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martedì 21 novembre 2017

Cartoline dall'Europa

(...lavoro come una bestia, giorno e notte. Mi sveglio ogni mattina alle quattro. Va bene, capisco che dovrei concentrarmi solo sulle cose essenziali, ma ogni tanto vorrete pur concedermi qualche distrazione!...)



Rzeszów (Podcarpazia), 16 novembre 2017

(didascalia)


 Pescara (Abruzzo), 16 novembre 2017


(didascalia)







(...caro Giampiero,

qualche anno fa, molti anni fa, mi trovavo sulle prealpi friburghesi, salendo dal Lac Noir allo Schopfenspitz - so che tu, che sai tante cose, sapresti anche ubicarlo su una cartina, e non è quindi a uso tuo, ma dei miei pochi lettori, di quei poverini che (a sentir te) si sono lasciati abbindolare da uno sciamano scientificamente inconsistente, che ricordo di cosa si tratta:


A quel tempo, essendo più giovane, ero anche meno saggio, e più pigro. Ricordo ancora la fatica fatta nell'accesso alla valle, per una strada di servizio alle malghe ripida e tortuosa. Ma ricordo soprattutto l'ultima parte del percorso, la breve salita finale verso la cima. Io ero andato, come al solito, da solo, ma essendo una bella giornata mi ero ritrovato in compagnia. Il sentiero, come sai e come si vede in questa foto:



sale da est verso una crestina orientata da nord-ovest a sud-est, e percorre il ciglio di un prato fortemente inclinato verso ovest, al bordo occidentale del quale comincia un dirupo (nella foto, vedi le prime frane in basso a destra). A sinistra (nella foto, la zona in ombra) la montagna scende a picco, per qualche decina di metri, verso una valletta. Certamente vedi anche, col tuo occhio esperto, che poco dopo aver guadagnato il ciglio ed aver piegato a sud-est, dal sentiero si dipartono delle tracce che invece di seguire il ciglio orientale del prato, passano in mezzo ad esso. Io, un po' timoroso e molto inesperto, invece di tenermi sul ciglio orientale (con connesso dirupetto a sinistra), mi lasciai tentare proprio da quelle tracce, e quindi percorsi il centro del prato (con relativo dirupone a destra). Ero già a metà strada, più o meno in mezzo alla foto, quando qualcuno, dalla vetta, rivolgendosi a dei suoi amici che, dietro di me, invece di tenersi sulla sinistra - cosa in quel caso consigliabile - avevano optato per il centro, gridò: "Tenetevi a sinistra, evitate il prato! Ha piovuto, è scivoloso, e a destra avete l'Abgrund!" Inutile dire che le mie ginocchia subirono una immediata trasformazione, facendosi in un istante di pastafrolla. Mi resi immediatamente conto del fatto che, per evitare un pericolo, mi ero messo in un pericolo peggiore. D'altra parte, ormai ero a metà strada, e correvo tanti rischi a tornare indietro quanti ad andare avanti: anzi, tornando indietro ne correvo uno in più: quello della brutta figura, che il mio giovanile orgoglio proprio non poteva concedermi. Con grande attenzione ripresi quota, e ora sono qui a raccontarti questo aneddoto (l'Abgrund non mi ha avuto).

Da questa esperienza ho tratto due lezioni, che non sempre seguo: in montagna non si va da soli (ma allora che ci si va a fare?); se si è in compagnia di esperti conviene fare quello che fanno loro.

Ora, forse non ci avrai fatto caso, perché magari nei corridoi della facoltà, quando io sono altrove, non è così (non lo so e non mi interessa): tuttavia, nessuno dei miei colleghi economisti in tanti anni ha mai avuto l'idea di avventurarsi in una critica pubblica delle tesi che sostengo nelle mie pubblicazioni, e questo per due motivi. Il primo, di mera cortesia e senso dell'opportunità accademici: i panni sporchi si lavano in famiglia, e questo non per omertà, ma semplicemente perché è inutile creare ulteriori tensioni in un ambiente in cui, essendo la competizione un dato fisiologico (quello che noi facciamo non è un lavoro: è una carriera...), tensioni ce ne sono già più che a sufficienza, soprattutto in un periodo di risorse artificialmente limitate. Il secondo un po' più sostanziale: come quei quattro sprovveduti che mi seguono ormai sanno bene, le cosiddette "tesi di Bagnai" in realtà sono semplicemente le conclusioni della letteratura scientifica più autorevole in materia. Ovviamente tu sei assente giustificato dal dibattito, dal momento che ti occupi di altro (se dovessi dire di cosa sarei in difficoltà, appunto perché... apparteniamo a settori diversi!). Tuttavia, proprio come se io fossi sul Sirente, dai cui canaloni orientali tu ti lanci sci ai piedi (perché di coraggio ne hai, da vendere!) tenderei a darti retta (o magari a restare a casa), riconoscendoti una superiore capacità di orientamento e di decisione in un contesto a me sostanzialmente estraneo (per quanto mi affascini), così mi sembrerebbe normale che tu, nel momento in cui ti affacci al contesto a te estraneo dell'economia e più specificamente della politica economica, ti lasciassi guidare da chi ne sa di più.

Invece, guarda cosa mi segnala uno dei tanti amici che ti vuole bene (non ne ho solo io: ne hai anche tu. Cose che capitano a chi ha una personalità forte...)! Una pagina che io non avrei mai letto - in effetti, non l'ha letta quasi nessuno (e un motivo ci sarà...) - e che non posso non trovare alquanto sorprendente!




Ora... cosa vuoi che ti dica? Su quanto il Regno Unito si penta, su quanto l'Esercito europeo sia una buona idea, su quanto la Bce abbia servito i nostri interessi, preferisco non pronunciarmi. Sarebbe crudele, da parte mia, voler infrangere le tue illusioni, visto che questa settimana ti ha già riservato due recise risposte negative dalla storia, anzi, dalla SStoria: a pochi giorni dal tuo appassionato esercizio di wishful thinking, l'Europa dimostra tutta la sua impotenza decisionale (o la sua natura truffaldina) assegnando per sorteggio, al cospetto di un'Italia crocefissa dall'ignavia dei suoi governanti, due importanti agenzie, così come i legionari si giocarono la tunica del Cristo crocefisso. Mi pare di capire che questi siano i tuoi governanti di riferimento, e ti sono vicino nel tuo dolore per la loro prossima dipartita. D'altro canto, la Germania, che mi pare di capire sia il tuo modello economico/sociale di riferimento, si arena, dopo le elezioni, in uno stallo diretta conseguenza di quelle tensioni sociali, che io descrivevo nel mio testo del 2012, figlie della sleale svalutazione competitiva dei salari la cui natura disfunzionale oggi è ammessa dagli stessi economisti tedeschi. Le famose "riforme", tanto decantate da chi non sa cosa siano, non potevano non portare al potere partiti di destra più o meno nazionalista, con conseguenze che a me erano e sono piuttosto chiare, e con le quali rinuncio a tediarti.

Questa è quella che tu chiami "l'abbondante rielezione della Merkel", con un umorismo certamente involontario, dal momento che, in tutta evidenza, di abbondante c'è solo la Merkel: la rielezione no, tant'è che probabilmente si andrà a rivotare, con esiti che in questo caso non riesco a prefigurarmi, ma che già da ora delineano una sconfitta del "modello" (?) tedesco.

E questa (la tua) sarebbe un'analisi non ideologica della realtà?


Caro Giampiero, mi sia consentito dubitarne. Ma, attenzione: se i dati sono in disaccordo con te su tutta la linea, io sono in disaccordo con te su un unico punto, un punto di metodo: nonostante tu sia di avviso contrario (che io certamente rispetto), tuttavia mi chiedo cosa mai dovrebbe fare un intellettuale se non intervenire nel dibattito, per tentare di incidere sulla realtà mettendo a disposizione della comunità che lo mantiene il proprio bagaglio di esperienze e risultati scientifici? Se quello che io faccio sia scienza, lascialo decidere ai comitati editoriali delle riviste internazionali su cui pubblico: sai, noi economisti siamo affezionati al principio della divisione del lavoro... Qui il punto è un altro: possibile mai che tu, un giurista, ti faccia abbindolare dalla retorica liberista che vorrebbe ricondurre le scienze sociali a un astratto e irrealistico paradigma naturalistico? Bisogna essersi dimenticati Galileo, tanto per dirne una, per ignorare che la distinzione fra scienze sociali e scienze naturali (hard sciences), proposta, guarda caso, dagli americani, è, appunto, un'americanata! (Detto con affetto per gli americani e per i loro burger). La falsa dicotomia fra hard sciences tanto affidabili quanto asettiche, e scienze sociali da cui diffidare perché non matematizzabili, questo pitagorismo dell'Illinois, fa sorridere chiunque abbia letto un testo di storia della scienza. Qui sappiamo che anche Euclide, anche Newton, erano ideologici, e tentavano di "incidere sulle cose" influendo sul procedimento analitico. E sappiamo anche - ma questo dovresti insegnarcelo tu, che sai la lingua - che "all'ùteme s'arecònde le pècure". Questa scienza "ideologica" ci ha permesso - anche troppo! - di incidere sulle cose! Perché, vedi, pare che gli scienziati, guarda un po', in effetti tentino di incidere sulla realtà, di essere utili, e questa tutto è tranne che una cosa nuova: a quale scopo mai si vorrebbe conoscere la realtà se non per incidere su di essa? Chi sa che un certo assetto di regole è disfunzionale, e lo sa perché ha compiuto un percorso di studi specialistici, che gli permettono di appoggiarsi su una dottrina che si è stratificata lungo i decenni, e su riscontri empirici provenienti da una messe di casi precedenti, cosa mai dovrebbe fare, se non dirlo (finché gli viene concesso) per mettere in guardia i propri concittadini? Sei proprio sicuro che per uno scienziato sociale sia una buona idea auspicare l'irrilevanza sociale dei propri studi?

Aspetto suggerimenti...

Caro Giampiero, la tua carriera, più rapida e brillante della mia, ti ha dato tante soddisfazioni. Hai combattuto tante battaglie, e ne hai anche vinte alcune. Oggi, considerande le due smentite che il tuo sogno irenico europeo ha incassato in meno di una settimana, consentimi, in serenità e amicizia, di apporre al tuo intervento su Facebook, in guisa di commento, la lapide che ricorda altri italiani, quelli che combatterono in una compagnia che si sarebbe dovuto evitare (sempre la solita) una battaglia che si sarebbe potuto evitare:




Valoroso tu, certo, lo sei. Ma in questo caso sei stato un po' sfortunato.

Questo, ovviamente, per chi crede alla sfortuna.

Io non ci credo: sono uno scienziato.

Affettuosità.

Alberto)


(...nonostante qualche volta se ne dimentichi, Giampiero è un amico e quindi esigo ancor più rispetto del consueto...)

domenica 6 agosto 2017

Euclide, Ronchi, e Lascienza (post ad personam)

(...Enrico Nardelli freundlich gewidmet...)

(...home, sweet home... Rockapasso telefona: "I due posti più belli che ho visto in vita mia: Pianosa e Capraia!" Uga, da Capraia, non voleva proprio andarsene: è la prima volta che la vedo esprimere una preferenza, lei così riservata - si sarà innamorata del marinaio? Naturalmente, seguaci ovunque: anche lì... Comunque, due isole, due idee del mio nipotastro toscano, quello che coi cugini parla in romanesco per prenderli per il culo... Ma è anche bello tornare a casa, dai propri libri - more on this later. La nuova sede di a/simmetrie è quasi operativa: domani installano la caldaia, di cui per ora non si sente il bisogno, e poi c'è qualche piccolo problema con gli infissi: del tutto fisiologico, quando si lavori in una città che deve la propria reputazione internazionale a un manufatto che ha fatto della mancanza di infissi una cifra stilistica inconfondibile. Per settembre sarà tutto risolto e vi inviterò - virtualmente - all'inaugurazione. Abbattiamo i muri, aboliamo i confini... ma almeno la porta del cesso occorre che si chiuda!

O no?

Oggi, comunque, proseguiamo il nostro discours de la méthode...)


Il dibattito sul metodo scientifico avviato dai post precedenti ha appassionato molti di voi, il che mi rallegra, anche se pochi mi pare ne abbiano ancora colto il messaggio fondamentale, il che non mi stupisce né mi preoccupa: abbiamo molto tempo da passare insieme, quello che ora non si vede, col tempo vi sembrerà di averlo sempre saputo. Non credo, d'altra parte, che comprereste una Settimana Enigmistica coi cruciverba compilati: non vi servirebbe né a passare il tempo, né a esercitare la memoria o l'ingegno. Allo stesso modo, penso che sia più costruttivo per voi e per me che siate voi a seguire un vostro percorso, stimolati dalle mie riflessioni, piuttosto che ricevere da me un nuovo slogan da appiccicarvi in testa, così come prima vi siete appiccicati quelli "proeuro", e poi, ahimè, in alcuni, controproducenti casi, quelli "noeuro".

I problemi di metodo non si risolvono con gli slogan.

Questo blog nasce certo da un empito di sdegno e di passione civile, seguito all'acquisto di una consapevolezza che mi mancava (non avendo io avuto il funzionalismo nei miei programmi di studi): quella che la crisi della moneta unica, che tanti lutti aveva fatto e sta facendo, era stata prevista e implementata come deliberata strategia di integrazione politica. Ma nasce anche, e forse soprattutto, dal desiderio di riscattare la scienza dal discredito in cui l'aveva gettata la sua cugina puttana, Lascienza. Uno snodo essenziale di questo riscatto è stato rivendicare per l'economia lo status di scienza, in diretta opposizione al mantra "l'economia non è una scienza", messo in circolo, paradossalmente, proprio dagli esponenti di quel "pensiero" liberista il cui principale contributo metodologico è stato la matematizzazione della disciplina. Ho cercato cioè di evidenziare come gli stessi che avevano tentato, con le motivazioni e i paradossi esposti tanto bene da Keynes, di trasformare in scienza naturale una scienza umana, venissero ora a dichiararne il fallimento per sottrarsi alle proprie responsabilità scientifiche, etiche e politiche.

Attraverso i mesi e gli anni vi ho mostrato, "unendo i puntini", che una serie di evidenze variamente propostevi dai media come epifenomeni di cause disparate e sconnesse (acoruzzzzione, aglobalizzazzzione, ecc.), potevano comporsi in un quadro ordinato, coerente e razionale, cioè in un discorso, appunto, scientifico. In parallelo, ho cercato, nella misura del possibile, di farvi intuire quanto fosse ingenua e in buona sostanza fuorviante la distinzione fra scienze "umane" (o "sociali") e scienze "dure". A un certo livello di consapevolezza, questa distinzione svanisce: ci si confronta con i limiti delle proprie certezze, e il dibattito si apre. Ad alcuni secoli dalla famosa (e probabilmente fake) mela di Newton, ognuno di noi è perfettamente convinto di sapere cosa sia la forza di gravità. Fa eccezione quella decina di persone che la studiano sul serio (qualcuno sarà anche qui), e che invece continuano a porsi domande.

Sarebbe opportuno che la consapevolezza che ogni scienza è "umana", che nessuna scienza è "dura", e che tutte le scienze sono un processo, non un traguardo, si diffondesse anche agli strati meno "abbienti" in termini di bagaglio tecnico (sì, vi ho detto minus habens...).

Tralascio il fatto che questo blog si apre con una previsione (scientifica) che si è poi dimostrata drammaticamente valida: i salvataggi di Monti non ci avrebbero salvato, perché davano la risposta giusta alla domanda sbagliata, e così facendo avrebbero mandato in crisi le nostre banche. Previsione azzeccata, come tante altre fatte in questo blog punteggiato di QED: ma non vorrei qui aprire il dibattito epistemologico sul valore predittivo della scienza (al quale ha contribuito un nostro caro amico). Nonostante colpiscano molto l'immaginazione degli ignari, una o più previsioni azzeccate, di per sé, non fanno "scienza", per il semplice motivo che potrebbero essere banali colpi di fortuna. Ci sarebbe quella storia della replicabilità dell'esperimento. Ma abbiamo visto che non si applica a tutte le scienze, e che anche dove si applicherebbe quasi mai questo requisito viene assicurato. Ha ragione Dominick Salvatore quando ripete che Nouriel Roubini ha usurpato la propria fama di profeta di sventura. Quando le cose vanno bene si fa presto a dire che prima o poi andranno male. Questa non è scienza. La scienza comincia quando spieghi perché! Se vi leggete il Roubini pre-Lehman, troverete un simpatico collega tutto debitopubblico e distintivo. La crisi è arrivata, ma da un'altra parte. Roubini ha avuto fortuna, e parte della sua fortuna è stata fare un discorso che il suo pubblico capiva: Stato nemico, debitopubblico brutto, repubblicani cattivi, ecc.

Diciamo quindi che è scienza accettare la sfida posta da un dato apparentemente anomalo (nella visione del mondo corrente), per inserirlo in una nuova, e più economica (nel senso di concisa, elegante), visione del mondo.

Quando si fa questa operazione si fa scienza, e per farla non c'è bisogno di alambicchi o di telescopi. La si può fare anche senza formule, e anche (e soprattutto) nel contesto di una scienza "umana" o "sociale".

"Siamo in una crisi di debito pubblico!" "Ma perché nei paesi che sono più in crisi il debito pubblico è diminuito, è andato indietro?" Ecco: nel modello tolemaico-gianniniano questa resta una anomalia, e per spiegarla il nostro, poverino, deve arrampicarsi sugli specchi (o semplicemente occultare il dato alla canea dei suoi tifosi). Nel nostro modello, invece, la retrogradazione del debito pubblico si inserisce in modo perfettamente coerente, come vi ho mostrato in prosa più o meno d'arte.

Anche le scienze dure hanno le loro retrogradazioni inspiegabili!

Quando Bruno in un post precedente parla di emicicli, che poi sarebbero gli epicicli, ci dice una mezza verità (scusa, Bruno: qui il maschio alfa sono io e purtroppo ogni tanto mi tocca marcare il territorio). In effetti, il sistema copernicano risolveva un problema macroscopico, quello della retrogradazione dell'orbita dei pianeti (che era stato all'origine dell'introduzione di epicicli e deferenti): in un sistema eliostazionario questo diventava un non problema. Tuttavia, per motivi credo ideologici, Copernico ipotizzava che le orbite fossero circolari (c'è di mezzo un po' di Platone, l'idea della sfera come solido perfetto, ecc.) e che la velocità angolare dei pianeti fosse uniforme. Si trovava così con un modello più bello, ma che conservava delle anomalie: ad esempio, riferite alle dimensioni apparenti dei pianeti, e anche alla loro posizione. Invece di fare un passo avanti (che poi avrebbe fatto Keplero - Bruno saprebbe dirvi che lo fece immaginando che le orbite fossero ellittiche, e la velocità angolare dei pianeti non fosse costante), fece un passo indietro aggiungendo epicicli...

Quanto è tortuoso il cammino della scienza...

Puoi mandarla avanti, ed essere un genio (e ricordato come tale), anche prendendo il peggio della teoria che hai cercato di superare, quando in fondo basterebbe applicare, come quasi sempre basta, il rasoio di Occam. Insomma: vorrei dirvi che le cose non sono semplici, e regalarvi la facile previsione che un giorno vi vergognerete delle verità assolute che andando ragliando in utroque nel contesto di certi dibattiti troppo accesi. Anni di divulgazione sono passati su molti di voi come gocce di rugiada su una lastra di granito: il loro senso ancora non vi è chiaro, ma lo diventerà.

E qui vengo alla parte ad personam.

Un altro elemento che falsa completamente il nostro rapporto con la scienza (e più in generale con l'uomo) è la nostra incapacità di porci in prospettiva storica. Molto semplicemente, noi (come singoli, e come umanità) per definizione sappiamo quello che sappiamo, e quindi (come singoli e come umanità) non abbiamo né possiamo avere idea di quanto ci sia ancora da sapere, cioè, banalmente, non sappiamo quanto (ancora) non sappiamo. Questo dato lapalissiano ci induce inesorabilmente a vedere la scienza come una storia di successi, di superamenti, sia pure con qualche ghirigoro (vedi gli epicicli di Copernico), degli "errori" degli antichi, "errori" che, una volta superati, non si ripeteranno più. Un'illusione ottica alla quale sottrarsi è difficile, anche perché è molto rassicurante. Ci sentiamo membri di una nuova umanità, che non si lascerà attirare in certe trappole, e quindi, come singoli, sentiamo di poterci tranquillamente affidare alla scienza, perché, pur consapevoli delle eventuali trappole tese da Lascienza (20 con la bocca, 50 con la pirreviù), sappiamo di sapere che la ricerca "pura" (?) ha acquisito una coerenza e una consistenza metodologica che la rende ormai immune da errori non venali (insomma: gli scienziati sbaglierebbero solo se pagati per farlo, cioè solo se Gliscienziati).

Questa visione "rettilinea" e naturalistica della ricerca scientifica si traduce nella convinzione metascientifica che Euclide o Parmenide fossero sì degli scienziati, ma comunque un po' meno scienziati di noi, che Aristotele fosse sì un genio, ma comunque meno genio di Gauss, che poi è come dire che Monteverdi fosse sì un musicista, ma meno musicista di Stravinskij (e Caravaggio un pittore meno pittore di Kandinskij - per preservare la rima in "inskij"...), e questo perché non c'erano ancora stati Galileo e Newton (per semplificare).

Soccorre in questo fuorviante equivoco un'altra idea, ugualmente farlocca: quella che noi si sia alla fine di un percorso, dove, sì, ci sono dettagli da sistemare, ma sostanzialmente quello che c'era da sapere l'abbiamo saputo, e il resto è roba per specialisti. L'equivoco, per carità, è naturale: noi della storia vediamo la nostra metà, quella che da meno infinito arriva a noi, e non vediamo l'altra metà, quella che parte da noi verso l'infinito (e oltre). Insomma (o inZomma): la rivoluzione copernicana c'è stata, la mela è caduta dall'albero, Galileo ha appreso da papà (che aveva appreso da Pitagora) che il cosmo è retto dal numero, festa finita, noi abbiamo ragione, gli altri avevano torto, meno male che ce ne siamo accorti, possiamo chiuderla qui.

Le cose, però, non stanno esattamente così.

Prendiamo ad esempio la luce. Se io dovessi spiegarvi cos'è, avrei grosse difficoltà (posso intuire che in qualche modo dipendano dal fatto che tecnicamente mi trovo a disagio con le equazioni di Maxwell: quindi, non solo so di non sapere, ma so anche perché non so, mentre temo che qui molti ingengngnieri in ascolto sappiano di sapere, e qualche fisico si vedrà costretto al pio ufficio di prenderli a badilate sui denti...). Tuttavia, che mondo sarebbe senza luce? Fiat lux! La luce è la condizione necessaria perché il cosmo esista, cioè perché noi lo percepiamo... eppure molti di noi non saprebbero descriverne la natura fisica, e questo, in fondo, non è assolutamente un problema: a differenza dell'economia (e della nutrizione) è piuttosto difficile che l'ottica si occupi di te se tu non ti occupi di lei, a meno che tu non entri nella galleria degli specchi di un luna park.

Stiamo parlando di scienze dure (fisica): cosa c'è di più lontano dai dibattiti ideologici?

Eppure, nella discussione a un post precedente, uno di voi ricordava come anche oggi, in cosmologia ci sia dibattito. Medicina, astrofisica, chimica, filologia classica, informatica, biologia, tutte queste discipline, tutte le discipline, hanno i loro keynesiani e i loro monetaristi, ce li hanno da sempre, e sempre ce li avranno.

Un buon modo per avvicinarsi ai problemi del metodo scientifico (e quindi per darsi una solenne calmata, e per riconoscere un cialtrone quando lo si incontra - operazioni che entrambe possono salvarti la vita!) è leggere dei buoni testi di storia della scienza. Uno al quale devo molto (e non so chi mi ci abbia fatto arrivare) è la Storia della luce da Euclide a Einstein di Vasco Ronchi. Già il titolo (come non apprezzai quando lessi il libro per la prima volta) è una lezione di metodo. Non "Storia dell'ottica" (cioè della scienza che studia la luce), ma "Storia della luce", a ricordarci che tutti i fenomeni sono in quanto noi ce li rappresentiamo, e che questa rappresentazione ha una dimensione storica (e quindi sociale) inestirpabile. Ogni verità tecnica è comunque storicamente e socialmente condizionata. Non solo le verità tecniche del tecnico Monti che voleva curare una crisi di debito privato abbattendo il debito pubblico.

Proprio all'inizio del libro troviamo espresso, meglio di come ve l'ho espresso io, un concetto fondamentale, che deve suonare per ognuno di voi come un campanello di allarme. Parlando delle ricerche in ambito ottico dei greci, Ronchi commenta:

"La messe di lavoro in questo senso è veramente degna della massima considerazione. Dal seicento in poi si è tentato di gettarvi sopra del discredito; devesi però riconoscere che i critici non erano troppo sereni, forse perché abbagliati dai momentanei successi della nuova "filosofia naturale". Con questo non si vuole affermare che tutte le idee dei filosofi greci siano inattaccabili; ma è un fatto che molto di ciò che è giunto ai giorni nostri regge alla critica più serrata, purché serena e spregiudicata; anzi merita la qualifica di frutto di ragionamenti condotti a stretto fil di logica, e non solo con molto buon senso, ma anche con acume." (p. 4 dell'edizione Biblioteca Universale Laterza del 1983).

Sì, Ronchi vi sta dicendo che Newton non era "più scienziato" di Aristotele, e quindi, implicitamente, che sarebbe un errore per noi, sentirci "più scienziati" di Newton (o più poeti di Omero)...

Ma la frase che più mi è rimasta impressa del libro rinvia a un dibattito molto vecchio.

Vi dicevo, keynesiani e monetaristi ovunque...

Ecco: anche all'inizio della storia della luce troviamo scuole che si combattono da prospettive opposte. La linea di attacco, al tempo dei primi filosofi, era spiegare il meccanismo della visione: "il solo effetto conosciuto della luce era la visione ed era quindi naturale che lo studio cominciasse di qui" (p. 5). Il problema era appunto collegare l'occhio alla cosa vista, e su questo si affrontavano ben quattro scuole di pensiero: i pitagorici sostenevano che la visione fosse dovuta a un effluvio che dall'occhio "colpiva" l'oggetto; Democrito, per ovvi motivi, pensava invece che le cose andassero al contrario, cioè che gli occhi fossero colpiti da atomi che si staccavano dagli oggetti (letto Lucrezio? Sarebbero i simulacri del quarto libro); Empedocle che doveva fare? Mediava, ritenendo che coesistessero entrambi i flussi; e Aristotele, invece, pensava che la visione fosse dovuta a un'alterazione del mezzo interposto fra occhio e oggetto.

Proprio come oggi, furono le teorie estreme a prevalere: Pitagora e Democrito, per capirci. E qui arriviamo a Euclide, quello dell'Ottica e della Catottrica, e degli Elementi, allievo di Platone e quindi pitagorico dentro. La sua Ottica e la sua Catottrica seguono un'impostazione assiomatico-deduttiva, come ci ricordava con parole sue Enrico. Si parte da un insieme di proposizioni non dimostrate, e se ne esplorano le conseguenze seguendo le leggi della logica. Ad esempio, il primo postulato recita: "I raggi emessi dall'occhio procedono per via diritta". Intuizione geniale, che pone le basi dell'ottica matematica, eccetera eccetera.

Ma c'è un'anomalia: il miglior amico dell'economista: lo specchio.

"Venendo a parlare della riflessione (Ndr: Catottrica), l'autore dimentica tranquillamente che il primo postulato dell'Ottica obbligava i raggi emessi dall'occhio a procedere in linea retta, e non dà nessuna delucidazione del perché un'eccezione dev'essere fatta quando essi arrivano sopra uno specchio" (p. 21)

E ora, molta attenzione (soprattutto Enrico):


(p. 22, emphasis added).

Devo aggiungere altro?

Vi ricordate il nostro amico Mark, come passava sopra agli studi che collegavano l'assunzione di saccarosio al livello di trigliceridi? Ecco: siamo lì, con la differenza (non trascurabile) che forse Euclide "passava sopra" gratis.

E vi ricordate lo studio di Nature sul fallimento (della replicabilità degli esperimenti nell'ambito) delle scienze "dure"? (ne abbiamo parlato qui). Qual è la prima causa che la comunità scientifica individua per questo fallimento? Selective reporting, cioè "passare sopra" (in silenzio) a quanto non quadra con la propria visione del mondo.

Potrei farvi molti esempi tratti dal mio ambito disciplinare, e ve li farò, ma vorrei sottolineare un punto: quando Ronchi parla di un "metodo che non è proprio della sola antichità", mostra di essere perfettamente al corrente di certe dinamiche "disfunzionali" della produzione scientifica (quelle confermate alcuni decenni dopo da Nature), e dichiara, se pure implicitamente, di non ritenerle tali da legittimare il relativismo da bar di certi improvvisati epistemologi.

Anche Euclide ha portato avanti la scienza (anche Mark, del resto), e anche Newton, che, come certamente non sapete, nonostante sia uno dei pilastri su cui poggiamo la nostra certezza di essere "più scienziati di Euclide", almeno in ottica aveva più problemi del suo illustre predecessore e ne era tragicamente consapevole. La sua teoria, ovviamente, era diametralmente opposta (la luce avrebbe avuto natura corpuscolare), e questo lo metteva in una serie infinita di aporie e di contraddizioni che non vi dico, a fronte di fenomeni banali, come la rifrazione, o la riflessione parziale (sapete quando guardate dalla finestra, e vedete il pallido riflesso del vostro volto sul vetro?...).

Ma di questo ora non ho tempo di parlarvi. Lo farò se me lo chiederete (è molto interessante), ma consiglio di leggere direttamente Ronchi: ora devo stendere i panni.

Voi mi direte: ma alla fine di questo pistolotto incomprensibile, vuoi almeno dirci che cos'è la scienza? Scusate, ma a me sembra di aver fatto una cosa più utile! Vi ho detto che cos'è la "non scienza": è sorvolare sulle anomalie, e considerare come punto di arrivo quello che necessariamente è un punto di partenza, dichiarando chiuso il dibattito. Certo, anche qui ci vuole buon senso. Non è possibile dimostrare ogni volta funditus che 2+2=4. Ma, d'altra parte, chi vi sbatte in faccia che "la velocità della luce non si decide per alzata di mano" quasi certamente vuole dimostrarvi che 2+2=5 (e in effetti, quando si arrischia in ambito economico, lo fa, abusando della propria posizione dominante).

Ci siamo?

Capito mi avete?

Ecco: allora calma e Ronchi. L'estate è lunga, e Lascienza ci accompagnerà almeno fino al #goofy6...

lunedì 31 luglio 2017

Lascienza (tratto da una storia vera)

Dear Prof. Hegsted,

I am pleased to inform you that your paper Dietary fats, Carbohydrates, and Atherosclerotic Vascular Diseases has been accepted for publication in the New England Journal of Medicine. My own comments are appended to the end of this letter. Now that your manuscript has been accepted for publication it will proceed to copy-editing and production...


Non era certo la prima volta che  Mark Hegsted, ordinario di dietologia (traduco così professor of nutrition) presso il prestigioso Dipartimento di dietologia della Scuola di sanità pubblica (da non confondere con la salute pubblica, così come, cari amici giornalisti, l'education non va confusa con l'educazione, perché è istruzione) di Harvard, non era la prima volta, dicevo, che Hegsted riceveva una lettera del genere. Son lettere che, posso assicurarvi io che ne ricevo più o meno tre all'anno, fa sempre piacere ricevere. Diceva Woody Allen che a una certa età (quella alla quale sono riuscito ad arrivare io...) le parole più belle da udire non sono: "ti amo", ma: "è benigno". Questo però vale per voi ignoranti, capre, populisti, e anche un po' nazionalfascioleghisti. Per noi scienziaty le parole più belle sono certamente "has been accepted", soprattutto se chi te le manda è l'editor (che poi sarebbe il curatore) di una rivista prestigiosa come il New England Journal of Medicine (forse la più importante, senz'altro fra le dieci più importanti riviste di medicina, con un impact da capogiro, che oggi quota 72,04), e soprattuttissimo se l'articolo pubblicato è un articolo di rassegna su un tema di grande rilevanza come quello delle malattie cardiovascolari, perché questo garantisce che una fetta molto consistente dei tuoi colleghi sarà praticamente costretta a citarti per almeno tre motivi: il prestigio della rivista, l'attualità del tema, e la praticità di poter far riferimento a una rassegna comparata degli studi precedenti, anziché andarseli a leggere tutti quanti per trarne le conclusioni (fingere di sapere è esercizio che richiede una certa pratica, ma risparmia tanta fatica).

Col senno di poi, possiamo dire che la soddisfazione di Hegsted era ben motivata: l'articolo, infatti, ad oggi ha avuto 110 citazioni (le ultime tre nel 2017!): non moltissime per una rivista di quel settore, ma pur sempre un quarto di quante ne ho ottenute io nella mia laboriosa esistenza (mi riferisco, per la precisione, alle citazioni su Scholar).

Non era la prima volta, disais-je: a 53 anni il nostro Mark la sua carriera l'aveva fatta, e pubblicare aveva pubblicato: altrimenti, capite bene, non sarebbe finito a insegnare in un tempio de Lascienza come Harvard. Di pubblicazioni ne aveva più di 200, dal 1939 in giù.

Guarda caso...

La sua personale guerra al colesterolo Mark l'aveva dichiarata dal Dipartimento di Biochimica dell'Università del Wisconsin a Madison, dove faceva il dottorato, proprio mentre in un'altra parte del mondo qualcuno scatenava un'altra guerra. A questa non ci risulta che Mark abbia partecipato: forse perché un po' troppo segaligno, al limite del cachettico, come ce lo tramandano le foto dell'epoca (il colesterolo, certo, non era un suo problema, il che, se vogliamo, rendeva tanto più generoso il suo impegno nel combatterlo, così strenuamente e disinteressatamente), forse perché, in quanto giovane e brillante scienziato, la sua patria riteneva che egli fosse più utile nelle retrovie che al fronte. E così, il 1942 non l'aveva visto marciare verso Capas dopo la battaglia di Bataan, o abbandonare la Lady Lex al largo del Mar dei Coralli, o ancora sbarcare a Guadalcanal con la II Divisione dei marines...

No, niente di tutto questo: lui, più modestamente, e meno bellicosamente (ma resta da vedere se altrettanto meno letalmente), era sbarcato a Harvard, dopo un anno passato come ricercatore presso una nota società filantropica. Brillante, quindi, doveva certo esserlo, perché se lo erano caricato, nell'ordine, un'istituzione piuttosto attenta ai propri profitti, e un dipartimento altrettanto attento al proprio prestigio.

Non avevano sbagliato.

Scampato allo strepito della contraerea, allo strazio degli ospedali da campo, all'orrore dei campi di prigionia, all'angoscia dei naufragi (se pure nella porzione di canale di Sicilia situata fra il 15° e il 22° parallelo Sud, dove l'ipotermia è un'ipotesi remota - l'acqua, in quei paraggi, è abbastanza stabilmente vicina ai 27° - ma oltre ai cannoni dei cacciatorpedinieri puoi incontrare certe colubrine non meno letali), sottrattosi al pietoso e macabro ufficio di ricomporre le membra dei commilitoni straziati dalle mine o dalla mitraglia, Mark, di essere uno scienziato, lo aveva dimostrato nel modo più insigne in cui uno scienziato dimostra di potersi fregiare di tale titolo: niente meno che con una quazzione, la quazzione di Hegsted, appunto, che recita:

ATC = 2.16 x AS - 1.65 x AP + 6.77 x ID - 0.53

dove ATC è la variazione del colesterolo totale, AS e AP la variazione delle calorie fornite rispettivamente da grassi saturi e polinsaturi (notate il segno meno dei polinsaturi, che poi sarebbero... ecco, sì, bravi: gli omega 3, fra l'altro), e ID è l'assunzione quotidiana (daily intake) di colesterolo.

Non sono esattamente sicuro di aver capito che cosa vi ho detto, però, se volete provare a capirlo da soli, potete cominciare da qui.

Ah, le quazzioni...

Immagino la nostra Nat: sarà stata percorsa da quel fremito, da quell'agnosco veteris vestigia flammae, che un giorno fece maturare in lei l'insano proposito di unirsi a un ingegnere per sempre (à jamais ? Qui peut le dire ?). E immagino anche i nostri treider, scattare come un sol uomo nell'ansia di un livoroso: "questa la sapevo!" E immagino anche il sorriso sornione dei nostri medici (ne abbiamo, ne abbiamo,...) che, unici in questa bella d'erbe famiglia e di lettori, hanno già capito dove voglio andare a parare (e se invece no, forse dovrebbero dedicarsi ad altro...).

Insomma: nel 1967 il nostro Mark aveva già scritto la sua quazzione, che poi sarebbe stata citata in solo 1780 altri studi, ma... non aveva ancora pubblicato nella rivista più importante del suo settore. Questa lettera, capite bene, era il coronamento di una carriera accademica, e quindi, capite altrettanto bene, l'inizio di un altro, altrettanto prestigioso, ma certo più remunerativo, cursus honorum. Questo, Mark, non poteva saperlo: poteva solo presentirlo, così come il poeta di sette anni presentiva violentemente la vela, e io la presento debolmente, da cinquantenne dislipidemico, qui in collina, nell'afa e nella bonaccia... Ma noi, che siamo onniscienti come lo è il romanziere, o semplicemente chi viene dopo, questo cursus possiamo dettagliarlo: consulente del Dipartimento dell'Agricoltura, poi della Commissione sulla Nutrizione e i Bisogni Umani del Senato degli Stati Uniti, per la quale avrebbe redatto il rapporto su Obiettivi dietologici degli Stati Uniti, membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, editor (cioè curatore) di Nutrition Reviews, consulente della FAO e dell'OMS... per citare solo gli incarichi più importanti. Tutto questo, andando a stringere, sulla base di una quazzione e di due saggi principi: "mangiate più frutta", e "being hungry is worse than being fat".

Si riporta che a quest'ultima considerazione Mark arrivasse in tarda età, intorno al 1979.

Che poi i più maliziosi, o i meno colti, di voi, penseranno: "Ma veramente uno può accumulare così tanti incarichi profferendo simili perle di saggezza? A certe vette potrei arrivare anch'io!"

Ma non è mica vero!

Vedete, le cose semplici, nella scienza come nell'arte, non sono mai, e dico mai, banali. Prendete ad esempio miremiremisiredolà. Una bagatella, appunto, ma la potete pronunciare così, oppure, se ce la fate, così. E non ditemi che non sentite la differenza, perché la differenza perfino dei nazionalfascioleghisti come voi la sentono! In effetti l'arte una cosa di bello (o di brutto) ce l'ha: non occorrono doppi cognomi o vibranti blese per attingervi, per sedare (ma non estinguere) la sete natural che mai non sazia. L'arte è democratica, perché è umana. E la scienza, mi direte voi? Bè, qui il discorso è un po' più delicato, e magari poi ci torniamo, ma intanto annotate, for future reference, che la Scienza non è Lascienza (questa, com'è ormai noto, democratica non lo è)...

Comunque, non sta a noi, che non siamo del mestiere, giudicare con arroganza il valore scientifico del nostro Mark. Il riconoscimento, fino a prova contraria, se l'era meritato: d'altra parte, a certificarlo c'era o non c'era la #pirreviù (per chi non ha ancora capito cosa sia e quanto valga - ma lo capirà presto - specifico che mi riferisco alla peer review)? E questa pubblicazione, per dirla tutta, era il compimento, la Vollendung (direbbe il nostro Celso) di due anni di strenuo lavoro, a partire da quando, il 13 luglio 1965, era stato approvato il Progetto 226.

Cos'era il Progetto 226? E chi l'aveva approvato? E qual era il suo obiettivo?

Mamma mia, quanto siete curiosi! Tranquilli, vi dico tutto. Ma il ritmo lo decido io. E siccome questa è una Toccata (e chi sto per toccare lo avete capito anche voi), vi ricordo che, come noi tecnici sappiamo, li cominciamenti delle toccate siano fatte adagio et arpeggiando... Quindi: adagio.

E arpeggiando.

(...incubo: incombono su di me tre pirreviù da fare. Come dice il proverbio? Paper non pubblicare, peer review non avere...)

Comunque, Mark questa soddisfazione se l'era proprio meritata.

Eppure...

Eppure...

Eppure non era solo un sentimento di legittimo orgoglio per l'ambito traguardo a pervaderlo mentre percorreva il corridoio del dipartimento verso la stanza del direttore, Fredrick Stare, suo coautore, per informarlo del lieto evento. Bel tipo, quello Stare, del resto... Anche lui un pozzo di saggezza: "il segreto di una buona salute sono prudenza e moderazione". Il che, peraltro, mi impone una breve digressione per mostrarvi la cartina al tornasole delle grandi frasi che non dicono un cazzo: basta rovesciarle nel loro contrario, dicendo ad esempio che imprudenza e intemperanza possono rovinare la salute... Il contrario di una banalità è una banalità: la banalità è lo zero del ragionamento: per qualsiasi numero positivo o negativo la moltiplichi, ti restituisce sempre se stessa, cioè un cazzo di niente. E attenti: la Scienza non ammette banalità. Lascienza... eh, anche qui il discorso si complica, ma non distraetemi, per favore: riprendo il percorso.

Un percorso tortuoso, ma che sarà meno lungo di quanto sembrava lungo a Mark quel corridoio, il corridoio che portava da Fredrick, lo stesso corridoio che in 25 anni aveva usurato percorrendolo in su e in giù. La strada già percorsa, normalmente, sembra più breve (come penso sembrerà più breve a me la strada del Volterraio quando la rifarò di giorno, dopo averla percorsa nel buio pesto una settimana fa...). Però... dipende anche da quante cose ti frullano in capo...

Ci sono pensieri che il tempo lo accorciano, e pensieri che il tempo lo allungano. Il tempo è elastico, e qui l'Arte è arrivata prima de Lascienza, e anche della Scienza.

Certo, c'era quella storia di non aver voluto tener conto degli studi sui trigliceridi, limitandosi a considerare solo il colesterolo come marker del rischio coronarico. In effetti, questo limitava un po' la portata dello studio. Si sapeva, ormai, che anche i trigliceridi erano collegati al rischio coronarico. Pensate un po': perfino il New York Herald Tribune ne aveva parlato, l'11 luglio del 1965... Insomma, ormai #sesapeva. L'articolo pirreviùd era uscito poco prima, a giugno, ma il tema era talmente sentito, data la diffusione dell'infarto coronarico, una vera e propria epidemia contro la quale (ahimè) l'industria farmaceutica non aveva vaccini da proporre, che c'era voluto meno di un mese perché i suoi risultati diventassero di dominio pubblico... Eh, sì, qualche rosicone, magari, avrebbe potuto chiedere su Twitter: "E perché i trigliceridi non li avete considerati?" Ma... un subitaneo bagliore, un sorriso appena accennato increspò il viso di Mark, che si stava incupendo, mentre il corridoio gli si allungava davanti ai passi: Twitter non era ancora stato inventato, e neanche Facebook! I beceri utenti dei social, quelle capre, quei subumani, non avrebbero potuto mettere in discussione Lascienza!

Però...

Però...

Però c'erano anche cose delle quali un utente Twitter, se anche ci fosse stato, non si sarebbe accorto, mentre un collega magari sì. Ad esempio... ad esempio, quella storia dei polinsaturi. Sì, va bene, c'era la famosa quazzione, ma era una sola, un solo studio. L'articolo ne citava anche altri, ma senza riportarne i risultati. In effetti, andandoli a vedere, qualcuno si sarebbe potuto accorgere che non è che fossero così concludenti. Fra l'altro, di studi che dimostrassero un legame fra l'assunzione di grassi e l'aumento del colesterolo non ve ne erano molti, mentre il legame fra saccarosio e trigliceridi, quello, nei dati, c'era. E sarebbe stato meglio che non ci fosse...

Insomma: Mark era preoccupato, e non era il solo.

Anche John lo era.

John chi? Non John Smith: John Hickson, che naturalmente non era questo John Hickson, ma... indovinate un po'!? Bravi: un altro John Hickson! Insomma: un'altra Europa non l'avete potuta avere, ma in compenso potete avere un altro John Hickson. Chi era costui? Un pezzo grosso, il vicepresidente e direttore di ricerca della SRF, la Sugar Research Foundation, una fondazione indipendente come una Banca centrale, fondata nel 1943 per promuovere studi sul ruolo dello zucchero nell'alimentazione. Lo zucchero raffinato, forse lo saprete, non nasce sugli alberi: in natura non c'è, è un prodotto industriale, si estrae, come sapete, dalle canne (non quelle: quelle altre!) e dalle barbabietole, e negli Stati Uniti, per darvi un ordine di grandezza, muove intorno ai 10 miliardi di dollari. Ora, va anche detto che se una cosa in natura non si trova, un motivo ci sarà, e comunque, senza voler per forza essere schiavi di una visione provvidenziale e teleologica del cosmo, bisogna pur riconoscere che se anche noi, come i ditischi, abbiamo raggiunto un nostro ottimo nella pertinace evoluzione della discendenza, traverso generazioni e millenni, come in effetti è stato, c'è da pensare che altrettante generazioni e altrettanti millenni ci occorrano per adattare il nostro corpo a sostanze che le precedenti generazioni e i precedenti millenni nemmeno si sognavano di poter un giorno ingerire.

O no?

Insomma: il nostro smalto (più esattamente, quello dei nostri denti), o il nostro pancreas, si sono venuti configurando in un mondo senza saccarosio, o meglio, senza quantità industriali di saccarosio (perché in natura il saccarosio c'è: è lo zucchero raffinato che non c'è...). Quindi, banalmente, non sopportano grandi quantità di saccarosio, un po' come i nostri polmoni non sopportano grandi quantità di acqua: c'è troppo idrogeno e poco azoto. Magari, fra millanta anni, gli uomini avranno le branchie e nasceranno coi denti incapsulati.

Per ora, però, bisogna fare attenzione...

E Lascienza cosa dice?

Ci arriviamo fra un attimo: non dimentichiamoci che questo è un blog di economia, e ora, se permettete, vorrei parlarvi di preoccupazioni di ordine economico: quelle dei produttori di zucchero. Già nel 1954 il loro presidente, Henry Hass, si era fatto due conti. "L'assunzione di grassi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari!", diceva. "#maleichenesa?", si sarebbe potuto rispondere. E la risposta sarebbe stata: "Lo dice Lascienza. E comunque, se nei prossimi anni riuscissimo a ridurre del 20% le calorie provenienti da grassi nella dieta degli americani, e ad aumentare in pari misura quelle provenienti da carboidrati, questo significherebbe aumentare di oltre un terzo il consumo di zucchero, con un migliormento formidabile della salute della popolazione" (with a tremendous improvement in general health).

Dice: "Scusa, moro, ma tu lo zucchero lo vendi. Non sarai mica in conflitto di interessi?"

Fa: "No guarda, veramente lo dice Lascienza".

Dice: "Ah, vabbè...".

Prestigiosi nutrizionisti, fra cui il nostro amico Fredrick (che nel frattempo sta ancora aspettando, ignaro, che Mark lo raggiunga, traversando questo corridoio elastico come i cattivi pensieri...), si erano in effetti prodigati in elogi della "dieta americana". Sarebbe? Tanto zucchero, e tanta Coca Cola. Ora, fra il 1954 e il 1965, nonostante questi buoni propositi, e nonostante l'incremento nel consumo di zucchero, gli infarti, in effetti, erano aumentati. Pensate voi come dovette sentirsi John (Hickson) leggendo il New York Herald Tribune dell'11 luglio 1965, quello che dedicava una pagina intera al legame fra zucchero e attacchi cardiaci.

"Ma porca di quella troia!" deve aver pensato "Già l'anno non sta andando benissimo: il prezzo è tornato a cinque anni fa"

(...sarebbe il puntino rosso nel grafico...)

"Ora ci si mettono anche questi professorini saccenti di università di provincia, come quei buzzurri dell'Iowa che vogliono convincerci che è lo zucchero a far aumentare il colesterolo... Presentando dati... Ma che dati? La medicina non è una scienza. Lascienza dice che sono i grassi saturi a far aumentare il colesterolo, e se nei dati non si vede, chi se ne frega: non mi sembra un buon motivo per non credere a Lascienza. E poi che c'entra lo studio con sedici paesi, e che cosa vuole quello spocchioso britannico, quello Yudkin - nome sospetto, peraltro - con le sue teorie, le teorie di Yudkin? Si fa presto a parlare alla pancia della gente con titoli a effetto: Lascienza è un'altra cosa, non sono certo questi professorini supponenti che cercano notorietà negando l'evidenza: e l'evidenza è che da anni stiamo promuovendo il consumo di zucchero, e gli infarti aumentano: quindi ci vuole più zucchero".

Sounds familiar? Vi ricorda qualcosa?

Insomma, John non era certo il tipo da affogare ne' mocci: due giorni dopo l'uscita dell'articolo nazionalfasciogrillinopopulista sull'Herald Tribune, il 13 luglio, la Sugar Research Foundation aveva già approvato il Progetto 226. Eccolo che torna! Cos'era? Ma, semplice: si trattava di incaricare dei professoroni di un'importante università (sì, Harvard) di fare una bella rassegna critica della letteratura scientifica sui rapporti fra zuccheri, grassi, e infarto.

Ci siamo?

Bene, da qui la strada è tutta in discesa, e fra l'altro i più informati di voi dovrebbero anche sapere dove porta, perché se ne è parlato (a dire il vero poco) anche da noi. Ovviamente i due professoroni incaricati erano Mark e Fredrick, che oltre ad essere direttore di dipartimento a Harvard, era anche, tanto per gradire, membro del comitato scientifico della Sugar Research Foundation. Un medico zuccherista finanziato dagli zuccherai. Cose che in economia, si sa, non potrebbero capitare...

Ed eccoci quindi al dunque: per tornare a bomba, con la consueta epanalessi, vorrei dirvi che il nostro amico Mark aveva ben più di tre motivi per essere soddisfatto. Per l'esattezza, ne aveva 6500 (ai prezzi del 1965), cioè 48900 (ai prezzi del 2016): tanti erano i dollari che i nostri due eroi (Mark e Fredrick) intascarono dalla Sugar Research Foundation per il loro studio indipendente... dalla salute dei cittadini, esattamente come una banca centrale è indipendente dai loro interessi economici (ma non da quelli dei potentati finanziari). Lo studio faceva abbastanza schifo, e fra l'altro anche il conflitto di interessi dei due economisti, pardon, dietologi di regime era piuttosto palese. Visto che ormai avete capito che storia vi sto raccontando, non sarete sorpresi di sapere che, come al solito, come sempre, come ovunque (non solo nella ténebreuse affaire che ci ha qui riunito: sempre, quando qualcuno vuole sfruttare il proprio strapotere economico per opprimere gli altri), tutto era assolutamente noto, ma nessuno fece assolutamente niente.

Nonostante nel 1974 il Bollettino degli allievi della facoltà di medicina di Harvard dettagliasse per filo e per segno i legami di Fredrick Stare con le maggiori industrie alimentari, la parole d'ordine era una sola, categorica e imperativa per tutti: essa già trasvolava e accendeva i cuori dagli Appalachi all'Oceano Indiano: zucchero, e zucchereremo!


(...visto come trasvolava?...)

Mi dispiace avervi annoiato con questa storia così poco attuale... anche se, devo dirvelo, non è una storia di fantasia, come avrete capito, ma il risultato di una ricerca scientifica pubblicato sul Journal of the American Medical Association, che se non è la prima rivista di medicina, è la seconda. Il povero Mark aveva visto il bicchiere mezzo pieno dell'assenza di social media: l'impossibilità di essere sputtanato urbi et orbi in tempo reale per il suo vergognoso, spudorato, criminale conflitto di interessi. Ma, naturalmente, non aveva visto il bicchiere mezzo vuoto: l'assenza di diritto all'oblio, e il fatto che, in mancanza di Internet, le lettere erano di carta, e, come capita a personalità eminenti, consegnate agli archivi. In realtà il bicchiere non c'era proprio, ma insomma ci siamo capiti: oggi, consultando gli archivi, possiamo leggere di come gli articoli sui danni dello zucchero da passare in rassegna, per screditarli scientificamente (e "scientificamente"), venissero inviati al gatto e alla volpe di Harvard direttamente da John Hickson. Insomma: il direttore di dipartimento di Harvard, e uno dei suoi migliori docenti, facevano cioè da bounty killer, da sicari prezzolati, assassinando con argomenti capziosi il lavoro di colleghi che semplicemente avevano ragione, e questo su commissione dell'industria dello zucchero.

Come dice Marion Nestle, sempre sul JAMA, parlando della rilevanza della storia per il dibattito medico corrente (guarda un po', i medici se ne preoccupano, e più concretamente, degli economisti, che pure da imparare avrebbero tanto dalle storie proprie e altrui...): "I documenti non lasciano alcun dubbio sul fatto che l'intento della rassegna finanziata dagli industriali fosse quello di raggiungere una conclusione precostituita. I ricercatori (Ndr: noi diremmo Gliscienziati) sapevano cosa si aspettasse da loro il finanziatore, e glielo fornivano".

Quindi si può semplicemente agghindare una tesi precostituita e superare la mitica pirreviù?

Certo che si può: e come credo abbiate intuito seguendomi, un buon 90% della ricerca riferita all'euro è visibilmente di questo tipo, tant'è che perfino Jacques comincia a seccarsi - e lui ha un buon carattere - dicendo cose che noi sappiamo da tempo: quello dell'euro è un fallimento largamente annunciato.

Servirà ribadirlo?

Non credo.

Nel 1848, ho imparato scrivendovi questa storia, Rudolf Virchow disse una frase sulla quale credo si debba riflettere tutti: "La medicina è una scienza sociale: la politica non è niente altro che medicina su larga scala".

Una frase nella quale vedo due chiavi di lettura: la prima, quella che esprimo in modo più sintetico quando dico (mi avrete sentito dirlo) che la differenza fra i medici e gli economisti è che i primi uccidono al dettaglio e i secondi all'ingrosso. La seconda, più interessante e sottile, temo ci debba portare a una conclusione che forse vi sembrerà radicale, tanto più quanto meno ne sapete di scienza e del mestiere della scienza, ma che credo sia difendibile: ogni scienza è una scienza sociale. Non ci sono molti meno condizionamenti sociali nel modo in cui Euclide affrontava la teoria della visione (ottica, fisica, scienza dura) di quanti ce ne siano nel raccontino che vi ho fatto. Il fatto di essere cosa umana, e quindi sociale, non rende una qualsiasi scienza "meno" scientifica. Ma starei molto, molto attento a considerare Lascienza come un corpus naturale, asetticamente e oggettivamente fondato, esogenamente trasmesso a Gliscienziati, un po' come certe persone immaginano che la ruota ci sia stata portata in dono da simpatici esseri antropomorfi provenienti da Nibiru con un simpatico cappellaccio in testa. In chi parla di Lascienza in questi termini c'è molto Kazzenger, e poca epistemologia. Quindi, per tornare a Jacques, il suo tentativo, più articolato del mio (ha avuto anche più tempo per scriverlo) non credo sortirà migliore effetto del mio. La società ascolta Lascienza che i rapporti di forze le permettono di ascoltare. Quando verrà il nostro momento, ascolterà noi.

In questo senso, effettivamente, Lascienza non è democratica.

Ma chi dice che Lascienza è poco democratica, dovrebbe anche ricordarsi di dire che Lascienza (a differenza della Scienza) è molto puttana, come la storia che vi ho raccontato dimostra! Ogni professione ha i suoi prezzolati, siatene consapevoli. Quanto avete visto qui, un pazzo squilibrato che farneticava contro gli alti sacerdoti della sua professione, e che poi, però, piano piano, si è visto che diceva semplicemente cose che erano nella letteratura scientifica (come era nella letteratura scientifica già all'inizio degli anni '60 il legame fra zucchero e colesterolo, fra zucchero e trigliceridi, fra zucchero e malattie cardiache: insomma, un pezzo di quello che oggi chiamiamo "sindrome metabolica" come se l'avessimo scoperto ieri...), e che venivano riprese dalla stampa internazionale, e che venivano pubblicate nei documenti delle istituzioni multilaterali... ecco: quello che avete visto qui, pensate che sia accaduto solo qui?

Bè, vi ho appena dimostrato il teorema di esistenza e non unicità de Lascienza puttana: dei ricercatori che, per soldi, avvalorano tesi precostituite. Quindi tranquilli: non è successo solo qui, e non è nemmeno successo solo in America con la storia dello zucchero! Succede, è successo, e succederà ogni giorno.

Vi ho documentato che quello che fa della Scienza la Scienza è la sua capacità, nel lungo periodo, di contribuire al progresso dell'umanità anche ritornando sugli studi de Lascienza e inquadrandoli nel loro contesto sociale (cioè politico ed economico). Dagli errori si impara, e ora le riviste di medicina chiedono di dichiarare chi ha finanziato le ricerche che vengono pubblicate. Ovviamente è un palliativo, perché ci sono tanti modi di pagare di nascosto, ma è un primo segnale, un segnale al quale (ad esempio) l'economia non è ancora arrivata in modo sistematico (solo negli ultimi due anni, cioè dopo cinque anni di crisi, mi è capitato che le riviste mi chiedessero di dichiarare miei eventuali conflitti di interesse).

Vorrei anche che non prendeste questa dinamica, che vi ho documentato, come una definizione di Scienza. Attenzione! Come non credo chiediate a un clarinettista di suonarvi BWV 565, spero non chiediate, né accettiate, che qualcuno di diverso da un epistemologo definisca per voi Lascienza (o la Scienza). Cosa sia la Scienza non sta né ai brillanti aziendalisti dal doppio cognome, né ai burbanzosi specialisti di qualche branca medica, né ai pazienti fisici che aspettano i neutrini sotto le montagne, né a nessuno specialista di qualsiasi cosa che non sia il discorso sulla scienza (cioè l'epistemologia) dirlo.

Questo sfugge sempre, ed è bene ricordarlo qui.

Se e quando un epistemologo mi dirà che la Scienza non è democratica, o magari che io non sono uno scienziato perché non so prevedere la data della fine dell'euro, così come un medico non sa prevedere la data della propria morte (a meno che non la decida lui), io dovrò pensare di aver fatto uno sforzo inutile, lascerò perdere, e tornerò in barca a vela. Finché me lo diranno altri, mi fiderò di loro come mi fido di un filosofo che mi consiglia una dieta, o di un ingegnere che mi consiglia un investimento, o di un economista che mi data un fossile, o di un paleontologo che si proponga di curarmi un dente. Essere un "Loscienziato" e occuparsi di ossa non fa certo di questi una persona abilitata a mettermi le mani (o le parole) in bocca!

E così, ogni volta che saranno persone prive di competenze specifiche a riempirsi la bocca di Lascienza, non potrò evitare di farmi traversare la mente da questa icastica sintesi, che riassume in 9 parole (il numero perfetto) questo lungo post: "Sò 20 con la bocca, e 50 con pirreviù...".

Nonostante questo, il mondo va avanti e la verità viene a galla... il che, forse, non depone a suo favore (ma non vorrei aprire qui un altro fronte su un terreno che non rientra nelle mie competenze).

Il rispetto dell'uomo per l'uomo è l'initium sapientiae.

Altro da dirvi non ho.


(...e ora vado a fare, appunto, tre peer review...)

(...grazie Fausto per il tuo affetto che mi sprona e mi commuove, e naturalmente anche per questi preziosi contributi, ai quali io mi limito, col mio mestiere, a dare una vernice accattivante. Si sa, laggente il JAMA non lo leggono, e se lo leggono non lo capischeno, nonostante - o proprio perché - sia anche lui un "top gun", pardon: un "top ten" delle riviste mediche. Un giorno, se il tuo affetto me lo sarò meritato, tu mi presenterai tua madre, e io ti presenterò le mie nonne: tutte diabetiche, e tutte molto attente ad evitare i grassi. Questo gli era stato detto dai tecnici. Il resto è storia, e, nel mio caso, anche seghe...)

(...cercatevi i nomi su Wkipedia: come dice Marion Nestle più autorevolmente di me, la storia ha molto da insegnarci sui dibattiti attuali...)