Un amico che stimo, Charlie Brown, biasima spesso le menti strategiche statunitensi per aver riportato di attualità per la terza volta in un secolo e senza che se ne sentisse veramente il bisogno la questione tedesca. Lo hanno fatto (a voi è chiaro) gestendo l'Europa non solo e non tanto nell'interesse degli Stati Uniti (e questo era un loro buon diritto, essendo loro una delle due potenze vincitrici), ma soprattutto a immagine e somiglianza degli Stati Uniti, cioè imponendoci un percorso di integrazione, quello degli "Stati Uniti d'Europa", che era forse funzionale ai loro interessi militari, ma che era del tutto disfunzionale rispetto al nostro percorso storico (oltre ad essere antistorico in senso lato, come Alesina vedeva prima di avere interesse a non vederlo).
Avallando l'euro gli Stati Uniti ci hanno e si sono condannati a una nuova Dresda.
Sarà magari una Dresda in tono minore, grazie a Dio, anche se il motivo per il quale lo sarà non deve essere di grande soddisfazione: se non saremo bombardati, ciò non accadrà perché l'umanità sarà diventata migliore, ma perché l'Europa sarà diventata sostanzialmente irrilevante. Come diceva una simpatica coattella sul 64: "Er peggior disprezzo è l'indifferenza!". Con una ere, ovviamente. Verità da autobus, che possono diventare verità storiche...
Trovo nelle osservazioni di Charlie Brown una certa plausibilità. Del resto, se gli imperi crollano un motivo ci sarà, e magari fra questi motivi potrebbe rientrare anche qualche errore strategico, o, come oggi si dice, di visione (che insieme a narrazione è una delle due parole delle quali avremmo fatto a meno e che fanno rima con chi le usa).
Credo che gli Stati Uniti pensino di poter fare a meno dell'Europa (se non come uno dei tanti outlet per i loro prodotti). Sarà la storia a dire se avranno avuto ragione. Io credo che dell'Europa il mondo non possa fare facilmente a meno: non vorrei che quanto dico fosse interpretato come la rivendicazione di una supremazia che in effetti non ha particolare ragione di esistere e soprattutto non si saprebbe in quale metrica valutare, ma vorrei ricordare che per tanti motivi nell'Europa divisa è stato fatto un lavoro di lettura e interpretazione della realtà del quale oggi ancora tutti possiamo beneficiare. Rinnegarlo, abolirlo, significherebbe perdere molto, col rischio di esporsi a errori strategici.
Pensate ad esempio a quella storia del reale e del razionale, ve la ricordate? Qui trovate una sintetica spiegazione a cura di Diego.
Dice: sò parole...
Eh, sì, sò parole, però servono, se le sai usare, e a usarle per tempo forse qualche lutto ce lo saremmo risparmiato. Possiamo però sempre farne un uso postumo, e ve ne fornisco due esempi.
Esempio numero uno. Nel mio articolo sui paradossi dell'Europa (che è piaciuto molto a Thirlwall, ma naturalmente non posso portare a un concorso) mi pongo la domanda: ma perché i governi europei hanno concordemente avallato un regime nel quale l'unica valvola di sfogo è il taglio dei salari? E la risposta è hegeliana: per tagliare i salari. Il reale è razionale (che poi è quella cosa che Polonio diceva parlando di follia e metodo, come ricorderete...).
Esempio numero due. Ieri, al corso che sto tenendo presso Spaziottagoni, mi sono posto un'altra domanda: ma perché i governi europei hanno concordemente avallato un regime nel quale la disoccupazione, ineludibile conseguenza della necessità di tagliare i salari, può essere alleviata solo facilitando l'emigrazione dai paesi deboli? E la risposta è hegeliana: per facilitare l'immigrazione nei paesi forti.
Naturalmente, se la razionalità del taglio dei salari è facilmente intuibile (comandano i potenti, i capitalisti, che nel taglio dei salari vedono un aumento dei propri profitti, pensando di poter lasciare il cerino del crollo della domanda in mano altrui), la razionalità dell'immigrazione, per essere dimostrata, richiede un passaggio in più. Perché gli immigrati sono diversi, sono brutti (chi è ricco, ben educato, istruito, lavato, sbarbato, profumato, ed esercita professioni ad alto valore aggiunto, fa il turista, non l'emigrato) e in quanto tali perturbano il paesaggio: non si sa dove metterli. Quindi perché caricarseli? Perché questo sarebbe razionale? In altre parole: Maastricht collima con la razionalità della potenza egemone, ma Schengen?
Bè, qui se ne è già parlato, ma vale la pena di aggiungere un paio di dettagli. Curiosando sul sito dell'Eurostat potrete trovare questa tabella, dalla quale vi propongo un paio di excerpta in forma grafica.
Voi sapete che la Germania è in crisi demografica, e che questo mette a rischio la sostenibilità delle sue finanze pubbliche nel lungo termine. Ce lo ripete ogni singolo anno a settembre la Commissione nel suo rapporto sulla sostenibilità fiscale, dove ogni singolo anno, da prima che venissero perpetrate le ultime riforme, vediamo grafici di questo tipo:
(...nota per gli ignari: S2 è la soglia di sostenibilità a lungo termine, i paesi sotto la linea rossa - Italia e Croazia - hanno finanze pubbliche sostenibili, quelli sopra le hanno insostenibili, l'indicatore è a lungo termine nel senso che tiene conto delle passività per il bilancio statale derivanti dal carico futuro del sistema pensionistico...)
Questi grafici certificano come l'Italia abbia finanze pubbliche sostenibili a lungo termine sia perché ha una posizione fiscale favorevole (siamo in surplus primario da decenni), sia perché la sua evoluzione demografica a lungo termine è favorevole, mentre la Germania è messa nei guai proprio dalla demografia, come la Commissione ogni anno ci ripete:
Questo grafico e questo commento vengono dall'edizione 2015, ma se andate indietro nel tempo troverete che negli anni precedenti le cose erano poste esattamente in questi termini. Ogni anno la commissione fa un copia e incolla di questo paragrafo e di questo grafico dall'edizione precedente, il che non stupisce: le variabili demografiche hanno una certa inerzia, per cui non è così strano che di anno in anno la situazione non cambi radicalmente.
E, del resto, io ricordo distintamente (e vi avevo anche chiesto di cercarmene il podcast) le parole di Quadrio Curzio che, il giorno dopo la riforma Fornero, intervistato in radio, disse: "Questa riforma delle pensioni non era necessaria perché la riforma Dini aveva risolto i nostri problemi, ma abbiamo dovuto farla perché ce l'hanno chiesta i mercati".
[a chi mi trova questo podcast offro due biglietti al #goofy5]
E, alla stessa stregua, ricordo (e quello devo cercarlo io) un occasional paper del Fmi che a metà anni '90, e quindi prima della riforma Dini, già certificava come la sostenibilità del sistema pensionistico italiano fosse di gran lunga superiore a quella dei sistemi dei paesi del Nord Europa, e sempre per il solito motivo: perché "Italians do it better, or at least more often"...
Naturalmente i collaborazionisti locali negano questa evidenza: il loro scopo è infatti quello di spremere a noi risorse (affossando il nostro settore pubblico con la scusa di salvarlo), per trasferirle alla potenza egemone che, come il grafico dimostra, ne ha bisogno. Aggiungo un paio di grafici, tanto per chiarire il concetto. Questo è il tasso di variazione naturale della popolazione (differenza fra nati e morti nell'anno) nei tre paesi più popolosi dell'Europa continentale:
Notate niente? In Francia è positivo, in Germania è negativo, da noi era nullo ma dall'inizio della crisi ha puntato decisamente in territorio negativo.
Ah, queste donne egoiste, che non danno figli alla patria (ma non era Mussolini a ragionare così?), e che, così facendo, rendono necessario l'apporto dei migranti! Oppure le cose stanno in un altro modo? Forse, visto che l'agenda della comunicazione la detta chi comanda, non è poi strano che qui da noi prevalga l'idea che "abbiamo bisogno di migranti". In effetti, non ci sono grandi evidenze che in termini strettamente economici ne avremmo bisogno (il che, lo ribadisco ad uso dei tanti cretini, non significa che si debba lasciar morire la gente in mare), ma ne ha certamente bisogno la Germania, e quindi...
Ma il problema prescinde dalla questione umanitaria (che va gestita con le logiche e gli strumenti appropriati, i quali peraltro vengono a mancare se ci condanniamo da soli al sottosviluppo), e preesiste ad esso. Per capire la logica della costruzione europea, basta osservare cosa è successo al tasso di migrazione (differenza fra immigrati ed emigrati) prima della crisi dei rifugiati, ma dopo la crisi economica:
Si capisce, no, a cosa servono l'euro e Schengen? A trasformare l'intero continente europeo in una tonnara la cui camera della morte è la Germania. È lì, e solo lì, che i lavoratori devono andare a finire quando uno shock colpisce il sistema, a casa della potenza egemone, perché la potenza (localmente) egemone ne ha bisogno. La gestione della crisi da parte del tandem Draghi/Merkel (ora litigano, ma per tanto tempo sono andati d'accordo) ha avuto due esiti evidenti: permettere al governo tedesco di finanziarsi a tassi negativi, e al sistema industriale tedesco di approvvigionarsi di mano d'opera istruita nei paesi periferici, i quali vengono ora penalizzati per aver sostenuto il costo dell'istruzione proprio di quella mano d'opera della quale l'egemone beneficia. Perché, come sappiamo, sono sempre i migliori che se ne vanno (e non mi riferisco tanto alla morte, che ultimamente si sta dimostrando imparziale, quanto al fatto che in presenza di barriere culturali l'emigrazione è skill biased, come vi ho dettagliatamente ricordato qui).
Il reale è razionale.
Ribadisco che il grafico ovviamente non tiene conto di quanto è successo nel 2015 grazie all'oculata gestione della crisi siriana da parte della signora Merkel: le dinamiche che vedete rappresentate sono quelle tipiche di paesi sottoposti al processo di svalutazione interna (cioè di aumento della disoccupazione, con connessa fuga all'estero). Un processo che reca benefici al paese che ha una componente di crescita naturale della popolazione negativa, e che quindi, non a caso, è un acceso fan della svalutazione interna.
Perché con la svalutazione esterna (quella del cambio) il problema si risolverebbe in un altro modo. Verrebbe infatti da dire, ai nostri amici tedeschi: "Fate l'amore, non fate la guerra", o, almeno, tornate in vacanza in Romagna, che se proprio non avete voglia ci pensiamo noi. Ma purtroppo la loro valuta sottovalutata (l'euro), o, se volete, la nostra valuta sopravvalutata (l'euro), impedisce questa piacevole composizione del conflitto, che verrebbe realizzata rimuovendo la principale causa di attriti europei: l'impasse demografica di un paese che da due millenni aspira ad essere una potenza mondiale, e che non lo sarà mai.
E quando dico mai, intendo mai.
Accetto scommesse: hanno cinque miliardi di anni per provarci, anche se, come sapete, sono cinque miliardi teorici, perché potrebbe arrivare Apollo a scombinare le carte.
Ah, per i diversamente astrofili mi affretto a specificare che non mi riferisco al simpatico fondo avvoltoio americano, ma a questo oggetto qui, che, peraltro, se il Signore nella sua infinita lungimiranza e misericordia deciderà in tal senso, potrebbe atterrare anche su Wall Street.
Buona visione (e non dimenticate l'ombrello)...
(...d'altra parte, i tedeschi vanno anche capiti: meglio la svalutazione interna a casa altrui, che le corna in casa propria...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
sabato 23 aprile 2016
venerdì 22 aprile 2016
La fenomenologia di Maastricht e di Schengen
Nell'analizzare un progetto politico dobbiamo distinguere diversi piani. C'è il piano retorico, cioè quello dei meccanismi di persuasione adottati per raccogliere consenso (sì, in italiano lo story telling si chiama retorica, ma pochi ricordano il significato di questa parola, e si consolano dell'esser pochi col fatto del non essere i peggiori), c'è il piano degli scopi (dichiarati), c'è il piano delle motivazioni reali (spesso non dichiarate, dettate dai rapporti di forza), c'è il piano delle asimmetrie da gestire (che sono intrinseche a ogni progetto politico, che in quanto tale è espressione di poteri egemoni i quali difficilmente operano per indebolire la propria egemonia!), c'è il piano delle criticità...
Insomma: io non sono un politologo, ma Giandomenico Majone lo è, quindi incuriosito dalla sua osservazione che se dovesse riscrivere oggi il suo libro userebbe Schengen come metafora di quello che non va in Europa, ho ragionato sulle affinità strutturali fra i due pilastri liberisti del progetto europeo tanto caro alla sinistra lompo, così avida di garantire la mobilità del capitale proprio (non sia mai che per pagare il taxi che mi porta a place Vendôme io debba darmi la pena di procurarmi un conio alieno), e quella del lavoro altrui (venghino, venghino, siore e siori, che tanto a place Vendôme non c'è sindaco, per quanto "de sinistra", che consentirà mai un'operazione tipo Canal St Martin, anche se al XVI una misura simbolica è stata presa).
Le analogie sono "saisissantes", come diciamo noi europei, e ve le propongo in uno specchietto che mi è stato ispirato dall'opera di un noto ideologo eurista recentemente scomparso (vediamo se c'è qualcuno che si ricorda quale...):
Ecco, diciamo che qui c'è tutto. L'unione territoriale (abolizione delle frontiere interne) di Schengen è sostanzialmente isomorfa all'unione monetaria di Maastricht. Le intenzioni dichiarate sono sempre ottime: aiutare chi è rimasto indietro (inondandolo di capitali: Maastricht) e promuovere la libertà (di movimento: Schengen). Sembrano slogan berlusconiani, e infatti sono slogan liberisti, ma le anime belle "de sinistra" li ripetono a vanvera perché così detta loro la loro appartenenza, e quindi non si danno pena di squarciare il velo della retorica (che peraltro è una garza molto sottile) per individuare la realtà, la struttura economica del progetto, che è quella di consentire alla potenza egemone di fare dumping valutario (svalutazione competitiva attraverso l'indebolimento della moneta comune sui mercati terzi: il marco sarebbe forte, l'euro è debole e questo a un pezzo di Germania fa comodo), e di attirare lavoro compensando uno squilibrio demografico che nel dibattito viene sistematicamente ignorato (ma non da noi).
In entrambi i casi c'è però un problema, che poi, se vogliamo, in termini normativi scaturisce dall'approccio "armiamoci e partite" strutturale alla retorica politica europea (basata su quella che Majone chiama la prevalenza del processo sul risultato, e che a Roma si chiama "dimo famo"): per illudersi di andare avanti basta firmare trattati. Verificarne i risultati, il conseguimento degli obiettivi, è problema che riguarda chi verrà dopo (vedi il post precedente), il quale, a sua volta, se la caverà dicendo che i risultati non ci sono perché non sono stati firmati abbastanza trattati (o fatte abbastanza foto di gruppo in località sempre più remote dal dissenso popolare montante). Un approccio reso letale da alcune dosi di "fate presto", le quali comportano che il cambiamento istituzionale venga realizzato da un lato col metodo Juncker, e dall'altro senza definire esattamente come e da chi dovrà essere gestito (anche perché, e questo è un altro problema, la retorica del metodo "comunitario" si scontra con la realtà dell'approccio "intergovernativo", per cui si sa benissimo che quando i problemi sorgeranno, l'emergenza giustificherà che essi siano gestiti da istituzioni che non hanno alcuna particolare legittimazione a farlo, il che apre ulteriori finestre di opportunità a favore della potenza egemone, come il caso greco dimostra).
Sapete quindi che i Trattati non dicono chi debba gestire il valore esterno dell'euro (si assume che sia la Bce "indipendente" a farlo, ma, come vi ho ricordato, Wyplosz nota che questo non sta scritto da nessuna parte), e ci siamo anche detti che quando Schengen nasce non esiste un organismo che debba gestire la frontiera comune (ora esiste, è Frontex, e non mi è chiaro né quanto stia effettivamente supportando i governi nazionali, né chi paghi...). L'analogia anche qui è fulminante.
In entrambi i casi c'è un'ovvia asimmetria, a danno dei paesi più deboli (per il semplice motivo che se fossero stati più forti sarebbero riusciti a distorcerla a proprio vantaggio!): la moneta comune è troppo forte per loro, il che li rende buoni compratori dei beni prodotti dai paesi forti (da cui il vantaggio per questi ultimi), e il pezzo di frontiera comune da difendere, in assenza di improbabili invasioni vichinghe (ma chi glielo farebbe fare ai norvegesi, che sono al top nella classifica dell'indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, di venire a invadere dei poracci come noi? Son passati i bei tempi...), è quello gestito dai paesi più deboli (lo stato più forte essendosi nel frattempo protetto con una cintura di stati satellite ai quali fa fare il lavoro sporco, quello di selezione dei flussi migratori, salvo poi ipocritamente accusare questi stati di razzismo - del resto, Auschwitz è ancora lì per ricordarci quale popolo - o meglio: quale capitalismo - ha fatto cosa, ma i nostri media se lo ricordano solo in un giorno, che è definito appunto giorno della memoria [selettiva]...).
E, naturalmente, in entrambi i casi c'è una criticità: l'asimmetria determina di per sé squilibri, che la potenza egemone pensa di poter gestire a proprio vantaggio, e in effetti riesce a farlo, ma non per sempre: quando arriva uno shock esterno le cose si complicano per tutti, e l'irrazionalità di un sistema basato sulla pulsione primordiale di una ottusa volontà di potenza si dispiega in tutta la sua letale estemporaneità. Inizia la stagione delle pezze peggiori del buco, quella che stiamo vivendo, e che rapidamente (o anche no) volgerà alla catastrofe.
Altra analogia: lo shock viene sempre dalla potenza più egemone: gli Stati Uniti (perché i tedeschi, che sono egemoni qui, dovrebbero ricordarselo che non sono egemoni ovunque, nonostante quello che hanno messo dietro il loro scudo da 5 euro). Questo anche quando apparentemente la crisi nasce altrove (segnatamente in Siria), come accade per Schengen.
Ma anche qui, come dire, non è cattiveria, è un fatto: una crisi finanziaria in Buthan ci inquieterebbe molto per le sorti di quel simpatico regno sperduto sul tetto del mondo, cui ci sentiamo profondamente vicini in quanto cosmopoliti e internazionalisti (non siamo forse illuministicamente "de sinistra", e quindi internazionalisti col nostro portafoglio pieno, e soprattutto con le altrui terga? Quindi perché non versare una lacrimuccia anche per il Buthan - che, sia detto a beneficio degli intellettuali anime belle avulsi dalla realtà, non produce butano...), ma poi, versata la lacrimuccia, anche sti cazzi, perché se sei lo 0,003% del Pil mondiale è piuttosto difficile che tu possa creare problemi a casa altrui.
Viceversa, se la crisi si presenta in un paese che comanda perché da solo fa il 25% del Pil mondiale (o, se volete, che da solo fa il 25% del Pil mondiale perché comanda), certo che il problema non può restare solo locale!
Bene: nello specchietto sopra c'è tutto, e io da aggiungere non ho niente.
Si apra la discussione...
Insomma: io non sono un politologo, ma Giandomenico Majone lo è, quindi incuriosito dalla sua osservazione che se dovesse riscrivere oggi il suo libro userebbe Schengen come metafora di quello che non va in Europa, ho ragionato sulle affinità strutturali fra i due pilastri liberisti del progetto europeo tanto caro alla sinistra lompo, così avida di garantire la mobilità del capitale proprio (non sia mai che per pagare il taxi che mi porta a place Vendôme io debba darmi la pena di procurarmi un conio alieno), e quella del lavoro altrui (venghino, venghino, siore e siori, che tanto a place Vendôme non c'è sindaco, per quanto "de sinistra", che consentirà mai un'operazione tipo Canal St Martin, anche se al XVI una misura simbolica è stata presa).
Le analogie sono "saisissantes", come diciamo noi europei, e ve le propongo in uno specchietto che mi è stato ispirato dall'opera di un noto ideologo eurista recentemente scomparso (vediamo se c'è qualcuno che si ricorda quale...):
Ecco, diciamo che qui c'è tutto. L'unione territoriale (abolizione delle frontiere interne) di Schengen è sostanzialmente isomorfa all'unione monetaria di Maastricht. Le intenzioni dichiarate sono sempre ottime: aiutare chi è rimasto indietro (inondandolo di capitali: Maastricht) e promuovere la libertà (di movimento: Schengen). Sembrano slogan berlusconiani, e infatti sono slogan liberisti, ma le anime belle "de sinistra" li ripetono a vanvera perché così detta loro la loro appartenenza, e quindi non si danno pena di squarciare il velo della retorica (che peraltro è una garza molto sottile) per individuare la realtà, la struttura economica del progetto, che è quella di consentire alla potenza egemone di fare dumping valutario (svalutazione competitiva attraverso l'indebolimento della moneta comune sui mercati terzi: il marco sarebbe forte, l'euro è debole e questo a un pezzo di Germania fa comodo), e di attirare lavoro compensando uno squilibrio demografico che nel dibattito viene sistematicamente ignorato (ma non da noi).
In entrambi i casi c'è però un problema, che poi, se vogliamo, in termini normativi scaturisce dall'approccio "armiamoci e partite" strutturale alla retorica politica europea (basata su quella che Majone chiama la prevalenza del processo sul risultato, e che a Roma si chiama "dimo famo"): per illudersi di andare avanti basta firmare trattati. Verificarne i risultati, il conseguimento degli obiettivi, è problema che riguarda chi verrà dopo (vedi il post precedente), il quale, a sua volta, se la caverà dicendo che i risultati non ci sono perché non sono stati firmati abbastanza trattati (o fatte abbastanza foto di gruppo in località sempre più remote dal dissenso popolare montante). Un approccio reso letale da alcune dosi di "fate presto", le quali comportano che il cambiamento istituzionale venga realizzato da un lato col metodo Juncker, e dall'altro senza definire esattamente come e da chi dovrà essere gestito (anche perché, e questo è un altro problema, la retorica del metodo "comunitario" si scontra con la realtà dell'approccio "intergovernativo", per cui si sa benissimo che quando i problemi sorgeranno, l'emergenza giustificherà che essi siano gestiti da istituzioni che non hanno alcuna particolare legittimazione a farlo, il che apre ulteriori finestre di opportunità a favore della potenza egemone, come il caso greco dimostra).
Sapete quindi che i Trattati non dicono chi debba gestire il valore esterno dell'euro (si assume che sia la Bce "indipendente" a farlo, ma, come vi ho ricordato, Wyplosz nota che questo non sta scritto da nessuna parte), e ci siamo anche detti che quando Schengen nasce non esiste un organismo che debba gestire la frontiera comune (ora esiste, è Frontex, e non mi è chiaro né quanto stia effettivamente supportando i governi nazionali, né chi paghi...). L'analogia anche qui è fulminante.
In entrambi i casi c'è un'ovvia asimmetria, a danno dei paesi più deboli (per il semplice motivo che se fossero stati più forti sarebbero riusciti a distorcerla a proprio vantaggio!): la moneta comune è troppo forte per loro, il che li rende buoni compratori dei beni prodotti dai paesi forti (da cui il vantaggio per questi ultimi), e il pezzo di frontiera comune da difendere, in assenza di improbabili invasioni vichinghe (ma chi glielo farebbe fare ai norvegesi, che sono al top nella classifica dell'indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, di venire a invadere dei poracci come noi? Son passati i bei tempi...), è quello gestito dai paesi più deboli (lo stato più forte essendosi nel frattempo protetto con una cintura di stati satellite ai quali fa fare il lavoro sporco, quello di selezione dei flussi migratori, salvo poi ipocritamente accusare questi stati di razzismo - del resto, Auschwitz è ancora lì per ricordarci quale popolo - o meglio: quale capitalismo - ha fatto cosa, ma i nostri media se lo ricordano solo in un giorno, che è definito appunto giorno della memoria [selettiva]...).
E, naturalmente, in entrambi i casi c'è una criticità: l'asimmetria determina di per sé squilibri, che la potenza egemone pensa di poter gestire a proprio vantaggio, e in effetti riesce a farlo, ma non per sempre: quando arriva uno shock esterno le cose si complicano per tutti, e l'irrazionalità di un sistema basato sulla pulsione primordiale di una ottusa volontà di potenza si dispiega in tutta la sua letale estemporaneità. Inizia la stagione delle pezze peggiori del buco, quella che stiamo vivendo, e che rapidamente (o anche no) volgerà alla catastrofe.
Altra analogia: lo shock viene sempre dalla potenza più egemone: gli Stati Uniti (perché i tedeschi, che sono egemoni qui, dovrebbero ricordarselo che non sono egemoni ovunque, nonostante quello che hanno messo dietro il loro scudo da 5 euro). Questo anche quando apparentemente la crisi nasce altrove (segnatamente in Siria), come accade per Schengen.
Ma anche qui, come dire, non è cattiveria, è un fatto: una crisi finanziaria in Buthan ci inquieterebbe molto per le sorti di quel simpatico regno sperduto sul tetto del mondo, cui ci sentiamo profondamente vicini in quanto cosmopoliti e internazionalisti (non siamo forse illuministicamente "de sinistra", e quindi internazionalisti col nostro portafoglio pieno, e soprattutto con le altrui terga? Quindi perché non versare una lacrimuccia anche per il Buthan - che, sia detto a beneficio degli intellettuali anime belle avulsi dalla realtà, non produce butano...), ma poi, versata la lacrimuccia, anche sti cazzi, perché se sei lo 0,003% del Pil mondiale è piuttosto difficile che tu possa creare problemi a casa altrui.
Viceversa, se la crisi si presenta in un paese che comanda perché da solo fa il 25% del Pil mondiale (o, se volete, che da solo fa il 25% del Pil mondiale perché comanda), certo che il problema non può restare solo locale!
Bene: nello specchietto sopra c'è tutto, e io da aggiungere non ho niente.
Si apra la discussione...
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giovedì 21 aprile 2016
La differenza fra un politico e uno statista
Oggi, a Coffee Break, commentando le parole di un altro ospite, mi è occorso di dire che la differenza fra un politico e uno statista è l'orizzonte temporale: il politico arriva fino alla prossima elezione, lo statista guarda più lontano.
La controprova è che in Italia il partito dei bottegai ha adottato come slogan: FATE PRESTO!
(...siamo lieti di aver ceduto loro alcune scorie...)
La controprova è che in Italia il partito dei bottegai ha adottato come slogan: FATE PRESTO!
(...siamo lieti di aver ceduto loro alcune scorie...)
mercoledì 20 aprile 2016
Contro il sinistrismo
(...da Ugo Boghetta, che non sono io perché ecc., ricevo e pubblico questo contributo, che non ho scritto io, perché non sono Ugo Boghetta, e devo dirvi che, una volta tanto, mi rode proprio di non averlo scritto io, perché in effetti mi piace, anche se sono Alberto Bagnai, che quindi non ha scritto quanto leggerete dopo che avrò chiuso la)
Cosmopolitica era
il titolo dell'assemblea con cui ha preso avvio Sinistra Italiana. Cosmopolitica
è un nome, un programma, un'ideologia: il sinistrismo. Il sinistrismo è una delle
malattie della politica italiana. La sinistra, infatti, non è la soluzione ma
un problema.
Prima del '89 il
termine sinistra veniva usato in modo generico per indicare i partiti dai socialisti
alla sinistra rivoluzionaria. Dopo l'89, con la nascita del PDS/DS, il termine nomina
un partito. Il PD di Veltroni va oltre, ma sinistra resta come nome e peso allo
tempo stesso. Con la scissione dal PRC, Vendola si aggiunge al treno: Sinistra
Ecologia, Libertà. Solo Berlusconi, su indicazione dei sondaggisti, usava il
termine comunista: quelli di destra si sa rimangono indietro. C'è il centro
sinistra. I sistemi elettorali maggioritari, polarizzando gli schieramenti,
hanno favorito questo lessico.
Questi passaggi
comportano la cooptazione della sinistra nel sistema. Pds/DS, prima, Vendola
poi, nascono anticomunisti e anticlassisti. Ciò porta a una visione liberale,
con un po' di ecologia e tanti diritti individuali: la/le libertà. Michèa
chiama quest'area: liberallibertaria. I diritti individuali sono un pezzo
forte. La vera ideologia del sinistrismo. Non il diritto individuale
sacrosanto, ma anche il diritto individuale egocentrico di poter fare tutto: ogni
limite è fascismo.
Se, ad esempio,
si fa rilevare che l'utero in affitto può comportare un problema di classe, ti becchi
del nazista. Cosa sarà mai questa anticaglia della questione di classe!? Dall'immaginazione
al potere, al potere dell'ipertrofia dell'io desiderante e consumista. Elettoralismo
e leaderismo ne sono i corollari con il seguito di primarie. Ogni progetto
forte è abrogato. Così il marxismo e la lettura di classe che avevano imperato
per oltre un secolo svaniscono come neve al sole.
In questo
frullatore sono attratte anche culture comuniste. Ci riferiamo alla decadenza della
galassia operaista (Negri, Revelli ecc) e dell'ingraismo (Bertinotti, Vendola
ecc ecc ). Il sinistrismo, non a caso, trova terreno fertile negli eventi degli
ultimi decenni. Il movimento noglobal è l'apoteosi e l'apparente conferma. Ma,
alla fine, l'unico movimento global rimasto è quello del capitale.
L'altro momento è
l'Unione Europea. L'Unione capitalista liberista, finanziaria è coperta dallo
spinellismo diffuso: gli Stati Uniti d'Europa. Il superamento degli Stati viene
visto come un fatto positivo quasi fosse l'estinzione di marxiana memoria. Ciò
senza comprendere che, a differenza della lunga fase storica precedente, è lo
stesso capitalismo a demolire una parte delle prerogative statali per avere
meno inciampi alla sua libertà totale. Dall'altra, tuttavia, lo stato, ancor di
più di prima, diventa un comitato d'affari che tutela i loro interessi. Se
serve l'intervento pubblico per salvare banche, finanza e sistema, chi se ne
importa della teoria. Basta che il linguaggio rimanga liberista.
Che l'Unione,
metta in mora sostanziale e formale le Costituzioni post belliche (quelle che JP
Morgan bolla come antifasciste e socialiste) appare secondario. E se gli Stati
Uniti d'Europa, una volta realizzati, relegheranno le costituzioni nazionali a
statuti regionali non importa. Però faranno la campagna per il no contro la
deforma Renzi!?
Così il
cosmopolitismo sinistrese diventa funzionale. Contro gli stati nazionali
alimenta il superstato europeo. Contro il pubblico inventa il bene comune. L'euro
diventata uno strumento di unione dei popoli: l'internazionalismo monetario.
Se si propone la
riconquista della sovranità politica economica e monetaria nazionale, allora
sei un fascista, reazionario, leghista.
A nulla serve
ricordare che siamo stati i sostenitori di tutte le lotte di liberazione
nazionali. Che Marx, Lenin, Gramsci hanno, in modi e tempi diversi, teorizzato
il radicamento nazionale, l'autodeterminazione nazionale. E che, dunque,
l'internazionalismo non è il cosmopolitismo borghese ma il rapporto fra
proletariati nazionali. Per queste anime belle la nazione è un tabù.
Il sinistrismo
non ha senso critico. Come il capitalismo, è una religione. I dogmi non si discutono:
si ripetono come mantra.
Ma anche coloro
che condividono la secessione dall'Unione hanno paura a usare il termine
nazionale. È un tabù. Così si usa il termine sovranità popolare anche se questo
termine non significa nulla al di fuori della riconquista dell'indipendenza. Tanto
per non farsi mancare nulla, infatti, abbiamo anche il sinistrismo di sinistra.
Questo è movimentista, “conflittista”, formalmente classista. Va da sé che
senza movimenti e conflitti non si va da nessuna parte, ma questo sinistrismo
li pensa e pratica come se questi movimenti in sé portassero alla meta. Basta
farli crescere. Pensano che la soluzione a tutti i problemi sia: più conflitti.
Espandendosi questi, si crea un'altra società, mentre il capitalismo deperisce.
Così non ha senso più di tanto interrogarsi sull'alternativa di società, basta
enunciarlo verbalmente: un altro mondo è possibile o un altro generico
socialismo o comunismo sono possibili. Così non ha nemmeno senso interrogarsi
sulla strategia, sulla presa del potere dello stato e la loro trasformazione.
Questi due
sinistrismi hanno infatti in comune la mancanza di un progetto politico strategico,
un percorso, le sue tappe, la transizione, i blocchi sociali. Hanno in comune
il dissolversi del capitalismo.
Anche sul tema
immigrazione il sinistrismo cosmopolitico dà degna prova di sé. Il problema non
sta nella rimozione delle cause di questo fenomeno epocale: le enormi disparità,
la rapina economica, le guerre, la fame, l'attrattiva del consumismo, ma lo approccia
solo dal (giusto in sé) punto di vista umanitario. Che poi gli sfollati vadano
a ingrossare le periferie, siano utilizzati come esercito di riserva per guerre
fra poveri, non li tange. Che questo porti anche a conflitti culturali,
religiosi, comportamentali è un aspetto secondario: nostra patria è il mondo
intero. E la soluzione è il buonismo.
C'è anche
l'aspetto cinico. Siccome le nostre società hanno bisogno di mano d'opera, di figli,
di giovani (Boldrini), non importa che siano proprio le società di origine ad
aver ancor più bisogno di loro. Che tutti costoro abbiano diritto di vivere in
pace a casa loro. Così i confini, i limiti, che servono per costruire le
identità, le sole che poi permettono di confrontarsi con l'Altro, sono
sostituiti dalle frontiere aperte. Del resto, a costoro, sembra anche assurdo
pensare di mettere i confini per imbrigliare i movimenti di capitali e di
merci.
Viva il
liberoscambismo capitalista. Viva il mercato dei capitali, delle merci, dei
lavoratori.
Come si può ben vedere il sinistrismo culturale ed
ideologico è l'altra faccia di quel liberismo economico che ha bisogno di
individui senza limiti e senza freni. La sinistra non è l'opposizione, non è l'alternativa, ma ciò che impedisce
opposizione ed alternativa. L'incapacità di chiamare le cose col proprio nome
ha portato ad una visione fantastica della realtà: auto-illusione, produzione
di parole a mezzo di parole. È tempo di rimettere le cose in piedi, i piedi per
terra e dare alle parole il loro senso.
Ugo Boghetta
(...si apra la discussione, anche se da discutere c'è poco. Io torno alle mie ricerche...)
lunedì 18 aprile 2016
Some unpleasant democratic arithmetic
Il 31% di 100 è il 57% del 54% (31/54=0.57), cioè dell'affluenza alle ultime regionali, come fa notare Claudio Borghi (e chissà se resterà tale alle prossime...).
Vero è che non tutto quel 31% avrà votato sì, cioè no a Renzi e alla sua disastrosa politica economica (le trivelle anche sti cazzi, soprattutto perché se salta una banca grossa l'acqua di mare sarà l'ultimo dei problemi).
Ma è anche vero che dopo le regionali c'è il referendum sulla riforma costituzionale. E il referendum confermativo di una proposta di revisione della Costituzione, cioè il referendum ex art. 138 Cost., non prevede quorum.
Ai tanti qualcosisti suggerisco di organizzare e animare dei comitati per il no.
Good night and good luck!
domenica 17 aprile 2016
Rostos
(...pensa che a Nat gli erano rimaste impresse le tentazzzioni di S. Antonio di quello del trapano [Bosch, cit. Daniela Ranieri] e a me, invece, gli apostoli di Zurbaran. Gli è che le cattocomuniste son represse, e noi keynesiani, invece, siamo aristocraticamente dalla parte del popolo - che poi è sempre meglio di essere proletariamente dalla parte della finanza. Io domani vado alla Sé, e voi votate sì. Il voto, lo sapete, non serve a nulla. Ma un segnale lo dà. Al cazzaro che ci ha venduti e che sta facilitando l'esproprio dei nostri risparmi sarà utile far capire che abbiamo capito e che non gradiamo. Non potrà continuare per sempre a svolgere un ruolo politico senza l'investitura di un voto. Fategli capire che aria tira. Grazie...)
venerdì 15 aprile 2016
Lisbona, Gruppo Locale
(...dall'ammasso della Vergine prendi a sinistra, poi sempre dritto e in 50 miglioni de anni arivi, ma devi piottà...)
(...mi scandalizza il nazionalismo di chi vuole rinchiudersi negli angusti confini mondiali, o addirittura europei: basta con il globuccio autarchico! Ci vuole più Galassia! Importiamo asteroidi che ci riavvicinino alla durezza del vivere. Ne gradirei uno da una decina di chili a via Nazionale, e uno da un paro de cento a Bruxelles...)
Poi c'è il "welcome to Raqqa":
...e, per finire, un ritratto dell'Unione Europea:
(...che non è l'Europa: l'Europa siamo noi!)
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