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venerdì 15 dicembre 2017

La domandona (integrazione monetaria for dummies)

(..."fa piacere parlare con una persona intelligente", I fratelli Karamazov...)



Lui: "Il conto devo portarglielo in euro...".

[...]

Mi alzo e vado a pagare col Bancomat.

Lui: "Mi scusi, può darmi un recapito, volevo chiederle una cosa sulle sue teorie...".

Io: "Ecco, già partiamo male, perché non sono mie teorie: è la scienza economica".

Lui: "Sapevo che avrebbe detto così".

Io: "Perché è così".

Lui: "Comunque, avevo una domanda sulle sue argomentazioni...".

Io: "Ariòca!"

Lui: "Ma non volevo farle perdere tempo, posso scriverle...".

Io: "Perdere tempo? No, perché!? Guarda, ti spiego: è come alla fine di un western: io sono quello che spara, tu quello che muore, e la cosa è rapidissima. Dimmi...".

Lui: "Perché lei sostiene che si debba tornare alle valute nazionali? Ma se ognuno deve avere la sua moneta, allora dovrebbero avercela anche le singole regioni. Alla fine a me questo sembra più un problema politico".

Io: "Bravo, è proprio un problema politico. In effetti, gli squilibri regionali esistono, e magari in Italia ne sappiamo qualcosa. Ma................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................
E questo c'è chi lo capisce subito, chi lo capisce dopo, e chi non lo capisce mai. Comunque, farlo capire, vorrei che ti fosse chiaro, non è più la mia guerra. [Il collega al suo fianco, ascoltandomi, si rabbruniva, non so se per una sua accresciuta consapevolezza, o per un comprensibile sdegno di fronte alla mia incontenibile, devastante iattanza...] Io so solo una cosa: che questa sera ho mangiato perché mi hai portato il sushi, e ora posso pagarlo. Domani, chissà... Ma se io non potrò pagare il sushi, tu non potrai pagare l'affitto. Stammi bene, il futuro è tuo! E leggi il mio libro, se vuoi ti mando il pdf..."

Lui: "Ma no, non è necessario!"

Io: "Eh, chi può dirlo? Non volevo essere indelicato, ma io faccio l'economista, e quindi so che la situazione di chi lavora nel terziario è difficile...".



(...in cauda venenum...)

(...bene: il compito per il weekend è, evidentemente, riempire con il mio semplice argomento - che l'amico non ha capito, ma a me non interessava che capisse - le righe lasciate vuote. Purtroppo ultimamente mi sale spesso il don Rodrigo, e quando mi capita così devo dire che vivere dentro un sistema intrinsecamente violento come quello capitalistico, dove chi paga comanda, mi rivela il suo lato positivo: quello di poter esercitare in modo pulito e compatibile con l'ordinamento una severa ma giusta dose di brutalità con chi se la merita, o, almeno, se la cerca. Sarebbe il famoso concetto: "Il mercato è il mio pastore". Se mio nonno faceva il vino e io faccio libri, un motivo ci sarà, anzi, ce ne sono molti, soggettivi, ma anche e soprattutto oggettivi. Quegli stessi motivi oggettivi che mi portano a credere che per l'amico che mi interpellava l'ascensore sociale fosse rimasto fermo fra il piano terra e il garage. Questo non gliel'ho detto con le parole: ma con gli occhi temo di sì. Io sono, certo, solidale, in astratto, con le classi subalterne, e vorrei, certo, che questo sistema evolvesse in un senso socialista. Ho passato tutto il pomeriggio a leggere il bellissimo e utilissimo articolo di Porcaro... Ma poi, fra la teoria e la pratica c'è il giramento di coglioni! Io non sono modesto: sono umile. E con chi invece è modesto, ma non umile, non ho alcuna compatibilità e quindi alcuna pietà. Umiltà è mettersi a studiare, aprirsi ai ragionamenti altrui, e io questo lo faccio, e lo sapete, e vi costringo a farlo con un certo mal contenuto sadismo. Catalogare "le tesi" altrui non è esattamente umiltà. Non riuscirò a versare una lacrima per chi non ha fatto nulla per aiutare se stesso. Non sono Dio, per fortuna, quindi questa clausola nel mio contratto non c'è. D'altra parte, come vi ho sempre detto, non dovete avvelenarvi: Keynes reconnaîtra les siens, dopo che la crisi avrà fatto fare a questi ultimi la fine degli Albigesi. Meritata? Non meritata? Questo sarebbe un giudizio di valore, e non credo sia il caso di darne: quelli sono nel contratto di Dio. Però una cosa è certa: non è compito mio convincere chi crede ai giornali. Il mio compito è vincere questa guerra, e, magari, dopo regolare il sistema dell'informazione - possibilmente usando in modo appropriato le leggi liberticide che la terza carica dello Stato ci avrà messo a disposizione prima di inabissarsi. Io non sono buono, io non sono democratico, io non sono pluralista, e non sono nemmeno onesto, perché forse non vi sto dicendo la verità. Ma al simpatico cameriere piddino la verità l'ho detta...)

(...attenzione! Fermi tutti! Abbiamo la prova della saldatura antropologica fra piddini e ortotteri: quella che consentirà agli uni e agli altri di farsi alleare dai propri capi senza fare "bah!", dopo che i sullodati capi per anni li hanno aizzati gli uni contro gli altri. Il cameriere era piddino, non solo in senso antropologico - sapeva di sapere che la sua domandona mi avrebbe messo in difficoltà! - ma anche politico - non aveva la facies ortottera. Tuttavia, qualcosa di ortottero lo aveva: l'incapacità di usare Google per trovare il mio indirizzo email. Vedete? Una faccia, una razza, una missione. Quella che gli dà il deep state Usa. Massimo rispetto per il deep state, ci mancherebbe altro. Però, amici colonizzatori, se proprio volete tenerla calma sta colonia, sceglieteveli un po' meglio i vostri ascari! Fra l'altro, siccome mi sono veramente rotto i coglioni di spiegare perché l'euro non funziona, se mi pagate anche poco vengo io a fare il lavoro sporco, a belare più Europa, o a dire che l'euro ci ha dato la pace! Gratis, però, non voglio farlo. Nemmeno il cameriere, del resto, vorrebbe lavorare gratis. Ma presto dovrà farlo. Chissà se si ricorderà di quello che gli ho detto. E voi lo avete capito?...)

(...e ora Rockapasso chi la sente...)

martedì 6 dicembre 2016

La semplice economia del referendum

Chicco Testa, dopo aver detto che bisognava votare sì (immagino per non votare come quei razzisti dei leghisti), a spoglio ultimato ha implicitamente detto se avete votato no è perché siete terroni:


(salvo poi cancellare il tweet, da vero Riccardo Cuor di Leone da Tastiera; ma ci ha pensato un regazzetto sveglio...).

Rettifica: mi dicono che il tweet è ancora lì, oggetto di esegesi alquanto interessanti. Se vi va, andate a vedere. Grim è stato bloccato...

D'altra parte, si sa, è del piddino non solo il sapere di sapere, ma anche il ritenersi legibus solutus: quello che detto da altri sarebbe hate speech, detto da lui è contenuta espressione di una giusta passione civile, quello che detto da altri sarebbe insinuazione razzista, detto da lui è fine analisi sociologica.

Ne propongo una alternativa, che mi arriva da una persona familiar with the matter e che stimo molto. A me risulta che abbiano votato no i (giovani) disoccupati, e questo è anche quello che dicono i dati:

Mi sembra un ottimo esempio della differenza fra correlazione e causazione. Indubbiamente il "no" ha prevalso al sud, ma il problema non è etnico: direi piuttosto che è macroeconomico. Quanto due variabili y (il voto) e x (la terronitas) si muovono insieme, la colpa potrebbe essere di una terza variabile z (la disoccupazione). Questo, almeno, era scritto nel manuale dove studiai e col quale insegnai econometria.

Stando così le cose, mi sembra evidente che il referendum, come ho sempre detto, è stato sulla Bce (che ha perso), piuttosto che su Renzi (che non ha vinto). Prima che qualche altro intellettuale organico si addentri in categorie che non gli appartengono, magari dicendo che la mia analisi non vale niente, perché l'euro è solo una moneta e se al sud non lavorano è perché non hanno voglia di lavorare (o consimili analisi da bar), quindi è la terronitas a causare la disoccupazione (e il conseguente voto "di protesta"), mi affretto a far notare che il disastro del Mezzogiorno è sì endemico, e se ne potrebbe parlare a lungo, ma certamente è stato aggravato dalle politiche di austerità prese in nome dell'Europa. Lo si vede se si analizzano gli indici del Pil delle quattro macroregioni italiane (prendendo come base il 1995, primo anno per il quale i dati sono disponibili sul database del'Istat):



Ci siamo? Fino alla crisi i tassi di crescita erano relativamente omogenei. Poi, con lo shock del 2008, i tracciati si discostano: il Nord perde di più, ma recupera anche di più. Sud e Isole perdono di meno, ma non recuperano, e dall'arrivo di Mario A. Monti (dove A. sta per "alriparodelprocessoelettorale"), si vede bene come il tracciato del loro Pil diverga verso il basso da quello di Nord e Centro, che invece blandamente recuperano.

Occorre altro?

Sì.

Occorrerebbe che chi si pronuncia su temi economici sapesse l'economia, e magari, se vuole proprio parlare della nostra crisi (cosa che nessun medico gli prescrive), prima studiasse la teoria delle aree valutarie ottimali. Nei suoi progressi recenti questa teoria fornisce mille e un motivo per il quale una moneta unica favorisce la divergenza economica fra paesi e aree partecipanti (non ci torno: chi mi segue lo sa, e chi vuole saperlo mi segua).

Quando poi questa divergenza economica fatalmente si traduce in divergenza politica, sta a ognuno reagire secondo le proprie capacità: ci sarà chi profferirà altezzose oscenità razziste, e ci sarà chi umilmente fornirà dati.

Il tempo è galantuomo (ma è anche poco).

martedì 6 settembre 2016

Fantapolitica

(...non metto link, tanto è un raccontino, non c'è nulla di vero, è un'opera di fantasia, e poi chi è di queste parti sa di cosa sto parlando, e chi non è di queste parti è arrivato senz'altro troppo tardi per impedire che la fantasia diventi realtà, e forse anche per riconoscere questa realtà quando gli si parerà davanti, cioè entro un anno...)




L'Unione Europea è un progetto statunitense. Serviva, come sappiamo, a rendere coeso il fronte orientale, quello verso il nemico sovietico.

Poi il nemico si sfaldò, e con esso c'era il timore che si sfaldasse anche il fronte. Sai com'è, quella storia della tesi: senza antitesi, non c'è sintesi...

Aggiungi che serviva anche un bell'impulso, l'impulso definitivo, a quella globalizzazione finanziaria che tante soddisfazioni stava dando al capitalismo, schiacciando ovunque i salari. In Europa questi resistevano: per opporsi al comunismo in modo efficace si era infatti dovuto creare un credibile welfare, e assicurare una bassa disoccupazione. Tutte cose che rendevano i salari piuttosto coriacei, ma non tanto da non poter essere scardinati dalla moneta unica.

Certo, l'euro aveva anche dei costi, proprio per quel sistema finanziario, e per quel blocco geopolitico, che legittimamente si aspettavano di trarne vantaggi.

Ubi commoda... Il fottuto latino!

I costi in termini economici erano noti e ovvi: squilibrando la distribuzione del reddito, la moneta unica provocava una ipertrofia del credito che rendeva il sistema finanziario più fragile, anziché più stabile come promesso. Decine di crisi finanziarie provocate da agganci a valute "stabili" lo provavano negli ultimi decenni. Ma fin qui nulla di male: oltre un millennio di storia economica dimostra che nulla è più facile, se si controllano le istituzioni, del socializzare le perdite (accollandole a pensionati e contribuenti) dopo aver privatizzato i profitti.

Poi c'erano i costi geopolitici, ricordate? "L'aspirazione francese all'uguaglianza è incompatibile col desiderio tedesco di egemonia"... Ecco: quelli, di costi, sarebbero stati un po' più difficili da gestire. Più in generale, l'euro avrebbe provocato, nel medio termine, il frazionamento politico dell'Europa. Lo aveva pronosticato Kaldor nel 1971 e confermato Feldstein nel 1997. Non ci potevano essere dubbi. La domanda quindi era: ci conviene un'Europa balcanizzata, o un'Europa coesa? Domanda che ovviamente si ponevano, e tuttora si pongono, gli Stati Uniti.

La risposta è dipesa dalle circostanze.

Per un po' prevalse una certa preferenza verso l'Europa balcanizzata, cioè verso l'euro. Poi, però, si comprese che il vantaggio di frantumare la leadership europea tramite il conflitto economico allo scopo di controllarla meglio si pagava col costo di rinunciare a un motore di crescita della domanda mondiale (e quindi di profitti delle multinazionali Usa), e con l'altro non trascurabile svantaggio di perdere pezzi a beneficio dell'antagonista russo, che tornava ad affermarsi.

Così, verso la metà del secondo decennio del terzo millennio, gli Stati Uniti tornarono a quella che era stata la loro posizione negli anni '70, una posizione di sostanziale opposizione alla moneta unica europea. Una moneta unica che stava nuovamente alimentando la questione tedesca, e invece di tenere la Germania abbracciata alla Francia, la stava proiettando a Est, e stava frantumando l'intera Europa, con esiti radicalmente imprevedibili. Una moneta unica che stava soffocando la crescita mondiale. Una moneta unica che stava alimentando gli squilibri globali, proiettando il surplus tedesco verso livelli mai sperimentati in passato, costringendo così gli Stati Uniti a un ruolo di acquirente di ultima istanza, sempre più difficile da sostenere in un quadro nel quale il resto del mondo cominciava timidamente ma decisamente a dedollarizzarsi (e quindi agli Stati Uniti non bastava più semplicemente emettere dollari per finanziare il proprio deficit estero).

I costi della moneta unica stavano superando i suoi vantaggi, com'era prevedibile e previsto (non da molti): era quindi giunto il momento di farne a meno.

Ma... la transizione fra un sistema nel quale i costi superano i benefici, e il sistema successivo, comporta essa stessa un costo!

Smantellare l'euro, in particolare, avrebbe avuto due ordini di costi: un costo finanziario, perché le banche del Nord Europa avrebbero dovuto accollarsi almeno una parte delle perdite determinate dalla svalutazione dei loro crediti, i quali, essendo stati accesi in euro, sarebbero stati saldati nella nuova valuta meridionale, più debole (o, il che è lo stesso, in una minore quantità della nuova valuta settentrionale, più forte); e un costo politico, perché le classi politiche che avevano fino a quel momento indicato nell'Europa, cioè nell'Unione Europea, cioè nell'euro (che son tre cose diverse, ma per loro dialetticamente identiche) l'unica via, si sarebbero dovute rimangiare tutto, soffrendo una pesantissima perdita di credibilità.

Un problema non da poco per lo zio Tom, perché le banche tedesche sono fortemente interconnesse con quelle americane, e i leader europei sono fra i principali garanti della pax americana (che poi tanto pax non è, ma si sa: l'unico keynesismo buono è quello bellico...).

Difficile da risolvere, il problema, vero?

Difficile se fosse stato imprevisto. Ma imprevisto non era, e il piano B era pronto. Sentite come funzionava. Si cominciava col mandare segnali di insofferenza verso il Nord Europa, al duplice scopo di fiaccarne il morale, e di consentire alle classi politiche del Sud di desacralizzare il feticcio europeo: "Anche i tedeschi truccano  motori, anche le loro banche sono marce, l'euro li ha avvantaggiati...". Al termine di questo processo, si mandava un cubista di elevatissimo lignaggio accademico a scoprire che il cielo è azzurro e il prato è verde (verde semaforo, per l'esattezza), scrivendo qualche puttanata sul doppio euro, e sdoganando così di fatto nei circoli che contano l'idea che l'euro non fosse irreversibile (il che dimostra che i circoli che contano sanno di contare, ma non sanno contare...).

Questo per la parte politica.

E per la parte economica?

Ma anche questo è semplice. Ricordate qual era il problema? Non far saltare le banche tedesche, perché fortemente interconnesse col sistema finanziario statunitense. E allora? E allora, prima di smantellare l'euro, bisognava ricapitalizzare le banche del Nord. E i soldi chi ce li avrebbe messi? Ma, semplicemente i cittadini dello stato più ricco fra i membri dell'allegra brigata: l'Italia. E l'avrebbero fatto spontaneamente? Ma che domande! No, certo che no! Lo avrebbero fatto con la troika. Come? Perché la troika? Ma perché, come si era già visto nel caso della Grecia, questa istituzione era uno strumento estremamente efficiente (anche se lievemente corrotto) per canalizzare verso le banche del Nord le risorse spremute ai cittadini del Sud, via imposte e contributi ai fondi salvastati. E perché gli italiani avrebbero dovuto accettare una cosa simile? Ma, anche questo è piuttosto ovvio: semplicemente, si sarebbero prese delle misure tali da mettere in crisi terminale il loro sistema bancario fiaccato da cinque anni di crisi economica ininterrotta. Poi, al momento di ricapitalizzare il sistema bancario, confidando nella conclamata incapacità culturale ed etica del governo italiano di ritornare a una valuta nazionale, sarebbe stato fin troppo semplice proporre il ricorso al MES (cioè alla troika) come unica soluzione praticabile.

TINA.

Ma i cittadini italiani, visto il fallimento della troika in Grecia, non si sarebbero rivoltati?

Non credo.

Intanto, non è assolutamente detto che i cittadini italiani potessero aver capito cosa era accaduto in Grecia. Fior di intellettuali, da Gallino in giù, si erano attivati per elaborare, perfino tramite un'apposita lista civetta, una mitopoiesi positiva del massacro greco, letto in chiave di viatico per una fantomatica "altra" Europa...

E poi, oltre a questa simpatica opera di disinformazione, da alcuni anni si scaldava a bordo campo il partito antisistema di regime, quello tutto castacriccacoruzzzzione. Chi meglio di lui poteva invocare credibilmente l'intervento in Italia di un podestà straniero? "Casta, cricca, coruzzzzione, se sò magnati tutti, mejo li tedeschi, che armeno a casa loro e cartacce pe ttera nun ce stanno".

Alto sentire, lungimirante visione: quella di un popolo di schiavi, appunto.

Ci pensate?

La sintesi perfetta!

Lo stesso partito che era in grado di proporre come soluzione politicamente accettabile il commissariamento del paese, sotto l'usbergo dell'onestà cha-cha-cha, era anche quello che per anni aveva fatto finta di voler uscire dall'euro, e quindi, a causa di questa pantomima, poteva proporre in modo credibile (ma per conto terzi) l'uscita dall'Eurozona del guscio vuoto dell'Italia.

Chiaro, no?

A elezioni fatte (negli Usa) si lascia fallire il cazzaro (che avendo usurato il proprio consenso in anni di crisi non potrebbe gestire l'esproprio del paese senza causare sommosse nel paese), arrivano loro, gli onesti, si caricano la troika in Italia (perché i nostri sò corotti), quella prende i nostri soldi e li porta in Germania (come già visto e documentato nel caso greco), in modo che le inevitabili turbolenze da rottura dell'euro ne risultino attenuate e non coinvolgano troppo lo zio Tom, dopo di che qualcuno, nella stanza dei bottoni, preme il pulsante rosso con scritto #ciaone, e al grido di onestà cha-cha-cha viene smantellato l'euro, ma solo rigorosamente dopo aver lasciato raschiare al capitale estero anche il fondo del barile.

Se sò raschiati tutto...

Fantapolitica, naturalmente.

La trama di un romanzo.

Se dovessi colorarla un po', cosa aggiungerei? Ma, non so, fate voi: io mi sono proposto di non lavorare dopo le undici, anche perché questa è un'opera di fantasia, ma se Dio ne guardi si dovesse realizzare avrei bisogno di essere in salute, per vari motivi, non ultimo dei quali il fatto che la sanità pubblica non ci sarebbe più. Tuttavia, credo che molti di voi saprebbero far quadrare in questa semplice trama (l'esproprio della ricchezza degli italiani come garanzia per gli Usa che lo smantellamento del loro giocattolo non gli costi troppo mandando in vacca il marcio e corrotto sistema bancario tedesco, con il pericolo di tirarsi dietro quello statunitense) molti, se non tutti, gli epifenomeni cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, a partire da quando Lars Feld (e poi Zingales) hanno cominciato a dire che i tedeschi avevano nazionalizzato le loro banche perché la crisi allora era sistemica, ma ora no, e quindi a noi toccava la troika, che in fondo non era una cattiva cosa, se fosse servita a stabilizzarci, per arrivare all'uscita dell'illustre luminare democrat che scopre l'acqua calda (perché lui? Perché ora?)...

Fantapolitica.
Voi stampatela, e tenetela da parte. Ma ricordate: se si verifica la congiunzione "partito degli onesti più troika" (non si verifica, per carità... ma se si verifica...) prendete i (vostri) soldi e scappate. Poi, quando gli onesti avranno fatto quello che finora si sono callidamente adoperati per impedire, cioè ci avranno portato fuori da questa colossale trappola, ovviamente spolpandoci a beneficio dei loro onesti mandanti esteri, tornate (ma i soldi lasciateli fuori ancora per un po').

Nun capita, ma ssi capita...



(...this is a work of fiction ecc. D'altra parte, presto dovrò trovarmi un nuovo lavoro: proviamo con i romanzi...)

(...sì, Celso: è proprio così...)

domenica 7 febbraio 2016

L'asse tedesco-tedesco

(...da Londra...)


Luigi (nome di fantasia) è un'affabile e intelligente persona. Ci sentiamo ogni tanto al telefono, più raramente mi invita nel suo lussuoso appartamento a discutere, en petit comité, gli sviluppi della situazione. Sono i momenti nei quali intuisco che in effetti essere un miliardario avrebbe un certo fascino, soprattutto in un paese nel quale ancora puoi permetterti di non girare per strada sotto scorta (salvo casi eclatanti). La vita di tutti i giorni ne risulta considerevolmente semplificata, il che, inutile negarlo, libera tempo da dedicare all'otium. Va anche detto che la maggior parte dei miliardari che conosco è la dimostrazione vivente del fatto che le materie prime non sono un problema: di tempo libero ne hanno tanto, ma lo buttano al cesso. Luigi è un po' diverso. A lui, che non è un economista ma i soldi li ha fatti (a differenza dei tanti cialtroni accademicamente titolati cui non affiderei dieci euro per andare a comprarmi il pane e il latte, perché non saprebbero controllare il resto), a lui, che quindi ha girato il mondo non per dimenticare l'Italia, ma per valorizzarla (il marchio che ha creato è parte integrante del nostro prestigio), a lui, dicevo, dell'integrazione europea colpisce la distonia culturale, l'aver voluto superare il nazionalismo degli Stati creando un mostro statalista che avrebbe senso solo se sostenuto da una cosa che non c'è perché non ci può essere: una nazione europea. Luigi insomma è la prima persona cui ho sentito articolare (anche nel dibattito) la riflessione che Giandomenico Majone stava sviluppando nel dibattito scientifico, e che anch'io avevo confusamente anticipato nei miei libri che non sono solo divulgativi: combattere il nazionalismo con una supernazione non è cosa molto coerente logicamente, e in fondo nemmeno operativamente. La creazione dei due stati nazionali più recenti (Germania e Italia) non credo possa essere considerata esattamente una best practice, eppure è avvenuta proprio nel modo in cui ci si dice che dobbiamo operare, perché, ci si dice, è l'unica via di salvezza: cedendo sovranità. Ora, ai tempi, questa cessione, che ha funzionato poco (vedi il persistere dei noti divari fra Nord e Sud o fra Ovest e Est), era almeno in parte motivata da uno stimolo positivo: l'esistenza di un dato culturale, l'identità linguistica, che giustificava l'ambizione a gestire insieme uno spazio comune, anche a costo di qualche sacrificio.

Oggi, se ci fate caso, questa cessione è motivata principalmente da uno stimolo negativo: la paura. Paura della Cina, paura dei migranti. Il terrorismo psicologico è stato apertamente teorizzato da Mario Monti come elemento portante della creazione di una nuova identità, come qui sappiamo bene. Che non sia solo teoria ma anche prassi lo abbiamo visto in occasione dei fatti di terrorismo che ci hanno sconvolto lo scorso anno, e che sono subito stati sfruttati dai media di regime per invocare, con un salto logico rivelatore di una vera e propria psicosi (e di un livello patologico di poraccesimo), gli Stati Uniti d'Europa.

Quindi, cosa vogliamo aspettarci da un sistema che non solo ricalca un modello di integrazione fallimentare (e in quanto tale disapplicato nel resto del mondo, dove non esistono esperimenti di integrazione economica che ambiscano a darsi statura politica), ma in più lo persegue sulla base di motivazioni negative e intrinsecamente distoniche? Se per costringere qualcuno a fare qualcosa devi terrorizzarlo, intanto c'è qualcosa che non va, e poi non è detto che la cosa finisca bene.

E infatti...

Nel corso delle nostre amabili conversazioni, Luigi, che è meno giovane di me, ricorda spesso una frase, credo di De Gaulle: quella secondo cui l'Europa sarebbe stata un carro tirato da un cavallo tedesco e condotto da un nocchiere francese (non so se la frase sia esattamente così, non so se sia di De Gaulle, ma sicuramente qualcuno di voi lo sa). Frase che ricorre ogni volta che Luigi mi riespone quella che secondo lui è la motivazione profonda dell'euro: il desiderio francese di supremazia, presentato, per indorare la pillola, come asse franco-tedesco.

Una cosa della quale mi è stato chiesto di parlare qui:


Ora, come sapete, io a questa versione dei fatti credo poco. Certo, Mitterrand era un tronfio imbecille puttaniere (definizione un po' riduttiva, ma tutto sommato comprovata dall'evidenza), però in questa concettualizzazione molte cose non mi convincono. Sì, chiaro, esisteva all'epoca l'idea, impersonata qui da noi da quell'altro fulmine di guerra di Modigliani, che la moneta unica avrebbe avuto una gestione comune, e che quindi "più Europa" avrebbe significato meno Germania. Come sia finito lo abbiamo potuto vedere: male. La Bce è una grande Bundesbank, e la stessa cosa accadrebbe a livello di politica fiscale, se si procedesse verso un bilancio federale europeo. Del resto, sta già accadendo, non vedete? Smigol vuole imporre un'accisa a casa nostra per risolvere un problema che il suo paese ha creato, e che però ora si manifesta anche da loro (finché si manifestava solo da noi, non c'era bisogno di condividere i costi). Non si capisce come andrebbe a finire? E poi, quale asse vuoi che esista fra un paese che una valuta debole (per lui) rende strutturalmente creditore, e un paese che una valuta forte (per lui) rende strutturalmente debitore? Cioè, rispettivamente, fra Germania e Francia?

E infatti l'asse non c'è. L'asse franco-tedesco è morto, e lo si vede bene se si conoscono le dinamiche in atto a Bruxelles. Dinamiche che, come sempre, non hanno nulla di occulto: tutte le informazioni disponibili a ricostruirle sono pubbliche, ma se non sei del mestiere necessariamente ti sfuggono. Il punto qui è molto evidente: mentre portava avanti l'Anschluss dei suoi fratelli dell'Est, la leadership tedesca (un gruppo, come vedremo, piuttosto ristretto di persone unite da legami partitici e personali) pianificava l'Anschluss di tutto il resto, infiltrando con abilità e senza alcuna particolare azione di contrasto dei suoi elementi in ogni posto chiave delle istituzioni europee. Posti, notate bene, che sono appena sotto il pelo dell'acqua (o del fluido al quale volete paragonare le istituzioni europee), e dei quali quindi il grande pubblico (europarlamentari e governanti periferici compresi) non intuisce la rilevanza strategica. Motivo per cui questa occupazione ha potuto procedere indisturbata, superando il punto di non ritorno.

Pensate che esageri?

Non lo penserete più dopo che vi avrò fatto pochi esempi, fra alcune decine che potrei produrvi.

Iniziamo dal Parlamento europeo, il cui membro più longevo, che vi siede ininterrottamente fin dalla prima elezione nel 1979, è Hans-Gert Pöttering. Pöttering (classe 1945) è membro della CDU- CSU, il partito di Angela Merkel. È anche stato Presidente del Parlamento, fra il 2007 e il 2009, ed è presidente della Fondazione Adenauer, ma ciò che lo rende uno degli uomini più influenti a Bruxelles è il fatto di essere l'uomo di fiducia di Angela Merkel per tutte le questioni europee. Durante la sua presidenza, il suo capo di gabinetto era Klaus Welle, che poi è diventato non a caso il Segretario Generale del Parlamento, cioè il funzionario più alto in grado di tutta l'amministrazione. Classe 1964, Welle era responsabile per le politiche europee dello stesso partito di Pöttering e Merkel negli anni '90, poi passato nella delegazione del Parlamento europeo del PPE, per poi lavorare con Pöttering e finalmente insediarsi al vertice dell'amministrazione parlamentare.

Se ci spostiamo in Commissione, è noto persino ai giornali italiani (di solito non molto informati sulle vicende comunitarie) che il nuovo capo di gabinetto del Presidente Juncker sia il vero fac-totum della Commissione 2014-2019, colui il quale con una gestione inusualmente autoritaria sta imponendo una sua precisa linea politica, a volte anche scavalcando il Presidente. Martin Selmayr, classe 1970, è un giurista che ha studiato gli aspetti legali dell’unione monetaria, lavorando prima presso la BCE e poi negli uffici di Bruxelles della fondazione tedesca Bertelsmann. È stato lui e non Juncker a definire i limiti entro cui tutti i membri dell’esecutivo comunitario, i Commissari ed i Vice-Presidenti, possono muoversi, arrivando addirittura a modificarne liberamente i discorsi. Un’altra manovra piuttosto spregiudicata e significativa è stata la rotazione dei direttori generali fortemente voluta e completata da Selmayr qualche mese dopo il suo insediamento.

In quell’occasione ha abilmente piazzato il suo predecessore e connazionale Johannes Laitenberger, ex-capo di gabinetto di Barroso, a capo della Concorrenza, uno dei portafogli più importanti.
Johannes Laitenberger ha molte cose in comune con Selmayr. Entrambi sono giuristi, molto vicini al partito di Angela Merkel, la CDU-CSU. Laitenberger è stato il vero e proprio cane da guardia imposto dalla cancelliera a Barroso nel suo secondo mandato (2010-2014), in cambio della rielezione come Presidente della Commissione. Anche lui ha molto influenzato il lavoro della Commissione in perfetta sintonia con Berlino. Adesso è stato spostato a capo della direzione generale della concorrenza da Selmayr, senza che la Commissaria responsabile fosse proprio entusiasta. Per intenderci, è da lui che passeranno tutte le decisioni sugli aiuti di stato, come quelle per il settore bancario che l’Italia sta disperatamente cercando di ottenere, senza molto successo.

Chissà perché? Forse perché, come ci siamo detti, qualcuno ha deciso che invece di salvare le nostra banche con le nostre risorse, come fece la Germania, noi dovremo rivolgerci al MES, cioè alla troika. E chi comanda, al MES? Bè, ormai, dovreste averlo capito: un tedesco, Klaus Regling!

Regling è il direttore esecutivo del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) diventato poi il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), cioè il fondo che con assoluta discrezionalità e senza alcun controllo democratico decide le condizioni da imporre agli stati membri che chiedono aiuti finanziari a Bruxelles. Regling, classe 1950, è un altro economista tedesco la cui carriera si è sviluppata per oltre vent’anni fra il Fondo Monetario Internazionale e il Ministero delle Finanze tedesco, con una parentesi presso l’associazione delle banche tedesche e una banca d’affari londinese. Nel 2001, anche lui come esterno “prestato” all’amministrazione comunitaria, viene nominato direttore generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea, posto che ricopre fino al 2008. Dal 2008 al 2010 ritorna a Berlino come consigliere della Merkel, e poi dal 2010 diventa il capo dei vari meccanismi finanziari attraverso i quali l’Eurozona eroga i prestiti agli stati in difficoltà. E’ lui l’architetto dei vari “salvataggi” della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo, della Spagna, e degli altri che verranno. Significativa fu una sua intervista del 2010 in cui criticava duramente la Commissione per non aver adeguatamente vigilato sulle finanze pubbliche in Grecia, dimenticando di dire che il direttore generale responsabile dal 2001 al 2008 era stato lui stesso. Nel 2011 il suo nome circolò anche come candidato alla presidenza della BCE.

Notate che questo gruppo di persone è fortemente coeso: sono tutti a un grado di separazione da Frau Merkel, e pronti a esprimere il prossimo personaggio da collocare al posto suo o loro, che quindi sarà, anche lui, a un grado di separazione da tutti gli altri. Funziona così.

Potrei andare avanti per altre due pagine (sapete che non vi mento, e comunque gli organigrammi delle istituzioni europee sono consultabili sui relativi siti: andate a vedere, ad esempio, chi comanda il meccanismo di risoluzione bancaria...).

A questo punto la domanda diventa: e la Francia? Come ha potuto lasciar fare? Ricordo che quando incontrai a Rouen Jean-Paul Gozès lui espresse (in pubblico) la percezione netta che l'ingresso nell'euro, che lui difendeva come scelta di progresso ecc., aveva rappresentato un punto di svolta impostante: era stato l'euro a far dimenticare Auschwitz ai tedeschi. L'alterigia che avevano deposto quando, esponenti di una Germania sostanzialmente non denazificata, si affacciavano alle prime esperienze comunitarie schiacciati dal peso degli orrori compiuti poc'anzi, l'avevano ripresa una volta acquisita la certezza di averci incaprettato.

Ma allora la Francia perché non ha reagito, non reagisce?

Il fenomeno comincia a interessare e preoccupare i commentatori esteri, i quali, se danno per scontato che governanti fanfaroni, ignoranti e maggiordomi come i nostri non capiscano e non se ne curino, trovano viceversa molto meno normale che il "nocchiere" francese del carro europeo abbia deciso di suicidarsi. I motivi sono complessi. Politico.eu li analizza in un interessante articolo che propongo alla vostra riflessione. La prima riflessione da fare, però, è che in Francia si è costituito un gruppo di studio parlamentare per investigare le cause del problema. Vi immaginate una cosa simile da noi?

Le cause sono tante, e vanno da quelle evidenti (è chiaro che l'allargamento a Est dell'Unione è stato voluto dalla Germania nel suo interesse, che non era solo economico - manodopera qualificata da far entrare facilmente nelle sue fabbriche via Schengen - ma anche politico - creazione di una rete di vassalli da usare per mettere in minoranza i partner storici), a quelle meno evidenti, fra cui una questione generazionale: i rappresentanti francesi nelle istituzioni europee stanno andando in pensione, e i giovani enarchi sono molto meno attratti di un tempo da Bruxelles. Naturalmente, è un cane che si morde la coda: più la Francia passa in minoranza, meno prestigio offrono le cariche europee, e quindi minori incentivi hanno i giovini ram-polli dell'alta borghesia francese a recarsi nelle sedi dove i tedeschi li umiliano. Meglio restarsene a casa propria, o andare all'IMF, o in qualche multinazionale. Ma così la situazione si è degradata e si degraderà ulteriormente, e alla fine, del famoso asse franco-tedesco rimarrà solo un asse tedesco-tedesco, che la Francia non vedrà nemmeno più, perché lo avrà fuori dal campo visuale.


Questo lo dico a beneficio dei buontemponi che dicono "bè, però Renzi ha sbagliato, dovrebbe creare prima una rete di alleanze, e poi fare la voce grossa!". Forse non è chiaro come stanno le cose a Bruxelles e in Europa. I governi dei paesi in crisi sono tutti sostanzialmente ininfluenti, anche quando non sono direttamente commissariati dalla Bce (come quello greco, con la marionetta Tsipras), e l'unico paese di un certo peso politico che potrebbe schierarsi con noi, cioè la Francia, non lo fa perché pensa di essere migliore di noi (e vi ho mostrato più volte per tabulas che questa è presunzione), ma anche se lo facesse non ci potrebbe ormai aiutare più di tanto a cambiare i reali rapporti di forza a Bruxelles, le cui istituzioni sono marce di metastasi tedesche.

Chiaro il concetto? Abbiamo di fronte a noi un'alternativa non semplice: o un gesto disperato ma risolutivo, o alcuni decenni di disperazione.

Chi ci comanda non ha chiari i termini del problema, ve lo garantisco (e del resto lo vedete da voi), e quindi quale sarà l'esito ve lo lascio immaginare.

Ah, a proposito: buona domenica!

domenica 17 gennaio 2016

Contributo alla storia finanziaria dell'unità d'Italia

(...sottotitolo: ma oggi c'è la Cina...)

Guglielmo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Polonia e netiquette": 

Buongiorno, il collegamento che ha fatto nel post tra Unità d'Italia e processo di integrazione europeo mi ha spinto a fare una ricerca in rete. Ho trovato questo testo "LA PRIMA LEGISLATURA DEL REGNO D'ITALIA
STUDI E RICORDI DI LEOPOLDO GALEOTTI
GIÀ DEPUTATO AL PARLAMENTO.
SECONDA EDIZIONE (1886) disponibile qui http://www.eleaml.org/ne/storia/01_galeotti_1866_bilancio_prima_legislatura_regno_italia_2015.html Non sono riuscito a leggerlo tutto ma ho trovato sconvolgente alcuni parallelismi con i fatti contemporanei. Qui riporto un passaggio del capitolo XVII intitolato " Il debito pubblico e la moneta" :
" La unificazione del debito pubblico dei cessali Stati, era necessaria, come misura politica, onde immedesimare nelle sorti d’Italia l’interesse di lutti i creditori, e come misura finanziaria, onde sul mercato interno ed estero non ci fosse nessuna concorrenza fra i titoli vecchi e i titoli nuovi. Questa operazione venne immaginata e condotta felicemente dal ministro Bastogi, che aprì il gran libro del debito pubblico, riunendo lutti i debiti irredimibili in due grandi categorie, l’una di rendita consolidata 5 per 100, l’altra di rendita consolidata 3 per 100, lasciando in una terza categoria gli altri debiti redimibili, e sostituendo ai titoli antichi della doppia rendita consolidata, la necessità di un titolo nuovo. Il cambio dei titoli dentro il termine di un anno che la legge assegnava, venne compiuto quasi totalmente senza che niuno se ne accorgesse. E quindi, da quel giorno, non fu altrimenti visto sul mercato se non che il titolo del Regno d’Italia, senza concorrenti e senza rivali. Era questo il segno più esplicito e meno equivoco sul mercato estero della unità dello Stato, che veniva in tal modo riconosciuta dai banchieri, prima che lo fosse dai Governi.
Altra operazione anche più delicata e più difficile consisteva nel sostituire alle diversissime monete circolanti per le province d’Italia, una nuova moneta che avesse per base il sistema decimale, e che, portando l’impronta del nuovo Regno, facesse sparire le tracciò delle antiche signorie, nelle quali era stato diviso. E questa pure era una necessità reclamata anche dai bisogni commerciali, nulla nuocendo di più allo svolgimento dell’industria, quanto il dover mutare ad ogni passo l’istrumento più indispensabile delle contrattazioni, e gli elementi primordiali del calcolo."

Oltre all'idea che i cambi di moneta nuocessero all'industria mi ha colpito soprattutto il passaggio sul riconoscimento dei mercati ancor prima che dei Governi ("unità dello Stato, che veniva in tal modo riconosciuta dai banchieri, prima che lo fosse dai Governi"):sembra proprio che alla base dell'unificazione ci siano quei fenomeni che lei sta denunciando 



Postato da guglielmo in  Goofynomics alle 17 gennaio 2016 10:10




(...si apra la discussione, ma che c'è da discutere? Solo i più corrotti e cialtroni fra i miei "colleghi", quelli ECB- o Goldman Sachs-sponsored, per capirci, possono rifiutarsi di ammettere che stiamo assistendo a un film già visto. Lo fanno per crassa ignoranza, perché pagati per farlo, e perché questo gli consente di vendere aria fritta su rubriche "prestigiose", come fosse brillante ricerca. Ma è solo un film già visto, e anche se questa volta lo sceneggiatore è americano, non ci sarà un happy ending...)