Qui si va sul difficile. Io ci provo. Se non ci riesco, almeno ci avrò provato. Però promettetemi di provarci anche voi. Ingredienti: un foglio di carta, una matita, una calcolatrice (se occorre) e un po’ di pazienza. L’alternativa qual è lo sapete. Per sempre.
L’unica obiezione seria l’ha fatta Alex: dove è finito il Maradagal? Ma adesso, caro Alex, ti racconto anche la storia del Maradagal e del suo vicino, il Parapagal. Due stati latinoamericani, a differenza della Ruritania e della Cracozia, e quindi, si suppone, intrinsecamente viziosi (i soliti pregiudizi). Certo ben diversi dalle virtuose Ruritania e Cracozia, che partivano entrambe da un virtuoso pareggio di bilancio. Ma tanta era la loro virtù, ricorderete, che esse desideravano ridurre un debito che altrimenti sarebbe rimasto invariato. Anche perché, da brave contrade europee, entrambe avevano un tasso di crescita pari a zero: non potevano contare sulla crescita per ridurre il rapporto.
E allora io mi aspettavo almeno due obiezioni:
1) “ma il nostro governo non è in pareggio di bilancio, è in deficit, quindi deve fare qualcosa, altrimenti il debito crescerà!”
2) “ma normalmente un sistema economico cresce, se pure poco, e quindi non è detto che un taglio della spesa faccia necessariamente diminuire il prodotto: altrimenti l’unica soluzione sarebbe quella di spendere il più possibile per “gonfiare” il Pil”.
Non so se le obiezioni sono chiare... Forse no, perché non le avete fatte! Comunque, laddove non lo fossero, petite et dabitur vobis. Io intanto vi parlo del Maradagal.
Il Maradagal, come sapete, era appena uscito da una guerra col Parapagal, il suo vicino e principale partner commerciale. I rapporti non si erano ancora rasserenati, e quindi di commercio estero non se ne parlava, le due economie erano praticamente chiuse, e ben felici di esserlo. Ma lo sforzo bellico aveva richiesto, sì come far suole, un considerevole aumento del debito pubblico, che era pari, figuratevi, al 90% del Pil. Inutile dire che il Parapagal era messo esattamente nelle stesse condizioni. Ma le guerre hanno anche il loro lato positivo (si fa per dire): l’economia del Maradagal (e quella del Parapagal) crescevano abbastanza, diciamo a un tasso medio del 5%. Del resto, è per questo che si fanno le guerre: in guerra sono tutti occupati, da fare non manca, e soprattutto da disfare, e poi, dopo, la ricostruzione garantisce qualche altro anno di crescita.
Ah, ma mica voi sarete di quelli che credono che uno le guerre le fa perché Dio lo vuole o perché hanno sparato all’arciduca... Dai, piddini sì, ma spero non fino a questo punto! Le guerre, in macroeconomia, si chiamano politica anticiclica. Funziona benissimo! Vi ricordate, ad esempio, come funzionava
il mondo prima di Keynes? Guardate il grafico: visto come cresce il Pil durante le guerre? E prima prima prima? Prima della rivoluzione industriale, prima che gli uomini imparassero a lavarsi le mani? Funzionava ancora meglio!
Se eri sfortunato c’era la guerra, ma se eri fortunato c’era la peste: in entrambi i casi rischiavi la pelle, ma nel secondo, se te la cavavi, guadagnavi molto più di prima: la riduzione esogena dell’offerta di lavoro (i morti) non si accompagnava a una distruzione di capitale fisso, e quindi il tuo salario reale aumentava. Non ci credete? Leggete Mankiw, o, molto meglio, la
Storia economica dell’Europa preindustriale di Cipolla.
Comunque: Maradagal e Parapagal crescevano al 5%, ma avevano un bel debito pubblico al 90% del Pil, e di ridurlo, a breve, non se ne parlava, perché fra ricostruzione e pensioni di guerra, le spese non mancavano.
Ma questa cosa, al governatore del Maradagal, non andava proprio giù...
Cercate di capirlo: non si combatte una guerra, non si sbriciolano divisioni di fanteria per impadronirsi a ogni costo di quota 960, sotto una pioggia di granate “penetranti e dilaceranti”... per poi scoprire di non essere meglio del nemico! Eh no! Questa cosa l’hidalgo don Mario de la Sierra non poteva ammetterla. Bisognava “fare meglio” (orrenda locuzione) dell’odiato Parapagal.
Da qui in avanti la storia è un po’ come quella della Ruritania.
Siamo alla fine del 2011, si riunisce il consiglio dei ministri per la finanziaria. Quanto è stato il Pil nel 2011? 100 miliardi di pesos. Previsioni di spesa pubblica per il 2012? 33 miliardi di pesos. Previsioni di entrata? 30 miliardi. Deficit previsto? Be’, questo è semplice: 33 – 30 = 3. Quant’è il debito oggi (fine 2011)? Lo abbiamo detto: 90. E allora, se non facciamo niente, alla fine del 2012 il debito sarà 90+3=93. Cioè il 93/100=93% del Pil.
No, aspetta, c’è la crescita!
Prevediamo che il Pil cresca del 5%, quindi in effetti il Pil del 2012 sarà 105 miliardi (il 5% in più di 100, non so se rendo...). Alla fine del 2012 il rapporto debito/Pil sarà 93/105=89% (88.6%, per i precisini).
Sì, sono tanti numeri. Facciamo una “apposita tabbella”, sperando di chiarire la situazione:
To’! Il rapporto debito/Pil diminuisce, nonostante un deficit vicino al 3% del Pil! (per la precisione: rapporto deficit/Pil
al 2.8%). Strano!
No, non è strano per niente: se il Pil cresce, i rapporti al Pil diminuiscono. Succede con tutti i rapporti: preferisci mezza torta o un quarto di torta? Preferisci dividere per due o per quattro? Tra l’altro, dividere per due è anche più semplice...
Sì, ma don Mario l’economia la sapeva, e sapeva anche la storia della Cracozia, e quindi si diceva: qui i margini per “far meglio” ci sono: se tagliamo 2 di spesa, l’anno prossimo il deficit sarà 3-2=1, quindi a fine anno il debito sarà 90+1=91, invece di 90+3=93. Certo, avremo tolto anche 2 al Pil, questa lezioncina la so, me l’ha spiegata il governatore della BCR (Banca Centrale Ruritana, detta anche RCB,
Ruritania Central Bank).
Per motivi che non condivido (proseguiva fra sé e sé l’hidalgo) la contabilità nazionale si ostina a computare nel Pil l’orrenda, l’esecranda spesa pubblica, sulla base del motivo assolutamente pretestuoso che gli stipendi dei dipendenti pubblici in fondo sono redditi! Certo, come se i redditi di sciagurati perdigiorno, figli e padri di bamboccioni, andassero computati insieme ai veri redditi, i redditi di chi produce! Che regola assurda! Certo, c’è quel fastidioso dettaglio... I redditi dei dipendenti pubblici, in effetti, vengono spesi anche e soprattutto per acquistare beni prodotti da privati... Quindi... Diventano redditi privati... Ma tralasciamo questa complicazione! Voglio comunque essere equanime: le regole ci sono, e vanno rispettate.
Del resto, anche togliendo 2 al Pil, e quindi portandolo a 103 invece di 105, il rapporto debito/Pil sarà sempre migliorato, perché invece di 93/105=89%, avrò 91/103=88%, alla faccia della Cracozia... volevo dire: del Parapagal!
(Per i precisini: 88.3 invece di 88.6: sapete come si arrotonda, no?)
E bravo don Mario, tu sì che li sai fare i conti, bravo, taglia gli sprechi (i soliti “sprechi”, che poi sono la carta igienica, il sapone, la risma di carta per fotocopie ecc. che devo portare a scuola di mia figlia, e forse presto anche alla mia, di scuola)!
Quindi, come al solito, si va, si delibera, si taglia, e come al solito ci si ritrova, un anno dopo, ad ascoltare la relazione del governatore della BCM (Banca Centrale del Maradagal).
Don Mario assapora il suo trionfo: “abbiamo spezzato le reni (metaforicamente) al Parapagal: siamo meglio noi, noi meriteremo il plauso dei mercati!” Noi. Che a intenderlo come plurale, cioè come somma di “io”, o come plurale maiestatis, cioè come inflazione del proprio io, rimane sempre un pronome di persona. “I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona” (e questa chi la deve sapere la sa, e chi non la sa se la cerca perché è ora).
Arriva il governatore della BCM, ma non si può proprio dire che sia euforico (come immaginerete, altrimenti non vi starei raccontando questa storia)...
“Allora, governatore, qual è il consuntivo del nostro primo anno di regno... pardon, di governo? Abbiamo accelerato la fisiologica diminuzione del rapporto debito/Pil?”
“Be’, in effetti il debito è diminuito, è arrivato, come previsto, a 91 miliardi, invece dei 93 che avrebbe raggiunto in assenza di manovra...”
“Fantastico! L’austerità paga. I sacrifici sono sempre ricompensati, soprattutto quelli degli altri. Allora insistiamo: qualche altro spreco, che so? Magari potremmo risparmiare sulle pasticche dei freni dei mezzi pubblici, così, se va bene, evitiamo anche di pagare qualche pensione...”
“Ma veramente ci sarebbe un problema...”
“Ah, e quale sarebbe? Il debito è sceso, i mercati saranno contenti, e i sudditi saranno contenti nel sapere che i mercati sono contenti... Non vedo il problema! Ricordati: sono ex comunisti, quindi abituati a difendere l’operaio, il quale, a sua volta, è figlio del XIX secolo, e ne condivide tutti i sani principi, incluso quello del sacro orrore per il debito: hai letto i Miserabili? Ricordi Marius? “Pour lui, une dette, c’était le commencement de l’esclavage”. E così, non ti paia paradossale, oggi proprio gli ex comunisti sono i più acerrimi fautori dell’austerità (anche perché, avendo letto solo il Bignami di Marx, non si rendono conto che senza debiti non c’è capitalismo, ma questa è un’altra storia). Comunque: siamo a cavallo!”
“Mica tanto: il problema è che il rapporto debito/Pil è aumentato: non siamo scesi dal 90% all’88%, siamo saliti dal 90% al 91%”
“Come è possibile? Con un’economia in crescita? E poi io ho tenuto conto del fatto che il taglio della spesa, per quelle stupide regole di contabilità, avrebbe ridotto il Pil: saremmo arrivati a 103 invece di 105. Lo ho calcolato, so fare i conti, sono un tecnico. Te lo dimostro: se il debito è 91, e il suo rapporto al Pil è 91%, vuol dire che il Pil è 100! (per i poeti: 91/100=91%, n.d.r.) Quindi il Pil non è sceso solo di 2, dei 2 miliardi di euro che ho santamente e austeramente tagliato, ma di 5 rispetto alle previsioni, cioè... la crescita è stata zero! 100 di Pil nel 2011, e 100 nel 2012, la stessa cifra. Ma come è possibile?”
“Vedi, don Mario, il problema è che hai manipolato i saldi contabili con la stessa scioltezza con la quale li vediamo ogni giorno manipolare a Qui, Quo e Qua e al loro simpatico zietto. Supponiamo che tu debba dimagrire. Ti affideresti a un medico che ti propone di amputarti una gamba? La perdita di peso è assicurata, no? Ma io credo che tu cambieresti dietologo, perché probabilmente intuisci che anche se lo scopo è perdere peso, il discorso non si esaurisce lì. Ecco, anche quando si manipolano i saldi il discorso non si esaurisce lì. Cosa erano i due miliardi che hai tagliato? Pensioni e stipendi pubblici, salvo errore. Ora, c’è una cosa che non hai considerato. Il maradagalese medio, che è piuttosto parsimonioso, consuma comunque circa il 60% del suo stipendio. Questo significa che riducendo di due miliardi gli stipendi dei maradagalesi, hai ridotto. in effetti, di 0.6x2=1.2 (il 60% di 2) la loro spesa per consumi.
Ora, tu sei un tecnico, quindi sai che il Pil è uguale alla somma di consumi, investimenti e spesa pubblica (ci sarebbero anche le esportazioni nette, ma dopo la guerra il commercio non è ancora ripreso). Sai cioè che Y = C + I + G. Tu pensi di aver ridotto solo G di 2 (la spesa pubblica), ma non capisci che facendo così hai anche ridotto C di 1.2 (i mancati consumi dei dipendenti pubblici, che entrano nel Pil perché, ovviamente, sono redditi di chi vende quello che gli esecrandi parassiti pubblici acquistano). Quindi, come vedi, siamo già a 2+1.2=3.2...”
“Ho capito, va bene, non dovevo trascurare il fatto che gli orrendi, turpi, esecrandi sprechi pubblici in realtà vanno a finanziare per lo più l’acquisto di beni privati... Ma anche così tu mi parli di una diminuzione di 3.2, e invece il Pil è diminuito di 5!”
“Certo, don Mario, perché vedi, un anno è lungo, e il Maradagal è popoloso... In un anno non succede mica una sola cosa: ne succedono tante. Succede anche che tutti quelli che normalmente vendono beni ai dipendenti pubblici (il lattaio, il fornaio, sai...), si sono visti entrare 1.2 miliardi in meno. Ora, tu non ci crederai, ma il mondo è strano: non è che perché uno è produttore, non è anche consumatore. E quindi il settore privato, che si è visto entrare 1.2 miliardi in meno, ha dovuto ridurre i propri consumi indovina un po’ di quanto? Bravo, di 0.6x1.2=0.72. Certo. Perché l’orrendo parassita statale, inutile e quindi dannoso, come certi docenti universitari elitari, narcisisti e pure keynesiani (di merda), che passano il tempo chiusi in casa a scrivere, anziché chiusi all’università a promuovere studenti, ha ridotto il suo consumo di pane e di latte, e allora anche il fornaio ha dovuto ridurre il suo consumo di latte, e magari il lattaio il suo consumo di pane, e magari (e questo sarebbe il lato positivo), nessuno dei due ha potuto mandare il figlio all’università, a far corrompere la propria giovane mente da certi personaggi.
Ora, facci caso: tu pensavi di aver diminuito il Pil di 2, ma invece, vedi, lo hai già diminuito di 2+1.2+0.72=3.92. Siamo quasi a quattro, e l'anno ancora non è finito. Ma siccome in un anno non si va al mercato una volta sola, capisci che la spesa che hai sottratto all’economia, gira che ti rigira, ha effetti indotti molto più grandi di quelli che pensavi tu. Ma questo gli studenti di economia lo sanno quasi sempre, anche se i professori, evidentemente, sono pagati per dimenticarlo! Se la propensione al consumo è del 60%, gli effetti indotti sono pari a 1/(1-0.6)=2.5 volte la sottrazione di spesa iniziale, e siccome tu hai sottratto 2, 2x2.5=5, ed ecco perché il Pil, che sarebbe arrivato a 105 se tu fossi stato tranquillo, è rimasto a 100 (crescita zero) in conseguenza del tuo tentativo di sedurre doña Angela. La quale a te predica austerità, ma a casa sua, sai, mi dicono si comporti in un modo un po’ diverso. Così fan tutte”.
E per gli amanti dei dettagli, ecco due tabbbbbelle riassuntive di questa bella storia, che sarebbe molto più bella se non fosse la nostra. Questo è il capolavoro del nostro hidalgo de la Sierra:
e questo è invece quello che sarebbe successo se non avesse cercato di essere più realista del re:
Attenzione: qui siamo ancora sul relativamente semplice. Ma se riuscite a digerire anche questo (prendete il vostro tempo), allora ripetiamo questa storia coi numeri veri, e poi sì che si ride...
Addendum: siccome altrimenti poi dite che faccio le preferenze, inserisco qui, dove lo vedono tutti, il link al modello sottostante, che poi è il modello keynesiano standard da libro di testo. Divertitevi.
Ah, ci avete fatto caso? Non ho detto “moneta sovrana”, e nemmeno “moneta fiat” (che poi sarebbe, credo, lo Scudo, il Fiorino, o il Doblò...). E non l’ho detto perché non c’era bisogno di dirlo. Perché dire cose inutili? Già capire quelle utili, purtroppo, richiede un certo sforzo, come dimostra chi viene qui a starnazzare che io sono schiavo del sistema neoliberista ecc. ecc. Quante me ne tocca sentire! Cioè, secondo loro se uno non va a una convention di princisbecco similberlusconiana, dove peraltro gli hanno detto di venire purché stia zitto (cosa che ha indignato tutti i miei colleghi, facendo terra bruciata intorno al "movimento"), non si sta opponendo al sistema! Vedete? È la generazione X-Factor, la generazione Grande Fratello. Che esista un altro metodo, che esista un'altra comunicazione, a loro non viene nemmeno in mente. E infatti, se ci fate caso, non parlano mai di elettori, di cittadini... Parlano di pubblico! Patetico ma vero! Cioè, secondo loro un post come questo ha il difetto di non parlare "al grande pubblico".
Tre millenni di storia non hanno insegnato niente a queste persone.
Mettiamola così: la Natura è matrigna (oh, se lo è!), e a me non interessa lottare contro di lei. Mi interessa solo dare, a chi ha gli strumenti per farlo, la possibilità di approfondire. Al pubblico ci pensi la televisione.