domenica 16 settembre 2012

In viaggio con Goofy parte VI: non si può piacere a tutti.

Ri-rieccolo. E domani mi tocca anche andare a Pescara a esaminare 43 studenti provenienti da 86 anni accademici diversi con 172 programmi differenti che vanno dagli 0.0001 ai 10000 crediti (step 0.0001).

Berlinguer, quello della riforma è ancora vivo? Così, giusto per sapere se posso ancora aspettarmi qualche buona notizia da queste giornate inutilmente complesse. Sapete consigliarmi una buona edizione del Te Deum di Charpentier?




Comunque, a valle di questo bel discorZetto, vi offro un anticipo del libro. A qualche piddino è piaciuto, a qualche altro piddino no, sempre con ottime ragioni. Ve lo mando come lo hanno visto loro, perché mi interessa capire se si capisce quello che voglio dire. Se non si capisce, evidentemente, è colpa mia. Diciamo che è legato a quello che voglio esprimere nel filmato, ma secondo me non riesco ancora a esprimerlo bene. Una mano me la potrete pure dare, no? Mica è possibile che io sto qui a farmi il culo, e voi solo a divertirvi?



1.            Non si può piacere a tutti...

Non si può piacere a tutti. Dispiacere a tutti invece è piuttosto facile. Arrivati a questo punto del libro i lettori si divideranno più o meno esattamente in due: quelli che trovano gli argomenti esposti troppo complicati, e quelli che li trovano troppo semplici, anzi, semplicistici. Dovendo fare una scelta, preferirei venire incontro ai primi, preferirei cioè essere il più semplice possibile. In fondo cosa ho detto finora? Ho detto solo che si preferisce comprare la merce dove costa meno (e ognuno di voi lo fa) e che se un bene è molto richiesto il suo prezzo cresce (e ognuno di voi lo sa). Ho anche aggiunto che i tentativi di interferire con queste semplici leggi procurano più problemi di quanti non ne risolvano (e ognuno di voi lo vede). Ma capisco che traslare questi concetti dal banco del pesce (quello dell’incubo, ricordate?) al mercato dei cambi, un certo sforzo di astrazione lo richiede. Cercherò di fare più esempi: tutta la teoria economica che ci serve è racchiusa in questi due semplici principi, sono sicuro che alla fine ci verremo incontro.

Anche i secondi, però, quelli che eventualmente trovassero i miei argomenti semplicistici, meritano la mia affettuosa attenzione. Affrontare un percorso di divulgazione significa, fatalmente, esporsi alle critiche di una categoria di persone particolarmente numerosa in Italia: gli espertoni. Sapete bene che il nostro è un paese di 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio. Le ristrettezze della crisi hanno costretto questi “mister” a sobbarcarsi un secondo lavoro: quello di economisti, e i risultati si vedono, per fortuna solo nelle discussioni da bar (anche se non escludo che messi a palazzo Chigi molti di loro saprebbero fare molto meglio dell’attuale inquilino).

Vorrei rassicurare gli espertoni: so che il mondo non consta solo del paese G e del paese S, so bene, in generale, che, a complicare il quadro che ho esposto, intervengono molto altri fattori. Ad esempio, l’espertone tipico, a questo punto, osserverà “Bagnai non capisce nulla, non sa che la maggior parte delle transazioni sui mercati finanziari avviene per moventi speculativi, cioè sono soldi che si muovono per comprare soldi, non merci, e che questa piramide di carta è pari a dieci (o venti, o cento, non ricordo...) volte il valore del prodotto mondiale, ecc.”. Segue litania sullo shadow banking, a base di termini tecnico-liturgici (“shortare”, “andare a leva”, “CDS”, ecc.).

Sapete, espertoni, avete proprio ragione voi: io son sceso ieri dalla montagna del sapone, come dicono a Roma, dove nella mia intrinseca naïveté effettivamente ignoravo totalmente l’esistenza della speculazione finanziaria. Eh già: il solito docente raccomandato che non sa nulla della materia che insegna... Poi, però, per fortuna, ho letto dei buoni libri di economia internazionale, e soprattutto ho incontrato voi, e quindi, come dire, ormai penso di saperne qualcosa anch’io. Vi rassicuro subito: credo anch’io fermamente che il problema posto dalla deregolamentazione dei mercati finanziari, con annessa speculazione, esista, e vada affrontato. In Italia questo dibattito è ancora molto indietro, ma per fortuna sta progredendo rapidamente altrove, e in un mondo interconnesso alla fine anche noi saremo costretti a fare i conti con la realtà. Ne parleremo più avanti, nella terza parte del libro.

Vorrei però darvi qualche spunto di riflessione non per convincervi (non aspiro a tanto), ma per farvi almeno intuire le ragioni che mi spingono a insistere, nella mia spiegazione, sui fondamentali, sull’economia reale, cioè, in definitiva, sui soldi che si muovono per comprare cose.

Intanto, credo che tutti sappiate come andò la prima crisi finanziaria (o forse era la seconda) nella storia dell’umanità. Cinquecentomila anni or sono, giorno più giorno meno, nella valle del Neander, il cacciatore Gurz disse a un suo collega: “Belle quelle punte di lancia! Me ne daresti un paio, che io in cambio ti do una pelliccia di marmotta?” Il collega acconsentì, ma Gurz, come si dice espressivamente a Roma, “fece er vento”, cioè si dileguò, tenendosi le punte di lancia e la pelliccia di marmotta, che forse nemmeno aveva.
Amici cari, in ogni attività umana i dilettanti, i principianti, sono affascinati dalle difficoltà tecniche (che sono tali per loro, perché loro sono principianti), e dai paroloni tecnici (che permettono loro di non sembrare principianti). Quindi, caro espertone, se dovessi raccontare questa storia a te, direi che Gurz ha shortato una marmotta (anzi: un marmot) e ha fatto default. Ma agli altri, a quelli che vogliono semplicemente capire, e non far credere di aver capito, mi limiterò a far notare questo: la finanza è una promessa, e da che mondo è mondo si son fatte tante promesse. Il creditore, come dice il termine, è quello che alle promesse ci ha creduto. Purtroppo, per tanti motivi, di queste promesse ne è stata mantenuta solo una frazione. Le crisi finanziarie sono semplicemente promesse non mantenute. Per andare in bancarotta non è necessario biascicare un inglese maccheronico, non è necessario che ci siano i computer, non è necessario che ci sia deregolamentazione finanziaria, anzi, come la preistoria dimostra, non è nemmeno necessario che ci sia moneta.

Fuor di metafora: a chi vede nel recente sviluppo convulso della speculazione finanziaria la causa principale, se non unica, della crisi che stiamo vivendo, tocca il compito, non semplice, di spiegare come mai negli ultimi due millenni, dall’impero romano in giù (per limitarci, più seriamente, alla storia), si siano regolarmente verificate crisi, quando non c’erano i computer, le monete erano pezzi di metallo, lo shadow banking non si sapeva cosa fosse, perché a malapena si sapeva cosa fosse il banking, ecc. Ci si ammazzava anche al Circo Massimo correndo con le bighe: non è necessario pensare che Ben Hur corresse in Ferrari, capite? La sovrastruttura tecnica può certo amplificare le dinamiche di un fenomeno, aumentarne la rischiosità, le ricadute sistemiche, e chi lo nega? Ma rimane una sovrastruttura. Le crisi “globali” ci son sempre state, e ogni volta che si presentavano sembravano una cosa nuova, moderna, ma erano in fondo sempre la stessa cosa, come ci ricordano Reinhart e Rogoff (2008). Una promessa non mantenuta, aggiungo io. Quindi il loro detonatore va cercato altrove, nei fondamentali, nell’economia reale, dove si produce, dove si pongono cioè le basi per mantenere o non mantenere le promesse.

Controesempio. Non so voi, ma io, in tante discussioni, non sono mai riuscito a trovare un espertone che mi citasse un paese che, pur avendo i fondamentali a posto, sia stato aggredito dalla speculazione. Che vuol dire “fondamentali a posto”? Sostanzialmente vuol dire: conti esteri in equilibrio o in surplus. Come vedremo meglio più avanti, negli ultimi 30 (o forse 3000) anni, i paesi aggrediti dalla speculazione avevano praticamente sempre un saldo delle partite correnti negativo, cioè si stavano indebitando con l’estero. Attenzione: vale sempre il principio che i debiti non sono necessariamente cattivi, e quindi questa non è una condizione sufficiente. Non basta indebitarsi con l’estero per essere attaccati, ma è un fatto che tutte le crisi finanziarie che conosciamo sono state precedute da un forte indebitamento con l’estero: l’indebitamento estero sembra proprio essere una condizione necessaria.

La storia secondo cui tutta la colpa è della speculazione cattiva quindi è un po’ ingenua, non trovate? Le manca profondità storica, e lo si vede anche da un altro fatto: a sentire certa gente pare che la struttura dei mercati sia un dato puramente tecnico, svincolato da logiche storiche e politiche. Ma non è così. L’adozione di tecniche che favoriscono un certo tipo di transazione speculativa, e, più in generale, di un sistema finanziario internazionale che favorisce l’indebitamento eccessivo di certi paesi, a costo di portarli alla catastrofe, non piove dal cielo: è il risultato di processi storici in cui si confrontano forze ben individuabili, ed è agli interessi di queste, e non a una supposta “sregolatezza” tecnica, che occorre risalire per capire realmente cosa sta succedendo.

Ed è qui che di solito gli espertoni scadono. Perché normalmente chi sposa l’idea che la colpa sia della speculazione cattiva, tende a dare del divenire storico una visione lievemente complottista: tutto un florilegio di Bilderberg, Trilateral, oscuri e riservatissimi consessi nei quali tre malvagi si siedono attorno a un tavolo per pianificare l’altrui rovina, e via favoleggiando. E qui, apriti cielo: “Bagnai, sei un venduto, sei un coniglio, non vuoi dire la verità...” e via dicendo.

Che pazienza che ci vuole! Suvvia: io non sto dicendo che le lobby non esistano, e non affermo che non condizionino l’attività economica. Non sto nemmeno dicendo che non vedo e che non mi preoccupi la contiguità di molti attuali governi europei con certi ambienti della finanza internazionale, incluso il nostro, tanto per essere chiari. Sarebbe strano se non lo riconoscessi, dato che insegno Politica economica, una materia nella quale le lobby si studiano. Sto dicendo una cosa un po’ diversa, che spero di riuscire a esprimere bene.

L’idea che la crisi sia il risultato dell’azione lucida, unitaria e coerente di un unico organismo malvagio (eventualmente ramificato in filiali), oltre a essere poco credibile, è anche intrinsecamente reazionaria, perché in definitiva ci fornisce una visione consolatoria della realtà, che dice poco sulle reali motivazioni che conducono i mercati a fallire (ovviamente a beneficio di pochi e danno di molti: occorre dirlo?). Insomma: a sentire gli espertoni pare che Cappuccetto Rosso vagolasse felice nel bosco della globalizzazione, nel quale tutto andava per il meglio, gli uccellini cinguettavano, i ruscelli mormoravano, gli scoiattoli sgranocchiavano le loro nocciole. Poi purtroppo è arrivato il Lupo Cattivo (chiamatelo Bilderberg, deregulation, speculazione cattiva, banchiere malvagio, insomma, fate voi), e il quadretto si è turbato. Ma non temete: basterà rimuovere la causa, chiamando il Cacciatore (e Barak Obama all’inizio della crisi ha provato ad interpretare questo personaggio). Eliminando il Lupo Cattivo, tutto tornerà come prima: il capitalismo è buono, e i mercati, se non disturbati, funzionano. E tutti vivranno felici e contenti.

Ecco: mentre nei libri che ho studiato le lobby ci sono, l’idea che i mercati (e le unioni monetarie) funzionino sempre e comunque non c’è. L’idea che nel mondo che ci siamo costruiti sia possibile vivere tutti felici e contenti, insomma, sembra, quella sì, un po’ ingenua, a chi si sia letto un testo di Politica economica da secondo anno di università. Il sistema monetario e finanziario internazionale, nella sua struttura e senza presupporre alcuna particolare patologia o volontà malvagia, presenta dei ben noti elementi di asimmetria e di  mancanza di coordinamento, che fatalmente conducono a periodiche crisi. Quindi, personalmente, nel raccontare la storia della crisi, piuttosto che insistere sui mille e uno aneddoti complottisti, sulle collusioni criminali fra certi ambienti, su tutte queste cose che un giornalista può raccontare molto meglio di me, e sulle quali, per dire qualcosa di definitivo e sensato, occorrerebbero metodi di indagine che sono quelli della magistratura, preferisco spiegare cosa c’è che non va nella fisiologia del sistema economico attuale. Questo non vuol dire sposare una visione ingenua nella quale l’adozione delle regole giuste (comunque definite) basterebbe a eliminare i comportamenti devianti. Vuol dire solo denunciare l’ingenuità di chi pensa che basti rimuovere i comportamenti devianti, in un mondo che comunque si è dato regole sbagliate.

E la prima di queste regole sbagliate, per quanto ci riguarda, è l’imposizione della moneta unica a una zona che non è un’Oca. Cos’è un’Oca (con la maiuscola)? Lo vediamo subito.





(secondo i miei affezionati detrattori, le oche sono le mie groupies decerebrate: silivia, Silvia, sandra, emanuela, ecc. Invidiosi! Loro riescono solo ad attirare una schiera di piccoli dr. Livore... Ma una dott.ssa Livore, mica dico tanto: una! Non si può proprio avere? Devo veramente convincermi dell'inferiorità anche psichica del sesso maschile? Eddai, su, fate almeno finta di essere piddine, fate un po' le masochiste del "ce lo meritiamo", del "dobbiamo essere punite perché siamo corrotte", del "legami le mani col vincolo esterno"... Se lo fa una signora, potrebbe anche essere considerata una cosa sottilmente erotica. C'è sempre quel discorso sulla rigidità del cambio (no, non quello della macchina). Se invece questi discorsi li fa un piccolo dr. Livore... penso solo che nessuno potrebbe pagarmi abbastanza per passare il tempo a sparare cazzate simili! Salutatemi George, se lo vedete, ditegli che lo saluta Romoletto...).

La lezzzioncina dell'ingegnere

salve professore, io (purtroppo) sono un ingegnere, e condivido con questa insopportabile categoria il bisogno irrefrenabile di confrontarsi con i numeri. Insomma per farla breve, cercando i dati sulle esportazioni in era Monti, ossia nell'ultimo anno, sono andato a guardare nella banca dati I.Stat.
Bene, mettendo su di un grafico i valori del saldo commerciale italiano (partner europa), risulta che a partire da luglio 2010 il saldo inizia a crescere, diventa positivo a fine 2011 (proprio al culmine della crisi italiana!) e continua a crescere fino a giugno 2012 (ultimo valore, di circa 1 miliardo di euro).
Ma se questi dati sono veri, non contraddicono il ragionamento secondo cui siamo in crisi proprio a causa del deficit commerciale? Cosa che mi sfugge?

Lorenzo


Vedi, eco, io non volevo, ma mi ci hai costretto tu. D'ora in avanti ve le passo tutte in diretta, dovessi anche perdere tutti i lettori ingegneri (che credo siano più degli economisti)!

Questo qui viene a farmi la lezzzzioncina sul confronto coi dati, a me, capisci, a me, che ho scritto il primo modello econometrico dell'Eurozona pubblicato su rivista impattata (che è piaciuto perfino a Emiliano Brancaccio - e prima, per fortuna, ai referees di Economic Modelling), e con un tono che io trovo insopportabilmente saccente trascura alcune cose.

Capiamoci. Il problema non è la domanda. Non è molto brillante, viola la netiquette (perché questo del blog non ha letto nulla, ma ritiene che l'avere dita sia condizione sufficiente per postare un commento), ma va bene, alle domande se posso rispondo. Il problema è: "Io mi confronto con i numeri". "Io".

Ma fammi il piacere. Un certo ingegnere, non a caso, aveva definito l'io il più lurido dei pronomi...

Ti faccio notare solo alcune cose, caro eco:

1) il tuo collega apparentemente ignora che siamo in crisi almeno dal 2008: quindi, cazzo c'entra che nel 2010 il saldo cresce? Da uno scienziato mi aspetterei, che so, un minimo di raffinatezza nel non giungere a conclusioni di tipo "post hoc, propter hoc". Ma questo addirittura dice "ante hoc, propter hoc"! Cioè, famose a capi': perché mai il saldo del 2010 dovrebbe spiegarmi la crisi del 2008?

2) Anzi, è proprio perché siamo in crisi che il saldo cresce: l'amico non sa che le importazioni dipendono dal reddito. Cioè aspettate, vi chiarisco il concetto, perché mi rendo conto che non è chiaro.Stiamo parlando di uno che non capisce che di norma e in media chi è più benestante spende di più, e che è più povero spende di meno (capite? Non è che ci voglia un dottorato per capirlo), e non capendo questo, gli prudono proprio le dita, deve proprio venire a farmi la lezioncina. Certo che il saldo commerciale è migliorato! Dalla crisi in poi la dinamica delle importazioni è crollata, perché sono crollati i redditi.

"Che bella cosa, pensa l'ingegnere. Io (io) mi sono confrontato coi dati, e io ho capito che Bagnai vuole fregarmi, ma a io, che sono ingegnere, non la si fa, perché io ha la religione del dato."

Ecco, caro se vuoi dire una preghierina accomodati, l'altare è al solito posto.

3) Ma non è tutto qui. Perché oltre a essere evidente che comunque quello che succede in due anni (soprattutto se sono i due anni successivi all'evento) non ci potrebbe in nessun caso spiegare una crisi debitoria (il debito è un problema di medio-lungo periodo), all'amico sfugge (e qui si va sul difficile) quello che però ho spiegato tanto limpidamente su lavoce.info: il saldo commerciale è solo un pezzo dell'indebitamento estero, l'altro pezzo importante sono i redditi netti dall'estero, e dopo un anno di spread a 400 vedrai che il saldo delle partite correnti non sarà tanto migliorato, per quanto il saldo commerciale ovviamente lo sia. L'anno scorso il saldo delle partite correnti era a -3.2 punti di Pil, per quest'anno era previsto a -2.2, ma voglio proprio vedere come andrà a finire. Il nostro problema, ora, è che ci stiamo indebitando con l'estero per pagare gli interessi sul debito estero. Il saldo commerciale non apocalittico dimostra solo che ha torto chi dice che se ci sganciassimo sarebbe la fine. Ma non dimostra che non siamo in crisi per via del debito estero.


Ingegnere, parliamone, su, qual è il problema? Ti piace Monti? Tiettelo! Ti piace l'euro? Non potrai tenertelo a lungo. Ma non venirmi a dire che io non guardo i dati, perché questo non me lo devi dire, e se vai a leggere indietro vedrai che sono stato molto gentile con te, rispetto a come lo sono stato con gli altri che hanno insinuato la stessa cosa. Io, a differenza di te, ho saputo resistere a un bisogno irrefrenabile.



Ecco: quelli che scrivono a me sono quasi tutti così. Il mio campione è questo, non voglio offendervi, ma se io osservo questo, cosa devo pensare? A me dispiace, sarà colpa mia, avrò io qualcosa che non va, sarò io ad attirare i saccenti presuntuosi scollati dalla realtà. Una descrizione con la quale potrei identificarmi, del resto, ma solo al 66.6%, perché io, scollato dalla realtà, non credo di esserlo.

Ma forse anche questa è presunzione.

Ai posteri l'ardua sentenza.


(Invito i tanti amici ing a fare due cose:

1) Statece. Questa lettera non me la sono scritta da solo e non è la sola.

2) Evitate risposte del tipo "ma anche gli economisti". Questo blog è un'immensa ode alle cazzate dette dai miei colleghi di destra, di centro e di sinistra. Quindi a me non potete certo venire a dire che difendo in modo corporativo la mia professione. Se poi voi volete farlo con la vostra, fatelo. Ma è una battaglia contro i vostri colleghi, e, come questo post dimostra, avete già perso.

Non c'è nulla di male ad avere un piccolo complesso di superiorità, soprattutto quando ce lo si può permettere. Umane debolezze. Ma non ditemi che non sono più frequenti statisticamente in certe professioni, perché non lo crederò mai.

Con affetto.)

sabato 15 settembre 2012

Tecnica e politica



Caro professor Bagnai,
anch'io ho l' impressione che lei tenda, forse inconsapevolmente, ad eludere alcuni nodi politici la cui soluzione sarebbe secondo me prioritaria rispetto ad ogni soluzione tecnica. Alla questione se la creazione di moneta produca inflazione non c'è una risposta univoca ( e negativa ) come lei sembra suggerire. Credo sia ovvio, anche per un non economista, che se si impiegasse la moneta creata per foraggiare ulteriormente il sistema clientelare siciliano, abolire l'imu sulle seconde case e abbassare le tasse ai milionari, oppure ancora per fornire alla mia modesta persona un vitalizio di 100.000 euro mensili, questa nuova moneta circolante creerebbe inflazione e basta. Viceversa se si impiegasse la nuova moneta per finanziare un serio programma di lavori pubblici o di formazione l'effetto sarebbe probabilmente un aumento del pil e non dell' inflazione. Dunque, a mio modesto avviso, la questione dell’indipendenza della banca Centrale non è tecnica ( come lei sembra suggerire) ma eminentemente politica e precisamente è un una questione di fiducia : "si può avere fiducia che la classe politica cui verrà affidato l'enorme potere di creare moneta userà questo potere per il bene del paese e delle classi meno abbienti ?"
Per quanto riguarda me ( e,credo, milioni di altri cittadini )la risposta è "no !", assolutamente "no!". Se permette aggiungerei che personalmente preferirei eleggere George Soros dittatore italiano a vita piuttosto che affidare a tipi come Berlusconi o a quello della carriola la fase di transizione e il successivo potere di creare moneta. Insomma, professor Bagnai, dando per scontata la correttezza e brillantezza tecnica della sua analisi vorrei che lei si fermasse a riflettere sul fatto che ci sta sostanzialmente chiedendo di fidarci di Bersani, di Berlusconi e di Monti (ovvero, ma è lo stesso, dei loro epigoni).
Se mi permette io vedo una grave contraddizione di ordine logico nella sua posizione. E’ come se lei dicesse : “vedete come vi stanno turlupinando in tutti i modi, rovinando il paese e riducendo alla fame i meno abbienti ? Dunque usciamo dall’ Euro e affidiamo loro, oltre alla delicatissima fase di transizione, anche il potere di creare moneta”. Gulp ! Ad occhio e croce direi che non regge. Può darsi invece che lei voglia favorire un ricambio radicale della classe dirigente. In questo caso le faccio i migliori auguri e mi unisco ai suoi auspici ma non posso nondimeno non notare che processi del genere sono necessariamente molto lunghi e sempre aleatori, mi sembra anzi che è da almeno 150 anni che un processo del genere va avanti in Italia senza nessun esito...
Lei è proprio sicuro che non c’è alternativa tra stare nell’Euro a queste condizioni o uscire dall’ euro alle condizioni dettate da loro ? Io qualche idea ce l’ avrei. Perché, mentre attendiamo il risveglio della coscienza democratica etc, etc e il rinnovamento etc, etc, nel frattempo non smettiamo semplicemente di salvare banche private e magari introduciamo per le banche l’ obbligo di riserva totale? Non crede che basterebbe questo per far passare alle banche del centro la voglia di inondare di capitali la periferia? Perché poi non affianchiamo all’euro una nuova lira in regime, almeno temporaneo, di doppia circolazione? Il tesoro potrebbe per esempio essere autorizzato a stampare 50 miliardi di nuove lire e usarle per finanziare un grande piano di opere pubbliche, formazione e assistenza sociale. Non le sembrano questi obiettivi piu’ realistici e, allo stesso tempo, piu’ sicuri ed efficaci rispetto alla prospettiva di uscire dall’ euro affidando a lor signori sia la fase di transizione che quella successiva gestione nell’ emissione di moneta ?
Gaspare di Girolamo


Una lettera molto divertente, da prendere molto sul serio. Caro Di Girolamo, intanto le chiedo una cosa: per caso lei è un ingegnere? Si tratta si una mia curiosità privata, quindi non è necessario che lei mi risponda in pubblico. Un saluto affettuoso a tutti gli ingegneri (per inciso).

Le permetto di trovare qualsiasi contraddizione lei ritenga opportuno trovare nelle mie posizioni, va da sé. Mi permetta però di farle osservare che lei queste posizioni ancora le deve approfondire un po’.

Partiamo dai principi.

Io sono del parere che gli italiani abbiano il diritto di governarsi da soli. Lo hanno fatto male finora? Va bene, sarà così, e mi si dice che ne stiano pagando le conseguenze.

Tuttavia, caso strano, il disastro dell’economia italiana è cominciato da quando si è deciso di applicare la logica fascista che consiste nel dire che siccome governare gli italiani è impossibile e inutile, allora ci vuole il manganello del vincolo esterno. Lì sono cominciati i problemi, come sa chi ha memoria storica, chi segue il blog e chi conosce i dati. Quindi nel suo ragionamento c’è qualcosa che non va. Lei è evidentemente un seguace dell’idea che occorra il manganello dell’euro per tenere gli italiani in riga, e io le ho dimostrato nel blog, e poi le dimostrerò nel libro, che le cose sono andate a rotoli da quando in Italia abbiamo applicato questa filosofia (abbiamo cominciato prima, ben prima del 1999).

Evidentemente io non auspico il mantenimento del potere da parte dell’attuale classe dirigente: questo credo che non lo auspichi nessuno.

Dico però che gli italiani hanno il diritto di governarsi da soli.

Lei invece mi sembra non capire che restare nell’euro significa necessariamente essere governati da altri, e da altri non eletti. Non è un mero dato tecnico, tutt’altro.

Le sue idee su cosa determini l'inflazione sono un po’ rudimentali, ma è scusato perché so bene che tutti gliela raccontano così.

Pensi che io addirittura vorrei stampare moneta per distribuire droga nelle scuole, finanziare l’arrivo di immigrati clandestini, istituire la prostituta di condominio (sì, pagata dallo Stato: ovvio, lo Stato è il nemico, il corruttore... perché non fargli fare anche questo), e, naturalmente, visto che all'orrore non c'è fine, si tenga forte: pagare stipendi ai forestali calabresi...

Abominio! Anatema!

Ecco, mentre il velo del t€mpio si squarcia dal basso verso l'alto, mi permetta di farle notare che a me in effetti non è mai venuto in mente nulla del genere, nonostante non abbia nulla né contro gli immigrati, né contro i forestali. Se lei vuole un vitalizio, ci possiamo mettere d’accordo. Non credo creerà molta inflazione. I processi che legano la creazione di moneta all’inflazione non sono semplici come a lei è stato insegnato e come lei crede di sapere. Ha mai visto il tasso di crescita della moneta nell’Eurozona? Lo ha mai confrontato col tasso di inflazione dell’Eurozona?

Inutile fare il giochetto del mettere in bocca alla gente cose che non si sogna di dire.

Non voglio foraggiare il clientelismo, come non voglio commettere incesto, non voglio bestemmiare in chiesa, non voglio abbandonare il cane (che non ho) in autostrada, non voglio gettarmi dalla finestra (che ho), e non voglio tante altre cose, le tante cose che è ovvio non volere: cosa aggiunge un argomento come il suo? Chi le dice che io sto propugnando lo spreco? Peraltro, non è ovvio che le cose che lei indica necessariamente creerebbero inflazione, soprattutto oggi. Le faccio un esempio: non voglio abbassare le tasse ai milionari, ma se lo facessi (o più esattamente, se loro se lo facessero, come in fondo mi pare stiano facendo), oggi, loro si limiterebbero a portare più soldi all’estero, la domanda interna non crescerebbe, e quindi non ci sarebbe inflazione (e nemmeno ripresa).

Magari bisogna ragionare su come e quanto far muovere i capitali, no?

D’altra parte, lei da cosa ha capito che io non vorrei che venisse finanziato un programma di lavori pubblici ecc. Ah, no, capisco: lei dice che i politici, nonostante le buone intenzioni degli economisti un po’ farlocchi come me, necessariamente faranno la cosa sbagliata, in quanto essi politici sono l’incarnazione di Satana. Un’ipotesi interessante, anche plausibile. Bene: se lo faranno, la colpa sarà degli elettori, che, ripeto, ne pagheranno le conseguenze.

Ma in questo momento tutti gli italiani stanno pagando per una scelta sulla quale non sono stati interpellati.

L’amico Torny dice: “Sì, ma se avessimo fatto il referendum sull’euro prima, tutti avrebbero votato a favore”. Può darsi, nel qual caso io adesso starei zitto. Ma intanto ci sarebbe stato un dibattito. Qui siamo invece in una situazione nella quale la gente non sa che i  migliori economisti mondiali da sempre si sono dichiarati scettici su un progetto simile, e chi lo ha propugnato si è dichiarato consapevole del fatto che avrebbe creato problemi! Capisce di cosa stiamo parlando, vero? Di democrazia.

Le chiarisco un concetto: lei formula delle ipotesi, e poi c’è un fatto, molto semplice: l’indipendenza della Banca centrale, cioè il fatto che il potere esecutivo non abbia il controllo dell'offerta di moneta, è incompatibile con la democrazia. Punto. Questo oggi lo vediamo tutti, e non lo dico io: lo dice, sulle colonne di voxeu.org (si prenda tempo di guardare chi c’è nel comitato scientifico), un economista prestigioso come Axel Leijonhufvud. E sono sostanzialmente d’accordo tutti, ormai, sul fatto che l’era dell’indipendenza della Banca centrale sia tramontata. Lo ammette l’Economist, lo ribadisce il Financial Times. Capisce? Non Lotta Comunista (con tutto il rispetto).

Quindi si rassegni, caro: nel futuro c’è la creazione di moneta da parte dei governi. Potrà piacerle o meno, ma il mondo sta andando in questa direzione.

Il problema è stato mettere in mano a un’autorità non eletta il potere di creare moneta al di fuori di qualsiasi controllo democratico, lasciandole perseguire un obiettivo insensato e pretestuoso (inflazione zero), e per di più con uno strumento che, come spiegano bene i riferimenti che le ho fornito, con la dinamica dei prezzi ha relativamente poco a che vedere: la massa monetaria. Questo è stato il problema. L'inflation targeting ha alimentato le bolle negli Stati Uniti, e l'idea idiota che moneta unica significhi inflazione unica ha messo, per altri versi, in ginocchio la periferia dell’Eurozona. La riserva “integrale” credo c’entri ben poco. A proposito, sa dirmi cosa sia? Perché io non lo so. Non sarà mica un "austriaco", o un "signoraggista"? Non avrà mica nostalgia del gold standard? In questo caso dovrebbe anche spiegarmi com’è che abbiamo dovuto farne a meno (e questo, io, lo so).

Del resto, lei che si vede così competente e coerente, dovrebbe spiegarmi come si faccia a stampare “nuove lire” restando nell’euro, e perché mai il fatto di far stampare “nuove lire” a Berlusconi, Bersani o Monti, in costanza di euro, dovrebbe rassicurarci di più rispetto al fatto di farglielo fare una volta usciti dall’euro.
Quello che lei trova più coerente è semplicemente impossibile e anche incoerente: che senso avrebbe una simile assunzione di sovranità... parziale? La sovranità o c'è o non c'è. Punto.

Lei poi non riflette su una cosa. Quando io dico che la transizione sarà necessariamente gestita dalle persone sbagliate, dico un’ovvietà: non esiste la possibilità di un ricambio della classe politica prima dell’evento, che molti suppongono prossimo. Tutti hanno il piano B nel cassetto, ma per ovvi motivi devono far finta di nulla. 

Bene.

Ma dopo, però, i conti bisognerà pur farli. Quando si uscirà, e si vedrà che lo si poteva fare (quindi chi diceva il contrario ha mentito), che l’economia riparte (quindi chi ci teneva dentro ci ha danneggiato), che i mercati ci danno fiducia, perché ce la daranno, perché gli conviene (quindi chi diceva il contrario faceva terrorismo), a quel punto sarà molto difficile anche per Bersani impedire ai suoi elettori di unire i puntini e di vedere l’immagine di un Giuda, capisce? Lo stesso vale ovviamente per qualsiasi altro politico abbia appoggiato il regime eurista.

Il giudizio politico si formerà dopo. E un ricambio, parziale, certo, imperfetto, certo, ci sarà dopo.

Mi scusi, sa, ma dopo la caduta del fascismo noi dove abbiamo trovato tutti gli antifascisti che ci servivano per mandare avanti l’Italia? Non credo che ce ne fossero, no? Fino al giorno prima avevano tutti il distintivo, giusto? E allora, secondo lei, saremmo dovuti restare con la camicia nera, solo perché prima della liberazione non si riusciva a vedere chi avrebbe gestito la futura democrazia? Ma che argomenti sono!?

Ovvio che no: usciremo, e certo, nei sottosegretariati, nelle direzioni generali, negli uffici tecnici, nelle segreterie comunali, nelle presidenze di banche, e via dicendo, anche nei ministeri, ci saranno, è inevitabile, tanti “euristi” (che sarebbero poi i moderni fascisti). E lasciamoli lì. Quando il regime sarà cambiato, non potranno che fare quello che il nuovo regime domanderà loro. E sa che c’è? Molti saranno anche contenti di farlo, e convinti di farlo per un’intima scelta. Credo sia andata proprio così, alla fine del ventennio. Questa volta il ventennio è durato trent’anni: dal 1981 (sì, dal 1981: se non si ricorda cos’è successo in quell’anno, le mando una copia del libro) ad oggi. Ma le dinamiche non saranno molto diverse.

Un affettuoso consiglio: se davvero ritiene che gli italiani non siano in grado di governarsi da soli, cominci a cercare lavoro in un altro paese. Perché gli italiani stanno capendo di avere il diritto e il bisogno di governarsi da soli, secondo i propri interessi, e non secondo quelli dei paesi che l’euro ha favorito, come ci confessano candidamente gli autori di questo bel disastro.

Se invece preferisce restare a darci una mano, meglio così.




(bboni, bboni, nun scarpitate, che come vedete alla fine vi ripesco tutti. E salutateme Antonio, si llo vedete. Diteje che er cavajerenero lo penza tanto...)

(P.s.: per par condicio, caso mai andassi al potere, prometto, oltre alla prostituta, anche il gigolò di condominio. E ve lo prometto immigrato, e pure clandestino! Unicuique suum. E tutto stampando moneta, s'intende...)

giovedì 13 settembre 2012

Appuntamenti

(scusate, so che stanno succedendo molte cose, ma siccome sono tutte previste, o prevedibili, o ininfluenti, io preferisco dedicarmi al libro. Segue una lista dei prossimi appuntamenti. Chi viene mi fa un piacere e chi non viene, come sempre, me ne fa due...).


Roma 18 settembre

Nell'edificio della ex-facoltà di Statistica della Sapienza, al quarto piano, aula 34, ore 9:30, (contento, Riccardo?) si terrà il seminario:



Speculation and regulation in commodity markets
The Keynesian approach in theory and practice


Qui trovate il programma. Ci saranno Fantacci, Zezza (per citare quelli dei quali si è parlato in questo blog) e tanti altri, ognuno con qualcosa di interessante da dire. Io avrò l'onore di animare la discussione del primo lavoro, quello di Fantacci e Amato sulle possibili linee di riforma del sistema monetario internazionale. Se avete letto Crisi finanziaria e governo dell'economia vi ricorderete di Bretton Woods e del dilemma di Triffin (se non l'avete letto, sarebbe ora). Ecco: siamo nei paraggi di quella roba lì, che sembra antica, ma è sempre attuale, attualissima (anche se certi economisti americani moderni, chissà perché,  nun ce vonno sta...).
Suppongo che i lavori si svolgeranno sarà in italiano (contento, Nicola?). Io però potrò assistere solo a una parte dei lavori, perché nel pomeriggio ho una prova a Perugia (non ditelo ai colleghi, mi raccomando, potrebbero pensare che io sia una persona poco seria, e infatti è vero).

Pescara 21 settembre

Vi ricordo nella mia facoltà la presentazione del libro di Giovanni Moro:



Foligno 22 settembre

E poi, se il Signore vorrà, il giorno dopo finalmente ci si occupa di qualcosa di vero. Non del delirio dei luogocomunisti, non del terrorismo dei loro giornalisti e dei loro "politici", ma delle sonate di Fontana. Le informazioni logistiche le trovate nel programma del festival Segni barocchi (21.15, chiesa di S. Maria Infraportas), e il programma lo trovate qui. Qui, invece, se venite, mi fa piacere sul serio.

E daglie, Xabax, scendi dalla montagna, che ti istruisci un po'...

E naturalmente, in tutto questo bordello, continuo a scrivere il libro.



(Poi, dalla settimana successiva, si torna a scuola. Quest'anno le lezioni sui saldi settoriali le registro e ve le metto in rete, così magari scopro di essere un genio... dell'aritmetica!)

mercoledì 12 settembre 2012

La caduta di Icaro

(dedicato rispettosamente all'hidalgo de la Sierra)

Visto che stiamo parlando di uscite, vorrei segnalarvi che il primo novembre uscirà un disco che Musica Perduta dedica affettuosamente e rispettosamente al nostro governo: "La caduta di Icaro". Sì, sapete, quel personaggio mitologico che si avvicinò troppo al Sole del liberismo e si bruciacchiò il loden...

Qui avete un trailer, così... evitate di buttare i soldi!




martedì 11 settembre 2012

La trappola dell'euro

(esce domani in libreria il libro di Marino e Fabrizio: La trappola dell'euro. Un testo che vi darà delle soddisfazioni e soprattutto degli argomenti nella battaglia contro il luogocomunismo. Regalatelo al vostro piddino preferito. Di seguito, la prefazione che sono stato onorato di scrivere per questo libro importante e tempestivo).



Un paio di anni fa la crisi dell’eurozona entrava nella sua fase acuta, dalla quale ad oggi non siamo ancora usciti. Il timore (usando un eufemismo) per le sue possibili conseguenze sociali e politiche mi spingeva ad affiancare alla mia attività di ricerca e insegnamento un’opera di divulgazione, sulla base della convinzione che l’unica remota possibilità di scongiurare esiti violenti e autoritari della crisi in corso passasse attraverso la diffusione di un’informazione fattualmente corretta. Risulta purtroppo difficile considerare tale quella diffusa dalla totalità dei mezzi di informazione italiani, nei quali elementi fattuali palesi vengono sistematicamente distorti, naturalmente in un’unica direzione, quella favorevole al progetto di unione monetaria.

Due anni dopo questo lavoro faticoso ma appassionante comincia a dare i suoi frutti, e fra questi il più importante è quello di avermi fatto capire che non ero solo. Tanti altri italiani dubitavano già del fatto che l’ingresso nell’euro fosse stata una scelta opportuna, e alcuni si erano già espressi in questo senso (fra questi Marino e Fabrizio), ma a molti mancavano le parole, i dati, gli argomenti teorici che confermassero a un livello più ampio e scientificamente più rigoroso e coerente la sinistra sensazione che l’evidenza aneddotica di tutti i giorni proponeva loro con spiacevole insistenza: quella di aver preso una colossale fregatura. Il dialogo con tutte queste persone è stato uno stimolo prezioso: mi ha permesso di misurare e valicare la distanza (non così ampia) che separava il cittadino comune dalla comprensione di fatti relativamente semplici e assolutamente ovvi per gli addetti ai lavori; mi ha fornito i mezzi per comunicare in modo sempre più efficace “la follia dell’euro” (dal titolo di un lavoro dell’amico Tony Thirlwall); mi ha dato l’energia necessaria per aiutare un numero crescente di persone a combattere nel proprio ambiente una dura battaglia quotidiana contro il “luogocomunismo”, quella funesta ideologia che a colpi di slogan (“l’euro ci ha salvato dalla crisi! l’euro ci ha dato stabilità!”), tanto facili da assimilare quanto scollati dalla realtà dei fatti, ha ucciso le menti di milioni di italiani, ostacolando un dialogo aperto e mettendo così a rischio la possibilità di una gestione democratica e consapevole della crisi.

Una tappa per me particolarmente significativa di questo percorso è stato l’incontro con Marino alla fine dello scorso anno (in un anno di lavoro convulso è sempre mancata l’occasione di conoscere anche Fabrizio). Marino possiede tre qualità preziose: una visione che a me pare estremamente lucida del quadro politico europeo, dalla quale consegue un giusto scetticismo verso “sogni” e “visioni europee” dei nostri illuminati governanti (quelli che ci hanno messo in questo disastro ignorando volutamente gli ammonimenti della professione economica); una lunga consuetudine col metodo scientifico, che gli consente di strutturare in modo rigoroso il ragionamento, e di stimolare il suo interlocutore ad articolare in modo compiuto i suoi argomenti (qualità della quale sono spesso stato vittima); infine,  e questa forse è la qualità più preziosa, Marino non è un economista, il che gli permette di mantenere quella freschezza e indipendenza di giudizio che spesso manca al “professionista” dell’economia, il cui pensiero spesso si coagula, involontariamente ma inesorabilmente, intorno a categorie stereotipate. I più feroci “luogocomunisti”, duole ammetterlo, si annidano proprio nella professione economica.

Una delle intuizioni a mio parere più profonde di Marino e Fabrizio è anche, se vogliamo, la più ovvia (tanto ovvia che, naturalmente, ben pochi la prendono in considerazione): la valutazione dei costi dell’uscita dall’euro deve risultare dal confronto fra scenari (è, come dicono gli economisti, un’analisi “controfattuale”), il che comporta che ai costi dell’uscita vadano sottratti i costi della permanenza. Calata nella cronaca di questi giorni, questa intuizione ci suggerisce che lo stillicidio dello spread altro non è che un pagamento anticipato per il costo che gli investitori dovrebbero sostenere se l’euro si sfaldasse. Di fatto, lo spread prezza il rischio di svalutazione sui titoli detenuti dagli investitori esteri. La conclusione che se ne trae è che noi stiamo già pagando il nostro biglietto di uscita dalla trappola... ma lo stiamo pagando per restare intrappolati! Forse, se si capisse appieno che stiamo già pagando i costi dell’uscita, diventerebbe più naturale pretendere che ci si appropri anche dei suoi benefici (svalutando effettivamente la nostra valuta e rilanciando così il commercio e l’economia, secondo i meccanismi che Marino e Fabrizio descrivono con precisione ed efficacia).

Condivido totalmente un’altra loro convinzione, quella che è utopistico attendere una svolta da una reazione politica articolata a livello transnazionale paneuropeo. Le classi lavoratrici dei singoli paesi europei stanno subendo una dopo l’altra i colpi di maglio dell’austerità, senza preoccuparsi minimamente di organizzare una reazione comune, senza averne gli strumenti, né le possibilità. La reazione alla macelleria sociale compiuta in Grecia è stata un timido “io speriamo che le la cavo”. Ma in assenza di una simile coscienza di classe europea, la logica della politica e quella dell’economia vogliono che alla segmentazione dei mercati del lavoro corrisponda una segmentazione delle valute nazionali, senza la quale qualsiasi shock esterno fatalmente si tradurrà in una richiesta di “svalutazione interna”, cioè di taglio dei salari. In termini politici, Marino e Fabrizio pongono nei termini più corretti e razionali il tema del recupero del concetto di sovranità nazionale come condizione imprescindibile per l’attuazione di politiche di contrasto allo strapotere del capitalismo finanziario. Una riflessione estremamente coraggiosa in un paese nel quale perfino (anzi, soprattutto!) la sinistra “di sinistra”, mentre bolla come “nazionalismo” qualsiasi riflessione critica sulla (illusoria) razionalità dell’euro, continua a favoleggiare di un (altrettanto illusorio) “sindacato europeo”, quando non esistono, perché nessuno ha voluto che esistessero, un sistema educativo, un mercato del lavoro, e un sistema previdenziale europeo. Il capitalismo del Nord, del resto, ha lucrato proprio sulle divergenze fra i paesi (secondo il meccanismo ben individuato da Roberto Frenkel, del quale Marino e Fabrizio danno conto nella parte quinta del testo), ed è difficile e soprattutto ingenuo aspettarsi la sua collaborazione a un progetto che riduca efficacemente queste divergenze.

Scorrendo il testo constato con un certo orgoglio quanto Marino e Fabrizio citino la mia opera di divulgazione, e sono loro grato per l’attenzione che hanno dato al mio lavoro. Devo dire che sono quasi in imbarazzo, perché in fondo continua a sembrarmi strano di esser tanto citato e tanto ringraziato per aver detto cose che a me (e ai migliori colleghi esteri) sembrano tanto ovvie, cose che, come non mi stanco di ripetere, sono in tutti i libri di testo. Ma, chissà, forse queste cose tanto ovvie non sono, certamente in Italia c’era bisogno di ribadirle, e probabilmente nel nostro paese occorre ancora un po’ di incoscienza per esporsi così. Mi sembra doveroso contraccambiare notando come gli articoli di maggior successo del mio blog siano quasi tutti nati da stimoli ricevuti da Marino e Fabrizio. Il loro intuito nell’individuare quali fossero le domande più pressanti per il cittadino comune è stato un elemento importante per il successo della mia opera di divulgazione. Auguro altrettanto e più successo a questa loro fatica, che certamente lo merita, e che certamente contribuirà a riequilibrare nel senso della verità dei fatti il dibattito su un tema così importante per le vite nostre e dei nostri figli.
 

(p.s.: con matematici così, chi ha bisogno di economisti? Certo non io. Vado ad accordare, e poi mi vedo Brave - in inglese - al cinema coi figli. Altro che far spallucce quando si parla di fascismo, salvo poi venire a patti coi peggiori di loro. Povera Italia, come sei ridotta male...)