(...chiudiamo l'anno con questo contributo di un nostro nuovo amico...)
Michael Schotensack ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'intervista":
Gentile professore, qualche giorno fa ho inviato un commento non pubblicato. Non so se perché era critico o perché x mancanza di know-how è partito anonimo o si è perso da qualche parte nell'etere. Ci riprovo:
Sono grato e ammirato per il lavoro che sta facendo per stimolare una riflessione che vada oltre Striscia la Notizia o il pensiero unico.
Essendo tedesco capirà forse che trovo difficile da digerire e incompatibile con il livello della discussione i repentini attacchi di razzismo ai quali è soggetto (cyclon b e simili). Inoltre il mio livello di expertise in economia è dilettantistico, si tratta quindi del punto di vista di un "uomo della strada".
In sintesi trovo indegno di un grande paese come l'Italia continuare a puntare il dito contro la Germania come causa di tutti i propri guai.
Non è, direi, colpa della Germania se i trattati europei, pur essendo in contrasto con la Costituzione di questo paese, siano stati firmati, accettati all'unanimità dal parlamento, senza, mi pare, contestazioni da parte di chi è deputato a vigilare il rispetto della Costituzione.
Non è colpa della Germania se nell'81 i "grandi statisti" Andreatta e Ciampi hanno perpetrato un colpo di stato senza incontrare alcun'opposizione, soprattutto a sinistra. Non è colpa della Germania se in Italia si utilizza soltanto una minima fetta dei fondi europei, e quella per di più male (per non parlare delle solite cose di mafia, sprechi, corruzione e un livello alto di disonestà - vedi ultimamente le casette per i terremotati).
Ha del patetico lamentarsi che la Germania esporti troppo quando il ministro del lavoro (sì, del LAVORO!)si fa scarrozzare in BMW, Berlusconi gira in Audi, Visco in Mercedes, la polizia italiana più che altro in Skoda e BMW, ecc,ecc. Anche la Deutsche Bank mi pare abbia una serie di sportelli che funzionano in questo paese. Non è colpa della Germania se l'Italia esprime una classe politica inetta e senza fierezza, non è colpa della Germania se nessun partito politico al governo ha le palle per stampare biglietti di stato per la ricostruzione post catastrofe o semplicemente per rilanciare l'economia domestica (cosa secondo Galloni e Contini assolutamente compatibile con i trattati senza bisogno di uscire dall'€), invece di piangere per la rubata sovranità monetaria (per non parlare delle possibilità date in questo senso dal lancio di una cryptovaluta, se si superano i problemi energetici). Infine non capisco dove sta scritto che gli italiani debbano fare o subire tutto ciò che viene in mente ai tedeschi! È o non è un paese sovrano?
Con tutto ciò ovviamente non voglio dire con la solita arroganza tedesca che da noi tutto vada bene, che abbiamo il monopolio della verità (anche se spesso siamo convinti del contrario), sono anche consapevole dei vari scandali Siemens, Volkswagen ecc.
Mi sembra semplicemente un enorme peccato che l'eventuale arroganza tedesca non incontri nessuna resistenza seria. Anche questo vuol dire colludere con un europa deludente, anche questo vuol dire non dare il proprio contributo, morale soprattutto.
Postato da Michael Schotensack in Goofynomics alle 27 dicembre 2017 20:17
Caro Michael,
passato l'iniziale urto di nervi per il tuo piagnisteo sul non esser stato pubblicato (non ci sono più i tedeschi di una volta!), ecco che finalmente posso dedicare un po' di tempo alla tua lettera, della quale ti sono grato perché mi permette di chiarire la mia posizione (che è quella di molti altri lettori del blog), e anche di legare in un ragionamento coerente una serie di contributi sparsi nel flusso di questo blog, operazione particolarmente salutare a fine anno.
Comincio col rassicurarti: il tuo primo commento, qui, non è mai arrivato. Temo che tu abbia fatto qualche errore nell'inviarlo, una eventualità che tu stesso con molta onestà consideri e che un italiano "medio" (o mediocre, come un qualsiasi giornalista) escluderebbe a priori. "Come!" (direbbe il mediocre: ce ne sono ovunque, anche qui, come tu ci ricordi con solidarietà) "Un tedesco, un figlio di quel popolo che ha fatto della precisione (ma gli orologi sono svizzeri, Ndr) e della tecnologia (ma la VolksWagen è tedesca, come tu stesso ammetti) un vanto, avrebbe commesso un errore nell'effettuare un compito tanto banale quanto inviare un commento a un blog! Questo non è possibile! In Germania i treni arrivano in orario (ma gli aeroporti no, Ndr), quindi se il commento non è stato pubblicato, vuol dire solo che Bagnai censura perché ha paura del confronto!"
(...nota che ti ho messo un link in tedesco perché io, che sono ingenuo, do per scontato che tu sia quello che dici, cioè tedesco, nel qual caso sei molto colto perché la tua lettera è scritta molto bene, e anche anziano, perché nella tua lettera c'è memoria, e una certa saggezza - ovviamente, pro domo tua, il che non è un male, anzi...)
Noi, qui, abbiamo fatto opera di verità, e siamo quindi stati i primi a dire due cose che oggi tutti ammettono (almeno nella letteratura scientifica, e sui giornali tedeschi: quelli italiani no per i motivi che anche tu stigmatizzi): ovvero che il relativo successo tedesco non era dovuto a una strategia di politica industriale basata su importanti investimenti in infrastrutture e ricerca e sviluppo (qui è un esempio di dove lo dicevo io, qui un esempio di dove lo dite voi, e qui un esempio di dove lo dicono i nostri padroni: nostri: miei e tuoi... Per inciso: il problema era chiaro a voi prima che a tutti gli altri, come le date dei link dimostrano), ma piuttosto a una suicida politica di "moderazione" salariale (ne parlo più avanti).
Anche tu (lo dico con simpatia), in coerenza con la non-politica industriale del tuo paese hai inviato il tuo primo commento prima di investire in conoscenza: e così è andato perso. Poi, però, in coerenza con una qualità del tuo popolo, alla quale cerco di ispirarmi, la tenacia, hai insistito: ed eccoti qui, in prima pagina!
Ho poco tempo: mi attende una serata piddina (forse non sai di cosa si tratti, i miei lettori lo sanno e mi piangono), e quindi non potrò dar corso a tutti gli stimoli che la tua lettera propone (ma se vorrai ci sarà un seguito). Parto da due presupposti metodologici: uno riguarda la Germania, e uno riguarda l'Europa.
Mi rendo conto che il mio modo un po' brusco di ricordare un certo passato possa essere urticante per un tedesco e mi dispiace. D'altra parte, credo che l'alternativa, cioè dimenticarselo, non sia molto valida. In questo momento abbiamo molto bisogno di memoria: una pessima memoria è meglio di nessuna memoria, proprio perché il potere insiste nel cercare di convincerci che "questa volta è diverso". La Bayer, nella sua lunga storia, non ha prodotto solo insetticidi, o, per meglio dire: i suoi prodotti non sempre sono stati destinati all'uso per il quale erano stati concepiti. Ricordarlo può essere inopportuno, ma non è razzismo. Peraltro, la storia italiana non è molto più gloriosa. Ma l'esercizio della conta dei morti a me non interessa, lo trovo squallidamente disumano. Il punto è che dobbiamo convivere, io e te, col fatto che né la nostra, né la vostra storia è stata scritta da noi, per il semplice fatto che i nostri paesi hanno perso una guerra, per essere subito dopo coinvolti in un'altra, "vinta" nel 1989. Quello che però vorrei ti fosse chiaro è che io non sono animato da un pregiudizio antitedesco. Tutt'altro! Leggi, leggi questa pagina, dove presentavo ai miei lettori (che sono un po' ruspanti, ma brave persone, in fondo), una grande pagina della nostra (mia e tua, dal 2013 anche loro) letteratura, una pagina mirabile sulla libertà di Dio, una pagina che utilizzo ogni giorno della mia vita, e nel farlo dicevo come sarebbe andata a finire (e in questi giorni abbiamo visto quanto avessi ahimè ragione). Quella pagina io l'ho scritta quattro anni fa: sono quattro anni, quattro fottuti anni, capisci, che sto dicendo che gli "europeisti" italiani, quelli che, come tu giustamente appunti, ci hanno condotto in Europa senza leggere (o facendo finta di non saper leggere) i Trattati, avrebbero rinnegato le loro responsabilità nella catastrofe che hanno concorso a preparare accusando voi, i tedeschi, di aver "tradito" un'idea tanto bella, che era bella perché, guarda un po', l'avevano avuta loro (i padri nobili italiani).
Io sono l'unico italiano ad aver chiarito ai suoi concittadini che la via di fuga degli "europeisti" sarebbe stato il fomentare un pericoloso sentimento antigermanico, e qui, su questo blog, che tu lo sappia (o lo capisca) o meno, ho cercato di fare una difficile, ma in alcuni casi proficua, opera di mediazione culturale per convincere i miei lettori, e gli italiani tutti, di quanto sbagliata fosse questa operazione.
Tuttavia, caro Michael, anche dando per scontato che tu, razionalmente, capisca e condivida questo mio sforzo nello smascherare le distruttive strategie delle nostre élite, devo dirti, con molto rispetto, che almeno sotto un profilo non sei molto migliore di loro. Perché, vedi, in fondo il tuo approccio è speculare e antisimmetrico al loro: anche tu sostieni che gli italiani dovrebbero opporsi all'arroganza tedesca, e questo, se non capisco male, per rendere l'Europa (che tu scrivi con la minuscola: ipercorrettivismo, o lapsus? Ma Freud era austriaco...) meno "deludente". Insomma: anche per te l'"Europa", cioè l'Unione Europea (che non è l'Europa: l'Europa siamo io e te, e poche altre persone), sarebbe un progetto valido, che però è reso deludente non (solo) perché i tedeschi sono arroganti, ma soprattutto perché gli italiani non si oppongono.
Ora, tu dai prova di un certo senno e di una certa sensibilità. Non ti viene quindi da ridere, rileggendo la tua lettera, che comincia accusandomi di razzismo (e quindi di fomentare con argomenti particolarmente inappropriati un conflitto fra le nostre culture), e termina sostenendo che la colpa è nostra perché... non vi combattiamo abbastanza!? Cosa può andare storto in un progetto comune che va male non perché i suoi partecipanti non cooperano abbastanza, ma perché non ci combattono abbastanza?
Vedi, tu naturalmente metti le mani avanti, dici, con umiltà (o con modestia, che non sono la stessa cosa), di non intendertene di economia, ecc. I soliti disclaimer che (perdonami) ho ascoltato mille volte, e sempre in contesti che mi hanno fatto dubitare della loro sincerità (ma tu sarai senz'altro sincero, ce lo dirà il seguito del dialogo, se ci sarà). Io però ti ho appena fatto capire quello che tu stesso ci hai detto, forse senza una completa Bewusstsein: non c'è alcun bisogno di accedere alla tecnica economica per capire che questo progetto non funziona e non può funzionare. La sua irrazionalità, quella di essere un progetto che per funzionare deve fomentare il conflitto, non dipende, in prima istanza, dall'arroganza tedesca, o dalla vigliaccheria italiana: non sono le qualità morali dei nostri popoli, che fra l'altro differiscono meno di quanto si creda (il che mi permette di essere sufficientemente a mio agio in Germania) a costituire il problema. Il problema è altrove: nelle intenzioni politiche, che sono state, come i miei lettori sanno, in primo luogo intenzioni classiste. L'euro è un episodio particolarmente acuto di lotta di classe, una cosa scoperta, pensa un po', da un tedesco (anche lui ebreo, guarda tu...). La sua natura è quella di imporre come unica valvola di aggiustamento macroeconomico il taglio dei salari (questo gli economisti lo sapevano e fin dall'inizio feci vedere che ne erano perfettamente coscienti), creando, fra l'altro, le condizioni politiche perché questa scelta politica si presenti come ineluttabile, come dato di natura (e di questo ho parlato tante volte, ma più organicamente qui).
Ora, tu ci racconti una Germania arrogante perché vincitrice e vincitrice perché arrogante.
Ma se tu fossi un vincitore, non perderesti tempo con me. La verità è che la Germania non esiste, come non esiste l'Europa. O, per meglio dire: non esistono la Germania e l'Europa della quale tu parli nella tua lettera. L'Europa esiste, ed è ormai confinata in questo blog e in poche altre sacche di resistenza: è memoria e esercizio del nostro patrimonio culturale, della nostra identità condivisa, della nostra feconda diversità. Insomma, è una cosa così (dove, per inciso, mi occupavo di uno che come te, e per i tuoi stessi motivi, mi aveva dato del razzista: perché non lo ero abbastanza col mio popolo). Non è l'Unione Europea, progetto fallimentare e nazista condannato dagli uomini e dalla storia. La Germania, qui, abbiamo imparato che non esiste. Non c'è una signora bionda, con l'elmo, che mangia crauti, produce macchine, e pensa solo a fottere il vicino. Ci sono tanti attori sociali, tanti interessi, tante aspirazioni, e tante classi sociali, che cercano, faticosamente, un equilibrio, una convivenza, in un processo faticoso, che i vostri governanti, tanto quanto i nostri, spesso ostacolano più che favorire (guarda ad esempio questo bel risultato!).
Ma il segreto dell'Unione Europea, il più accuratamente nascosto da quelle autentiche merde (perdona la caduta di stile, tu che sei così sensibile: è un giudizio statistico, ammette un 5% di eccezioni) che sono i nostri giornalisti (ma anche i vostri non scherzano: magari un giorno ci faremo spiegare da voi come risolvere il problema), il segreto più tremendo dell'Unione, perché se rivelato sarebbe più distruttivo, è che il paese vincitore, lungi dall'essere un monolite, è profondamente lacerato e pieno di perdenti, e lo è per il semplice motivo che in assenza di investimenti (vedi sopra), la superiorità competitiva è stata raggiunta distruggendo diritti e salari dei lavoratori. Io, questo, lo dico nel mio blog da tanti, tanti anni (ad esempio qui), e ne parlavo, con accenti di sincera solidarietà per i lavoratori tedeschi, nel mio primo bestseller (sai, il vantaggio di vivere in un paese di ignoranti è che ci vuole poco a scrivere un bestseller...). Non sai quanti insulti mi sono preso (senza querelare, perché allora non querelavo) da centinaia di persone: tutti italiani! Eppure, oggi quello che dicevo io lo dice, farisaicamente e in ritardo, un tedesco non da poco (per gli addetti ai lavori).
Capisci quindi qual è il problema? Se i nostri governanti hanno firmato i Trattati, un motivo c'è, e ce lo ha spiegato tanto bene Kevin Featherstone (ne parlo nel mio secondo bestseller, se vuoi te lo mando): il loro problema (delle élite italiane, quelle che oggi "i tedeschi sò tanti cattivi, signora mia!") era vincere la lotta di classe in casa loro, creando un sistema che schiacciasse i salari dei loro lavoratori (degli italiani). Non hanno capito una cosa molto semplice: che i lavoratori tedeschi stavano (meritatamente) meglio in termini relativi, e che quindi mettendosi sulla strada della compressione dei salari e della domanda le élite periferiche giocavano a un gioco al quale il paese avrebbe perso: perché un conto è tagliare del 10% un salario tedesco, e un altro conto tagliare della stessa percentuale un salario italiano. A simple as that: come vedi, non c'entra nulla il carattere, la morale, il moralismo: c'entra il perseguire i propri interessi in modo miope, che, se vuoi, è la definizione stessa di politica, in Italia come in Germania (tant'è che ogni tanto il resto del mondo si coalizza contro di voi e vi pialla, cosa della quale non sono particolarmente contento, e che temo presto succederà di nuovo). Naturalmente, il gioco al ribasso è per sua natura un gioco al quale tutti perdono: Armut, Ungleicheit, e fatalmente, se le cose stanno così, e ovvio che si cerchi un'Alternative.
Ai poveri voglio bene, per carità... ma i tedeschi poveri sono più pericolosi di quelli ricchi!
Pensa che di questa semplice verità (impoverire i tedeschi non è una buona idea), che io affermavo anni or sono, perché è banale (tutti gli storici sanno com'è andata), ora i Bocconi boys vengono a parlarci come fosse un parto delle loro geniali menti (ovviamente, mentre i loro sodali negano la correlazione fra voto per AfD e povertà in Germania: vedi a cosa serve la memoria, e quanto ce n'è bisogno?).
Tutto il resto sono dettagli. Certo che alla fine, prima o dopo l'esplosione inevitabile di questo sistema irrazionale, dovremo anche disobbedire alle norme dei Trattati. Tutte le opzioni che ci proponi per "opporci" sono in effetti violazioni dei Trattati: lo è stampare la propria moneta, lo è non indire un bando europeo per una fornitura pubblica, ecc. Non lo sapevi? Ma il vero problema è: possiamo continuare a vivere in un sistema nel quale il nostro unico orizzonte politico è lottare con i nostri alleati più ferocemente che con i nostri pretesi nemici (la Cina, la Russia, ecc.)?
E la risposta è ovvia, ed è: nein.
Ecco: questo è il primo cortese ma fermo nein che un tedesco sente da un italiano in tanti anni. Se capiterà, se la mia vita me ne darà l'opportunità, ne andrò a dire qualcun altro a qualche tedesco più importante di te e di me. Ma non lo dirò per "salvare" un progetto "deludente". Lo dirò per terminare un accordo irrazionale. Sono due cose diverse, e spero che questa breve chiacchierata ti abbia dato qualche elemento per valutare apprezzare la differenza.
E ora, buon anno, e buona fortuna. Io abito Roma, e a Roma è andata meglio che a Dresda. So che sono inopportuno a ricordarlo, ma alla fine il problema resta sempre quello: per un italiano allearsi con un tedesco significa essere costretti a fare la guerra agli americani (se ne parlava poco fa). Anche questo non è molto razionale: il minimo che si possa dire è che non ha funzionato. Spero che questa volta non si arrivi a tanto, e, ne sono sicuro, tu lo speri più di me.
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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domenica 31 dicembre 2017
martedì 31 ottobre 2017
Vincolo esterno e vincolo interno.
...che poi, scusate, se il vantaggio di entrare nell'euro fosse stato che il calo dei fatturati, e in particolare dell'export (vincolo esterno), avrebbe stimolato le imprese ad essere più produttive, se la logica fosse veramente questa, un po' autoritaria, del mettere in difficoltà la gente perché reagisca con uno scatto di orgoglio, credo che a tutti dovrebbe immediatamente venire in mente una riflessione ovvia! Una uguale necessità di stimolare la produttività per rilanciare i fatturati si sarebbe avuta se, a parità di altre condizioni, non fossero state fatte tante riforme il cui scopo, in definitiva, era quello di abbattere il costo del lavoro! La necessità di far "rendere" di più un lavoratore che ti costa il giusto (vincolo interno) avrebbe ugualmente stimolato l'imprenditore a adottare tecnologie più produttive, a competere veramente sul piano dell'innovazione e della ricerca. Il lavoratore pagato il giusto avrebbe poi potuto anche comprare il giusto (alimentando la domanda interna). Invece si è scelto di penalizzare la nostra impresa sui mercati esteri per penalizzare i nostri lavoratori sui mercati interni ("fatti pagare di meno o chiudiamo..."), col risultato di penalizzare le nostre imprese sui mercati interni. Ora, la maggior parte delle nostre imprese da sempre si rivolge al mercato estero. Siamo un paese esportatore perché dipendiamo dalle materie prime estere, che non si possono acquisire se non si esporta. Questa è storia. Poi c'è l'attualità: il paese sta morendo, ma siccome all'estero un po' di ripresa c'è, alcuni imprenditori vivono la piacevole illusione ottica di godersi i meritati risultati del loro sforzo, mentre, in realtà, quelli che stanno godendo sono i risultato del loro sforzo e delle altrui politiche economiche, meno autolesioniste della nostra, che fanno sì che i loro clienti esteri abbiano ancora soldi per pagare. Ma un'impresa può campare solo sull'estero? Detto in altri termini: possono resistere cellule sane in un tessuto economico e sociale che tende alla necrosi? Sicuri? La vita non è fatta solo di clienti col portafoglio temporaneamente pieno perché sono dalla parte giusta dell'Europa. C'è anche dell'altro, ma cosa sia rinuncio a spiegarlo (e non sto parlando di valori morali, ma di cose molto concrete): se chi ha necessità di capirlo potesse farlo, spiegarlo sarebbe inutile perché avrebbe già capito. La scelta di privilegiare il vincolo esterno (la compressione dei fatturati, e quindi delle retribuzioni) rispetto a quello interno (la difesa delle retribuzioni) è una scelta politica, che risponde a precisi interessi distributivi: quelli di chi vuole che i salari calino, fottendosene se questo uccide il paese, perché tanto all'estero qualcuno che compra c'è. Quando un'impresa ragiona così, da organo diventa tumore. E il tumore, poverino, fa una brutta fine: uccide il corpo che lo ospita, pensando di essere furbo, salvo poi accorgersi, a decesso avvenuto, che la morte del corpo è la morte di tutte le sue cellule: tumore incluso. Alcune imprese hanno potuto salvarsi dal declino italiano andandosene: ma non a tutte sarà dato questo. Ovviamente, la colpa sarà sempre delle tasse, del Sud fannullone, della burocrazia, degli altri.
Mai della propria incapacità di vedersi come cellule di un organismo.
Amen.
Mai della propria incapacità di vedersi come cellule di un organismo.
Amen.
domenica 18 giugno 2017
Il moralismo del mainstream
Qualche sera fa, dopo un piacevole incontro con alcuni soci romani (piacevole per me, per loro non ne ho idea...) me ne sono andato col nostro tesoriere a sentire il saggio di viola da gamba di Roberta in una chiesa che vi sfido a riconoscere... ma siccome sono buono, vi do subito l'indizio risolutore (la pala d'altare). Chissà quanti di quelli che fra voi vogliono brandire uno spadone a due mani per contrastare l'invasione (?) riconosceranno il santo effigiato?
Mentre si andava, Paolo mi raccontava come mi aveva conosciuto: leggendo Le aporie del più Europa su Micromega. Da lì era arrivato al blog. Poi aveva organizzato un incontro a Milano, con grande competenza, e il resto lo sapete (siamo rimasti in contatto, quando ho deciso di creare a/simmetrie l'ho incaricato di studiare il da farsi, ecc.).
Il suo racconto promuoveva in me diverse riflessioni.
La famiglia sta crescendo, come forse vedrete. Abbiamo superato quota 4000 lettori fissi, e stiamo per superare quota 40000 follower su Twitter. Questi ultimi contano abbastanza poco: credo che almeno un terzo siano bot, e ho dato loro appuntamento al 23 agosto, quando provvederò a spidocchiare la lista (cercate di non andarci di mezzo). In ogni caso, Twitter è una fogna e una perdita di tempo: credo che lascerò perdere, tanto le notizie venite comunque a darmele qui, dove la clientela è più selezionata. Ma la riflessione che facevo era diversa: mi stupisce vedere come il messaggio continui a diffondersi, e mi rallegra ogni volta che qualcuno scrive "sono arrivato qui x mesi fa" (con x<60). Mi stupisce perché, oggettivamente, questo blog non è di facile approccio. Non è un posto per turisti né per i temi trattati, né per il modo in cui vengono trattati, né per il modo in cui la discussione viene gestita.
Eppure continuiamo a crescere.
Ovviamente sarebbe importante sapere da ognuno di voi cosa vi ha portato qui. La mia sensazione è che sia importante evitare il tipico errore "de sinistra". Ricordate Eurodelitto ed eurocastigo? Cosa mi dice il simpatico agente della polizia politica, quando lo incontro dopo il dibattito? "I nostri non sono ancora pronti". Ecco: l'errore della sinistra "de sinistra" (ma anche della destra "de destra", onestamente) è quello di voler parlare "ai nostri". A sinistra, dato che ci si basa sulla presunzione di parlare ai povery, e che grazie alle politiche implementate dalla sinistra questi sono aumentati, la cosa avrebbe anche un senso, in linea puramente teorica! Certo, se fai il politico, come Serendippo amabilmente continua a ricordarci, non importa che tu sia un cialtrone, che tu menta sapendo o non sapendo di mentire, che tu prometta sapendo che non manterrai: contano i numeri.
O no?
Secondo me no, nel senso di "non solo". Conta un po' anche come li ottieni, questi numeri. Tuttavia questa discussione è puramente accademica (e infatti non di etica voglio parlarvi, ma di moralismo). Lo è perché nonostante le torsioni autoritarie che si cercherà di imporre alla legge elettorale, per realizzare un miracolo alla francese (governare con la maggioranza assoluta avendo ricevuto l'investitura da meno di un quinto della popolazione), qui da noi alla fine è probabile che la maggioranza non l'avrà nessuno, e si assisterà al paradosso di partiti che hanno cercato di raccogliere voti dichiarando che non si sarebbero alleati con nessuno, ma che per non buttare quei voti al cesso dovranno allearsi con qualcuno (e voi sapete che io vedo un asse PD-5* come non improbabile). Ora, il punto è semplice: se nessuno ha la maggioranza, parlare "ai nostri" non basta! Bisogna parlare anche "ai loro", cioè agli altri.
In un momento in cui gli interessi di tutti (dei nostri, dei vostri e dei loro) sono conclulcati da un progetto esterno alla nostra comunità nazionale, questo non dovrebbe essere difficilissimo. Eppure è impossibile, per i politici, che sono più risk averse delle nostre care nonnine: chi lascia la via vecchia per la nuova...
In ogni caso, dal racconto di Paolo capivo che il dialogo, del quale ho la stima che ho espresso nel post precedente e che rinuncio a tradurre in metafora, se ha un valore gnoseologico nullo, tuttavia un suo valore epistemico ce l'ha: muoversi in contesti inutili è una strategia tatticamente utile perché qualcuno a casa lo si riporta sempre. Non so se ricordate il contesto del 2012. Era un contesto in cui, tanto per esser chiari, Sergio mi diceva "Alberto, non puoi dire che l'euro è fascista, non puoi comportarti come Donald!" (ora lo dice lui), e io pensavo "Certo che questi sono proprio nati collaborazionisti!" (ora credo lo pensi lui - di altri). Le cose in cinque anni sono cambiate, e io ho rivisto le mie valutazioni, ma se allora avessi ritenuto di essere "integerrimo" e di non collaborare col nemico (che tale era ed è chi non aveva o non ha ancora compiutamente compreso in che guai siamo), semplicemente non avrei scritto per Sergio e non avrei conosciuto Paolo.
Così, occasioni come Pordenone, o l'almanacco di MicroMega (dove mi è stato contrapposto a mia insaputa come antitesi un ex funzionario di Banca d'Italia - in ovvio ed evidente conflitto di interessi e in overflow di luoghi comuni - e come sintesi un economista ignoto ai repertori internazionali della ricerca scientifica), se da un lato possono sembrare limitanti o controproducenti (perché in effetti esiste il rischio di nobilitare avversari privi di competenze specifiche o di dignità scientifica), d'altra parte, secondo me, un paio di volte all'anno vanno fatte. Se la differenza esiste (ed esiste a tutti i livelli: scientifico, politico e letterario) la si vede comunque, e il mio problema non è mai convincere chi non la vede: uno così è perso in ogni caso, e se lo si acquistasse non si saprebbe cosa fargli fare. Il mio problema è offrire agli altri, a chi sente che certe parole suonano false, l'opportunità di ritrovare fiducia nell'intelletto umano e nella sua capacità di ordinare i fatti in modo coerente.
Unire i puntini, insomma: quella sensazione tanto liberatoria, che vi ha trattenuto qui.
Resta poi il problema di come aiutare chi arriva qui a inserirsi, considerando che in questo blog è stato detto praticamente tutto quello che c'era da dire, molto grazie a voi, ma in un modo magmatico e sconnesso che deve in qualche modo essere sistematizzato. Certo, si può anche suggerire a chi vuole capire qualcosa di leggersi i due libri, ma sembra sempre inopportuno. Laggente sono (giustamente, per carità!) attaccati ai soldi, e quindi se gli suggerisci di cacciarli, ti imputano immediatamente un movente venale (non avendo alcuna idea di quanto si guadagni da un libro). D'altra parte, raccapezzarsi qua dentro non è facile. Io stesso mi stupisco di aver scritto certe cose, io stesso mi chiedo: "ma come avevo fatto a capirlo!?", considerando che ora mi sento piuttosto stanco e smarrito, e capisco solo che la Germania vuole l'atomica e che bisogna comunque prepararsi al peggio...
Mentre giravo per la chiesa, una chiesa sempre chiusa, di antichissima origine, ma praticamente ignota ai turisti, incontravo, così, buttato in un angolo, il noto blogger del primo secolo:
(e pensavo: a Giessen questo lo metterebbero - forse - in un museo), anche in versione anonima:
(chissà chi l'ha cancellato...).
Roberta aveva altro a cui pensare:
Accordava, accanto alla sua maestra (che era stata mia compagna di conservatorio, quando veniva nella classe di basso continuo ad aiutarci per i saggi), ed era sufficientemente concentrata da ignorare la ricchezza di ornamentazione:
e di memorie:
che in quel luogo si erano stratificate lungo più di dodici secoli, fino al neoclassicismo (quello artistico - di quello economico parliamo dopo) compreso:
passando per il Rinascimento:
e, naturalmente, per la Controriforma:
(l'animo di Paolo si esaltava nel riconoscere un santo della sua terra...).
Poi siamo andati a cena in un ristorante oleograficamente romano (dove però - notate la congiunzione - si mangia bene), tappezzato da foto della dolce vita, delle quali una mi ha colpito:
Gervaso ignoro cosa abbia mai fatto: non l'ho incontrato. Dell'altro ho la stima che ho di Einaudi, ma mi piace qui segnalare un simpatico paradosso. La sua frase "Conosco molti furfanti che fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante" credo possa essere sottoscritta da chiunque. Fatto sta che chi la pronunciò è diventato il padre nobile di quanti in Italia hanno trasformato il moralismo in categoria politica sostenendo il frame liberista della crisi da debito pubblico.
E chi è più moralista dei liberisti?
Lo studio della produttività, al quale mi sto dedicando di nuovo dopo una parentesi, riprendendo un percorso iniziato il primo maggio del 2013, è un ottimo terreno di analisi. Mi pare che esso offra una messe di esempi su cosa sia il moralismo: è, sostanzialmente, applicare giudizi di valore diversi a fattispecie uguali. Il moralismo è sempre asimmetrico, anche perché nasce come espressione di rapporti di forza, non di tensione etica: è lo strumento col quale l'oppressore vuole fiaccare il morale dell'oppresso.
Ma veniamo alla tecnica, che a voi interessa così tanto e a me così poco.
Le spiegazioni neoclassiche della relazione fra tasso di cambio e produttività si basano su una simpatica logica darwinista (nel senso becero del termine): il risultato aggregato migliora (e quindi il paese diventa più progredito, ricco e competitivo) se gli inetti a vivere vengono tolti di mezzo. Naturalmente l'apertura dei mercati alla concorrenza internazionale è uno degli strumenti più efficaci a questo scopo. Il modello più citato in questa letteratura è quello di Melitz e Ottaviano (2008), che considera imprese eterogenee, dotate di diversi livelli di produttività. La sintesi sulle relazioni fra apertura al commercio e produttività è a p. 307:
Il commercio incrementa la produttività aggregata costringendo le imprese meno produttive a uscire dal mercato. Che poi significa chiudere. Ovviamente nel paper c'è molto di più, ma non mi sembra di averci trovato un suggerimento su cosa far fare agli imprenditori che chiudono (e ai loro operai): alla fine, se il loro sacrificio contribuisce ad alzare il voto in pagella al paese, magari sarà il caso di manifestar loro un po' di solidarietà! Ma queste considerazioni eccederebbero gli scopi del lavoro, che è un lavoro di economia, più che di politica economica.
Mi interessa sottolineare l'atteggiamento mentale: salta chi può!
Ora, figuratevi se io sono contrario! Sapete bene che questa è esattamente la mia filosofia. Infatti, io salto, perché io può (e altri molto meno; p.s.: oggi siamo 2990-esimi).
Tuttavia, se le cose stessero solo così, allora noi, con l'entrata nell'euro, che ci ha alzato l'asticella della competitività di prezzo infliggendoci una valuta sopravvalutata in termini reali, saremmo dovuti diventare più competitivi, giusto?
Ma le cose, come sapete, sono andate in modo diverso.
Una spiegazione la troviamo in questo studio, altrettanto interessante, di Tomlin e Fung (2010), del quale qui trovate la versione working paper. I due autori chiariscono che le cose sono un po' più complicate di così: non c'è solo la giusta punizione degli inetti, che il Mercato scaccia dal suo paradiso con la spada di fuoco del fallimento. C'è anche la tecnologia, che ha le sue caratteristiche. Guardate un po' come la mettono loro:
Un apprezzamento persistente del tasso di cambio reale, se da un lato "forces from the market" gli "smaller less productive plants" (l'igiene del mercato!), dall'altro, però, riduce la scala alla quale operano le imprese più grandi, che vendono di meno (a causa dello svantaggio competitivo), il che, in presenza di economie di scala, le rende meno produttive. Il risultato complessivo non si sa quale sia, perché il lavoro utilizza micro-dati. Ma una cosa è chiara: ci sono anche liberisti che Adam Smith, se non lo hanno letto (è molto difficile che ciò accada oggi, poiché Smith non è "alla frontiera della ricerca"), per lo meno lo riscrivono:
Si sa almeno dai suoi tempi, come ricordava anche Sylos Labini nel 1983, che l'innovazione (per Smith: la divisione del lavoro), e quindi la produttività, dipendono dalla scala del mercato. Un cambio sopravvalutato deprime la produttività perché impedisce alle imprese esportatrici di sfruttare le proprie economie di scala.
Questa spiegazione combacia meglio con quanto vediamo nei dati (qui due disegnini banali dal mio ultimo lavoro con Christian):
Dove il cambio va su, la produttività va giù, e non ci sono santi: i dati questo dicono, e, come vi ho appena mostrato, lo dicono anche i modelli di quelli "bravi" (cioè degli economisti liberisti, se vivono in un paese relativamente libero).
Ho assolutamente fiducia nel fatto che un domani i nostri colleghi bravi verranno a dire a noi che il tasso di cambio reale conta! Non dovrebbe costargli molto, visto che il modello per "microfondare" questa banale verità (cioè per dire una cosa semplice in modo abbastanza complicato da sentirsi intelligenti) già lo hanno a disposizione (come forse loro non sanno, perché quando sei sulla frontiera guardarsi indietro è pericoloso)!
(...apro e chiudo una parentesi per segnalare che sì, in effetti voi, dopo cinque anni di miei sforzi, se vi siete applicati un minimo ne sapete molto di più di tanti miei colleghi - e anche molto meno di altri! Tuttavia, questa non è una buona ragione per interromperli...)
Ora, so far so good. Si può sempre argomentare che i dati non forniscono un messaggio univoco, e che further empirical research is needed per verificare se il selection effect (la strage degli inetti) prevalga sullo scale effect (la compressione dei bravi). Ma questo mi interessa poco. Quello che mi interessa evidenziare è il moralismo del mainstream. Vedete: prendiamo per buono il fatto che si debba alzare l'asticella per migliorare. Prendiamo per buono che chi debba alzare l'asticella e di quanto non sia un problema politico ma tecnico, o sia un problema politico e quindi non interessi i tecnici bravi. Prendiamo per buona questa logica.
Io, ripeto, la prendo per buona perché so di potermela permettere a vari livelli e in diversi campi (divertitevi leggendo questo post... erano altri tempi, o questa recensione, fatta da un tedesco, cioè da uno bravo)!
Quello che sento di non potermi permettere (e che nessuno, in ambito scientifico, dovrebbe permettersi) è utilizzare logiche diverse a seconda della convenienza politica.
Mi spiego. Quella dell'accesso al mercato estero, del livello al quale fissare il prezzo in valuta nazionale (livello tanto più basso quanto più alta è l'asticella del cambio), non è mica l'unica asticella che l'imprenditore si trova davanti!
Quella di cui parliamo, in definitiva, è l'asticella del costo del lavoro. Se il cambio è "alto" per il paese, il costo del lavoro per unità di prodotto deve essere "basso" per l'impresa, o all'estero non si vende. Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce o se lo stesso operaio produce di più, o se lo paghi di meno, e sapete benissimo quale dei due obiettivi sia più facile da raggiungere nel breve periodo (vedi alla voce "jobs act").
Ma poi c'è anche l'asticella del costo del capitale!
Applicando il ragionamento che applicano ai cambi (e più in generale ai benefici dell'apertura internazionale), i nostri amici liberisti dovrebbero dirci che siccome un tasso di interesse alto "forza fuori dal mercato" le imprese che non sono in grado di assicurare una profittabilità sufficiente al capitale investito (se i tuoi profitti sono il 2% del capitale, non puoi pagare un prestito che ti costa il 4%), allora tassi alti assicurano un incremento della produttività attraverso l'effetto selezione (la famosa spada di fuoco che stermina gli inetti). Certo, forse anche in questo caso, si può argomentare, esiste un effetto di scala: se i tassi sono alti, i consumatori non possono indebitarsi per comprare i beni prodotti. Ma su questo si tenderebbe a sorvolare, perché di guadagnare, come sapete, nel simpatico mondo dei liberisti non se ne parla, o comunque se ne parla malvolentieri...
Ora, capita che i tassi bassi li abbia portati l'euro, e che essi siano stati sbandierati come un grande vantaggio dai guitti economicamente illetterati che hanno attribuito alla finanza pubblica una crisi di finanza privata (cosa sbagliata, come ammette anche il prof. Guerrieri nel post precedente). Quindi i liberisti, per motivi puramente politici, non possono essere coerenti. Se applicassero la logica dell'asticella anche al tasso di interesse (cioè al costo del capitale), come la applicano al tasso di cambio (cioè, di riflesso, al costo del lavoro), sarebbero costretti a dire che l'euro, abbassando il costo del denaro, ha allentato il vincolo di bilancio delle aziende, e in questo modo ha abbassato la produttività media, permettendo a imprese non efficienti di stare sul mercato "a buffo" (i romani spiegheranno...).
Ora, intendiamoci: non è che la disonestà intellettuale sia una condizione necessaria: è solo sufficiente. Insomma: se tutti i moralisti che conosco sono liberisti, ci sono però anche liberisti che moralisti non lo sono, ovvero (in questo caso), che applicano anche al tasso di interesse il ragionamento che i loro colleghi "bravi" applicano al tasso di cambio. Forse non ve ne ricorderete, ma ne abbiamo già parlato, occupandoci del "dividendo dell'euro" in risposta al Biretta (uno dei tanti studenti che tornano qui a trovarmi, come il Pantegana...).
Quindi?
Quindi si arriva sempre alla solita conclusione, quella dalla quale sono partito, suscitando strali, accuse di essere divisivo, accuse di narcisismo (è un difetto?), e via dicendo: chi difende l'euro o è ignorante, o è in malafede. Fino a qui la cosa non ci interessa (cosa che continuate a non capire: anche se forse non la capiscono solo gli ultimi arrivati). Il vero, oggettivo, problema è che chi difende l'euro è anche sicuramente incoerente, e questo ci interessa per il duplice motivo che è dimostrabile (a differenza dello stato psicologico di una persona, la coerenza logica del suo ragionamento è verificabile) e che è inammissibile in ambito scientifico (contribuendo quindi a screditare la scienza economica e in questo modo la stessa possibilità di articolare un ragionamento basato sui fatti: basta vedere cosa hanno imbastito quei quattro cialtroni piddini di Le Monde quando un grafico molto simile al secondo mostrato qua sopra è stato portato nel dibattito politico francese...).
Veramente, una simile incoerenza non è inammissibile solo in ambito scientifico.
Moralismo è alzare o abbassare asticelle, e più in generale vederle, a seconda della convenienza politica. Direi di più: moralismo è lo stesso ragionare in termini di asticelle, di ostacoli da frapporre (in base a quale autorità?) all'opera dei propri simili perché questi si dimostrino degni (in base a quale metrica?) di sopravvivere. Non c'è nulla più di questo tipo di ragionamenti che sia in grado di mettere a nudo la violenza, la disumanità intrinseca nel pensiero liberista. Una violenza che non ci possiamo più permettere. Avremmo bisogno di solidarietà, di un nuovo patto sociale. Cosa ci viene offerto da chi ci governa lo vedete, sapete le responsabilità di tutti e il percorso di ciascuno.
E, per oggi, non ho altro da aggiungere...
Mentre si andava, Paolo mi raccontava come mi aveva conosciuto: leggendo Le aporie del più Europa su Micromega. Da lì era arrivato al blog. Poi aveva organizzato un incontro a Milano, con grande competenza, e il resto lo sapete (siamo rimasti in contatto, quando ho deciso di creare a/simmetrie l'ho incaricato di studiare il da farsi, ecc.).
Il suo racconto promuoveva in me diverse riflessioni.
La famiglia sta crescendo, come forse vedrete. Abbiamo superato quota 4000 lettori fissi, e stiamo per superare quota 40000 follower su Twitter. Questi ultimi contano abbastanza poco: credo che almeno un terzo siano bot, e ho dato loro appuntamento al 23 agosto, quando provvederò a spidocchiare la lista (cercate di non andarci di mezzo). In ogni caso, Twitter è una fogna e una perdita di tempo: credo che lascerò perdere, tanto le notizie venite comunque a darmele qui, dove la clientela è più selezionata. Ma la riflessione che facevo era diversa: mi stupisce vedere come il messaggio continui a diffondersi, e mi rallegra ogni volta che qualcuno scrive "sono arrivato qui x mesi fa" (con x<60). Mi stupisce perché, oggettivamente, questo blog non è di facile approccio. Non è un posto per turisti né per i temi trattati, né per il modo in cui vengono trattati, né per il modo in cui la discussione viene gestita.
Eppure continuiamo a crescere.
Ovviamente sarebbe importante sapere da ognuno di voi cosa vi ha portato qui. La mia sensazione è che sia importante evitare il tipico errore "de sinistra". Ricordate Eurodelitto ed eurocastigo? Cosa mi dice il simpatico agente della polizia politica, quando lo incontro dopo il dibattito? "I nostri non sono ancora pronti". Ecco: l'errore della sinistra "de sinistra" (ma anche della destra "de destra", onestamente) è quello di voler parlare "ai nostri". A sinistra, dato che ci si basa sulla presunzione di parlare ai povery, e che grazie alle politiche implementate dalla sinistra questi sono aumentati, la cosa avrebbe anche un senso, in linea puramente teorica! Certo, se fai il politico, come Serendippo amabilmente continua a ricordarci, non importa che tu sia un cialtrone, che tu menta sapendo o non sapendo di mentire, che tu prometta sapendo che non manterrai: contano i numeri.
O no?
Secondo me no, nel senso di "non solo". Conta un po' anche come li ottieni, questi numeri. Tuttavia questa discussione è puramente accademica (e infatti non di etica voglio parlarvi, ma di moralismo). Lo è perché nonostante le torsioni autoritarie che si cercherà di imporre alla legge elettorale, per realizzare un miracolo alla francese (governare con la maggioranza assoluta avendo ricevuto l'investitura da meno di un quinto della popolazione), qui da noi alla fine è probabile che la maggioranza non l'avrà nessuno, e si assisterà al paradosso di partiti che hanno cercato di raccogliere voti dichiarando che non si sarebbero alleati con nessuno, ma che per non buttare quei voti al cesso dovranno allearsi con qualcuno (e voi sapete che io vedo un asse PD-5* come non improbabile). Ora, il punto è semplice: se nessuno ha la maggioranza, parlare "ai nostri" non basta! Bisogna parlare anche "ai loro", cioè agli altri.
In un momento in cui gli interessi di tutti (dei nostri, dei vostri e dei loro) sono conclulcati da un progetto esterno alla nostra comunità nazionale, questo non dovrebbe essere difficilissimo. Eppure è impossibile, per i politici, che sono più risk averse delle nostre care nonnine: chi lascia la via vecchia per la nuova...
In ogni caso, dal racconto di Paolo capivo che il dialogo, del quale ho la stima che ho espresso nel post precedente e che rinuncio a tradurre in metafora, se ha un valore gnoseologico nullo, tuttavia un suo valore epistemico ce l'ha: muoversi in contesti inutili è una strategia tatticamente utile perché qualcuno a casa lo si riporta sempre. Non so se ricordate il contesto del 2012. Era un contesto in cui, tanto per esser chiari, Sergio mi diceva "Alberto, non puoi dire che l'euro è fascista, non puoi comportarti come Donald!" (ora lo dice lui), e io pensavo "Certo che questi sono proprio nati collaborazionisti!" (ora credo lo pensi lui - di altri). Le cose in cinque anni sono cambiate, e io ho rivisto le mie valutazioni, ma se allora avessi ritenuto di essere "integerrimo" e di non collaborare col nemico (che tale era ed è chi non aveva o non ha ancora compiutamente compreso in che guai siamo), semplicemente non avrei scritto per Sergio e non avrei conosciuto Paolo.
Così, occasioni come Pordenone, o l'almanacco di MicroMega (dove mi è stato contrapposto a mia insaputa come antitesi un ex funzionario di Banca d'Italia - in ovvio ed evidente conflitto di interessi e in overflow di luoghi comuni - e come sintesi un economista ignoto ai repertori internazionali della ricerca scientifica), se da un lato possono sembrare limitanti o controproducenti (perché in effetti esiste il rischio di nobilitare avversari privi di competenze specifiche o di dignità scientifica), d'altra parte, secondo me, un paio di volte all'anno vanno fatte. Se la differenza esiste (ed esiste a tutti i livelli: scientifico, politico e letterario) la si vede comunque, e il mio problema non è mai convincere chi non la vede: uno così è perso in ogni caso, e se lo si acquistasse non si saprebbe cosa fargli fare. Il mio problema è offrire agli altri, a chi sente che certe parole suonano false, l'opportunità di ritrovare fiducia nell'intelletto umano e nella sua capacità di ordinare i fatti in modo coerente.
Unire i puntini, insomma: quella sensazione tanto liberatoria, che vi ha trattenuto qui.
Resta poi il problema di come aiutare chi arriva qui a inserirsi, considerando che in questo blog è stato detto praticamente tutto quello che c'era da dire, molto grazie a voi, ma in un modo magmatico e sconnesso che deve in qualche modo essere sistematizzato. Certo, si può anche suggerire a chi vuole capire qualcosa di leggersi i due libri, ma sembra sempre inopportuno. Laggente sono (giustamente, per carità!) attaccati ai soldi, e quindi se gli suggerisci di cacciarli, ti imputano immediatamente un movente venale (non avendo alcuna idea di quanto si guadagni da un libro). D'altra parte, raccapezzarsi qua dentro non è facile. Io stesso mi stupisco di aver scritto certe cose, io stesso mi chiedo: "ma come avevo fatto a capirlo!?", considerando che ora mi sento piuttosto stanco e smarrito, e capisco solo che la Germania vuole l'atomica e che bisogna comunque prepararsi al peggio...
Mentre giravo per la chiesa, una chiesa sempre chiusa, di antichissima origine, ma praticamente ignota ai turisti, incontravo, così, buttato in un angolo, il noto blogger del primo secolo:
(e pensavo: a Giessen questo lo metterebbero - forse - in un museo), anche in versione anonima:
(chissà chi l'ha cancellato...).
Roberta aveva altro a cui pensare:
Accordava, accanto alla sua maestra (che era stata mia compagna di conservatorio, quando veniva nella classe di basso continuo ad aiutarci per i saggi), ed era sufficientemente concentrata da ignorare la ricchezza di ornamentazione:
e di memorie:
che in quel luogo si erano stratificate lungo più di dodici secoli, fino al neoclassicismo (quello artistico - di quello economico parliamo dopo) compreso:
passando per il Rinascimento:
e, naturalmente, per la Controriforma:
(l'animo di Paolo si esaltava nel riconoscere un santo della sua terra...).
Poi siamo andati a cena in un ristorante oleograficamente romano (dove però - notate la congiunzione - si mangia bene), tappezzato da foto della dolce vita, delle quali una mi ha colpito:
Gervaso ignoro cosa abbia mai fatto: non l'ho incontrato. Dell'altro ho la stima che ho di Einaudi, ma mi piace qui segnalare un simpatico paradosso. La sua frase "Conosco molti furfanti che fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante" credo possa essere sottoscritta da chiunque. Fatto sta che chi la pronunciò è diventato il padre nobile di quanti in Italia hanno trasformato il moralismo in categoria politica sostenendo il frame liberista della crisi da debito pubblico.
E chi è più moralista dei liberisti?
Lo studio della produttività, al quale mi sto dedicando di nuovo dopo una parentesi, riprendendo un percorso iniziato il primo maggio del 2013, è un ottimo terreno di analisi. Mi pare che esso offra una messe di esempi su cosa sia il moralismo: è, sostanzialmente, applicare giudizi di valore diversi a fattispecie uguali. Il moralismo è sempre asimmetrico, anche perché nasce come espressione di rapporti di forza, non di tensione etica: è lo strumento col quale l'oppressore vuole fiaccare il morale dell'oppresso.
Ma veniamo alla tecnica, che a voi interessa così tanto e a me così poco.
Le spiegazioni neoclassiche della relazione fra tasso di cambio e produttività si basano su una simpatica logica darwinista (nel senso becero del termine): il risultato aggregato migliora (e quindi il paese diventa più progredito, ricco e competitivo) se gli inetti a vivere vengono tolti di mezzo. Naturalmente l'apertura dei mercati alla concorrenza internazionale è uno degli strumenti più efficaci a questo scopo. Il modello più citato in questa letteratura è quello di Melitz e Ottaviano (2008), che considera imprese eterogenee, dotate di diversi livelli di produttività. La sintesi sulle relazioni fra apertura al commercio e produttività è a p. 307:
Il commercio incrementa la produttività aggregata costringendo le imprese meno produttive a uscire dal mercato. Che poi significa chiudere. Ovviamente nel paper c'è molto di più, ma non mi sembra di averci trovato un suggerimento su cosa far fare agli imprenditori che chiudono (e ai loro operai): alla fine, se il loro sacrificio contribuisce ad alzare il voto in pagella al paese, magari sarà il caso di manifestar loro un po' di solidarietà! Ma queste considerazioni eccederebbero gli scopi del lavoro, che è un lavoro di economia, più che di politica economica.
Mi interessa sottolineare l'atteggiamento mentale: salta chi può!
Ora, figuratevi se io sono contrario! Sapete bene che questa è esattamente la mia filosofia. Infatti, io salto, perché io può (e altri molto meno; p.s.: oggi siamo 2990-esimi).
Tuttavia, se le cose stessero solo così, allora noi, con l'entrata nell'euro, che ci ha alzato l'asticella della competitività di prezzo infliggendoci una valuta sopravvalutata in termini reali, saremmo dovuti diventare più competitivi, giusto?
Ma le cose, come sapete, sono andate in modo diverso.
Una spiegazione la troviamo in questo studio, altrettanto interessante, di Tomlin e Fung (2010), del quale qui trovate la versione working paper. I due autori chiariscono che le cose sono un po' più complicate di così: non c'è solo la giusta punizione degli inetti, che il Mercato scaccia dal suo paradiso con la spada di fuoco del fallimento. C'è anche la tecnologia, che ha le sue caratteristiche. Guardate un po' come la mettono loro:
Un apprezzamento persistente del tasso di cambio reale, se da un lato "forces from the market" gli "smaller less productive plants" (l'igiene del mercato!), dall'altro, però, riduce la scala alla quale operano le imprese più grandi, che vendono di meno (a causa dello svantaggio competitivo), il che, in presenza di economie di scala, le rende meno produttive. Il risultato complessivo non si sa quale sia, perché il lavoro utilizza micro-dati. Ma una cosa è chiara: ci sono anche liberisti che Adam Smith, se non lo hanno letto (è molto difficile che ciò accada oggi, poiché Smith non è "alla frontiera della ricerca"), per lo meno lo riscrivono:
Si sa almeno dai suoi tempi, come ricordava anche Sylos Labini nel 1983, che l'innovazione (per Smith: la divisione del lavoro), e quindi la produttività, dipendono dalla scala del mercato. Un cambio sopravvalutato deprime la produttività perché impedisce alle imprese esportatrici di sfruttare le proprie economie di scala.
Questa spiegazione combacia meglio con quanto vediamo nei dati (qui due disegnini banali dal mio ultimo lavoro con Christian):
Dove il cambio va su, la produttività va giù, e non ci sono santi: i dati questo dicono, e, come vi ho appena mostrato, lo dicono anche i modelli di quelli "bravi" (cioè degli economisti liberisti, se vivono in un paese relativamente libero).
Ho assolutamente fiducia nel fatto che un domani i nostri colleghi bravi verranno a dire a noi che il tasso di cambio reale conta! Non dovrebbe costargli molto, visto che il modello per "microfondare" questa banale verità (cioè per dire una cosa semplice in modo abbastanza complicato da sentirsi intelligenti) già lo hanno a disposizione (come forse loro non sanno, perché quando sei sulla frontiera guardarsi indietro è pericoloso)!
(...apro e chiudo una parentesi per segnalare che sì, in effetti voi, dopo cinque anni di miei sforzi, se vi siete applicati un minimo ne sapete molto di più di tanti miei colleghi - e anche molto meno di altri! Tuttavia, questa non è una buona ragione per interromperli...)
Ora, so far so good. Si può sempre argomentare che i dati non forniscono un messaggio univoco, e che further empirical research is needed per verificare se il selection effect (la strage degli inetti) prevalga sullo scale effect (la compressione dei bravi). Ma questo mi interessa poco. Quello che mi interessa evidenziare è il moralismo del mainstream. Vedete: prendiamo per buono il fatto che si debba alzare l'asticella per migliorare. Prendiamo per buono che chi debba alzare l'asticella e di quanto non sia un problema politico ma tecnico, o sia un problema politico e quindi non interessi i tecnici bravi. Prendiamo per buona questa logica.
Io, ripeto, la prendo per buona perché so di potermela permettere a vari livelli e in diversi campi (divertitevi leggendo questo post... erano altri tempi, o questa recensione, fatta da un tedesco, cioè da uno bravo)!
Quello che sento di non potermi permettere (e che nessuno, in ambito scientifico, dovrebbe permettersi) è utilizzare logiche diverse a seconda della convenienza politica.
Mi spiego. Quella dell'accesso al mercato estero, del livello al quale fissare il prezzo in valuta nazionale (livello tanto più basso quanto più alta è l'asticella del cambio), non è mica l'unica asticella che l'imprenditore si trova davanti!
Quella di cui parliamo, in definitiva, è l'asticella del costo del lavoro. Se il cambio è "alto" per il paese, il costo del lavoro per unità di prodotto deve essere "basso" per l'impresa, o all'estero non si vende. Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce o se lo stesso operaio produce di più, o se lo paghi di meno, e sapete benissimo quale dei due obiettivi sia più facile da raggiungere nel breve periodo (vedi alla voce "jobs act").
Ma poi c'è anche l'asticella del costo del capitale!
Applicando il ragionamento che applicano ai cambi (e più in generale ai benefici dell'apertura internazionale), i nostri amici liberisti dovrebbero dirci che siccome un tasso di interesse alto "forza fuori dal mercato" le imprese che non sono in grado di assicurare una profittabilità sufficiente al capitale investito (se i tuoi profitti sono il 2% del capitale, non puoi pagare un prestito che ti costa il 4%), allora tassi alti assicurano un incremento della produttività attraverso l'effetto selezione (la famosa spada di fuoco che stermina gli inetti). Certo, forse anche in questo caso, si può argomentare, esiste un effetto di scala: se i tassi sono alti, i consumatori non possono indebitarsi per comprare i beni prodotti. Ma su questo si tenderebbe a sorvolare, perché di guadagnare, come sapete, nel simpatico mondo dei liberisti non se ne parla, o comunque se ne parla malvolentieri...
Ora, capita che i tassi bassi li abbia portati l'euro, e che essi siano stati sbandierati come un grande vantaggio dai guitti economicamente illetterati che hanno attribuito alla finanza pubblica una crisi di finanza privata (cosa sbagliata, come ammette anche il prof. Guerrieri nel post precedente). Quindi i liberisti, per motivi puramente politici, non possono essere coerenti. Se applicassero la logica dell'asticella anche al tasso di interesse (cioè al costo del capitale), come la applicano al tasso di cambio (cioè, di riflesso, al costo del lavoro), sarebbero costretti a dire che l'euro, abbassando il costo del denaro, ha allentato il vincolo di bilancio delle aziende, e in questo modo ha abbassato la produttività media, permettendo a imprese non efficienti di stare sul mercato "a buffo" (i romani spiegheranno...).
Ora, intendiamoci: non è che la disonestà intellettuale sia una condizione necessaria: è solo sufficiente. Insomma: se tutti i moralisti che conosco sono liberisti, ci sono però anche liberisti che moralisti non lo sono, ovvero (in questo caso), che applicano anche al tasso di interesse il ragionamento che i loro colleghi "bravi" applicano al tasso di cambio. Forse non ve ne ricorderete, ma ne abbiamo già parlato, occupandoci del "dividendo dell'euro" in risposta al Biretta (uno dei tanti studenti che tornano qui a trovarmi, come il Pantegana...).
Quindi?
Quindi si arriva sempre alla solita conclusione, quella dalla quale sono partito, suscitando strali, accuse di essere divisivo, accuse di narcisismo (è un difetto?), e via dicendo: chi difende l'euro o è ignorante, o è in malafede. Fino a qui la cosa non ci interessa (cosa che continuate a non capire: anche se forse non la capiscono solo gli ultimi arrivati). Il vero, oggettivo, problema è che chi difende l'euro è anche sicuramente incoerente, e questo ci interessa per il duplice motivo che è dimostrabile (a differenza dello stato psicologico di una persona, la coerenza logica del suo ragionamento è verificabile) e che è inammissibile in ambito scientifico (contribuendo quindi a screditare la scienza economica e in questo modo la stessa possibilità di articolare un ragionamento basato sui fatti: basta vedere cosa hanno imbastito quei quattro cialtroni piddini di Le Monde quando un grafico molto simile al secondo mostrato qua sopra è stato portato nel dibattito politico francese...).
Veramente, una simile incoerenza non è inammissibile solo in ambito scientifico.
Moralismo è alzare o abbassare asticelle, e più in generale vederle, a seconda della convenienza politica. Direi di più: moralismo è lo stesso ragionare in termini di asticelle, di ostacoli da frapporre (in base a quale autorità?) all'opera dei propri simili perché questi si dimostrino degni (in base a quale metrica?) di sopravvivere. Non c'è nulla più di questo tipo di ragionamenti che sia in grado di mettere a nudo la violenza, la disumanità intrinseca nel pensiero liberista. Una violenza che non ci possiamo più permettere. Avremmo bisogno di solidarietà, di un nuovo patto sociale. Cosa ci viene offerto da chi ci governa lo vedete, sapete le responsabilità di tutti e il percorso di ciascuno.
E, per oggi, non ho altro da aggiungere...
domenica 12 marzo 2017
Gli olandesi sono contenti?
Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.
Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).
Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.
Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.
(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)
La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?
Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.
Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.
Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.
Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.
Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:
Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.
Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:
(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).
Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.
Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).
Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:
ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.
Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.
Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).
Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):
Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:
Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.
Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:
Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:
Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).
Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:
Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.
Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:
E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.
Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.
Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.
Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:
Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.
Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.
Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.
Che conclusioni trarre da tutta questa storia?
Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.
Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.
Si apra la discussione...
Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).
Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.
Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.
(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)
La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?
Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.
Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.
Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.
Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.
Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:
Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.
Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:
(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).
Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.
Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).
Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:
ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.
Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.
Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).
Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):
Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:
Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.
Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:
Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:
Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).
Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:
Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.
Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:
E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.
Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.
Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.
Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:
Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.
Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.
Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.
Che conclusioni trarre da tutta questa storia?
Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.
Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.
Si apra la discussione...
lunedì 24 agosto 2015
Monacelli: a reply and a rejoinder
A reply
Caro Bagnai:
Caro Bagnai:
quanta retorica, quante parole. E quanta poca sostanza.
Di fronte alle sue "mostruosità verbali", avevo chiesto delle semplici
scuse. Non era difficile, avrebbe anche semplificato il lavoro del
giudice, come lei giustamente ricorda. Invece no. Lei, ancora, volteggia
sardonico tra dileggio, scuse apparenti e ambiguità verbali. Un
esempio? Pensare di mettere sullo stesso piano i miei riferimenti
tranchant alla "trash economics" (che l'hanno urtata, e di questo mi
scuso: vede come è semplice? Basta una parola) con le sue sinistre
minacce di morte. Che non sono meno lugubri perchè arrivate via twitter,
anzi.
Mi creda. Se reagisce ai giudizi
aleggiando "cappottini di abete", finisce per superare anche il suo
amico Borghi, che già si era macchiato in passato di un reato (penale)
di violazione della privacy (pubblicando i dati della mia dichiarazione
dei redditi per provare di essere "più smart" di me). Siete entrambi
sulla strada sbagliata, mi creda. Anche un bambino lo capirebbe.
Grazie
infine per il gentile invito a fare da discussant al suo paper. Ma sono
costretto a declinare, perchè in imbarazzo. Non è infatti buona usanza
scientifica (come lei certamente saprà) che sia l'autore del paper a
scegliersi il discussant (quantomeno in tutte le conferenze
internazionali di un minimo livello). Detto ciò, nel mio ingenuo
ottimismo, mi permetta di rilanciare. Succede che io sia Associate
Editor di tre riviste scientifiche. Faccia così, per una volta. Ne
scelga una. Scriva il suo paper in inglese e lo sottometta. Le
garantisco che farò pressioni sui referee perchè lei abbia una veloce
review. Al di là dell'esito, sarà in tal caso un enorme piacere
accoglierla nella comunità scientifca. Alla quale lei (insultando la sua
non comune intelligenza) pervicacemente si sottrae.
Con immutata stima,
Tommaso Monacelli
Post Scriptum: in nome della sua presunta liberalità spero possa rendere pubblica questa mia risposta attraverso il suo blog.
A rejoinder
Gentile professore,
la ringrazio per la risposta pronta e costruttiva. Mi ero già scusato per i miei toni (ribadisco che ovviamente non intendevo minacciarla di morte!), ma devo dirle che dopo questa sua replica ne sono ancora più addolorato (dei toni, ovviamente, non delle scuse).
Dalla sua replica traspare infatti quanto Alberto mi aveva sottolineato (invitandomi a scusarmi con lei), ovvero che le sue esternazioni non erano parte di una strategia deliberata di provocazione (come se ne mettono su ogni tanto su Twitter, sa, è un ambientino!....). Peraltro, se avessi avuto la certezza che lo fossero, verosimilmente le avrei ignorate. Invece le cose stanno diversamente: lei in effetti è sinceramente convinto che quello che io faccio sia trash, che il Cambridge Journal of Economics sia macchiettistico (perché si apre ai codici JEL B5 ed E12), o che lo sia Energy Policy (perché è una rivista "di field"), e che un premio ricevuto da autori come Alberto Quadrio Curzio o Paolo Savona sia trash (in effetti va detto che è esplicitamente un premio letterario e non scientifico), e così via.
La chiusa della sua replica è esemplare in questo senso: lei non perde occasione di esternarmi il suo disprezzo esplicitando la sua convinzione profonda che io non faccia parte della comunità scientifica (!) e non abbia mai sottoposto un lavoro a peer review. Tanto più apprezzabile e generosa la sua stima per un reietto come lei mi dipinge! Ovviamente le cose non stanno proprio così, non sono esattamente un reietto, soprattutto all'estero. Eppure, paradossalmente, questo suo atteggiamento mi rinfranca, perché, lo ribadisco, dimostra che i suoi apprezzamenti, ancorché prontamente strumentalizzati dai soliti noti, erano frutto di una sua intima convinzione.
Da qui il mio dispiacere per averla urtata.
Vedo però anche il bicchiere mezzo pieno: almeno siamo riusciti a stabilire un contatto diretto, non mediato da chi, veramente alieno dalle logiche accademiche, ha solo interesse ad aizzare baruffe per specularci sopra.
Ne approfitto per una precisazione. Ho partecipato a diverse conferenze, e ne ho anche organizzate parecchie, con keynote del calibro di Joe Brada, Lars Feld, Gary Jefferson, Ugo Panizza, Scott Rozelle, Dominick Salvatore, Mathias Thoenig, Philippe Weil, ecc. (non tutti vicini ai suoi interessi di ricerca, ma direi tutti abbastanza addentro alla comunità scientifica, a partire da Joe, che come lei saprà era membro OCSE all'ultima tornata concorsuale). Quindi, mi creda, so come vanno le cose: è l'organizzatore, non l'autore, a scegliere il discussant: ho dovuto farlo decine di volte ed è una bella seccatura, dimenticarsela è difficile. Caso vuole che nel convegno cui la invitavo io fossi sia autore che organizzatore. La logica per la quale non è l'autore a scegliersi il discussant è ovvia: la comunità scientifica non gradisce che i lavori siano sottoposti a revisione (o a discussione) da persone in conflitto di interessi, cioè legate agli autori. Apro e chiudo una parentesi per segnalarle che, come lei certamente saprà, oggi molte riviste, anche di altissimo profilo (almeno secondo la Thomson-Reuters) chiedono agli autori di indicare i propri referees: un'indicazione non vincolante che però facilita di molto il compito dell'editor (altro compito ingrato che ho dovuto svolgere solo in funzione di guest per special issues.... e mi è bastato!). In ogni caso, nella vicenda che stiamo esaminando il problema non si pone: non credo di poter trovare al mondo un discussant più critico di quanto lo sarebbe lei. Prendo comunque atto del suo rifiuto, che è coerente con il suo non ritenermi parte della comunità scientifica (anch'io non farei da discussant a un articolo per Eva 3000), ma un po' incoerente con la sua stima che lei mi dice immutata, il che probabilmente significa che è restata bassa quanto lo era prima! Diciamo che lei, a differenza di Alberto, preferisce non accordarmi dignità di interlocutore, e ne capisco perfettamente i motivi (e li condivido anche).
Accetto in ogni caso il suo invito a sottoporre l'articolo a una delle riviste del cui comitato lei fa parte. Sono certo che la valutazione sarà imparziale e costruttiva (anche se lo spunto del mio lavoro è tratto da un dibattito sorto in seno a una rivista post-keynesiana). Del resto, lo ho sempre detto ai miei lettori: se mai deciderò di partecipare a una abilitazione, chi me la accorderà sarà senz'altro una commissione di "bocconiani" (come vengono impropriamente definiti gli economisti mainstream da una certa stampa superficiale), certo non di economisti "critici". Il motivo è semplice: nel difendere l'euro, i secondi hanno tradito la propria missione, quella di fornire una visione del mondo lievemente meno appiattita sulle logiche del grande capitale. I mainstreamers invece sono rimasti fedeli a se stessi, ed è per questo che da loro mi aspetto un giudizio più equanime... nonostante l'immutata stima!
Con altrettanto immutata stima, alla quale aggiungo anche una viva simpatia (nonché le più sincere scuse per aver abusato del suo tempo).
Alberto
P.s.: ma il povero Obstfeld? Che ne diciamo di Obstfeld? E di questo semplice modellino, un giorno, ne vogliamo parlare?
domenica 23 agosto 2015
Scusa, Tommaso...
Gentile collega,
qui su questo blog, dove, mi affretto a sottolinearlo, siamo tutte persone pacifiche, a cominciare dal titolare, siamo abbastanza abituati alle acrobazie intellettuali degli economisti mainstream. La loro ricerca del paradosso, del controintuitivo (come dicono), ha le motivazioni che Keynes lucidamente metteva in evidenza in quel libro che voi tanto disprezzate, perché privo di formule: il desiderio (lecito) di acquisire prestigio intellettuale.
Ora, però, sinceramente, che si chiedano con tono ultimativo delle scuse a un collega che si è provocato per un'intera serata (ho fatto solo una selezione, ma il resto è nei miei archivi), dandogli del trasheconomist, della macchietta, e stigmatizzandone la disonestà intellettuale, è qualcosa che sinceramente non avevo ancora visto.
Spero bene, prima di andare avanti, che lei non si nasconda dietro un dito.
Le sue parole si rivolgevano evidentemente a me, per il semplice motivo che, in questo disastrato e provinciale paese, a differenza di quanto accade nel resto del mondo, l'unico economista accademico che si arrischi ad offrire un messaggio un minimo coerente con la migliore letteratura scientifica sono purtroppo io (come le ricordava sopra Mattia Vittori). Mi rendo conto che questo a lei (ma soprattutto ad altri) possa dispiacere, e mi scuso con lei se il mio lettore l'ha importunata ricordandoglielo, come pure mi scuso per averla indirettamente costretta a confrontarsi con dei fatti che non quadrano con le sue teorie. Ma rimane il fatto che mentre io mi stavo facendo i fatti miei, lei passava la serata ad insultarmi. Insultare me, e, attenzione, anche Savona, Grilli, Imbriani, Cannata e il comitato del Premio Canova di Letteratura Economica e Finanziaria (per restare nell'ambito circoscritto della professione). Nessuno di loro era d'accordo con il libro che lei definisce trash, e me l'hanno anche detto chiaro e tondo conferendomi il premio. Ma nonostante questo hanno deciso di leggerlo e ne hanno riconosciuto il valore.
Nessuno li ha costretti a farlo se non la loro onestà intellettuale e il loro stile. Avrebbero tranquillamente potuto premiare i testi degli altri concorrenti (colleghi che tutti conosciamo).
Questione di stile, appunto.
Come dice? Minacce di morte? Suvvia, Monacelli! Non ho né il fisico, né soprattutto il morale, per permettermi di minacciare alcunché di morte. Peraltro, tutto questo blog, e tutta la mia opera divulgativa, che sono a disposizione di chiunque, sono esplicitamente volti a favorire una risoluzione pacifica dei conflitti. Chiunque mi conosce sa che sono persona pacifica, questo blog è pieno di interventi nei quali ho sedato gli animi di persone esasperate dalla crisi (quella crisi della quale lei riesce a parlare in modo tanto asettico), lei (o chi per lei) potete anche darmi del violento: vi risponderanno con un sorriso incredulo.
Mettiamola così: o ci comportiamo civilmente, oppure, se, a cortissimo di argomenti, insultiamo a freddo e senza alcun motivo un collega che se ne sta a casa a lavorare, accettiamo anche che quello reagisca. Se vogliamo essere goliardi (e a me va benissimo) accettiamolo spirito goliardico. Se alziamo la palla, non possiamo lamentarci se poi qualcuno la schiaccia. Se vogliamo essere, mi spingo fino a qui, verbalmente accesi, violenti, come lei è stato, possiamo tranquillamente esserlo, ma dobbiamo accettare la risposta.
Che in questo caso è effettivamente stata una minaccia. Questa:
ovvero quella di riservarle l'attenzione che avevo rivolto a un altro suo collega, del quale (esattamente come nel suo caso) avevo sempre riconosciuto i meriti scientifici, e che, esattamente come lei, mi aveva insultato a freddo (con la solita tecnica molto virile del lanciare il sasso e nascondere la mano).
Non ne era uscito benissimo. Il mio post sul Fatto Quotidiano era stato una pietra tombale sulla sua ingiustificata boria. Che poi era il senso, che tutti quelli che hanno voluto capire hanno capito, del tweet che in questo momento sta facendo tanto scalpore:
Per carità, non discuto sul fatto che la metafora possa essere ritenuta urtante: essere sepolti dal ridicolo, nella società dell'immagine, è in effetti una fine tremenda. Invece sentirsi dare della macchietta, dell'economista trash, e del disonesto, è una cosa piacevole, suppongo, e mi scuso con lei per essermelo fatto dare. Ma spero sia ben chiaro a lei (come è chiaro a tutti), che nessuno vuole la sua pelle, perché questo è e resta un progetto culturale non violento. Qui siamo tutti non violenti, e chi manifesta ardori movimentisti (quelli che io chiamo i "norimberghisti") è sempre stato messo regolarmente alla porta, fin dall'inizio di questa lunga avventura.
Peraltro, lei mi ha anche sollevato dall'incarico di ironizzare su di lei. Non riuscirei mai a batterla, non solo come produzione scientifica, ma anche, e soprattutto, come autoironia (volontaria?):
L'idea che se una svalutazione non produce inflazione, cioè non fa crescere i prezzi interni (quelli che voi chiamate prezzi domestici), non renda competitivi, è qualcosa di spettacolarmente dadaista. È chiaro che c'è qualcosa che non va: evidentemente il mezzo deve averle preso la mano: lei non può aver detto che un paese, allo scopo di vendere di più, deve praticare prezzi più alti!
Ora, veniamo al dunque.
Se la metafora che ho usato l'ha preoccupata, io la rassicuro. Qui nessuno le vuole far niente. Anzi: dopo l'ultimo tweet che ho citato, le garantisco che le vogliamo tutti un bene dell'anima. Lei ha portato il buon umore nelle nostre TL, e in tempi cupi come questi non c'è nulla di più prezioso.
Se i miei toni la hanno urtata, se li ha trovati spiacevoli, allora è senz'altro mio dovere scusarmi, ci mancherebbe altro. Aggiungo subito che la sollevo da un reciproco incarico: lei non ci crederà, ma non riesce ad offendermi.
Registro però con dispiacere che se all'inizio della serata, mentre lei alzava i toni, mi insultava come trash economist, poi, nell'esigere le mie scuse, mi definiva economista. Quindi, forse, rispondere a tono ai suoi insulti a qualcosa è servito: a costringerla ad ammettere la dignità del mio lavoro, cioè a riconoscere che anche io, se pure su un livello di produzione scientifica inferiore al suo, sono un economista.
Mi spiace che sia stato necessario tanto, ma non è la prima volta che mi accade e non credo sarà l'ultima.
D'altra parte, le segnalo che se nella professione restasse solo chi scrive su JET, lei avrebbe molti più compiti da correggere. Non possiamo essere tutti Michelangelo o Monacelli. C'è bisogno anche del Vasari e di Bagnai. Ed è possibile convivere civilmente, soprattutto quando chi, come me, sa di essere inferiore sotto il profilo della produzione scientifica, convive senza troppi traumi con questa consapevolezza e la ammette senza difficoltà.
A titolo di esempio, io ho avuto diverbi ferocissimi con Alberto Bisin, per il quale provo molta stima e molta amicizia, credo in parte ricambiata (non le nascondo che le sto scrivendo anche perché Alberto ha avuto parole di grande stima nei suoi confronti). Quando è sembrato, ad Alberto, che i toni fossero diventati troppo accesi, lui mi ha scritto, io gli ho risposto, e da allora siamo in relazione epistolare, ci scambiamo idee, e cerchiamo di apprezzare ognuno le ragioni dell'altro. Alberto, come me, è un caldo, uno che si infiamma, ma è anche uno che non si nasconde. E me ne ha dette di tutti i colori, senza che io pensassi mai ad altro che non a rispondergli a tono, perché capivo che lo faceva con spontaneità, che non c'era un disegno dietro alle sue provocazioni.
Tenga presente che se lei è un economista migliore di me, Alberto, oggettivamente, ancora di più, e io so benissimo che nel ritenermi degno di intrattenere una corrispondenza con lui mi onora, e non ritengo affatto che questo ci ponga scientificamente sullo stesso piano. Ma un conto è riconoscere che Alberto scrive su JET o su Econometrica, dove io non penso di mandare mai un paper (sono un economista applicato, come credo lei faccia presto a verificare), e un conto però è prendersi a parolacce o disconoscere i fatti per motivi di bassa cucina politica.
Ecco, vede, perché qui c'è un punto.
Se i miei diverbi con Alberto, o, per altri versi, quelli indirettamente causati da qualche scemo che mi segue sui social con Francesco Daveri, si sono potuti comporre civilmente, è perché né Alberto né Francesco hanno ambizioni politiche, come non ne ho io. Ho la sensazione che questo nostro alterco, invece, sia oggi strumentalizzato da "responsabili" "economici" di "partiti" che hanno tanto interesse a mettere in una luce negativa il lavoro che qui si sta facendo.
Secondo me è meglio evitare questa trappola.
Se però lei non ritiene di doverlo fare, come dire: io le ho parlato con sincerità (e chi vuole vederlo lo vede), mi sono scusato per i toni, e ora dormo tranquillo. Lei, se vuole, può denunciarmi in sede penale e civile (ho fiducia nella giustizia), può segnalarmi alla polizia postale (come sta facendo), può scrivere al mio rettore.
La prima ipotesi porterebbe a una querela, dopo di che il giudice valuterebbe le sue provocazioni e le mie scuse e prenderebbe le sue decisioni.
La seconda ipotesi ha l'effetto immediato di distogliere dei bravi agenti, che tutto il giorno sono sul fronte per combattere contro la pedopornografia e le frodi finanziarie, dal loro lavoro, per costringerli ad occuparsi di due accademici che hanno entrambi usato toni poco consoni.
La terza ipotesi... bè, per commentarla le dico solo chi è l'ultima persona che ha avuto questa idea (tanto per farle capire quante ne ho passate da quando ho aperto questo blog)! Sono assolutamente certo che lei è su un altro livello. In ogni caso, come ho fiducia nella magistratura e nella polizia, ho anche fiducia negli organi di autogoverno dell'università.
Quanto alla sua ipotesi che la svalutazione nominale comporti una pari riduzione dei salari reali, ecco, anche quella, secondo me, sarebbe meglio lasciarla ai politicanti (sopra ce n'è un esempio: degnissima persona il dr. Galli, l'ho conosciuto personalmente alla premiazione del mio primo libro, però secondo me in macroeconomia ha le idee un po' confuse...).
Se vogliamo parlarne seriamente, magari torniamo back to basics, e dopo aver dato un'occhiata ai fatti, ricominciamo da qui.
A dire il vero, lei non mi sembra molto interessato a un vero dialogo scientifico, verosimilmente perché mi ritiene troppo trash. Mi sembra in ogni caso che lei si diverta a provocare (finché gli altri non reagiscono), ma che poi, in fondo, alle sue idee sia molto affezionato (e io non le contesto assolutamente questa propensione). In ogni caso, io, a questo convegno, presenterò, guarda caso, proprio uno studio econometrico sull'impatto della svalutazione sulla distribuzione del reddito. Lei, Galli, e qualche altro economista interessato alla politica mi accusate di essere un affamatore del popolo, un incosciente che vuole defraudare della giusta mercede gli operai, via svalutazione. A me i dati dicono una cosa diversa. E allora, visto che lo scorso anno mi sono offerto, per un altro paper, il lusso sfrenato di avere come discussant Francesco Lippi, le chiedo: vuole venire a farmi da discussant? Le prometto di mandarle il paper almeno una settimana prima (più tutte le spese e tutta la simpatia mia personale e dei miei lettori). A volte conoscersi di persona smussa gli angoli. Altre volte no, ma solo se c'è la politica di mezzo, e questo non credo sia il nostro caso.
In ogni caso, né Francesco Lippi, né Michele Boldrin credo abbiano avuto da ridire su come sono stati accolti. Hanno avuto da ridire sul mio lavoro, ed è giusto che sia così: sono dinamiche accademiche, noi cresciamo esponendoci al giudizio altrui.
Ma non lo hanno liquidato come trash, né mi hanno dato della macchietta o del disonesto.
Peraltro, lo spirito di apertura del dialogo che si è svolto in quella sede ha colpito talmente tanto i presenti, che Andrea Pancani (un giornalista che lei conoscerà) si è complimentato con tutti noi, e da allora invita spesso Francesco, persona efficace, preparata, di idee completamente diverse dalle mie. Sono lietissimo di aver contribuito a portare nei media una offerta "proeuro" di qualità.
Il dibattito ha bisogno di questo.
Ora pubblico il post, poi glielo mando per email, e poi lei faccia come crede.
Con immutata stima.
Alberto Bagnai
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