è ancora lunga... e per voi tutta in salita! Io vado dal granito. Se torno, leggerò con grande divertimento i vostri simpatici scleri dell'una e dell'altra parte.