Il tempo scorre inesorabile e avvicina alla fine tanto quel disegno profondamente eversore dell'ordine costituito che è il progetto cosiddetto "europeo" (la cui ragion d'essere, ormai ci è chiaro, sta nel sovvertire le costituzioni democratiche nate dalle lotte patriottiche contro il progetto imperiale nazifascista), quanto, in ordine sparso, i suoi autori e corifei.
I tanti uomini politici che dicono che "non potevano sapere", o magari che "sapevano ma speravano che", o magari che non dicono proprio nulla (sperando di farla franca); i tanti intellettuali che, contravvenendo gravemente a un elementare principio etico, hanno speso in un campo non loro (l'economia) la reputazione acquisita in altri campi del sapere; i tanti giornalisti che tradendo la loro missione (impossibile?) di riportare i fatti separatamente dalle opinioni, hanno trasformato le proprie disinformate opinioni in fatti, stranamente sempre orientati a favore del capitale e del settore privato, mai a favore del lavoro e del settore pubblico. Ecco: tutti questi personaggi, che oggettivamente, indipendentemente cioè dalle loro intenzioni (che non possiamo conoscere perché non misurabili), dalla loro buona fede (che riguarda il Padreterno, l'unico che può accertarla), indipendentemente insomma dai rilievi soggettivi, hanno collaborato a un progetto altrettanto oggettivamente criminoso (perché foriero di disastri economici e quindi umani ampiamente prevedibili, previsti e quindi evitabili, come nel blog e nei libri abbiamo dimostrato), tutti questi signori moriranno, alcuni senza avere la soddisfazione (per noi) di vedere il loro progetto disfarsi miseramente, nella vergogna e nel disonore.
Moriranno tutti, come del resto noi.
Non c'è quindi da rallegrarsi particolarmente: "io non sono un biologo ma la biologia non è una scienza quindi" in questo caso non funziona (come del resto, mutatis mutandis, in economia)!
C'è però da fare una riflessione molto serena e succinta, che desidero condividere con voi.
Il privilegio di chi esercita un lavoro intellettuale è quello di sopravvivere nelle proprie opere più agevolmente di quanto ciò non possa accadere a un bigliettaio, a un mungitore, a un tornitore, a un qualsiasi altro "meccanico". Ma ubi commoda, ibi et incommoda. Ciò che ti rende immortale, in re ipsa ti espone a una valutazione post mortem. L'unico cambiamento che con la morte interviene è qualitativo, non quantitativo: il giudizio da etico diventa storico, ma, se era negativo, non può e non deve diventare automaticamente positivo per il semplice fatto che chi ha esercitato in modo discutibile la propria professione intellettuale non ci sia più.
Questo va capito e chiarito, e ovviamente vale anche per me (mi affretto a chiarirlo).
Il rispetto deve essere assoluto e totale, un rispetto fatto, in un primo momento, di silenzio (che non è oblio), un rispetto rivolto, naturalmente, al dolore dei familiari, che hanno il diritto di conservare il proprio ricordo della persona di cui soffrono la mancanza (e che si spera sarà stata con loro più premurosa di quanto sia stata col resto dell'umanità). Se hanno diritti inalienabili sulla propria sfera privata, i familiari però non hanno alcun diritto sulla storia, che deve fare il suo lavoro e che, laddove ravvisasse e documentasse un ruolo storico dei sullodati intellettuali, non potrebbe rinunciare a documentarlo e a trarne le dovute conseguenze solo perché nel frattempo i de cujus se ne sono andati.
I due piani sono e devono essere tenuti separati.
Se bastasse morire per meritare un giudizio storico positivo, allora, da Attila in giù, la storia sarebbe piena solo di brave persone (esclusi alcuni viventi non abbastanza facoltosi da comprarsi un giornale). Ma naturalmente non è così. Il male esiste, ed esiste perché viene fatto, e viene fatto per i motivi più disparati: per soldi, per conformismo, per pigrizia mentale, per vendetta, per astratta volontà di potenza...
La morte, certo, ne cancella le conseguenze: ma non la morte di chi lo ha perpetrato: la morte di chi lo ha subito.
Ecco: questo non dimentichiamolo.
Quando dei nostri tempi si darà una lettura storica, quello che colpirà (ma fino a un certo punto, perché l'antisemitismo del XX secolo ha già palesato dinamiche simili, che quindi, mi dicono gli esperti, non sono, in definitiva, così sorprendenti) sarà l'ampiezza, il carattere totalizzante e totalitario della propaganda, il suo aspetto pervasivo, il modo in cui ha infiltrato e corrotto il processo democratico, rendendo fattualmente improponibile una composizione pacifica dei conflitti. Non possiamo pensare che questo elemento, a noi evidente fin da ora, non verrà studiato e documentato. Altro elemento che colpisce, questo forse sì senza precedenti, è l'odio verso il proprio paese manifestato dalle élite italiane, e non tanto per la sua intensità, quanto per il fatto che, appunto, queste élite non ce lo hanno mai nascosto (tralascio gli innumerevoli esempi, che conoscete). Anche questo elemento dovrà essere in qualche modo analizzato, nella speranza (vana?) che ciò aiuti a evitare il ripetersi di una catastrofe come quella che stiamo vivendo: un balzo all'indietro di quasi due decenni in conseguenza di politiche delle quali si sapeva che erano sbagliate ma si sperava (?) che moralizzassero (?) questo popolo di Untermenschen: voi.
Ma questo sarà un lavoro serio, cui dovranno dedicarsi professionisti, in tempi e modi compatibili con la loro scienza.
Noi possiamo solo continuare a fare opera di testimonianza. Le nostre valutazioni le terremo per noi, e guarderemo avanti, al futuro dei nostri figli.
Non abbassiamoci al livello dei nemici della nostra Costituzione.
Grazie.
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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mercoledì 6 aprile 2016
lunedì 21 marzo 2016
Nonlinearity
Alors on vit un
spectacle formidable.
Toute cette
cavalerie, sabres levés, étendards et trompettes au vent, formée en colonne par
division, descendit, d'un même mouvement et comme un seul homme, avec la
précision d'un bélier de bronze qui ouvre une brèche, la colline de la
Belle-Alliance, s'enfonça dans le fond redoutable où tant d'hommes déjà étaient
tombés, y disparut dans la fumée, puis, sortant de cette ombre, reparut de
l'autre côté du vallon, toujours compacte et serrée, montant au grand trot, à
travers un nuage de mitraille crevant sur elle, l'épouvantable pente de boue du
plateau de Mont-Saint-Jean. Ils montaient, graves, menaçants, imperturbables ;
dans les intervalles de la mousqueterie et de l'artillerie, on entendait ce
piétinement colossal. Étant deux divisions, ils étaient deux colonnes ; la
division Wathier avait la droite, la division Delord avait la gauche. On
croyait voir de loin s'allonger vers la crête du plateau deux immenses
couleuvres d'acier. Cela traversa la bataille comme un prodige.
Rien de semblable
ne s'était vu depuis la prise de la grande redoute de la Moskowa par la grosse
cavalerie ; Murat y manquait, mais Ney s'y retrouvait. Il semblait que cette
masse était devenue monstre et n'eût qu'une âme. Chaque escadron ondulait et se
gonflait comme un anneau du polype. On les apercevait à travers une vaste fumée
déchirée çà et là. Pêle-mêle de casques, de cris, de sabres, bondissement
orageux des croupes des chevaux dans le canon et la fanfare, tumulte discipliné
et terrible ; là-dessus les cuirasses, comme les écailles sur l'hydre. Ces
récits semblent d'un autre âge. Quelque chose de pareil à cette vision
apparaissait sans doute dans les vieilles épopées orphiques racontant les
hommes-chevaux, les antiques hippanthropes, ces titans à face humaine et à
poitrail équestre dont le galop escalada l'Olympe, horribles, invulnérables,
sublimes ; dieux et bêtes.
Bizarre
coïncidence numérique, vingt-six bataillons allaient recevoir ces vingt-six
escadrons. Derrière la crête du plateau, à l'ombre de la batterie masquée,
l'infanterie anglaise, formée en treize carrés, deux bataillons par carré, et
sur deux lignes, sept sur la première, six sur la seconde, la crosse à
l'épaule, couchant en joue ce qui allait venir, calme, muette, immobile,
attendait. Elle ne voyait pas les cuirassiers et les cuirassiers ne la voyaient
pas. Elle écoutait monter cette marée d'hommes. Elle entendait le grossissement
du bruit des trois mille chevaux, le frappement alternatif et symétrique des
sabots au grand trot, le froissement des cuirasses, le cliquetis des sabres, et
une sorte de grand souffle farouche. Il y eut un silence redoutable, puis,
subitement, une longue file de bras levés brandissant des sabres apparut
au-dessus de la crête, et les casques, et les trompettes, et les étendards, et
trois mille têtes à moustaches grises criant : vive l'empereur ! toute cette
cavalerie déboucha sur le plateau, et ce fut comme l'entrée d'un tremblement de
terre.
Tout à coup,
chose tragique, à la gauche des Anglais, à notre droite, la tête de la colonne
des cuirassiers se cabra avec une clameur effroyable. Parvenus au point
culminant de la crête, effrénés, tout à leur furie et à leur course d’extermination
sur les carrés et les canons, les cuirassiers venaient d’apercevoir entre eux
et les Anglais un fossé, une fosse. C’était le chemin creux d’Ohain.
(...On
croyait voir de loin s'allonger vers la crête du plateau deux immenses
couleuvres d'acier. Come faccio a dirglielo, a Erick, che Céline non ce la fa, non funziona, non ha la tecnica, non ha lo spessore, non ci arriva... Comunque, voi dormite tranquilli. Come sapete, noi abbiamo vinto. E il povero Pontmercy passerà il suo brutto quarto d'ora, sarà avvicinato da persone che crederà benevole, e invece vogliono solo sfilargli il portafoglio, e poi morirà senza che suo figlio possa capire chi è suo padre. Business as usual, non è di questo che volevo parlarvi, ma di una cosa più importante: la storia è nonlineare. Quindi fatemi questo cazzo di favore: basta parlare di Germagna e Lamerika come fossero due giocatrici di scacchi. Non funziona così. C'è uno chemin creux per tutti. Ah, comunque, visto che che con un prodigio di politica sono riuscito a riconciliare Erick con Arsène, è ufficiale: #famoerpartito. Anzi, fatelo voi, che a me viene da piangere...)
lunedì 7 marzo 2016
I goti, i siriani, e la Cina
(...home, sweet home. Frate Alberto è nella sua cella, al quinto piano della facoltà. Sotto, quattro piani deserti e, come oggi si dice, allarmati, non nel senso che siano in allarme, ma nel senso che sono sotto allarme. Come facilmente immaginate, sono molto meno connesso qui che in Cina, e ne approfitterò per disintossicarmi. Da fare ce n'è: devo completare il paper sull'uscita dell'Italia; devo fare la revisione di un benza paper esteso, più un altro sul mercato USA; devo occuparmi con Arsène di un simpatico modellino kaleckiano centro-periferia; devo occuparmi con Anh-Dao della relazione fra diversificazione dei prodotti e crescita di lungo periodo nelle economie in via di sviluppo; e poi ci sarebbero anche due o tre libri da scrivere. Riuscirò a fare un decimo di tutto questo, ma sarà sufficiente. Intanto, per tenervi occupati, vi sottopongo un commento del nostro porter. Se c'è uno storico in sala, sarei lieto che intervenisse a dirci se le cose stanno come le rappresenta Barbero, che sulla carta non mi sembra l'ultimo arrivato...)
porter ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La crescita del 2015: alla guerra dei decimali per...":
Consiglio la lettura di "9 agosto 378 il giorno dei barbari" di Alessandro Barbero, Laterza.
Illuminante stabilire le analogie con la situazione odierna: quella sì che non fu un'invasione, ma una migrazione permessa, anzi favorita dall'Impero.
Barbero ricorda come tutta la corte e l'alta burocrazia imperiale fossero consapevoli dell'assoluta necessità di braccia per l'agricoltura e per l'esercito che l'Impero, in crisi demografica, non riusciva più a trovare al suo interno.
La varie tribù di Goti, guidate da Fritigerno, sotto la pressione degli Unni, implorarono l'imperatore di accoglierli, disposti a servire nell'esercito e a coltivare le terre del demanio: molti Goti già servivano nell'esercito, e poiché erano buoni soldati, Valente ne aveva radunati parecchi in Siria per una progettata campagna contro i Parti.
Fu la flotta del Danubio a traghettarli, e Valente ordinò di allestire campi e prevedere rifornimenti per accoglierli, in attesa di destinarli all'interno dei territori dell'impero.
A fronte del magnanimo messaggio dell'Impero che sarebbe stati accolti e sfamati, tutte le tribù (anche quelle che non avevano negoziato con l'Impero il passaggio del fiume), si precipitarono al fiume.
La pressione era tale che i traghetti non erano sufficienti e molti si avventurarono nell'attraversamento del Danubio su mezzi improvvisati, con relative tragedie (ricorda qualcosa)?
La solita storia di castacriccacoruzzzzione intorno all'accoglienza dei "profughi" (ricorda qualcosa?) e l'aperta ostilità della popolazione romana della Tracia causarono prima il malcontento e poi l'aperta rivolta dei Goti, quindi Adrianopoli ecc. ecc.
Verstanden, Fräulein?
Postato da porter in Goofynomics alle 7 marzo 2016 18:10
(...cosa c'entrino i siriani coi goti a questo punto dovreste averlo capito. Se Barbero ha ragione, e non vedo perché non dovrebbe averne, visto che questa roba qui si trova anche sui libri di scuola, nonché su Wikimm... pedia, allora qualcuno, ad esempio la nostra Angela, dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta. Ci sono almeno due lezioni di ordine generale da trarre da questo resoconto, lezioni che mi permetto da non storico di sottoporre al vaglio degli storici che qui pullulano - oltre agli arrotini come quello di Kalergi o quello di Friedman visti nei post precedenti.
La prima è che la storia ha lezioni da darci (oltre a quella che gli uomini queste lezioni non le imparano: ma il compito di non impararle possiamo lasciarlo agli altri: noi siamo gli happy few). Si suole dire che la storia si ripete, ma non credo sia corretto metterla così. Mi sembra più costruttivo far notare che l'uomo "storico" - per distinguerlo da quello "preistorico", cioè quello del quale sappiamo quello che riusciamo a capire con metodi da CSI - non è poi cambiato così drasticamente negli ultimi 3000 anni, che sono, come credo sappiate, a spanna, una cosa intorno al 2% della sua vicenda terrena. Ad esempio: noi parliamo di "rivoluzione industriale", e certo che all'inizio del XIX secolo la tecnologia ha cambiato la nostra esistenza - avevo appena iniziato il libro di Galbraith padre, "La società opulenta", ma l'ho lasciato a Roma perché pesava troppo: chi l'ha letto sa perché lo cito in questo contesto. Tuttavia, anche ora che ci sono le macchine servono braccia, esattamente come servivano, a maggior ragione, quando le macchine non c'erano, e le strutture economiche vedevano un peso preponderante del settore primario. Quindi questo dato non è cambiato, come non sono cambiate, par di intuire, le dinamiche attraverso le quali i sistemi maturi, che hanno bisogno di forza lavoro, si mettono nei casini cercando di attirarla dalla loro periferia. Chissà se Angelina sa la storia di Adrianopoli?
La seconda lezione che mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione - e che, se interiorizzata, ci eviterebbe tante, ma tante chiacchiere da bar a proposito de "la Germagna/la Merika/er Bilderbegghe che non ce lo farà fare" e via minchieggiando, è che la storia è non lineare. Questa la capisce solo l'intersezione - prodotto logico - degli insiemi degli storici e dei matematici, che rischia di essere un insieme non molto più abitato della facoltà a quest'ora. Ma qualcuno capirà. Per chi non rientra nell'intersezione, mi limito a ricordare cosa mi ha detto Jacques Sapir dell'URSS negli anni '80: "Tutti sapevano due cose: che il sistema non poteva funzionare, e che sarebbe durato per sempre".
Chiaro?
E la Cina che c'entra? Bè, la Cina c'entra sempre, è come il prezzemolo. Quando vogliono impedirvi di leggere nella Storia la nostra storia vi dicono che "oggi è diverso, oggi c'è la Cina". Da oggi, però, voi potrete rispondere: "Ma ieri c'erano i Goti. E succedeva esattamente quello che succede adesso. So what?")
porter ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La crescita del 2015: alla guerra dei decimali per...":
Consiglio la lettura di "9 agosto 378 il giorno dei barbari" di Alessandro Barbero, Laterza.
Illuminante stabilire le analogie con la situazione odierna: quella sì che non fu un'invasione, ma una migrazione permessa, anzi favorita dall'Impero.
Barbero ricorda come tutta la corte e l'alta burocrazia imperiale fossero consapevoli dell'assoluta necessità di braccia per l'agricoltura e per l'esercito che l'Impero, in crisi demografica, non riusciva più a trovare al suo interno.
La varie tribù di Goti, guidate da Fritigerno, sotto la pressione degli Unni, implorarono l'imperatore di accoglierli, disposti a servire nell'esercito e a coltivare le terre del demanio: molti Goti già servivano nell'esercito, e poiché erano buoni soldati, Valente ne aveva radunati parecchi in Siria per una progettata campagna contro i Parti.
Fu la flotta del Danubio a traghettarli, e Valente ordinò di allestire campi e prevedere rifornimenti per accoglierli, in attesa di destinarli all'interno dei territori dell'impero.
A fronte del magnanimo messaggio dell'Impero che sarebbe stati accolti e sfamati, tutte le tribù (anche quelle che non avevano negoziato con l'Impero il passaggio del fiume), si precipitarono al fiume.
La pressione era tale che i traghetti non erano sufficienti e molti si avventurarono nell'attraversamento del Danubio su mezzi improvvisati, con relative tragedie (ricorda qualcosa)?
La solita storia di castacriccacoruzzzzione intorno all'accoglienza dei "profughi" (ricorda qualcosa?) e l'aperta ostilità della popolazione romana della Tracia causarono prima il malcontento e poi l'aperta rivolta dei Goti, quindi Adrianopoli ecc. ecc.
Verstanden, Fräulein?
Postato da porter in Goofynomics alle 7 marzo 2016 18:10
(...cosa c'entrino i siriani coi goti a questo punto dovreste averlo capito. Se Barbero ha ragione, e non vedo perché non dovrebbe averne, visto che questa roba qui si trova anche sui libri di scuola, nonché su Wikimm... pedia, allora qualcuno, ad esempio la nostra Angela, dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta. Ci sono almeno due lezioni di ordine generale da trarre da questo resoconto, lezioni che mi permetto da non storico di sottoporre al vaglio degli storici che qui pullulano - oltre agli arrotini come quello di Kalergi o quello di Friedman visti nei post precedenti.
La prima è che la storia ha lezioni da darci (oltre a quella che gli uomini queste lezioni non le imparano: ma il compito di non impararle possiamo lasciarlo agli altri: noi siamo gli happy few). Si suole dire che la storia si ripete, ma non credo sia corretto metterla così. Mi sembra più costruttivo far notare che l'uomo "storico" - per distinguerlo da quello "preistorico", cioè quello del quale sappiamo quello che riusciamo a capire con metodi da CSI - non è poi cambiato così drasticamente negli ultimi 3000 anni, che sono, come credo sappiate, a spanna, una cosa intorno al 2% della sua vicenda terrena. Ad esempio: noi parliamo di "rivoluzione industriale", e certo che all'inizio del XIX secolo la tecnologia ha cambiato la nostra esistenza - avevo appena iniziato il libro di Galbraith padre, "La società opulenta", ma l'ho lasciato a Roma perché pesava troppo: chi l'ha letto sa perché lo cito in questo contesto. Tuttavia, anche ora che ci sono le macchine servono braccia, esattamente come servivano, a maggior ragione, quando le macchine non c'erano, e le strutture economiche vedevano un peso preponderante del settore primario. Quindi questo dato non è cambiato, come non sono cambiate, par di intuire, le dinamiche attraverso le quali i sistemi maturi, che hanno bisogno di forza lavoro, si mettono nei casini cercando di attirarla dalla loro periferia. Chissà se Angelina sa la storia di Adrianopoli?
La seconda lezione che mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione - e che, se interiorizzata, ci eviterebbe tante, ma tante chiacchiere da bar a proposito de "la Germagna/la Merika/er Bilderbegghe che non ce lo farà fare" e via minchieggiando, è che la storia è non lineare. Questa la capisce solo l'intersezione - prodotto logico - degli insiemi degli storici e dei matematici, che rischia di essere un insieme non molto più abitato della facoltà a quest'ora. Ma qualcuno capirà. Per chi non rientra nell'intersezione, mi limito a ricordare cosa mi ha detto Jacques Sapir dell'URSS negli anni '80: "Tutti sapevano due cose: che il sistema non poteva funzionare, e che sarebbe durato per sempre".
Chiaro?
E la Cina che c'entra? Bè, la Cina c'entra sempre, è come il prezzemolo. Quando vogliono impedirvi di leggere nella Storia la nostra storia vi dicono che "oggi è diverso, oggi c'è la Cina". Da oggi, però, voi potrete rispondere: "Ma ieri c'erano i Goti. E succedeva esattamente quello che succede adesso. So what?")
domenica 31 gennaio 2016
Neoliberismo, s.m.
(...a Davide che ha fatto un intervento molto profondo, che poi magari vi riferirò in interessa...)
Caro Davide,
mi è molto piaciuta la tua analisi del concetto di "neo" liberismo, anche se lì per lì mi ha un po' sorpreso che tu la proponessi commentando il mio libro. Io, in realtà, mi sono sempre scagliato, con il mio consueto garbo contro quello che chiamo il "neismo", ovvero la stucchevole abitudine dei nostri cosiddetti simili di preporre "neo" a qualsiasi parola, ad uso di salutare lavacro della propria coscienza ormai evidentemente lorda di sangue. Ma basta neodire che il neoliberismo ha neosovvertito neola neodemocrazia, e hai così riempito i caratteri a disposizione, per cui, purtroppissimo, sei de iure et de facto esentato dal dire: euro.
Funziona così, e lo sai (e a Napoli ce lo siamo detti, io, te e Nello, facendo anche - io - nomi e cognomi, come al solito).
Ho cercato "neo" nel Tramonto dell'euro e ho trovato le seguenti sei occorrenze:
mentre ne L'Italia può farcela, il cui linguaggio, peraltro, è solo parzialmente mio (essendo stato sottoposto a non so più quanti estenuanti cicli di miglioramento editoriale) ho trovato:
Appare evidente che nonostante gli interventi del sagace editor L'Italia può farcela ha molti più nei, ma sono quasi tutti suffissi anziché prefissi, e quelli liberisti (neoliberale, neoliberista, neoliberismo) sono undici, di cui otto compresi nelle citazioni da Featherstone e Porcaro, o "attratti" da quelle citazioni, cioè necessitati dal bisogno logico di utilizzare per coerenza nel mio testo categorie introdotte nel flusso del mio ragionamento da autori che ritengo per vari motivi crucial, pur non condividendone le premesse metodologiche, perché non sono economisti, QUINDI...
Quindi cosa? Quindi, come tu correttamente rilevavi nel corso del dibattito, non usano il termine che usiamo noi economisti: neoclassico (che è invece quello che uso io quando parlo con parole mie, perché io sono un economista, quindi...).
Il mio atteggiamento, che ho ribadito anche nel corso del nostro dibattito, è di fortissima insofferenza verso quello che chiamo il "neismo" e Nello il "nuovismo". La ho esplicitata, questa insofferenza, a p. 188, come avrai visto, intitolando un paragrafo "Ecce hoc novum est!", e la ho motivata (nuovamente) nella mia replica chiarendo un concetto essenziale: il "nuovismo", l'"oggi c'è la Cina", è semplicemente una autolegittimazione della pigrizia mentale di chi si rifiuta di studiare e possibilmente apprendere (non è la stessa cosa) le lezioni della storia.
Io ho compassione di chi oggi non vuole sottoporsi, come invece facciamo noi, a questo salutare esercizio. Ne ho compassione perché mi rendo conto che nel non sobbarcarsi la fatica di volgere lo sguardo al passato non c'è solo pigrizia: c'è anche orrore. Credo che molti si rendano istintivamente conto di quanto noi, ma anche la stampa americana (con diversa intenzione e prospettiva), affermiamo con consapevolezza: da questa spirale deflazionistica si uscirà nel solito: con un bagno di sangue.
Questo è il dato, dopo di che io non sono un filosofo della storia, quindi mi taccio.
Finché però non saremo arrivati a quel simpatico siparietto, credo che uno dei compiti più urgenti che ci attende sia effettivamente dare un senso al termine "neoliberale", e secondo me la linea che tu proponi è la più interessante, proprio perché rimanda a una riflessione molto profonda sulla progressiva egemonia dell'economico nel pensiero delle scienze sociali, e anche perché (dato accessorio ma non trascurabile) dare un senso "professionale" a questo termine contribuirebbe a escludere dialetticamente chi ne fa un uso fumoso e dilettantesco, con notevole igiene per il dibattito.
Naturalmente, quale sia questa tua prospettiva non lo dico: se i miei lettori avessero voluto saperlo, sarebbero venuti a Napoli, e ora non voglio certo rovinargli il finale del tuo prossimo lavoro (Han Solo muore, ma questo lo aveva già in qualche modo anticipato De Andrè, quindi non è una nuovissima novità...), per il quale ti assicuro tutta la mia collaborazione di insider nel meraviglioso mondo di Hayek e dei suoi inconsapevoli nipotini...
Un abbraccio.
A.
Caro Davide,
mi è molto piaciuta la tua analisi del concetto di "neo" liberismo, anche se lì per lì mi ha un po' sorpreso che tu la proponessi commentando il mio libro. Io, in realtà, mi sono sempre scagliato, con il mio consueto garbo contro quello che chiamo il "neismo", ovvero la stucchevole abitudine dei nostri cosiddetti simili di preporre "neo" a qualsiasi parola, ad uso di salutare lavacro della propria coscienza ormai evidentemente lorda di sangue. Ma basta neodire che il neoliberismo ha neosovvertito neola neodemocrazia, e hai così riempito i caratteri a disposizione, per cui, purtroppissimo, sei de iure et de facto esentato dal dire: euro.
Funziona così, e lo sai (e a Napoli ce lo siamo detti, io, te e Nello, facendo anche - io - nomi e cognomi, come al solito).
Ho cercato "neo" nel Tramonto dell'euro e ho trovato le seguenti sei occorrenze:
- istantaneo
- temporaneo
- sotterraneo
- momentaneo
- neoclassico
- neonazisti
mentre ne L'Italia può farcela, il cui linguaggio, peraltro, è solo parzialmente mio (essendo stato sottoposto a non so più quanti estenuanti cicli di miglioramento editoriale) ho trovato:
- sottolineo (3 volte)
- neoliberale (in una citazione da Featherstone, a p. 126)
- neoliberista (p. 126, 2 volte; p. 143; p. 230 con precisazione "come la definisce Featherstone"; p. 339 subito dopo la citazione di Porcaro, vedi sotto; p. 443)
- neoliberismo (p. 127, 2 volte; p. 339 in una citazione da Porcaro, che non è un neista; p. 352)
- estraneo
- neoclassico (5 volte)
- Mediterraneo (6 volte)
- omogeneo (2 volte)
- subitaneo (2 volte)
- spontaneo
- neolatine
- istantaneo
- Bagnaineolibberistabbrutto (neologismo evidentemente inteso a distanziarmi da scuola e concetto...)
- neolingua
- neoassunti
Appare evidente che nonostante gli interventi del sagace editor L'Italia può farcela ha molti più nei, ma sono quasi tutti suffissi anziché prefissi, e quelli liberisti (neoliberale, neoliberista, neoliberismo) sono undici, di cui otto compresi nelle citazioni da Featherstone e Porcaro, o "attratti" da quelle citazioni, cioè necessitati dal bisogno logico di utilizzare per coerenza nel mio testo categorie introdotte nel flusso del mio ragionamento da autori che ritengo per vari motivi crucial, pur non condividendone le premesse metodologiche, perché non sono economisti, QUINDI...
Quindi cosa? Quindi, come tu correttamente rilevavi nel corso del dibattito, non usano il termine che usiamo noi economisti: neoclassico (che è invece quello che uso io quando parlo con parole mie, perché io sono un economista, quindi...).
Il mio atteggiamento, che ho ribadito anche nel corso del nostro dibattito, è di fortissima insofferenza verso quello che chiamo il "neismo" e Nello il "nuovismo". La ho esplicitata, questa insofferenza, a p. 188, come avrai visto, intitolando un paragrafo "Ecce hoc novum est!", e la ho motivata (nuovamente) nella mia replica chiarendo un concetto essenziale: il "nuovismo", l'"oggi c'è la Cina", è semplicemente una autolegittimazione della pigrizia mentale di chi si rifiuta di studiare e possibilmente apprendere (non è la stessa cosa) le lezioni della storia.
Io ho compassione di chi oggi non vuole sottoporsi, come invece facciamo noi, a questo salutare esercizio. Ne ho compassione perché mi rendo conto che nel non sobbarcarsi la fatica di volgere lo sguardo al passato non c'è solo pigrizia: c'è anche orrore. Credo che molti si rendano istintivamente conto di quanto noi, ma anche la stampa americana (con diversa intenzione e prospettiva), affermiamo con consapevolezza: da questa spirale deflazionistica si uscirà nel solito: con un bagno di sangue.
Questo è il dato, dopo di che io non sono un filosofo della storia, quindi mi taccio.
Finché però non saremo arrivati a quel simpatico siparietto, credo che uno dei compiti più urgenti che ci attende sia effettivamente dare un senso al termine "neoliberale", e secondo me la linea che tu proponi è la più interessante, proprio perché rimanda a una riflessione molto profonda sulla progressiva egemonia dell'economico nel pensiero delle scienze sociali, e anche perché (dato accessorio ma non trascurabile) dare un senso "professionale" a questo termine contribuirebbe a escludere dialetticamente chi ne fa un uso fumoso e dilettantesco, con notevole igiene per il dibattito.
Naturalmente, quale sia questa tua prospettiva non lo dico: se i miei lettori avessero voluto saperlo, sarebbero venuti a Napoli, e ora non voglio certo rovinargli il finale del tuo prossimo lavoro (Han Solo muore, ma questo lo aveva già in qualche modo anticipato De Andrè, quindi non è una nuovissima novità...), per il quale ti assicuro tutta la mia collaborazione di insider nel meraviglioso mondo di Hayek e dei suoi inconsapevoli nipotini...
Un abbraccio.
A.
martedì 19 gennaio 2016
Matteo Ricci (una storia europea)
(...Rockapasso dice: "Questo nome non mi è nuovo... Ma è parente di Franco Maria?"... E io: "No, tesoro, ora ti racconto: lo conosci per via del tuo padre spirituale, che non c'è più, cioè, in effetti, almeno a sentir lui, dovrebbe esserci ancora...")
Matteo Ricci nacque il 6 ottobre del 1552 da nobile famiglia a Macerata, all'epoca capoluogo della Marca Anconitana.
La città conosceva, all'epoca, un periodo di grande sviluppo urbanistico e culturale: cose che capitano quando c'è il soldo e non c'è il Patto di stabilità interno. Era invece declinante, all'epoca, Ancona, che capoluogo lo divenne poi, mentre Pesaro era retta, per sua fortuna, dal Duca di Urbino, Guidubaldo II Montefeltro della Rovere d'Aragona, duca di Sora e signore di Pesaro, Senigallia, Fossombrone e Gubbio (certo che Pesaro, poi, ha fatto una finaccia...). Il giovinetto andò a scuola dai gesuiti, cosa dalla quale avrebbe tratto tanto giovamento anche il nostro giovine Baroni, e poi, siccome era brillante (qui le analogie si interrompono), venne avviato alla casa madre. No, non Langley: siamo nel XVI secolo. Mi riferisco al Collegio Romano. Nel 1571, all'età in cui quel bamboccione di eelu_eei si trascinava negli angiporti di qualche polverosa facoltà del natio Salento, Matteo, animato da un sacro fervore, entrò nella Compagnia di Gesù. Ma erano altri tempi, tempi duri: pensate: Matteo aveva 19 anni e un giorno quando a Lepanto (no, non la stazione della Metro: quella ancora non c'era, lì era tutta campagna...), a Lepanto, dicevo, ci fu un certo screzio, quello dove un amico mio, che ci s'era trovato in mezzo per caso, perché era scappato ad Atri dalla Spagna per evitare il taglio della mano destra (che poi che aveva fatto, porello? Aveva solo espresso il suo civile dissenso verso un tale Antonio...), l'amico mio, dicevo, perse l'uso della mano sinistra, e indovinate un po' come? Ma è chiaro: con un'archibugiata (ricorda qualcosa?).
Povero Miguel... Certo che a lui (scusate, divago...) glie ne sono successe di tutti i colori... L'ospedale a Messina (la sanità pubblica...), la prigionia da parte dei pirati ottomani (che poi a Lepanto non li avevano sconfitti? Co' sti cazzo de gommoni...), e poi la miseria, e un matrimonio infelice, una famiglia alquanto frastagliata, finalmente il posto fisso a EquiSpagna, e tac! L'accusa di corruzione!
Checco Zalone ci sarebbe andato a nozze, con una vicenda simile.
Ma di Checco, fra dieci anni, nessuno si ricorderà.
E di Miguel, invece, noi ci ricordiamo, e lui resterà fino a quando exitio terras cum dabit una dies.
Perché Miguel aveva tanto fatto, tanto vissuto, tanto sofferto, e anche tanto scopato, prima di cominciare a esprimersi. Nel 1605, capite? A 58 anni. Che sono, notate bene, 58 anni del 1605. Aveva 58 cazzo di anni, che io nemmeno so se ci arriverò, quando scrisse la storia di uno che come me lottava contro i mulini a vento. D'altra parte, quell'altro amico mio, Daniel, aveva anche lui 58 anni quando scrisse la storia di quel tizio che finisce naufrago su un'isola deserta... No: non Tom Hanks: Robinson Crusoe...
Eh, che ci volete fare, l'Europa è fatta anche (e soprattutto) così...
È fatta anche di gente che prima di esprimersi aspetta, elabora, e per questo ce la ricordiamo (la gente, e l'Europa). Non come questi giovini d'oggi, che a quarant'anni, con ancora la ricottina del rigurgito sulla barbetta non curata, vengono a spiegarti cos'è un mondo del quale non capiscono un beneamato cazzo, non avendo mai esulato dal cortile dell'oratorio.
Certo, ci sono stati geni precoci: Pergolesi, Mozart... Ma hanno fatto tutti una brutta fine (capito, giovine Baroni? Scala un paio di marce, fallo per quella santa che ti sopporta...). Chi parte a razzo, si sa, finisce con la rima. E questo sarà di Checco (e del quarantenne con la ricottina).
Comunque, insomma, riavvolgendo il nastro: 1571, battaglia di Lepanto, Matteo Ricci entra nella Compagnia del Gesù.
Ebbe fra i suoi maestri Cristoforo Clavio, che forse era un Christoph Schlüssel, uno che da Bamberga (dove non sono mai stato) dicono fosse finito a Coimbra (dove sono stato). Lo dicono, ma io non ci credo, perché non essendoci l'Europa non si viaggiava e se si fosse viaggiato si sarebbero fatte le code per il controllo dei passaporti, come Barca junior... Comunque, alla fine il Clavio (et tibi dabo claves...) rimbalzò a Roma, diventando il più autorevole matematico della Compagnia, e anche un valente astronomo: un tolemaico, che però riconosceva i problemi del sistema.
Insomma, per capirci, uno Zingales.
Clavio gli attaccò, al nostro Matteo, il germe della matematica, che in Ricci attecchì rigoglioso: e dagli di Euclide, e dagli di Pitagora, gli orizzonti si allargavano.Lui non aveva esattamente la mentalità provinciale. Non ce l'aveva nemmeno Alessandro Valignani, di Chieti, anche lui vittima di un errore giudiziario (come Miguel), e anche lui approdato alla Compagnia del Gesù, come Matteo, ma prima di Matteo, che se lo ritrovò come maestro. Sapete, in quella provincia dove non si fanno convegni (ops...), è solo da qualche secolo che ci si è accorti del fatto che, indovinate un po'? Oggi (cioè ieri) c'è la Cina!
Valignani lo sapeva, e tanto disse e tanto fece che nel 1573 ci si fece mandare. "Visitatore delle missioni delle Indie Orientali": si fece nominare (spero con una bella raccomandazione) e partì. Intanto, cosa per me inspiegabile (non essendoci quella che i cialtroni chiamano "l'Europa"), Matteo era finito a Coimbra. Chissà come avrà fatto a sopravvivere in Portogallo senza euro. Ma si sa, lui era un matematico, quindi forse un paio di moltiplicazioni le sapeva fare. Comunque, pare che, altra cosa per me inspiegabile (non essendoci Internet) i due in qualche modo rimanessero in contatto
Così, alla fine, nel 1582 Valignani chiamò Ricci in Cina, ma non da Coimbra: pensate! Non ci si crede, ma nel 1582 c'era anche l'India. Sì, perché fra un po' i cretini vi diranno che oggi c'è l'India: ma c'era anche nel 1582, anzi, nel 1578, quando Ricci ci arrivò, essendo salpato da Lisbona. Ma guarda quanto si viaggiava quando non c'era la nostra amica globalizzazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione: uno nasce a Macerata, poi fa il master a Roma, il pieiccdì a Coimbra, trova il primo impiego a Goa, poi si trasferisce a Macao, che, come vi ho spiegato, allora era portoghese... perché la globalizzazione non c'era, quindi non c'era il commercio! Non avevamo l'euro, eravamo condannati all'autarchiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiia!
Insomma: Matteo Ricci arrivò in Cina a 30 anni, e il resto lo trovate, se vi interessa, qui...
Io invece ci sono arrivato a 45, e ci tornerò a 53.
E il resto ve lo racconterò quando succederà...
Non omnis moriar...
(...che asfaltata! Quando sono tornato nella lussuosa sede che con i vostri lauti contributi posso permettermi - tappeti persiani, mobili in noce, ecc. - ho guardato la mia solerte assistente, e le ho detto: "Forse son stato troppo stronzo?..." E lei, convinta: "Professore, lei è un po' stronzo, ma certo che anche quello...". Ecco: così scoprite in un colpo solo due verità. In realtà io sono un buono: mi incazzo solo quando toccano voi o il mio paese - che poi son due concetti largamente coincidenti - ma poi mi pento, perché alla fine a me piace ricomporre i conflitti. E mi piacciono anche le persone che dicono quello che pensano: anche quando pensano che io sia un po' stronzo. Credo sia questo il principale problema che ho coi piddini. Quando parlano per esprimere le "loro" idee, in realtà stanno invariantemente esprimendo le idee di qualcun altro. Capisco: l'alternativa sarebbe stare zitti, me ne rendo conto. E allora, amen. Meglio togliere ogni dubbio agli astanti. Ne resterà uno solo, e sarà un vero europeo. Quindi qualcuno di più simile a Matteo Ricci che a Matteo Ricci...)
Matteo Ricci nacque il 6 ottobre del 1552 da nobile famiglia a Macerata, all'epoca capoluogo della Marca Anconitana.
La città conosceva, all'epoca, un periodo di grande sviluppo urbanistico e culturale: cose che capitano quando c'è il soldo e non c'è il Patto di stabilità interno. Era invece declinante, all'epoca, Ancona, che capoluogo lo divenne poi, mentre Pesaro era retta, per sua fortuna, dal Duca di Urbino, Guidubaldo II Montefeltro della Rovere d'Aragona, duca di Sora e signore di Pesaro, Senigallia, Fossombrone e Gubbio (certo che Pesaro, poi, ha fatto una finaccia...). Il giovinetto andò a scuola dai gesuiti, cosa dalla quale avrebbe tratto tanto giovamento anche il nostro giovine Baroni, e poi, siccome era brillante (qui le analogie si interrompono), venne avviato alla casa madre. No, non Langley: siamo nel XVI secolo. Mi riferisco al Collegio Romano. Nel 1571, all'età in cui quel bamboccione di eelu_eei si trascinava negli angiporti di qualche polverosa facoltà del natio Salento, Matteo, animato da un sacro fervore, entrò nella Compagnia di Gesù. Ma erano altri tempi, tempi duri: pensate: Matteo aveva 19 anni e un giorno quando a Lepanto (no, non la stazione della Metro: quella ancora non c'era, lì era tutta campagna...), a Lepanto, dicevo, ci fu un certo screzio, quello dove un amico mio, che ci s'era trovato in mezzo per caso, perché era scappato ad Atri dalla Spagna per evitare il taglio della mano destra (che poi che aveva fatto, porello? Aveva solo espresso il suo civile dissenso verso un tale Antonio...), l'amico mio, dicevo, perse l'uso della mano sinistra, e indovinate un po' come? Ma è chiaro: con un'archibugiata (ricorda qualcosa?).
Povero Miguel... Certo che a lui (scusate, divago...) glie ne sono successe di tutti i colori... L'ospedale a Messina (la sanità pubblica...), la prigionia da parte dei pirati ottomani (che poi a Lepanto non li avevano sconfitti? Co' sti cazzo de gommoni...), e poi la miseria, e un matrimonio infelice, una famiglia alquanto frastagliata, finalmente il posto fisso a EquiSpagna, e tac! L'accusa di corruzione!
Checco Zalone ci sarebbe andato a nozze, con una vicenda simile.
Ma di Checco, fra dieci anni, nessuno si ricorderà.
E di Miguel, invece, noi ci ricordiamo, e lui resterà fino a quando exitio terras cum dabit una dies.
Perché Miguel aveva tanto fatto, tanto vissuto, tanto sofferto, e anche tanto scopato, prima di cominciare a esprimersi. Nel 1605, capite? A 58 anni. Che sono, notate bene, 58 anni del 1605. Aveva 58 cazzo di anni, che io nemmeno so se ci arriverò, quando scrisse la storia di uno che come me lottava contro i mulini a vento. D'altra parte, quell'altro amico mio, Daniel, aveva anche lui 58 anni quando scrisse la storia di quel tizio che finisce naufrago su un'isola deserta... No: non Tom Hanks: Robinson Crusoe...
Eh, che ci volete fare, l'Europa è fatta anche (e soprattutto) così...
È fatta anche di gente che prima di esprimersi aspetta, elabora, e per questo ce la ricordiamo (la gente, e l'Europa). Non come questi giovini d'oggi, che a quarant'anni, con ancora la ricottina del rigurgito sulla barbetta non curata, vengono a spiegarti cos'è un mondo del quale non capiscono un beneamato cazzo, non avendo mai esulato dal cortile dell'oratorio.
Certo, ci sono stati geni precoci: Pergolesi, Mozart... Ma hanno fatto tutti una brutta fine (capito, giovine Baroni? Scala un paio di marce, fallo per quella santa che ti sopporta...). Chi parte a razzo, si sa, finisce con la rima. E questo sarà di Checco (e del quarantenne con la ricottina).
Comunque, insomma, riavvolgendo il nastro: 1571, battaglia di Lepanto, Matteo Ricci entra nella Compagnia del Gesù.
Ebbe fra i suoi maestri Cristoforo Clavio, che forse era un Christoph Schlüssel, uno che da Bamberga (dove non sono mai stato) dicono fosse finito a Coimbra (dove sono stato). Lo dicono, ma io non ci credo, perché non essendoci l'Europa non si viaggiava e se si fosse viaggiato si sarebbero fatte le code per il controllo dei passaporti, come Barca junior... Comunque, alla fine il Clavio (et tibi dabo claves...) rimbalzò a Roma, diventando il più autorevole matematico della Compagnia, e anche un valente astronomo: un tolemaico, che però riconosceva i problemi del sistema.
Insomma, per capirci, uno Zingales.
Clavio gli attaccò, al nostro Matteo, il germe della matematica, che in Ricci attecchì rigoglioso: e dagli di Euclide, e dagli di Pitagora, gli orizzonti si allargavano.Lui non aveva esattamente la mentalità provinciale. Non ce l'aveva nemmeno Alessandro Valignani, di Chieti, anche lui vittima di un errore giudiziario (come Miguel), e anche lui approdato alla Compagnia del Gesù, come Matteo, ma prima di Matteo, che se lo ritrovò come maestro. Sapete, in quella provincia dove non si fanno convegni (ops...), è solo da qualche secolo che ci si è accorti del fatto che, indovinate un po'? Oggi (cioè ieri) c'è la Cina!
Valignani lo sapeva, e tanto disse e tanto fece che nel 1573 ci si fece mandare. "Visitatore delle missioni delle Indie Orientali": si fece nominare (spero con una bella raccomandazione) e partì. Intanto, cosa per me inspiegabile (non essendoci quella che i cialtroni chiamano "l'Europa"), Matteo era finito a Coimbra. Chissà come avrà fatto a sopravvivere in Portogallo senza euro. Ma si sa, lui era un matematico, quindi forse un paio di moltiplicazioni le sapeva fare. Comunque, pare che, altra cosa per me inspiegabile (non essendoci Internet) i due in qualche modo rimanessero in contatto
Così, alla fine, nel 1582 Valignani chiamò Ricci in Cina, ma non da Coimbra: pensate! Non ci si crede, ma nel 1582 c'era anche l'India. Sì, perché fra un po' i cretini vi diranno che oggi c'è l'India: ma c'era anche nel 1582, anzi, nel 1578, quando Ricci ci arrivò, essendo salpato da Lisbona. Ma guarda quanto si viaggiava quando non c'era la nostra amica globalizzazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione: uno nasce a Macerata, poi fa il master a Roma, il pieiccdì a Coimbra, trova il primo impiego a Goa, poi si trasferisce a Macao, che, come vi ho spiegato, allora era portoghese... perché la globalizzazione non c'era, quindi non c'era il commercio! Non avevamo l'euro, eravamo condannati all'autarchiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiia!
Insomma: Matteo Ricci arrivò in Cina a 30 anni, e il resto lo trovate, se vi interessa, qui...
Io invece ci sono arrivato a 45, e ci tornerò a 53.
E il resto ve lo racconterò quando succederà...
Non omnis moriar...
(...che asfaltata! Quando sono tornato nella lussuosa sede che con i vostri lauti contributi posso permettermi - tappeti persiani, mobili in noce, ecc. - ho guardato la mia solerte assistente, e le ho detto: "Forse son stato troppo stronzo?..." E lei, convinta: "Professore, lei è un po' stronzo, ma certo che anche quello...". Ecco: così scoprite in un colpo solo due verità. In realtà io sono un buono: mi incazzo solo quando toccano voi o il mio paese - che poi son due concetti largamente coincidenti - ma poi mi pento, perché alla fine a me piace ricomporre i conflitti. E mi piacciono anche le persone che dicono quello che pensano: anche quando pensano che io sia un po' stronzo. Credo sia questo il principale problema che ho coi piddini. Quando parlano per esprimere le "loro" idee, in realtà stanno invariantemente esprimendo le idee di qualcun altro. Capisco: l'alternativa sarebbe stare zitti, me ne rendo conto. E allora, amen. Meglio togliere ogni dubbio agli astanti. Ne resterà uno solo, e sarà un vero europeo. Quindi qualcuno di più simile a Matteo Ricci che a Matteo Ricci...)
venerdì 1 gennaio 2016
Il tempo della Storia
Maurizio ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Moneta, corruzione e politica":
Caro Roberto,
A volte noi leggiamo le date della Storia, senza renderci conto che tra quelle date, che noi leggiamo in pochi secondi, passano giorni interminabili. L'ascesa al potere di Adolf Hitler è di 4 anni posteriore alla crisi del '29: viene nominato Cancelliere nel Gennaio del '33 e il Reichstag gli conferisce poteri assoluti nel Marzo del '33, ma il Putsch della Birreria a Monaco è del Novembre 1923. Sono circa 3,400 giorni per prendere il potere in Germania. La marea, per usare la tua metafora,che mi pare appropriata, monta e non smette di montare fino al 1 Settembre del 1939, data dell'invasione della Polonia. Altri 1,000 giorni circa. La marea, da lì in poi, salirà fino a provocare disperazione in chi la oppone, sperando che alla fine si inverta. Nell'Agosto del '42 comincia la Battaglia di Stalingrado, che andrà avanti fino alla resa della VI Armata Tedesca a Febbraio del '43. La Battaglia di El-Alamein comincia il 23 Ottobre del 1942 e finisce l'11 Novembre con la disfatta dell'Africa Korps. Sono altri 1,000 giorni, prima che l'Armata Rossa inizi una marcia inarrestabile che si fermerà solo sulle rovine fumanti di Berlino.
Ricontali Roberto, sono oltre 5,400 interminabili lunghissimi giorni prima che la marea si fermi, prima che il flusso si inverta. Quello che facciamo qui, quel poco che facciamo noi e quel tanto che fa il Prof. lo facciamo per i nostri figli, certamente non per noi, per me, l'unica cosa che vorrei, è poter tenere su la testa e affermare "io non ho ceduto, io ho combattuto" da uomo libero. Non è poco. E deve bastarci .
Postato da Maurizio in Goofynomics alle 1 gennaio 2016 18:26
Caro Roberto,
A volte noi leggiamo le date della Storia, senza renderci conto che tra quelle date, che noi leggiamo in pochi secondi, passano giorni interminabili. L'ascesa al potere di Adolf Hitler è di 4 anni posteriore alla crisi del '29: viene nominato Cancelliere nel Gennaio del '33 e il Reichstag gli conferisce poteri assoluti nel Marzo del '33, ma il Putsch della Birreria a Monaco è del Novembre 1923. Sono circa 3,400 giorni per prendere il potere in Germania. La marea, per usare la tua metafora,che mi pare appropriata, monta e non smette di montare fino al 1 Settembre del 1939, data dell'invasione della Polonia. Altri 1,000 giorni circa. La marea, da lì in poi, salirà fino a provocare disperazione in chi la oppone, sperando che alla fine si inverta. Nell'Agosto del '42 comincia la Battaglia di Stalingrado, che andrà avanti fino alla resa della VI Armata Tedesca a Febbraio del '43. La Battaglia di El-Alamein comincia il 23 Ottobre del 1942 e finisce l'11 Novembre con la disfatta dell'Africa Korps. Sono altri 1,000 giorni, prima che l'Armata Rossa inizi una marcia inarrestabile che si fermerà solo sulle rovine fumanti di Berlino.
Ricontali Roberto, sono oltre 5,400 interminabili lunghissimi giorni prima che la marea si fermi, prima che il flusso si inverta. Quello che facciamo qui, quel poco che facciamo noi e quel tanto che fa il Prof. lo facciamo per i nostri figli, certamente non per noi, per me, l'unica cosa che vorrei, è poter tenere su la testa e affermare "io non ho ceduto, io ho combattuto" da uomo libero. Non è poco. E deve bastarci .
Postato da Maurizio in Goofynomics alle 1 gennaio 2016 18:26
domenica 25 ottobre 2015
Azincourt (una storia europea)
Vi ricordate Filippo il Buono?
Sì, quello che aveva tollerato il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo... No, non questo Luigi di Lussemburgo (ci siamo divertiti al suo matrimonio, vero? Bella festa...): questo, il conestabile di Saint Pol, cioè il nonno di Filiberta di Lussemburgo e per quella via bisnonno materno di Filiberto di Chalon-Arlay, che era, quest'ultimo, il nostro amico che non riuscì a evitare il sacco di Roma (perché non parlava la lingua: un problema tipicamente europeo), e i cui mercenari (che gli servivano a Napoli per risolvere un altro problemuccio) vennero schiantati dal freddo sull'altopiano delle Cinque Miglia, quello per il quale oggi devono transitare le partorienti dell'alta val di Sangro onde raggiungere l'ospedale di Sulmona, come mi spiegava la Scarpetta di Venere (semper laudetur).
Ecco, lui.
Mi piace ricordarlo oggi con voi per affermare un principio che deve esserci di conforto e di stimolo: non è vero che la virtù non venga ricompensata. La bontà, e l'ascolto dei saggi consigli, spesso sono ricompensati, e la vicenda di Filippo ne è un esempio.
Nato a Digione nel 1396 da Giovanni Senza Paura, nel 1415 aveva 19 anni, e, come tutti i giovani, voleva imbrancarsi coi suoi coetanei. Ma venne dissuaso da papà. E fece bene ad ascoltarlo. Perché nel 1415 la gioventù francese non voleva andare il venerdì sera da Pizza Alex, con la Aixam, a sfoggiare jeans sdruciti, come oggi la gioventù pariolina (vedi alla voce er Palla): voleva andare il venerdì mattina ad Azincourt, a sfoggiare armature damascate, sventolando il proprio blasone. Che, va detto, nel caso di Filippo era un signor blasone: solo per leggerlo ci vuole un quarto d'ora:
Ecartelé: en I et IV d'azur semé de fleurs de lys d'or à la bordure componée d'argent et de gueules (qui est du Duché de Bourgogne) ; en II parti, en 1 bandé d'or et d'azur de six pièces, à la bordure de gueules (qui est de la Comté de Bourgogne), en 2 de sable au lion d'or, armé et lampassé de gueules (qui est de Brabant) ; en III parti, en 1 bandé d'or et d'azur de six pièces, à la bordure de gueules, en 2 d'argent au lion de gueules armé, couronné et lampassé d'or (qui est de Limbourg). Sur le tout d'or au lion de sable armé et lampassé de gueules (qui est de Flandres).
(qui il disegnino per capire da dove viene cosa).
Ma papà je disse: "Leva mano!" (per la cuggina dell'economista: sarebbe la versione parenetica del "Dattelo in faccia!": chiedi al facinoroso per spiegazioni).
E lui, Filippo, che era buono di nome e di fatto, invece di uscirsene dal Prinsenhof sbattendo la porta come avrebbe fatto er Palla, disse "Oui, mon père", ritirandosi nei suoi appartamenti, che suppongo non fossero un troiaio come quelli del sullodato er Palla.
Per il figlio di un Senza Paura e il padre di un Temerario deve essere stato un bel sacrificio rinunciare alle scorrerie del venerdì mattina. Nelle sue vene scorreva un sangue ardente (compatibilmente con la latitudine). Ma ascoltò papà, il Sans Peur.
E ben glie ne incolse (capito, Palla?).
Perché da Pizza Alex, cioè, scusate, ad Azincourt, non ci sarebbero stati Oliviero, Jacopo e Mattia ad aspettarlo (oh, la sconcertante assenza di entropia dell'onomastica pariolina)... Eh no, ci sarebbe stato, e infatti c'era, Chicco Quinto, un nostro amico, che tutti conoscete, perché tutti conoscete il bel discorzetto che fece alla sua comitiva, discorzetto che spesso vi ho fatto anch'io, e che vi rifarò stasera a Bookcity (povero Vlad, cosa je tocca...).
Ve lo propongo in due versioni, quella per europei (grazie ad Alfonso Liguori che me l'ha fatta conoscere):
e quella per diversamente europei, facilmente accessibile via il tubo:
Che storia, quella di Azincourt! C'è, in nuce, tutta la storia che noi stiamo vivendo: quella dell'Unione (?) Europea (?).
Ma l'Unione Europea non c'era, purtroppo (altrimenti, come sapete, non si sarebbe combattuto): ma c'erano, e si unirono per la giusta causa (o per quella sbagliata: tanto, per noi, seicento anni dopo, una vale l'altra) una pletora di stati relativamente indipendenti: il Regno di Francia, il ducato di Bretagna, la contea di Champagne, il ducato di Borgogna, il regno di Navarra, la contea delle Fiandre, il ducato di Aquitania, il ducato di Lussemburgo, e spicci. Questo lo si ricorda ad erudizione dei tanti che forse credono che la barriera di Ventimiglia, quella dove oggi respingono i rifugiati, esista dal tempo di Carlo Magno...
E non c'era, purtroppissimo, l'euro (altrimenti, come sapete, non ci sarebbero state le crisi), ma c'erano, dalla parte dei francesi, le armature, che dell'euro sono mirabile metafora: pesanti, rigide, e concepite per proteggere (?).
Dall'altra parte, invece, c'era una cosa che secondo molti economisti protegge meglio: la flessibilità.
I fatti li sapete. La battaglia fu combattuta lungo l'asse dell'odierna dipartimentale 104:
I francesi venivano da Ruisseauville, e gli inglesi li aspettavano dalla parte di Maisoncelle. Dice: "Ma se l'Inghilterra è a nord della Francia, perché i francesi arrivavano da nord?". Perché gli inglesi volevano tornarsene a casa, visto che stava cominciando l'inverno (la guerra era attività prevalentemente estiva, per motivi che immaginate). Erano partiti dall'Inghilterra un po' sul tardi, il 12 settembre, e il 22 settembre avevano conquistato Harfleur (oggi un sobborgo di Le Havre, alla foce della Senna, non lontano da dove vado a insegnare), e ora ripiegavano dalla Normandia su Calais, in direzione Nord (nel dipartimento che oggi si chiama, guarda caso, Nord-Pas de Calais). Da quella città, che era inglese dal 1347, avrebbero potuto traversare facilmente la Manica.
Ma i francesi, per fare gli splendidi, sbarrarono loro la strada.
Questa, ovviamente, non era asfaltata. Si andava per campi arati di fresco. I nobili francesi erano a cavallo, e anche i fanti erano pesantemente armati. Gli inglesi, invece armati alla leggera. La notte del 24 la passarono tutti, inglesi e francesi, nobili e scudieri, sotto una pioggia torrenziale, tanto che dalla parte dei francesi (cioè a Ruisseauville, il paese del ruscello: nomen omen) la strada era diventata un torrente. Per gli inglesi fu facile piantare nel terreno ammorbidito dalla pioggia dei pali che ostacolassero la carica di cavalleria. Viceversa, per i francesi fu difficile andare alla carica in un terreno nel quale i loro cavalli affondavano fino al ginocchio. Tanto per non farsi mancare nulla, i francesi, mentre litigavano su chi dovesse stare in prima fila e più vicino al capo (che non era il re, Carlo VI, il quale come sapete aveva svalvolato, ma Carlo I, il conestabile d'Albret), avevano lasciato avanzare di 600 metri i francesi senza disturbarli. Non molto, ma abbastanza per trovarsi a portata di longbow (circa 300 metri, e a 100 metri foravano un'armatura).
Dopo uno scambio di convenevoli (tipo: "Se rinunci alla corona d'Inghilterra ti facciamo tornare in Inghilterra". E Chicco: "Scusa, ma allora che ci torno a fare?"), i francesi attaccano: travolti da una pioggia di frecce, e impantanati nel fango, i cavalieri della prima ondata intralciano quelli delle successive, trasformandoli in facile bersaglio. La sconfitta era quindi inevitabile, come lo era stata a Crécy e Poitiers (con dinamiche molto simili). Sarebbe però stato evitabile il massacro, perché, come ho cercato di spiegarvi, non è proprio esattissimo quello che quel sanfedista di Roberto Buffagni ci dice ogni tanto, ovvero che le élite europee ci hanno sempre oppresso, ma almeno una volta ci difendevano e rischiavano la pelle. Preciso: la pelle, sì, la rischiavano, più di adesso, ma sempre meno di un poveraccio, perché se eri molto ricco era abbastanza facile che laddove non ti stendesse una freccia o un'archibugiata o un tuo pari, ma finissi nelle mani di un poraccio (un fante), quello invece di ucciderti ti catturasse, in modo da ottenere un riscatto (ricorderete anche per quale infelice equivoco a Carlo il Temerario questa sorte non toccò...).
Insomma: non sarete sorpresi di sapere che chi aveva fieno in cascina di norma e in media trovava modo di cavarsela anche in quei tempi bui (?). Più sorprendente, viceversa, la dinamica del massacro. Perché gli inglesi erano tutti contenti di aver catturato così tanti baroni francesi: sò sordi (pensavano), e la cosa sembrava finita lì. Ma c'era un problema: i francesi catturati erano veramente troppi, e portarseli dietro creava una oggettiva difficoltà logistica. Ci si sarebbe potuti organizzare, se non fosse che, verso la fine della piacevole scampagnata, Ysembart d'Azincourt, un nobilastro locale, attaccò con 600 contadini le retrovie inglesi, impadronendosi della corona del re e di altri souvenir. Temendo un attacco alle spalle, Chicco (cioè Laurence Olivier o Kenneth Branagh, a seconda delle preferenze) ordina agli arcieri di disfarsi rapidamente dei prigionieri. Gli arcieri preferirebbero di no, non tanto per il sangue, ma per i soldi. E allora Chicco fa loro un'offerta che non possono rifiutare: chi si rifiuterà di uccidere i prigionieri verrà impiccato.
Mors tua, vita mea, e l'aristocrazia francese conobbe una subitanea crisi demografica. Ci lasciarono le penne Jean I, duca d'Alençon e conte del Perche, Edoardo, terzo duca del Bar e marchese di Pont-à-Mousson, Antonio duca di Brabante e di Limburgo, Filippo di Borgogna, conte di Nevers e di Rethel, e via dicendo. Quattro principi del sangue, una serie infinita di altri signori, una catastrofe.
Ma soprattutto una storia in tutto e per tutto europea, in tutte le sue sfaccettature, come mi accingo a dimostrarvi.
Il rifiuto della storia
Questo è il primo aspetto "europeo" della vicenda che oggi ci appassiona: il rifiuto assoluto e categorico di imparare dalle esperienze precedenti. Perché, santo Dio, c'era già stata la battaglia di Crecy, no? Combattuta dalle stesse parti (in senso geografico e politico), più o meno con lo stesso rapporto di forze, e persa più o meno nello stesso modo. E anche a Poitiers non era andata in modo tanto diverso.
Ma gnente...
Gli "europei" al passato proprio non guardano: lo trovano disdicevole. Bisogna guardare al futuro, ripetendosi che sarà roseo, che tutto andrà bene, perché non può andare che bene, perché deve andare bene, perché nel Manifesto di Ventotene c'è scritto che "La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà", che poi, nel caso qualcuno non lo notasse, è esattamente questo tipo di discorso, a chiara indicazione se non della matrice ideologica del manifesto, quanto meno della temperie culturale dell'epoca ("noi tireremo dritto", "è la Bce che traccia il solco e il Pd che lo difende", ecc.).
La cultura politica dell'ottimismo totale
(copyright Giandomenico Majone).
Dice: "Ma guarda che ha piovuto!"
Fa: "No, non ha piovuto! Siamo europei, siamo uniti, quindi splende il sole, il terreno è compatto, non è una poltiglia, e la nostra cavalleria spazzerà via quei quattro straccioni di Lancaster".
Ecco. Un altro dato europeo: il rifiuto del principio di realtà. Jean le Meingre, uno degli strateghi francesi, aveva predisposto un piano di battaglia che prevedeva di incontrare gli inglesi in campo aperto: non in una radura incassata fra due boschi. Insomma, ci siamo capiti: è la solita storia familiare a noi economisti, per cui se il modello non rispecchia la realtà, si fa finta che sia questa ad adattarsi (truccando i dati: esempi qui e qui). Ma gli arcieri inglesi erano referee più severi degli attuali accademici statunitensi (almeno a giudicare da quello che dice Romer qui parlando di un nostro amico), e avvicinarono bruscamente i baroni alla durezza del vivere...
Il delirio della competitività totale
Su questo ormai si è detto tanto: un mondo nel quale tutti esportano non è logicamente possibile. Allo stesso modo, non è strategicamente sostenibile uno schieramento nel quale tutti desiderano stare in prima fila. Pensate che la vanagloria dei baroni francesi era tale che i cv, pardon, gli stendardi da essi sventolati oscuravano completamente la vista ai fanti che in teoria, nella seconda fila, avrebbero dovuto sostenerne l'azione, approfittando dei varchi che si supponeva la cavalleria aprisse nelle linee nemiche (cosa che poi non accadde). Immagino i litigi per decidere chi dovesse arrotolare il proprio cv (pardon, stendardo) e metterselo nel baule.
Così come non si può essere tutti nella prima fila dello schieramento, non si può essere tutti esportatori netti.
I francesi lo impararono a loro spese, i tedeschi lo stanno imparando a nostre spese.
L'illusione del numero
Nota bene: non solo i francesi non vinsero nonostante fossero di più, ma addirittura vennero sgozzati come porci perché erano di più (e quindi era sconsigliabile sia tirarseli dietro, sia lasciarli in vita, in un contesto nel quale sembrava che ci fosse l'imminente pericolo di un attacco a tradimento). Questa idea che si deve essere tanti per combattere non funziona: non è così. Noi siamo pochi. I baroni sono tanti. E come sta andando lo vedete (risparmio link, tanto sapete di chi parlo)... Non è mai un'ottima idea mettere un nemico con le spalle al muro, quale che sia la sua consistenza numerica, e non è mai una grande intuizione strategica contare sul proprio numero, anziché sulla propria motivazione.
L'inganno della rigidità
Arco (flessibile e leggero) vince armatura (rigida e pesante) 6000 morti (francesi) a 600 (inglesi).
Devo aggiungere altro? La posizione del Fondo Monetario Internazionale ormai è inequivoca: la rigidità del cambio ha messo in serie difficoltà i paesi che hanno deciso di adottarla, inclusi quelli dell'Eurozona. I libri di testo non dicono nulla di diverso.
Ecco: sì, ripensandoci bene la battaglia della quale oggi ricorre il seicentesimo anniversario è proprio una metafora ideale di quanto ci sta succedendo, e di quanto ci accadrà: un progetto rigido, antistorico, gestito da una élite allucinata e divisa su tutto, fallirà.
Mi sembra logico, anzi: tautologico. In fondo sto dicendo che un fallimento (annunciato) è un fallimento (realizzato).
E ora vi lascio: devo andare a Bookcity, dove mi pare di aver capito che qualcuno si aspetti che io parli di economia, e io, invece, parlerò di un altro duca di Barbante, che era anche donzello di Montargis, principe di Oléron e di Viareggio.
Chi ha capito, ha capito.
A mia discolpa, potrò dimostrare che lo faccio su precisa richiesta di Vladimiro...
(...ah, voi non eravate al matrimonio di Luigi? Avete avuto un contrattempo?)
Sì, quello che aveva tollerato il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo... No, non questo Luigi di Lussemburgo (ci siamo divertiti al suo matrimonio, vero? Bella festa...): questo, il conestabile di Saint Pol, cioè il nonno di Filiberta di Lussemburgo e per quella via bisnonno materno di Filiberto di Chalon-Arlay, che era, quest'ultimo, il nostro amico che non riuscì a evitare il sacco di Roma (perché non parlava la lingua: un problema tipicamente europeo), e i cui mercenari (che gli servivano a Napoli per risolvere un altro problemuccio) vennero schiantati dal freddo sull'altopiano delle Cinque Miglia, quello per il quale oggi devono transitare le partorienti dell'alta val di Sangro onde raggiungere l'ospedale di Sulmona, come mi spiegava la Scarpetta di Venere (semper laudetur).
Ecco, lui.
Mi piace ricordarlo oggi con voi per affermare un principio che deve esserci di conforto e di stimolo: non è vero che la virtù non venga ricompensata. La bontà, e l'ascolto dei saggi consigli, spesso sono ricompensati, e la vicenda di Filippo ne è un esempio.
Nato a Digione nel 1396 da Giovanni Senza Paura, nel 1415 aveva 19 anni, e, come tutti i giovani, voleva imbrancarsi coi suoi coetanei. Ma venne dissuaso da papà. E fece bene ad ascoltarlo. Perché nel 1415 la gioventù francese non voleva andare il venerdì sera da Pizza Alex, con la Aixam, a sfoggiare jeans sdruciti, come oggi la gioventù pariolina (vedi alla voce er Palla): voleva andare il venerdì mattina ad Azincourt, a sfoggiare armature damascate, sventolando il proprio blasone. Che, va detto, nel caso di Filippo era un signor blasone: solo per leggerlo ci vuole un quarto d'ora:
Ecartelé: en I et IV d'azur semé de fleurs de lys d'or à la bordure componée d'argent et de gueules (qui est du Duché de Bourgogne) ; en II parti, en 1 bandé d'or et d'azur de six pièces, à la bordure de gueules (qui est de la Comté de Bourgogne), en 2 de sable au lion d'or, armé et lampassé de gueules (qui est de Brabant) ; en III parti, en 1 bandé d'or et d'azur de six pièces, à la bordure de gueules, en 2 d'argent au lion de gueules armé, couronné et lampassé d'or (qui est de Limbourg). Sur le tout d'or au lion de sable armé et lampassé de gueules (qui est de Flandres).
(qui il disegnino per capire da dove viene cosa).
Ma papà je disse: "Leva mano!" (per la cuggina dell'economista: sarebbe la versione parenetica del "Dattelo in faccia!": chiedi al facinoroso per spiegazioni).
E lui, Filippo, che era buono di nome e di fatto, invece di uscirsene dal Prinsenhof sbattendo la porta come avrebbe fatto er Palla, disse "Oui, mon père", ritirandosi nei suoi appartamenti, che suppongo non fossero un troiaio come quelli del sullodato er Palla.
Per il figlio di un Senza Paura e il padre di un Temerario deve essere stato un bel sacrificio rinunciare alle scorrerie del venerdì mattina. Nelle sue vene scorreva un sangue ardente (compatibilmente con la latitudine). Ma ascoltò papà, il Sans Peur.
E ben glie ne incolse (capito, Palla?).
Perché da Pizza Alex, cioè, scusate, ad Azincourt, non ci sarebbero stati Oliviero, Jacopo e Mattia ad aspettarlo (oh, la sconcertante assenza di entropia dell'onomastica pariolina)... Eh no, ci sarebbe stato, e infatti c'era, Chicco Quinto, un nostro amico, che tutti conoscete, perché tutti conoscete il bel discorzetto che fece alla sua comitiva, discorzetto che spesso vi ho fatto anch'io, e che vi rifarò stasera a Bookcity (povero Vlad, cosa je tocca...).
Ve lo propongo in due versioni, quella per europei (grazie ad Alfonso Liguori che me l'ha fatta conoscere):
e quella per diversamente europei, facilmente accessibile via il tubo:
Che storia, quella di Azincourt! C'è, in nuce, tutta la storia che noi stiamo vivendo: quella dell'Unione (?) Europea (?).
Ma l'Unione Europea non c'era, purtroppo (altrimenti, come sapete, non si sarebbe combattuto): ma c'erano, e si unirono per la giusta causa (o per quella sbagliata: tanto, per noi, seicento anni dopo, una vale l'altra) una pletora di stati relativamente indipendenti: il Regno di Francia, il ducato di Bretagna, la contea di Champagne, il ducato di Borgogna, il regno di Navarra, la contea delle Fiandre, il ducato di Aquitania, il ducato di Lussemburgo, e spicci. Questo lo si ricorda ad erudizione dei tanti che forse credono che la barriera di Ventimiglia, quella dove oggi respingono i rifugiati, esista dal tempo di Carlo Magno...
E non c'era, purtroppissimo, l'euro (altrimenti, come sapete, non ci sarebbero state le crisi), ma c'erano, dalla parte dei francesi, le armature, che dell'euro sono mirabile metafora: pesanti, rigide, e concepite per proteggere (?).
Dall'altra parte, invece, c'era una cosa che secondo molti economisti protegge meglio: la flessibilità.
I fatti li sapete. La battaglia fu combattuta lungo l'asse dell'odierna dipartimentale 104:
I francesi venivano da Ruisseauville, e gli inglesi li aspettavano dalla parte di Maisoncelle. Dice: "Ma se l'Inghilterra è a nord della Francia, perché i francesi arrivavano da nord?". Perché gli inglesi volevano tornarsene a casa, visto che stava cominciando l'inverno (la guerra era attività prevalentemente estiva, per motivi che immaginate). Erano partiti dall'Inghilterra un po' sul tardi, il 12 settembre, e il 22 settembre avevano conquistato Harfleur (oggi un sobborgo di Le Havre, alla foce della Senna, non lontano da dove vado a insegnare), e ora ripiegavano dalla Normandia su Calais, in direzione Nord (nel dipartimento che oggi si chiama, guarda caso, Nord-Pas de Calais). Da quella città, che era inglese dal 1347, avrebbero potuto traversare facilmente la Manica.
Ma i francesi, per fare gli splendidi, sbarrarono loro la strada.
Questa, ovviamente, non era asfaltata. Si andava per campi arati di fresco. I nobili francesi erano a cavallo, e anche i fanti erano pesantemente armati. Gli inglesi, invece armati alla leggera. La notte del 24 la passarono tutti, inglesi e francesi, nobili e scudieri, sotto una pioggia torrenziale, tanto che dalla parte dei francesi (cioè a Ruisseauville, il paese del ruscello: nomen omen) la strada era diventata un torrente. Per gli inglesi fu facile piantare nel terreno ammorbidito dalla pioggia dei pali che ostacolassero la carica di cavalleria. Viceversa, per i francesi fu difficile andare alla carica in un terreno nel quale i loro cavalli affondavano fino al ginocchio. Tanto per non farsi mancare nulla, i francesi, mentre litigavano su chi dovesse stare in prima fila e più vicino al capo (che non era il re, Carlo VI, il quale come sapete aveva svalvolato, ma Carlo I, il conestabile d'Albret), avevano lasciato avanzare di 600 metri i francesi senza disturbarli. Non molto, ma abbastanza per trovarsi a portata di longbow (circa 300 metri, e a 100 metri foravano un'armatura).
Dopo uno scambio di convenevoli (tipo: "Se rinunci alla corona d'Inghilterra ti facciamo tornare in Inghilterra". E Chicco: "Scusa, ma allora che ci torno a fare?"), i francesi attaccano: travolti da una pioggia di frecce, e impantanati nel fango, i cavalieri della prima ondata intralciano quelli delle successive, trasformandoli in facile bersaglio. La sconfitta era quindi inevitabile, come lo era stata a Crécy e Poitiers (con dinamiche molto simili). Sarebbe però stato evitabile il massacro, perché, come ho cercato di spiegarvi, non è proprio esattissimo quello che quel sanfedista di Roberto Buffagni ci dice ogni tanto, ovvero che le élite europee ci hanno sempre oppresso, ma almeno una volta ci difendevano e rischiavano la pelle. Preciso: la pelle, sì, la rischiavano, più di adesso, ma sempre meno di un poveraccio, perché se eri molto ricco era abbastanza facile che laddove non ti stendesse una freccia o un'archibugiata o un tuo pari, ma finissi nelle mani di un poraccio (un fante), quello invece di ucciderti ti catturasse, in modo da ottenere un riscatto (ricorderete anche per quale infelice equivoco a Carlo il Temerario questa sorte non toccò...).
Insomma: non sarete sorpresi di sapere che chi aveva fieno in cascina di norma e in media trovava modo di cavarsela anche in quei tempi bui (?). Più sorprendente, viceversa, la dinamica del massacro. Perché gli inglesi erano tutti contenti di aver catturato così tanti baroni francesi: sò sordi (pensavano), e la cosa sembrava finita lì. Ma c'era un problema: i francesi catturati erano veramente troppi, e portarseli dietro creava una oggettiva difficoltà logistica. Ci si sarebbe potuti organizzare, se non fosse che, verso la fine della piacevole scampagnata, Ysembart d'Azincourt, un nobilastro locale, attaccò con 600 contadini le retrovie inglesi, impadronendosi della corona del re e di altri souvenir. Temendo un attacco alle spalle, Chicco (cioè Laurence Olivier o Kenneth Branagh, a seconda delle preferenze) ordina agli arcieri di disfarsi rapidamente dei prigionieri. Gli arcieri preferirebbero di no, non tanto per il sangue, ma per i soldi. E allora Chicco fa loro un'offerta che non possono rifiutare: chi si rifiuterà di uccidere i prigionieri verrà impiccato.
Mors tua, vita mea, e l'aristocrazia francese conobbe una subitanea crisi demografica. Ci lasciarono le penne Jean I, duca d'Alençon e conte del Perche, Edoardo, terzo duca del Bar e marchese di Pont-à-Mousson, Antonio duca di Brabante e di Limburgo, Filippo di Borgogna, conte di Nevers e di Rethel, e via dicendo. Quattro principi del sangue, una serie infinita di altri signori, una catastrofe.
Ma soprattutto una storia in tutto e per tutto europea, in tutte le sue sfaccettature, come mi accingo a dimostrarvi.
Il rifiuto della storia
Questo è il primo aspetto "europeo" della vicenda che oggi ci appassiona: il rifiuto assoluto e categorico di imparare dalle esperienze precedenti. Perché, santo Dio, c'era già stata la battaglia di Crecy, no? Combattuta dalle stesse parti (in senso geografico e politico), più o meno con lo stesso rapporto di forze, e persa più o meno nello stesso modo. E anche a Poitiers non era andata in modo tanto diverso.
Ma gnente...
Gli "europei" al passato proprio non guardano: lo trovano disdicevole. Bisogna guardare al futuro, ripetendosi che sarà roseo, che tutto andrà bene, perché non può andare che bene, perché deve andare bene, perché nel Manifesto di Ventotene c'è scritto che "La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà", che poi, nel caso qualcuno non lo notasse, è esattamente questo tipo di discorso, a chiara indicazione se non della matrice ideologica del manifesto, quanto meno della temperie culturale dell'epoca ("noi tireremo dritto", "è la Bce che traccia il solco e il Pd che lo difende", ecc.).
La cultura politica dell'ottimismo totale
(copyright Giandomenico Majone).
Dice: "Ma guarda che ha piovuto!"
Fa: "No, non ha piovuto! Siamo europei, siamo uniti, quindi splende il sole, il terreno è compatto, non è una poltiglia, e la nostra cavalleria spazzerà via quei quattro straccioni di Lancaster".
Ecco. Un altro dato europeo: il rifiuto del principio di realtà. Jean le Meingre, uno degli strateghi francesi, aveva predisposto un piano di battaglia che prevedeva di incontrare gli inglesi in campo aperto: non in una radura incassata fra due boschi. Insomma, ci siamo capiti: è la solita storia familiare a noi economisti, per cui se il modello non rispecchia la realtà, si fa finta che sia questa ad adattarsi (truccando i dati: esempi qui e qui). Ma gli arcieri inglesi erano referee più severi degli attuali accademici statunitensi (almeno a giudicare da quello che dice Romer qui parlando di un nostro amico), e avvicinarono bruscamente i baroni alla durezza del vivere...
Il delirio della competitività totale
Su questo ormai si è detto tanto: un mondo nel quale tutti esportano non è logicamente possibile. Allo stesso modo, non è strategicamente sostenibile uno schieramento nel quale tutti desiderano stare in prima fila. Pensate che la vanagloria dei baroni francesi era tale che i cv, pardon, gli stendardi da essi sventolati oscuravano completamente la vista ai fanti che in teoria, nella seconda fila, avrebbero dovuto sostenerne l'azione, approfittando dei varchi che si supponeva la cavalleria aprisse nelle linee nemiche (cosa che poi non accadde). Immagino i litigi per decidere chi dovesse arrotolare il proprio cv (pardon, stendardo) e metterselo nel baule.
Così come non si può essere tutti nella prima fila dello schieramento, non si può essere tutti esportatori netti.
I francesi lo impararono a loro spese, i tedeschi lo stanno imparando a nostre spese.
L'illusione del numero
Nota bene: non solo i francesi non vinsero nonostante fossero di più, ma addirittura vennero sgozzati come porci perché erano di più (e quindi era sconsigliabile sia tirarseli dietro, sia lasciarli in vita, in un contesto nel quale sembrava che ci fosse l'imminente pericolo di un attacco a tradimento). Questa idea che si deve essere tanti per combattere non funziona: non è così. Noi siamo pochi. I baroni sono tanti. E come sta andando lo vedete (risparmio link, tanto sapete di chi parlo)... Non è mai un'ottima idea mettere un nemico con le spalle al muro, quale che sia la sua consistenza numerica, e non è mai una grande intuizione strategica contare sul proprio numero, anziché sulla propria motivazione.
L'inganno della rigidità
Arco (flessibile e leggero) vince armatura (rigida e pesante) 6000 morti (francesi) a 600 (inglesi).
Devo aggiungere altro? La posizione del Fondo Monetario Internazionale ormai è inequivoca: la rigidità del cambio ha messo in serie difficoltà i paesi che hanno deciso di adottarla, inclusi quelli dell'Eurozona. I libri di testo non dicono nulla di diverso.
Ecco: sì, ripensandoci bene la battaglia della quale oggi ricorre il seicentesimo anniversario è proprio una metafora ideale di quanto ci sta succedendo, e di quanto ci accadrà: un progetto rigido, antistorico, gestito da una élite allucinata e divisa su tutto, fallirà.
Mi sembra logico, anzi: tautologico. In fondo sto dicendo che un fallimento (annunciato) è un fallimento (realizzato).
E ora vi lascio: devo andare a Bookcity, dove mi pare di aver capito che qualcuno si aspetti che io parli di economia, e io, invece, parlerò di un altro duca di Barbante, che era anche donzello di Montargis, principe di Oléron e di Viareggio.
Chi ha capito, ha capito.
A mia discolpa, potrò dimostrare che lo faccio su precisa richiesta di Vladimiro...
(...ah, voi non eravate al matrimonio di Luigi? Avete avuto un contrattempo?)
domenica 20 settembre 2015
Ossaia
Ieri pomeriggio me ne andavo a spasso su un ermo colle, dove una siepe esclude dal guardo una certa porzione dell'ultimo orizzonte. E mentre la vista correva:
io, lontano dal suono della stagione presente e viva, mi rammentavo le morte stagioni, e mica solo loro. Vedi, mi dicevo, da quelle colline sulla destra è scesa la fanteria di Annibale. Si sa, la guerra è questione di energia: anche quella potenziale aiuta. I cartaginesi piombarono sui romani con una certa energia cinetica, e ne lasciarono sul terreno 15000, che al cambio attuale fanno circa 3090000 ossa. Qualcuna ancora spunta, arando l'arida zolla, sicché nei paraggi una frazione si fregia del nome di Ossaia, come mi disse questa mattina il neoborbonico, mentre suo zio mi raccontava la vicenda del di lui padre, abbattuto da uno Spitfire al largo dell'Algeria (un collega del babbo di Jörg, svariate medaglie, minor fortuna...).
Ossaia...
Il sentiero svolta, e mi appare, dietro le torri di Perugia, l'Ayers Rock umbro (un abbraccio a Benedetto, che oggi ne ha bisogno):
Ecco, pensavo: quella macchia bianca sulle coste del Subasio è la patria del vero Francesco, del santo mansueto che depose ogni ricchezza, operazione per compiere la quale è tuttavia necessario possederla, la ricchezza, motivo per il quale mai si vide un povero vagheggiare la povertà. Da una parte il clamore, l'impeto della cavalleria numida sulle legioni inadatte alla guerriglia, lo strazio delle ferite, il fetore della cancrena (gli antibiotici erano nel futuro: 2146 anni dopo...).
Dall'altra, il raccoglimento e la forza interiore di un uomo che parlava con le belve, ritenendole più permeabili alla parola di un sindacalista della CGIL.
E a tal proposito, guardandomi indietro, vedevo piovere sul lago:
chiara metafora del conflitto distributivo, ma anche evidente suggerimento del da farsi: rientrare. E mentre il mio pensiero si annegava in questa immensità, io, per non annegare in un rigagnolo (cosa frequente in questo periodo di tagli alla spesa pubblica), mi avviavo a casa, dove, arrivato, il temporale passò, lasciandomi questo tramonto:
E anche qui il pensiero correva: l'Amiata, Lazzaretti, il movimento dal basso, i carabinieri...
Ma il dovere chiamava:
e mi fu dolce naufragare in questo mare di semicrome:
(...non finirà mai. La storia, intendo. E noi siamo di passaggio. Come le nuvole:
Questa sera a Todi alle 21, auditorium di S. Benedetto, presso Hotel Fonte Cesia. Bononcini era "de sinistra", Rolli era di Todi, e per bis avrete un autore di destra. Anche nel 1700 i partiti politici si distinguevano su questioni di principio...)
(...e le elezioni greche!? Perché, a voi interessano? Tiro su il metronomo: ho di meglio da fare...)
sabato 12 settembre 2015
Perché le donne non fanno più figli (una storia europea)
Filiberto di Chalon, principe di Orange, signore di Arlay, Nozeroy, Rougemont, Orgelet e Montfaucon, conte di Charny e Pentièvre, visconte di Besançon, principe di Melfi, duca di Gravina, e vicerè del Regno di Napoli (queste tre ve le spiego dopo) nacque il 18 marzo del 1502 a Lons-le-Saunier. Sarete stupiti di apprendere, dopo questa orgia di titoli feudali, che in questa cittadina della Franca Contea sarebbe nato, 258 anni dopo, Claude Joseph Rouget de Lisle, che, come tutti voi europei sapete, è l'autore della Marsigliese, e un altro paro de cent'anni dopo vi avrebbe trascorso la sua infanzia Jean-Luc Mélenchon, che, come gli europeisti non sanno, è un perdente.
Filiberto invece no. Era figlio di Giovanni IV di Chalon-Arlay, quarto del suo casato, la cui attività riproduttiva era stata piuttosto laboriosa.
La prima moglie, Giovanna di Borbone, figlia di Carlo I di Borbone (a sua volta bisnonno di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V, dettaglio che ci tornerà utile in seguito) e di Agnese di Borgogna (e per quella via nipote del duca di Borgogna Giovanni senza paura), era morta nel 1483, dopo 16 anni di matrimonio, senza dargli figli.
Andò meglio la seconda volta, con Filiberta di Lussemburgo, figlia di Antonio di Lussemburgo, che era stato nominato ciambellano di Francia da Luigi XII di Valois, dopo aver cambiato casacca. Sì, perché Antonio, che sarebbe il nonno materno del Filiberto dal quale siamo partiti, aveva prima combattuto Luigi XI nei ranghi della Lega del bene pubblico, una specie di fronda ante litteram. Ma un soggiorno nella torre di Bourges, dopo la sconfitta un battaglia a Guipy (nel 1475, come ogni europeista sa), indusse in lui un subitaneo amore per la casa di Francia.
D'altra parte, il doppio gioco, o, come si direbbe oggi, il "ribaltone", era nel suo DNA. Il padre di Antonio (e quindi il nonno di Filiberta e il bisnonno di Filiberto), Luigi di Lussemburgo, nonostante fosse conestabile di Francia, aveva a lungo fatto il doppio gioco, aiutando un po' Luigi XI, e un po' Filippo il Buono di Borgogna. Ora, Filippo il Buono (figlio di Giovanni senza paura, che era il nonno di quella Agnese di Borgogna dalla quale Giovanni IV di Chalon-Arlay, il padre di Filiberto, non aveva avuto figli) era buono di nome e di fatto. Certo, un po' di ruggine coi francesi c'era. Basti pensare che Filippo il buono aveva iniziato a regnare a 23 anni perché il delfino Carlo (futuro Carlo VII di Francia) aveva avuto l'ottima idea di far pugnalare Giovanni senza paura. Scambi di cortesie fra capi di governo. Ma il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo lo aveva tollerato. Il successore di Filippo nel ducato di Borgogna, però, aveva un ben altro carattere, e infatti lo ricordiamo come Carlo il Temerario. Nel 1471 Carlo decise di mettere il suo avversario (Luigi XI) al corrente del doppio gioco di Luigi di Lussemburgo. Questo, da buon lussemburghese, non si fece né in qua né in là, e passò al triplo gioco, appellandosi a Edoardo IV di York, re d'Inghilterra. Solo che quest'ultimo si mise d'accordo con Luigi XI, e a Luigi di Lussemburgo non restò altro da fare che rifugiarsi dal suo ex alleato Carlo il Temerario. Pessima idea, perché fu proprio lui a consegnarlo a Luigi XI, che gli fece tagliare la testa nel luogo a ciò deputato (Place de la Grève, come voi europei sapete: quella dove d'inverno montano il pattinatoio).
Qualora vi fosse mai capitato di volere la testa di un lussemburghese, ecco, ora sapete che il vostro desiderio non è particolarmente originale: ma sapete anche che per realizzarlo dovreste essere re di Francia.
Formato da questo insegnamento, il figlio di Luigi di Lussemburgo, cioè Antonio di Lussemburgo, cioè il nonno paterno di Filiberto, dopo la legnata presa a Guipy e la prigionia a Bourges restò fedele alla casa di Francia, e ben gliene incolse, perché nel 1504, quando Filiberto aveva due anni, Luigi XII gli restituì i suoi beni (sì, perché Luigi XI a Luigi di Lussemburgo non aveva tolto solo la testa, ma anche i feudi: e del resto, che te ne fai di un feudo, se non hai più la testa per amministrarlo)?
Insomma, con Filiberta le cose andarono bene, e Giovanni IV di Chalon-Arlay ebbe da lei ben tre figli. Quattro anni prima del Filiberto del quale vi sto parlando (e voi vi chiederete perché...), aveva avuto Claudia, che sarebbe andata in sposa a 17 anni (nel 1515) al conte Enrico III di Nassau-Breda, al quale avrebbe dato un figlio, Renato di Chalon. Dopo Claudia, Giovanni IV ebbe da Filiberta un Claudio, il quale, però, ebbe l'infausta idea di morire a un anno. Fu gioco forza riprovarci (magari era anche piacevole: non ho trovato ritratti di Filiberta), e nacque così Filiberto, il de cujus, che si trovò così ad essere l'unico discendente maschio del casato di Chalon-Arlay, e pertanto erede dell'antico titolo di principe di Orange.
Apro e chiudo una parentesi per segnalarvi che quindi, quando Filiberto morì, questo titolo passo al suo nipote, al figlio di Claudia, cioè a Renato, che diventò anche principe di Orange. Alla morte di Renato il titolo sarebbe poi passato a suo cugino (eh sì, anche lui aveva un cugino), Guglielmo il Taciturno, Statolder d'Olanda e stipite della casa di Orange-Nassau. E da lì, giù per li rami, sarebbe arrivato fino a Guglielmo Alessandro di Orange-Nassau, che, come gli europeisti non sanno, è l'attuale re di Olanda (c'è di mezzo anche il congresso di Vienna, ma non vorrei annoiarvi).
Bella la Storia, vero?
Allora: con Filiberta Giovanni IV aveva risolto (o meglio: credeva di aver risolto) il problema della sua discendenza. Notate: lui pensava di aver messo le cose a posto con due figli maschi, ma poi il suo titolo è arrivato fino a oggi grazie alla sua figlia femmina (Claudia). Ma quello della riproduzione era solo uno, dei problemi. Poi c'era anche quello di decidere da che parte stare. Ma anche questo problema si risolse da solo. Avrete capito che fra la casa di Francia e quella di Borgogna non correva ottimissimo sangue. Ora, credo intuirete (siete uomini di mondo) che se uno va d'accordo coi Francesi, certo non chiede in sposa come prima scelta la nipote di Giovanni senza paura (da non confondere con Giovanni senza terra, ma questo lo sapete). Quindi Giovanni IV di Chalon-Arlay stava coi borgognoni (e del resto, anche geograficamente, gli conveniva: ma non entriamo anche in questo).
Purtroppissimo come la storia finì lo sapete: voi siete europei, quindi Rilke l'avete letto:
"Aber am nächsten Morgen, dem siebenten Januar, einem Dienstag, fing das Suchen doch wieder an. Und diesmal war ein Führer da. Es war ein Page des Herzogs, und es hieß, er habe seinen Herrn von ferne stürzen sehen; nun sollte er die Stelle zeigen. Er selbst hatte nichts erzählt, der Graf von Campobasso hatte ihn gebracht und hatte für ihn gesprochen. Nun ging er voran, und die anderen hielten sich dicht hinter ihm. Wer ihn so sah, vermummt und eigentümlich unsicher, der hatte Mühe zu glauben, daß es wirklich Gian-Battista Colonna sei, der schön wie ein Mädchen war und schmal in den Gelenken. Er zitterte vor Kälte; die Luft war steif vom Nachtfrost, es klang wie Zähneknirschen unter den Schritten. Übrigens froren sie alle. Nur des Herzogs Narr, Louis-Onze zubenannt, machte sich Bewegung. Er spielte den Hund, lief voraus, kam wieder und trollte eine Weile auf allen vieren neben dem Knaben her; wo er aber von fern eine Leiche sah, da sprang er hin und verbeugte sich und redete ihr zu, sie möchte sich zusammennehmen und der sein, den man suchte. Er ließ ihr ein wenig Bedenkzeit, aber dann kam er mürrisch zu den andern zurück und drohte und fluchte und beklagte sich über den Eigensinn und die Trägheit der Toten. Und man ging immerzu, und es nahm kein Ende. Die Stadt war kaum mehr zu sehen; denn das Wetter hatte sich inzwischen geschlossen, trotz der Kälte, und war grau und undurchsichtig geworden. Das Land lag flach und gleichgültig da, und die kleine, dichte Gruppe sah immer verirrter aus, je weiter sie sich bewegte. Niemand sprach, nur ein altes Weib, das mitgelaufen war, malmte etwas und schüttelte den Kopf dabei; vielleicht betete sie."
Eh sì, forse pregava.
Carlo il Temerario (quello che aveva consegnato il bisnonno di Filiberto a Luigi XI) era morto, il 5 gennaio del 1477, alla battaglia di Nancy. Renato II di Lorena gli aveva fatto un certo scherzetto, coi suoi mercenari svizzeri (mi piacerebbe fornirvi le technicalities, ma non c'è tempo). Il suo cadavere fu ritrovato "am nächsten Morgen", come dice Rilke - anche se a me risulterebbe essere il sei e non il sette gennaio - sfigurato dai lupi, su indicazione di un paggio, e poi finì per vie traverse a Bruges, dove ebbi modo di riverirlo.
Pare che l'esito letale sia stato provocato da quello che un politico chiamerebbe un "difetto di comunicazione": "Nul ne peut dire avec certitude qui, dans la soldatesque anonyme, lui porta le coup fatal mais la tradition relate qu'un obscur soldat nommé Claude de Bauzémont se serait jeté sur lui sans le reconnaître ; Charles aurait crié « Sauvez le duc de Bourgogne ! », mais ce cri, compris comme « Vive le duc de Bourgogne ! » aurait entraîné la mise à mort immédiate de Charles par ce soldat". Ce soldat non aveva capito di aver trovato la gallina dalle uova d'oro: sai che riscatto avrebbe potuto chiedere? Ma vabbè, sono errori che si fanno.
E notate il dettaglio: il buffone di Carlo si chiamava Louis-Onze.
Chissà perché...
Del resto, anche oggi circolano buffoni di corte con nomi regali...
Ai fini politologi: chi ci guadagnò da questo epico scazzo fra le case di Borgogna e di Lorena? Ma è semplice! La casa di Francia. Morto Carlo il Temerario, Louis-Onze, quello vero, fece filotto, e in particolare confiscò tutti i beni della casa di Chalon-Arlay. Povero Giovanni IV! Ma la soluzione era a portata di mano: cambiare casacca, ovvero saltare sul carro del vincitore. Così fece Giovanni, che, se ve lo andate a cercare su Wikipedia, in effetti ne fece di ogni pure lui - ma ebbe il privilegio, rispetto a Luigi di Lussemburgo, di essere impiccato solo in effigie! In ogni caso, i beni gli ritornarono. Notate, quindi che il nostro Filiberto aveva ricevuto l'allele del bandwagoning sia da parte di madre (ricordate i principi di Lussemburgo?), che da parte di padre.
Non c'è quindi da stupirsi se anche il nostro Filiberto, che aveva avuto un'infanzia difficile (suo padre era morto a 49 anni quando lui aveva 21 giorni...), cercava di destreggiarsi come poteva fra i due nuovi poli della politica europea: i due bisnipoti del padre della prima moglie di suo padre: Francesco I di Valois e Carlo V d'Asburgo (eh già: gira che ti rigira, è sempre Francia contro Germagna...).
Ma insomma, a un certo punto una scelta bisogna farla. L'adesione della sua stirpe alla casa di Francia non era stata il massimo della spontaneità, e forse anche per questo nel 1524 Filiberto passò decisamente dalla parte di Carlo V, che nel 1516 lo aveva insignito (segretamente) dell'ordine del Toson d'Oro. D'altra parte, pare che Francesco I avesse trattato Filiberto con estrema supponenza quando questi era andato a lamentarsi per uno sconfinamento dell'esercito francese nel principato di Orange. Che è sì, geograficamente e oggi, in Francia, ma che allora era un principato sovrano (chiaro il concetto)? Però Francesco I era più forte e se ne batteva (quindi non è cambiato niente).
Filiberto era bravo. Certo, qualche rovescio capitò anche a lui. Ad esempio, Andrea Doria lo fece prigioniero davanti a Marsiglia nel 1524. Ma per fortuna Carlo V fece prigioniero Francesco I a Pavia nel 1525, e con il Trattato di M... Trattato di Ma...
(...no, non di Maastricht, non quell'infamia che passerà alla storia solo per essere vituperata nei secoli come passo decisivo nel processo di distruzione della nostra civiltà...)
...con il Trattato di Madrid, nel 1526, Filiberto tornò libero e felice, a fare il suo mestiere, quello delle armi, un mestiere al quale gli uomini sono comandati qualche volta dalla stirpe (e questo era il suo caso), e altre volte dalle circostanze.
E così, un anno dopo, nel 1527, vi ricordate cosa successe? Ma quello che sta succedendo ora, pari pari!
Il sacco di Roma.
Un papa fiorentino (Clemente VII), preoccupato per l'affermazione di Carlo V (sapete, anche lì c'era una vecchia ruggine, quella fra papato e impero), promosse la Lega di Cognac, sfruttando il risentimento dei francesi, e mettendo su contro Carlo V una variopinta congerie di milanesi, veneti, genovesi e fiorentini. Praticamente, un "movimentodalbasso" di Stati sovrani. Carlo V, per non sbagliare, prima sguinzagliò i Colonna contro il papa, e poi gli mandò 12000 lanzichenecchi assoldati fra Bolzano e Merano da Georg von Frundsberg (e qui so che all'amico Jorg verserà una lacrimuccia), ma guidati dal conestabile di Borbone: Carlo III di Borbone, conte di Montpensier, delfino di Auvergne, conte di Clermont e di Sancerre, e signore di Mercoeur e Combraille. Un altro "de passaggio", che fra l'altro era un cugino di quarto grado del Carlo I di Borbone bisnonno di Francesco I e di Carlo V (nelle famiglie si litiga) e padre della prima moglie del padre di Filiberto. Nel "board" degli assalitori figuravano anche il nostro Filiberto, e Fabrizio Maramaldo (napoletano). Come andò lo sapete: un fiorentino di buon gusto stese con un'archibugiata il conestabile di Borbone. Le truppe allo sbando acclamarono come loro comandante il nostro Filiberto, anche perché il Frundsberg aveva nel frattempo marcato visita. Le cronache riportano che Filiberto cercò di placare i lanzichenecchi. Ma, forse perché non parlava la lingua (che in effetti è un po' ostica), non riusci a convincerli. E così Roma sperimentò quello che oggi sperimenta la Germania: una crisi demografica che la portò da 55000 a 30000 abitanti.
E ora parliamo d'altro.
L'altopiano delle Cinque Miglia è un altopiano carsico lungo circa 9 km, situato in provincia dell'Aquila fra la valle dei Gizio (affluente del Pescara) a Nord e quella del Sangro a Sud. A est lo delimita lo costiera del Rotella, a ovest un gruppo di montagne che culminano nel massiccio del monte Greco: i monti di Roccaraso, quelli dove si scia, per capirci. Da secoli l'altopiano è una importante via di comunicazione fra l'Aquila e Sulmona da una parte, e le città del Sud dall'altra, e infatti ancora oggi è attraversato dalla SS 17 dell'Appennino Abruzzese ed Apulo-Sannitica, che unisce l'Aquila a Foggia (insomma: la versione moderna del Tratturo l'Aquila-Foggia). L'altopiano è un posto un po' freschetto. D'inverno facilmente la temperatura arriva a -25. Niente male, no? Sarà per questo che ieri, sul monte Greco, che è mille metri più alto, avevo tanta nostalgia del mio PC... D'altra parte, se intorno ci si scia, tanto caldo non potrà farci...
E ora torniamo al nostro Filiberto.
Il quale, dopo aver preteso nel giugno del 1528 la capitolazione del papa, viene mandato da Carlo V a Napoli (c'è sempre tanto da fare), dove nel frattempo il viceré Hugo de Moncada y Cardona (nato a Valencia) si era preso anche lui un'archibugiata nella battaglia navale di Capo d'Orso, al largo di Salerno, da una flotta nemica comandata da Filippino Doria (il nipote di Andrea, quello che aveva fatto prigioniero Filiberto). Carlo V quindi inviò prontamente Filiberto a fare il viceré (ricordate: qui saltano fuori i titoli di viceré di Napoli, principe di Melfi e duca di Gravina). Insomma, non c'è che dire: la meritocrazia è una bella cosa. Guardate Filiberto! A 26 anni promosso viceré sul campo, per merito. Mica come voi, che aspettate dalle amicizie e dalle parentele l'occasione per procurarvi un posto fisso!
La situazione a Napoli era quella che era. I francesi avevano assediato la città, la volevano per loro. E occorrevano rinforzi. Così Filiberto chiamò un contingente di 500 tedeschi per sostenere la città, stretta d'assedio e dal blocco navale, per rompere il quale il suo predecessore aveva trovato la morte. E i tedeschi si incamminarono lungo la strada che da Nord porta a Sud. Ebbero però l'idea non brillante di passare per l'altopiano delle Cinque Miglia. Li colse una tormenta, e morirono in cinquecento (ti ci voglio vedere a -25°). Che poi, a dirla tutta, il problema è solo che loro non avevano, come oggi i migranti, gli smartphone. Altrimenti, andando su Google, avrebbero visto che l'anno prima, nello stesso posto, erano morti 300 mercenari che invece andavano da Sud a Nord, perché Venezia li aveva assoldati per combattere contro Carlo V. E avrebbero evitato.
Conoscere la storia eviterebbe tanti disastri...
Voi direte: sì, affascinante, ma debbase che ce ne frega?
E ora ve lo spiego.
Nel suo blog Quarantotto ha espresso qualche perplessità sull'idea che "abbiamo bisogno" dei migranti - cioè di immigrati, per parlare italiano - perché non facciamo figli. Le sue perplessità derivano dal fatto che questo argomento è sostenuto dai media con dati quanto meno incoerenti. Non discuto ora i dati, ma aggiungo, ed evidenzio, due altri aspetti che credo siano cruciali. Nei nostri media nessuno si pone due domande cruciali: perché i siriani scappano? E perché gli italiani fanno pochi figli?
Qui mi soffermo sulla seconda, tanto la risposta alla prima la sapete.
L'idea che viene diffusa dai media tutti è quella colpevolizzante (manco a dirlo): le italiane, abituate alla mollezza e agli agi della vita da single, sarebbero ormai moralmente degenerate. La durezza del vivere di schioppiana memoria essendo per loro solo un ricordo, esse non desiderano che un fastidioso marmocchio le distolga, coi suoi balocchi, dai loro profumi, e così non si concedono ai loro compagni se non in accoppiamenti sterili, per evitare che la petulante presenza di un marmocchio disturbi le loro pratiche lussuriose. Certo, creature così egoiste non meritano che lo stato si occupi di loro, magari provvedendole di quei servizi sociali che le allontanerebbero vieppiù dalla salutare e pedagogica durezza del vivere: ospedali dove partorire, asili nido dove lasciare i neonati... E quindi ben venga chi da altri paesi, mosso da spirito di solidarietà, viene qui a lavorare per pagare la pensione a queste ingrate che, a ben vedere, nemmeno lo meriterebbero...
Ma siamo sicuri che sia così?
Preciso: fare figli non è obbligatorio. È biologia, ma l'uomo (cioè la donna) può tranquillamente fottersene della biologia (mentre non dovrebbe fottersene della Storia). Così come noi, a differenza dei cervi, non siamo obbligati a darci appuntamento ogni settembre in Vallelunga per fare a cornate, altrettanto le nostre gentili compagne potrebbero scegliere di non volere figli, e questa scelta, se tale è, cioè se è libera e non necessitata da logiche altrui, va rispettata. Potrebbe dipendere da mille e un motivo: non aver trovato la persona giusta, non sentirsi pronte o disposte, e via dicendo. Però io giro tanto, e forse sarò sfortunato, ma incontro tante persone per le quali questa scelta è una non scelta. Se per campare devi avere due stipendi e con la gravidanza arriva il licenziamento, ecco che la libertà di scelta è, come dire, lievemente coartata. Questo non è un problema? Certo, è un problema meno urgente di quello di salvare e accogliere chi sta rischiando la sua pelle.
Ma meno urgente non significa meno grave.
Apro e chiudo una parentesi per sottolineare che l'argomento secondo il quale "abbiamo bisogno" dei migranti perché le nostre donne sono, in sintesi, "troppo emancipate" per mettersi a fare figli, è diventato, in seguito alla crisi umanitaria che stiamo vivendo, il cavallo di battaglia della sinistra, cioè di quella parte politica che ha giustamente fatto della lotta per l'emancipazione femminile una sua bandiera... salvo ora rimproverare alle emancipate di non conformarsi al saggio e teutonico principio jedes Jahr ein Kind!
Ma questo è uno schema mentale al quale ormai siamo abituati: i progressisti di questa risma sono anche quelli che difendono a costo della nostra vita un sistema monetario basato sulle regole di un consulente di Pinochet (la crescita dell'offerta di moneta al k%), cioè su quel monetarismo friedmaniano che molti di loro mi insegnavano a valutare criticamente negli anni '80, in quanto intrinsecamente conservatore e strutturale a un certo tipo di capitalismo finanziario. Oggi invece il k% è diventato di sinistra! Pinochet diventa un modello, e l'emancipazione femminile (il controllo della donna sul proprio corpo) diventa deprecabile... Che strana sinistra!
Ma il fatto è che in molti casi i figli non si fanno perché il controllo sul corpo della donna non ce l'ha (ancora) lei, ma (sempre) il capitale.
Per un esempio, torniamo a Filiberto, anzi, ai suoi mercenari.
Vi scrivo da Barrea, che rientra nell'ASL Abruzzo 1 dell'Aquila e di Sulmona. Ovviamente qui se succede qualcosa devi andare a Pescasseroli (il pronto soccorso è lì). Son 20 chilometri, in 27 minuti si fanno. A Roma può capitare di metterci di più per arrivare a un pronto soccorso. E se devi partorire? Bè, prima c'era il "punto nascite" all'ospedale di Castel di Sangro. Bisogna scavallare verso Alfedena, d'inverno ci vogliono le catene, ma si resta sempre nell'ambito della mezz'oretta. Poi, però, siamo dovuti diventare virtuosi. E quindi il punto nascite, mi dicono, è stato chiuso: oggi se vivi a Barrea partorisci a Sulmona. E qui le cose si complicano: sono una sessantina di chilometri, ma per farli ci vuole più di un'ora, e da dove si passa? Dall'altopiano delle Cinque miglia.
Ora, abbiamo detto che della biologia, in quanto vertici del creato (secondo noi) potremmo fottercene, e che della storia non dovremmo fottercene. Ma della geografia non possiamo fottercene. Barrea dista da Sulmona poco più di 35 chilometri in linea d'aria: diciamo quanto Francoforte da Wiesbaden (voi siete europei, mi capirete). Però cosa manca, fra Francoforte e Wiesbaden? La Genzana (2170 metri) e il Greco (2285 metri). E per aggirarli si passa in un posto dove d'inverno non fa 1°, come a Francoforte, ma può anche fare -25°: in confronto Tromsø è Gran Canaria!
Ci siamo?
Poi, certo, una quando si avvicina il termine può sempre andare a stare in albergo a Sulmona. E del resto chi te lo fa fare di vivere in montagna?
Ecco, a me di tutta l'ipocrisia pelosa, di tutta la patente manipolazione nella quale siamo immersi, una cosa dà soprattutto fastidio. L'assoluta certezza che quando nelle famose sedi "europee" vengono prese da burocrati non eletti le decisioni intese a "moralizzare" le nostre economie, certi dettagli strutturali non vengano nemmeno presi in considerazione. L'Europa, loro, non sanno proprio com'è fatta. E non mi riferisco alla sua storia e alla sua cultura. Mi riferisco proprio alla sua conformazione fisica, alla sua geografia. Non capire che andare da Barrea a Sulmona non è come andare da Wiesbaden a Francoforte è grave, mi direte. Ma sono sicuro che quando certe decisioni vengono prese, su dettagli così banali nessuno riflette. "La densità media per chilometro quadrato", "il numero di posti letto per abitante"... le famose statistiche che ci vengono elargite da quel paradiso fiscale che è l'OCSE, per capirci, sono prive di senso se messe a contatto con l'unica vera durezza del vivere: quella del territorio (che vi ho mostrato nei post precedenti).
Ma naturalmente si può sempre pensare che anche quello di voler vivere dove si è nati sia un deplorevole eccesso di mollezza, e che tutti dovrebbero, per "razionalizzare", darsi al nomadismo per confluire in poche grandi città: sostanzialmente, nei capoluoghi di regione, che poi potremmo a loro volta accorpare, per risparmiare, sopprimendo le regioni, e costruendo poche megalopoli in modo da "ottimizzare" l'offerta di servizi pubblici, non disperdendola su un territorio troppo ampio e frastagliato. In fondo, in Cina fanno così: la popolazione italiana entra nelle loro prime quindici città!
Sono sicuro che nella famosa spending review saranno stati compresi anche provvedimenti di questo tipo. E va bene così: trasformiamo il nostro paese in un deserto (e poi diamo la colpa ai suoi abitanti se non si riproducono). Tutto questo, come abbiamo visto più e più volte, a lode e gloria di quelle banche cialtrone e dissennate che prestando in modo malaccorto si sono messe nei guai. E babbo Stato, tanto deprecato dai liberisti, deve ora togliere ospedali (e asili, e pensioni, e stipendi) a noi per dare a loro, direttamente o indirettamente.
Ma la colpa, va da sé, è delle donne, che preferiscono andare al cinema anziché cambiare pannolini.
Quanto può continuare?
(...Filiberto continuò per poco. Alla battaglia di Gavinana, nel 1530, si prese un'archibugiata pure lui - cose che a quel tempo capitavano, come avrete capito. Sì, è la stessa battaglia dove Maramaldo illustrò il suo nome uccidendo Francesco Ferrucci, che stava dalla parte dell'imperatore, e che quindi si trovò a mal partito quando il suo comandante in capo venne abbattuto. Ripeto: cose che capitano. Ma ora che abbiamo abolito i confini non capiteranno più: per i pensatori secondo i quali l'economia non dipende dalla geografia fisica, l'antropologia dipende dalla geografia politica! State sereni e buona notte...)
(...metamorale: capito perché a me viene da ridere quando mi parlano del Bilderberg?...)
Filiberto invece no. Era figlio di Giovanni IV di Chalon-Arlay, quarto del suo casato, la cui attività riproduttiva era stata piuttosto laboriosa.
La prima moglie, Giovanna di Borbone, figlia di Carlo I di Borbone (a sua volta bisnonno di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V, dettaglio che ci tornerà utile in seguito) e di Agnese di Borgogna (e per quella via nipote del duca di Borgogna Giovanni senza paura), era morta nel 1483, dopo 16 anni di matrimonio, senza dargli figli.
Andò meglio la seconda volta, con Filiberta di Lussemburgo, figlia di Antonio di Lussemburgo, che era stato nominato ciambellano di Francia da Luigi XII di Valois, dopo aver cambiato casacca. Sì, perché Antonio, che sarebbe il nonno materno del Filiberto dal quale siamo partiti, aveva prima combattuto Luigi XI nei ranghi della Lega del bene pubblico, una specie di fronda ante litteram. Ma un soggiorno nella torre di Bourges, dopo la sconfitta un battaglia a Guipy (nel 1475, come ogni europeista sa), indusse in lui un subitaneo amore per la casa di Francia.
D'altra parte, il doppio gioco, o, come si direbbe oggi, il "ribaltone", era nel suo DNA. Il padre di Antonio (e quindi il nonno di Filiberta e il bisnonno di Filiberto), Luigi di Lussemburgo, nonostante fosse conestabile di Francia, aveva a lungo fatto il doppio gioco, aiutando un po' Luigi XI, e un po' Filippo il Buono di Borgogna. Ora, Filippo il Buono (figlio di Giovanni senza paura, che era il nonno di quella Agnese di Borgogna dalla quale Giovanni IV di Chalon-Arlay, il padre di Filiberto, non aveva avuto figli) era buono di nome e di fatto. Certo, un po' di ruggine coi francesi c'era. Basti pensare che Filippo il buono aveva iniziato a regnare a 23 anni perché il delfino Carlo (futuro Carlo VII di Francia) aveva avuto l'ottima idea di far pugnalare Giovanni senza paura. Scambi di cortesie fra capi di governo. Ma il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo lo aveva tollerato. Il successore di Filippo nel ducato di Borgogna, però, aveva un ben altro carattere, e infatti lo ricordiamo come Carlo il Temerario. Nel 1471 Carlo decise di mettere il suo avversario (Luigi XI) al corrente del doppio gioco di Luigi di Lussemburgo. Questo, da buon lussemburghese, non si fece né in qua né in là, e passò al triplo gioco, appellandosi a Edoardo IV di York, re d'Inghilterra. Solo che quest'ultimo si mise d'accordo con Luigi XI, e a Luigi di Lussemburgo non restò altro da fare che rifugiarsi dal suo ex alleato Carlo il Temerario. Pessima idea, perché fu proprio lui a consegnarlo a Luigi XI, che gli fece tagliare la testa nel luogo a ciò deputato (Place de la Grève, come voi europei sapete: quella dove d'inverno montano il pattinatoio).
Qualora vi fosse mai capitato di volere la testa di un lussemburghese, ecco, ora sapete che il vostro desiderio non è particolarmente originale: ma sapete anche che per realizzarlo dovreste essere re di Francia.
Formato da questo insegnamento, il figlio di Luigi di Lussemburgo, cioè Antonio di Lussemburgo, cioè il nonno paterno di Filiberto, dopo la legnata presa a Guipy e la prigionia a Bourges restò fedele alla casa di Francia, e ben gliene incolse, perché nel 1504, quando Filiberto aveva due anni, Luigi XII gli restituì i suoi beni (sì, perché Luigi XI a Luigi di Lussemburgo non aveva tolto solo la testa, ma anche i feudi: e del resto, che te ne fai di un feudo, se non hai più la testa per amministrarlo)?
Insomma, con Filiberta le cose andarono bene, e Giovanni IV di Chalon-Arlay ebbe da lei ben tre figli. Quattro anni prima del Filiberto del quale vi sto parlando (e voi vi chiederete perché...), aveva avuto Claudia, che sarebbe andata in sposa a 17 anni (nel 1515) al conte Enrico III di Nassau-Breda, al quale avrebbe dato un figlio, Renato di Chalon. Dopo Claudia, Giovanni IV ebbe da Filiberta un Claudio, il quale, però, ebbe l'infausta idea di morire a un anno. Fu gioco forza riprovarci (magari era anche piacevole: non ho trovato ritratti di Filiberta), e nacque così Filiberto, il de cujus, che si trovò così ad essere l'unico discendente maschio del casato di Chalon-Arlay, e pertanto erede dell'antico titolo di principe di Orange.
Apro e chiudo una parentesi per segnalarvi che quindi, quando Filiberto morì, questo titolo passo al suo nipote, al figlio di Claudia, cioè a Renato, che diventò anche principe di Orange. Alla morte di Renato il titolo sarebbe poi passato a suo cugino (eh sì, anche lui aveva un cugino), Guglielmo il Taciturno, Statolder d'Olanda e stipite della casa di Orange-Nassau. E da lì, giù per li rami, sarebbe arrivato fino a Guglielmo Alessandro di Orange-Nassau, che, come gli europeisti non sanno, è l'attuale re di Olanda (c'è di mezzo anche il congresso di Vienna, ma non vorrei annoiarvi).
Bella la Storia, vero?
Allora: con Filiberta Giovanni IV aveva risolto (o meglio: credeva di aver risolto) il problema della sua discendenza. Notate: lui pensava di aver messo le cose a posto con due figli maschi, ma poi il suo titolo è arrivato fino a oggi grazie alla sua figlia femmina (Claudia). Ma quello della riproduzione era solo uno, dei problemi. Poi c'era anche quello di decidere da che parte stare. Ma anche questo problema si risolse da solo. Avrete capito che fra la casa di Francia e quella di Borgogna non correva ottimissimo sangue. Ora, credo intuirete (siete uomini di mondo) che se uno va d'accordo coi Francesi, certo non chiede in sposa come prima scelta la nipote di Giovanni senza paura (da non confondere con Giovanni senza terra, ma questo lo sapete). Quindi Giovanni IV di Chalon-Arlay stava coi borgognoni (e del resto, anche geograficamente, gli conveniva: ma non entriamo anche in questo).
Purtroppissimo come la storia finì lo sapete: voi siete europei, quindi Rilke l'avete letto:
"Aber am nächsten Morgen, dem siebenten Januar, einem Dienstag, fing das Suchen doch wieder an. Und diesmal war ein Führer da. Es war ein Page des Herzogs, und es hieß, er habe seinen Herrn von ferne stürzen sehen; nun sollte er die Stelle zeigen. Er selbst hatte nichts erzählt, der Graf von Campobasso hatte ihn gebracht und hatte für ihn gesprochen. Nun ging er voran, und die anderen hielten sich dicht hinter ihm. Wer ihn so sah, vermummt und eigentümlich unsicher, der hatte Mühe zu glauben, daß es wirklich Gian-Battista Colonna sei, der schön wie ein Mädchen war und schmal in den Gelenken. Er zitterte vor Kälte; die Luft war steif vom Nachtfrost, es klang wie Zähneknirschen unter den Schritten. Übrigens froren sie alle. Nur des Herzogs Narr, Louis-Onze zubenannt, machte sich Bewegung. Er spielte den Hund, lief voraus, kam wieder und trollte eine Weile auf allen vieren neben dem Knaben her; wo er aber von fern eine Leiche sah, da sprang er hin und verbeugte sich und redete ihr zu, sie möchte sich zusammennehmen und der sein, den man suchte. Er ließ ihr ein wenig Bedenkzeit, aber dann kam er mürrisch zu den andern zurück und drohte und fluchte und beklagte sich über den Eigensinn und die Trägheit der Toten. Und man ging immerzu, und es nahm kein Ende. Die Stadt war kaum mehr zu sehen; denn das Wetter hatte sich inzwischen geschlossen, trotz der Kälte, und war grau und undurchsichtig geworden. Das Land lag flach und gleichgültig da, und die kleine, dichte Gruppe sah immer verirrter aus, je weiter sie sich bewegte. Niemand sprach, nur ein altes Weib, das mitgelaufen war, malmte etwas und schüttelte den Kopf dabei; vielleicht betete sie."
Eh sì, forse pregava.
Carlo il Temerario (quello che aveva consegnato il bisnonno di Filiberto a Luigi XI) era morto, il 5 gennaio del 1477, alla battaglia di Nancy. Renato II di Lorena gli aveva fatto un certo scherzetto, coi suoi mercenari svizzeri (mi piacerebbe fornirvi le technicalities, ma non c'è tempo). Il suo cadavere fu ritrovato "am nächsten Morgen", come dice Rilke - anche se a me risulterebbe essere il sei e non il sette gennaio - sfigurato dai lupi, su indicazione di un paggio, e poi finì per vie traverse a Bruges, dove ebbi modo di riverirlo.
Pare che l'esito letale sia stato provocato da quello che un politico chiamerebbe un "difetto di comunicazione": "Nul ne peut dire avec certitude qui, dans la soldatesque anonyme, lui porta le coup fatal mais la tradition relate qu'un obscur soldat nommé Claude de Bauzémont se serait jeté sur lui sans le reconnaître ; Charles aurait crié « Sauvez le duc de Bourgogne ! », mais ce cri, compris comme « Vive le duc de Bourgogne ! » aurait entraîné la mise à mort immédiate de Charles par ce soldat". Ce soldat non aveva capito di aver trovato la gallina dalle uova d'oro: sai che riscatto avrebbe potuto chiedere? Ma vabbè, sono errori che si fanno.
E notate il dettaglio: il buffone di Carlo si chiamava Louis-Onze.
Chissà perché...
Del resto, anche oggi circolano buffoni di corte con nomi regali...
Ai fini politologi: chi ci guadagnò da questo epico scazzo fra le case di Borgogna e di Lorena? Ma è semplice! La casa di Francia. Morto Carlo il Temerario, Louis-Onze, quello vero, fece filotto, e in particolare confiscò tutti i beni della casa di Chalon-Arlay. Povero Giovanni IV! Ma la soluzione era a portata di mano: cambiare casacca, ovvero saltare sul carro del vincitore. Così fece Giovanni, che, se ve lo andate a cercare su Wikipedia, in effetti ne fece di ogni pure lui - ma ebbe il privilegio, rispetto a Luigi di Lussemburgo, di essere impiccato solo in effigie! In ogni caso, i beni gli ritornarono. Notate, quindi che il nostro Filiberto aveva ricevuto l'allele del bandwagoning sia da parte di madre (ricordate i principi di Lussemburgo?), che da parte di padre.
Non c'è quindi da stupirsi se anche il nostro Filiberto, che aveva avuto un'infanzia difficile (suo padre era morto a 49 anni quando lui aveva 21 giorni...), cercava di destreggiarsi come poteva fra i due nuovi poli della politica europea: i due bisnipoti del padre della prima moglie di suo padre: Francesco I di Valois e Carlo V d'Asburgo (eh già: gira che ti rigira, è sempre Francia contro Germagna...).
Ma insomma, a un certo punto una scelta bisogna farla. L'adesione della sua stirpe alla casa di Francia non era stata il massimo della spontaneità, e forse anche per questo nel 1524 Filiberto passò decisamente dalla parte di Carlo V, che nel 1516 lo aveva insignito (segretamente) dell'ordine del Toson d'Oro. D'altra parte, pare che Francesco I avesse trattato Filiberto con estrema supponenza quando questi era andato a lamentarsi per uno sconfinamento dell'esercito francese nel principato di Orange. Che è sì, geograficamente e oggi, in Francia, ma che allora era un principato sovrano (chiaro il concetto)? Però Francesco I era più forte e se ne batteva (quindi non è cambiato niente).
Filiberto era bravo. Certo, qualche rovescio capitò anche a lui. Ad esempio, Andrea Doria lo fece prigioniero davanti a Marsiglia nel 1524. Ma per fortuna Carlo V fece prigioniero Francesco I a Pavia nel 1525, e con il Trattato di M... Trattato di Ma...
(...no, non di Maastricht, non quell'infamia che passerà alla storia solo per essere vituperata nei secoli come passo decisivo nel processo di distruzione della nostra civiltà...)
...con il Trattato di Madrid, nel 1526, Filiberto tornò libero e felice, a fare il suo mestiere, quello delle armi, un mestiere al quale gli uomini sono comandati qualche volta dalla stirpe (e questo era il suo caso), e altre volte dalle circostanze.
E così, un anno dopo, nel 1527, vi ricordate cosa successe? Ma quello che sta succedendo ora, pari pari!
Il sacco di Roma.
Un papa fiorentino (Clemente VII), preoccupato per l'affermazione di Carlo V (sapete, anche lì c'era una vecchia ruggine, quella fra papato e impero), promosse la Lega di Cognac, sfruttando il risentimento dei francesi, e mettendo su contro Carlo V una variopinta congerie di milanesi, veneti, genovesi e fiorentini. Praticamente, un "movimentodalbasso" di Stati sovrani. Carlo V, per non sbagliare, prima sguinzagliò i Colonna contro il papa, e poi gli mandò 12000 lanzichenecchi assoldati fra Bolzano e Merano da Georg von Frundsberg (e qui so che all'amico Jorg verserà una lacrimuccia), ma guidati dal conestabile di Borbone: Carlo III di Borbone, conte di Montpensier, delfino di Auvergne, conte di Clermont e di Sancerre, e signore di Mercoeur e Combraille. Un altro "de passaggio", che fra l'altro era un cugino di quarto grado del Carlo I di Borbone bisnonno di Francesco I e di Carlo V (nelle famiglie si litiga) e padre della prima moglie del padre di Filiberto. Nel "board" degli assalitori figuravano anche il nostro Filiberto, e Fabrizio Maramaldo (napoletano). Come andò lo sapete: un fiorentino di buon gusto stese con un'archibugiata il conestabile di Borbone. Le truppe allo sbando acclamarono come loro comandante il nostro Filiberto, anche perché il Frundsberg aveva nel frattempo marcato visita. Le cronache riportano che Filiberto cercò di placare i lanzichenecchi. Ma, forse perché non parlava la lingua (che in effetti è un po' ostica), non riusci a convincerli. E così Roma sperimentò quello che oggi sperimenta la Germania: una crisi demografica che la portò da 55000 a 30000 abitanti.
E ora parliamo d'altro.
L'altopiano delle Cinque Miglia è un altopiano carsico lungo circa 9 km, situato in provincia dell'Aquila fra la valle dei Gizio (affluente del Pescara) a Nord e quella del Sangro a Sud. A est lo delimita lo costiera del Rotella, a ovest un gruppo di montagne che culminano nel massiccio del monte Greco: i monti di Roccaraso, quelli dove si scia, per capirci. Da secoli l'altopiano è una importante via di comunicazione fra l'Aquila e Sulmona da una parte, e le città del Sud dall'altra, e infatti ancora oggi è attraversato dalla SS 17 dell'Appennino Abruzzese ed Apulo-Sannitica, che unisce l'Aquila a Foggia (insomma: la versione moderna del Tratturo l'Aquila-Foggia). L'altopiano è un posto un po' freschetto. D'inverno facilmente la temperatura arriva a -25. Niente male, no? Sarà per questo che ieri, sul monte Greco, che è mille metri più alto, avevo tanta nostalgia del mio PC... D'altra parte, se intorno ci si scia, tanto caldo non potrà farci...
E ora torniamo al nostro Filiberto.
Il quale, dopo aver preteso nel giugno del 1528 la capitolazione del papa, viene mandato da Carlo V a Napoli (c'è sempre tanto da fare), dove nel frattempo il viceré Hugo de Moncada y Cardona (nato a Valencia) si era preso anche lui un'archibugiata nella battaglia navale di Capo d'Orso, al largo di Salerno, da una flotta nemica comandata da Filippino Doria (il nipote di Andrea, quello che aveva fatto prigioniero Filiberto). Carlo V quindi inviò prontamente Filiberto a fare il viceré (ricordate: qui saltano fuori i titoli di viceré di Napoli, principe di Melfi e duca di Gravina). Insomma, non c'è che dire: la meritocrazia è una bella cosa. Guardate Filiberto! A 26 anni promosso viceré sul campo, per merito. Mica come voi, che aspettate dalle amicizie e dalle parentele l'occasione per procurarvi un posto fisso!
La situazione a Napoli era quella che era. I francesi avevano assediato la città, la volevano per loro. E occorrevano rinforzi. Così Filiberto chiamò un contingente di 500 tedeschi per sostenere la città, stretta d'assedio e dal blocco navale, per rompere il quale il suo predecessore aveva trovato la morte. E i tedeschi si incamminarono lungo la strada che da Nord porta a Sud. Ebbero però l'idea non brillante di passare per l'altopiano delle Cinque Miglia. Li colse una tormenta, e morirono in cinquecento (ti ci voglio vedere a -25°). Che poi, a dirla tutta, il problema è solo che loro non avevano, come oggi i migranti, gli smartphone. Altrimenti, andando su Google, avrebbero visto che l'anno prima, nello stesso posto, erano morti 300 mercenari che invece andavano da Sud a Nord, perché Venezia li aveva assoldati per combattere contro Carlo V. E avrebbero evitato.
Conoscere la storia eviterebbe tanti disastri...
Voi direte: sì, affascinante, ma debbase che ce ne frega?
E ora ve lo spiego.
Nel suo blog Quarantotto ha espresso qualche perplessità sull'idea che "abbiamo bisogno" dei migranti - cioè di immigrati, per parlare italiano - perché non facciamo figli. Le sue perplessità derivano dal fatto che questo argomento è sostenuto dai media con dati quanto meno incoerenti. Non discuto ora i dati, ma aggiungo, ed evidenzio, due altri aspetti che credo siano cruciali. Nei nostri media nessuno si pone due domande cruciali: perché i siriani scappano? E perché gli italiani fanno pochi figli?
Qui mi soffermo sulla seconda, tanto la risposta alla prima la sapete.
L'idea che viene diffusa dai media tutti è quella colpevolizzante (manco a dirlo): le italiane, abituate alla mollezza e agli agi della vita da single, sarebbero ormai moralmente degenerate. La durezza del vivere di schioppiana memoria essendo per loro solo un ricordo, esse non desiderano che un fastidioso marmocchio le distolga, coi suoi balocchi, dai loro profumi, e così non si concedono ai loro compagni se non in accoppiamenti sterili, per evitare che la petulante presenza di un marmocchio disturbi le loro pratiche lussuriose. Certo, creature così egoiste non meritano che lo stato si occupi di loro, magari provvedendole di quei servizi sociali che le allontanerebbero vieppiù dalla salutare e pedagogica durezza del vivere: ospedali dove partorire, asili nido dove lasciare i neonati... E quindi ben venga chi da altri paesi, mosso da spirito di solidarietà, viene qui a lavorare per pagare la pensione a queste ingrate che, a ben vedere, nemmeno lo meriterebbero...
Ma siamo sicuri che sia così?
Preciso: fare figli non è obbligatorio. È biologia, ma l'uomo (cioè la donna) può tranquillamente fottersene della biologia (mentre non dovrebbe fottersene della Storia). Così come noi, a differenza dei cervi, non siamo obbligati a darci appuntamento ogni settembre in Vallelunga per fare a cornate, altrettanto le nostre gentili compagne potrebbero scegliere di non volere figli, e questa scelta, se tale è, cioè se è libera e non necessitata da logiche altrui, va rispettata. Potrebbe dipendere da mille e un motivo: non aver trovato la persona giusta, non sentirsi pronte o disposte, e via dicendo. Però io giro tanto, e forse sarò sfortunato, ma incontro tante persone per le quali questa scelta è una non scelta. Se per campare devi avere due stipendi e con la gravidanza arriva il licenziamento, ecco che la libertà di scelta è, come dire, lievemente coartata. Questo non è un problema? Certo, è un problema meno urgente di quello di salvare e accogliere chi sta rischiando la sua pelle.
Ma meno urgente non significa meno grave.
Apro e chiudo una parentesi per sottolineare che l'argomento secondo il quale "abbiamo bisogno" dei migranti perché le nostre donne sono, in sintesi, "troppo emancipate" per mettersi a fare figli, è diventato, in seguito alla crisi umanitaria che stiamo vivendo, il cavallo di battaglia della sinistra, cioè di quella parte politica che ha giustamente fatto della lotta per l'emancipazione femminile una sua bandiera... salvo ora rimproverare alle emancipate di non conformarsi al saggio e teutonico principio jedes Jahr ein Kind!
Ma questo è uno schema mentale al quale ormai siamo abituati: i progressisti di questa risma sono anche quelli che difendono a costo della nostra vita un sistema monetario basato sulle regole di un consulente di Pinochet (la crescita dell'offerta di moneta al k%), cioè su quel monetarismo friedmaniano che molti di loro mi insegnavano a valutare criticamente negli anni '80, in quanto intrinsecamente conservatore e strutturale a un certo tipo di capitalismo finanziario. Oggi invece il k% è diventato di sinistra! Pinochet diventa un modello, e l'emancipazione femminile (il controllo della donna sul proprio corpo) diventa deprecabile... Che strana sinistra!
Ma il fatto è che in molti casi i figli non si fanno perché il controllo sul corpo della donna non ce l'ha (ancora) lei, ma (sempre) il capitale.
Per un esempio, torniamo a Filiberto, anzi, ai suoi mercenari.
Vi scrivo da Barrea, che rientra nell'ASL Abruzzo 1 dell'Aquila e di Sulmona. Ovviamente qui se succede qualcosa devi andare a Pescasseroli (il pronto soccorso è lì). Son 20 chilometri, in 27 minuti si fanno. A Roma può capitare di metterci di più per arrivare a un pronto soccorso. E se devi partorire? Bè, prima c'era il "punto nascite" all'ospedale di Castel di Sangro. Bisogna scavallare verso Alfedena, d'inverno ci vogliono le catene, ma si resta sempre nell'ambito della mezz'oretta. Poi, però, siamo dovuti diventare virtuosi. E quindi il punto nascite, mi dicono, è stato chiuso: oggi se vivi a Barrea partorisci a Sulmona. E qui le cose si complicano: sono una sessantina di chilometri, ma per farli ci vuole più di un'ora, e da dove si passa? Dall'altopiano delle Cinque miglia.
Ora, abbiamo detto che della biologia, in quanto vertici del creato (secondo noi) potremmo fottercene, e che della storia non dovremmo fottercene. Ma della geografia non possiamo fottercene. Barrea dista da Sulmona poco più di 35 chilometri in linea d'aria: diciamo quanto Francoforte da Wiesbaden (voi siete europei, mi capirete). Però cosa manca, fra Francoforte e Wiesbaden? La Genzana (2170 metri) e il Greco (2285 metri). E per aggirarli si passa in un posto dove d'inverno non fa 1°, come a Francoforte, ma può anche fare -25°: in confronto Tromsø è Gran Canaria!
Ci siamo?
Poi, certo, una quando si avvicina il termine può sempre andare a stare in albergo a Sulmona. E del resto chi te lo fa fare di vivere in montagna?
Ecco, a me di tutta l'ipocrisia pelosa, di tutta la patente manipolazione nella quale siamo immersi, una cosa dà soprattutto fastidio. L'assoluta certezza che quando nelle famose sedi "europee" vengono prese da burocrati non eletti le decisioni intese a "moralizzare" le nostre economie, certi dettagli strutturali non vengano nemmeno presi in considerazione. L'Europa, loro, non sanno proprio com'è fatta. E non mi riferisco alla sua storia e alla sua cultura. Mi riferisco proprio alla sua conformazione fisica, alla sua geografia. Non capire che andare da Barrea a Sulmona non è come andare da Wiesbaden a Francoforte è grave, mi direte. Ma sono sicuro che quando certe decisioni vengono prese, su dettagli così banali nessuno riflette. "La densità media per chilometro quadrato", "il numero di posti letto per abitante"... le famose statistiche che ci vengono elargite da quel paradiso fiscale che è l'OCSE, per capirci, sono prive di senso se messe a contatto con l'unica vera durezza del vivere: quella del territorio (che vi ho mostrato nei post precedenti).
Ma naturalmente si può sempre pensare che anche quello di voler vivere dove si è nati sia un deplorevole eccesso di mollezza, e che tutti dovrebbero, per "razionalizzare", darsi al nomadismo per confluire in poche grandi città: sostanzialmente, nei capoluoghi di regione, che poi potremmo a loro volta accorpare, per risparmiare, sopprimendo le regioni, e costruendo poche megalopoli in modo da "ottimizzare" l'offerta di servizi pubblici, non disperdendola su un territorio troppo ampio e frastagliato. In fondo, in Cina fanno così: la popolazione italiana entra nelle loro prime quindici città!
Sono sicuro che nella famosa spending review saranno stati compresi anche provvedimenti di questo tipo. E va bene così: trasformiamo il nostro paese in un deserto (e poi diamo la colpa ai suoi abitanti se non si riproducono). Tutto questo, come abbiamo visto più e più volte, a lode e gloria di quelle banche cialtrone e dissennate che prestando in modo malaccorto si sono messe nei guai. E babbo Stato, tanto deprecato dai liberisti, deve ora togliere ospedali (e asili, e pensioni, e stipendi) a noi per dare a loro, direttamente o indirettamente.
Ma la colpa, va da sé, è delle donne, che preferiscono andare al cinema anziché cambiare pannolini.
Quanto può continuare?
(...Filiberto continuò per poco. Alla battaglia di Gavinana, nel 1530, si prese un'archibugiata pure lui - cose che a quel tempo capitavano, come avrete capito. Sì, è la stessa battaglia dove Maramaldo illustrò il suo nome uccidendo Francesco Ferrucci, che stava dalla parte dell'imperatore, e che quindi si trovò a mal partito quando il suo comandante in capo venne abbattuto. Ripeto: cose che capitano. Ma ora che abbiamo abolito i confini non capiteranno più: per i pensatori secondo i quali l'economia non dipende dalla geografia fisica, l'antropologia dipende dalla geografia politica! State sereni e buona notte...)
(...metamorale: capito perché a me viene da ridere quando mi parlano del Bilderberg?...)
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