L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Credo che tutti voi sappiate cos'è Sparta, ma qualora ve ne foste dimenticati, vi fornisco un gentle reminder:
Questa è Sparta.
A giudicare da quanto leggo su certi giornali dalla performance non particolarmente brillante, mi pare di capire che non tutti sappiano che cos'è a/simmetrie. Anche in questo caso, fornisco un gentle reminder:
Questa è a/simmetrie.
Un luogo molto meno violento, anzi: del tutto non violento, ma assolutamente non meno libero e coraggioso di Sparta. Una associazione di promozione sociale dove in modo trasparente e rispettoso delle regole cittadini di tutti gli schieramenti politici si sono riuniti per promuovere un dibattito aperto, coinvolgendo intellettuali significativi (vedi sopra), ascoltando e favorendo il confronto fra tutti (cioè tutti) gli esponenti politici:
dove si sono organizzati convegni scientifici con la partnership di associazioni scientifiche internazionali, dove si è affrontato al massimo livello possibile di rigore metodologico il tema rilevante delle asimmetrie europee, e dove si è fatta ricerca ai massimi standard di qualità metodologica su temi sollevati con la consueta faciloneria dalla corte dei miracoli che popola i nostri media (il famoso prezzo della benzina che sarebbe aumentato di sette volte...).
Tutto il resto, incluso l'assimilazione di una associazione di promozione sociale a una fondazione politica, è vile diffamazione e come tale verrà trattato.
Quando, nel 2013, ho fondato asimmetrie con Claudio Borghi, solo una cosa ci accomunava: il desiderio di promuovere un dibattito libero. A quell'epoca lui si riconosceva politicamente nello schieramento conservatore (ma non nella Lega), e io in quello progressista (ma non nel PD). Claudio si dimise dal direttivo quando entrò in politica, e così ho fatto io a dicembre scorso, per due ordini di motivi. L'attività politica mi assorbe al punto che non riesco più a produrre ricerca di qualità, e d'altra parte la presenza di un politico nel board di un'associazione scientifica si presterebbe a strumentalizzazioni (come sta facendo: ma sono gli ultimi rantoli di un sistema dei media di scarso spessore, dal quale le forze di mercato ci stanno progressivamente liberando). Aggiungo che la legge "spazzacorrotti", nei suoi lodevoli intenti, avrebbe comunque determinato, a seguito della mia esposizione politica, ulteriori aggravi burocratici per a/simmetrie, con i relativi costi di compliance che un'associazione che viveva di piccoli contributi volontari difficilmente avrebbe potuto sostenere.
Quindi ho deciso di fare un passo indietro, con un certo rammarico (tu lascerai ogne cose diletta...), ma con la certezza di aver fatto la cosa giusta. Se il progetto è valido, sopravviverà al ritiro dei suoi fondatori, soprattutto considerando che è stato lasciato in ottime mani. Se non lo è, è giusto che si estingua, come è giusto che si estingua tutto quello che non funziona, per lasciar spazio a iniziative nuove, più sane e vitali.
E a questo proposito aggiungo un disegnino:
Gli addetti ai lavori lo riconoscono, e tanto basti. Cenere alla cenere, mercato al mercato...
(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)
Caro Alberto,
l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze
per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25
anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.
Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così
efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo
intervento al goofy6:
Dalla mia credo di avere un lungo periodo di
esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un
paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese.
Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era
la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi
Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e
di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.
Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made
in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e
comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno,
giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di
trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per
un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la
concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di
cercare un minimo comune denominatore.
Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:
Come sottolineato in un tweet, Brazzale
si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori
produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate
nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di
provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.
Si focalizza infatti, in particolare, sul tema
della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di
retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.
Il fattore differenziale non risiede infatti
nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di
arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di
trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia.
Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T
maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero,
apprezza e compra.
Intestardirsi, come continuano a fare
Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della
materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in
Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori
mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura
dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe
accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e
dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è
un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi
confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte
tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione
di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo
perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività.
Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.
Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che
la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno
dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi
sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato
questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene
dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i
parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che
tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e
nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti
miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di
decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la
pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in
Moldavia.
In Turchia, il settore della pasta sta avendo
un forte sviluppo negli ultimi anni. Stanno
comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia,
stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto
sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più
prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma,
soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore
vuole mangiare italiano, a prescindere.
Non voglio dire che Brazzale solleva un
problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale
manca di cogliere è purtroppo un altro.
Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche
indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha
sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie
imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200
giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti
proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi
ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una
discriminante e penalizzasse i piccoli?
Quanti studi farlocchi che dimostravano la
insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando
che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi
tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale?
Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di
sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per
dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli
anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.
Quanti fondi di private equity abbiamo visto
all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare,
tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità
decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza
giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora
intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?
Un’ultima riflessione, non specificamente legata
al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto
sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una
inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli
atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con
cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben
diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i
suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è
l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo,
distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per
strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.
(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)
(...eh, lo so, la vostra lista di priorità è diversa dalla mia: ma quella di cui mi occupo oggi è la seconda cosa più sgradevole accaduta nel corso del surrealistico dibattito alla Treccani (sottostima!): la più sgradevole e preoccupante è stata senz'altro vedere un nostro viceministro di ambito economico concionare sulla base di un totale scollamento dalla realtà statistica: cosa può andare storto, se la nostra classe dirigente è così preparata? Ma se la nostra classe dirigente è preparata così, un motivo c'è, e oggi vi spiegherò quale, rivolgendomi in modo cortese ma fermo a una gentile (?) collega (?). Sia chiaro, fin da ora, che non ne faccio una questione personale. Proprio come nel precedente Three dogs file, anche in questo caso il problema non sono io, che su di me certe sciocchezze scivolano come rugiada sul granito. Il problema è la difesa dell'integrità scientifica, che poi, salvo rari casi, è sempre correlata a quella morale, perché per fare buona scienza non ci vuole un gran cervello: ci vuole una discreta spina dorsale...)
"Vorrei prendere una via di mezzo, una terza via fra Bagnai e Veronica, che probabilmente avrebbe preso anche Stefano, se avesse parlato di più delle politiche di stabilizzazione nell'area euro. Ovviamente premetto subito che condivido all'ottanta per cento quello che dice Veronica, per nulla gli errori e le confusioni dell'altro".
(al minuto 2:01:15)
Gentile dottoressa,
nel sentirla pronunciare una valutazione così liquidatoria del mio intervento nel convegno de cujus sono rimasti alquanto dispiaciuto: non tanto per me, che, come mi appresto a mostrarle, ho decisamente altrove i miei tribunali (sarà un po' arduo spiegarle quali siano, perché vedo che non facciamo esattamente lo stesso lavoro, ma tenterò), quanto per Giorgio La Malfa, e un po' anche per lei.
Per Giorgio La Malfa, perché Giorgio, come lei forse sa, mi ha chiamato a far parte del Comitato di indirizzo della Fondazione Ugo La Malfa, comitato al quale anche lei appartiene. Povero Giorgio! Come ci rimarrebbe male se sapesse di aver coinvolto in quella veste una persona che commette "errori e confusioni"! Suppongo che Giorgio, cooptando un cialtrone quale lei mi ha dipinto, si sia profondamente screditato ai suoi occhi, e se mai ha visto il filmato, se ne sarà reso conto e ne soffrirà: avere la disapprovazione della Bartoli gli avrà certamente tolto il sonno.
Ma sono rimasto male anche per lei.
Vede, io non so come dirglielo, ma con quella sua frasetta sbrigativa lei ha attirato la mia attenzione: chi sarà mai questa gentile signora che incontro solo in questi augusti consessi romani, un po' polverosi e molto autoreferenziali, e della quale mai mi è capitato di leggere una riga nel corso di trent'anni di attività di ricerca scientifica? Da dove trae presso gli astanti, e da dove crede di trarre presso di sé, questa elegante signora, l'autorevolezza che le consente di liquidare un docente universitario come fosse un cialtrone qualsiasi, e questo mentre riserva parole di sostanziale approvazione a persone pressoché prive di titoli scientifici? Un attacco così diretto ("errori e confusioni") in un talk show sarebbe normale. Ma al di fuori di simili sedi (che lei non frequenta, o almeno non mi risulta, perché temo che la sua opinione non interessi a molti...), e in particolare in sedi scientifiche, capita molto di rado che una persona contesti un'altra senza fornire uno straccio di argomento. Un simile atteggiamento paternalistico se lo potrebbe permettere, ma solo in contesti provinciali, e sbagliando, solo chi fosse al culmine della carriera accademica (professore ordinario, magari anche direttore di dipartimento, e magari anche presidente di qualche importante società scientifica), o chi avesse in ogni caso una comprovata esperienza di ricerca nel campo in cui si esprime, attestata da decine di pubblicazioni scientifiche, soggette a peer review, o almeno da qualche saggio che abbia avuto un minimo di impatto, se non scientifico, almeno sull'opinione pubblica.
Ora, vede, dicono di me che io abbia un pessimo carattere.
In realtà, non è così, perché la risposta al suo attacco era lì, sulla punta della lingua. Certo, io posso aver fallato, nei miei lavori. Il modo più sicuro per non sbagliare, del resto, è non agire. Una rapida consultazione al database accademico più autorevole, Scopus della Elsevier (che ho presentato ai miei lettori in questo post) ci chiarisce immediatamente da dove Ella tragga la sua adamantina certezza di poter giudicare i vivi e i morti:
La trae da un antico e saggio detto popolare: chi non fa non falla. E lei, che fino a quando ci siamo incontrati deve evidentemente essere stata una persona molto avversa al rischio, ha risolutamente scelto di non sbagliare, non facendo (in termini di ricerca scientifica: ma di cosa stavamo parlando?).
E c'è riuscita benissimo (complimenti!), tant'è che per Scopus pare lei non esista!
Per carità, Mondo Cinese, o Bancaria, le riviste dove lei scrive, saranno senz'altro delle oneste riviste di rilevanza locale. Non credo però che nessun essere senziente le metterebbe sullo stesso piano, poniamo di China Economic Review o del Cambridge Journal of Economics, no?
Nulla di grave.
Questo non le impedisce di insegnare Prospettive Macroeconomiche Globali (?) in una prestigiosa università romana, suppongo a contratto, perché non la trovo nemmeno nel database dei docenti di ruolo:
Il problema, eventualmente, sarà dell'ateneo, che avrà giustamente soppesatola sua congrua esperienza professionale come consulente di quei governi che (non solo per merito suo) hanno condotto l'Italia sul ciglio del baratro, ritenendo che questa potesse più che compensare una sostanziale assenza di titoli scientifici. A me piace il sistema anglosassone, quello dove le università scelgono, e poi raccolgono i frutti (più o meno maturi) delle loro scelte...
Il freddo dato bibliografico ci spiega, fra l'altro, come mai lei si trovasse così a suo agio con certe persone che profferivano teorie economiche superate e favolistiche (austerità buona e austerità cattiva...). Chi si somiglia si piglia (oggi parlo per proverbi, così ci capiamo):
E certo che anche la dott.ssa De Romanis rischia di non aver fatto molti errori, o, più esattamente, di non averli messi per iscritto...
(...per vostra conoscenza - i miei lettori già lo sanno - uno che fa ricerca somiglia a questa cosa qua:
e a fine anno ci saranno altre due pubblicazioni in lista...)
Fatto sta che oltre alla scarsa familiarità con la buona educazione (scientifica) e con la scrittura (scientifica), il suo intervento dimostrava anche una certa qual distanza dalla pratica della lettura (scientifica). Eh, sì: perché al termine di un breve resoconto nel quale avevo citato, nell'ordine: Bruno Frey, Giandomenico Majone, Dani Rodrik, Rudiger Dornbusch, Paul De Grauwe, Willem Buiter, Wolfgang Streek, Kevin Featherstone, e Peter Bofinger, il fatto che lei parlasse di errori miei, quando di mio, in quanto avevo detto, non c'era nulla, trasmetteva con plastica evidenza la sensazione che lei non avesse mai frequentato gli scritti di questi signori, che invece sono familiari ai lettori del mio blog, nonostante fra questi ultimi molti (non tutti) abbiano con lei una cosa in comune: il fatto di non essersi mai sottoposti a una peer review (e quindi di non essere su Scopus).
Se avesse seguito con più attenzione, avrebbe notato che il nano Bagnai non era venuto da solo in così augusta sede: aveva portato con sé, per sicurezza, una squadra di giganti. Si sarebbe così spiegata per quale motivo Vincenzo Visco, persona lucida e colta, si fosse sentito in dovere di intervenire per difendermi: per il semplice motivo che mi era stato a sentire, e sapeva che io, in quella sede di divulgazione alta (o come tale percepita), avevo semplicemente svolto il mio compito di divulgatore di verità scientificamente accertate. Ma lei ha preferito non ascoltare, salvo poi esibirsi in un attacco di stampo televisivo.
Ecco, gentile Gloria: senza rendersene conto, agendo così, la terza via l'ha presa: e ora sa anche dove porta.
Quando mi rivede, in FULM, accetti un consiglio: faccia tranquillamente finta di non riconoscermi, e così farò io, senza eccessiva difficoltà. Ma la sconsiglio di commentare qualsiasi cosa mi accada di dire, perché io posso essere gentile una volta sola: quella in cui, per umanità, lascio che sia l'uomo a prevalere sullo scienziato. Poi, però, deve parlare lo scienziato, anche a costo di dire cose che non tutti possono intendere (cosa che a me, invero, capita di rado, perché mi capiscono sempre tutti molto bene, e certamente mi ha capito anche lei, nevvero?). Mentre sarò disponibile a confrontarmi con chiunque voglia portare argomenti,non tollererò altri attacchi apodittici di questa portata da chi oggettivamente non ha titoli scientifici pari ai miei, e questo non per tutelare la mia persona, che non ne ha bisogno, ma il mio ruolo come docente di politica economica abilitato da ordinario. Questo desidero sia chiaro. L'università italiana è una cosa seria, nonostante tutto. Questo probabilmente sfugge a chi non la vive dall'interno, ma l'importante è che non sfugga il messaggio principale: simili atti di teppismo verbale non saranno più tollerati.
Siete volenterosi, siete spiritosi, siete affettuosi, ma, purtroppo, siete anche afflitti da una radicale e temo insanabile carenza di #lebbasi.
Guardate questo breve ed affettuoso scambio su Twitter:
E certo che se mi capite sistematicamente al contrario, e soprattutto leggete sistematicamente al contrario la realtà, di strada non ne faremo molta come movimento culturale e magari (secondo voi) anche politico.
Ma, appunto, la cosa funziona così: Renzi ti nomina, e tu fallisci.
In un certo senso, quindi, possiamo dire che se finora ce la siamo cavata è perché l'Italia è l'ultimo dei pensieri di questa classe dirigente:
Finora Renzi e il PD (reo con fesso) hanno pensato all'Europa, hanno lavorato per lei, e soprattutto hanno nominato praticamente solo lei, e i risultati si vedono! C'è da tremare al pensiero che in un tentativo di inseguire l'ultradestrafascionazionalpopulistxenofoba il nostro simpatico iettatore si metta in capo di pensare a noi, o addirittura di nominarci!
Perché se c'è una cosa evidente è che Renzi è colui dal quale, se vuoi scamparla, non devi essere nominato. Quindi, non Lord Voldemort, ma Tromedlov Drol.
Ma questo, a Elenina, che è tanto caruccia ma priva di #lebbasi evidentemente era sfuggito. E siccome l'argomento è serio e delicato, ho pensato di esplicitare il concetto affinché evitiate rischi. Nominare Renzi non è pericoloso: è inutile. Le colonie non hanno statisti: hanno solo ascari. Viceversa, esserne nominati è fatale. Cercate quindi di non entrare nel suo campo visivo, o, se proprio dovesse accadere, sperate che parli male di voi, perché se invece dovesse parlarne bene...
(...in qualche modo il post precedente è una conferma di questo principio...)
(...questo era uno scherzo - fino a un certo punto: con una correlazione uguale a uno non si scherza! - ma se volete vi offro anche una lettura seria. Certo, se sei al governo devi infondere fiducia. Ma ci sono mille e uno modi meno scemi e autolesionistici per farlo. O ci prende per sciocchi, o è sciocco lui, or both...)
(...lavoro come una bestia, giorno e notte. Mi sveglio ogni mattina alle quattro. Va bene, capisco che dovrei concentrarmi solo sulle cose essenziali, ma ogni tanto vorrete pur concedermi qualche distrazione!...)
qualche anno fa, molti anni fa, mi trovavo sulle prealpi friburghesi, salendo dal Lac Noir allo Schopfenspitz - so che tu, che sai tante cose, sapresti anche ubicarlo su una cartina, e non è quindi a uso tuo, ma dei miei pochi lettori, di quei poverini che (a sentir te) si sono lasciati abbindolare da uno sciamano scientificamente inconsistente, che ricordo di cosa si tratta:
A quel tempo, essendo più giovane, ero anche meno saggio, e più pigro. Ricordo ancora la fatica fatta nell'accesso alla valle, per una strada di servizio alle malghe ripida e tortuosa. Ma ricordo soprattutto l'ultima parte del percorso, la breve salita finale verso la cima. Io ero andato, come al solito, da solo, ma essendo una bella giornata mi ero ritrovato in compagnia. Il sentiero, come sai e come si vede in questa foto:
sale da est verso una crestina orientata da nord-ovest a sud-est, e percorre il ciglio di un prato fortemente inclinato verso ovest, al bordo occidentale del quale comincia un dirupo (nella foto, vedi le prime frane in basso a destra). A sinistra (nella foto, la zona in ombra) la montagna scende a picco, per qualche decina di metri, verso una valletta. Certamente vedi anche, col tuo occhio esperto, che poco dopo aver guadagnato il ciglio ed aver piegato a sud-est, dal sentiero si dipartono delle tracce che invece di seguire il ciglio orientale del prato, passano in mezzo ad esso. Io, un po' timoroso e molto inesperto, invece di tenermi sul ciglio orientale (con connesso dirupetto a sinistra), mi lasciai tentare proprio da quelle tracce, e quindi percorsi il centro del prato (con relativo dirupone a destra). Ero già a metà strada, più o meno in mezzo alla foto, quando qualcuno, dalla vetta, rivolgendosi a dei suoi amici che, dietro di me, invece di tenersi sulla sinistra - cosa in quel caso consigliabile - avevano optato per il centro, gridò: "Tenetevi a sinistra, evitate il prato! Ha piovuto, è scivoloso, e a destra avete l'Abgrund!" Inutile dire che le mie ginocchia subirono una immediata trasformazione, facendosi in un istante di pastafrolla. Mi resi immediatamente conto del fatto che, per evitare un pericolo, mi ero messo in un pericolo peggiore. D'altra parte, ormai ero a metà strada, e correvo tanti rischi a tornare indietro quanti ad andare avanti: anzi, tornando indietro ne correvo uno in più: quello della brutta figura, che il mio giovanile orgoglio proprio non poteva concedermi. Con grande attenzione ripresi quota, e ora sono qui a raccontarti questo aneddoto (l'Abgrund non mi ha avuto). Da questa esperienza ho tratto due lezioni, che non sempre seguo: in montagna non si va da soli (ma allora che ci si va a fare?); se si è in compagnia di esperti conviene fare quello che fanno loro. Ora, forse non ci avrai fatto caso, perché magari nei corridoi della facoltà, quando io sono altrove, non è così (non lo so e non mi interessa): tuttavia, nessuno dei miei colleghi economisti in tanti anni ha mai avuto l'idea di avventurarsi in una critica pubblica delle tesi che sostengo nelle mie pubblicazioni, e questo per due motivi. Il primo, di mera cortesia e senso dell'opportunità accademici: i panni sporchi si lavano in famiglia, e questo non per omertà, ma semplicemente perché è inutile creare ulteriori tensioni in un ambiente in cui, essendo la competizione un dato fisiologico (quello che noi facciamo non è un lavoro: è una carriera...), tensioni ce ne sono già più che a sufficienza, soprattutto in un periodo di risorse artificialmente limitate. Il secondo un po' più sostanziale: come quei quattro sprovveduti che mi seguono ormai sanno bene, le cosiddette "tesi di Bagnai" in realtà sono semplicemente le conclusioni della letteratura scientifica più autorevole in materia. Ovviamente tu sei assente giustificato dal dibattito, dal momento che ti occupi di altro (se dovessi dire di cosa sarei in difficoltà, appunto perché... apparteniamo a settori diversi!). Tuttavia, proprio come se io fossi sul Sirente, dai cui canaloni orientali tu ti lanci sci ai piedi (perché di coraggio ne hai, da vendere!) tenderei a darti retta (o magari a restare a casa), riconoscendoti una superiore capacità di orientamento e di decisione in un contesto a me sostanzialmente estraneo (per quanto mi affascini), così mi sembrerebbe normale che tu, nel momento in cui ti affacci al contesto a te estraneo dell'economia e più specificamente della politica economica, ti lasciassi guidare da chi ne sa di più. Invece, guarda cosa mi segnala uno dei tanti amici che ti vuole bene (non ne ho solo io: ne hai anche tu. Cose che capitano a chi ha una personalità forte...)! Una pagina che io non avrei mai letto - in effetti, non l'ha letta quasi nessuno (e un motivo ci sarà...) - e che non posso non trovare alquanto sorprendente!
Ora... cosa vuoi che ti dica? Su quanto il Regno Unito si penta, su quanto l'Esercito europeo sia una buona idea, su quanto la Bce abbia servito i nostri interessi, preferisco non pronunciarmi. Sarebbe crudele, da parte mia, voler infrangere le tue illusioni, visto che questa settimana ti ha già riservato due recise risposte negative dalla storia, anzi, dalla SStoria: a pochi giorni dal tuo appassionato esercizio di wishful thinking,
l'Europa dimostra tutta la sua impotenza decisionale (o la sua natura
truffaldina) assegnando per sorteggio, al cospetto di un'Italia crocefissa dall'ignavia dei suoi governanti, due importanti agenzie, così come i
legionari si giocarono la tunica del Cristo crocefisso. Mi pare di capire che questi siano i tuoi governanti di riferimento, e ti sono vicino nel tuo dolore per la loro prossima dipartita. D'altro canto, la
Germania, che mi pare di capire sia il tuo modello economico/sociale di riferimento, si arena, dopo le elezioni, in
uno stallo diretta conseguenza di quelle tensioni sociali, che io
descrivevo nel mio testo del 2012, figlie della sleale svalutazione
competitiva dei salari la cui natura disfunzionale oggi è ammessa dagli stessi economisti tedeschi. Le famose "riforme", tanto decantate da chi non sa cosa siano, non potevano non portare al potere
partiti di destra più o meno nazionalista, con conseguenze che a me erano e sono
piuttosto chiare, e con le quali rinuncio a tediarti.
Questa è quella che tu chiami "l'abbondante rielezione della Merkel", con un umorismo certamente involontario, dal momento che, in tutta
evidenza, di abbondante c'è solo la Merkel: la rielezione no, tant'è che
probabilmente si andrà a rivotare, con esiti che in questo caso non
riesco a prefigurarmi, ma che già da ora delineano una sconfitta del
"modello" (?) tedesco.
E questa (la tua) sarebbe un'analisi non ideologica della realtà?
Caro Giampiero, mi sia consentito dubitarne. Ma, attenzione: se i dati sono in disaccordo con te su tutta la linea, io sono in disaccordo con te su un unico punto, un punto di metodo: nonostante tu sia di avviso contrario (che io certamente rispetto), tuttavia mi chiedo cosa mai dovrebbe fare un intellettuale se non intervenire nel dibattito, per tentare di incidere sulla realtà mettendo a disposizione della comunità che lo mantiene il proprio bagaglio di esperienze e risultati scientifici? Se quello che io faccio sia scienza, lascialo decidere ai comitati editoriali delle riviste internazionali su cui pubblico: sai, noi economisti siamo affezionati al principio della divisione del lavoro... Qui il punto è un altro: possibile mai che tu, un giurista, ti faccia abbindolare dalla retorica liberista che vorrebbe ricondurre le scienze sociali a un astratto e irrealistico paradigma naturalistico? Bisogna essersi dimenticati Galileo, tanto per dirne una, per ignorare che la distinzione fra scienze sociali e scienze naturali (hard sciences), proposta, guarda caso, dagli americani, è, appunto, un'americanata! (Detto con affetto per gli americani e per i loro burger). La falsa dicotomia fra hard sciences tanto affidabili quanto asettiche, e scienze sociali da cui diffidare perché non matematizzabili, questo pitagorismo dell'Illinois, fa sorridere chiunque abbia letto un testo di storia della scienza. Qui sappiamo che anche Euclide, anche Newton, erano ideologici, e tentavano di "incidere sulle cose" influendo sul procedimento analitico. E sappiamo anche - ma questo dovresti insegnarcelo tu, che sai la lingua - che "all'ùteme s'arecònde le pècure". Questa scienza "ideologica" ci ha permesso - anche troppo! - di incidere sulle cose! Perché, vedi, pare che gli scienziati, guarda un po', in effetti tentino di incidere sulla realtà, di essere utili, e questa tutto è tranne che una cosa nuova: a quale scopo mai si vorrebbe conoscere la realtà se non per incidere su di essa? Chi sa che un certo assetto di regole è disfunzionale, e lo sa perché ha compiuto un percorso di studi specialistici, che gli permettono di appoggiarsi su una dottrina che si è stratificata lungo i decenni, e su riscontri empirici provenienti da una messe di casi precedenti, cosa mai dovrebbe fare, se non dirlo (finché gli viene concesso) per mettere in guardia i propri concittadini? Sei proprio sicuro che per uno scienziato sociale sia una buona idea auspicare l'irrilevanza sociale dei propri studi?
Aspetto suggerimenti...
Caro Giampiero, la tua carriera, più rapida e brillante della mia, ti ha dato tante soddisfazioni. Hai combattuto tante battaglie, e ne hai anche vinte alcune. Oggi, considerande le due smentite che il tuo sogno irenico europeo ha incassato in meno di una settimana, consentimi, in serenità e amicizia, di apporre al tuo intervento su Facebook, in guisa di commento, la lapide che ricorda altri italiani, quelli che combatterono in una compagnia che si sarebbe dovuto evitare (sempre la solita) una battaglia che si sarebbe potuto evitare:
Valoroso tu, certo, lo sei. Ma in questo caso sei stato un po' sfortunato. Questo, ovviamente, per chi crede alla sfortuna. Io non ci credo: sono uno scienziato. Affettuosità. Alberto)
(...nonostante qualche volta se ne dimentichi, Giampiero è un amico e quindi esigo ancor più rispetto del consueto...)