mercoledì 19 novembre 2014

Quick post dal bunker di a/simmetrie

Nel bunker di a/simmetrie lavoriamo a pieno regime per organizzare il prossimo seminario sulle asimmetrie europee, che si svolgerà a fine aprile, con prolusioni di Lars Feld e Philippe Weil. Per voi, solo il meglio. Nel frattempo vi segnalo un intervento sul nostro ultimo convegno apparso su Noise from Amerika. Personalmente trovo il tono molto costruttivo, per cui suggerisco di disattivare la modalità "tifo da stadio". Stavo già lavorando sulle osservazioni di Boldrin e Lippi, alcune delle quali condivise da economisti di orientamento del tutto opposto, come Brancaccio, incorporandole nel modello. Ci metterò un po' a rispondere, sia perché, come sapete, il libro è finito solo mercoledì scorso (e poi ho dormito tre giorni), sia perché al risveglio mi son trovato un backlog di un mese di email da parte di INFER, che quest'anno non ha fatto un grande affare a riconfermarmi nel board (visto che sono scomparso dal loro radar: ma ora mi farò perdonare).

In ogni caso, siccome il modello e gli scenari sono citati nel lbro, che esce il 27, a quella data ci dovrà essere qualcosa di pubblicato sul sito, e naturalmente porteremo avanti il discorso rispondendo alle osservazioni dei nostri graditi discussants (incluso Andrea Boltho).

Keep calm and carini e coccolosi...


P.s.: dimenticavo! Dopo il convegno c'è anche stata da gestire la cosa del paper che era troppo lungo per i referee e troppo corto per l'editor. Questa cosa del "lungo" e "corto" rinvia al concetto di "sindrome da spogliatoio", così definita da Federico Nero (facendomi troncare dalle risate). Un'osservazione estemporanea, ma non priva di relazioni col periodo che stiamo vivendo e con le peculiarità della dialettica in atto. Sono in ritardo, vi lascio, scusate se qualche commento rimane in coda...

martedì 18 novembre 2014

La conversione lira/euro.

(di conversioni presto ce ne saranno tante, soprattutto sulla via della poltrona damascata, quindi cerchiamo di capire com'è andata l'ultima volta...)

Andando a Pescara ho ricevuto la gradita telefonata di un MEP (il mio MEP preferito, ma tanto lo dico a tutti) che mi ha chiesto un chiarimento sulla conversione lira/euro. Siccome molti di voi hanno chiesto privatamente lumi, ne approfitto per spiegarlo pubblicamente, così resta qui. Il punto è sempre il solito: che abbiamo preso una fregatura l'abbiamo capito. La fregatura però non sta tanto in quello che è successo nel 1999, cioè all'atto della fissazione dei cambi irrevocabili, e nemmeno in quello che è successo nel 2001, cioè all'atto del change over (l'adozione dell'euro come circolante). I problemi sono altri, e tutto il blog è dedicato a spiegarli. Oggi vorrei spiegarvi perché la conversione di per sé è un non problema. La sintesi è molto semplice: i rapporti delle valute nazionali con l'euro, e quindi i rapporti (impliciti) delle valute nazionali fra di loro, non sono stati alterati nel passaggio all'euro, e riflettono semplicemente la situazione che si era venuta creando nei due anni precedenti all'entrata nella moneta unica, cioè, più precisamente, riflettono la configurazione dei tassi di cambio fra le valute nazionali e quello che era il riferimento del Sistema Monetario Europeo (SME), cioè l'euro.

Per spiegarvelo, vi propongo la seguente tabbbella, che ho costruito usando i dati dell'edizione 2013/12 delle International Financial Statistics, e verificandoli con il sito Pacific Exchange Rate Servicee (molto utile).



Premessa: in questa tabella i tassi di cambio sono quotati incerto per certo, cioè come prezzo della valuta estera in valuta nazionale. È la quotazione più logica e universalmente adottata, considerando che la valuta estera, per una piccola economia aperta, normalmente è una risorsa scarsa, per cui ha senso chiedersi quanto costi in termini di valuta nazionale.

In questa quotazione un aumento del cambio indica che la valuta estera costa di più, e quindi che quella nazionale vale di meno, cioè si è svalutata.

La prima colonna riporta il cambio ITL/ECU, cioè la risposta alla domanda: quante lire costa un ECU? Nel 1980 un ECU costava 1189.12 lire.

La seconda riporta il cambio DEM/ECU, cioè la risposta alla domanda: quanti marchi costa un ECU? Nel 1980 un ECU costava 2.52 marchi.

La terza colonna riporta il cambio ITL/DEM, cioè la risposta alla domanda: quante lire costa un marco? Nel 1980 un marco costava 471.87 lire.

Poteva fare diversamente? No. Il cambio ITL/DEM lo ho calcolato come cross rate, cioè come rapporto fra il cambio ITL/ECU e il cambio DEM/ECU. Se per un ECU ti ci vogliono 1189.12 lire, oppure 2.52 marchi, allora per un marco ti ci vogliono 1189.12/2.52=471.87 lire.

Comunque, la quarta colonna riporta il tasso ITL/DEM calcolato non come cross rate, ma ripreso dalla database Pacific Exchange Rate. In questo caso i dati annuali sono media dei dati mensili, mentre nella terza colonna i cross rate sono calcolati su dati medi annuali (quelli della prima e della seconda colonna). La differenza fra le due fonti e i due metodi di calcolo è per lo più di pochi centesimi (di lira).

Osservando le serie vedete  noti episodi. Ad esempio: fra 1987 e 1992 osservate lo SME credibile. La lira non si svaluta, e il marco non si rivaluta. La lira rimane a circa 1530 sull'ECU, e il marco a circa 2.07, quindi la lira è a circa 740 sul marco (un marco costava 740 lire).

Notate poi la svalutazione fra 1992 e 1994. La lira cede, passando da 1587 a 1913 sull'Ecu. Il marco, simmetricamente, si rafforza, passando da 2.02 a 1.92. Di conseguenza il marco diventa molto più costoso in lire, passando da 785 a 996.

Nel 1996 la lira si rivaluta (l'ECU diventa meno costoso) e il marco si svaluta, dopo di che i rapporti rimangono più o meno costanti, con un rapporto fra lira e marco di circa 985 lire per marco. Attenzione! Il cambio lira/marco era arrivato a un massimo di 1139 nel 1995. Di conseguenza, un cambio a 985 corrispondeva a una rivalutazione di circa il 13% (più esattamente: il marco costava il 13% in meno per gli italiani, quindi i beni tedeschi erano più convenienti, e simmetricamente quelli italiani meno convenienti per i tedeschi).

Perché abbiamo rivalutato così tanto fra 1995 e 1996? La domanda da porsi è questa. Dopo di che, all'atto della conversione, di fatto non succede nulla di traumatico. I tassi irrevocabili sono evidenziati in giallo, e ovviamente sono vicini ai tassi adottati dal 1997 (questo proprio perché per entrare nell'euro era necessario tenere stabile il cambio per due anni). Nel 1998 un marco costava 986 lire. Entrando noi a 1936.27 e i tedeschi a 1.95583, di fatto nel 1999 un marco "implicito" costava 990 lire "implicite". Il successivo change over (cioè il fatto che l'euro sia stato poi usato come moneta per pagare il caffè al bar, e non solo come unità di conto), non cambia assolutissimamente niente.

Le teorie sul complotto riferite alla conversione quindi sono teorie del complotto. Le possiamo stampare con la stampante della Merkel, e andare avanti.

Spendo appena una parola di commiserazione sull'idea bislacca che entrare con un cambio a 1000 lire per euro ci avrebbe avvantaggiato. Se noi fossimo entrati a 1000, con la Germania a 1.95583, il rapporto implicito fra lira e marco sarebbe caduto da 986 a 511 (più o meno il valore del 1981), con una rivalutazione di quasi il 50%. I beni tedeschi ci sarebbero costati la metà (e quindi li avremmo preferiti, distruggendo le nostre imprese), e di converso ai tedeschi i nostri beni sarebbero costati il doppio (e quindi avrebbero preferito i loro, distruggendo le nostre imprese).

Si apra la discussione, ma se si apre vuol dire che l'euro ve lo meritate.

Non c'è problema: uscirò da solo...

lunedì 17 novembre 2014

TTIP: la storia si ripete

La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di vita, com'è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano. Abbiamo così letture botaniche della crisi, letture filateliche della crisi, letture giuridiche della crisi, letture naturalistiche della crisi, e chi più ne ha più ne metta.

Da ognuno c'è qualcosa da imparare, ma rimane il fatto ineludibile che questa è una crisi economica, cioè quella cosa che si verifica quando per motivi che abbiamo illustrato tante volte la gente si trova senza soldi in tasca. Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva "Economia", che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria.

Deriva da questo semplice (ma ineludibile) fatto il vantaggio comparato di questo blog. So che dispiace a molti, ma per fortuna piace a voi, e tanto mi basta.

Oggi voglio parlarvi, da economista, e più precisamente da economista applicato, del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è, lo premetto, una lettura riduttiva, e lo sappiamo benissimo. Quello che inquieta del TTIP sono alcuni aspetti giuridici, in particolare giurisdizionali, come la possibilità, che abbiamo sentito evocare più volte, per le imprese multinazionali di chiamare in giudizio gli Stati sovrani (?) che non si attengano alle prescrizioni di liberalizzazione del mercato che il trattato promuove (e che si riferiscono, badate bene, non alle barriere tariffarie - cioè ai dazi - ormai in via di definitivo smantellamento nel quadro dell'OMC, ma a quelle non tariffarie, cioè alle normative ambientali, igieniche, di sicurezza alimentare e fisica, ecc.). Insomma, la famosa fiorentina all'ormone della quale sentite ogni tanto parlare sui giornali. Rimarrà deluso Emilio Pica, che in un afflato socratico ci ha confessato di amare le donne androgine: nel meraviglioso mondo del TTIP tutti avranno una sesta di reggiseno, anche i maschietti.

(ah, Emilio, però quella me piace pure a me, sia chiaro: homo sum, nihil humani mihi alienum puto. E la Nappi la apprezzo più come filosofa...)

Questo, naturalmente, per quanto riguarda la parte "trade". Poi c'è quella investment, che lasceremo da parte.

Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è quindi riduttivo, ma, come vedrete, indispensabile per cogliere pienamente il carattere truffaldino e antidemocratico dell'operazione in corso, un'operazione che, come solo un economista può aiutarvi a cogliere pienamente, è del tutto isomorfa a quella compiuta col Trattato di Maastricht. Vengono cioè vendute agli elettori come conquiste assodate risultati di studi metodologicamente dubbi, palesemente in conflitto di interessi, i cui risultati vengono proposti orchestrando un falso pluralismo, e dietro ai quali ci sono, ovviamente, i soliti noti.

Il prequel
Come andò con il Trattato di Maastricht lo sapete e comunque ve lo ricordo in l'Italia può farcela. Michael Emerson, Jean Pisani-Ferry e Daniel Gros, prezzolati dall'Unione Europea (perdonatemi: "pagati" non è il verbo giusto, anche perché sono morte delle persone, chiaro?), nel loro studio One market, one money, affermarono che “a major effect of EMU is that balance of payments constraints will disappear in the way they are experienced in international relations. Private markets will finance all viable borrowers, and saving and investment balances will no longer be constrained at the national level” (Emerson et al., 1990, p. 24)[i]. Notate la raffinatezza della loro linea di attacco. Studiosi come Kaldor avevano da tempo ammonito che una moneta senza stato avrebbe disintegrato politicamente l'Europa, in particolare perché avrebbe creato squilibri che sarebbe stato necessario rifinanziare attraverso un budget federale. E allora i tre porcellini che si inventano? L'uovo di Colombo: loro sostenevano che non ci sarebbe mai stato bisogno, per il Nord, di rifinanziare il debito del Sud mediante trasferimenti, perché i mercati finanziari avrebbero prestato solo a chi fosse stato in grado di generare sufficiente reddito da ripagare i debiti (i “viable borrowers”, appunto). Ritenevano, cioè, i nostri amici, che non sarebbe stato necessario costituire uno Stato europeo, almeno nell’immediato, perché il mercato, che non può sbagliare, avrebbe pensato da sé a trasferire ove necessario i fondi, all’interno della nuova area finanziariamente integrata, senza bisogno di costruire un bilancio federale, e anzi affidando ai bilanci pubblici nazionali il compito di “respond to national and regional shocks through the mechanisms of social security and other policies” (ibidem)[ii]. Non ci sarebbe quindi mai stata una crisi di debito estero all'interno dell'Unione Monetaria (tesi che alcuni economisti ancora oggi sostengono - vedi Boldrin - ma che è sconfessata dai fatti e dall'interpretazione della stessa Bce).


Infatti, che le cose non siano andate come Pisani-Ferry sosteneva (e Boldrin sostiene), ce lo ha spiegato Constâncio(2013) (ma anche De Grauwe 1998); prima che i tre porcellini si esprimessero, come sarebbero andate le cosa lo avevano chiarito Thirlwall 1991, e subito dopo Feldstein 1992, e decenni prima Kaldor 1971 e Meade 1957. Se siamo nei guai è proprio per colpa degli errori dei mercati finanziari privati, che hanno accumulato insostenibili debiti esteri all’interno dell’Eurozona. Quindi i tre porcellini mentivano sapendo di mentire, perché erano pagati per mentire.

Il percorso è sempre quello: da Pangloss ("tutto va per il meglio nel migliore dei mercati possibili") a Eichmann ("non sapevo, eseguivo gli ordini"), con biglietto di andata e ritorno, perché in mancanza dei drastici rimedi adottati dal governo israeliano nel caso in specie gli illustri colleghi rimangono disponibili ad appoggiare il progetto successivo. Ma le "incognite" delle quali parla Pisani-Ferry tutto erano fuorché "incognite": i rischi dell'Unione Monetaria erano stati denunciati dalla letteratura accademica e divulgati sulle più importanti testate finanziarie internazionali. Quindi "io non sapevo" meriterebbe il trattamento che ha avuto in altri tribunali, ma passons. Noi siamo per la non violenza, cioè per subire la violenza, non per esercitarla, perché gli altri, come vedete, tanti scrupoli purtroppo non se li fanno.

Il sequel
E oggi? Come vanno oggi le cose, con il TTIP? Nello stesso identico modo. Ci vengono proposte come verità oggettive i risultati di studi basati su una cieca fede nella capacità autoequilibrante del mercato, studi dei quali fin da ora è possibile sconfessare gli errori metodologici, ma, attenzione: gli studi vengono a valle di decisioni politiche già prese (come fu per One market, one money)...


Non lasciatevi fuorviare dal nome: nonostante la collocazione negli States, il Jeronim cui facciamo riferimento non è questo, è questo. Jere è romano de Roma, ma la sua mamma no, da cui la scelta un po' esotica del nome di battesimo. Io ho studiato Ragioneria I con suo zio, sono stato in commissione ricerca alla Sapienza con sua madre, e molti di noi sono stati, credo, clienti della sua famiglia (com'è piccolo il mondo...). Lui, a sua volta, è stato mio "cliente" quando ero ricercatore in econometria alla Sapienza, nel lontano anno accademico 2001-2002, quando discusse una tesina sulla curva di Phillips (pensa un po' te...). Ora è finito qui, da dove è stato mandato qui a lavorare sul Global Policy Model. Mi illudo di essergli stato un po' utile (o per lo meno lui la pensa così), e sono contento che ci sia un economista eterodosso infiltrato a Ginevra. Sì, perché Jere è relativamente "de sinistra". Certo, questo lo ha portato a commettere un errore cruciale: ha diffuso in Italia i risultati del suo pregevole studio tramite un forum che nessuno legge (rank in Italy: 27804, secondo Alexa oggi), perché, come sapete, ha tradito. Lo Sbilifesto merita di essere consegnato all'oblio (e li esorto a considerare che, per quello che hanno fatto - soffocare scientemente il dibattito sulla moneta unica, quel dibattito che sono riuscito a portare dove sapete - l'oblio è molto meglio dell'alternativa), però lo studio di Jere no, e visto che uno di voi me l'ha segnalato, ne faccio una simpatica sintesi per i diversamente europei e diversamente economisti. Gli faremo così risalire più di 24000 posizioni in termini di visibilità: mi aspetto una cassetta di vino per questo, va da sé...

Dunque: il copione è sempre il solito. Esattamente come in One market, one money:

1) vengono proposti come vantaggi certi e determinanti dei vantaggi aleatori ed irrisori;
2) non vengono quantificati i potenziali svantaggi;
3) i metodi di analisi adottati si basano su una anacronistica fiducia nel mercato.

Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse. Nel caso del TTIP si aggiunge ad esse una quarta, simpatica caratteristica:

4) l'impianto del progetto è intrinsecamente contraddittorio con il progetto europeo.

Vediamo un po' perché.

Vantaggi irrisori
Cominciamo dal primo punto. Come ricorderete, One market, one money quantificava il riparmio di costi di transazione (commissioni su cambi) determinato dall'Unione monetaria in uno 0.4% del Pil, che si sarebbe evidentemente verificato una tantum. Voglio cioè dire che in un singolo anno l'abolizione di questi costi avrebbe fatto crescere il Pil dello 0.4% in più. Ma una volta aboliti i costi, i costi non ci sarebbero più stati (per definizione), e quindi già dall'anno successivo non si sarebbero avuti ulteriori effetti. Ve lo spiego in un altro modo: nell'anno dell'introduzione della moneta unica avremmo avuto 0.4 punti percentuali di crescita in più, negli anni successivi no. Chiaro?

Ovviamente Eichengreen ci si fece una bella risata sopra: "Ma come vi viene in mente di affrontare un progetto così incerto a fronte di un beneficio così irrisorio?". Ma sse sa, signora mia, la ggente so tanto tanto 'nvidiosi, gli americani c'hanno paura che je rubbamo er monopolio de 'a moneta...

(discorsi da comare che oggi si sentono solo in certi seminari...)

Oggi non va tanto meglio. Lo studio leader per la valutazione dei benefici economici del TTIP è quello del CEPR (e come ti sbagli): Reducing Transatlantic Barriers for Trade and Investment. Come nota Jere, le conclusioni di questo studio sono presentate dalla Commissione come fatti, e allora, da bravi europei, facciamo così anche noi. La Table 2 dello studio di Jere riporta una valutazione comparativa dell'impatto sul Pil europeo nel 2027 (fra 13 anni). Il CEPR (che verosimilmente è quello che ha preso più soldi dalla Commissione) è il più ottimista. In caso di realizzazione di una "full FTA" (Free Trade Area, zona di libero scambio, con pieno abbattimento delle barriere interne, ma mantenimento di barriere tariffarie differenziate verso i paesi terzi - cioè gli Usa potrebbero adottare verso la Cina dazi diversi dall'Europa, in pratica), bene, in questo caso estremamente favorevole, il beneficio sarebbe immenso: lo 0.48% in più del Pil spalmato su 13 anni (cioè un aumento del tasso di crescita medio europeo dello 0.03% l'anno circa)!

Dice: ma che mme stai a pijà per culo? No, no, sto leggendo la Table 16 a p. 46 dello studio del CEPR. Quindi, pensate, se adottassimo il TTIP subito, con un colpo di bacchetta magica, l'anno prossimo la crescita europea sarebbe non del previsto 1.35%, ma, udite udite, dell'1.38%.

Sono i dettagli a fare la delizia dell'intenditore, e questi dettagli potete leggerli solo qui!

Ora, per carità, io capisco di non poter impedire alla maggior parte di voi di adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti (plateale il caso di Alberto49, che comincia a farmeli girare: ma non glielo spiego perché ho capito che non può capirlo). Quindi ragliare "multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione", per poi andare all'osteria a farsi un quartino di bianco, è, come dire, la soluzione naturale che si presenta a molti di voi, e, fra l'altro, è un approccio giustificatissimo: dietro questo autentico attentato alla nostra costituzione c'è in effetti il potere di lobbing delle multinazionali, che di fatto agiscono nel loro, certo non nel nostro interesse.

Ma che sorpresa, eh?

A me però, invece di questo segreto di Pulcinella (che strano! I ricchi e potenti comandano nel loro interesse e comprano i politici per farsi i fatti propri! Chi lo avrebbe mai detto?) sembra molto più sorprendente, divertente e dirompente andare a leggere sui documenti ufficiali in base a quali pretesi vantaggi questo attentato ai nostri diritti viene perpetrato. Ci stanno vendendo per una cosa che dal punto di vista statistico è del tutto insignificante. A questo punto chi vuole piazzaleloreteggiare alzerà i toni, sbraiterà, si raccoglierà sotto la bandiera della rivolta, cederà al demone del qualcosismo ("dobbiamo fare qualcosa"), malattia senile del qualunquismo.

Chi invece vuole vincere una battaglia di democrazia andrà avanti con la lettura e mi aiuterà a portare questo dibattito nelle sedi opportune (cosa che, occorre saperlo, non è gratis).

Sintesi: per la seconda volta ci stanno proponendo un progetto che comporta rischi notevoli promettendo un beneficio che perfino ricercatori in conflitto di interessi e distorti in favore del progetto (perché pagati da chi lo propugna) quantificano come irrisorio.

I potenziali svantaggi non vengono quantificati
Veniamo al secondo punto (che poi è connesso al terzo): i potenziali svantaggi non vengono quantificati (punto 2) anche e soprattutto perché l'impianto analitico utilizzato per verificare i vantaggi nega che esistano gli svantaggi, e lo fa sempre per il solito motivo: perché si basa su una cieca fiducia nel mercato (punto 3).

Del caso di One market, one money abbiamo già parlato: l'idea era che non ci sarebbero state crisi finanziarie perché i mercati finanziari non avrebbero potuto sbagliare.

Nel caso delle valutazioni del TTIP, la fiducia nel mercato si traduce nel fatto che il modello analitico utilizzato per valutare il progetto è un cosiddetto modello CGE (Computable General Equilibrium). Due fra i quattro studi che Jere analizza utilizzano proprio lo stesso modello CGE, il GTAP. Il punto è che questi modelli sono basati sul paradigma neoclassico, per cui l'offerta crea la propria domanda, ovvero, in altri termini:

1) tutti i mercati sono riportati perennemente in equilibrio (a meno di frizioni temporanee) dall'aggiustamento dei prezzi relativi, e quindi:

2) tutta la produzione offerta viene anche domandata, e quindi:

2.a) il Pil è determinato da quanto si produce, non da quanto si compra, e
2.b) non c'è disoccupazione.

Abbiamo parlato di alcune implicazioni di questo approccio qui. Ora, nel caso che ci interessa, Jere fa notare che il principale limite di questi modelli consiste nel meccanismo di adattamento alle modifiche normative da essi ipotizzato. Una liberalizzazione del commercio espone alla concorrenza internazionale settori finora protetti, e l'idea è quella darwinista che così i migliori sopravviveranno, e i peggiori andranno a fare altro. I settori più competitivi delle singole economie, quelli che hanno un vantaggio comparato, assorbiranno in tal modo le risorse che si rendono libere negli altri settori, con beneficio di tutti.

Ad esempio: se in Italia la siderurgica non è competitiva, ma l'agroalimentare sì, le acciaierie chiudono e gli operai vanno a lavorare la terra. Facile, no? Ma non ditelo agli operai dell'AST...

Ci sono però alcuni problemini evidenziati da Jere:

1) Intanto, perché questo non produca disoccupazione (e quindi spreco di risorse) a livello aggregato, occorre che i settori competitivi si espandano abbastanza da accogliere tutte le risorse (umane e altre) lasciate libere dai settori "sconfitti" dal mercato;

2) inoltre, le risorse di cui trattasi (che poi sono persone) devono essere molto poliedriche! Il modello presuppone, nelle parole di Jere, che un operaio di una catena di montaggio possa riciclarsi istantaneamente come dipendente di una software house (purché sia disposto ad accettare un salario sufficientemente basso).

3) Qui subentra un terzo problemino, che ora comincia ad essere chiaro a tutti. Il meccanismo di aggiustamento basato sulla flessibilità dei salari al ribasso conduce fatalmente a crisi di domanda. Ovviamente un modello nel quale si rappresenta solo l'offerta di questo aspetto non tiene conto. In un modello simile ci sarà sempre piena occupazione: sarà la flessibilità verso il basso del salario a indurre l'imprenditore ad assumere. Il problema, però, è che questo tipo di modello non considera il fatto che i "costi" che la riforma degli scambi internazionali spinge a tagliare (per diventare più competitivi) sono anche i redditi che sostengono la domanda aggregata di beni.

Ci sono poi problemini "minori" (come l'effetto Daverio-Zingales: maggiore esposizione a shock idiosincratici), ma quelli li lasciamo per dopo. Qui occupiamoci degli effetti sull'occupazione.

Lo studio del CEPR è commovente: andate a pagina 71:

"It should be stressed that the model is a long-run model, where sources of employment and unemployment are “structural” (rather than cyclical). In this sense, changes in labour demand are captured through wage changes (in this case rising wages). As wages increase in the experiments, this means a rising demand for labour, so that under a flexible labour supply specification, employment would increase instead."



Ovvero: la relazione fra domanda e occupazione (gli effetti ciclici) non ci interessa - il che, considerando che grazie all'euro la recessione durerà una decina di anni, qualche dubbio lo fa sorgere; le variazioni della domanda di lavoro sono segnalate solo da quelle del costo del lavoro: se i salari aumentano, significa che c'è più domanda di lavoro da parte delle imprese, e quindi più occupazione. E quindi? E quindi l'impatto sulla disoccupazione non viene nemmeno misurato, perché la disoccupazione c'è se la domanda di lavoro (da parte delle imprese) è inferiore all'offerta (da parte delle famiglie), e tutto quello che il modello misura non è quanti posti di lavoro verranno creati o distrutti dal TTIP, ma come la forza lavoro (che si suppone sarà tutta occupata) verrà riallocata da un settore all'altro, considerando separatamente gli effetti per gli "skilled" (qualificati) e i "non skilled" (non qualificati). Quindi, ad esempio, la Table 34 dello studio ci dice che nell'UE la quota di lavoratori "skilled" allocati nell'agricoltura aumenterà dello 0.07%, ma non ci dice quanti nuovi posti di lavoro ci saranno in agricoltura.

E va be'...

Qui i problemi sono due. Il primo ve l'ho detto: di posti di lavoro si preferisce non parlarne, et pour cause. Il meccanismo del modello, per i tre punti sopra esposti, può considerare solo effetti riallocativi, sotto l'ipotesi estremamente eroica che la riconversione di un operaio siderurgico in un dentista, o quella di un parrucchiere in un progettista aerospaziale sia istantanea e senza costi. L'altro aspetto è che la stima dei potenziali benefici in termini di salari (l'idea che i salari crescerebbero) è basata sull'ipotesi che la distribuzione del reddito rimanga costante. Come nota Jere, il CEPR prevede che nel 2027 la famiglia europea media guadagni 545 euro in più all'anno (45 euro in più al mese!) grazie al TTIP, ma questo, ovviamente, se la distribuzione del reddito rimane invariata, perché se invece la quota salari continua a scendere, il maggior Pil andrà ai profitti, non ai salari, e non tutte le famiglie beneficeranno in ugual misura dei mirabolanti incrementi di cui sopra (lo 0.48%).

La vera chicca
Ma concludiamo con la vera chicca. Gli effetti su Pil e redditi sono irrisori, perché sono irrisori, secondo lo stesso CEPR (cioè secondo la commissione) gli effetti sul commercio! Il commercio bilaterale crescerebbe tantissimissimo (quante volte abbiamo sentito questa storia), ma siccome crescerebbero sia le esportazioni che le importazioni, l'impatto netto non sarebbe così rilevante. Le esportazioni europee extra-UE nel 2027 in presenza di TTIP sarebbero del 5.9% superiori a quanto si avrebbe in assenza di TTIP. Il risultato di questa bella storia è che in effetti il TTIP disintegrerebbe l'Europa, nel senso di ridurre il commercio intra-zona (vedi la Table 24 dello studio CEPR). Insomma: con il TTIP gli europei commercerebbero di meno fra loro, e di più con gli Stati Uniti.

Ora, come ci siamo detti più volte, il beneficio di creare un'Unione economica è quello di avere un grande mercato che permetta di assorbire shock esterni: se gli Stati Uniti vanno per aria, la caduta della loro domanda viene compensata dal fatto che il grande mercato unico europeo in teoria sostiene l'acquisto dei beni europei. In pratica no, perché l'euro condanna a politiche di deflazione competitiva, come vi ho spiegato, ma almeno in teoria...

Con il TTIP questo beneficio teorico verrebbe ulteriormente compromesso: saremmo più legati agli Usa, e quindi più esposti agli shock che da essi provengono, pur essendo ugualmente privi di strumenti di politica fiscale, monetaria e valutaria per reagire ad essi. Come nota Jere, un esito simile non lascia tranquilli.

Io mi limito a ribadire quello che abbiamo più volte osservato: i difensori dell'euro e di questa Europa sono costretti, fatalmente, a stuprare la logica. Tutto quello che fanno contraddice platealmente tutto quello che dicono. Vogliono più Europa, e firmano dietro le nostre spalle un trattato che disintegrerà l'Europa prima commercialmente, e poi macroeconomicamente, esponendoci a qualsiasi errore di gestione dell'economia statunitense (e non è che ultimamente ce ne sian stati pochi...).


Una valutazione indipendente
Ovviamente non è necessario valutare l'impatto di un trattato commerciale con modelli di equilibrio generale. Si possono anche usare modelli basati sulla sintesi neoclassica, in cui si considerano le interazioni fra domanda e offerta (come avviene nel modello di a/simmetrie e nella maggior parte dei modelli utilizzati da banche centrali e enti di ricerca: ce l'ha ricordato il prof. Lippi a Pescara).

Nel suo working paper Jere fa questo lavoro, e lo fa, da bravo europeo, prendendo per buoni i risultati dello studio CEPR, cioè ipotizzando che il volume del commercio si sviluppi, in seguito al TTIP, secondo quanto prevedono gli studi prezzolati finanziati dalla Commissione. Cosa cambia, allora? Cambia il fatto che usando un modello keynesiano:

1) si considerano gli impatti della variazione del commercio sulla domanda aggregata;
2) si considerano gli effetti di trade diversion, cioè il fatto che la maggiore integrazione fra Europa e Stati Uniti ha effetti sulle relazioni con i paesi terzi;
3) si considerano gli impatti su domanda di lavoro, salari reali e occupazione.

E che succede, se si tiene conto di queste cose?

Lo vedete nella Table 4 dello studio di Jere. Per la maggior parte dei paesi europei il TTIP comporterebbe un peggioramento del saldo delle partite correnti, verosimilmente perché a causa della stagnazione della domanda interna (cioè dei bassi redditi) gli europei si rivolgerebbero sempre di più a beni a basso valore aggiunto, nei quali sono meno competitivi: meno golf di Cucinelli, più magliette di cotone cinesi (importate via Stati Uniti, va da sé). Risultato: un peso ulteriore sulla bilancia dei pagamenti, che per i paesi del Nord sarebbe più grave che per noi - che già siamo stesi. Il tasso di crescita dell'economia d'altra parte diminuirebbe (com'è ovvio, dato il calo della domanda estera netta), e l'Europa sperimenterebbe una perdita di circa 600000 posti di lavoro. Non è una cosa enorme, considerando che la nostra popolazione attiva è di oltre 240 milioni, ma sarebbe meglio farne a meno, soprattutto perché i redditi di chi il lavoro lo conserverebbe diminuirebbero (il modello delle Nazioni Unite prevede in Italia una diminuzione di 661 euro per occupato, anziché un aumento di 545 per famiglia), e con essi la raccolta fiscale, con impatti negativi sulla sostenibilità dei conti pubblici.

Per carità, io sono di parte. Jere mi sta simpatico e l'Europa mi sta sui coglioni, però qui stiamo parlando di analisi condotte con un modello delle Nazioni Unite, e basato su ipotesi lievemente meno ideologiche di quelle adottate dall'oste Commissione Europea per valutare il vino TTIP.

Se a questo aggiungiamo il fatto che la storia che avremmo lavorato un giorno in meno ecc. ce la siamo già sentita dire, ecco che qualche motivo di allarme sorge, e un'analisi economica ci aiuta a motivarlo in termini oggettivi, quindi dialetticamente più efficaci del piazzaleloretismo e del window flagging.


Perché?
E allora chiediamoci perché? Perché i nostri governanti ci stanno consegnando a questo progetto che ha benefici irrisori, costi potenzialmente elevati, ed è contraddittorio con la retorica dell'integrazione europea.

E la risposta è semplice: perché l'Unione Economica e Monetaria, che ci viene venduta come il momento più alto di realizzazione della nostra identità europea, di un nostro comune progetto europeo, in realtà è il momento più infimo del nostro asservimento all'ideologia e agli interessi statunitensi. Ne ho parlato tante volte, non ci ritorno, ma quello che va capito è il senso complessivo dell'operazione, che secondo me è questo: gli Usa hanno bisogno di un mercato di sbocco perché, da potenza declinante, stanno perdendo potere di signoraggio sui mercati internazionali. Gli sviluppi delle relazioni bilaterali fra i BRICS, e in particolare la dedollarizzazione degli scambi fra Cina e Russia, se dovessero generalizzarsi, significherebbero per gli Stati Uniti la fine del periodo dello "stampa (dollari) e compra (ovunque nel mondo)". Il "privilegio esorbitante", come lo chiamava Valery Giscard d'Estaing, verrebbe meno in un mondo nel quale il dollaro non fosse l'unico e solo strumento di regolazione delle transazioni sui mercati internazionali. A questo punto gli Stati Uniti non potrebbero permettersi più di essere in deficit strutturale netto verso l'estero. Puoi essere "acquirente di ultima istanza" se stampi a casa tua la moneta nella quale acquisti. Quando le cose non vanno più esattamente così, ti conviene avere una posizione equilibrata negli scambi con l'estero, altrimenti le cose si mettono male. Il +1% di esportazioni nette che il TTIP potrebbe arrecare agli Stati Uniti andrebbe proprio nel senso di ridurre il loro deficit (a costo di un aumento del nostro). L'Europa diventerebbe la periferia, in una nuova edizione del romanzo di centro e periferia, da voi tanto amato, dove gli Usa, chiedendoci l'Ani, ci inonderebbero della loro liquidità (con la quale il resto del mondo progressivamente avrebbe iniziato a nettarsi le terga), allo scopo di farci acquistare i loro simpatici bistecconi transgenici.

Sappiamo tutti quali siano gli incentivi che le élite periferiche traggono dal vendere i propri subalterni alle élite del centro, quindi di cosa ci stupiamo? Direi di nulla: BAU! Non è un cane: vuol dire business as usual.

E naturalmente qui sento i ragli dei piddini renziani (ormai tocca distinguere): "eh, ma l'euro ci aiuterebbe a difenderci!".

No!

Noooo!

Nooooooooooooo!

Le cose stanno esattamente al contrario, e ancora una volta tutto questo ci è stato detto, e detto in faccia, e detto in sedi autorevoli. L'euro non ci aiuta a difenderci nemmeno un po', e per due motivi ben evidenti. Il primo è che, come ormai sarebbe futile negare, è causa della nostra crisi, e quindi, banalmente, ci costringe ad affrontare in condizioni di debolezza qualsiasi negoziato internazionale. Il secondo è che nell'ottica statunitense l'euro è il primo passo verso la creazione di una moneta unica transatlantica, e questa non è una novità. Mundell ne parla da qualche anno, per capirci. E ora che sappiamo quali benefici ci abbia portato la moneta unica europea, e prima ancora quella italiana, siamo in grado di apprezzare quali e quanti benefici ci apporterebbe quella transatlantica.

Concludendo: nell'affrontare un tema così complesso sono io il primo a segnalarvi che l'ottica economica è necessariamente ristretta. Ma sarete d'accordo con me che aiuta a mettere a fuoco i probemi, no? Ricordatevi questo numero: +0.48% del Pil nel 2014.

Va bene, non siamo Gesù Cristo: ma lui, almeno, fu venduto per trenta denari...



(a proposito: Giuda e Eichmann hanno una cosa in comune, salvo errore...)



[i] “Il principale effetto dell’Uem sarà che il vincolo della bilancia dei pagamenti come lo sperimentiamo nelle relazioni internazionali scomparirà. I mercati privati finanzieranno ogni debitore solvibile, e il saldo fra risparmi e investimenti non sarà più vincolato a livello nazionale”. Ulteriore traduzione per persone normali (cioè per non economisti): i portoghesi (per fare un esempio) potranno fare più investimenti di quelli consentiti dalla loro posizione finanziaria, perché potranno prendere liberamente a prestito dai paesi del Nord (esempio: la Germania), che presterà i soldi solo a chi se lo merita. E infatti s’è visto...
[ii] “Rispondere a shock nazionali e regionali attraverso i meccanismi del welfare e altre politiche”.



sabato 15 novembre 2014

A Nat (post ad personam)

....dunque, in effetti meriteresti la famosa spigolata, però siccome sei l'unica che ha detto una cosa giusta (bisogna staccarsi dall'elettronica dopo cena, se non si vuole perdere il sonno), in cambio ti fornisco il programma del prossimo concerto cui parteciperò non come leader, ma come secondo continuo. Sarò follower di questo leader, con la Cappella della Trinità dei Monti. Con lui ho eseguito, sempre alla Trinità dei Monti, in qualità di organista factotum, quella robina che ti piace tanto (e piace tanto anche a me). Ora, se per ognuno di noi amare l'Italia è un lavoro a tempo pieno, per un musicista di più: bisogna fare anche gli straordinari. Mi spiegate com'è possibile che un'orchestra di qualità, per eseguire musica italiana in Italia, debba rivolgersi a istituzioni francesi? Va bene che nemo propheta in patria, però qui si esagera! In ogni caso, mi ha ripescato grazie agli orrendi social che secondo te dovrei smettere di usare dopo le nove di sera.

Comunque, il 13 dicembre, alle 21, dopo la manifestazione contro l'euro dei fasciiiiiiiiiiiiiiiiiisti (cui sono cordialmente invitati anche i bolscevichi: del resto, si sa, Marco Basilisco a Giorgia glie porterebbe l'acqua co' le recchie, co' pure 'na scorzetta de limone dentro...), suoneremo alla Trinità dei Monti in Roma questa musica nazionalistica:

1. Beatus Vir RV 597

2. Magnificat RV 611

3. Laetatus sum RV 607

più spicci. Va da sé che ho scelto di suonare Vivaldi perché sono leghista e nostalgico della Repubblica Veneta. Lo dico io, così evitate di regalare click ai marxisti dell'Illinois.

So di poter contare sulla tua presenza...

venerdì 14 novembre 2014

La copertina (again)




Ero a cena con la mia badante, mercoledì, quando un nostro amico le ha inviato questo ritratto veritiero della situazione. Mercoledì ero cotto. Stavo nel bunker di a/simmetrie, lottando con una revision (i referee avevano detto: "Bel paper, un po' lunghetto", e l'avevo accorciato, ma l'editor aveva detto: "Bel paper, ma ora è un po' cortino", e lo stavo allungando...), quando ho capito che avevo bisogno di dormire. Ero logoro, e mi usurava non aver ancora avuto dall'editore la conferma della data, dopo aver lavorato (con quel santo dell'editor) notte e giorno per cercare di rispettarla, mentre voi gozzovigliavate... Così sono andato a casa e ho dormito, per arrivare vivo a sera. Poi è arrivata la conferma della data (il 27) e sono andato a cena con la badante relativamente sereno: quanto meno potevo pensare di essermi rovinato la salute per qualcosa. Dopo di che abbiamo chiuso il locale con dei suoi amici strani, prendendola ferocemente in giro tutta la sera (povera Cate), e esplorando nuovi limiti dell'etilismo.

(personalmente ho mischiato prosecco, genziana, grappa, ratafia, e whisky, in no particular order. Dato che questo blog è letto anche dai miei studenti, mi corre l'obbligo di aggiungere che io non sono un esempio da seguire, e che anche se a quanto pare non ci sono più soldi per mandare in giro pattuglie con l'etilometro, è sempre meglio non esagerare se non si ha a disposizione, come io avevo, un camionista che ti riporta a casa).

Quanto sarebbe meglio essere meno competitivi, quanto si starebbe meglio accontentandosi di partecipare.

Ma io voglio vincere.

Questa mattina il cellulare mi ha ricordato, puntuale, l'ora delle gocce. Che sapore schifoso! Mi è venuto un conato di vomito. Ho pensato: ma come cazzo ho fatto a ridurmi così? Ma a che serve?

Alla seconda domanda la risposta la sapete: a niente. Moriremo tutti, chi avrà fatto il bene e chi avrà fatto il male. Poi, fra circa cinque miliardi di anni, salvo errore (non chiedetemi l'anno preciso, non è cortesia chiederlo a un economista), il Sole diventerà una gigante rossa, e se non sarà arrivato prima l'asteroide, o Marine Le Pen, a quel punto usciremo tutti dall'euro in modo molto ordinato.

So che apprezzate il paradosso: il Sole ci brucerà diventando freddo...

Alla prima domanda... be', la risposta è più complessa. Senz'altro due cose, fra le tante che mi son capitate quest'anno, sono state determinanti nel fare di me un sostenitore di Big Pharma.

Una è stata il vedere la firma di Tony Thirlwall sotto a un reticente appello pro euro elaborato da alcuni ingenui apologeti del gold standard. Per me è stato un colpo molto duro. La badante (non la mia) che si intesta l'appartamento del vecchietto, in confronto, è un paragone di correttezza. Dopo averlo ricevuto ho cominciato a svegliarmi regolarmente ogni mattina alle quattro, fino a quando è stato giocoforza metterci una pezza con le adeguate molecole. Ma di questo mi sono ampiamente vendicato nel prossimo libro. Con Tony non ho avuto ancora modo di parlarne e non so se avrò mai il coraggio di farlo. Non me la sento di essere scortese, ma non me la sento di non essere me stesso, e non ho energie per risolvere questo problema di programmazione lineare ora. In ogni caso, è andata così, e poi quest'estate ha piovuto tanto, la pioggia ha lavato i marciapiedi.

Un'altra credo la sappiate tutti: è stata la sfortunata vicenda editoriale del nostro libro. Nostro, cioè mio e vostro. Dopo un anno a spingere, avendo contro tutti, non ce la facevo più, e anche lì una diversa e opportuna molecola mi ha aiutato ad andare avanti. Ecco, come la mia esperienza di divulgazione mi ha portato a rivedere totalmente la mia categoria antropologica di "sinistra" (tanto che sinceramente non riuscivo a riconoscermi nelle parole di Sergio Cesaratto a Pescara, quando parlava di una superiorità "culturale" della sinistra), mi ha portato ad evolvere verso il totale abbandono di qualsiasi logica di appartenenza politica (che non vuol dire abbandono di un pensiero o di un progetto politico, ma dell'idea che per vincere ci si debba regolare sulle etichette che le persone si appiccicano addosso...), così la nostra precedente esperienza editoriale, se ve la ricordate, aveva messo a dura prova la mia fiducia nella razionalità umana. Tutto quello che poteva essere fatto per impedire all'impresa di avere successo era stato fatto, a cominciare dal distribuirlo con un titolo inesistente, passando per il non stamparlo.

E anche di questo mi sono vendicato.

Comunque, capite bene che quando oggi uno mi dice: "È nostro comune interesse!", se gli va proprio bene salva la pelle...

Certo, illo tempore sarebbe stato abbastanza di cattivo gusto andare a dire: "Scusate, mi sa che non avete capito con chi avete a che fare". Adesso, d'altra parte, sarebbe inutile: ci son cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate. Quindi né allora né ora mi sono impicciato di fare altro che non fosse il mio mestiere: esprimermi.

Vedete comunque il lato positivo, che esiste sempre.

Allora, la totale libertà di azione mi permise di scrivere un libro che nessun editore "autorevole" avrebbe mai lasciato uscire. Questo è un fatto del quale i miei contatti successivi con editori "autorevoli" mi hanno dato conferma. Il che del resto prova che il Saggiatore non è solo "autorevole", ma anche intelligente (cosa che non posso dire di Rizzoli, ad esempio: poi quando ho tempo vi racconto il mio colloquio con la piddina di RCS). E che di copie ne siano state stampate poche, inizialmente, perdendo occasioni promozionali importanti come quella delle politiche e quella delle europee, non è poi stato un gran problema. Come avrete capito assistendo ai lavori del goofy4, di copie ne bastavano una decina, purché arrivassero alle persone giuste (o anche a quelle sbagliate, come volete voi...). Il libro è riuscito a aprire un dibattito che era morto da trent'anni. Non puzzava nemmeno più. Io ci ho rimesso la salute (relativamente, c'è chi sta molto peggio), ma ho restituito un po' di democrazia al paese, con l'aiuto vostro e di pochi altri. Ora, soprattutto dopo il goofy4, la palla è ai politici: non è da escludere che la calceranno fuori dal campo. E noi andremo a prenderla, e gliela riporteremo, come abbiamo fatto negli ultimi tre anni.



Ma ora possiamo voltare pagina.

In quanto segue userò spesso il condizionale. Lo faccio perché sono uomo di scienza, e la scienza a un certo livello (elevato) è dubbio, e lo faccio perché sono uomo di fede, e nelle scritture è scritto che l'albero si conosce dai frutti. Nessuno si adonti quindi per il condizionale, e nessuno lo interpreti maliziosamente. Le parole ci sono, usiamole.

Il 27 novembre dovrebbe uscire il libro, e la copertina sarà quella che vi piace di meno, cioè questa:


La discussione del post precedente, nella quale i maschietti si sono sfogati, dando come di consueto il peggio di loro, mi ha chiarito alcuni suoi significati. Io, sinceramente, sono del tutto agnostico, non è il mio lavoro fare copertine, e come da prassi non sono stato consultato. Meglio così, lo dico sinceramente, perché a me le arti figurative interessano poco e sarei stato in enorme imbarazzo nel dover esprimere una scelta. Ad esempio, quando abbiamo scelto la comunicazione visuale del goofy3 ho fatto votare il direttivo e mi sono astenuto. Dai commenti di alcuni di voi credo di aver capito quale messaggio l'artista abbia voluto trasmettere, ma sinceramente io mi accontento di aver capito quello che c'è dentro al libro. Ne consegue che qualsiasi argomento del tipo "mi piace/non mi piace" non mi interessa, né ora, né mai. Il problema della copertina non è com'è fatta (a me piace), ma se la vedremo in libreria, e soprattutto se la vedranno i nostri nemici, quelli che ci odiano e che ci vogliono annientare: le persone colte "de sinistra" che, come ci siamo detti tante volte, confondono Galois con le Gauloises e Pachelbel con Packard Bell. Questa copertina è fatta per loro, per quelle persone diversamente colte, diversamente umane, diversamente italiane, diversamente degne di rispetto e di pietà. Se riuscirà ad attrarle, sarà stata una buona copertina, ma lo scopriremo solo dopo. Non è quindi importante quello che ne penso io (che non ne penso niente), e soprattutto, visto che siamo in democrazia, non è importante cosa ne pensate voi, visto che siete una minoranza: purtroppo, deve piacere agli imbecilli, che sono la maggioranza.

Attenzione! Leggendo queste mie parole il grafico potrebbe offendersi, e sbaglierebbe. A me il suo lavoro piace, e soprattutto, notate bene, deve essere funzionale al progetto industriale dell'editore, che, in teoria, è quello di rivolgersi a più persone possibili. Quindi noi, che siamo solo 3000, non contiamo.

Quanto al titolo, quello del libro precedente, come ricorderete, era stato pensato da Luciano Barra Caracciolo. Quello di questo libro mi è stato suggerito da Joe Brada. Per eventuali reclami rivolgetevi a lui, ma tenete sempre presente che dobbiamo allargare il messaggio. Di questo parleremo con più calma.


Quanto al resto, come dire, vi ho appena ricordato che se mi sto curando da più di un anno è anche grazie alla mia esperienza nel meraviglioso mondo dell'editoria italiana. Questi ultimi tre anni però non sono riusciti a scalfire un dato del mio carattere: quello di essere sempre estremamente aperto e di accordare con estrema liberalità fiducia al prossimo. Quindi sono estremamente fiducioso nel fatto che, se pure non servirà a disintossicarmi dai farmaci, quanto meno questa nuova esperienza non mi imporrà di aumentarne il dosaggio!

Le cose finora sono andate su un ottimo binario. Del resto mi avevano cercato loro, molto tempo fa (non abbastanza, però, da poter pubblicare il primo libro, cosa che avrebbe avuto vantaggi e svantaggi), e da lettore di Adam Smith suppongo che lo abbiano fatto per proprio tornaconto (anche se vedi alla voce "editoria italiana e razionalità umana"!). Fino a qui mi sono molto divertito (con i risultati che avete visto sopra sul cellulare della mia badante), è stato fatto un lavoro di grande qualità, non ho idea di quali siano tirature e distribuzione, sinceramente me ne fotto, alle persone che desidero leggano il libro lo regalerò direttamente io. Mi sono limitato a chiarire che io sono seguito da molte persone che se non troveranno il libro non rinunceranno ad esternare il proprio disappunto. Sono ragionevolmente certo del fatto che questa volta non dovrebbe essere necessario il mail bombing che fu indispensabile la volta precedente. Credo che chi mi sta seguendo editorialmente adesso abbia capito sia l'entità del fenomeno, sia il fatto che questa per me non è una questione di soldi (con tutto il rispetto per chi la vede così), ma qualcosa di più.

Voi, dal canto vostro, state però un minimo calmi, e cercate anche di capire che l'editore comunque non controlla tutta la distribuzione.

A titolo di esempio, qualcuno mi ha segnalato che alcuni librai hanno un titolo sbagliato, Oltre l'euro. Sinceramente, non ne sapevo nulla e non credo sia un parto della mia fantasia: l'avverbio "oltre" mi dà i conati. Sarà stato qualcosa di predisposto per scadenze amministrative, dopo di che i poveri librai non hanno avuto modo o voglia di aggiornare i loro database. Se non volete prendere fregature, usate l'ISBN, che, come vi ho già ricordato, è questo: 9788842820482. Se il libraio non sa cosa sia un ISBN, la colpa non è del Saggiatore e nemmeno mia, per cui cortesemente non prendetevela con noi e cambiate libraio.

Sed de hoc satis...

Se avendo contro il mondo abbiamo venduto più di 20000 copie, in queste condizioni possiamo raggiungere parecchie decine di migliaia di piddini. E non so se state osservando i posizionamenti post goofy3... Quindi state sereni, voi, che Matteo tanto sereno non sta, ve l'assicuro.

Non abbiamo fatti gesti eclatanti: abbiamo fatto un libro eclatante, che sta cambiando il nostro paese.

Sarà così anche del prossimo.

E ora porto a cena mia suocera, col vostro permesso...





P.s. delle 23:37 (ottima cena con la suocera dall'oste del messaggio a Bisin): la piddina di RCS! Un mito! Arriva con il Tramonto stampato su una risma di fogli sparsi, comincia a chiedermi quale sia il mio progetto, e io cerco di farle capire che il mio progetto è che questo cazzo di libro non abbia il mondo contro, a cominciare dalla distribuzione RCS, by the way, considerando che, a causa delle europee, avrebbe avuto un certo potenziale, anche in virtù del fatto che Salvini lo aveva letto e gli era piaciuto, e quindi ne avrebbe fatto una specie di "libretto verde", cosa che a priori non mi entusiasmava (avrei preferito che il PD non fosse fascista), ma magari a loro, che i libri li vendono, poteva sembrare interessante.

Al che questa mi guarda, e mi fa: "Ecco, volevo chiederle anche questo: perché, vede, io dal suo libro non l'ho capito, ma lei, come la pensa? Cioè, lei a quale partito fa riferimento?".

Io, con un bel sorriso (un petit rire qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique, d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus rarissimes... ma tanto i piddini confondono anche Proust con Prost...), la fisso negli occhi e le dico: "Ma come, signora, non l'ha capito leggendo il Tramonto? Io sono un uomo di fede. Credo molto in me stesso. Arrivederci".

E mi alzo e me ne vado, lasciandola lievemente interdetta. Poverina, non sapeva leggere fra le righe.

Fra le righe c'era scritto: "Brutta cogliona: tu pensi di farmi un favore standomi ad ascoltare, e non hai capito che sarà mia cura venire a erogare NH4 sulle rovine fumanti del tuo palazzo piddino alla periferia di Milano. Aspetta, bella, che ora ti caa l'orso...".

Ma l'arte di leggere fra le righe, purtroppo, si è persa. Quante cose ho visto in questi anni, e quanto sarò felice di condivederle con voi quando tutto sarà finito...

Ah, per inciso, io sono sempre stato così: al concorso in Banca d'Italia (coadiutore) ero arrivato fra i primi agli scritti. All'orale mi chiesero non so cosa di economia aziendale, e io risposi: "Perdonatemi: il concorso era per economisti, e un economista non è un ragioniere. Alle domande di ragioneria non risponderò, per rispetto verso la materia". Non ci potevano credere, ma mi si sarebbero presi ugualmente. Ma questa la racconto a un tassista nel prossimo libro...

giovedì 13 novembre 2014

La copertina

...e ci risiamo! "E il titolo non va bene, e la copertina non va bene, e gni gni gni, e gne gne gne"...

Cazzo!

Collocatevi!

Vi ricordate quello che mi dicevate tre anni fa? "E non andrai mai in televisione, e il PD non parlerà mai di euro, e il gombloddo, e se scrivi sul Fatto Quotidiano ti corromperanno, e questo e quello...".

Quanta pazienza ci vuole (con voi).

Comunque, siccome sono democratico dentro, questa volta, per evitare di scontentarvi, vi offro l'opportunità di scegliere sia titolo che copertina. Fatemi sapere, l'editore (persona colta e spiritosa) è pronto ad accettare laicamente l'esito del voto. Va da sé che, viste le circostanze, la commissione pari opportunità del blog è temporaneamente sollevata dall'incarico. Il ballottaggio è fra le due copertine seguenti:






(credo che non dovrei dirvelo, anche perché rischierei di influenzare il vostro giudizio e di farli lasciare dalla compagna, ma la prima è caldeggiata da direttore editoriale ed editor).

Esprimete civilmente il vostro voto.

Io sono esausto, me ne vado a dormire.


(ringrazio la filosofa Valentina Nappi, che sarà ospite d'onore del goofy4, per aver cooperato al progetto grafico. D'altra parte, lei è grafica. Siate buoni, se manca una nasale mettetecela voi...)

In exitu Israel de Aegypto....

E dopo tre mesi e più di inaudite sofferenze, pare che siamo riusciti a consegnare il pdf allo stampatore.


(certo che dei follower ignoranti e piazzaleloretisti come voi mica se lo meritano un guru così raffinato. Ma si sa, la vita è ingiusta, e nel lungo periodo sarete tutti morti: oggi ce semo, e domani nun ce sei. Io mi rileggo e rido. Qualcuno riderà di meno, a cominciare dagli ingenui apologeti del gold standard...)

martedì 11 novembre 2014

First Michele Boldrin Award: and the winner is...

(la competizione scatenatasi per "The First Michele Boldrin Award of Economic Poetry" mi ha costretto a far riunire segretamente la commissione per porla al riparo da indebite pressioni. Ragazzi: è inutile far telefonare Krugman, far scrivere Stiglitz, chiedere aiuto a Tirole... Ricevo dall'incorruttibile presidente della giuria - guess who? - il giudizio, che è evidentemente inappellabile...)


La commissione unanime attribuisce il premio a Paolo Mariani per la composizione:

"M'indebito d'immenso"


Motivazioni

La poesia, come la matematica, ha il compito di cogliere aspetti fondamentali del reale (e dell'esperienza del soggetto nel reale) illuminandoli con sintesi inaspettate e dense di significato. In questo senso il lavoro di Mariani si distingue dalle pur pregevoli opere che la commissione ha dovuto scrutinare. Non si tratta infatti semplicemente di una divertente parodia di un classico o di un originale e spiritoso calembour e di un divertissement poetico. L'autore recupera la fulminante intuizione ungarettiana e la pone al servizio dell'analisi delle dinamiche delle unioni valutarie. Il poeta coglie in effetti l'aporia fondamentale del progetto dell'eurozona e di ogni altra unione valutaria che voglia "mettere il carro davanti ai buoi". Come è stato autorevolmente detto "le unioni valutarie sono necessarie solo quando sono dannose". Si intuisce nell'allusiva opera di Mariani la spirale debito-credito a cui è faustianamente invitata la cosiddetta "periferia" dell'area valutaria.

Eliminando il rischio di cambio (e producendo bassi tassi di interesse) è la struttura stessa dell'unione valutaria che, ontologicamente (in presenza di asimmetrie storiche, demografiche, geografiche, ...), produce al suo interno tensioni autodistruttive: il tessuto sociale viene dilaniato e il dissolvimento è inscritto nel destino genetico di tali progetti. L'unificazione funge da detonatore delle suddette tensioni nel suo evocare, rispetto all'umana finitezza, un superomismo dell'indebitamento il quale, nella sua aspirazione verso l'infinito - l'immenso citato nella composizione poetica - conduce in realtà, come ogni superomismo, verso la catastrofe.

L'aspirazione all'onnipotenza conduce all'impotenza.

Una critica superficiale ha suggerito che il limite dell'opera di Mariani si situerebbe in una poetica ove il creditore è assente; si tratterebbe, secondo alcuni critici, di una forma creativa che resta impigliata nell'illusoria colpevolizzazione aprioristica del debitore, colpevolizzazione propria di tanta letteratura economica impregnata di un irrealistico e antiscientifico moralismo. Si tratta di una lettura banale e disattenta che la commissione ha ritenuto di non dovere far propria. Il creditore appare, nel lampo poetico di Mariani, "in absentia", evocato puntualmente dal vuoto e dalla solitudine del debitore. Laddove nel verso di Ungaretti siamo invitati alla pienezza dell'essere e a un senso di comunione cosmologica, Mariani ci immerge nello straniamento causato dalla insostenibilità della rata del mutuo che, in una palingenesi rovescia, si trasforma da momento creativo in divinità ctonia. L'unidirezionalità dell'opera che si sta giudicando è solo apparente: in filigrana si intravede l'abbraccio mortale tra l'azienda agrituristica del Salento e la Sparkassen bavarese che danzano verso il baratro nella convinzione di trarre vantaggi infiniti dal loro rapporto senza che mai la realtà si presenti, nella sua fredda e impersonale ineludibilità, a chiedere il conto.

La commissione è convinta che "M'indebito d'immenso" rappresenti per l'autore solo un momento di passaggio in un percorso poetico ricco e in divenire. Sicuramente, in futuro, vedremo Mariani alle prese con composizioni di diverso respiro dove potrà confrontarsi con temi economici che richiedano un diverso livello di elaborazione e un diverso uso dei piani espressivi come ad esempio un poema in più libri dedicato alla fenomenologia dell'agente razionale o alle applicazioni della cointegrazione.

Chicago Booth School of Businnes

November 11, 2014

lunedì 10 novembre 2014

E comunque...

In no particular order, con l'occasione, grazie a Christian per l'impagabile lavoro di ricerca (che va avanti), grazie a Federico (man in black) per il supporto logistico e redazionale, grazie a Ornella e Simone (e Antonello) per i contatti coi media, grazie a Roberta per l'assistenza amministrativa, e grazie di esistere a Vanna, Caterina, Cristina...

Le Alberto's Angels, insomma...

Seguiranno ringraziamenti ad personam, non necessariamente pubblici! Ma questi erano i più urgenti...

domenica 9 novembre 2014

Back home

Abbiamo imparato che sono gli uomini a fare la differenza, quindi noi possiamo farla. Ricordate? Ricordate il percorso? La prossima tappa è l'uscita del libro, diventerà ancora più difficile dire "io non sapevo", "io eseguivo gli ordini". E siccome sarà diventato più difficile, saranno sempre in meno a farlo, perché le cose difficili sono per noi, non per loro.

Non dubitate, dopo aver esercitato l'arte della pazienza, verrà anche il momento di esercitare quella della memoria. Sarà stato un lungo percorso. Io dimentico meno di voi, ma ho una percezione molto diversa, rispetto a voi, di chi ha intralciato il mio lavoro. Qualche mia scelta vi sembrerà discutibile, ma credo che siate sempre in più a capire che rifiutare il modello "bar di Guerre stellari" era qualcosa di più di una scelta giusta: era una scelta obbligata. Verrà anche il momento (dopo) di condividerne tutte le motivazioni con voi.

Sembreranno esilaranti, allora, tanto quanto sono state fonte di fastidio, di preoccupazione, di amarezza, per me prima. Ma non ho mai dubitato che la mia voce sarebbe stata ascoltata.

Si sa, il vero generale è quello che suda sangue. Un problema per la domestica, mi rendo conto.

Vi farete una risata, e io mi toglierò (di torno) qualche soddisfazione. Ora, per qualche giorno, devo pensare alla salute e al libro. Alla salute degli altri ci penserò dopo.

Voi meditate.


(naturalmente sempre nella consapevolezza dei nostri limiti, ma soprattutto di quelli altrui...)