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domenica 9 dicembre 2018

QED 89: Macron, un anno dopo...

"Seminate odio!"

Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!

Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.

Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).

Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!

Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.

Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".

Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...

In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).

Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.

Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.

Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):



Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.

(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).

(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)

Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?

Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).

Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.

Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).

Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).

E come?

Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!

Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:

(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.

Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...

Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:


Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!

Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).

Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).

Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!

Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!

Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).

Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.

Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...

Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).

Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!


(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)

sabato 23 settembre 2017

Macron, Le Pen, e una verità scioccante sull'Eurozona

(...ogni tanto vi do dei compiti da fare, ma poi, siccome devo correggere quelli che sono pagato per correggere, mi dimentico di correggere i vostri. Oggi arriva la correzione. Enjoy!...)


La disastrosa prestazione di Marine Le Pen nel secondo dibattito delle presidenziali ha imposto un cambio di passo al dibattito sull'integrazione europea. Indipendentemente da come lo si consideri (molti lo considerano positivamente), questo autentico suicidio politico ha un che di enigmatico, o forse ci ricorda semplicemente l'importanza del fattore umano. Molti francesi che sarebbero stati disposti a votare anche il diavolo pur di dare un segnale, dopo aver visto la Le Pen farfugliare di doppia moneta, sulla base del precedente (?) dell'ECU che sarebbe stato utilizzato dalle imprese per effettuare i pagamenti (?), hanno reagito come un mio amico di sinistra che ovviamente non posso nominare (apprezzerete il gesto di scrivermi in italiano):


Caro Alberto,

La bionda si è suicidata in diretta alla tv. Da qui, mi viene in mente tre possibilita : (i) Non ha le capacità, (ii) Somiglia al suo padre e non voleva del potere, (iii) E stata creata dal sistema, ne fa parte e serve soltanto per fare paura al francese medio.
Veramente, non c'è nessuno di serio per rappresentarci : ne a destra, ne a sinistra. Domenica andrò a pescare.

La vittoria dell'astensionismo si spiega anche così. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti. Da un lato, con un certo anticipo su quanto avevamo previsto, tutti si stanno accorgendo che Macron non è una soluzione (il che ovviamente non implica sic et simpliciter che Le Pen lo sarebbe stata). Dall'altro, come era facilmente prevedibile, il partito della Le Pen si sta disgregando, il che dovrebbe essere di monito ai leader (o presunti tali) politici nei loro tentativi di mediare fra l'esigenza di restare ancorati ai fondamentali macroeconomici, che inesorabilmente condannano il progetto europeo, e gli umori dell'elettorato, che in questo momento sembrano improntati all'euforia o alla rassegnazione (o almeno così vengono rappresentati dai media ai politici, che, qui come lì, il polso della situazione non ce l'hanno, perché "popolo" per loro non è che un'astrazione...).

La lezione francese è che chi deflette perde: quindi, viene da pensare, meglio perdere con la schiena dritta...

Comunque, visto come vanno le cose, posso riproporvi un paio di slides che avevo preparato nello scorso inverno, così, per divertimento, e poi avevo lasciato lì: servono a illustrare con un semplice disegnino una scioccante verità sul meccanismo con cui l'Eurozona risponde agli shock esterni. Oggi anche Fassina sarebbe in grado di ripetere "se non svaluti la moneta svaluti il lavoro" (e se ha smesso di farlo è solo perché Le Pen ha smesso di farlo; chiaro indice della subalternità del campo "progressista"). Ma fra ripeterlo e capirlo c'è molta strada, e forse vederlo può aiutare a percorrerla più rapidamente. Non credo che Fassina abbia bisogno di aiuto: lui sa sbagliare da solo, soprattutto le proporzioni. Vedo però in giro molte persone che, dopo aver aperto gli occhi qui, ora stanno smarrendo la strada, e forse (dico forse) a loro può essere utile essere richiamati dalla dimensione emotiva della propaganda a quella razionale dei dati di fatto.

Intanto, bisogna capire cosa intendiamo per "shock esterni". In parole povere, per shock esterni noi qui, in Europa, intendiamo recessioni provenienti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti restano, ad oggi, di gran lunga la prima economia mondiale:


(...questi sono i dati del 2016, misurati come devono esserlo se quello che interessa è valutare la capacità di spesa di un'economia sui mercati globali, piuttosto che il benessere  - ovvero il potere d'acquisto - dei suoi cittadini. Nel primo caso, che è quello che ci interessa, visto che le economie interagiscono tramite il commercio - cioè attraverso quanto i loro cittadini comprano a casa altrui, non a casa propria! - occorre far riferimento ai dati misurati a prezzi correnti e convertiti al tasso di cambio di mercato nella valuta utilizzata per gli scambi internazionali, che è sostanzialmente il dollaro. Così facendo si misura quanto la singola economia può comprare - se cresce - o smette di comprare - se cala - dai suoi partner commerciali. Non sarebbe invece corretto utilizzare in questa valutazione misure del Pil a parità dei poteri di acquisto, che servono a capire quanto i cittadini di un paese possono comprare a casa loro, non sui mercati internazionali. Questo punto regolarmente sfugge nel dibattito, regalandoci quei titoloni insensati delle nostre gazzette, secondo cui la Cina avrebbe superato gli Usa in termini di Pil. Naturalmente siccome con un dollaro Usa compri più riso a Shanghai che a New York, e siccome i cinesi sono un po' più degli americani, se misuri il Pil in "riso acquistabile pro capite" (ovvero, a parità di poteri d'acquisto) e poi moltiplichi per gli abitanti ottieni risultati molto incoraggianti per la Cina! Se però avete avuto l'impressione che in media sia meglio vivere a New York, posso confermarvi che non avete avuto torto. La disuguaglianza c'è ovunque, ma trovarsi dalla parte sbagliata di essa in Cina è molto peggio che trovarcisi negli Usa. Chiusa la parentesi metodologica...)

Non solo: gli Stati Uniti sono molto più interconnessi con noi, in termini di flussi finanziari e di flussi di investimenti in genere, della Cina. I dati per l'Eurozona e per i suoi paesi membri sono qui e questa è una schermata riassuntiva:



Non so se è chiaro: stiamo parlando di investimenti diretti (questi sconosciuti...) ed è assolutamnte evidente che non solo la posizione netta dell'Eurozona verso gli Stati Uniti è fra le tre e le cinque volte quella verso la Cina, ma soprattutto che le rispettive esposizioni lorde sono infinitamente più grandi nel caso degli Usa: a spanna, gli europei investono negli Usa (e gli statunitensi in Europa) circa venti volte più di quanto lo facciano i cinesi (i dati cambiano di trimestre in trimestre, ma gli ordini di grandezza sono questi...).

Capite bene quindi perché personalmente sbuffi con insofferenza quando il cretino di turno cerca di farmi paura con la Cina! L'elefante nella cristalleria globale, o, per dirla con Bersani, la megattera nello sciacquone, non è certo la Cina (che comunque prima o poi del male ce lo farà): sono gli Stati Uniti.

Questa riflessione è utile perché le esperienze storiche degli ultimi decenni ci consentono di osservare cosa accade all'economia europea quando gli Stati Uniti vanno in recessione, confrontando cosa accade in regime di cambi aggiustabili, o in regime di cambi irrevocabilmente (?) fissi (cioè sotto l'euro). Insomma: osservando i dati storici dagli anni '90 ad oggi siamo in grado di vedere come reagisce a uno shock l'Eurozona, e come reagiva il Sistema Monetario Europeo (SME), in cui le parità erano aggiustabili. A gennaio di quest'anno mi ero trovato a fare questo esercizio per la Francia, partendo da un dato di fatto che regolarmente sfugge ai commentatori dilettanti: le due più gravi crisi europee di bilancia dei pagamenti degli ultimi trent'anni (quella del 1992-93 e quella del 2009-10) sono state entrambe precedute da uno shock esterno, cioè da una recessione Usa.

Tutti ricordano che nel 1992 le economie europee erano state messe sotto stress dalla politica tedesca di alti tassi di interesse. I nostri fratelli tedeschi volevano alti tassi per risolvere un loro problema, la riunificazione tedesca, il cui impatto è ben descritto qui. Gli alti tassi, come immaginate, servivano loro per attrarre capitali i capitali necessari all'Anschluss, ma erano molto meno opportuni per le economie europee più indebitate, come la nostra, cui rendevano più onerose le condizioni di finanziamento del debito, e sottraevano (convogliandoli in Germania) i capitali necessari per il rifinanziamento. Il decoupling della Germania dagli Usa si vede bene qui:


Prima del 1989 il tasso sui prestiti (lending rate) tedesco si muoveva più o meno di conserva con quello Usa (si farebbe prima a dire: quello mondiale, dato che oggi come ieri la piazza finanziaria di gran lunga più importante a livello globale resta Wall Street - con buona pace degli imbecilli che "oggi c'è la Ciiiiina!"). Dal 1989 in avanti è evidente una grande divergenza che arriva fino al 1992, per poi ricomporsi quando la Germania, dopo aver costretto i suoi confratelli europei più deboli a svalutare (per rianimare le proprie economie compresse dai tassi di interesse troppo alti), dovette a sua volta ridurre i tassi di interesse (per rianimare la propria economia messa in difficoltà dal tasso di cambio troppo alto).

Questo molti lo ricordano, ma non molti ricordano invece che un pezzo delle tensioni che mandarono in cocci lo SME proveniva dagli Stati Uniti. Lo vedete qui, dove ho riportato la crescita del Pil statunitense (barre azzurre) insieme con la disoccupazione francese (in arancione) e tedesca (in grigio):



Il 1991 fu negli Usa un anno di recessione (come lo sarebbero stati il 2001 e il 2009), il che spiega due cose: perché il tasso di interesse Usa diverge vistosamente verso il basso fra 1991 e 1992 (arriva una recessione, la Fed abbassa i tassi), e perché noi ci trovammo in difficoltà coi conti esteri nonostante stessimo facendo "le riforme strutturali" (che poi sapete che il nesso è un altro: si viene messi in difficoltà per fare le riforme strutturali...).

Certo che il mondo è proprio cambiato! Pensate! Alla fine degli anni '80 ai tedeschi facevano comodo tassi di interesse più alti (mentre ora...), mentre gli Stati Uniti rispondevano a una crisi della propria economia abbassando i tassi (mentre ora...).

Come dite?

Non è cambiato niente?

Sicuramente non è molto: le tensioni hanno origine e segno molto simili, il che, in fondo, serve a ricordarci che la storia ha sempre qualcosa da insegnarci, soprattutto se parliamo di pochi anni fa, non del Pleistocene (con tutto il rispetto per il Pleistocene, si intende). Ma qualcosa, come vedremo, è cambiato.

Ragioniamo allora sui tassi di disoccupazione dei paesi europei.

In seguito allo shock del 1992, vediamo che il tasso di disoccupazione aumenta in Francia e in Germania, di conserva, e di conserva si riduce a partire dal 1997. In seguito allo shock del 2009, invece, il tasso di disoccupazione tedesco e francese divergono: il primo si riduce, e il secondo aumenta.

Perché?

Per capirlo, dobbiamo dare un'occhiata al tasso di cambio reale bilaterale fra Francia e Germania, che possiamo approssimare come rapporto fra i rispettivi tassi di cambio reali effettivi (sul senso di questa misura e su possibili alternative ci siamo confrontati qui, parlando del fallimento di Macron).

La situazione è questa:

L'economia francese rispose alla crisi del 1992 con una rilevante svalutazione in termini reali rispetto a quella tedesca. Il tasso di cambio nominale del franco rispetto all'Ecu, in effetti, non cedette (come molti ricorderanno):


Al contrario, se nel 1991 per acquistare un Ecu ci volevano 6.95 franchi, nel 1993 ce ne volevano solo 6.57, a indicare che il tasso di cambio nominale bilaterale fra franco e Ecu si era rafforzato (il franco valeva di più). Tuttavia, pur avendo entrambe difeso la parità nominale con l'Ecu, Francia e Germania dopo la crisi si trovarono in condizioni molto diverse in termini di competitività misurata dai costi del lavoro relativi, come si vede qui:


Lo RNULC (relative unit labour cost) della Germania con la crisi aumenta del 16% fra 1991 e 1994 (passando da 99.67 a 115.28), mentre quello della Francia resta stabile attorno a 109 (sono numeri indici a base 2005=100). In effetti, la svalutazione dei PIIGS dell'epoca (Inghilterra e Italia) aveva reso i loro beni molto più convenienti, e questo aveva messo fuori mercato più della Francia la Germania (che competeva con i PIIGS in particolare nel settore della meccanica, come abbiamo recentemente ricordato).

Quella che si vede in giallo nel grafico precedente quindi, più che una svalutazione in termini reali della Francia, è una rivalutazione in termini reali della Germania, determinata dal movimento complessivo delle valute dello Sme, pur in assenza di un riallineamento francese. Insomma: si torna alla solita storia che lo scopo dell'euro non è impedire all'Italia di svalutare, ma alla Germania di rivalutare, e questo non solo e non tanto rispetto all'Italia, ma in generale (perché se l'Italia svaluta, una vettura italiana non diventa più conveniente solo per un tedesco, ma anche per un francese)!

Dopo il 2009, invece, il tasso di cambio reale resta stabile fra Francia e Germania, e le conseguenze si vedono se si combinano le informazioni dei grafici precedenti in modo da mostrare lo scarto fra i tassi di disoccupazione e di cambio reale:


Nel 1992, in seguito allo shock, la Francia aumentò la propria competitività relativa rispetto alla Germania (perché la Germania peggiorò la propria competitività rispetto alla Francia), il che le consentì di ridurre (se pure lievemente) lo scarto fra la propria disoccupazione e quella tedesca. Nel 2009 la Francia peggiorò lievemente la propria competitività rispetto alla Germania, il che mandò da meno di due a più di cinque punti lo scarto fra disoccupazione francese e tedesca. Nel primo caso possiamo dire che la svalutazione del cambio nominale dei paesi periferici, data la struttura del commercio intra-zona, evitò alla Francia di svalutare troppo il lavoro. Nel secondo caso, viceversa, l'implosione dei paesi periferici sta per costringere la Francia a una svalutazione massiccia del lavoro (svalutazione interna, taglio dei salari), nella speranza di tenere sotto controllo la disoccupazione, rianimando l'economia con la domanda estera (esportazioni).

Questo grafico esprime quindi una verità perfettamente nota sul funzionamento dell'Eurozona, che però deve essere ritenuta molto scioccante, tant'è che i media ve la nascondono: se l'aggiustamento non può avvenire sul cambio (al ribasso), avviene sulla disoccupazione (al rialzo). Certo, dire: "La moneta unica metterà a rischio il tuo posto di lavoro!", se pure più onesto intellettualmente, non sarebbe stato altrettanto efficace politicamente. La disoccupazione ai ricchi non dispiace: gli serve a mantenere la propria supremazia, come ormai avrete capito. L'euro a questo serviva, e per questo lo volevano. Il lungo periodo è sempre un problema altrui (finché non arriva)!

Qualcuno dirà: "Ma se proprio quest'anno la disoccupazione francese è prevista a una cifra, per la prima volta dal 2013?"

Certo! Infatti tutti sono convinti che la crisi sia finita, che gli "antieuro" (?) siano sconfitti, che Macron risolverà la situazione... e questo perché tutti dimenticano un dettaglio: nel Secondo dopoguerra negli Usa si sono verificate 11 recessioni, spaziate di circa 5 anni l'una dall'altra. L'ultima dicono sia finita nel 2009. La prossima non tarderà ad arrivare. Quando l'ultima arrivò, la disoccupazione in Francia era al 7.43%. In cinque anni salì a più del 10% dove restò per quattro anni. Ora è al 9.63%. Chiaro qual è il punto?

Tanto è chiaro, che negli Usa i bravi economisti democratici già mettono le mani avanti, vaticinando una crisi "come quella del 1929", e precisando che in ogni caso, qualsiasi cosa accada, #avràstatoTrump (qui un deludente - per i suoi standard elevatissimi: ma la politica corrompe tutto e tutti - Robert Shiller). Insomma, il mercato Usa sarebbe sopravvalutato per colpa dei populismi, che consisterebbero nel promettere tagli di imposte ai ricchi (che sono il popolo?), e non perché la Fed ha cercato di rianimare l'economia mettendo in circolo quantità siderali di monetà, che son finite ad acquistare attività finanziarie anziché beni reali (prevalentemente perché in fin dei conti sono capitate in mano ai sopracitati ricchi...).

Ma a noi di quale sia la genesi della prossima crisi statunitense in fondo interessa anche poco. Quello che ci interessa è che ci sarà: e in quel momento chi ora ha tassi di disoccupazione sotto le due cifre, li vedrà rinforzarsi, e chi già li ha sopra le due cifre li vedrà esplodere, in un contesto in cui i tassi di interesse non potranno scendere ulteriormente (posto che ciò serva a qualcosa) e in cui il tasso di cambio potrà solo salire (perché se ci sarà una crisi è difficile che gli Stati Uniti rivalutino, mettendo se stessi in difficoltà: molto più probabile che svalutino, mettendo in difficoltà noi)! Quindi, come vedete, non è del tutto esatto dire che la storia si ripete, che le dinamiche in atto sono identiche a quelle già sperimentate. La situazione è molto simile, ma il contesto molto peggiore. Come i migliori economisti avevano previsto e continuano a dire, anni di moneta unica hanno portato deflazione, e questa in re ipsa ha sottratto ulteriori gradi di libertà ai politici europei. In un contesto deflattivo, la politica monetaria è impotente. Se quella fiscale ti viene impedito di farla, ecco che la strada può essere percorsa solo in discesa, che per chi, come noi, nella scala dei redditi è piuttosto in basso, somiglia tanto a una salita.

Quindi, se incontrate uno di quelli che "ne siamo fuori, arrendetevi, la vostra battaglia non ha senso", dategli una carezza, e ditegli che è la carezza di Bagnai. Quella della realtà non arriverà molto dopo. Voi cercate di resistere...

domenica 18 giugno 2017

QED 76: Euro e democrazia (Macron)

...scusate: vi ho detto che non avevo altro da aggiungere, ma non era vero. Avrei da dire una cosa che in realtà non aggiunge nulla di sostanziale alle nostre conoscenze (è l'ennesimo punto allineato lungo la solita retta, del quale potremmo fare anche a meno: a molti di voi saranno bastati i primi due!), ma ha il pregio di legare in modo elegante i due ultimi post ricordandoci che l'eurismo non è solo incoerente (cioè incompatibile con la logica): è anche incompatibile con la democrazia.

In effetti, molti di voi hanno notato la sbalorditiva sicumera con la quale il professor Guerrieri si attende una palingenesi dell'Europa (cioè, ricordiamolo ogni tanto: dell'Unione Europea) dal giovine Macron. Apro e chiudo una parentesi per esortarvi ad essere meno urticanti, ma tant'è: chi intraprende un certo percorso deve avere o farsi una scorza dura, come è dura la testa dei fatti.

Ora, i fatti che Macron deve prendere in considerazione noi li avevamo squadernati in questo post: un compitino nel quale siamo andati a verificare se Hollande avesse mantenuto le promesse che nel decimo QED avevamo detto non avrebbe mantenuto. Ovviamente Hollande ha fallito, e la logica dell'unione monetaria, come ormai nessuno, nemmeno i più farisaici fra gli euristi, rinnega, implica che il suo successore dovrà tagliare salari. Basta andare a rileggersi il principe dei nuovi farisei, De Grauwe, nel dibattito sul Sole 24 Ore. Il passo chiave è questo:


De Grauwe dice che è essenziale che in una unione monetaria un paese che perde competitività attui una svalutazione interna: Grecia, Irlanda e Spagna sono state brave e lo hanno fatto, noi no. E cosa sarebbe la svalutazione interna? "Politiche finalizzate a ridurre i salari". Perché anch'io (come Platone) non credo nella democrazia - ma non ci giro intorno col dialogo? (A beneficio delle maestrine con la penna nera, chiarisco che lui non credeva nella sua e io non credo nella mia, come dovrebbe essere sufficientemente ovvio). Ma è semplice. Perché le parole di De Grauwe a voi, che siete qui da tempo, possono sembrare banali: voi infatti sapete grazie a me che questo è materiale standard dei manuali di macro. Tuttavia, in un paese conforme al modello teorico di democrazia che ci viene raccontato, il fatto che il principale quotidiano economico nazionale pubblichi (senza renderne conto) qualcosa che suona come: "siete in un sistema nel quale per sopravvivere dovete accettare di impoverirvi, e siete peggio di greci e spagnoli che ci sono riusciti meglio di voi", dovrebbe suscitare una rivolta! Queste parole dovrebbero essere dirompenti, dopo che per anni ci è stato detto il contrario (cioè che l'euro ci avrebbe reso prosperi, e che la rigidità del cambio era una opportunità e non richiedeva sacrifici).

Invece niente.

Questo, naturalmente, può dipendere da un fatto molto più banale: la gente si rivolterebbe, se leggesse quelle parole, che però non legge perché... il quotidiano in questione ha perso lettori dicendole, come dire, un po' fuori tempo massimo! Gli auguriamo ogni bene, ma il punto resta.

Perché dico che De Grauwe è farisaico? Ma perché non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di notare che l'Italia ha rispettato scrupolosamente le regole europee ed è ora in surplus di partite correnti, mentre la Francia no. Questo significa che la svalutazione interna, cioè le "politiche finalizzate a ridurre i salari", ora toccano a lei, e le toccano sia se la sua classe dirigente è collaborazionista (Macron come Pétain), sia se è vittima della propria sicumera che già in passato le ha dato l'illusione di poter controllare il capitalismo tedesco (Macron come Mitterrand). Non importa cosa soggettivamente pensi il fantoccio che la guida: la Francia è su quel binario.

Ora, come anche sapete, la Francia è un paese lacerato da mille altre tensioni: eredita dal passato coloniale una serie di paesi satellite fornitori di materie prime, ma anche di problemi di integrazione e quindi di malcontento sociale diffuso che puntualmente saltano fuori. Fare "svalutazione interna" in Francia è come fare un barbecue in una polveriera: cosa può andare storto? Ma il professor Guerrieri ha fiducia, e lui è uomo d'onore (e noi siamo qui per seppellire Macron, non per lodarlo, e lo abbiamo già fatto...).

La bottom line (come dicono quelli fichi) resta la solita: quello che il fariseo non capisce (o finge di non capire: altrimenti, che fariseo sarebbe!?) è che purtroppissimo i salari da ridurre sono il reddito della maggioranza, che non ha alcunissima intenzione di farseli ridurre, dal che consegue che in democrazia puoi fare svalutazione interna solo sospendendo i diritti civili e a lungo andare anche quelli politici (che per lo più si autosospendono con l'astensione) dei cittadini.

Against this backdrop (come dicono quelli fichi) qualche giorno fa mi sono imbattuto su Twitter in un tweet veramente efficace, questo:


Non ho idea di chi sia questo signore né se i numeri che dava fossero esattissimi, ma le cose stavano (e stanno, perché oggi c'è il secondo turno) andando più o meno così. Tuttavia, anche se magari il suo autore è un piddino che non capirà mai cosa c'entrino certe dinamiche politiche da lui tanto icasticamente stigmatizzate con certe dinamiche economiche (la necessità di evitare che i poveri difendano i propri interessi), il tweet mi era piaciuto così tanto che lo avevo rilanciato così il giorno dopo:


riprendendo un concetto espresso in tante tristi circostanze. Ora, non sapevo che Macron aveva già pensato a quello cui non si poteva non pensare. Le Monde del giorno successivo infatti ci spiegava che "la futura legge antiterrorismo rispetterà lo stato di diritto". Eh già! Perché il 7 giugno il governo aveva presentato un disegno di legge che de facto isttuzionalizza lo stato di emergenza.

Il QED era già arrivato (a mia insaputa)! 

A cosa serva lo stato di emergenza lo si era visto lo scorso anno (magari voi no, ma io con la Francia ho una certa consuetudine per lavoro): a impedire di manifestare contro la riforma del mercato del lavoro. Certo, anche in Francia (come in Italia) c'è una Corte Costituzionale che, un anno dopo (perché la Corte Costituzionale, un po' ovunque, tranne che in Germania, arriva dopo) fa sapere che in effetti non è proprio correttissimo l'uso dello stato di emergenza contro i diritti dei lavoratori.

Ma le Corti Costituzionali, a buon bisogno, si possono anche imbavagliare. E questo il professor Guerrieri lo sa bene, visto che lui è il secondo firmatario del Ddl S 1952 "Modifiche alla legge 11 marzo 1953, n. 87, e alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, in materia di istruttoria e trasparenza dei giudizi di legittimità costituzionale" (il fascicolo è qui), il cui scopo, come illustra Vladimiro Giacché alle pagine 72 e seguenti del suo testo Costituzione italiana contro trattati europei, è sostanzialmente quello di permettere al governo di applicare à sa façon (cioè di non applicare) sentenze della corte costituzionale, laddove l'Ufficio Parlamentare di Bilancio (che è un posto in cui lavorano economisti convinti che il moltiplicatore sia 0.4!) faccia una sua relazione, beninteso tecnica e indipendente (ma senza peer review perché nessuna rivista pubblica più roba simile!) affermando che la sentenza della suprema Corte viola l'art. 81!

Non ci credete? Ma io vi ho dato il fascicolo: leggete Giacché, o leggete il fascicolo, dove troverete che:


Come dite? Il disegno è abortito? Meno male. Resta il fatto, rilevato da Giacché, che la Corte Costituzionale, intimorita da questo tentativo di imbavagliarla, se con la sentenza 70/2015 di aprile aveva smantellato retroattivamente alcuni pezzi della riforma Fornero, quando poi si è trattato di pronunciarsi sulla legittimità del blocco dei contratti del pubblico impiego, a pochi giorni dalla presentazione del disegno di legge (avvenuta il 9 giugno 2015) ha preferito, chissà perché (certo non perché era il 24 giugno 2015!) non parlare di retroattività.

Ora, io su questa storia sono in conflitto di interessi (e anche il professor Guerrieri, ma solo in quanto docente universitario: solo che ora è senatore...), quindi può essere che abbia preso un po' d'aceto. Luciano Barra Caracciolo ha dedicato al tema ampie riflessioni, chiarendoci che sentenze simili o sono retroattive, o non sono, perché se chi governa sa di poterti danneggiare economicamente... pardon: di poter rispettare il sacro principio (dis)economico del pareggio di bilancio, e poi tanto alla fine "abbiamo scherzato" e lui i tuoi soldi se li tiene invece di ridarteli, è chiaro che farà sempre così, e che noi passeremo una vita a invocare sentenze perennemente tardive, vedendo le nostre vite slittare verso l'indigenza.

Quindi, ricapitolando: alle Corti Costituzionali si arriva a un'età in cui abbonda la saggezza, ma difetta il coraggio. In Francia la Corte costituzionale ha manifestato opposizione all'uso fatto dello stato di emergenza (determinato dai noti fatti terroristici) per reprimere il dissenso dei lavoratori (determinato dai noti fatti economici). Ora starà a Macron minacciarla, e vedremo come reagirà. Chissà: forse la fiducia del professor Guerrieri nel fatto che Macron riuscirà a abbassare i salari in casa propria (perché questo è quello che deve fare: per favore, non prendiamoci in giro con la fanfaluca secondo cui lui sarebbe tanto smanioso di incrementare gli investimenti a casa altrui!), forse questa fiducia deriva dal fatto che quando lui è corso in sostegno del suo governo, la Corte Costituzionale ha fatto un passo indietro, e i cittadini sono stati buoni, perché abbindolati da sindacati collaborativi, e perché non leggono la migliore stampa economica.

Forse lui sa qualcosa che noi non sappiamo: e in effetti mi ha detto che sarò stupito, e che si vedrà entro febbraio se l'Europa dirà di no a Macron. Il termine lo ha posto lui: sono solo pochi mesi.

Ora vi lascio, che questa sera devo fare un barbecue: non in una polveriera, come Macron, ma in terrazzo. In ogni caso, serve combustibile (e quello, come avrete capito, in Francia non manca)...


domenica 12 marzo 2017

Gli olandesi sono contenti?

Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.

Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).

Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.

Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.

(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)

La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?

Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.

Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.

Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.

Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.

Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:

Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.

Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:


(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).


Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.

Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).

Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:

ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.

Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.

Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).

Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):


Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:

Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.

Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:


Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:


Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).

Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:

Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.

Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:


E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.

Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.

Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.

Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:

Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.

Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.

Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.

Che conclusioni trarre da tutta questa storia?

Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.

Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.

Si apra la discussione...

domenica 26 febbraio 2017

Interrogazione: Francia e Germania

(...che fa rima con Melensone, e forse pure con te...)

(...da Roissy, tornando finalmente a casa...)

Il professore cattivo vi ha mortificato perché ha un caratteraccio? Cose che capitano. Vi viene offerta una opportunità di riscatto. Adesso farò vedere anche a voi (perché anche? Perché fatevi i fatti vostri!) un paio di disegnini, dove il massimo che farò sarà darvi la definizione delle variabili.

La storia la racconterete voi. Compito a casa, naturalmente: siete quasi 4000, e interrogarvi assicurandomi che non sbirciate nei fogliettini mi costerebbe un po' troppo...

Disegnino uno: recessioni americane e disoccupazione francese e tedesca

Sono dati annuali, le barre indicano il tasso di variazione del PIL statunitense, la linea arancione il tasso di disoccupazione francese, quella grigia il tasso di disoccupazione tedesco.

Tasso di cambio reale bilaterale franco-tedesco

Per le barre, vedi sopra. Per il tasso reale bilaterale, l'ho approssimato come rapporto fra i tassi di cambio effettivi reali della Francia e della Germania. Se volete ne parliamo, ma il senso è che la variabile misura, come dovreste sapere, il prezzo relativo dei beni francesi in termini di beni tedeschi (vi ricordate dove ho spiegato il tasso di cambio reale? Ce l'avete Gooooooooooooogle? E allora siete a posto...

Tasso di cambio reale franco tedesco e scarto fra i tassi di disoccupazione di Francia e Germania

Qui la linea arancione corrisponde a quella gialla del grafico precedente (è il cambio reale bilaterale franco tedesco), cosa che molti di voi avranno visto a colpo d'occhio, ma attenzione: cambia il significato delle barre, che non sono più il tasso di crescita del Pil americano, ma la differenza fra il tasso di disoccupazione francese e quello tedesco (cioè lo scarto fra le linee arancione e grigia del primo grafico).

...e la morale è?
Ah, io non lo so, me lo dovete dire voi. Melensone è assente giustificato, passa il giorno a leggere le lettere anonime che gli arrivano da Vichy o da Casal Bertone. Valerio, per favore non fare il secchione (neanche sotto falso nome, tanto ti tano) perché non è il caso! Gli altri si sentano liberi di esprimersi: tanto, dopo quello che vi ho detto ieri, oggi la strada è tutta in discesa... cioè in salita!


(...sentite: io vi voglio bene e si capisce. Non si capisce perché, ma non è importante. Quello che mi dà molto fastidio non è la lieve dissonanza cognitiva che alcuni di voi dimostrano e confessano - casi di scuola: Nat e Antonello - quando si tratta di spiegare perché hanno capito. E chi se ne frega! Il problema è che però, una volta capito, ci si dovrebbe regolare di conseguenza. La prima cosa che vi esorterei a fare, se potessi pensare di essere ascoltato e quindi capito, è evitare di farvi ventilatori di tanta roba che c'è in giro. Chiedere a me, a un professionista, di confutare per vostro conto le tesi di un dilettante è una mancanza di rispetto. Ai dilettanti pensateci voi, anzi, no... non pensateci! Se in qualche modo, in qualsiasi modo - valutandone l'insussistenza dei titoli scientifici, rilevandone l'incoerenza delle argomentazioni, constatandone la piccineria - vi siete accorti che una persona è inaffidabile, mi volete spiegare qual è la porca rogna che vi porta a regalargli contatti e attenzione? Li trovate divertenti? A me i film dove la gente inciampa e cade nella fontana non fanno ridere. Questa comicità triste, che ci è stata tramandata da un periodo triste - la grande crisi del XX secolo - a me non fa ridere. Su questo temo che non ci incontreremo mai. Quindi scrivermi per chiedermi di confutare il simpatico e certamente dotato sarto di provincia che il 12 aprile 2013 mi chiamava per spiegarmi che le aziende del suo distretto avevano uno scarto di competitività di prezzo del 10% con il prodotto cinese di analoga qualità, e che sarebbe bastato tanto poco per mettere le cose a porto, e che la rigidità dell'euro era una iattura, e mi tampinava per avermi nel suo simpatico distretto industriale a convincere quelli che lui non riusciva a convincere, mentre oggi che l'euro gli ha risolto il problema crollando di quasi il 40%, improvvisamente, è diventato proeuro, abile e arruolato nell'armata Brancaleone... Ma devo occuparmene io? Siete proprio sicuri? La storia di cosa fa l'euro in termini economici è nei tre disegnini che precedono. Quella di cosa fa l'euro in termini umani è nell'aneddoto che vi ho regalato - io conservo tutto. Ma sappiamo tutti che il problema non è questo. Il problema è politico. Il problema è che un burocrate non eletto può mettere in ginocchio un paese come la Grecia, o può ingiungere - magari senza riuscirci, dati i diversi rapporti di forza - a un paese come l'Italia di abolire le province, la cui utilità diventa improvvisamente evidente quando arrivano due metri di neve, e alle strade provinciali non ci pensa nessuno, o può decidere che il tasso di cambio deve scendere per tenere i cocci insieme, anche a costo di mandare il tasso di interesse a livelli tali da portare persone non esattamente tolleranti al potere - il legame fra tasso di interesse basso e destra al potere è spiegato qui e comunque ne abbiamo parlato, e via discorrendo. Questi sono i problemi che l'euro crea. Che il simpatico Melensone non voglia capirli, o che il brillante operatore tessile di provincia voglia accantonarli ora che riesce a stare a galla - talento in alcuni naturale - lo posso anche capire. Che voi non facciate, nel dibattito, l'unica operazione salutare e corretta, che è quella di riportarlo nei suoi giusti termini - quelli politici - ecco, questa cosa mi dà un po' più ai nervi, e anche a quel che resta dei corpi cavernosi, ma tant'è: né io né voi scriveremo né orienteremo la storia. Però non avvicinate alle mie auguste narici ecc. ecc. mai. Grazie. E ora al lavoro: avete da scrivere la storia che i tre grafici eloquentemente raccontano. Io mi imbarco, non ho tempo di rileggere: fate voi anche questo...).

sabato 11 febbraio 2017

Nazismo e mercantilismo

Il mercantilismo è la dottrina economica che promuove un modello di crescita basato sulla spesa altrui, cioè sulle esportazioni. In quanto tale, esso è intrinsecamente nazionalista e "socialista", cioè nazionalsocialista. Per gli amici: nazista.

Il mercantilismo è nazionalista perché si articola su una concezione perversa e aggressiva di interesse nazionale, quella che consiste nel fare l'interesse della propria nazione letteralmente a spese degli altri. Per il mercantilismo la nazione non è una comunità identificata da un percorso storico e culturale e raccolta attorno a valori condivisi. Quando questi valori sono democratici e progressisti, come quelli della nostra Costituzione (il lavoro, la limitazione di sovranità in condizioni di parità con altri Stati al fine di assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni), che male c'è a raccogliersi attorno ad essi? Solo un completo cretino, o un parlamentare di Sinistra Italiana, potrebbe biasimare il desiderio di agire un processo politico nell'unico modo in cui è possibile, cioè condividendo una lingua nella quale mediare i conflitti, o la legittima aspirazione a riconoscersi in dei principi fondanti condivisi, cioè comuni. Ma il mercantilismo non è questo: il mercantilismo è identificare la propria nazione come un outlet, e le altre nazioni come clienti, anche loro malgrado. Se chi deve comprare non vuole farlo, il mercantilismo diventa aggressione militare, colonialismo, imperialismo, europeismo...

Il mercantilismo è "socialista" (pregasi notare l'uso delle virgolette) perché per diventare l'outlet del mondo non puoi usare solo il bastone della forza militare, o almeno non sempre. Devi anche usare la carota della convenienza di prezzo. Il fatto è che questa carota finisce dove sapete, cioè nelle parti molli delle tue classi subalterne. E allora, pro bono pacis (perché la guerra è meglio farla agli altri che in casa propria), il capitalismo mercantilista gestisce il suo rapporto con le proprie classi subalterne in un modo peculiare: da un lato schiaccia le sue retribuzioni (cosa che qui abbiamo detto quando non si poteva dire), ma dall'altro supplisce con uno stato "sociale" che è, nei fatti, una massiccia manipolazione del mercato, perché altro non è che un sussidio dato alle imprese, le quali possono permettersi di pagar poco i lavoratori (tanto questi campano lo stesso) visto che c'è lo stato (nazional)sociale che ci pensa. Anche di questo abbiamo parlato quando non ne parlava nessuno, ed è quindi scusabile chi, arrivato oggi, non sappia che per noi certe cose sono chiare e archiviate (mentre la stampa di regime le sta scoprendo ora, cautamente...).

Quindi, sì, viviamo in un regime, e in un regime nazista, impreziosito delle consuete amenità.

Come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona l'umanità viene sacrificata alla produttività, che poi altro non sarebbe che il presupposto per vendere all'estero, in un assurdo gioco al ribasso nel quale il compratore viene fatalmente declassato a Untermensch, perché se compra da te è perché tu sei più produttivo e quindi "migliore". Articolare la dialettica economica attorno alla sopraffazione commerciale (che è cosa diversa dallo scambio in condizioni di parità) non può che condurre alla violenza, ma, come nel ghetto di Lodz, anche nella periferia dell'eurozona ci sono i Chaim Rumkowski che, affascinati dalla "narraffione" dominante, illudendosi di poter essere cooptati nei ranghi dei superuomini, dei quali condividono la Weltanschauung, o semplicemente soggiacendo a un perverso calcolo nel quale l'umanità viene vilipesa relativizzando come male minore la perdita degli elementi più deboli, collaborano col regime, glorificandone le scelte, esaltandone le "regole", nonostante queste siano contrarie a qualsiasi etica e a qualsiasi razionalità economica.

Mi riferisco, è chiaro, a quegli economisti diversamente a proprio agio con la contabilità nazionale, i quali non capiscono che non tutti i paesi possono essere esportatori netti allo stesso tempo, e che un afflusso di capitale, se non è un'eredità dello zio d'America, è un debito, perché dovrai restituirlo, il capitale, dopo averlo remunerato corrispondendo interessi o dividendi.

E, come nella Francia di Vichy, anche nell'attuale regime nazista, che in quanto regime totalitario mal tollera la libertà di espressione, fioriscono i delatori, e si sta strutturando una censura di stato. Ma in questo caso torna veramente appropriato ricordare che la storia si ripete come farsa.

Concludo con un simpatico grafico che attira la vostra attenzione su un dato del quale, chissà perché, non si parla mai. Tutti oggi sanno e dicono quello che cinque anni fa sapevamo e dicevamo solo noi, cioè che il surplus tedesco è il tumore dell'Europa. Sfugge regolarmente nel dibattito che c'è un paese non trascurabile, erede di una simpatica tradizione coloniale, che in termini di surplus estero è messo molto, ma molto peggio. Quale? Questo:

(il grafico rappresenta la media mobile a tre termini del saldo delle partite correnti in rapporto al PIL, ai sensi della Procedura sugli squilibri macroeconomici, e in rosso abbiamo la soglia, che per i surplus è al 6%).

Eh già, sono i simpatici arancioni, gli olandesi.

Due osservazioni. La prima è che esistono anche governi disarmanti nella loro trasparente ingenuità. Il governo olandese può essere annoverato fra di essi. Alla domanda "Waarom keert Nederland niet terug naar de gulden?" (Warum kehrt Holland nicht zurück nach Gulden?), il sito del governo olandese risponde candidamente che i prodotti olandesi diventerebbero troppo "duur" (teuer).

Non avete capito?

Bè, voi siete Untermenschen (non offenderò la vostra intelligenza nascondendovelo), diversamente a vostro agio con le lingue europee e con le arti del quadrivio, ma almeno, se siete qui, ve ne siete accorti!

Pensate invece al povero piddino pseudocolto, che per ostentare latitudine di visuali tiene in vista sul tavolo del salotto la traduzione dell'ultimo bestesller uiguro promosso dal Völkischer Beobachter eurista, che "ha letto" Proust (o simile traduzione) un po' come "si fa" il morbillo, per non prenderlo più, che si annoia nelle sale da concerto (potendole frequentare solo passivamente), e che vi mostro qui in visita a Berlino intento a sfoggiare il suo fluente tedesco.

Ecco: lui, porello, non capirebbe nemmeno se glielo traducessi, e quindi non lo traduco...

Seconda osservazione: se chi esporta è bravo, come mai gli olandesi sono così scontenti e voteranno compatti per Geert Wilders? Forse che nel mondo nazionalsocialista la virtù non viene premiata, e i bravi patiscono? Non posso crederlo! Sarebbe impossibile, per un regime che ha eretto la meritocrazia a Grundnorm etica, convivere con una simile contraddizione (chiamiamola così)...

Ci deve essere sotto qualche mistero. Per scoprirlo, vi suggerisco di seguire @_polemicamente, una regazzetta (?) piuttosto sveglia e addentro alle cose arancioni, sulla cui tweetline troverete molte, moltissime chicche, inclusa quella che non vi ho tradotto sopra...

Ed ora vado: il mio tempo è molto duur, e voi ne avete avuto abbastanza!


(...domenica, da Parigi, riprendiamo il discorso...)

(...per gli intenditori: sì, ho usato "agire" in senso transitivo per far capire ai coglioni che sono di sinistra. Chi non è coglione dovrebbe capirlo dai contenuti, non dai vezz@, ma questo è un lutto che ho elaborato, e altri ne elaborerò...)