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giovedì 3 novembre 2016

Manchester

La prima slide del mio intervento di domani sarà questa:



la seconda questa:



e la terza questa:



Seguirà patriottico appello a difendere la credibilità della professione evitando di dire troppe cazzate, e poi la sostanza del lavoro, cioè il tentativo di avviare una riflessione seria sui costi di una dissoluzione dell'euro (non ha senso parlare di "uscita dall'euro", perché presuppone che l'euro possa resistere, il che evidentemente non è, quindi la nostra volontà di uscire, e soprattutto quella di restare, espressa dai personaggi in cerca di editore, è del tutto irrilevante...). Una riflessione che deve essere basata su quello che sappiamo, e che ogni giorno cambia (ad esempio: ora sappiamo che prima dell'uscita ci sarà una crisi bancaria, cosa che nel 2014 speravamo di poter evitare), e che magari vi presento al #goofy5 (vedo che ci sono ancora un centinaio di posti, però non vorrei che ci trovassimo a dover noleggiare un lotto di ricevitori in più per una sola persona, quindi farò fare una verifica e magari la chiudiamo anche qui, tanto siamo già di più rispetto all'anno scorso...).

Certo che la baggianata detta da .....ini (di cui domani non farò il nome perché sarebbe poco elegante), se ne fai il disegnino (prima slide), fa veramente luce! -40% in un anno seguito da -15% per almeno tre anni significa quasi due seconde guerre mondiali (nel quadro il rettangolo rosso misura appunto la perdita di output verificatasi durante la seconda guerra mondiale). Aprono la bocca e gli danno fiato, firmano la qualunque, si associano a personaggi dal curriculum scientifico evanescente, e questo perché? Alla fine, cosa stanno dimostrando? Che non sanno di cosa parlano, e non lo sanno perché ideologicamente si rifiutano di studiarlo, motivo per il quale, nel momento in cui quello che deve succedere succederà, verranno accantonati in quanto inetti. Ci sarebbe poi quel problema degli Hamptons. Perché se tu fai capire che quello che è un problema per decine di milioni di persone nel tuo paese per te non lo è, allora, forse, fai meglio a fare come faccio io: vai in cima al Greco, che lo difendi meglio!

E infatti, come avrete notato, nelle parole della simpatica e quanto mai eterogenea accolita, manca regolarmente una parola di cordoglio per le vittime, e una parola (anche insensata, come ne abbiamo sentite per tanto tempo) di proposta su come migliorarne la situazione. Il cordoglio non c'è mai stato. Quelli del primo disegnino (o dell'ultima articolessa) si sentivano e si sentono superuomini: che bisogno c'è di compatire la plebe? Le idiozie invece hanno abbondato, ma la Grecia gliele ha strozzate in gola, costringendoli a stare zitti per non ammettere che avevamo ragione noi: il sistema non è riformabile.

Ora, io dico: ma tutta quest'ansia di segnalare al mondo che non si è capito un cazzo non vi sembra irrazionale? Voglio dire: normalmente uno quando è impreparato, quando su un argomento sa ripetere solo slogan, evita di esporsi, no?

Quindi, qui potrebbe esserci qualcosa che non sappiamo. Ad esempio, gli improvvisati esperti di economia monetaria internazionale (provenienti dalle più esotiche contrade: economia della felicità, economia del lavoro, economia del niente...) potrebbero aver stretto un patto luciferno coi poteri forti che garantisca loro visibilità e reputazione anche quando sarà chiaro che avevano torto su tutta la linea e che, inducendo panico nei cittadini con le loro valutazioni approssimative (vedi sopra), hanno fattivamente danneggiato tanti singoli (e quindi l'intera nazione), inducendoli a prendere decisioni sull'onda di una emotività che non ha motivo di essere, così tradendo fra l'altro la propria missione di intellettuali.

Potrebbe essere questo, certo...

Ma io credo che sia più semplice. Sì, certo, i poteri forti esistono, ma sono un po' femmina, come me, quindi si filano poco chi li corteggia troppo. Non credo che chi profferisce le bestialità che stiamo sentendo in giro lo faccia perché sappia di aver avuto da qualcuno un salvacondotto quando le cose si avvieranno all'inevitabile esito (vedi alla voce Hamptons, di cui, lo ricordo, parla Blyth: io mi limito a citarlo...). No: tutto è come sembra. Queste persone dicono certe cose perché non hanno capito (non hanno sufficienti mezzi per capire) qual è l'inevitabile esito.

Non sarà una (doppia) seconda guerra mondale, ma qualche maceria ci sarà, e sotto ci saranno loro.  Mi dispiace solo per uno, ma siccome l'ho detto a lui, non lo dico a voi. Il rammarico nel vederlo in certa compagnia è abbastanza widespread nella professione, ma mi sembra appartenga ai lutti che si possono elaborare in fretta.

E a noi piace ricordarli così.

Ora ci dormo sopra, che qui i piddini abbondano: devo essere preparato...

domenica 19 giugno 2016

Sechiular staghgnieiscion (the unpleasant Keynesian arithmetic of secular stagnation)

Oggi desidero parlarvi di un tema che si intreccia per vari fili alle vicende della cronaca recente, nonostante il nome con il quale è stato introdotto nel dibattito alluda a dinamiche di lunghissimo periodo, remote dalle contingenze del quotidiano.

Mi riferisco alla cosiddetta stagnazione cosiddetta secolare.

Non mi interessa in questa sede affrontare il merito o il demerito teorico delle argomentazioni di chi propone questa tesi (noto solo che visibilmente si sta arrampicando sugli specchi), quanto descrivere i dati, fare qualche semplice esercizio aritmetico, e soprattutto evidenziare due punti politicamente rilevanti.

Il primo è facilmente desumibile dal post precedente. Dopo aver avallato, in totale subalternità alla Bce, un programma economico il cui fondamento era sconfessato dalla stessa Bce ancor prima che Monti cominciasse ad applicarlo (spettacolo!), un programma cioè che era destinato a fallire rispetto all'obiettivo dichiarato (la crescita) secondo le stesse analisi di chi ce lo imponeva, ecco che a Melisenda Mascetti, attonita nel contemplare il desolante spettacolo del campo di macerie che questo programma inevitabilmente ha prodotto, non resta altro che appellarsi a un fatto esogeno: l'arrivo (da dietro) del sottohoho Giovannone, aka secular stagnation.

Il secondo punto ha a che vedere con l'argomento secondo il quale "sì, l'euro è stata una scelta sbagliata, ma non possiamo correggerla perché ci sarebbero conseguenze sistemiche". Insomma: l'euro sarebbe TBTF (too big too fail). Con la "f" di fuck, ovviamente. Argomento prediletto dai piddini di fascia "alta" (quelli informati, come il nostro amico dombas), il quale, come tutti i loro argomenti, è una spada a doppio taglio (che loro, per non sbagliare, impugnano dalla lama).

I dati
Allora, cominciamo dai dati, che vengono da qui (per chi vuole divertirsi).

Questo è l'andamento del Pil mondiale per grandi paesi o macroregioni:



e queste sono le quote dei paesi/macroregioni sul Pil mondiale:


Solo su questi due grafici ci sarebbero da fare altri 1400 post, ma non voglio abusare della vostra pazienza. Notate alcune cose che sapete: la stagnazione del Giappone a partire dalla fine degli anni '80, dopo gli accordi del Plaza (che poi è il motivo per il quale Krugman preconizzò che l'Eurozona sarebbe diventata giapponese); molto evidente (anche perché in giallo: scelta di Excel!) l'espansione della Cina; molto evidente anche la stagnazione dell'Eurozona dall'inizio della crisi e la relativa compressione della sua quota di mercato.

Nota bene: vi esorterei a rifuggire da interpretazioni causali affrettate, del tipo "l'Eurozona s'è ristretta perché la Cina si è allargata". Sarebbe così, come ci siamo detti mille volte, se il mondo fosse una torta di formato predefinito, dove chi allarga la propria fetta lo fa necessariamente a scapito di quella altrui. Ma la fetta cinese si è allargata perché hanno prodotto di più, non perché ci hanno "rubato" quanto producevamo, e così, forse, anche la nostra fetta potrebbe essersi ristretta perché potremmo (uso il condizionale) esserci dati delle regole che ci strangolano. Sono solo ipotesi, per ora, e, come vedremo, non è facile valutarle nemmeno partendo dai dati (mentre è facilissimo farlo partendo dalle ideologie: ma per questo ci sono i demagoghi dalle mille verità in tasca, quelli per i quali l'euro ci protegge).

Possiamo analizzare in dettaglio l'andamento delle quote dei due attori principali: Stati Uniti ed Eurozona:


Se vi conosco, credo che vi aspettaste un tuffo catastrofico in seguito alla crisi. Ma ovviamente non può essere così, e perché? Ma per il semplice motivo che se un'area che è fra un quinto e un quarto dell'economia mondiale va a picco, il totale mondiale si restringe anche lui, o comunque cresce di meno, e quindi il rapporto fra il Pil dell'area considerata e quello globale non va drammaticamente a fondo (perché si riducono sia numeratore che denominatore). Qui una cosa è chiara: la tendenza per noi è decrescente (il che significa che cresciamo meno della media mondiale), e lo è più o meno dalla fine degli anni '70 (diciamo, dall'inizio della terza globalizzazione). Altro dettaglio: si vede che negli ultimi tempi le cose progressicamente peggiorano, e che dopo un periodo di relativa stabilità, fra 1997 e 2001, in cui la quota del Pil dell'eurozona sul totale mondiale è stabile, dal 2002 inizia un declino piuttosto marcato, che precede la crisi, e che non accelera con essa (contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare).

Qui ci sarebbe, certo, molto da studiare, ma i primi due elementi salienti che mi vengono in mente rispetto a quel periodo sono le riforme Hartz (cioè la sterzata deflazionistica impressa dalla Germania a proprio beneficio), e, per altri versi, l'entrata della Cina nel WTO. Quest'ultima però non sembra affliggere particolarmente gli Usa, che erano più interconnessi di noi alla Cina. Credo quindi che anche con noi c'entri meno di quanto comunemente si vuol far credere.

In ogni caso, andiamo a vedere come si è evoluto nel tempo il contributo dell'Eurozona alla crescita dell'economia mondiale. Il metodo lo abbiamo descritto qui, parlando del contributo (inesistente) della Germania alla crescita europea.

Vi fornisco intanto qualche statistica descrittiva, partendo dai tassi di crescita reale:


Cominciando dall'ultima colonna, negli anni '60 il mondo cresceva al 5.5%, con Giappone, Europa (qui rappresentata dai paesi che poi sarebbero entrati nell'Eurozona, quindi esclusa in particolare la Gran Bretagna), e resto del mondo (ROW) più veloci degli Usa: rispettivamente, 10.4%, 5.8%, 4.8% e 4.7%. Come sapete, non c'è nulla di strano: è la convergenza, bellezza! Sì, proprio quella cosa ignorata dai cialtroni che pubblicano grafici come questi!

La crescita mondiale poi si smorza in modo più o meno monotòno (altra cosa che "er modello" tutto sommato prevede). La Cina, quando può (cioè dalla fine degli anni '70) comincia a convergere pure lei, con una fiammata di crescita al 10% che naturalmente compensa il rallentamento dei paesi "avanzati".

La tabella vi propone anche due scomposizioni per sottoperiodi. La prima considera il periodo precedente alla terza globalizzazione (1960-79), poi quello precedente all'avvio dell'unione monetaria (1980-1997), e infine il periodo dell'unione monetaria (1997-2014; do per scontato che voi sappiate perché scelgo il 1997 come anno d'inizio). La seconda suddivide ulteriormente la storia dell'Unione Economica e Monetaria, dal 1997 al 2001, dal 2002 (riforme Hartz) al 2008 (inizio della crisi), e poi dal 2009 all'ultimo dato disponibile (crisi). Non entro nel commento di ogni dato, se non per notare che nel periodo della crisi l'unica zona afflitta da crescita negativa è quella che ha adottato la moneta che porta la pace e la prosperità (l'euro). I motivi vi sono noti, quindi sorvolo.

Naturalmente, a questi scarti fra tassi di crescita corrispondono evoluzioni delle quote di mercato delle singole aree sul Pil globale, che vedete riassunte qui:


Qui parto, col vostro permesso, dal basso: nell'ultima sezione si vede come l'Eurozona sia quella che ha subito la perdita più pesante di quota di mercato: meno cinque punti fra 1997 e 2014, a un tasso sostanzialmente costante (quello che avevamo visto nell'ultimo grafico). Negli anni '90 l'Eurozona era ancora un quarto dell'economia mondiale (il 25%), mentre ora è un quinto (il 20%). Gli Stati Uniti hanno tenuto botta (dal 27% al 26% in media di decennio).

Ora vorrei analizzare con voi il contributo della crescita dell'Eurozona alla crescita mondiale. Il contributo di una parte alla crescita (o alla recessione) del tutto dipende da due elementi: quanto è rapida la crescita (o la decrescita) della parte, e qual è la sua quota rispetto al totale.

Vi è mai capitato di sentirvi dire da una donna (o da me): "Mi sono messa a dieta ma mi sono dimagriti solo i lobi delle orecchie?" Capite bene che siccome i lobi dell'orecchio, se va bene, saranno uno 0.01% del peso totale, il fatto che essi si riducano poniamo del 30% non fornisce un risultato apprezzabile...

Ora, con l'Eurozona le cose stanno esattamente all'opposto. L'Eurozona è un pezzo piuttosto grosso dell'economia mondiale: era un quarto, resta comunque un quinto nonostante un paio di decenni di supremazia germanica. Quindi quello che le succede influisce sulla crescita totale. Vi propongo prima di esaminare cosa è successo, e poi di studiare un paio di controfattuali (cioè: cosa sarebbe potuto succedere se fossimo stati meno autolesionisti). I dati sono incontrovertibili. Le simulazioni hanno i loro limiti: evidenzierò quelli di cui sono consapevole, e ovviamente chi sapesse fare di meglio è bene accetto.

Partiamo dai dati, che sono questi:


Spiegazione: negli anni '60 il mondo cresceva in media di cinque punti percentuali all'anno, dei quali uno attribuibile agli Usa, due all'Eurozona, uno al Giappone, e due al resto del mondo (il contributo della Cina era virtualmente nullo). A beneficio dei sadici anali feticisti del decimale, in fondo al post riporto la tabella senza arrotondare all'intero più vicino: è meno leggibile, ma perché privare di questa innocente perversione i nostri cortesi lettori?

Notate un paio di cosette: il contributo dell'Eurozona alla crescita mondiale va a zero sostanzialmente in questo secolo (era ancora pari a un punto nel periodo 1997-2001, quindi prima facie dovremmo concludere che il cambio fisso da solo non è bastato a castrarci); il contributo del Giappone va a zero prima, negli anni '70, ma anche questo non ci stupisce, perché nonostante una dinamica di crescita a quei tempi pari alla nostra (il 4.1% in media annuale), la quota del Giappone era circa la metà di quella dell'Eurozona: insomma, il contributo a livello mondiale del Giappone appare solo se cresce almeno a due cifre, come succedeva negli anni '60; la Cina invece all'inizio era talmente piccola, in termini di valore aggiunto, da non contribuire significativamente nemmeno quando cresceva a due cifre, come ha fatto sostanzialmente dagli anni '80 in poi (negli anni '80 la media è solo 9.8%, ma ci siamo capiti...).

La cosa più interessante è però analizzare il contributo percentuale delle singole aree alla crescita totale. Ovvero: fatta 100 la crescita del mondo, le singole aree per quanto hanno contribuito?

La risposta è qui:


Negli anni '60 e '70 l'Eurozona (capiamoci: l'area che poi sarebbe diventata l'Eurozona: se lo fosse già stata le cose sarebbero state diverse!), l'Eurozona, dicevo, dava un contributo alla crescita mondiale superiore a quello di Stati Uniti e Giappone. Circa il 28% della crescita economica del mondo era spiegato dalla futura Eurozona (un terzo, per capirci). Questo contributo crolla dall'inizio di questo secolo (passando al 12% nel primo decennio e al 5% nel decennio attuale). Più precisamente, l'Eurozona, che aveva contribuito per il 28% alla crescita mondiale fra 1960 e 1979, contribuisce per solo il 19% fra 1980 e 1997, e poi per il 12% fra 1997 e 2014. Tuttavia, questo 12% è il risultato di andamenti piuttosto diversificati nel tempo. Fra 1997 e 2001 l'Eurozona ha una performance non così disprezzabile, e vicina ai risultato storici, contribuendo al 22% della crescita mondiale (contro il 20% registrato negli anni '80). Poi, fra le riforme Hartz e lo scoppio della crisi, il contributo scende di quasi 10 punti, al 13%. Dallo scoppio della crisi, diventa negativo: -2%.

Questo è quello che intendevo quando dicevo che l'Europa stava diventando il buco nero della domanda mondiale (un paio di anni fa). Come avrebbe detto Berlusconi: noi stiamo remando contro.

Le tesi sulla sechiular staghgnieiscion vanno valutate against this backdrop, cioè tenendo conto di questo fatto statistico (il suicidio dell'Eurozona), e considerando il dato politico che questo suicidio non è dovuto a una grande moria delle vacche (la tesi preferita dalla stampa di regime, e da Melisenda Mascetti), ma al fatto di esserci dati delle regole economiche per cui l'unico meccanismo di aggiustamento che ci rimane rispetto a shock macroeconomici globali è tagliarci i redditi (che quindi calano), come abbiamo spiegato e rispiegato (qui una spiegazione a prova di idiota, almeno nelle intenzioni). Detto in altre parole, non ha alcun senso invocare la secular stagnation come spiegazione di quanto ci sta accadendo se prima non teniamo conto dell'impatto che la deliberata distruzione di domanda (cioè di redditi da spendere) da parte dei politici dell'Eurozona ha avuto sull'economia globale. Se, al netto di questa distruzione di domanda, assistessimo a un effettivo rallentamento del mondo, allora potremmo parlare di "secular stagnation" (o di grande moria delle vacche, o whatever...). Ma se non teniamo conto di (i fighi dicono: controlliamo per) questo evento, allora dobbiamo applicare il rasoio di Occam. Dichiarare che il reddito del mondo cala per motivi esoterici quando un quarto del mondo si è amputato per propria decisione il reddito in effetti è moltiplicare le spiegazioni praeter necessitatem.

Chiaro?

Questa valutazione può essere effettuata in diversi modi, più o meno sofisticati, e necessita comunque di un modello, con tutti i limiti metodologici del caso. D'altra parte, anche ignorare l'esistenza del problema che l'Eurozona pone al mondo presenta dei limiti, e non solo astrattamente metodologici: anche concretamente politici.

Vi propongo due esercizietti fatti al volo (o più esattamente: in volo. Il primo l'ho fatto andando a Parigi e il secondo tornando da Barcellona).

Il primo controfattuale
Nel primo controfattuale verifico dove saremmo oggi se l'Eurozona avesse reagito dopo la crisi del 2008 come reagì dopo la crisi del 1992. Vi ricordo che anche in quelle circostanze ci fu una crisi a settembre (nel 1992 la crisi dello Sme, nel 2008 la crisi Lehman), seguita da un anno di recessione (nel 1993 fu il -0.6%, nel 2009 il -4.5%). Nei cinque anni successivi al 1994, però, l'Eurozona crebbe al 2.45%. Viceversa, fra 2010 e 2014 la crescita media è stata dello 0.6%. Il perché lo sappiamo: a causa delle politiche di austerità rese necessarie dall'euro. La simulazione che vi propongo è meramente aritmetica, e risponde alla domanda: dove saremmo oggi (noi, e il mondo), se l'Eurozona avesse reagito alla crisi del 2008 come reagì a quella del 1992? Cioè: se nei cinque anni successivi all'ultima recessione la crescita dell'Eurozona fosse stata pari a quella sperimentata dopo la penultima?

Va da sé che questo esperimento ha degli ovvi limiti metodologici: intanto, anche nel 1992 era partito un impulso recessivo dagli Stati Uniti, ma era stato di proporzioni molto inferiori rispetto allo shock del 2009 ((-0.1% nel 1991 contro -2.7% nel 2009). Non c'era stata una crisi finanziaria globale, i mercati erano meno interconnessi, viceversa c'era uno stress finanziario locale determinato dalla necessità di finanziare la felice riunificazione tedesca, ecc. Questo significa che ipotizzare una ripresa con valori del tasso di crescita simili a quelli sperimentati storicamente è probabilmente esagerato: anche senza le politiche suicide di austerità, probabilmente oggi saremmo cresciuti un po' di meno. D'altra parte, se questa ipotesi distorce i risultati al rialzo (nel senso che esagera l'impatto recessivo sull'economia mondiale della nostra mancata crescita), il fatto di condurre un esperimento puramente aritmetico, in cui si modifica solo il sentiero di crescita europeo, senza tener conto del fatto che l'economia europea è un volano per l'economia mondiale (perché una nostra maggiore crescita avrebbe significato maggior domanda di beni, e quindi maggiori redditi, nel resto del mondo), distorce i risultati al ribasso.

In ogni caso, il risultato sarebbe stato questo (espresso come scarto del controfattuale dallo scenario storico):


Vi presento i risultati "tagliati" per decenni, perché lo "shock" (la maggior crescita europea rispetto allo scenario storico) viene analizzato a partire dal 2010 (primo anno dopo la recessione). Ovviamente in tutti i decenni precedenti lo scostamento del controfattuale dallo storico è nullo. Nel decennio in cui viene applicato lo shock, cioè, rectius, nel quinquennio fra il 2010 e il 2014 (fino a dove arrivano i dati), risulta che se l'Eurozona fosse cresciuta allo stesso ritmo sperimentato nel quinquennio 1994-1998 avrebbe avuto 1.8 punti percentuali di crescita in più, e il mondo 0.4 punti di crescita in più (arrivando a una crescita del 3.2%, pari a quella degli anni '80, o del periodo 2002-2008). Tutto questo senza considerare gli spillover (come dicono i fichi) sulle altre economie.

Già! Questo 0.4, come vedete, riporterebbe le lancette della crescita indietro di un trentennio, cioè a un periodo nel quale né a Melisenda, né tantomeno a Larry, sarebbe mai venuto in mente di parlare di sechiular staghgnieiscion.

Chiaro, no, perché mi girano?

Altri due controfattuali (col modello globale)
Bene: ora facciamo un altro esperimento. In questo caso, utilizzo il modello dell'economia mondiale che ho costruito per il mio studio sugli squilibri globali. Sì, mi rendo conto che fa pensare a questa cosa qui:


ma in realtà è una cosa molto meno seria: è solo il risultato di un percorso di ricerca iniziato con il modello dell'Unione Europea, proseguito aggiungendo un modello degli Stati Uniti, e infine un modello della Cina.

#cosedilavoro, come dice quello.

Il modello attualmente è dormiente, per un motivo molto semplice: non abbiamo abbastanza risorse per tenerlo aggiornato, cioè per fare con un minimo di criterio quelle ricerche che nessuno vuole fare (perché "nun se pubblicheno bbene" o semplicemente perché sono contrarie ai desiderata della dominant social force behind the authority), ovvero per rispondere a quelle domande alle quali nessuno vuole rispondere e che quindi nessuno si pone, come ad esempio: "Ma siamo veramente sicuri che sia un problema di stagnazione "secolare", e non il risultato di una scelta politica a caso (l'euro)?". Sul discorso delle risorse però torniamo un'altra volta, se volete: tanto per dire, ho anche un modello dell'India nel cassetto (veramente, ce l'ha Christian), ma se passo le giornate a spiegarvi che 2+2=4 chiaramente anche lui fa la muffa. Eppure sarebbe interessante utilizzarlo...

In ogni caso, il database è aggiornato fino al 2006, e quindi me ne son potuto servire per simulare l'impatto sul tasso di crescita globale di un taglio della spesa nell'Unione Europea considerando un orizzonte di sei anni, dal 2001 al 2006, che corrisponde come durata a quello lungo il quale abbiamo sperimentato l'austerità (dal 2011 al 2016).

Il problema, qui, come in ogni scenario di simulazione (compreso il precedente), è quello di quantificare lo shock. Nel primo controfattuale ho agito direttamente sul tasso di crescita dell'economia europea. Avendo a disposizione un modello che prevede fra le variabili la spesa pubblica europea (diverse voci di spesa, in effetti), posso simulare direttamente l'austerità europea (cioè il taglio della spesa) per vedere come agisce sul tasso di crescita dell'economia europea, e poi, a valle, su quello dell'economia mondiale.

A questo scopo, ho fatto due ipotesi: una, standard, di riduzione della spesa pubblica nominale in proporzione pari all'1% del Pil nominale, e una più ambiziosa, applicando al modello lo scostamento dal trend della spesa pubblica nominale durante gli anni dell'austerità (ve lo spiego meglio dopo). Negli esperimenti di simulazione ho tagliato solo la componente "consumi intermedi" dei consumi collettivi, ovvero gli acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche. Non è una scelta ideologica: è semplicemente che Barcellona e Roma sono piuttosto vicine, quindi non avevo tempo per implementare scenari più complessi e realistici (ad esempio: taglio della spesa per beni e servizi più blocco dei salari pubblici più...).

Veniamo alla prima simulazione (shock standard, riduzione dell'1% della spesa pubblica nominale). L'impatto sul mondo è riassunto da questo grafico:

Nota bene: questi sono scostamenti percentuali delle variabili dal loro livello "non perturbato". Il grafico ci dice quindi che un taglio alla spesa pubblica nominale dell'Unione Europea parì all'1% del Pil europeo riduce il Pil mondiale (linea blu) di circa lo 0.2% (dato compatibile col fatto che l'Europa, nel periodo campionario utilizzato per la simulazione, è pari a circa il 20% del mondo). Per confronto con il discorso fatto finora, vi faccio vedere anche cosa succede in termini di tassi di variazione delle variabili (cioè del Pil reale: GDPV indica il Pil, in inglese GDP, in volume, V, cioè a prezzi costanti, cioè in termini reali):


Per capire come interpretare questi risultati, che sono espressi, appunto, in tassi di variazione, facciamo riferimento al dato mondiale (variabile WLDGDPV, quella tracciata in blu nel grafico), e ricordiamoci due cose, che potrebbero sono normalmente di ostacolo alla comprensione dei risultati anche per i colleghi più esperti (o espertoni):

1) la differenza fra livelli e variazioni;
2) il fatto che i prezzi esistono (e si muovono per riportare il mondo in equilibrio).

Se:

a) abbasso dell'1% la spesa pubblica in Europa,
b) il moltiplicatore non è lontano da uno (per cui anche il Pil europeo scende più o meno dello stesso ammontare)
c) l'Europa è il 20% dell'economia mondiale,

allora il Pil mondiale scenderà dello 0.2%. Ai livelli delle variabili succederà cioè questa cosa qui:


dove la riga "% deviation" è appunto quella rappresentata nella figura "Percent deviation" (non è che ci volesse molto...). Vedete quindi che nell'anno dello shock (qui il 2001) il Pil europeo si contrae dello 0.91%, quello mondiale dello 0.18%, ecc. Questa riduzione dello 0.18% nel primo anno corrisponde a una minore crescita di pari importo (la tabella precedente ha qualche sfasamento dovuto a minimi errori di arrotondamento, e vi indica 0.19% di minore crescita per il mondo). Nel secondo anno (il 2002) lo scostamento in europa tende impercettibilmente a chiudersi: 0.90 invece di 0.91, mentre si propaga alle altre parti del globo (Usa, Cina), e quindi a livello mondiale lo scostamento rispetto al livello aumenta (in valore assoluto) da -0.18 a -0.19. Questo significa una ulteriore minore crescita, ma solo di -0.01 (come vedete dalla tabella precedente).

Ora, con riferimento alla tabella dei tassi di crescita, vedete che dopo sei anni l'impatto complessivo del taglio di un punto di Pil della spesa pubblica europea è negativo per tutte le aree mondiali, con la possibile eccezione degli Stati Uniti, dove la cumulata degli scarti della crescita è 0.04 (e infatti dal grafico si vede che gli Usa "rimbalzano" sopra l'asse orizzontale, che indica il punto in cui il sentiero controfattuale è uguale - scostamento zero - a quello simulato). In termini di crescita complessiva però non è un bagno di sangue: solo uno 0.07% in meno, pari (nel 2006) a circa 27.3 miliardi di dollari ai prezzi del 2000 su un Pil mondiale di 37777.3 miliardi di dollari. Il risultato teorico c'è (le scelte politiche dell'Eurozona influenzano l'economia mondiale con moltiplicatore positivo, per cui se noi tagliamo, il mondo cala anziché crescere), ma la rilevanza pratica no.

Solo che questo non è quello che è successo.

Quello che è successo è più simile a quanto vediamo in questo grafico:


Spiegazione: in azzurro la spesa pubblica complessiva dell'Eurozona, tratta dalla solita fonte (sono miliardi di euro). In rosso, la stessa variabile, se dal 2010 in poi fosse rimasta sul trend sperimentato nel decennio precedente, con una crescita del 4% all'anno (per gli ingengngnieri: 3.93%). Naturalmente fino al 2010 si vede solo la linea rossa, perché ricopre esattamente quella azzurra. Poi la storia è quella azzurra (la spesa pubblica si ferma), e in rosso c'è il controfattuale (cosa sarebbe successo se la spesa non si fosse fermata, se non si fosse "distrutta domanda"). In nero lo scostamento fra storico e controfattuale. Dopo sei anni, nel 2015, la spesa pubblica effettiva a livello di Eurozona è di circa 1000 miliardi inferiore a quanto si sarebbe avuto in caso di mantenimento della tendenza storica.

Uno shock non indifferente, che corrisponde a uno scarto dal sentiero storico che va da -0.8% del Pil nominale nel primo anno (entità non dissimile al -1% che abbiamo simulato prima) fino a -8.9% nel sesto anno. E qui la differenza è abbastanza notevole, come notevole è l'impatto sula crescita.

Vi fornisco la tabella in termini di tassi di crescita:


Gli impatti, come vedete, sono meno trascurabili.

A livello europeo, dato che ogni anno ci si scosta un po' di più dal valore tendenziale, ogni anno si ha un po' meno crescita aggiuntiva. L'impatto massimo è nel secondo anno, in cui si hanno addirittura 2.01 punti di crescita in meno. La cumulata della mancata crescita sui sei anni della simulazione è -6.35 punti, che diviso sei fa -1.06. Un risultato quasi uguale e contrario rispetto a quello della prima simulazione, quella senza modello, dalla quale risultava che se l'Europa fosse cresciuta dopo lo shock del 2008 allo stesso tasso sperimentato dopo la crisi del 1992 la crescita media nei cinque anni dopo la crisi sarebbe stata superiore di 1.8 punti. Più sotto discuto in dettaglio i pro e i contro dei due metodi, fornendo elementi per valutare se i metodi adottati sottostimano o sovrastimano l'impatto dell'austerità. Intanto, il fatto è che fra 2009 e 2014 la crescita cumulata dell'Eurozona è stata di circa -0.1%. Se in questi sei anni l'Eurozona fosse cresciuta alla media del periodo 1993-2008 (cioè al 2%), avremmo avuto una crescita cumulata di oltre 12 punti percentuali. In altre parole, rispetto al risultato ottenuto il modello fornisce un impatto sulla crescita pari a circa la metà di quello effettivamente sperimentato, il che in parte dipende dal non considerare le altre fonti di stress macroeconomico che si sono presentate (la crisi globale), e in parte da una probabile sottostima degli effetti dell'austerità.
Il messaggio, comunque, non cambia di molto: buona parte della mancata crescita (cioè dell'appiattimento della linea arancione nel primissimo grafico di questo post) è senz'altro un male che ci siamo fatti da soli, rispondendo con l'austerità, cioè in modo prociclico, a una crisi esogena.

Al mondo questa nostra bella idea di tagliarci le palle per far contenta la Merkel costa un -1.28% di crescita cumulata, cioè, in termini di media annuale, circa un -0.2%. Anche qui gli ordini di grandezza sono simili a quelli visti nella prima simulazione (quella "aritmetica"). Diciamo che senza austerità saremmo cresciuti al 3% tondo, nonostante lo shock "epocale".

Sechiular staghgnieiscion?
Le simulazioni del modello sono più sofisticate di quelle condotte col primo controfattuale, ma hanno anch'esse una serie di limiti, che evidenzio solo per far capire ai cretini che ne sono consapevole (rinuncio a sperare che qualche persona intelligente voglia contribuire in modo costruttivo: dopo cinque anni so cosa aspettarmi dalla mia professione: qualche furtiva stretta di mano nei corridoi di dipartimento, qualche cenno clandestino di solidarietà, e poi il vuoto pneumatico - o qualche simpatica coltellata alla schiena: sì, insomma, è una professione come le altre, come la vostra!):

1) una parte consistente del mondo (circa il 47%, quasi la metà) è considerata esogena, il che smorza gli effetti di retroazione del moltiplicatore (cioè non considera il fatto che l'Europa faccia da volano alla crescita altrui, con retroazioni sull'economia europea quando gli altri crescono di più). Verosimilmente, questo distorce verso il basso l'entità dei risultati, anche considerando che consideriamo esogeni mercati per noi importanti, come molti emergenti;

2) sono esogene anche le quote di mercato dei diversi paesi/blocchi considerati (anche se nel medio periodo è difficile che queste varino drammaticamente);

3) il campione considerato non è quello storico, ma, come vi ho detto, è anticipato di circa 10 anni (la simulazione inizia nel 2001 anziché nel 2010). Dato che il modello è nonlineare, ciò può condizionare i risultati (per capire cosa intendo, potreste rileggervi questo post);

4) l'entità dello scostamento rispetto al trend potrebbe non essere una misura sensata dell'austerità intesa come "taglio", come "manovra": una parte della riduzione di spesa rispetto al trend potrebbe essere determinata da dinamiche endogene (ad esempio, visto che la spesa è quella nominale, dalla riduzione dell'inflazione). In questo senso la misura che sto considerando potrebbe sopravvalutare l'entità effettiva dello shock. Va però detto che la spesa pubblica è naturaliter anticiclica: in condizioni di recessione gli stabilizzatori automatici tendono a farla crescere (sussidi di disoccupazione, misure di integrazione dei redditi, politiche attive sul mercato del lavoro), e quindi l'ipotesi di mantenimento del trend storico è un'ipotesi di per sé prudente;

5) l'austerità non è stata implementata solo riducendo le spese per l'acquisto di beni e servizi, ma anche e soprattutto le spese per stipendi, e inasprendo la pressione fiscale (non considerata dalle mie simulazioni): nelle simulazioni non si considerano quindi effetti di composizione che potrebbero amplificare gli effetti sistemici delle scellerate manovre piddine.

6) varie ed eventuali.

Se avessi abbastanza risorse, farei un lavoro più accurato. Direi che l'ordine di grandezza dell'impatto dell'eurodelirio sulla crescita mondiale, alla luce di quanto abbiamo visto e considerati i vari caveat, potrebbe non essere molto lontano dal mezzo punto (il risultato del controfattuale "semplice"), ma se anche fosse lievemente inferiore la cosa non cambierebbe molto: in effetti, quello che questi risultati mostrano è che le politiche deflazionistiche europee esercitano un significativo impatto globale, e che prima di formulare astruse congetture sarebbe opportuno dedicarsi a calcolare con maggiore precisione qual è il conto che il complesso finanziario-industriale alemanno sta facendo pagare all'economia mondiale. Se aspettiamo che lo capiscano i nostri alleati, poi potrebbe essere Dresda, e sarebbe un vero peccato.

Too big to what?
Concludo con una nota di attualità. Avrete tutti visto i cialtroneschi scenari catastrofisti sul Brexit. Scenari per lo più basati sul nulla, come abbiamo avuto modo di apprezzare in alcuni post precedenti, e animati solo dalla smania ideologica di dimostrare che l'esperimento nel quale ci hanno coinvolto non può essere arrestato: dobbiamo morire tutti, uno dopo l'altro, con certezza, per l'ottima ragione che fermare questa macchina forse ci ucciderebbe! Oh, quanto avversi al rischio sono (dopo) i governanti che con tanto sprezzo del pericolo ci hanno messo (prima) in questo pasticcio! Non è strana questa brusca virata?

Il fatto è che, a prescindere dal csao Brexit, l'argomento secondo cui "non si può rimettere il tubetto nel dentifricio" (espressione particolarmente cretina), cioè non si può smontare l'Unione Europea (e prima l'Eurozona) perché ci sarebbero effetti sistemici, perché l'Unione Europea è troppo grande perché il mondo possa sostenerne il fallimento, è del tutto illogico. Il punto è un altro: l'Unione Europea sta già fallendo, ed è troppo grande perché il mondo possa sostenerne il fallimento, per cui dobbiamo smantellarla! Da quando è iniziata la stagione dell'austerità abbiamo sottratto al resto del mondo qualcosa come un po' meno di mezzo punto di crescita reale all'anno (stimato per difetto nel modo che abbiamo visto).

Quanto pensiamo di poter continuare così?

Peraltro, il piddinissimo argomento del tubetto e del dentifricio offre una sponda razionale a chi voglia prospettare costruttivamente un mondo più stabile dal punto di vista politico e finanziario. Semplicemente, il fatto che l'Unione Europea sia percepita come "too big to fail" sta creando il tipico problema che la letteratura scientifica evidenzia in questi casi: un problema di moral hazard. I governanti europei, invece di perseguire la crescita nell'interesse della comunità internazionale, perseguono obiettivi propri, riferiti alle dinamiche politiche interne, confidando nel fatto che il loro giocattolo (l'Unione Europea), che tanto li ha aiutati a risolvere a casa loro il conflitto di classe (schiacciando i salari) non si potrà rompere, perché gli americani non lo vorranno, dato che "sarebbe una catastrofe".

Creare "superstati" (esattamente come creare megabanche) rende la classe politica (il management) meno responsabile, non più responsabile. E i risultati si vedono, sono sotto i nostri occhi. A contrario, questo potrebbe essere il motivo, o uno dei motivi, per cui da Hume a Jones a Diamond a Majone tanti studiosi ci ricordano come il frazionamento della sovranità politica sia stato (ma temo dovrò dire: fu) fra le cause del passato splendore europeo.

Questo dicono i numeri, questo dice la logica.

Gli stolti dicono "più Europa contro la sechiular staghgnieiscion".


Non praevalebunt.




Appendice
La tabella dei contributi alla crescita con millemila decimali (dedicata agli ingengngnieri):



martedì 12 maggio 2015

QED 50: "A mme m'ha rovinato 'a Conzurta, se no a quest'ora stavo alle Cayman"

L'antefatto
Nel dicembre scorso pubblicammo su questo sito un estratto dello scenario tendenziale del modello di a/simmetrie. Fra le varie indicazioni che emergevano (ce ne sono molte, saranno oggetto di vari QED, una - l'aumento della disoccupazione - implicitamente lo è già stato), una era particolarmente eloquente: a differenza di quanto prevedeva lo scenario tendenziale del FMI, nel nostro scenario si prevedeva che i saldi di finanza pubblica sarebbero peggiorati.


Vi ricordo che nello scorso autunno, la Francia aveva platealmente annunciato, il 2 ottobre, di battersene del parametro del 3% (ma in Francia non hanno votato il Fiscal compact? E non sono quindi tenuti ad avere il bilancio in pareggio? Cosa mi sono perso?). Immediatamente dopo, il 3 ottobre, il nostro governo, col dadaismo (apparente) che lo contraddistingue si produsse nella nota asserzione secondo cui il parametro del 3% era antiquato ma sarebbe stato rispettato.

A dicembre la posizione del governo era più o meno del tipo luce in fondo al tunnel con scappellamento a riforme strutturali come fosse più Europa con supercazzola federale.

La solita storia, insomma.

Ma intanto, visto che il moltiplicatore dell'Italia è maggiore di uno, come il nostro modello (insieme a tanti altri) aveva dimostrato, a qualsiasi essere senziente era chiaro che gli appelli renziani al rigore avrebbero avuto in Italia i noti effetti perversi: quelli di far diminuire il Pil di 1.5, a fronte di ogni diminuzione del debito di 1 (con aumento del rapporto fra debito e Pil). Si sa che succede così: lo dicono i libri, ed è appena successo in Grecia.

Quindi perché insistere? Era chiaro che proprio insistendo sulla via dei tagli ci si sarebbe messi in condizione di non rispettare quel parametro al quale, pur antiquato, si teneva così tanto per non si sa bene per quale motivo!

Ma qui si entra nel campo della psichiatria.

Per tornare al mio campo, era assolutamente ovvio, per noi, e secondo me anche per Renzi, che la sua pantomima rigorista, eseguita a uso e consumo di Angelona nostra, sarebbe stata smentita dai fatti. Il povero giostraio si trovava quindi nella solita, spiacevole necessità: quella di volere i mezzi, avendo voluto un fine assurdo.

Ma Fortuna audaces juvat, avrà pensato il baldo giovinetto.

E infatti non sbagliava.


Catastrofe (in senso etimologico)

Le cose, per definizione, vanno come devono andare (qui ci vorrebbe Hegel, ma purtroppo il nostro hegeliano di riferimento ci ha lasciato: forse era pagato dalla Digos. Ve lo ricordate?).

L'ISTAT ci dice (il 7 maggio) che la ripresa ora c'è. Ma attenzione a tre decisivi dettagli tecnici (sì, lo so, la tecnica vi è mancata...).

Dettaglio numero 1
Intanto, per "ripresa" si intende una crescita dello 0.7%. Una valutazione "stranamente" in linea con le stime "prudenziali" contenute nel DEF (a pagina 8):


Come si arriva a cotanta crescita nel DEF approvato? Con una revisione, rispetto alle stime dello scorso anno, determinata prevalentemente da tre fattori, che vedete in questa Tabella:



(a pagina 16 del DEF).

L'aggiustamento totale è dello 0.6, il che, come nota anche D'Attorre (che è bersaniano, ma è tanto un bravo ragazzo) significa che in assenza di aggiustamento la stima sarebbe 0.7-0.6=0.1, da cui due considerazioni. Una, che tutti gli elementi positivi dipendono da circostanze esogene (la diminuzione del prezzo del petrolio, la svalutazione dell'euro, il calo dei tassi di interesse). Questo significa che non sono state "le riforme strutturali" ad aiutarci, ma una poderosa botta di fortuna. Una seconda, che bisogna vedere come sia stato stimato l'impatto del Fato nel consolidare la nostra crescita. Perché, vedete, a me, ad esempio, non risulta che una svalutazione del cambio dell'euro abbia un impatto positivo così rilevante sull'economia italiana.

Anzi!

Nel primo anno il suo impatto mi risulta quasi nullo, e nel secondo anno addirittura negativo. I motivi li ho spiegati qui, e il lavoro è stato pubblicato con #pirreviù qui:


Siccome, data la struttura delle elasticità dei flussi di commercio bilaterali, un riallineamento del cambio non fa aumentare in modo consistente la domanda estera netta, non fa nemmeno aumentare in modo consistente il Pil.

Secondo il nostro modello la crescita del 2015 (if any) si spiega quasi tutta con gli effetti del calo del prezzo del petrolio. L'euro c'entra poco o nulla (se non, indirettamente, per il fatto di aver contrastato, svalutandosi, gli effetti benefici dal lato dell'offerta del calo del prezzo delle materie prime).

Da qui gli altri due dettagli tecnici.

Dettaglio numero 2
Il primo, banale, è che certamente il modello del MEF (se esiste) sovrastima come tutti tranne quello di a/simmetrie l'impatto della svalutazione del cambio, semplicemente perché considera i flussi di commercio aggregati, anziché quelli bilaterali fra l'Italia e i principali partner di riferimento. Come spieghiamo nel presentare il nostro modello:

ovvero, se non distingui i flussi commerciali per origine e destinazione, ma stimi l'effetto del cambio sul totale del commercio, fai un bel miscuglio fra la stima dell'impatto del cambio rispetto a paesi vicini (e commercialmente integrati) e lontani (e meno commercialmente integrati): la stima risultante ti darà un impatto "medio", che sarà più elevato dell'impatto rispetto ai paesi "lontani" (che sono quelli rispetto ai quali svaluti se l'euro scende), e meno elevato dell'impatto effettivo rispetto ai paesi "vicini" (che sono quelli rispetto ai quali se l'euro scende non cambia nulla). La morale della favola è che un modello che non consideri i flussi di commercio disaggregati tenderà a sopravvalutare l'impatto della svalutazione sulla crescita, come fa probabilmente il modello (se esiste) del MEF, e certamente (se esistono) gli esperti del MEF.

Dettaglio numero 2
Indipendentemente da questi problemi strutturali, le previsioni "prudenziali" del MEF si basano su ipotesi abbastanza generose col Governo (cioè col MEF stesso). In effetti, il quadro delle esogene riportato a pagina 10:


vede nel 2015 il prezzo del greggio a 56.7, e poi sostanzialmente costante negli anni a venire, e l'euro/dollaro a 1.08, e poi sostanzialmente costante negli anni a venire.

Questa seconda ipotesi mi preoccupa di meno, perché il nostro problema non è il cambio con il dollaro, ma con il marco. Eh? Come? Il marco non c'è più!? Ecco, bravi: quello è il problema.

Viceversa, il prezzo del petrolio sì che è importante! Il modello di a/simmetrie prevede che un suo aumento del 50% abbia un impatto sulla crescita pari a -0.35 nell'anno in cui si verifica. Ora, fatto sta che il petrolio la sua tendenza l'ha invertita, sta già a 59 dollari (quello americano) e 64 dollari (il Brent), con questa dinamica:


(che trovate qui). Una dinamica che conferma le previsioni di Jacques Sapir (uno che di solito ci coglie) e che ci lascia intuire come una stima più realistica per il prezzo (media annuale) possa essere facilmente superiore del 50% rispetto al minimo intorno a 50 dollari toccato approssimativamente all'inizio dell'anno, cioè che il petrolio possa arrivare prima dell'estato intorno ai 75 dollari (se va bene, perché se va male Jacques prevede che si possa anche rimbalzare a 100 dollari, con un aumento del 100% - cioè un raddoppio - rispetto al minimo di 50). Notate che nel primo caso di fatto il prezzo del petrolio in media d'anno non cambierebbe fra 2014 e 2015, e quindi il "tesoretto della crescita" scomparirebbe, se esso è dovuto, come ritengo, interamente all'ipotesi che il prezzo del petrolio del 2015 sarebbe stato inferiore di circa metà (in media d'anno) a quello del 2014.

In sintesi, il prezzo del petrolio potrebbe catastrofarsi, cioè capovolgersi (sapete com'è devo studiare greco, non torno sul problema...), mandando a carte quarantotto le previsioni del governo.

Dettaglio tecnico numero 3
Occhio poi, che i saldi fiscali si calcolano dividendo le variabili fiscali per il il Pil nominale, quindi bisogna anche vedere cosa sta succedendo all'inflazzzzzzzione, che era tanto brutta, ma solo prima che sperimentassimo la deflazione. Ora, il DEF dà una crescita del deflatore del Pil a 0.7, che messa insieme allo 0.7 di crescita reale fa un 1.4 di crescita nominale (data appunto dalla somma della crescita del prodotto in volume, e dell'indice dei prezzi). Ma l'inflazione stagna (cioè invece che di 0.7, i prezzi stanno crescendo di 0). La stagnazione dei prezzi è anch'essa una minaccia per la tenuta delle promesse di Renzi all'Europa. Mi pare strano che nessuno se ne stia accorgendo.


Epilogo

O forse sì...

Come da copione, è intervenuto il destino cinico e baro a togliere dai pasticci il nostro premier. Lui aveva appena annunciato un tesoretto (al quale peraltro non credeva nessuno, nemmeno i platerotidi - il che è tutto dire!), quand'ecco che la Consulta dichiara incostituzionale un aspetto non trascurabile della riforma Fornero.


Come era deterministicamente prevedibile e da me previsto in data 8 maggio 2015:



Ah, no, scusate, ho preso l'originale (per il quale ringrazio il compagno Totò Triolo - rho con spirito aspro, essendo palemmitano), mentre qui stavamo parlando del fake, che in questo caso fa, come non sempre accade, fa ancora più ridere:



(...l'integrale dell'intervento di Renzi è qui...)

Come dicevo nell'intervista rilasciata l'8 maggio all'ottimo Vernizzi:

E questa volta per il QED c'è voluto veramente poco! A soli quattro giorni dall'uscita dell'intervista infatti il fiorentino per caso segue la strada che i fatti gli tracciavano: quella di dare agli altri la colpa di un proprio inevitabile fallimento (fallimento, come sempre, rispetto agli obiettivi dichiarati)...

L'austero calvinista Tommaso Padoa Schioppa non apprezzerebbe un comportamento simile.

E voi?

mercoledì 24 settembre 2014

Bagnai a pezzi.

Mentre il vecchio Joe dorme il sonno del giusto, dopo aver dato il meglio di sé, ad a/simmetrie lavoriamo a bestia per analizzare scenari di eurexit, robe tipo questa:




che vi spiegherò al goofy3 (abbiamo il progetto grafico, fra una settimana partiamo con le iscrizioni...).

Mi scrive Christian, che mi capisce al volo. Riporto per vostra edificazione la mia risposta:


Il 24/09/2014 01:06, Alberto Bagnai ha scritto:

Ottimo. La mia logica, come hai capito, è quella di spiegare agli amici "de sinistra" che PRIMA si svaluta, e DOPO si fa politica espansiva...










(e adesso, care Erinni, non mi picchiate, altrimenti...)