Berlinguer, quello della riforma è ancora vivo? Così, giusto per sapere se posso ancora aspettarmi qualche buona notizia da queste giornate inutilmente complesse. Sapete consigliarmi una buona edizione del Te Deum di Charpentier?
Comunque, a valle di questo bel discorZetto, vi offro un anticipo del libro. A qualche piddino è piaciuto, a qualche altro piddino no, sempre con ottime ragioni. Ve lo mando come lo hanno visto loro, perché mi interessa capire se si capisce quello che voglio dire. Se non si capisce, evidentemente, è colpa mia. Diciamo che è legato a quello che voglio esprimere nel filmato, ma secondo me non riesco ancora a esprimerlo bene. Una mano me la potrete pure dare, no? Mica è possibile che io sto qui a farmi il culo, e voi solo a divertirvi?
1. Non si può piacere a tutti...
Non si può piacere a tutti. Dispiacere a tutti invece è
piuttosto facile. Arrivati a questo punto del libro i lettori si divideranno
più o meno esattamente in due: quelli che trovano gli argomenti esposti troppo
complicati, e quelli che li trovano troppo semplici, anzi, semplicistici.
Dovendo fare una scelta, preferirei venire incontro ai primi, preferirei cioè
essere il più semplice possibile. In fondo cosa ho detto finora? Ho detto solo
che si preferisce comprare la merce dove costa meno (e ognuno di voi lo fa) e
che se un bene è molto richiesto il suo prezzo cresce (e ognuno di voi lo sa). Ho
anche aggiunto che i tentativi di interferire con queste semplici leggi
procurano più problemi di quanti non ne risolvano (e ognuno di voi lo vede). Ma
capisco che traslare questi concetti dal banco del pesce (quello dell’incubo,
ricordate?) al mercato dei cambi, un certo sforzo di astrazione lo richiede.
Cercherò di fare più esempi: tutta la teoria economica che ci serve è racchiusa
in questi due semplici principi, sono sicuro che alla fine ci verremo incontro.
Anche i secondi, però, quelli che eventualmente trovassero i
miei argomenti semplicistici, meritano la mia affettuosa attenzione. Affrontare
un percorso di divulgazione significa, fatalmente, esporsi alle critiche di una
categoria di persone particolarmente numerosa in Italia: gli espertoni. Sapete
bene che il nostro è un paese di 60 milioni di commissari tecnici della
nazionale di calcio. Le ristrettezze della crisi hanno costretto questi
“mister” a sobbarcarsi un secondo lavoro: quello di economisti, e i risultati
si vedono, per fortuna solo nelle discussioni da bar (anche se non escludo che
messi a palazzo Chigi molti di loro saprebbero fare molto meglio dell’attuale
inquilino).
Vorrei rassicurare gli espertoni: so che il mondo non consta
solo del paese G e del paese S, so bene, in generale, che, a
complicare il quadro che ho esposto, intervengono molto altri fattori. Ad
esempio, l’espertone tipico, a questo punto, osserverà “Bagnai non capisce
nulla, non sa che la maggior parte delle transazioni sui mercati finanziari
avviene per moventi speculativi, cioè sono soldi che si muovono per comprare
soldi, non merci, e che questa piramide di carta è pari a dieci (o venti, o
cento, non ricordo...) volte il valore del prodotto mondiale, ecc.”. Segue
litania sullo shadow banking, a base
di termini tecnico-liturgici (“shortare”, “andare a leva”, “CDS”, ecc.).
Sapete, espertoni, avete proprio ragione voi: io son sceso
ieri dalla montagna del sapone, come dicono a Roma, dove nella mia intrinseca
naïveté effettivamente ignoravo totalmente l’esistenza della speculazione
finanziaria. Eh già: il solito docente raccomandato che non sa nulla della
materia che insegna... Poi, però, per fortuna, ho letto dei buoni libri di
economia internazionale, e soprattutto ho incontrato voi, e quindi, come dire, ormai
penso di saperne qualcosa anch’io. Vi rassicuro subito: credo anch’io
fermamente che il problema posto dalla deregolamentazione dei mercati
finanziari, con annessa speculazione, esista, e vada affrontato. In Italia
questo dibattito è ancora molto indietro, ma per fortuna sta progredendo
rapidamente altrove, e in un mondo interconnesso alla fine anche noi saremo
costretti a fare i conti con la realtà. Ne parleremo più avanti, nella terza
parte del libro.
Vorrei però darvi qualche spunto di riflessione non per
convincervi (non aspiro a tanto), ma per farvi almeno intuire le ragioni che mi
spingono a insistere, nella mia spiegazione, sui fondamentali, sull’economia
reale, cioè, in definitiva, sui soldi che si muovono per comprare cose.
Intanto, credo che tutti sappiate come andò la prima crisi
finanziaria (o forse era la seconda) nella storia dell’umanità. Cinquecentomila
anni or sono, giorno più giorno meno, nella valle del Neander, il cacciatore
Gurz disse a un suo collega: “Belle quelle punte di lancia! Me ne daresti un
paio, che io in cambio ti do una pelliccia di marmotta?” Il collega acconsentì,
ma Gurz, come si dice espressivamente a Roma, “fece er vento”, cioè si dileguò,
tenendosi le punte di lancia e la pelliccia di marmotta, che forse nemmeno
aveva.
Amici cari, in ogni attività umana i dilettanti, i
principianti, sono affascinati dalle difficoltà tecniche (che sono tali per
loro, perché loro sono principianti), e dai paroloni tecnici (che permettono loro
di non sembrare principianti). Quindi, caro espertone, se dovessi raccontare
questa storia a te, direi che Gurz ha shortato una marmotta (anzi: un marmot) e ha fatto default. Ma agli
altri, a quelli che vogliono semplicemente capire, e non far credere di aver
capito, mi limiterò a far notare questo: la finanza è una promessa, e da che
mondo è mondo si son fatte tante promesse. Il creditore, come dice il termine,
è quello che alle promesse ci ha creduto. Purtroppo, per tanti motivi, di
queste promesse ne è stata mantenuta solo una frazione. Le crisi finanziarie
sono semplicemente promesse non mantenute. Per andare in bancarotta non è
necessario biascicare un inglese maccheronico, non è necessario che ci siano i
computer, non è necessario che ci sia deregolamentazione finanziaria, anzi,
come la preistoria dimostra, non è nemmeno necessario che ci sia moneta.
Fuor di metafora: a chi vede nel recente sviluppo convulso della
speculazione finanziaria la causa principale, se non unica, della crisi che
stiamo vivendo, tocca il compito, non semplice, di spiegare come mai negli
ultimi due millenni, dall’impero romano in giù (per limitarci, più seriamente,
alla storia), si siano regolarmente verificate crisi, quando non c’erano i
computer, le monete erano pezzi di metallo, lo shadow banking non si sapeva cosa fosse, perché a malapena si
sapeva cosa fosse il banking, ecc. Ci
si ammazzava anche al Circo Massimo correndo con le bighe: non è necessario
pensare che Ben Hur corresse in Ferrari, capite? La sovrastruttura tecnica può certo
amplificare le dinamiche di un fenomeno, aumentarne la rischiosità, le ricadute
sistemiche, e chi lo nega? Ma rimane una sovrastruttura. Le crisi “globali” ci
son sempre state, e ogni volta che si presentavano sembravano una cosa nuova,
moderna, ma erano in fondo sempre la stessa cosa, come ci ricordano Reinhart e
Rogoff (2008). Una promessa non mantenuta, aggiungo io. Quindi il loro
detonatore va cercato altrove, nei fondamentali, nell’economia reale, dove si
produce, dove si pongono cioè le basi per mantenere o non mantenere le promesse.
Controesempio. Non so voi, ma io, in tante discussioni, non
sono mai riuscito a trovare un espertone che mi citasse un paese che, pur
avendo i fondamentali a posto, sia stato aggredito dalla speculazione. Che vuol
dire “fondamentali a posto”? Sostanzialmente vuol dire: conti esteri in
equilibrio o in surplus. Come vedremo meglio più avanti, negli ultimi 30 (o forse
3000) anni, i paesi aggrediti dalla speculazione avevano praticamente sempre un
saldo delle partite correnti negativo, cioè si stavano indebitando con l’estero.
Attenzione: vale sempre il principio che i debiti non sono necessariamente
cattivi, e quindi questa non è una condizione sufficiente. Non basta
indebitarsi con l’estero per essere attaccati, ma è un fatto che tutte le crisi
finanziarie che conosciamo sono state precedute da un forte indebitamento con
l’estero: l’indebitamento estero sembra proprio essere una condizione
necessaria.
La storia secondo cui tutta la colpa è della speculazione
cattiva quindi è un po’ ingenua, non trovate? Le manca profondità storica, e lo
si vede anche da un altro fatto: a sentire certa gente pare che la struttura dei
mercati sia un dato puramente tecnico, svincolato da logiche storiche e
politiche. Ma non è così. L’adozione di tecniche che favoriscono un certo tipo
di transazione speculativa, e, più in generale, di un sistema finanziario
internazionale che favorisce l’indebitamento eccessivo di certi paesi, a costo
di portarli alla catastrofe, non piove dal cielo: è il risultato di processi
storici in cui si confrontano forze ben individuabili, ed è agli interessi di
queste, e non a una supposta “sregolatezza” tecnica, che occorre risalire per
capire realmente cosa sta succedendo.
Ed è qui che di solito gli espertoni scadono. Perché
normalmente chi sposa l’idea che la colpa sia della speculazione cattiva, tende
a dare del divenire storico una visione lievemente complottista: tutto un
florilegio di Bilderberg, Trilateral, oscuri e riservatissimi consessi nei
quali tre malvagi si siedono attorno a un tavolo per pianificare l’altrui
rovina, e via favoleggiando. E qui, apriti cielo: “Bagnai, sei un venduto, sei
un coniglio, non vuoi dire la verità...” e via dicendo.
Che pazienza che ci vuole! Suvvia: io non sto dicendo che le
lobby non esistano, e non affermo che non condizionino l’attività economica.
Non sto nemmeno dicendo che non vedo e che non mi preoccupi la contiguità di
molti attuali governi europei con certi ambienti della finanza internazionale,
incluso il nostro, tanto per essere chiari. Sarebbe strano se non lo
riconoscessi, dato che insegno Politica economica, una materia nella quale le
lobby si studiano. Sto dicendo una cosa un po’ diversa, che spero di riuscire a
esprimere bene.
L’idea che la crisi sia il risultato dell’azione lucida,
unitaria e coerente di un unico organismo malvagio (eventualmente ramificato in
filiali), oltre a essere poco credibile, è anche intrinsecamente reazionaria,
perché in definitiva ci fornisce una visione consolatoria della realtà, che dice
poco sulle reali motivazioni che conducono i mercati a fallire (ovviamente a
beneficio di pochi e danno di molti: occorre dirlo?). Insomma: a sentire gli
espertoni pare che Cappuccetto Rosso vagolasse felice nel bosco della
globalizzazione, nel quale tutto andava per il meglio, gli uccellini
cinguettavano, i ruscelli mormoravano, gli scoiattoli sgranocchiavano le loro
nocciole. Poi purtroppo è arrivato il Lupo Cattivo (chiamatelo Bilderberg, deregulation, speculazione cattiva, banchiere
malvagio, insomma, fate voi), e il quadretto si è turbato. Ma non temete:
basterà rimuovere la causa, chiamando il Cacciatore (e Barak Obama all’inizio
della crisi ha provato ad interpretare questo personaggio). Eliminando il Lupo
Cattivo, tutto tornerà come prima: il capitalismo è buono, e i mercati, se non
disturbati, funzionano. E tutti vivranno felici e contenti.
Ecco: mentre nei libri che ho studiato le lobby ci sono,
l’idea che i mercati (e le unioni monetarie) funzionino sempre e comunque non
c’è. L’idea che nel mondo che ci siamo costruiti sia possibile vivere tutti
felici e contenti, insomma, sembra, quella sì, un po’ ingenua, a chi si sia
letto un testo di Politica economica da secondo anno di università. Il sistema
monetario e finanziario internazionale, nella sua struttura e senza presupporre
alcuna particolare patologia o volontà malvagia, presenta dei ben noti elementi
di asimmetria e di mancanza di
coordinamento, che fatalmente conducono a periodiche crisi. Quindi,
personalmente, nel raccontare la storia della crisi, piuttosto che insistere
sui mille e uno aneddoti complottisti, sulle collusioni criminali fra certi
ambienti, su tutte queste cose che un giornalista può raccontare molto meglio
di me, e sulle quali, per dire qualcosa di definitivo e sensato, occorrerebbero
metodi di indagine che sono quelli della magistratura, preferisco spiegare cosa
c’è che non va nella fisiologia del sistema economico attuale. Questo non vuol
dire sposare una visione ingenua nella quale l’adozione delle regole giuste
(comunque definite) basterebbe a eliminare i comportamenti devianti. Vuol dire
solo denunciare l’ingenuità di chi pensa che basti rimuovere i comportamenti
devianti, in un mondo che comunque si è dato regole sbagliate.
E la prima di queste regole sbagliate, per quanto ci
riguarda, è l’imposizione della moneta unica a una zona che non è un’Oca. Cos’è
un’Oca (con la maiuscola)? Lo vediamo subito.
(secondo i miei affezionati detrattori, le oche sono le mie groupies decerebrate: silivia, Silvia, sandra, emanuela, ecc. Invidiosi! Loro riescono solo ad attirare una schiera di piccoli dr. Livore... Ma una dott.ssa Livore, mica dico tanto: una! Non si può proprio avere? Devo veramente convincermi dell'inferiorità anche psichica del sesso maschile? Eddai, su, fate almeno finta di essere piddine, fate un po' le masochiste del "ce lo meritiamo", del "dobbiamo essere punite perché siamo corrotte", del "legami le mani col vincolo esterno"... Se lo fa una signora, potrebbe anche essere considerata una cosa sottilmente erotica. C'è sempre quel discorso sulla rigidità del cambio (no, non quello della macchina). Se invece questi discorsi li fa un piccolo dr. Livore... penso solo che nessuno potrebbe pagarmi abbastanza per passare il tempo a sparare cazzate simili! Salutatemi George, se lo vedete, ditegli che lo saluta Romoletto...).