lunedì 30 dicembre 2013

Frenkel goes to Latvia

Mi chiameranno fra un'oretta per chiedermi chennepenZo dell'entrata nell'euro della Lettonia. Poi leggerete l'intervista sul Sussidiario.net, credo.

E cosa devo pensarne?

Io non penso. Leggo i dati.

La storia della Lettonia è abbastanza nota nei suoi lineamenti essenziali. I motivi che possono spingere un popolo già conculcato dall'impero sovietico ad affrancarsene a qualunque costo sono anche intuibili. Se poi sia una buona idea passare da un padrone all'altro, questo lo dirà la SStoria: noi non possiamo fare altro che augurar loro buona fortuna, e lo facciamo sinceramente. D'altra parte, com'è noto, la Lettonia passa per essere un esempio fortunato di "svalutazione interna". Ho citato più volte lo studio di Mark Weisbrot e Rebecca Ray (2011) che chiarisce come questa opinione sia lievemente imprecisa, ma vale la pena di fare un ripassino aspettando la telefonata del cordiale giornalista.

Intanto, ricordiamoci che con la crisi del 2008 la Lettonia prese una legnata di proporzioni bibliche. Il suo tasso di crescita passò da uno strepitoso 9.6% nel 2007, a un preoccupante -3.2% nel 2008, a un catastrofico -17.7% nel 2009, come potete vedere qui:


Questi dati, come i successivi, vengono dall'ultima edizione del WEO e i valori successivi al 2012 sono previsioni (come sempre rosee) del fondo.

La storia la sapete. Quando un paese periferico cresce in modo così folgorante, cosa significa? Significa che, come nel romanzo di centro e di periferia, il paese è drogato dai capitali esteri. Ce lo dicono i nostri amici saldi settoriali, quelli che abbiamo spiegato qui e qui e qui e da tante altre parti:


Come da copione, prima del boato i conti pubblici erano relativamente a posto (la differenza fra entrate pubbliche e uscite pubbliche, T-G, in blu nel grafico, era praticamente nulla, cioè il bilancio era in pareggio), ma il settore privato stava spendendo molto più di quanto guadagnasse e quindi aveva un risparmio netto (dedotti gli investimenti) fortemente negativo (la linea S-I, in verde nel grafico, era in caduta libera). Come faceva il settore privato a spendere più di quanto guadagnasse? Ma è semplice! Con i soldi degli altri! Gli afflussi di capitali esteri (in rosso nel grafico) andavano crescendo, fino a superare addirittura il 20% del Pil.

Tenete presente che il noto studio di Manasse e Roubini (2005) indica una soglia di attenzione per l'indebitamento estero (cioè per gli afflussi di capitali esteri) intorno al 4.6% del Pil (questo è il valore medio dell'indebitamento estero nell'anno che precede una crisi debitoria nel campione da loro analizzato), e che oggi (a buoi scappati) la Procedura per gli squilibri macroeconomici della Commissione Europea prevede una soglia di attenzione del 4% (in media mobile sugli ultimi tre anni). Sono cose che sapete. Gli squilibri della Lettonia erano evidentissimi: quattro o cinque volte oltre la soglia di attenzione, e questo spiega perché il suo tonfo è stato così fragoroso.

Notate bene!

La Lettonia era inserita dal 2004 nel meccanismo di cambio ERM II, la versione "attenuata" dello Sme alla quale devono aderire i paesi che intendano entrare nell'euro. Attenuata nel senso che le bande di oscillazione attorno alla parità dichiarata rispetto all'euro sono quelle piuttosto lasche che lo SME adottò dopo la crisi del 1992: più o meno 15% rispetto alla parità centrale dichiarata rispetto all'euro, che per il lat lettone è di 0.70 lat per un euro (più o meno). Ma la scelta fu di non utilizzare nemmeno questa discrezionalità e di restare aderenti alla parità dichiarata, come vedete qui:


Nessuna svalutazione esterna, quindi, quella che per i fessi è nemica del lavoratore. E allora? E allora svalutazione interna. I lavoratori stettero bene? Ovviamente no, altrimenti i fessi non sarebbero tali! Come si fa per riequilibrare la competitività se il cambio non può aggiustarsi, cioè se impediamo al mercato valutario di far scendere il prezzo di una moneta nel momento in cui questa è meno domandata? Semplice: si fanno scendere i prezzi interni, e per questo c'è solo un metodo: la disoccupazione.


Eccola qui, la svalutazione interna, in tutto il suo splendore! Fra il 2007 e il 2010 la disoccupazione sale dal 6.8% al 18.6%, mentre l'inflazione scende dal 10% al -1.2%. Ah, ma naturalmente la curva di Phillips non esiste, certo, come sostenevano gli anatroccoli (ve li ricordate? Che fine hanno fatto?) È successo per caso, come è un caso che Monti abbia candidamente ammesso che per rendere l'Italia competitiva lui abbia distrutto la domanda interna (creando ovviamente disoccupazione).

Ah, ma poi, certo, le cose andranno a posto. Nelle rosee previsioni dell'IMF la disoccupazione sarà sopra al 10% fino al 2015! Vedremo...

Ma come stanno oggi i lettoni, a tre anni dalla svalutazione interna? Be', si può andare a vedere il loro reddito pro capite, ad esempio. Cosa sia successo al nostro, ultimamente, lo abbiamo visto qui. E a loro com'è andata? Così:


Nel 2013, se le previsioni rosee del fondo si realizzeranno, saranno tornati al livello di reddito pro capite del 2007, e quindi avranno perso solo sei anni. Molti meno di noi.

Ma attenzione, c'è un trucco! E qual è? Ma è semplice! Il reddito pro capite sta aumentando, e la disoccupazione diminuendo, in modo relativamente rapido, per un motivo molto semplice! Questo:


Ovvero: il reddito totale (in miliardi, scala di sinistra) è aumentato, ma la popolazione (in milioni, scala di destra) è diminuita. Esempio (a spanna): fra il 2009 e il 2011 il reddito è aumentato del 4%, la popolazione diminuita del 4%, quindi il reddito pro capite è aumentato dell'8%.

Disoccupazione a due cifre più esodo: i simpatici costi collaterali della svalutazione interna.

Che poi quando succedono cose come queste uno magari non ci pensa. Voi direte: ma che c'entra? Quelli erano lituani. Eh, sì, ma anche la Lituania sta nell'ERM II. Il disegnino, però, ve lo faccio un altro giorno, o magari ve lo fate da voi. Il punto però qual è? Che chi adotta la svalutazione esterna ridiventa esportatore netto di beni, e chi adotta la svalutazione interna rischia di diventare esportatore netto di seccature.

Provare per credere...

Ah, naturalmente se (il settore privato di) un paese si indebita (con l'estero) al ritmo di un quinto del suo Pil all'anno, poi succede questo:


La posizione netta sull'estero della Lettonia (cioè la differenza fra i crediti dei lettoni verso l'estero, e i debiti dei lettoni con l'estero), già fortemente negativa, a partire dall'ingresso nell'ERM II (cioè da quando i creditori potevano stare tranquilli, perché il cambio era fisso) è peggiorata di 30 punti di Pil (dicesi trenta) fino al 2009, e i sacrifici che avete visto sopra sono riusciti (nel solito modo, diminuendo le importazioni) a riportarla in due anni, nel 2011, al livello già catastrofico di cinque anni prima.

Ma quanto potrà far comodo a un paese così indebitato adottare una valuta così forte?

Be', non saprei dirvelo. Ma certamente molto meno che ai suoi creditori. O almeno, così la pensano loro, perché poi quando il banco salta, non ce n'è più per nessuno. E questo, vi assicuro, la Merkel non lo capisce, ma Weidmann sì.

Buon divertimento e buona fortuna!


sabato 28 dicembre 2013

Lezioni dalla crisi: perché il Parlamento dovrebbe sfiduciare la Commissione

(il testo del mio intervento al convegno "Morire per l'euro?", organizzato dal gruppo EFD presso il Parlamento Europeo il 3 dicembre 2013. Qui il video originale).

(English version here)



Grazie Magdi per l'invito a questo incontro così importante. Vi parlerò in inglese, e in questo c’è un’amara ironia. Perché? Perché l'inglese è la lingua del paese dov'è nata la scienza economica, almeno così come la conosciamo oggi, e che forse per questo motivo non è entrato nell'euro e sta seriamente considerando l'uscita dall'Unione Europea.

È abbastanza paradossale che per poter essere capito dalla fetta più vasta possibile di cittadini europei io debba utilizzare proprio la lingua di questo paese. È una lezione importante per quanti credono che gli Stati Uniti d'Europa siano una possibilità vera, concreta. In effetti la lezione è duplice.

Primo: qui c'è una maggioranza di italiani e la soluzione più democratica sarebbe che io parlassi in  italiano. Ma vi do una lezione di politica europea: io appartengo ad un'élite, ne vado fiero, quindi decido per voi e parlo in inglese. E questa è la prima lezione.

Seconda lezione: non sono contro l'Europa. Posso viaggiare in Europa, parlando nelle rispettive lingue con buona parte delle popolazioni che incontro. La prima volta che sono andato in Portogallo mio figlio ha detto a mia moglie: “Questo è il primo paese dove il babbo non parla la lingua locale!”, ed è vero, perché purtroppo non parlo il portoghese e non lo capisco. Ma con l'inglese si può praticamente girare il mondo, e anche l'Europa.

Fatta questa premessa, andiamo avanti con il contenuto.

Nel mio intervento cercherò di mettere i problemi che stiamo vivendo nella giusta prospettiva. La prima cosa che vi mostrerò è che gli squilibri finanziari, e quindi le crisi debitorie, derivano spesso da squilibri di distribuzione del reddito. Questo non va sottovalutato perché ci dà indicazioni positive rispetto a quello che dovremmo fare una volta fuori dall'euro. Secondo punto: il matrimonio tra moneta unica e riforme economiche è burrascoso. Ci è stato detto che la moneta unica ci avrebbe costretto a riforme che erano assolutamente necessarie, ma ora sappiamo che la letteratura economica presenta molte argomentazioni per confutare queste argomentazioni e sostenere la tesi contraria: i tassi di cambio fissi, o peggio la moneta unica, in realtà sono strumenti utili per procrastinare le riforme economiche. Poi andrò avanti presentando le due principali lezioni derivanti dalla crisi: la prima è che dovremmo cominciare da una riforma del mercato del lavoro a livello europeo, la seconda è che dovremo togliere di mezzo l'euro.

Queste sono due condizioni necessarie, per i motivi che presto vi spiegherò e che in parte sono stati spiegati anche da Antonio e da Claudio.

Un’altra premessa: la crisi della zona euro ha origine nella finanza privata. Gli squilibri finanziari nel settore privato sono stati promossi da problemi di competitività e da mercati finanziari non regolamentati. È un’impostura presentare la crisi della zona euro come crisi di debito pubblico. Questo non ve lo dice Claudio Borghi Aquilini, ma Vítor Constâncio...

E chi è questo Vítor Constâncio? Il vice presidente della Banca Centrale Europea. Sentiamo dunque la parola di questo signore con la “S” maiuscola:

“Gli squilibri han trovato origine principalmente dalle spese nel settore privato”, punto secondo:  “finanziate dal settore bancario dei paesi creditori e debitori”, punto terzo: “il mercato finanziario europeo non ha funzionato in conformità con la teoria economica” (aggiungo: secondo la sua teoria, perché altri economisti invece avevano previsto quello che poi sarebbe successo e sta succedendo), punto quarto: “l’esposizione creditoria verso i paesi sotto stress è più che quintuplicata” (e questo ve l'ha mostrato Claudio, facendo vedere che l’Italia è stata il paese meno coinvolto in questa esplosione massiccia del debito estero), e infine: “ciò ha portato alla perdita di competitività”.

Sintesi: le economie periferiche sono state drogate dal debito estero proveniente dai paesi “core”. 


Non c'è bisogno di applaudirmi perché è banale... è banale, tutto quello che dirò oggi sono banalità, qualsiasi economista lo sa, credetemi, credete a me, non a Mario Draghi! 

Andiamo a vedere la spesa pubblica primaria nella zona euro. L'Italia spesso è accusata da persone provenienti da altri paesi, per lo più esportatori di zanzare,  che l'accusano di essere uno dei paesi col settore pubblico più spendaccione, uno dei paesi meno accorti. Ciò è semplicemente falso.



Andate a vedere i dati: l'Italia ha un rapporto spesa pubblica/Pil che è vicino, e al disotto, della media della zona euro, se considerate la spesa pubblica primaria. Se aggiungete la spesa per interessi la situazione peggiora, ma non di tanto. Notate un altro dettaglio: la Francia, la Finlandia, l'Austria, il Belgio, l'Olanda, la Germania, insomma, i cosiddetti "virtuosi" spendono molto più, in rapporto al loro Pil, dell’Italia e dei cosiddetti PIGS: Portogallo, Grecia, Spagna e Irlanda. Suppongo che questi dati non vi fossero noti: molti non li conoscono, ma questi dati sono importanti perché mostrano una semplice cosa: un’intera classe politica, un intero sistema dei media vi sta mentendo. E siamo in democrazia, non è vero?

Andiamo avanti. Il mantra! Viviamo nell’economia dei mantra: dobbiamo diventare più competitivi, quindi dobbiamo comprimere i costi del lavoro (perché i costi delle materie prime sono in buona parte esogeni, per cui possiamo agire nel breve solo su quelli del lavoro), dobbiamo diventare più produttivi...

Andiamo a vedere l'esperienza storica di un’economia avanzata che spesso ci viene portata ad esempio. Perché? Perché qualcuno pensa che i nostri problemi possano essere risolti diventando gli Stati Uniti d'Europa. Andiamo allora a vedere cosa è successo negli Stati Uniti d'America.


(Fonte: Wolff, R., 2010. "In capitalist crisis, rediscovering Marx", Socialism and Democracy, 24:3, 104-146; vedi anche questo post per dati di altra fonte). 


Questo è un grafico interessante a mio modo di vedere: in blu vedete la produttività del lavoro, in rosso i salari reali. Sono indici che vanno dal 1890 al 2007, all'inizio dell’ultima crisi in sostanza. Cosa vedete? Vedete che ci sono stati periodi in cui la produttività è cresciuta più rapidamente dei salari reali, soprattutto alla fine del campione. Se crediamo al mantra, questi avrebbero dovuto essere periodi di prosperità, perché un paese dove cresce la produttività e i salari reali ristagnano diventa più competitivo. Ma guardiamo questa tabella, dove ho riportato i tassi di crescita medi delle variabili. Certo, siamo in una istituzione politica e qui le cifre forse non sono benvenute, ma vale la pena di dare un’occhiata a questi dati.



Ho sottolineato in rosso i due periodi in cui la produttività del lavoro è cresciuta più rapidamente rispetto ai salari reali; il primo periodo dal 1919 al 1932, quello nel quale è maturata e esplosa la crisi di Wall Street, il secondo periodo dal 1971 al 2011, nel quale è maturata ed esplosa la crisi della Lehman Brothers. Vedete anche che i salari reali sono cresciuti più della produttività durante il New Deal negli Stati Uniti, e allo stesso tasso di crescita della produttività dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui gli Stati Uniti d'America hanno liquidato gli enormi debiti di guerra accumulati per liberare l'Europa da quello che sapete voi.

La domanda è: perché le cose vanno così male quando ci comportiamo “bene”? Perché ci sono crisi alla fine dei periodi in cui siamo così competitivi? E la risposta è semplice: perché il capitalismo funziona se c'è abbastanza domanda aggregata. Non si produce per produrre: si produce per vendere. Se si reprimono i salari la domanda deve essere finanziata attraverso l'indebitamento, e ci sono diversi tipi di indebitamento che possono essere utilizzati per questo scopo. Se siete keynesiani, proteste utilizzare il debito pubblico. È successo negli anni ’80 negli Stati Uniti d'America: sembra paradossale, ma è successo sotto il governo repubblicano di Reagan, e nello stesso periodo è successo anche in Italia col socialista Craxi. Se siete invece siete liberisti, economisti conservatori, diciamo, forse potreste apprezzare il debito privato: “lasciamo liberi i capitali, lasciamo funzionare il mercato”. Se infine siete tedeschi, preferirete utilizzare il debito degli altri, praticando una politica mercantilista: prestare (incautamente) agli altri per fare in modo che gli altri comprino i vostri prodotti, naturalmente comprimendo i salari a casa vostra. Questo è quello che ha fatto la Germania. Nel breve periodo è un metodo molto furbo, non lo contesto, ma purtroppo porta ad un sistema instabile, perché favorisce un eccesso di indebitamento estero, e ora stiamo pagando il prezzo di questa instabilità.



Nel periodo della globalizzazione abbiamo visto repressione salariale ovunque nel mondo. Qui  abbiamo i dati per gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e l'Italia. La caduta principale della quota salari è stata pari -8% in Germania, in Italia -5%, comunque c'è stata una riduzione un po' dappertutto. La compressione dei salari nel breve periodo è una politica che frega il vicino: si cerca di fare dumping salariale, di pagare il lavoro a vile prezzo, per essere più competitivi e vendere di più all'estero, crescere sulla domanda altrui (finanziata dal debito) anziché sulla propria (finanziata dal reddito). Alla fine però diventa sempre una politica che frega se stessi, perché la compressione dei salari distrugge il mercato interno e in un'Unione Economica distruggere il mercato interno significa andare contro la logica dell'economia. Perché? Perché come ha detto Alberto Alesina, che insegna all'Università di Harvard (non alla Gabriele D'Annunzio), come ha detto Alesina molto chiaramente nel 1997, quando era contrario all'euro, il beneficio principale di una unione economica è quello di godere di un vasto mercato interno che può agire da ammortizzatore rispetto a choc esterni (qui, nel suo commento a Obstfeld). Insomma, se c'è una recessione da qualche parte nel mondo noi vendiamo di meno all’estero, certo, se c'è una domanda sufficiente a casa, nel mercato interno, se il mercato interno è molto grande, non fa niente: si continua a crescere. Ora, questo non è successo nella zona euro, ma perché? Perché l’Eurozona è stata gestita come un gioco a somma zero, dove quello che vinceva la Germania veniva perso dai paesi del Sud, come ha spiegato così bene Claudio.

Il gioco a somma zero sta diventando un gioco a somma negativa. L’euro è un morto che cammina. 

  


Lo vediamo bene in questo grafico pubblicato dal Washington Post. Dopo lo shock Lehman, gli Stati Uniti, la zona euro e il Giappone sono caduti assieme, poi hanno ripreso a crescere. Ma nel 2011 c'è stato Fukushima in Giappone, Mario Monti in Italia e la troika nella zona euro. Lo tsunami è durato un giorno e poi il Giappone ha ricominciato a crescere. La troika c'è ancora, è ancora al potere nell’Europa periferica, e quel che fa davvero paura è che questo morto che cammina sta camminando nella direzione sbagliata: dovrebbe salire, invece sta scendendo. Ricordatevelo, questo grafico!

Quello che è veramente triste, dal punto di vista di un economista accademico, è che tutto questo era stato previsto dalla teoria economica. Sappiamo molto bene che i politici hanno scelto di prendere una decisione che andava contro la logica economica, perché ostacolando o alterando il funzionamento del mercato la moneta unica avrebbe avuto effetti perversi sia sul settore pubblico che su quello privato, sia dei paesi deboli che di quelli forti. Non  dimenticatevelo mai: tutti questi effetti sono ed erano noti, e sono meno evidenti per i paesi forti, ma ci sono anche per loro, ed è per questo motivo, per gli effetti avversi, perversi, sui paesi forti che ritengo che l'euro presto finirà.

Quali sono gli effetti perversi sui paesi deboli? Le cose non stanno come ci era stato detto. Una moneta forte, dicevano, avrebbe avuto come effetto la “disciplina” del settore pubblico. La letteratura economica ci dice che le cose stanno al contrario, in realtà. Se adottiamo un tasso di cambio fisso e il governo pratica una politica fiscale o monetaria troppo espansiva, non ci sono effetti sul mercato valutario. Se invece il cambio è flessibile, una volta che il paese si impegna in una politica monetaria e fiscale troppo espansiva va in deficit estero, s’indebita col resto del mondo, e il tasso di cambio svaluta. In questo caso il deprezzamento del tasso di cambio dà al mercato un segnale immediato del fatto che le cose non stanno andando per il verso giusto.

Perché mai la gente ha continuato a prestare soldi alla Grecia al ritmo del 10% del Pil greco e oltre per anni? Perché la Grecia era credibile. E perché era credibile? Perché aveva l'euro, aveva un cambio fisso, e quindi non c'erano segnali provenienti dal mercato che potessero avvertire gli agenti economici che le cose stavano andando storte. Questo è il problema: AaronTornell e Andrés Velasco l'hanno spiegato sul Journal of Monetary Economics, non sulla Pravda o su qualche rivistella italiana di provincia, no: sulla più importante rivista scientifica nel campo dell’economia monetaria, pubblicata da Elsevier, la casa editrice scientifica più prestigiosa.

Poi c’è un altro problema, sempre riferito alla creazione di incentivi “perversi”, che Martin Feldstein sottolineò sul Journal of Policy Modeling: se si prende una valuta unica si avrà un unico tasso di interesse, e questo sarà troppo basso per i paesi deboli (sia per il loro settore pubblico che per quello privato). Ora la Germania ci accusa, ci dice che abbiamo avuto condizioni di credito troppo facili, troppo buone, ed è vero! È verissimo! Ma è proprio questo l’argomento che dimostra quanto sia illogico l’euro, perché diversi paesi devono avere tassi di interesse diversi per gestire bene le loro economie. Ribadisco: tra l'altro anche il settore privato nei paesi deboli ha un incentivo indebitarsi troppo, e questo fondamentalmente è quello che ha detto Vítor Constâncio, come ricordavo all'inizio della mia presentazione. Peraltro questa argomentazione era stata esposta molto chiaramente da Roberto Frenkel e Martin Rapetti in un'altra rivista scientifica di primissimo ordine, il Cambridge Journal of Economics, circa 4 anni fa. Sottolineo la rilevanza scientifica delle riviste per evidenziare come questi studi non potessero passare inosservati ai professionisti dell'economia (a meno che non intendessero ignorarli per motivi di tattica politica).

Attenzione: ci sono effetti perversi anche sui paesi forti, ed è importante sottolinearlo. Se si abolisce il rischio di cambio, se si eliminano i segnali legati ai tassi di cambio, le istituzioni finanziarie e private dei paesi forti presteranno troppo all'estero. Le banche tedesche hanno prestato troppo all'estero. Non ti puoi indebitare troppo se non c'è nessuno che presta troppo. Avete mai cercato di avere i soldi della vostra banca? E allora sapete come vanno le cose. La moneta unica poi ha un altro incentivo perverso, per i paesi forti, oltre a quello di spingerli a prestare troppo. Come ha spiegato Claudio, la moneta unica è troppo debole per i paesi forti, come la Germania, e consente dunque ad essi di fare grandi profitti rispetto esportando verso i paesi deboli. Il rovescio della medaglia è che questa facilità di far profitti col cambio drogato disincentiva gli investimenti produttivi. Il settore privato non finanziario dei paesi forti investe troppo poco a casa propria. Hans-Werner Sinn, un importante economista tedesco, ha presentato questa argomentazione, non un economista americano “invidioso”, o un “pigro” economista italiano, no, è un professionista bravo, che ammiro (non sempre), ed è soprattutto un economista tedesco.



Andiamo a vedere i dati: la Germania è il paese col più basso rapporto tra investimento e PIL in Europa nel periodo 1999-2007. Insomma: dimenticatevi la favoletta dalla Germania che è competitiva perché investe tanto. Scordatevelo,va bene?

Andiamo avanti.

Cosa ha fatto la Germania?



Ha fatto una politica assolutamente standard di dumping salariale, esattamente quella che, ironia della sorte, rimproveriamo alla Cina, dove però i salari crescono e la povertà cala. I paesi del Nord ci danno la colpa della crisi perché non avremmo fatto le riforme strutturali. Cosa sono le riforme strutturali? Sono pagare un po' meno i lavoratori. La Germania ha cominciato a farlo nel 2002. In nero vedete la quota salari in Germania dal 2002 al 2007, e il suo crollo dopo le cosiddette riforme Hartz, un tipo che pare avesse abitudini abbastanza simili a quelle di Berlusconi (ma questo è un altro discorso, non voglio entrare nei pettegolezzi). La discesa dei salari è impressionante, e ha reso possibile un aumento di competitività proprio perché il tasso di cambio coi principali partner era fisso (ne riparlerò dopo).

Ma questa politica dei redditi slealmente competitiva ha costi sociali nascosti.


Osservate l’andamento della disuguaglianza del reddito in Germania: vedete quanto è aumentata rapidamente dopo l'approvazione delle cosiddette riforme strutturali? La Germania è il paese della zona euro dove le diseguaglianze sono cresciute di più in questo periodo: la povertà cresce, cresce il divario fra Est e Ovest, e quello tra lavoratori strutturati e lavoratori precari o con contratti atipici.

Due condizioni sono necessarie per superare la crisi.

Primo, armonizzare i mercati del lavoro dei paesi membri, riportando i salari reali in linea con la produttività del lavoro ovunque nella zona euro, perché se un paese fa il giochetto sporco della Germania comprimendo le dinamiche dei salari reali al di sotto della dinamica della produttività alla fine saltiamo tutti. Dobbiamo regolamentare nuovamente i mercati finanziari europei, e naturalmente dobbiamo smantellare l'euro, e dobbiamo farlo ora, sia per motivi di breve termine che per motivi di lungo termine. Analizziamo questi punti. 

 (Fonte: Reinhart, C., Sbrancia, B., 2011, "The liquidation of government debt", BIS Working Papers, N. 363).

Andate a vedere la linea rossa, che descrive un secolo di debito pubblico nei paesi avanzati. Abbiamo due picchi evidenti, e una evidente fase di discesa ordinata. Partiamo da qui: questa fase (nel box rosso) è quella in cui come vi ho detto prima i paesi avanzati hanno liquidato l'enorme debito accumulato a causa del secondo conflitto mondiale. È un periodo che va diciamo dal 1946 fino al 1971. Guardate la situazione attuale: c’è stato un aumento improvviso del debito pubblico, dovuto al bisogno di salvare la finanza privata, che ha imposto ai governi uno sforzo enorme, che si è tradotto in un massiccio e improvviso accumulo di debito pubblico. Per quanto riguarda il debito pubblico, la situazione attuale è molto simile a quella vissuta alla fine della Seconda guerra mondiale. Veniamo da trent'anni di guerra del capitale contro il lavoro. Cos’è successo a quel tempo, cosa è stato fatto dai governi dopo la Seconda guerra mondiale?

Due cose. La prima l'abbiamo già vista in precedenza: questo è il periodo in cui i salari reali sono cresciuti in linea con la produttività, quindi c'è stata una equa distribuzione del reddito. La seconda è che abbiamo regolamentato i mercati finanziari. Consideriamo questo punto. La liquidazione dell'enorme debito dopo la Seconda guerra mondiale è stato resa possibile da due cose: intanto, da quello che gli economisti chiamano "repressione finanziaria" (io la chiamerei piuttosto "regolamentazione finanziaria"). Carmen Reinhart e  Belen Sbrancia hanno analizzato questo processo storico nel loro paper del 2011. La seconda cosa che ha facilitato il rientro del debito è stata l'equa distribuzione del reddito: il capitalismo funzionava come afferma (o pretende) di funzionare, cioè pagando i fattori della produzione in funzione della produttività. Ciò ha favorito la crescita e ha evitato l’accumularsi di ulteriori debiti per assorbire la produzione, rendendo possibile il rientro dai debiti pregressi, perché qualsiasi problema di debito è sempre un problema di crescita del reddito.

Cosa vuol dire repressione finanziaria? Dovremmo reintrodurre per esempio qualche forma di regolamento, di norma Glass–Steagall, cioè separare le banche commerciali dalle banche d'investimento, perché il modello tedesco di banca universale non ha funzionato. Dovremmo riconsiderare la posizione delle banche centrali. L'indipendenza della banca centrale è stata additata come una minaccia alla democrazia da economisti come Josef Stiglitz o Axel Lejonhufvud (che è meno noto al grande pubblico, ma è comunque un economista keynesiano molto importante).

Cosa vuol dire adeguata distribuzione dei redditi? Ci sono diverse proposte: ne prendo una di un economista tedesco, per mostrarvi che i tedeschi non sono i miei nemici, sono amici, perché viviamo nello stesso mondo e viviamo in questo mondo per un periodo molto breve: la vita è breve e non val la pena di viverla male quando abbiamo i mezzi tecnici per vivere molto meglio. Un'equa distribuzione del reddito vuol dire che il salario nominale contrattuale dovrebbe aumentare al tasso della crescita della produttività aumentato dall'obiettivo d'inflazione (se decidiamo di conservare un obiettivo d’inflazione comune fra paesi europei).

Questo significa equa distribuzione del reddito: che chi produce sia remunerato in proporzione al proprio contributo.

L'euro è un morto che cammina. Avete notato la dichiarazione di Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, quando ha detto che il prossimo stress test del settore bancario sarà eseguito considerando diversi coefficienti di rischio per i titoli sovrani? Capite cosa vuol dire? Vuol dire che il "whatever it takes", il "faremo qualsiasi cosa" di Draghi, era un bluff, perché se avesse ragione Draghi i titoli pubblici avrebbero rischio zero. Questo significa che in Germania qualcuno è stufo di questa situazione e vuole smantellare l'euro. Le dichiarazioni di Hans-Werner Sinn, sul fatto che Berlusconi sia stato messo da parte perché stava preparando l'uscita dall'euro dell'Italia dice molto: Sinn ha sempre detto che i paesi del Sud dovrebbero uscire dall’euro (e lui è un economista tedesco), e se è lui che fa questa affermazione, si tratta di un segnale politico molto importante. Le opinioni dei nostri Letta, Renzi, Napolitano, e dei loro bardi, sono irrilevanti.

I motivi di breve periodo per smantellare l'euro sono ovvi: la flessibilità del cambio consentirebbe un riequilibrio simmetrico degli enormi squilibri accumulati durante il periodo dell'euro. Ci sono però anche motivi di lungo periodo. Per integrare le rispettive economie i paesi europei non possono rinunciare a due caratteristiche dei tassi flessibili. La prima è la funzione di segnalazione (signaling): il tasso flessibile dà un segnale rapido e chiaro al mercato se c'è qualcosa che sta andando storto in un paese. La seconda è la funzione di adempimento degli accordi: questa funzione è stata evidenziata nel 1957 da James Meade, venti anni prima di vincere il Nobel (nel 1977). Si tratta, ve lo sottolineo, di un economista illustre, che poi è stato dimenticato, ingiustamente, perché molto attuale, e nel mio libro concludo la mia proposta di politica economica utilizzando appunto un articolo che lui scrisse nell'anno in cui sono stati firmati i Trattati di Roma (1957).

Meade dice che se un governo europeo vuole utilizzare politiche monetarie o di bilancio in modo non cooperativo, a esclusivo fine di stabilizzazione interna, se per esempio, usando le sue parole “nella presente situazione di surplus delle partite correnti le autorità tedesche dovessero usare la politica monetaria per contenere l’inflazione... bisognerà fare maggior ricorso all’arma della variazione del cambio”. La flessibilità del tasso di cambio è un'arma difensiva contro il comportamento non  cooperativo di altri stati membri di un’Unione Economica e Monetaria, ed è l’arma più efficace, perché di fronte a politiche di dumping sociale così forti come quelle praticate dalla Germania il tasso nominale tedesco si sarebbe apprezzato. Sarebbe andata così: “Cari tedeschi, va bene, siete bravi, avete fatto le riforme senza aspettarci, che bello! Così facendo oggi violereste l'art. 5 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, ma che gli fa, siamo amici, va bene così. Ora i vostri prodotti costano di meno, fantastico! Ci piacciono molto, benissimo! Siete un paese in surplus, che bello, vi facciamo anche un applauso...” Ma se dieci anni or sono per comprare i prodotti tedeschi avessimo dovuto comprare la valuta tedesca, questa, essendo molto richiesta, si sarebbe apprezzata, e così alla Germania non sarebbe servito a molto schiacciare i salari dei propri lavoratori!

Noi viviamo in un sistema sovietico dove abbiamo pianificato il prezzo più importante per un paese, il prezzo della sua valuta.

Un’ultima osservazione.

Cosa dovreste fare, in qualità di deputati europei? Visto che difendendo l'euro a tutti i costi la Commissione sta distruggendo, con politiche di austerità rese necessarie dall'euro, le prospettive di sopravvivenza dell'unione europea, perché questo è quello che sta succedendo, allora voi deputati dovreste utilizzare il vostro potere di sfiduciare la Commissione Europea e costringerla a dimettersi. Perché la Commissione sta distruggendo l'Europa, e questo non è quello che ci si aspetta da lei. Forse non avete i numeri per farlo ora, ma dopo le prossime elezioni le cose potrebbero cambiare, come avevo previsto ormai due anni fa, e se non segnalate il vostro dissenso verso questa situazione assumete un rischio politico e probabilmente dovrete anche pagare un costo politico.

State attenti, e buona fortuna!





(avviso ai sognatori: potete anche far finta di non capire le parole in rosso. Fatti vostri. Quando vi inseguiranno coi forconi io, pur deprecando un simile comportamento inumano ed inelegante, non piangerò, perché mi avete veramente rotto i coglioni. Econ102 l'abbiamo fatta tutti, e voi spesso in università più prestigiose della Sapienza, dove l'ho fatta io. Quindi potete prendere in giro chi vi pare, ma non me, e fra un po' nemmeno tanti altri. Dite la verità, cazzo, ditela! Avete poco tempo, lo capite o no? Jens è vivo e lotta insieme a noi...)

Il gioco dell'OCA

(scusate... Siccome tanti ora stanno scoprendo l'acqua calda, e siccome qualcuno continua a fare il furbetto, pubblico col mio permesso un pezzo del mio libro che spiega perché con l'euro le cose non possono funzionare. Diciamo che è una spiegazione non tecnica dei saldi settoriali, quelli che abbiamo spiegato in modo appena più tecnico qui e qui. Da qui in avanti chi non avrà capito non avrà scuse: o sarà un dilettante, un diversamente economista, o sarà un furbetto, uno con rendite di posizione politiche da difendere. Noi andremo avanti sulla strada della contabilità, e il nostro economista preferito su quella della verità. Quoniam ipsi saturabimur)

(English version here)

Da "Il tramonto dell'euro", p. 220.

Il gioco dell'OCA




Dietro all’ossessione per il pareggio del bilancio, però, potrebbe esserci un motivo più profondo, forse nemmeno consapevole, ma comunque saldamente iscritto nella logica della contabilità macroeconomica. Cerco di spiegarvelo meglio che posso.


Abbiamo visto che l’economia non è solo “offerta”, come pensano i luogocomunisti. Il barista più bravo non è quello che fa cento caffè all’ora, ma quello che li vende, e per venderli non basta metterli sul bancone. In un Paese la domanda di beni può essere espressa dalle famiglie, dalle imprese, dal governo, o dal resto del mondo: gli economisti parlano di consumi (delle famiglie), di investimenti fissi (delle imprese), di spesa pubblica (del governo) e di esportazioni (verso il resto del mondo).


Ora, queste voci di domanda non sono tutte uguali. “Certo!” interviene petulante il luogocomunista. “La spesa pubblica è improduttiva!” A cuccia, amico, latrerai dopo con calma, ora fammi finire. La differenza che m’interessa farvi capire è un’altra. I consumi e gli investimenti fissi, in qualche modo, dipendono dal reddito nazionale: famiglie e imprese possono spendere in funzione di quanto hanno guadagnato, o si aspettano di guadagnare. Gli investimenti, certo, dipendono da tante cose, fra le quali il costo del denaro, ma nelle spiegazioni più classiche è comunque determinante il ruolo della domanda, cioè del reddito.[1] La spesa pubblica e le esportazioni, invece, non dipendono dal reddito nazionale: sono voci “autonome” (dal reddito nazionale). Le esportazioni dipendono dal reddito dei nostri partner commerciali (non dal nostro), e la spesa pubblica non dipende dal reddito nazionale, se si ammette la possibilità per lo Stato di finanziarla in deficit.


Perché vi faccio questo discorso? Semplice: in condizioni di crisi crollano i redditi e il sistema si trova in eccesso di offerta (tanti lavoratori che vorrebbero lavorare, cioè offrire i loro servizi di lavoro, stanno a spasso). Per rimettere le cose a posto ci vuole quindi più domanda, che necessariamente deve essere autonoma, perché se i redditi sono caduti, non si può contare su consumi e investimenti fissi (che dai redditi dipendono) per rimettere in piedi la situazione: è un cane che si morde la coda. La ripresa può venire quindi o dall’intervento pubblico, cioè dalla spesa in deficit, o dalle esportazioni. Naturalmente, se un insieme di Paesi adotta regole fiscali pro-cicliche, cioè che lo costringono a ridurre la spesa pubblica quando le cose vanno male, l’unica forma di domanda autonoma alla quale si può far ricorso è quella estera, le esportazioni.


L’imposizione di regole fiscali rigide costringe quindi i membri dell’Unione a sostenere la crescita nazionale con la domanda estera. Ma la logica dell’Unione impone che in caso di crisi, per giocare a questo gioco, si debba ricorrere alla svalutazione “interna”, quella delle retribuzioni, visto che la svalutazione “esterna”, quella della valuta, ovviamente non è possibile. Una logica descritta magistralmente da un lettore del mio blog: “È come se io rinunciassi a mangiare a casa mia per avere più patate da vendere al mercato”. Sembra assurdo, vero? Ed è chiaro, ce lo siamo già detto, che non può funzionare, perché se tutti esportano, chi importa?

Ma il fatto è che imponendo la “sterilizzazione” del saldo pubblico, la Germania ha costretto tutti gli altri Paesi membri a giocare al gioco del mercantilismo, sapendo che i più deboli lo avrebbero perso, per due precisi motivi: primo, perché “rinunciare a mangiare a casa propria” (leggi: moderare i salari) comporta meno sacrifici per un Paese che, come la Germania, parta da posizioni di relativo vantaggio;[2] secondo, perché chi ha imposto le regole, le ha poi cambiate a suo uso e consumo, arrogandosi questo diritto in base a una pretesa superiorità morale, quella, se ricordate, dell’adultero sull’adultera.





[1]. A chi lo avesse studiato, ricordo il modello dell’acceleratore di Samuelson. A chi legittimamente trovasse queste parole un po’ misteriose, mi limito a far osservare che normalmente nessuno costruisce uno stabilimento se non si aspetta che qualcuno compri quello che verrà prodotto. Il reddito, quindi, in quanto indicatore della domanda futura e delle attuali capacità di spesa, influenza in modo positivo le decisioni di investimento.

[2]. Nel 1999 il reddito pro-capite di Portogallo e Grecia, calcolato a parità di poteri d’acquisto (cioè tenendo conto delle differenze nel costo della vita), era circa il 70 per cento di quello tedesco, e quello spagnolo era circa l’85 per cento. Possiamo supporre che sacrifici in termini di moderazione salariale siano più facili da proporre politicamente a una popolazione relativamente più benestante, piuttosto che a una più povera, soprattutto quando a quest’ultima l’ingresso nell’unione monetaria è stato proposto fra l’altro come mezzo per riscattarsi da un recente passato di povertà (all’inizio degli anni Ottanta Grecia e Portogallo erano ancora classificati come Paesi in via di sviluppo dalla Banca mondiale).

 




(per gli ultimi arrivati: OCA è una Optimum Currency Area, un'area valutaria ottimale. Se imponi una moneta unica a una zone che non è un'area valutaria ottimale, poi succede che ti ritrovi al punto di partenza, come nel gioco dell'oca. È esattamente quello che è successo a noi).