sabato 21 aprile 2012

...e cose che capitano in Spagna

(carissimi, ormai è ufficiale: oltre i 200 commenti Google non ce la fa. La colpa, come avrete capito, non è sua: è mia. Il fatto è che... non so se ricordate i sonetti del Berni, forse li avrete letti anche voi da giovani - a meno che non siate stati ggiovani, come qualcuno che in effetti sembra esserlo ancora. Sì, il Berni, quello delle rime facete. Non lo conoscete? Male: è uno spasso. Ma, come sempre, per apprezzare i dettagli c'è bisogno di un minimo di preparazione. Sapete, è sempre questione di scuole, come fra neoclassici e keynesiani. Diciamo che al tempo del Berni i neoclassici si chiamavano petrarcheschi, e come al tempo nostro stavano dicendo esattissimamente le stesse cose da due secoli. Erano delle cose belle da leggere, ma alla lunga un po' sterili (perché Pietro Bembo non è Petrarca, come, poniamo, Alesina non è Smith).

E così, sapete, è umano, dopo che per un paio di secoli si era andati avanti a:

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avvolgea,
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi

alla fine era anche normale che uno che veniva da Lamporecchio (patria dei brigidini e del Berni, appunto) si rompesse le scatole (diciamo che noi toscani le abbiamo ma di molto fragili) e replicasse a tono:

Chiome d'argento fino, irte ed attorte
senz'arte intorno ad un bel viso d'oro
fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,
dove spunta i suoi strali Amor e Morte;

occhi di perle vaghi, luci torte
da ogni obietti diseguale a loro;
ciglia di neve, e quelle, ond'io mi accoro,
dita e man dolcemente grosse e corte;

labra di latte, bocca ampia celeste;
denti d'ebeno rari e pellegrini;
inaudita ineffabile armonia;

costumi alteri e gravi: a voi, divini
servi d'Amor, palese fo che queste
son le bellezze della donna mia.

Ora, al lettore di CDC segnaliamo che con grande perizia letteraria in questo sonetto il Berni, facendo prova di autoironia (e questa cosa temo di non riuscire a spiegargli cos'è), utilizza il linguaggio convenzionale dei petrarcheschi per fare un'operazione esattamente contraria alla loro: di fatto, dice che la sua donna è un cesso (canuta, strabica, con pochi denti neri), e neanche gliela dà  ("costumi alteri e gravi"). Una prova di virtuosismo: perché te ttu leggi e ttu trovi le solite parole: "argento, oro, perle"... Solo che, ad esempio, l'argento qui è per i capelli (che quindi sono brizzolati, per lo meno), e l'oro per la faccia (che quindi è giallastra)... Vabbe', dai, vedete come sono ecumenico? Perché io voglio veramente bene a tutti...

Del resto, il keynesiano Berni dava semplicemente voce al buon senso, qualche cosa che è sempre esistito, anche se non ha quasi mai fatto comodo al potere, ed è quindi stato normalmente appannaggio dei marginali, dei poeti (tant'è che quando la società borghese si afferma, in quel secolo di merda, la prima operazione che fa è creare il personaggio del poeta "sregolato"... ma qui mi fermo, altrimenti Claudio e Schneider ricominciano...). Insomma, anche il keynesiano Berni, come il keynesiano Bagnai, non era poi così originale... Vi ricordate?

Salve, nec minimo puella naso
nec bello pede nec nigris ocellis
nec longis digitis nec ore sicco
nec sane nimis elegante lingua...

Diciamo che un precedente c'era.

Ma il punto non è questo. Il punto è che Berni capisce che il linguaggio è logoro, e che c'è chi sta dicendo parole nuove, parole che però gli accademici criticano come oscure, disarmoniche:

Non ha l'ottimo artista alcun concetto
ch'un marmo solo in sé non circoscriva
col suo soverchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all'intelletto.

Il mal ch'io fuggo e 'l ben ch'io mi prometto
in te, donna leggiadra, altera e diva
tal si nasconde; e perch'io più non viva,
contraria ho l'arte al disiato effetto.

Povero Michelangelo! Col marmo, in effetti, gli andava meglio che con le donne, che poi credo fossero uomini, ma questi son dettagli.

E Berni, dicevo, capisce che il Bembo, a cinque secoli di distanza, se lo sarebbe letto solo il Bagnai, ma che davanti alla cappella Sistina ci sarebbe stata la fila, e che le rime del Buonarroti le avrebbe musicate perfino Capossela (un altro bel paraculo di nulla...). Lo capisce, e arde di sdegno perché non ammette che ciò che è sia disconosciuto da ciò che non è, perché non può tollerare che l'umanità perda tempo. E nel capitolo a fra' Bastian del Piombo (non so se mi seguite) scrive questa terzina che spiega tante cose:

tacete unquanco, pallide vïole
e liquidi cristalli e fiere snelle:
e' dice cose e voi dite parole.

Lui dice cose, e voi dite parole! Ecco, torniamo a bomba. Io leggevo lo sbilifesto, ed erano tutti articoli fatti di parole, le parole giuste: neoliberismo, neocapitalismo, neoneismo... Insomma, bastava mettere "neo" davanti a una parola (vecchia), far capire bene al lettore che si intendeva in tal modo stigmatizzarla, ed il gioco era fatto: si passava dalla parte dei "buoni", e si pontificava.

Ma erano tutti "nei" finti, come quelli di una damina del '700.

Perché sotto non c'era nulla, o meglio, c'era "più Europa, teniamoci l'euro, proletari di tutta Europa iscrivetevi alla IG Metall" e via scemenzando in un delirio autorerefenziale tanto e più di quello degli economisti liberisti, ma molto, molto, molto più scemo e perdente di quest'ultimo (che almeno esige il saper di matematiche da chi vi si accosta).

Poi sono arrivato io e ho detto quello che pensavo. E mentre le damine del '700 se ne andavano via con un commentino di circostanza (fatto dalla loro fidanzata... o fidanzato in caso di buonarrotismo), stranamente, sotto ai miei post, c'erano ringraziamenti e discussioni.

Perché io dico cose, non parole. E quindi chi viene qui aggiunge cose, non parole. E infatti chiunque entra qui è colpito innanzitutto dalla qualità dei commenti, più che da quella dei post. Certo, usando la cultura per disinfettare i locali (come stiamo facendo oggi) ci togliamo di torno molti parassiti. Non areate i locali prima di soggiornarvi.

E allora, siccome la trasmissione la fate decisamente voi, scrivo un post solo per permettervi di continuare la discussione precedente. Oltre i 200 commenti non possiamo andare. Mi dispiace. Magari nel prossimo post scrivo "la colpa è del neoliberismo cattivo", così il rischio di intasamento non ci sarà...)




Questa è Toledo, la città dove nacque Diego Ortiz e dove morì El Greco, che come si intuisce è l'inconfondibile autore di questa veduta, anche se a noi piace ricordarlo così:



E quando venne il momento del suo, di entierro, l'epicedio lo compose Gongora:

Esta en forma elegante, oh peregrino,
de pórfido lucente dura llave
el pincel niega al mundo más süave,
que dio espíritu a leño, vida a lino.
Su nombre, aun de mayor aliento dino
que en los clarines de la Fama cabe,
el campo ilustra de ese mármol grave:
venérale, y prosigue tu camino.



E quando, il più tardi possibile, verrà a mancare il professor Boldrin, noi, conformemente ai suoi precetti di austerità, non incaricheremo un poeta di scrivere il suo epicedio (perché spendere in cose inutili come le tante che leggete e vedete in questo post?), ma ricicleremo quello che Berni scrisse per il miglior amico dell'uomo (dopo l'economista, si intende):

Giace sepolto in questa oscura buca
un cagnaccio ribaldo e traditore;
era il Dispetto, e fu chiamato Amore.
Non ebbe altro di buon: fu can del duca.

Siamo sicuri che il professore, dall'aldilà, benedirà il nostro giusto desiderio di risparmiare.

Bene: qui sotto c'è posto per duecento commenti. Io vado a correre (se mi acchiappa Boldrin mi massacra... anche se penso che non vorrà farlo di persona...).




P.s.: se uno ti dà del razzista ti insulta, giusto? E ricambiare non è elegante, ma è umano, giusto? E io homo sum, nihil umani mihi alienum puto, giusto? Posso allora dire a quell'imbecille che su CDC ha trovato razzista il mio post precedente che è un imbecille? Sì, è tautologico, lo so, ma è tanto liberatorio. Amico difensore del Siglo de Oro, tu la Spagna non sai nemmeno con che paesi confina, e del Siglo de Oro ne sai quanto di economia. Stai cheto, continua a ragliare nella tua tana. Sicuramente fai parte di quei nazionalfascisti che hanno voluto l'euro "perché anche l'Italia è un paese importante, noi non siamo da meno degli altri, dove andremmo da soli...". E allora vergognati e taci, prima che la Storia ti passi sopra come un rullo compressore...

mercoledì 18 aprile 2012

Cose che capitano alla Spagna...

E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi.

Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse. E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l'Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati... Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno.

Certo.

Ma anche in Spagna non tutti la pensavano così. Qualcuno, più lungimirante, si rendeva conto del fatto che:

questo oro che dalle Indie se ne viene fa quell'effetto appunto che fa la pioggia sopra i tetti delle case, la quale se ben vi cade sopra, discende poi tutta in basso senza che quelli che primi la ricevono ne abbiano beneficio alcuno.

(era il 1595, e lo racconta l'ambasciatore Vendramin... e a voi che siete europei, non devo certo ricordare di dove venisse: non da Palermo).

Certo, l'oro degli indios non è come l'euro dei tedeschi. La restituzione è più agevole. Ma il problema non è nemmeno quello della restituzione. Il problema sono gli sconquassi strutturali determinati dalla crescita finanziata coi soldi altrui.

Un secolo di artificiosa prosperità aveva indotto molti ad abbandonare le campagne e a ingrossare il proletariato urbano; le scuole si erano moltiplicate, ma erano servite soprattutto a produrre individui che rifiutavano il lavoro manuale; l'amministrazione governativa si era ingigantita, ma era servita soprattutto a alimentare una vasta sottoccupazione nella veste di una burocrazia elefantiaca.
(Carlo Maria Cipolla, 1974, Storia economica dell'Europa preindustriale, Bologna, il Mulino, nuova edizione 2002, p. 363).

Quindi alla fine chi aveva ragione? Il fiorentino o lo spagnolo? Sai, non vorrei dirtelo... ma non c'è proprio partita!

Il problema, amico caro, è che, come non capiva il tuo predecessore di "sinistra", che tanto piaceva alle anime belle della nostra "sinistra" per bene, decotta e piddina, come non capiva il compagno Zapatero, non bisogna esagerare nel contrarre debiti con l'estero.

Ma tre secoli dopo aver contratto con l'America Latina un debito (importazione di capitali) che vi ha massacrato, nonostante lo abbiate restituito garrotando i creditori, avete avuto la buona idea di indebitarvi nuovamente fino al collo, e questa volta con il nucleo dell'Eurozona!

(per i lettori di CDC: restituito va fra virgolette, si intende: "restituito")

Ma allora siete incorreggibili! Quanti piccoli  Núñez de Castro fra i miei studenti Erasmus a Roma!

Io gli chiedevo (ed era il 2007): "ma... scusate... in sette anni siete passati dall'ottava alla seconda posizione nella graduatoria dei paesi più indebitati con l'estero. Solo gli Stati Uniti sono più indebitati di voi: il loro debito in effetti è il doppio del vostro, ma il vostro Pil è un decimo del loro, così loro hanno un rapporto debito/Pil che è un quinto del vostro: loro sono intorno al 20% del Pil, e voi intorno al 100%. Cosa pensate di fare?"

Una hidalghesca scrollata di spalla era l'unica risposta a questa mia ingenua e paternamente sollecita domanda. Ma il fiorentino che è in me (eris sacerdos in aeternum) sghignazzava, perché è un brutto demonietto cattivo che si compiace delle sciagure altrui. Lo disapprovo. Soprattutto quando ha ragione.

E ora l'Argentina nazionalizza. Il prof. Santarelli direbbe, irridente: "mandatele la corazzata Merkel". Sai qual è il problema? Che mentre voi passavate dal 24% all'85% di rapporto debito estero netto/Pil, l'Argentina, con i metodi talora un po' sbrigativi ma in buona sostanza efficaci dei quali ci parla Roberto Frenkel, passava da un debito netto come il vostro (26%) a un credito netto estero del 5% (i dati si riferiscono all'intervallo 1999-2007 e vengono dal solito database EWN). E nazionalizzare le imprese straniere significa sbarazzarsi di un'altra fetta di debito estero, gli investimenti diretti in entrata, che, come abbiamo detto più e più volte, sono, fra l'altro, la fetta più costosa, come prova da un lato il crollo dell'Irlanda, e dall'altro la tenuta di US e UK (e Francia, finché dura...).

E ora l'Argentina, di questo debito estero particolarmente costoso, perché viene ripagato con un fiume di profitti che espatriano, evidentemente se ne vuole sbarazzare.

"Che orrore! L'autarchia! La nazione! Ma allora gli argentini sono fascisti!"

Ecco: questo penseranno i dilettanti dello "Sbilifesto", i nostri simpatici trotzkisti della domenica, quelli che non hanno ancora capito che il recupero di uno spazio minimo di democrazia passa necessariamente per il recupero del concetto di sovranità nazionale. Lasciamoglielo pensare. La Storia lavora anche per loro, che non se lo meritano, perché portano la responsabilità morale di non aver voluto avviare non dico una proposta politica, ma almeno un dibattito equilibrato su un tema così importante. Dio non paga ogni sabato.

E tu, invece, Mariano, che ne pensi?

Lo vuoi capire che con la palla che ti porti al piede non hai proprio nulla da insegnare, né tanto meno da minacciare, a un paese che cresce all'8% all'anno? Lo vuoi capire che hai una sola speranza: quella di denunciare il patto scellerato che ha ridotto il tuo paese nelle condizioni in cui si trova, e di cooperare con i paesi mediterranei perché insieme propongano e impongano, se necessario, una strategia di uscita da questa trappola insensata, dalla quale anche l'Economist da tempo sostiene che sarà comunque necessario uscire?

(ai lettori de coccio: capito cosa intendo quando dico che l'Economist è a sinistra del Manifesto?)

Già.

Ma tu lo sai perché e da chi sei stato messo lì. Sei stato messo lì per facilitare la razzia del tuo paese, finché dura. Mi ricorda qualcosa. Non durerà molto, sai? Io di me non mi fido, ma dell'Economist... Tu però intanto una mano la dai...

Fai attenzione però. Così come i tedeschi, e gli italiani, e gli uiguri, anche gli spagnoli non sono tutti uguali. Ce ne sono del tipo "de Castro", ma ce ne sono anche tanti che capiscono oggi, come capivano nel XVI secolo, cosa sta succedendo, e lo capiscono, ahimè, come e meglio di tanti italiani. Sei sicuro che sia una buona idea non starli a sentire?

Sai, tu puoi anche farlo, ma intanto si sta facendo mezzogiorno...



Da Guicciardini ad Alvaro Vitali. Sono scandalosamente wide ranging e mi piaccio molto così. Detto questo, comments welcome, ma non vi inquietate se l'interfaccia funziona male. Siamo troppi e diciamo troppe cose interessanti: Google ormai non ce la fa a starci dietro... come tanti e tanti che non voglio nominare. Sono legione, ma noi abbiamo un alleato importante: l'amica Storia con la "S", e purtroppo talora anche con la doppia S, maiuscola...

giovedì 12 aprile 2012

Lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro

La letteratura economica fornisce una semplice spiegazione di quanto sta accadendo oggi in Italia. L’economia ci dice che lo scopo (inconfessato) della riforma del mercato del lavoro deve essere quello di causare un incremento della disoccupazione. Un (ulteriore) incremento del tasso di disoccupazione si rende necessario per un motivo molto semplice: la curva di Phillips. La curva di Phillips stabilisce che la crescita dei salari è in relazione inversa rispetto al tasso di disoccupazione, una relazione individuata da A.W. Phillips nel 1958. Questa relazione non è mai stata posta seriamente in discussione nella letteratura empirica, come ci ricorda Jeffrey Fuhrer. Non sorprende quindi che gli economisti ne facciano tuttora uso per prevedere l’inflazione (Fendel, Lis e Rulke), ed è assolutamente evidente che il governo italiano sta facendo altrettanto.

In tutta evidenza, i fautori della riforma si aspettano che un innalzamento del tasso di disoccupazione moderi la crescita dei salari e quindi il tasso di inflazione. Ciò contribuirebbe a ristabilire la competitività di prezzo dei prodotti italiani e quindi a riequilibrare gli sbilanci esterni che sono alla radice della crisi dell’eurozona, come spiega ad esempio Martin Wolf. Tra l’altro, questo è uno dei motivi per i quali i mercati finanziari, che credono in questo meccanismo (come ci ricordano Fendel et al. in un altro lavoro), potrebbero accogliere con favore un innalzamento della disoccupazione in Italia.

L’unico piccolo problema con questo approccio è di natura politica, non economica. Il ragionamento del governo è impeccabile da un punto di vista economico. Il suo unico (trascurabile?) difetto è che nessun membro del governo sta dicendo la verità, ovvero che lo scopo immediato e inconfessabile di una riforma altrimenti insensata è quello di far aumentare la disoccupazione.


(indubbiamente pensare in inglese aiuta a essere lapidari)

The unconfessed goal of Italian labour market reform

(Poi ve lo traduco, se serve. Ora rockapasso mi chiamerà per dirmi che il mio inglese fa schifo. Sempre meno del nostro governo, però...)


The economic literature provides a straightforward explanation of what is going on in Italy right now.

What economics tells us is that the (unconfessed) goal of the labour market reform must be simply that of inducing a rise in unemployment. The reason why a (further) increase in unemployment is needed is very simple: Phillips curve. The Phillips curve posits a stable inverse relation between wage growth and unemployment, first uncovered by A.W. Phillips in 1958. This relation has never been seriously questioned in the empirical literature, as Jeffrey Fuhrer explains in his paper. It is therefore no surprise that professional forecasters still use it to forecast inflation(Fendel, Lis and Rulke), and the Italian government is obviously acting in exactly the same way.

In all likelihood, the reform proponents expect that a rise in unemployment would reduce wage growth, hence inflation. This would restore price competitiveness, and contribute to the rebalancing of the Eurozone external imbalances that lie at the heart of the current crisis, as described for instance by Martin Wolf. By the way, this is a reason why financial markets, that believe in this mechanism, as explained by Fendel et al. in another working paper, could welcome a rise in Italian unemployment.

The only little issue with this approach is not an economic, but a political one.

The preceding reasoning is perfectly flawless from an economic point of view. Its only (minor?) fault is that nobody in the government is telling the truth: namely, that the immediate unconfessed goal of an otherwise completely nonsensical reform is an increase in unemployment.

martedì 10 aprile 2012

Quos vult perdere dementat

A degna chiosa del post precedente, con il quale abbiamo cercato di spiegare che le politiche procicliche (recessive, cioè tagli, durante la recessione, cioè adesso, ed espansive durante l'espansione) sono non solo dannose, com'è ovvio, ma anche e soprattutto inefficaci, inseriamo questa bella notizia, che non dovrebbe giungere del tutto inattesa (era stata anticipata una ventina di giorni or sono da vari quotidiani nazionali).

Torneremo con calma sul senso di questa ulteriore deriva tolemaica, su questo strano feticismo che mette al centro dello spazio economico dei numeri interi dall'elevato valore simbolico e dallo scarso senso economico: 3 (non devo spiegarvelo, siete stati tutti chierichetti da piccoli, voi comunisti!), 60 (sulle origini e le motivazioni della base sessagesimale esiste un'ampia letteratura, e del resto gli economisti senza virgolette somigliano sempre di più ad astronomi caldei), e ora, new entry, zero (per gli amici, "e alla i pi greco più uno"), un numero che gli occidentali, come credo sappiate, hanno fatto tanta fatica ad accettare, anche perché veniva dall'India, e per di più attraverso gli arabi (all'epoca in cui questi ci guardavano come quei miserabili selvaggi che facciamo di tutto per tornare ad essere).

Ma ora, fatto lo sforzo di capirlo, ecco che lo zero viene elevato agli onori degli altari: bene, venereremo lo zero, il deficit zero. Dato che siamo zavorrati da un debito pubblico sulle cui origini torneremo a riflettere (e lo spread non cala), la zerità dello zero significherà, per noi, non solo che dovremo rinunciare a spazio fiscale per politiche anticicliche, ma che dovremo effettuare pesanti politiche recessive per i prossimi venti anni, fino al collasso (che sopraggiungerà molto prima).

E anche di questo parleremo.

Intanto, Carmen manifesta così la sua indignazione, e forse dovremmo seguire il suo invito.

Bene.

Spero che ora anche i più refrattari capiscano a  cosa serve l'euro. Ah, non vedete il nesso? E allora, mi dispiace, ma un bello zero ve lo meritate proprio. Naturalmente in bilancio. Sul libretto non si può. Sapete, lo zero sul libretto non è come quello in bilancio: con lo zero in bilancio la madonnina di Bruxelles ride, con lo zero sul libretto piange. Chissà perché?

Forse perché gli utili idioti sono più utili del solito, in un periodo nel quale ci sono da fare certe idiozie. L'Europa chiamò...

lunedì 9 aprile 2012

...e la dinamica del debito

Qui si va sul difficile. Io ci provo. Se non ci riesco, almeno ci avrò provato. Però promettetemi di provarci anche voi. Ingredienti: un foglio di carta, una matita, una calcolatrice (se occorre) e un po’ di pazienza. L’alternativa qual è lo sapete. Per sempre.


Dopo avervi raccontato la triste storia della Ruritania e della Cracozia, mi aspettavo un mare di obiezioni. Si vede che le mie tattiche di repressione del dissenso funzionano. Però... in fondo ha ragione Alessandro: così non c’è divertimento!

L’unica obiezione seria l’ha fatta Alex: dove è finito il Maradagal? Ma adesso, caro Alex, ti racconto anche la storia del Maradagal e del suo vicino, il Parapagal. Due stati latinoamericani, a differenza della Ruritania e della Cracozia, e quindi, si suppone, intrinsecamente viziosi (i soliti pregiudizi). Certo ben diversi dalle virtuose Ruritania e Cracozia, che partivano entrambe da un virtuoso pareggio di bilancio. Ma tanta era la loro virtù, ricorderete, che esse desideravano ridurre un debito che altrimenti sarebbe rimasto invariato. Anche perché, da brave contrade europee, entrambe avevano un tasso di crescita pari a zero: non potevano contare sulla crescita per ridurre il rapporto.

E allora io mi aspettavo almeno due obiezioni:

1)      “ma il nostro governo non è in pareggio di bilancio, è in deficit, quindi deve fare qualcosa, altrimenti il debito crescerà!”

2)       “ma normalmente un sistema economico cresce, se pure poco, e quindi non è detto che un taglio della spesa faccia necessariamente diminuire il prodotto: altrimenti l’unica soluzione sarebbe quella di spendere il più possibile per “gonfiare” il Pil”.

Non so se le obiezioni sono chiare... Forse no, perché non le avete fatte! Comunque, laddove non lo fossero, petite et dabitur vobis. Io intanto vi parlo del Maradagal.

Il Maradagal, come sapete, era appena uscito da una guerra col Parapagal, il suo vicino e principale partner commerciale. I rapporti non si erano ancora rasserenati, e quindi di commercio estero non se ne parlava, le due economie erano praticamente chiuse, e ben felici di esserlo. Ma lo sforzo bellico aveva richiesto, sì come far suole, un considerevole aumento del debito pubblico, che era pari, figuratevi, al 90% del Pil. Inutile dire che il Parapagal era messo esattamente nelle stesse condizioni. Ma le guerre hanno anche il loro lato positivo (si fa per dire): l’economia del Maradagal (e quella del Parapagal) crescevano abbastanza, diciamo a un tasso medio del 5%. Del resto, è per questo che si fanno le guerre: in guerra sono tutti occupati, da fare non manca, e soprattutto da disfare, e poi, dopo, la ricostruzione garantisce qualche altro anno di crescita.

Ah, ma mica voi sarete di quelli che credono che uno le guerre le fa perché Dio lo vuole o perché hanno sparato all’arciduca... Dai, piddini sì, ma spero non fino a questo punto! Le guerre, in macroeconomia, si chiamano politica anticiclica. Funziona benissimo! Vi ricordate, ad esempio, come funzionava il mondo prima di Keynes? Guardate il grafico: visto come cresce il Pil durante le guerre? E prima prima prima? Prima della rivoluzione industriale, prima che gli uomini imparassero a lavarsi le mani? Funzionava ancora meglio! Se eri sfortunato c’era la guerra, ma se eri fortunato c’era la peste: in entrambi i casi rischiavi la pelle, ma nel secondo, se te la cavavi, guadagnavi molto più di prima: la riduzione esogena dell’offerta di lavoro (i morti) non si accompagnava a una distruzione di capitale fisso, e quindi il tuo salario reale aumentava. Non ci credete? Leggete Mankiw, o, molto meglio, la Storia economica dell’Europa preindustriale di Cipolla.

Comunque: Maradagal e Parapagal crescevano al 5%, ma avevano un bel debito pubblico al 90% del Pil, e di ridurlo, a breve, non se ne parlava, perché fra ricostruzione e pensioni di guerra, le spese non mancavano.

Ma questa cosa, al governatore del Maradagal, non andava proprio giù...


Cercate di capirlo: non si combatte una guerra, non si sbriciolano divisioni di fanteria per impadronirsi a ogni costo di quota 960, sotto una pioggia di granate “penetranti e dilaceranti”... per poi scoprire di non essere meglio del nemico! Eh no! Questa cosa l’hidalgo don Mario de la Sierra non poteva ammetterla. Bisognava “fare meglio” (orrenda locuzione) dell’odiato Parapagal.

Da qui in avanti la storia è un po’ come quella della Ruritania.

Siamo alla fine del 2011, si riunisce il consiglio dei ministri per la finanziaria. Quanto è stato il Pil nel 2011? 100 miliardi di pesos. Previsioni di spesa pubblica per il 2012? 33 miliardi di pesos. Previsioni di entrata? 30 miliardi. Deficit previsto? Be’, questo è semplice: 33 – 30 = 3. Quant’è il debito oggi (fine 2011)? Lo abbiamo detto: 90. E allora, se non facciamo niente, alla fine del 2012 il debito sarà 90+3=93. Cioè il 93/100=93% del Pil.

No, aspetta, c’è la crescita!

Prevediamo che il Pil cresca del 5%, quindi in effetti il Pil del 2012 sarà 105 miliardi (il 5% in più di 100, non so se rendo...). Alla fine del 2012 il rapporto debito/Pil sarà 93/105=89% (88.6%, per i precisini).

Sì, sono tanti numeri. Facciamo una “apposita tabbella”, sperando di chiarire la situazione:



To’! Il rapporto debito/Pil diminuisce, nonostante un deficit vicino al 3% del Pil! (per la precisione: rapporto deficit/Pil al 2.8%). Strano! No, non è strano per niente: se il Pil cresce, i rapporti al Pil diminuiscono. Succede con tutti i rapporti: preferisci mezza torta o un quarto di torta? Preferisci dividere per due o per quattro? Tra l’altro, dividere per due è anche più semplice...

Sì, ma don Mario l’economia la sapeva, e sapeva anche la storia della Cracozia, e quindi si diceva: qui i margini per “far meglio” ci sono: se tagliamo 2 di spesa, l’anno prossimo il deficit sarà 3-2=1, quindi a fine anno il debito sarà 90+1=91, invece di 90+3=93. Certo, avremo tolto anche 2 al Pil, questa lezioncina la so, me l’ha spiegata il governatore della BCR (Banca Centrale Ruritana, detta anche RCB, Ruritania Central Bank). Per motivi che non condivido (proseguiva fra sé e sé l’hidalgo) la contabilità nazionale si ostina a computare nel Pil l’orrenda, l’esecranda spesa pubblica, sulla base del motivo assolutamente pretestuoso che gli stipendi dei dipendenti pubblici in fondo sono redditi! Certo, come se i redditi di sciagurati perdigiorno, figli e padri di bamboccioni, andassero computati insieme ai veri redditi, i redditi di chi produce! Che regola assurda! Certo, c’è quel fastidioso dettaglio... I redditi dei dipendenti pubblici, in effetti, vengono spesi anche e soprattutto per acquistare beni prodotti da privati... Quindi... Diventano redditi privati... Ma tralasciamo questa complicazione! Voglio comunque essere equanime: le regole ci sono, e vanno rispettate. Del resto, anche togliendo 2 al Pil, e quindi portandolo a 103 invece di 105, il rapporto debito/Pil sarà sempre migliorato, perché invece di 93/105=89%, avrò 91/103=88%, alla faccia della Cracozia... volevo dire: del Parapagal!

(Per i precisini: 88.3 invece di 88.6: sapete come si arrotonda, no?)

E bravo don Mario, tu sì che li sai fare i conti, bravo, taglia gli sprechi (i soliti “sprechi”, che poi sono la carta igienica, il sapone, la risma di carta per fotocopie ecc. che devo portare a scuola di mia figlia, e forse presto anche alla mia, di scuola)!

Quindi, come al solito, si va, si delibera, si taglia, e come al solito ci si ritrova, un anno dopo, ad ascoltare la relazione del governatore della BCM (Banca Centrale del Maradagal).


Don Mario assapora il suo trionfo: “abbiamo spezzato le reni (metaforicamente) al Parapagal: siamo meglio noi, noi meriteremo il plauso dei mercati!” Noi. Che a intenderlo come plurale, cioè come somma di “io”, o come plurale maiestatis, cioè come inflazione del proprio io, rimane sempre un pronome di persona. “I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona” (e questa chi la deve sapere la sa, e chi non la sa se la cerca perché è ora).

Arriva il governatore della BCM, ma non si può proprio dire che sia euforico (come immaginerete, altrimenti non vi starei raccontando questa storia)...

“Allora, governatore, qual è il consuntivo del nostro primo anno di regno... pardon, di governo? Abbiamo accelerato la fisiologica diminuzione del rapporto debito/Pil?”

“Be’, in effetti il debito è diminuito, è arrivato, come previsto, a 91 miliardi, invece dei 93 che avrebbe raggiunto in assenza di manovra...”

“Fantastico! L’austerità paga. I sacrifici sono sempre ricompensati, soprattutto quelli degli altri. Allora insistiamo: qualche altro spreco, che so? Magari potremmo risparmiare sulle pasticche dei freni dei mezzi pubblici, così, se va bene, evitiamo anche di pagare qualche pensione...

“Ma veramente ci sarebbe un problema...”

“Ah, e quale sarebbe? Il debito è sceso, i mercati saranno contenti, e i sudditi saranno contenti nel sapere che i mercati sono contenti... Non vedo il problema! Ricordati: sono ex comunisti, quindi abituati a difendere l’operaio, il quale, a sua volta, è figlio del XIX secolo, e ne condivide tutti i sani principi, incluso quello del sacro orrore per il debito: hai letto i Miserabili? Ricordi Marius? “Pour lui, une dette, c’était le commencement de l’esclavage”. E così, non ti paia paradossale, oggi proprio gli ex comunisti sono i più acerrimi fautori dell’austerità (anche perché, avendo letto solo il Bignami di Marx, non si rendono conto che senza debiti non c’è capitalismo, ma questa è un’altra storia). Comunque: siamo a cavallo!”

“Mica tanto: il problema è che il rapporto debito/Pil è aumentato: non siamo scesi dal 90% all’88%, siamo saliti dal 90% al 91%”

“Come è possibile? Con un’economia in crescita? E poi io ho tenuto conto del fatto che il taglio della spesa, per quelle stupide regole di contabilità, avrebbe ridotto il Pil: saremmo arrivati a 103 invece di 105. Lo ho calcolato, so fare i conti, sono un tecnico. Te lo dimostro: se il debito è 91, e il suo rapporto al Pil è 91%, vuol dire che il Pil è 100! (per i poeti: 91/100=91%, n.d.r.) Quindi il Pil non è sceso solo di 2, dei 2 miliardi di euro che ho santamente e austeramente tagliato, ma di 5 rispetto alle previsioni, cioè... la crescita è stata zero! 100 di Pil nel 2011, e 100 nel 2012, la stessa cifra. Ma come è possibile?”

 Vedi, don Mario, il problema è che hai manipolato i saldi contabili con la stessa scioltezza con la quale li vediamo ogni giorno manipolare a Qui, Quo e Qua e al loro simpatico zietto. Supponiamo che tu debba dimagrire. Ti affideresti a un medico che ti propone di amputarti una gamba? La perdita di peso è assicurata, no? Ma io credo che tu cambieresti dietologo, perché probabilmente intuisci che anche se lo scopo è perdere peso, il discorso non si esaurisce lì. Ecco, anche quando si manipolano i saldi il discorso non si esaurisce lì. Cosa erano i due miliardi che hai tagliato? Pensioni e stipendi pubblici, salvo errore. Ora, c’è una cosa che non hai considerato. Il maradagalese medio, che è piuttosto parsimonioso, consuma comunque circa il 60% del suo stipendio. Questo significa che riducendo di due miliardi gli stipendi dei maradagalesi, hai ridotto. in effetti, di 0.6x2=1.2 (il 60% di 2) la loro spesa per consumi.

Ora, tu sei un tecnico, quindi sai che il Pil è uguale alla somma di consumi, investimenti e spesa pubblica (ci sarebbero anche le esportazioni nette, ma dopo la guerra il commercio non è ancora ripreso). Sai cioè che Y = C + I + G. Tu pensi di aver ridotto solo G di 2 (la spesa pubblica), ma non capisci che facendo così hai anche ridotto C di 1.2 (i mancati consumi dei dipendenti pubblici, che entrano nel Pil perché, ovviamente, sono redditi di chi vende quello che gli esecrandi parassiti pubblici acquistano). Quindi, come vedi, siamo già a 2+1.2=3.2...”

“Ho capito, va bene, non dovevo trascurare il fatto che gli orrendi, turpi, esecrandi sprechi pubblici in realtà vanno a finanziare per lo più l’acquisto di beni privati... Ma anche così tu mi parli di una diminuzione di 3.2, e invece il Pil è diminuito di 5!”

“Certo, don Mario, perché vedi, un anno è lungo, e il Maradagal è popoloso... In un anno non succede mica una sola cosa: ne succedono tante. Succede anche che tutti quelli che normalmente vendono beni ai dipendenti pubblici (il lattaio, il fornaio, sai...), si sono visti entrare 1.2 miliardi in meno. Ora, tu non ci crederai, ma il mondo è strano: non è che perché uno è produttore, non è anche consumatore. E quindi il settore privato, che si è visto entrare 1.2 miliardi in meno, ha dovuto ridurre i propri consumi indovina un po’ di quanto? Bravo, di 0.6x1.2=0.72. Certo. Perché l’orrendo parassita statale, inutile e quindi dannoso, come certi docenti universitari elitari, narcisisti e pure keynesiani (di merda), che passano il tempo chiusi in casa a scrivere, anziché chiusi all’università a promuovere studenti, ha ridotto il suo consumo di pane e di latte, e allora anche il fornaio ha dovuto ridurre il suo consumo di latte, e magari il lattaio il suo consumo di pane, e magari (e questo sarebbe il lato positivo), nessuno dei due ha potuto mandare il figlio all’università, a far corrompere la propria giovane mente da certi personaggi.

Ora, facci caso: tu pensavi di aver diminuito il Pil di 2, ma invece, vedi, lo hai già diminuito di 2+1.2+0.72=3.92. Siamo quasi a quattro, e l'anno ancora non è finito. Ma siccome in un anno non si va al mercato una volta sola, capisci che la spesa che hai sottratto all’economia, gira che ti rigira, ha effetti indotti molto più grandi di quelli che pensavi tu. Ma questo gli studenti di economia lo sanno quasi sempre, anche se i professori, evidentemente, sono pagati per dimenticarlo! Se la propensione al consumo è del 60%, gli effetti indotti sono pari a 1/(1-0.6)=2.5 volte la sottrazione di spesa iniziale, e siccome tu hai sottratto 2, 2x2.5=5, ed ecco perché il Pil, che sarebbe arrivato a 105 se tu fossi stato tranquillo, è rimasto a 100 (crescita zero) in conseguenza del tuo tentativo di sedurre doña Angela. La quale a te predica austerità, ma a casa sua, sai, mi dicono si comporti in un modo un po’ diverso. Così fan tutte”.

E per gli amanti dei dettagli, ecco due tabbbbbelle riassuntive di questa bella storia, che sarebbe molto più bella se non fosse la nostra. Questo è il capolavoro del nostro hidalgo de la Sierra:


e questo è invece quello che sarebbe successo se non avesse cercato di essere più realista del re:




Attenzione: qui siamo ancora sul relativamente semplice. Ma se riuscite a digerire anche questo (prendete il vostro tempo), allora ripetiamo questa storia coi numeri veri, e poi sì che si ride...


Addendum: siccome altrimenti poi dite che faccio le preferenze, inserisco qui, dove lo vedono tutti, il link al modello sottostante, che poi è il modello keynesiano standard da libro di testo. Divertitevi.


Ah, ci avete fatto caso? Non ho detto “moneta sovrana”, e nemmeno “moneta fiat” (che poi sarebbe, credo, lo Scudo, il Fiorino, o il Doblò...). E non l’ho detto perché non c’era bisogno di dirlo. Perché dire cose inutili? Già capire quelle utili, purtroppo, richiede un certo sforzo, come dimostra chi viene qui a starnazzare che io sono schiavo del sistema neoliberista ecc. ecc. Quante me ne tocca sentire! Cioè, secondo loro se uno non va a una convention di princisbecco similberlusconiana, dove peraltro gli hanno detto di venire purché stia zitto (cosa che ha indignato tutti i miei colleghi, facendo terra bruciata intorno al "movimento"), non si sta opponendo al sistema! Vedete? È la generazione X-Factor, la generazione Grande Fratello. Che esista un altro metodo, che esista un'altra comunicazione, a loro non viene nemmeno in mente. E infatti, se ci fate caso, non parlano mai di elettori, di cittadini... Parlano di pubblico! Patetico ma vero! Cioè, secondo loro un post come questo ha il difetto di non parlare "al grande pubblico".

Tre millenni di storia non hanno insegnato niente a queste persone.

Mettiamola così: la Natura è matrigna (oh, se lo è!), e a me non interessa lottare contro di lei. Mi interessa solo dare, a chi ha gli strumenti per farlo, la possibilità di approfondire. Al pubblico ci pensi la televisione.

sabato 7 aprile 2012

L'aritmetica del debito pubblico

La Ruritania aveva un problema di debito pubblico. L’anno si era chiuso male. A fronte di un Pil di 5 miliardi di scellini ruritani, il debito pubblico era stato pari a 6 miliardi. Il rapporto debito/Pil quindi era stato di 6/5=1.2, cioè il debito era arrivato al 120% del Pil. Se vi siete già persi siete piddini, non preoccupatevi, ci pensa lui.

I ruritani, popolo di antica cultura, veneravano l’unità. Che avete capito? Non l’unità politica: non erano certo così baggiani da volersi unire al loro ingombrante vicino, la Cracozia. No, solo un continente a guida belga (with all due respect) può credere che “uniti si vince”! E i ruritani, nella loro storia secolare, avevano già assistito all’implosione dell’Unione Europea. Solo che forse non l’avevano capita bene, perché anche se avevano una visione piuttosto lucida di cosa significhi “unità” in politica (qualcosa di simile a quello che succede quando un luccio incontra un persico), loro continuavano a venerare l’unità matematica, il numero uno: 1. Forse un antico retaggio pitagorico, la monade, l’origine di tutte le cose... Comunque, a loro questo fatto che il rapporto debito/Pil fosse 1.2 invece di 1 li disturbava proprio tanto. E quindi decisero virilmente di porvi rimedio.

Immaginatevi il consiglio dei ministri ruritano. “Dovremmo prendere esempio dalla Cracozia! Guardate: lo scorso anno il loro rapporto debito/Pil era all’80%, ma riducendo la spesa sono riusciti a portarlo al 75%, in un solo anno. Austerità ci vuole! In fondo il nostro bilancio è in pareggio: basta un piccolo sforzo. Riduciamo gli sprechi e portiamolo in surplus! In questo modo il debito diminuirà e il suo rapporto al Pil arriverà a 5/5, che poi è uno degli infiniti modi nei quali si può esprimere la venerata monade: 5/5=1. E comunque, siccome l’austerità deve essere temperata dalla carità cristiana, e prima caritas incipit ab ego, propongo che si tagli un miliardo di scellini di spesa, senza aumentare le imposte. Che poi è esattamente quello che hanno fatto in Cracozia.”

Plauso degli astanti.

Si va, si taglia. Il popolo borbotta, ma la risposta è bell’e pronta: lo vuole la monade. E se lo vuole la monade, devi essere un mona per opporti.

Un anno dopo.

Arriva trafelato il governatore della Banca Centrale Ruritana (la BCR), con le ultime statistiche sul rapporto debito/Pil. Il consiglio dei ministri, fiducioso, attende di sapere qual è stato l’esito della manovra, ma non è difficile leggere sul volto del governatore della BCR un certo imbarazzo.

“Allora, governatore, esponga, sciorini i dati: abbiamo la monade? Siamo al 100%?”

“Be’, veramente le cose sono andate in un modo un po’ diverso”

“Sì, immagino, l’errore statistico, i ritardi nell’implementazione delle politiche, qualche incomprensibile resistenza alla santa austerità, ma insomma, noi si è tagliato, e il rapporto, se non proprio fino al 100%, sarà sceso almeno al 105%, al 106%? Non saremo da meno della Cracozia, voglio sperare!”

“Be’, veramente le cose sono andate in modo un po’ opposto (n.d.r.: notate la delicatezza): gli ultimi dati parlano del 125%”

“Coooooooooooooosa!? Il rapporto è aumentato di 5 punti, da 120 a 125? Ma noi abbiamo tagliato!”

“Sì, però, sapete, c’è un piccolo problema tecnico. Vedete, il fatto è che la spesa pubblica entra nella definizione del Pil. Noi siamo un’economia di mercato, e quindi il valore totale della produzione coincide con quello della spesa effettuata per acquistare i beni prodotti, che poi a sua volta coincide con la somma dei redditi percepiti da chi li ha prodotti. Sapete, la famosa identità: Y = C + G + I + NX. Il Pil, somma dei redditi (cioè valore della produzione effettuata) coincide con la somma delle spese per consumi privati, C, consumi pubblici, G, formazione di capitale fisso, I, e esportazioni nette. Del resto, pensateci: non è difficile: se nessuno spendesse, se nessuno acquistasse nulla, nessuno guadagnerebbe, e non avrebbe nemmeno senso produrre (visto che nessuno comprerebbe e che quindi non si sarebbe ricompensati per il proprio sforzo). Sì, lo so, è troppo semplice per essere capito. Ma rassegnatevi: la realtà è semplice! Dovrete fare uno sforzo. Ed è per questo che il totale del prodotto/reddito coincide col totale delle spese di famiglie (C), Stato (G), imprese (I) e estero (NX). Ora, voi avete ridotto G di una unità, tagliando tanti sprechi e qualche stipendio, e avete fatto senz’altro bene: in questo modo il bilancio pubblico, che era in pareggio, è andato in surplus di una unità, lo Stato cioè ha risparmiato, e con i suoi risparmi ha ridotto il debito da 6 a 5. Solo che purtroppo... per colpa dei tagli anche il Pil è sceso, da 5 a 4. Si chiama recessione, sapete. E il risultato è che mentre lo scorso anno il nostro rapporto debito/Pil era di 6/5=120%, oggi è di 5/4=125%”.

“Ma come? Anche la Cracozia era in pareggio di bilancio, si è portata in surplus per un miliardo, e il suo rapporto debito/Pil è sceso! Forse che in Cracozia la spesa pubblica non entra nel Pil? Hanno truccato i conti? Si saranno mica rivolti alla GS anche loro? (n.d.r.: non quella dei supermercati)”.

“No, no, la contabilità nazionale è uguale per tutti, e se vogliamo anche l’aritmetica. Sì, so che voi la chiamate matematica, ma sapete, qui stiamo parlando di aritmetica, di cose che avete tutti, compresi voi, lettori, studiato alle elementari, di cose che usate nella vita di tutti i giorni con grande scioltezza, ma che poi, quando si tratta di ragionare sui numeri dell’economia, accantonate, abolite, come se partiste dal presupposto di non poter capire. Eppure è semplice. La Cracozia aveva 4 miliardi di debito e 5 miliardi di Pil: 4/5=0.8=80%. Ha fatto anche lei il suo bel taglio degli sprechi: il debito è sceso a 3, il Pil è sceso a 4, e oggi la Cracozia à un rapporto debito/Pil a 3/4=0.75=75%. A cosa gli serva non si sa, ma comunque l’operazione in quel caso ha funzionato, perché aritmetica voleva che funzionasse. Non so se è chiaro. Comunque, è chiaro che dobbiamo prendere una decisione. Cosa intendete proporre per la prossima finanziaria”.

“La situazione non ci lascia altra scelta: dobbiamo insistere sulla via dell’austerità. La monade lo vuole”.

Appunto.



Bene. Questa è la versione semplice. Quella complicata è ancora più divertente: ma prima vediamo se digerite la differenza fra 6/5 e 5/6...

venerdì 6 aprile 2012

Bolle e bulli

Professore, perché non capisce i sottili messaggi subliminali che le mando? <...> Certo la razionalità umana lascia a desiderare, per quello bisogna sbatterci il grugno forte, ma lei pensa che se la Spagna continua a scricchiolare così il bund tedesco rimane bello e forte e con rendimenti negativi? Con tutti i Bonos che hanno in pancia le banche tedesche? Con tutti i soldi che han messo sull'immobiliare spagnolo? Ahemm Kommerzbank ahemm... Io andrei bello corto sul bund fossi uno speculatore.

Aho! Se lo fa e ci si guadagna voglio la percentuale ;)



Caro Alessandro,
 

ieri sera stavo leggendo i Miserabili, parte terza, libro terzo, capitolo prime (“Un ancien salon”):



« Lorsque M. Gillenormand habitait la rue Servandoni, il hantait plusieurs salons très bons et très nobles. Quoique bourgeois, M. Gillenormand était reçu. Comme il avait deux fois de l’esprit, d’abord celui qu’il avait, ensuite l’esprit qu’on lui prêtait, on le recherchait même, et on le fêtait. Il n’allait nulle part qu’à la condition d’y dominer... »



Ferma tutto! Ma io questo lo conosco! Non andava da nessuna parte se non a condizione di dominare (la conversazione, naturalmente, trattandosi di salotti, non fate correre la vostra fantasia perversa, M. Gillenormand aveva un’età)... Ma dove l’ho incontrato... Ah sì, ora ricordo:



“Ogni volta che mi voglio divertire vado a commentare da un mio amico "austriaco" e tutti i suoi "ammiratori" iniziano col delirare dello "Stato Nemico" e compagnia bella. A quel punto gli dico semplicemente "perfetto ragazzi, emigrate in Somalia, là niente Stato e vi divertite come vi pare no? Peccato che il primo Signore della Guerra vi faccia saltare le cervella e vi rubi tutto a meno che non siate Clint Eastwood in Gunny. Questo è il liberismo allo stato puro. Godetevelo."

Game, Set, Match 6-0 6-0 6-0... manco c'è quasi più divertimento oramai.”



Ecco, come ti ho detto, carissimo Alessandro, tu sei bello, ma non so se mi piaci. Mettiamola così: io credo che tu abbia una curiosità e un’intelligenza dei fatti profonda, o che almeno a me sembra tale perché spesso la trovo affine alla mia, cioè perché mi sembra che quello che per me è un problema lo sia anche per te. Aggiungo che questo vale per il 99% dei lettori che passano e si fermano. Naturalmente, questo tipo di affinità deve piacermi, per mero narcisismo: se mi piace come la penso, deve piacermi un po’ anche chi la pensa come me!

E forse mi piace anche il tuo lato competitivo.

In fondo la tua descrizione delle visite agli amici austriaci, e della simpatica partita di tennis che ti vede regolarmente vincitore, è una candida ammissione di trollismo: tu non ci vai a parlare perché ti interessa quello che pensano, ma perché ti piace vincere facile. Siamo sicuri che questo blog sia il posto giusto per questo tipo di progetto?

Ora, al di là del fatto che forse i dibattiti dovrebbero essere condotti in buona fede per confrontare tesi e antitesi e giungere a una sintesi (adesso arriva Schneider con la matita blu), insomma, in parole povere, con un intento un minimo costruttivo, se non nei risultati almeno nelle intenzioni, e se non nelle intenzioni almeno nelle dichiarazioni di intenti, al di là di questo semplice fatto, qui cominci a piacermi di meno, perché una natura veramente competitiva dovrebbe cercarsi degli avversari di un certo spessore!

E quindi, sperando che tu sia, come io sono, una natura veramente competitiva (e non sto a dirti qual è il mio avversario preferito), ti do una buona notizia: qui troverai sempre pane per i tuoi denti. Ma stai attento ad addentarlo: potresti romperti un dente: in questo caso è lì da cinque mesi! Sì, perché vedi, il fatto che i bund saranno la prossima bolla mi pregio (come dicono quelli che parlano forbito) di essere stato il primo a dirlo in Italia, su questo blog, il 23 novembre 2011. E tra l’altro non è nemmeno un’idea mia. Come credo tu non abbia colto, a me l’economia interessa poco, ma per il lavoro che faccio ogni tanto vado a cena con qualche studente che fa un lavoro serio, e mi erudisce. Quella poi fu una cena particolarmente interessante, perché alla mia osservazione che io sapevo benissimo che le crisi debitorie sono un problema del creditore, e che quindi all’istituto di credito nel quale il mio ex studente lavorava sarebbe convenuto, appunto, evitare, lui mi rispose con parole che avevano esattamente il senso di quelle che dice Keynes nel XII libro. E il senso era: lo sappiamo benissimo che dovremmo uscirne, ma noi siamo pagati per fallire in modo convenzionale, non per riuscire in modo non convenzionale.

E questo per la razionalità. Magari un giorno parliamo di fallimenti del mercato, che è una cosa che mi ha chiesto Giorgio secoli or sono.

Ma torniamo a noi.

Dove è finita la netiquette, che poi era quella cosa di buon senso che suggeriva, quando si voleva dare una lezioncina subliminale al padrone di casa, di andare prima a dare un’occhiata in giro? Non ci sono più i troll di una volta! Tu sei con noi, con mia grande soddisfazione, dal 14 marzo, e quindi forse non hai fatto in tempo a recuperare (la colpa è mia, sono un grafomane).

Per aiutarti, voglio dirti quale sport pratichiamo qui.

Non è il tennis, no.

Sono i 100 metri piani.

Hai tagliato il traguardo con 135 giorni di ritardo. Ma io sono certo che puoi e vuoi migliorare. In alternativa, ci sono tanti campi artificiali dove confrontarsi con liberisti decerebrati!

Il mio messaggio non è subliminale, sono sicuro che è arrivato...


Scusa, i lettori con più anzianità sanno che sono tollerante come un aspide e permaloso come un piddino. Sono qui per imparare, ma imparo di più di chi non mi fa la lezioncina!

mercoledì 4 aprile 2012

Moneta e guerra: notizie dall'eurozona allargata

Ha proprio ragione Angela: fuori dalla moneta unica sarebbe guerra. Guardate ad esempio cosa sta succedendo in Africa: Timbuctu è in mano ad al Qaeda, i ribelli stanno scendendo verso Bamako, qualcuno in Francia si preoccupa del fatto che un paese grande quattro volte l'Italia possa diventare una roccaforte islamista nel centro di una regione così cara al cuore e al portafoglio degli europei (i maliani sono abbastanza indietro, ma intorno c'è un po' di petrolio, oculatamente gestito da democrazie eterodirette con presidenti tipo Omar Bongo - rimasto in carica quanto Pio IX o giù di lì...).

Di questi trascurabili avvenimenti è inutile cercar tracce sul sito di Repubblica (ai lettori di CDC segnalo che "trascurabili" è usato in senso antifrastico...). Al di là del giudizio sui repubblichini (che oggi hanno evidentemente di meglio da fare), va anche detto che se vogliamo dimenticarci l'Africa abbiamo le nostre buone ragioni.

Ma che vuoi, ce l'aveva detto il nostro amico Fabio, quello che non sapeva cosa fosse il Washington Consensus, un economista senza virgolette (cioè non un "economista" come me), ed evidentemente senza altre cose che vanno a coppie, visto che si è sciolto come un pupazzo di neve a Ferragosto quando gli ho messo davanti tre numeri. Lui, ripeto, ce l'aveva detto: "chi è meno efficiente soccombe sia che si trovi in un'area monetaria comune sia che ne sia fuori. Basti pensare all'Africa." Sottintendendo: "vedi, loro sono dei poveracci, mica come me che me ne sto negli Emirati a lavorare per la GS (non quella dei supermercati, n.d.r.), ma in fondo lo sono perché se lo meritano, e la colpa non è certo della moneta unica, visto che non ce l'hanno".

Ecco, vedi, anche i poveri maliani sono così: vittime della loro pigrizia, del loro non essere biondi, e quindi produttivi, e certo non della moneta unica, visto che in Africa non c'è!

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Credo che in certi arabi sia latente un certo razzismo nei confronti dell'Africa sub-sahariana, e forse il nostro amico potrebbe essersi lasciato contagiare. Perdoniamogli questa caduta di stile.

Ma uno che ha lavorato all'Imf, e se ne vanta, come fa a non sapere che il Mali è de facto parte dell'area euro?

Ah, voi non lo sapevate? Be', ma voi mica siete economisti senza o con virgolette. Voi siete solo degli abitanti di una colonia, in balia dei repubblichini e di chi paga loro lo stipendio. Come volete che vi informino sul resto del mondo!?

Sì, il Mali appartiene all'UEMOA, che insieme alla CEMAC costituisce la "zona franco CFA", dove CFA stava una volta per "Colonie Francesi d'Africa", e oggi sta per "Comunità Finanziaria Africana". Del resto, anche "euro" sta per "marco". Una merda, anche con un altro nome, avrebbe lo stesso profumo... o era una rosa? Forse sto confondendo Shakespeare con Hugo, Giulietta con Cambronne, ma sto di fretta, scusate...

Quando la Francia è entrata nell'euro, il franco CFA, che prima era agganciato al franco, si è trovato automaticamente agganciato all'euro, e ne ha seguito le amene vicissitudini. Non ci credete? Fate bene. Bagnai è un "economista arguto", un "narciso geniaccio" (questa mi è piaciuta molto), evidentemente vuole fare un paradosso, suvvia, come è possibile che l'area euro si estenda a un quarto dell'Africa subsahariana...

Malfidati! E allora guardatevi il tasso di cambio euro/dollaro e franco CFA/dollaro dal 1999 al 2011:


Non vedete la differenza? Semplice: non c'è! Il tasso dell'euro è misurato sulla scala di sinistra (in euro per dollaro), quello del franco CFA su quella di destra (in franchi per dollaro), e il loro andamento è identico perché il franco CFA è agganciato all'euro, e quindi è l'euro: se l'euro si svaluta del 10%, così fa il franco CFA. Se l'euro si rivaluta del 10%, così fa il franco CFA. Qualcuno chiede ai maliani se la cosa gli sembra conveniente? Non mi risulta.


Non lo sapevate, eh? E non lo sapeva neanche Franco. Il quale all'Imf faceva altre cose (forse cercava un lavoro alla GS), perché altrimenti saprebbe che nonostante i loro eroici sforzi, nemmeno i suoi ex-colleghi sono riusciti a smentire un dato, ovvero che la zona franco CFA (in particolare la CEMAC) ha sì avuto meno inflazione del resto dell'Africa subsahariana (la virtù alamanna dell'euro è arrivata fin là), ma anche e soprattutto meno crescita, come modestamente mi sono permesso di far notare loro quando mi hanno invitato (il solito narciso guastafeste: ma sono stati buoni con me, mi hanno lasciato ripartire...).


Del resto, al margine di quel workshop, chiedevo a una funzionaria delle Nazioni Unite, molto sub-sahariana e molto simpatica, con dottorato in economia negli Stati Uniti, proveniente dalla upper class di uno di quei tanti paesi: "ma dimmi un po', non lo capiscono che questa unione monetaria li danneggia? Cosa può tenere insieme paesi tanti diversi?" Risposta: "la corruzione". Una cosa che, come sapete, non ci riguarda (vi do il link in tedesco, tanto chi dovrebbe capirlo non lo capirà comunque, e chi può capire certe cose le sa già).

E allora?


E allora, steso un pietoso velo sull'ignoranza degli economisti senza virgolette, ignoranza frutto del resto del modello amerikano, quello che ti impone di specializzarti in una sola cosa, e quindi di ignorare tutto il resto (da cui l'ignoranza), tiriamo un paio di conclusioni.


La prima è che, con buona pace dello squallido razzismo dimostrato da alcuni, la moneta unica è parte del problema anche in Africa. La seconda è che almeno in Africa essa non è parte della soluzione, perché non mi sembra che stia evitando una simpatica guerra civile all'interno di uno dei paesi che la adottano, né che stia promuovendo misure di un qualche genere da parte dei suoi fratelli nel franco CFA, né tantomeno dei suoi fratelli nell'euro. Esaurito il suo ruolo predatorio, per cui tu il petrolio me lo vendi (o i sottomarini me li compri) al prezzo e al tasso di cambio che decido io, la moneta unica evidentemente non è né lì, né qui, uno strumento di condivisione e di progetto politico.


E quindi la frase di Angelina rimane quello che è: una sinistra, vacua minaccia, priva di fondamento storico e fattuale, che ci rinvia, a noi che non siamo amerikani e qualche libro possiamo leggerlo, alle parole di un'altra persona che non credeva nella specializzazione: "le minacce sol son arme dello imminacciato".

Scricchiola il ramo, eh, Angelina? E la tua economia (diciamo così) è bella pesante...

lunedì 2 aprile 2012

Da ciascuno secondo i suoi bisogni, a ciascuno secondo le sue possibilità

Basta.

Abbiamo parlato di troppe cose tristi e squallide, abbiamo recensito troppi articoli di autorevoli autori prezzolati o incompetenti, senza che l'una cosa escludesse necessariamente l'altra, ci siamo usurati gli occhi squadernando i dati che li smentiscono (debito sovrano? Ma se la crisi è esplosa dove questo debito era ai minimi storici!), dati che sono sotto gli occhi di tutti, e che ci sono perché nessuno li veda, come la lettera rubata, abbiamo contemplato sbigottiti la "visione" machiavellica di giovani e vecchi politici, o aspiranti tali, dalla democrazia "a geometria variabile", e abbiamo pensato troppo al futuro, che poi, a pensarci bene, non sappiamo nemmeno quanto ci riguardi.


Agli uomini il futuro ha sempre offerto una sola certezza. Oggi, o fortunatos nimium, ne offre ben due: la solita, e quella che l'euro finirà. Sì, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti. Ma l'euro morirà prima di noi. Questo lui non ha fatto in tempo a dirlo, forse perché pensava che ai posteri sarebbe bastato l'esempio di Churchill, e del modo in cui l'economia già languente della Gran Bretagna venne definitivamente sbriciolata dalla sua scelta demenziale di agganciarsi a uno standard di valore insostenibile. Certo: l'euro è stato per noi esattamente quello che la parità aurea anteguerra fu per l'Inghilterra di Churchill (o il dollaro per l'Argentina). Ce li vedo i piddini britannici d'antan a dire: "be', ma così i beni esteri ci costano di meno"... Lo dicevano, giuro! Leggete Keynes, leggete "Le conseguenze economiche di Winston Churchill"...


Ma gli esempi non bastano mai.


Sarebbe bastato, altrimenti, il primo: Eritis sicut Deus, scientes bonum et malum. Le cose in fondo non sono tanto cambiate. Dixit autem serpens: "Entrate nell'euro, sarete come i tedeschi, biondi e produttivi". Il resto lo sapete, siete anche voi uomini di fede (con poche luminose eccezioni): arrivano i mercati, lievemente innervositi: In laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos germinabit tibi, et comedes herbas terrae; in sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris ad humum, de qua sumptus es, quia pulvis es et in pulverem reverteris.


Che poi significa: prima ti tolgo la tripla A, e poi...

Quindi, forse, possiamo prenderci una pausa. Io son costretto, perché sono in viaggio. E solidarizzo col povero Robert, che non ne potrà più. Lo capisco. Troppa economia. Sono d'acccordo con lui.

Io poi qui ci sono finito per caso.

Non erano esattamente questi gli orizzonti che mi proponevo di esplorare.  Al Castro Laurenziano mi sono sempre sentito un po' in prigione. Entravo in classe, nelle giornate uggiose d'autunno, guardavo dalla finestra, vedevo i cipressi del Verano, e mi venivano subito in mente quei versi:

Pluviôse, irrité contre la ville entière,
De son urne à grands flots verse un froid ténébreux
Aux pâles habitants du voisin cimetière



Ecco, qualcuno di voi, con animo gentile, mi ringrazia e si complimenta per la mia chiarezza. Ma vedete, io ho sui miei colleghi un vantaggio sleale. A voi posso dirlo, ma mi raccomando, non andateglielo a dire. Il mio vantaggio è che per me, più che per loro, capire queste cose è stato uno sforzo enorme, perché di tutte queste cose a me non me ne fregava e forse non me ne frega assolutamente niente. Memore di queste sofferenze, faccio forse meno fatica di loro a mettermi al posto vostro.

Certo, ogni tanto il tempo è galantuomo.

Ad esempio, leggendo The Great Crash di Galbraith mi sono reso conto che anche per lui rimane un mistero quello che era tale per me quando studiavo sulle dispense di Gandolfo la trappola della liquidità: ma perché quando tutti vogliono vendere si trova comunque sempre qualcuno che vuole comprare?

A quasi 50 anni ho capito che in fondo la domanda non era così stupida, visto che se la pone anche cotanto economista.

Chissà? Forse perché c'è qualcuno che preferisce leggere il Sole24Ore ai Fiori del male. Già. Gli uomini non sono tutti identici, come nei modelli degli economisti liberisti, quei modelli che rappresentano un mondo in confronto al quale la Corea del Nord è la Firenze del Rinascimento, un panorama di splendide individualità...

Per qualche giorno sarò absent. Quando torno vi parlo della bilancia dei pagamenti (poi della svalutazione), e soprattutto faremo una bella sessione di Radio Coatta Classica sulle chansons di Fauré.

Estote parati.



@Robert: sì, Fauré non è esattamente un allegrone, posso essere d'accordo. Ma sarai d'accordo con me che è uno dei rarissimi casi di equilibrio fra qualità della musica e qualità del testo. D'altra parte, dopo una serata passata col compagno Basilisco nell'attesa dell'ottentotto e del samoiedo, che stranamente non si sono presentati, capisci bene che l'umore non è alle stelle! E siccome io ai miei lettori ci tengo, ti lascio questo per pulirti le orecchie: Ecce super montes... E ora vado a dormire prima che il sole dell'avvenire mi svegli...