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sabato 10 dicembre 2016

I perché del no (in dissenso da Illy)

Mentre gli intellettuali organici si leccano le ferite, rilasciando dichiarazioni francamente inquietanti, da cui trapela, con un misto di ingenuità e protervia che lascia sbalorditi, la ferma volontà di servirsi della categoria dell'odio per criminalizzare il dissenso politico (fenomeno particolarmente appariscente in chi è stato così poco lungimirante da saltare sul carro del vincitore un attimo prima dello schianto), a/simmetrie continua a lavorare. Chi si fosse messo in ascolto in questo momento, e magari gradisse la trasmissione, è esortato a ragionare su quel "la libertà non è gratis" scritto in rosso qua sopra, magari dopo aver notato che le poche voci autorevoli realmente critiche nel dibattito italiano collaborano a questo progetto.

Conversando ieri sera con Vladimiro Giacché, dall'A24, lui attirava la mia attenzione su un dato il cui significato sembra essere sfuggito ai commentatori: il "sì" ha prevalso fra gli elettori oltre i 55 anni, come documenta il Corriere. Documenta, ovviamente, è una parola grossa. Purtroppo, e sottolineo purtroppo, il più autorevole quotidiano nazionale ci ha dato soddisfazioni anche con i dati misurabili. In questo caso, però, più che la fonte (ideologicamente schierata, il che è lecito, come è lecito esercitare diritto di critica), suscita qualche perplessità la natura stessa del dato. Visto che il voto è segreto, viene un po' da sorridere al constatare la pretesa di quegli stessi sondaggisti che ultimamente toppano tutti i pronostici di descriverci ex post la natura dei risultati: quanti giovani, quanti vecchi, quanto uomini, quante donne, quanti colti, quanti incolti, e via divinando.

Tuttavia:

1) in questo caso i sondaggiai ci avevano tutto sommato preso: il no lo davano vincente tutti, anche se nessuno si aspettava una percentuale simile (proprio nessuno no...);

2) il dato sulla maggiore propensione al sì degli anziani risulta da più di una indagine. Ad esempio, SWG segnala che la percentuale di no decresce monotonamente con le classi di età, dal 71% dei 18-24, al 55% degli oltre 64.

Il post precedente spiega le ragioni del "no" con una variabile che presenta una buona capacità esplicativa: la disoccupazione giovanile. Questa variabile, però, è riferita appunto alla condizione dei nostri amati giovini. Ora, la domanda è: se il voto è stato per difendere i Sacri Principi consacrati nella Carta Costituzionale col Sangue dei Partigiani che hanno combattuto sulle Montagne ecc., perché mai proprio chi è più anziano, cioè chi quella stagione l'ha vissuta e dovrebbe serbarne il caro ricordo che si mantiene della giovinezza, delle sue vittorie, e anche delle sue sconfitte, ha votato per stuprare questa Carta Costituzionale? Come mai chi ha (oggettivamente) meno futuro davanti ha manifestato tanta attiva volontà di incidere sulle norme che lo regoleranno?

Chiaramente c'è qualcosa che non torna. Ma forse potrebbe semplicemente non tornare il dato dei sondaggiai. Siamo allora andati a verificare come stanno le cose basandoci su dati oggettivi: la distribuzione regionale del no, la disoccupazione giovanile (come nel grafico precedente), e alcune variabili descrittive della struttura della popolazione.

Cominciamo con il replicare il grafico del post precedente, mettendo qualche numero:



I numeri ci dicono che la disoccupazione giovanile spiega il 64% della variabilità infraregionale del voto (è il coefficiente R quadro che vedete nel grafico e nel tabulato), e che un aumento di un punto della disoccupazione giovanile U1524 fa aumentare di mezzo punto la percentuale di votanti per il No (più esattamente, di 0.502492 punti). La relazione statisticamente è molto significativa, come sa chi sa cosa significa statisticamente significativo. I residui sono normali, omoschedastici, incorrelati (se interessa).

Tutto bene, ma si può fare di più. Intanto, vediamo se è vero che esiste una relazione negativa fra età e percentuale di no. A questo scopo, utilizziamo alcune statistiche che descrivono la struttura demografica regionale: la percentuale di popolazione sopra i 55 anni POP55 (per analogia con la suddivisione dei votanti utilizzata dal Corriere), quella sopra i 65 anni POP65 (che ha più senso perché legata al termine della vita lavorativa (quando va bene), l'età media regionale AGE, il tasso di dipendenza DIP, e il tasso di dipendenza degli anziani DIPA (come il precedente, ma considera solo gli anziani al numeratore). Le correlazioni in effetti sono tutte negative:


(le leggete sulla prima colonna), ma dato che il campione è esiguo (20 regioni), quelle effettivamente significative sono solo tre: con la percentuale di over 65 (-0.43), con il tasso di dipendenza degli anziani (-0.47), e con il tasso di dipendenza (-0.64) (per verificare la significatività vi consiglio questo simpatico strumentino). Per le vostre sempre opportune verifiche, qui i dati:



Quindi in effetti sembra che nel determinare la distribuzione regionale del risultato l'età abbia contato qualcosa. Ad esempio, fra percentuale di no e popolazione sopra i 65 anni di età si ottiene questa relazione negativa:


La relazione esiste, ma è relativamente debole: spiega solo il 19% della variabilità infraregionale del voto. Tuttavia, il coefficiente che lega le due variabili è statisticamente significativo al livello del 10%:


(lo vedete nella colonna "Prob.": la probabilità che il coefficiente sia statisticamente nullo è del 5.3%, molto bassa).

Si capisce anche cosa c'è che non va: il visibile outlier (cioè osservazione che "sta fuori" dalla nuvola di punti) cerchiato di rosso nel grafico, corrispondente, pensate un po', al Trentino Alto Adige: regione dove il no ha raggiunto appena il 46%, nonostante la popolazione fosse relativamente giovane (o meglio: la percentuale sopra i 65 anni relativamente bassa: 19.9%). La statistica ci permette di tenere conto di questa idiosincrasia, utilizzando quella che tecnicamente si chiama una variabile dummy, ovvero una variabile che vale uno in corrispondenza dell'anomalia statistica che si vuole isolare, e zero altrove. Se operiamo in questo modo, otteniamo questi risultati:


I risultati ci dicono, in definitiva, che il Trentino Alto Adige ha avuto una percentuale di no pari a 19.6 punti in meno rispetto a quelli previsti dalla sua struttura demografica (è il coefficiente della variabile CRUCCHI - aspetto fiducioso il flame dei cari amici sudtirolesi). Una volta tenuto conto di questa anomalia, la struttura demografica impatta in modo molto, molto significativo: il coefficiente di POP65 arriva a -1.88 ed è significativo all'1% (la probabilità che sia statisticamente nullo è pari allo 0.45%, irrisoria...).

Non ve la faccio tanto lunga. Da un rapido processo di specification search, il modello più robusto ottenuto su dati regionali mettendo insieme tutte le variabili delle quali vi ho parlato è una cosa di questo genere:

Una volta "nettato" con la variabile dummy l'impatto delle appartenenze etniche e partitiche (la variabili "PIDDINI" vale uno in Emilia Romagna, Toscana e Umbria, regioni "rosse", e zero altrove), che in media hanno abbassato do 9.36 punti la percentuale di "no", la determinante socioeconomica più rilevante è il tasso di disoccupazione giovanile, seguito dal tasso di dipendenza. Sarei curioso di vedere cosa verrebbe fuori a livello provinciale. Ovviamente, con dati più "fini" avremmo più rumore statistico, ma da qualche analisi che mi è arrivata il segnale circa l'impatto positivo della disoccupazione emerge bello chiaro:


Diciamo che a livello provinciale la disoccupazione tout court spiega il 52% della variabilità del voto (mentre a livello regionale la disoccupazione giovanile spiega il 64%). Purtroppo in questo momento a/simmetrie è senza ricercatore, e non ho nessuno da incaricare di lavori simili, che ovviamente sarebbero interessanti. Vi faccio solo un esempio: secondo voi, quale altra variabile potrebbe influenzare l'atteggiamento degli elettori verso l'Europa? La risposta è dentro di voi ed è giusta.

Intanto, però, dobbiamo tirare un senso politico da questo delirio statistico. Diciamo che a grandi linee il dato desunto dai sondaggiai pare essere supportato dall'evidenza: la struttura demografica della popolazione conta, nel senso che una maggiore percentuale di pensionati (over 65) o una maggiore dipendenza strutturale (che non è esattamente la stessa cosa) influiscono in modo negativo e statisticamente significativo sul no alla riforma.

Pare che così gli anziani fossero ansiosi di riformare, anche se un po' meno di quanto i giovani fossero ansiosi di lavorare. Torno a dire che il primo dato è strano, dato che, normalmente, con l'età sorge una certa neofobia, e anche una certa cautela, che confluiscono in un atteggiamento generalmente conservatore. Inoltre, si suppone che chi è più maturo abbia avuto più tempo (anche se non necessariamente più voglia, o più opportunità) di informarsi, anche perché è senz'altro passato, come me e come i miei coetanei, per un sistema scolastico nel quale l'educazione civica esisteva, e la Costituzione veniva studiata, o almeno rammentata, anche a scuola.

Tutti elementi che contrastano con certe analisi sinceramente un po' estemporanee, come quelle profuse a Radio 24 da Riccardo Illy, secondo cui l'Italia del "no" sarebbe quella che "si è fatta influenzare da persone che perseguono altri obiettivi di breve termine, che sarebbero quelli di vincere le elezioni", "un'Italia poco informata", insomma.

Ah, questo, naturalmente detto da uno secondo cui:

1) non ci sono stati sfracelli dopo il no perché "i mercati a termine tendono sempre a scontare in anticipo gli effetti che si prevedono", ma "purtroppo i mercati e soprattutto la borsa tende a premiare i risultati a breve termine, non quelli a medio lungo" (ravviso una certa incongruenza: e voi? I mercati anticipano il medio termine, o premiano il breve termine?).

2) la Spagna è ripartita perché "aveva fatto riforme molto importanti in precedenza e quindi è andata avanti per inerzia; anche con il governo Renzi alcune riforme importanti sono state fatte... ne cito una per tutte, quella del mercato del lavoro, che erano attese da decenni"

3) in Italia la recessione è stata devastante più che altrove perché "gli altri paesi non avevano il 130% di debito pubblico"

Vi risparmio le altre perle, ma già da queste trapela una persona molto consapevole dei propri interessi di classe più immediati (tagliare i salari e togliersi di torno i lavoratori sindacalizzati grazie alla meravigliosa riforma del jobs act), ma poco consapevole dei più elementari dati di finanza pubblica di un paese nel quale tuttavia mi risulta abbia esercitato funzioni di governo locale (la nostra non è una crisi di debito pubblico, come qui abbiamo detto fin dall'inizio, la situazione della finanza pubblica italiana non ha mai destato l'allarme delle autorità europee, il rapporto debito/Pil all'inizio della crisi era al 103% e non al 130% del Pil - dislessia? - ed è stato portato al 130% dalle politiche di Monti che Renzi - e quindi presumo Illy - ha appoggiato, come abbiamo visto tante volte e dettagliatamente qui). Una persona, infine, piuttosto all'oscuro (nella migliore delle ipotesi) di cosa ci sia dietro i pretesi miracoli altrui (lo schiacciamento delle retribuzioni e dei diritti dei lavoratori, come abbiamo ampiamente documentato qui e qui).

Naturalmente povertà non è vergogna: se uno che per lavoro deve fare altro (a quanto capisco, il renziano post litteram) mi dà dell'ignorante, io lo scuso, lo compatisco, e non compro i suoi prodotti.

Come sempre, però, prendo il buono da chi la vita mette sulla mia strada. Analisi come questa, che attribuisce il "no" a motivazioni superficiali, sono a loro volta di una tale superficialità, o, se vogliamo, di una tale cecità ideologica, da lasciarci supporre che in effetti le motivazioni del "no" non possano che essere più razionali ed avvedute, subordinatamente alle informazioni di cui gli elettori disponevano.

Sì, caro Illy: una parte degli elettori aveva effettivamente un obiettivo di breve termine, e in questo senso la sua analisi è corretta. Temo però che l'obiettivo non fosse quello che ella ravvisa (vincere le elezioni), bensì quello, meno ambizioso, di mettersi a lavorare il prima possibile. Sa, quella cosa un po' démodé dell'esistenza libera e dignitosa da realizzare con una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del proprio lavoro? Ella naturalmente non ignora da dove vengano queste parole, giusto?

Ecco: questa anticaglia, che lei voleva legittimamente spazzare via, oggi è fattualmente ostacolata dall'appartenenza all'euro, che obbliga a realizzare l'aggiustamento macroeconomico innalzando la disoccupazione, come qui è stato spiegato in tempi non sospetti (cioè prima che lo spiegassero i soloni del mainstream, i quali, peraltro, ne erano consapevoli da sempre: valga per tutti Dornbusch, da noi citato qui). Cianciate sempre di quanto sarebbe immorale la "svalutazione competitiva", voi industriali italiani (sempre più scissi dalla vera base produttiva del paese, fatta di piccole e medie imprese), e questo sarebbe strano, perché della flessibilità del cambio avete beneficiato. Ma l'apparente mistero si risolve quando si consideri che a voi sta ancora meglio la disoccupazione competitiva, il regolare la competitività schiacciando i salari di lavoratori più ricattabili perché più stremati. Certo, a voi questo meccanismo di aggiustamento sembra perfettamente naturale, non avendo voi quasi mai dovuto preoccuparvi di come garantire a voi stessi un domani, come non se ne dovette mai preoccupare il compianto Padoa Schioppa, quello che da figlio di amministratore delegato delle Generali, condannato a vivere nella bambagia, auspicava per gli altri un sano contatto con la durezza del vivere.

Poi c'è l'altra parte dell'elettorato, quel quinto della popolazione (a spanna) fatto di pensionati. Credo su di loro abbia fatto leva l'opera cialtrona e fascista di disinformazione condotta dai media. Questi da anni terrorizzano le fasce più anziane della popolazione con l'idea (non supportata né della teoria, né dall'evidenza empirica) che un'uscita dall'euro significherebbe una svalutazione catastrofica, con una impennata dell'inflazione che eroderebbe il valore reale delle loro pensioni. Il pensionato che legge il giornale, che passa il tempo di fronte alla televisione, succube di fronte alla marea di disinformazione crescente, è lo stesso che ai tanti incontri che ho fatto in giro per l'Italia mi dice "ma io non lo so usare il blog"! A differenza del giovane, quindi, non ha accesso ad altre informazioni che non siano quelle che gli ottimati vogliono che abbia. Ma esattamente come il giovane, anche il vecchio ha dato un voto razionale ed informato (anche se il suo info set era stato inquinato dal giusquiamo di un'informazione che dovrà, prima o poi, essere richiamata seriamente ai suoi stessi principi deontologici).

In sintesi, insomma, anche l'impatto della struttura demografica sulla distribuzione del voto ci chiarisce che questo non è stato (solo) un voto pro o contro la riforma costituzionale, dato per motivazioni ideali, ma è stato (soprattutto) un voto pro o contro l'euro dato per motivazioni economiche. Ha votato a favore chi temeva che il voto, causando un'uscita dall'euro, ledesse i suoi interessi economici. Ha votato contro chi sperava che il voto, causando un'uscita dall'euro, favorisse i suoi interessi economici. Certo, questa consapevolezza non può essere stata chiara e distinta in ognuno. Ma il dato sull'età è in qualche modo la prova del nove, e rivela che i merdia hanno fatto un gigantesco autogol quando hanno legato l'esito del referendum a una potenziale uscita dall'Italia. Hanno tirato dalla propria parte il 22% dei pensionati (esclusi i tanti, di cui qui si è parlato, con la spina dorsale dritta), ma hanno anche allontanato il restante 78% della popolazione, quella che ha capito che di Unione Europea si muore.

Quella che i piddini chiamano "Europa", quel delirio imperialistico scisso da qualsiasi percorso di razionalità storica e politica, quel luogo ideale che rappresenta la radicale negazione non tanto della democrazia, quanto della stessa politica, perché non può esserci polis, cioè comunità, senza logos, e che infatti ci propone di sostituire alla politica la "governabilità", la governance, intesa come aderenza passiva a un insieme di regole spacciate per ottimali, nonostante siano producendo disastri ovunque (tranne che dove ci si può permettere di non applicarle), regole che esprimono rapporti di forza sui quali le nostre élite non hanno voluto incidere (perché volevano servirsene per schiacciare i sottoposti, cioè noi) e ora non possono più incidere (perché aderendo ad esse hanno indebolito il paese, cioè loro stessi), la famigerata governance, che è l'idea che il paese sia come un treno che viaggia sui binari, e dove il macchinista deve semplicemente regolare la velocità, cioè l'inflazione: ecco: questo delirio fascista è mortifero perché è menzogna, a tutti i livelli.

Ai pensionati che hanno votato "sì" perché preoccupati del legame fra svalutazione e inflazione io non dirò altezzosamente che sono disinformati, come un padrone qualsiasi. Darò loro umilmente, con dedizione, con impegno, con sforzo, un'informazione, quella che ho diffuso nell'ultima newsletter dell'associazione a/simmetrie, ovvero questa:


La vedete? Questa è la relazione fra svalutazione (variazione del prezzo del dollaro in sterline) e inflazione nel Regno Unito. Sì, con la Brexit c'è stato un rapido riallineamento del cambio, una svalutazione di circa l'8% (il primo picco della linea verde scuro), nel mese di luglio. Ma l'inflazione è addirittura calata, nonostante Carney abbia fatto una politica monetaria inutilmente espansiva per intestarsi il merito dei benefici economici che il Regno Unito stava traendo dall'aver abbandonato un cambio che le stime del Fondo Monetario Internazionale indicavano come chiaramente sopravvalutato:



(le fonti sono questa per il tasso di cambio, questa per i prezzi al consumo nel Regno Unito, questa per la sopravvalutazione della sterlina pre-Brexit).

Sì, cari amici pensionati, disinformati da media criminali, perché responsabili della più atroce delle guerre civili, quella dei vecchi contro i giovani: potete credere ai vostri occhi! Una svalutazione dell'8% ha portato con sé un'inflazione di quanto? Ve lo dico io: dello 0%.

Non credete ai giornali!

Come potete pensare che organi di informazione in mano a una classe imprenditoriale giustamente sensibile ai propri interessi vi forniscano informazioni utili a tutelare i vostri? Potete pensare che un Illy, o un Boccia, vogliano il vostro bene? No: giustamente essi vorranno il loro, che non coincide, né mai coinciderà, col vostro, perché ora che il paese è spolpato l'unico modo che queste persone hanno di estrarne valore è spremere ancor più le retribuzioni, o spostare all'estero la creazione di valore. In questo modo, cari amici pensionati, la vostra pensione diminuirà per forza: non si può distribuire il reddito che non viene creato. Ora, le cose stanno così: è il lavoro che crea valore, ma l'unico modo di tutelare la stabilità dei prezzi è far aumentare i disoccupati, cioè distruggere valore. Non è per cattiveria che la Fornero vi ha fatto il bello scherzo che sapete, e non è perché le finanza pubbliche fossero in pericolo (questa è una enorme balla): è perché nel mondo della disoccupazione competitiva bisogna tagliare i redditi per favorire l'aggiustamento di competitività, e quindi, tautologicamente, diminuiscono i redditi da redistribuire per garantire un'esistenza dignitosa a chi in vita sua di valore ne ha prodotto, come voi, amici pensionati, che avete contribuito a fare grande questo paese.

Votando sì, cari amici, avete votato contro i vostri figli (per fortuna perdendo), e lo avete fatto non per cattiveria, ma per mancanza di informazioni, di dati, come quelli che vi ho fornito, e che nessuno dei grandi media in Italia vi fornisce. I vostri figli possono accedere ai pochi baluardi di informazione libera e indipendente, come questo blog: mi dispiace aver spiegato loro come stanno le cose, perché il triste esito dell'aver adempiuto alla mia missione di intellettuale rischia di essere che i vostri figli vi chiudano gli occhi non con una lacrima, ma con una maledizione. Questo, naturalmente, a meno che tutti, vecchi e giovani, non ci attrezziamo per contrastare efficacemente la marea montante della disinformazione e del delirio fascista che vuole delegittimare a tutti i livelli e in tutte le sedi la libera espressione del voto.

Oggi compio 54 anni.

Non avrei mai pensato di essere chiamato un giorno a rivolgermi ai miei concittadini, a mostrar loro i dati della crisi, a svolgere, inizialmente in completa solitudine, in questo paese, l'unica operazione veramente politica: coinvolgere la mia polis in un processo di graduale consapevolezza del meccanismo che ci sta schiacciando, un processo nel quale ho insegnato molto, ma ho anche molto appreso, al quale ho sacrificato molto, ma che mi ha anche dato molto, e quotidianamente mi dà, in termini di soddisfazioni umane inaspettate e incommensurabili. Le vostre parole di incoraggiamento e gratitudine sono il coronamento di cinque anni di lavoro che non avrei mai pensato di poter sostenere e che ho sopportato solo grazie alla vostra presenza.

All'orizzonte si profila la troika, come qui avevamo ampiamente previsto dodici mesi or sono. Saranno momenti molto duri: dopo le nostre libertà economiche, verrà conculcata anche la nostra libertà di espressione, la nostra possibilità di dissentire dal disegno criminale delle nostre élite cialtrone e bancarottiere. Vi chiedo un ulteriore sforzo: sostenete a/simmetrie, unico laboratorio coerente e strutturato di elaborazione di un pensiero critico scientificamente rigoroso, accuratamente documentato e comunicativamente efficace. Abbiamo bisogno di incidere sulla realtà finché abbiamo ancora (per poco) la possibilità concreta di farlo, attraverso i social media. C'è molto da fare in questa direzione (e ve ne parlerò), ma le risorse di cui disponiamo non ce lo consentono (e ve ne parlerò).

Vi chiedo anche di prendere in considerazione l'opportunità di aderire ad a/simmetrie, i cui scopi sociali sono descritti dallo statuto. Ci aspettano anni duri. Forse è il momento di conoscerci meglio, di contare quanti siamo, di promuovere con più efficacia presso i nostri compatrioti il tanto lavoro che abbiamo fatto e che non deve andare disperso.


Concludo però con una nota di ottimismo. Al di là delle analisi dei sociologi da bar, gli italiani hanno dimostrato di votare col portafoglio, razionalmente, subordinatamente alle informazioni in loro possesso, spesso di pessima qualità. Questo conferma la validità del messaggio che fin dall'inizio vi ho dato: l'unico, decisivo atto politico da compiere è portare corretta informazione. Il resto segue. I tanti "qualcosisti" che hanno disperso forze in improbabili esperimenti "politici" invece di concentrarsi nella diffusione dei messaggi corretti hanno la mia compassione, ma non sono miei alleati: sono miei nemici. Questo va chiarito, come va anche chiarito che se il nemico si arrende, è possibile stilare un trattato di pace e andare avanti.

Qui stiamo facendo la cosa giusta: voi la state facendo.

Vi chiedo solo di non arrendervi.

giovedì 8 dicembre 2016

Lettera agli elettori del PD


(...da Anton Bruno Cleriti ricevo e pubblico decorsa...)


Abbiamo provato a comunicare con voi di persona, sulle vostre pagine Facebook, sui vostri siti, sui vostri mezzi d’informazione. Abbiamo tentato di farvi capire cosa era realmente la riforma criminale e devastante che vi accingevate ad approvare con irresponsabile leggerezza, dettata da JP Morgan per levarci ogni residuo di sovranità popolare. Abbiamo postato decine, centinaia di video, articoli, dati dei più importanti economisti e costituzionalisti che, articoli della rifoma alla mano, la smontavano punto per punto. Vi abbiamo chiesto di riflettere, di pensarci, di rendervi conto della deriva autoritaria e fascistoide che il vostro partito, il Partito Democratico, persegue con accanita ostinazione. Vi abbiamo mostrato, al di là di ogni possibile dubbio, i legami, ormai molto più che trentennali, che i vostri vertici intrecciavano con la finanza internazionale ultraliberista che ne dirigeva le mosse. Vi abbiamo scongiurato di opporvi alle politiche deflattive e generatrici di disoccupazione, travestite da politiche a vantaggio dei cittadini, che da lungo tempo sono il marchio del vostro partito.

Ma niente.

Da voi solo risposte sarcastiche, arroganti, a volte pesanti insulti. Tranne qualche sparuta eccezione, tutti compatti al seguito del Pifferaio Tragico. Tutti convinti di essere superiori, di sapere tutto solo perché vi informate su Repubblica, l’Unità, RAI3 o su veline di partito consimili. Che giudicate sprezzantemente quelli che non pensano come voi, che chiamate populisti. Bene. Anche noi siamo populisti. Ma solo perché stiamo con il popolo, perché SIAMO il popolo. Voi credete di essere una élite. Siete quelli che CREDONO di sapere. E non avete capito niente.
E questo ha portato il vostro partito, e tutta la sinistra, a una sconfitta epocale senza appello, pari alla sfrontatezza del vostro goffo segretario.

Ora abbiamo solo una cosa da dirvi: STUDIATE. E lasciate perdere l’idea di Europa, feticcio allo sbando che disperatamente difendete, visto che alle idee progressiste avete rinunciato da tempo. Riappropriatevi, se ci riuscite, di voi stessi. E forse ritroverete la strada perduta.

Anton Bruno Cleriti

martedì 6 dicembre 2016

La semplice economia del referendum

Chicco Testa, dopo aver detto che bisognava votare sì (immagino per non votare come quei razzisti dei leghisti), a spoglio ultimato ha implicitamente detto se avete votato no è perché siete terroni:


(salvo poi cancellare il tweet, da vero Riccardo Cuor di Leone da Tastiera; ma ci ha pensato un regazzetto sveglio...).

Rettifica: mi dicono che il tweet è ancora lì, oggetto di esegesi alquanto interessanti. Se vi va, andate a vedere. Grim è stato bloccato...

D'altra parte, si sa, è del piddino non solo il sapere di sapere, ma anche il ritenersi legibus solutus: quello che detto da altri sarebbe hate speech, detto da lui è contenuta espressione di una giusta passione civile, quello che detto da altri sarebbe insinuazione razzista, detto da lui è fine analisi sociologica.

Ne propongo una alternativa, che mi arriva da una persona familiar with the matter e che stimo molto. A me risulta che abbiano votato no i (giovani) disoccupati, e questo è anche quello che dicono i dati:

Mi sembra un ottimo esempio della differenza fra correlazione e causazione. Indubbiamente il "no" ha prevalso al sud, ma il problema non è etnico: direi piuttosto che è macroeconomico. Quanto due variabili y (il voto) e x (la terronitas) si muovono insieme, la colpa potrebbe essere di una terza variabile z (la disoccupazione). Questo, almeno, era scritto nel manuale dove studiai e col quale insegnai econometria.

Stando così le cose, mi sembra evidente che il referendum, come ho sempre detto, è stato sulla Bce (che ha perso), piuttosto che su Renzi (che non ha vinto). Prima che qualche altro intellettuale organico si addentri in categorie che non gli appartengono, magari dicendo che la mia analisi non vale niente, perché l'euro è solo una moneta e se al sud non lavorano è perché non hanno voglia di lavorare (o consimili analisi da bar), quindi è la terronitas a causare la disoccupazione (e il conseguente voto "di protesta"), mi affretto a far notare che il disastro del Mezzogiorno è sì endemico, e se ne potrebbe parlare a lungo, ma certamente è stato aggravato dalle politiche di austerità prese in nome dell'Europa. Lo si vede se si analizzano gli indici del Pil delle quattro macroregioni italiane (prendendo come base il 1995, primo anno per il quale i dati sono disponibili sul database del'Istat):



Ci siamo? Fino alla crisi i tassi di crescita erano relativamente omogenei. Poi, con lo shock del 2008, i tracciati si discostano: il Nord perde di più, ma recupera anche di più. Sud e Isole perdono di meno, ma non recuperano, e dall'arrivo di Mario A. Monti (dove A. sta per "alriparodelprocessoelettorale"), si vede bene come il tracciato del loro Pil diverga verso il basso da quello di Nord e Centro, che invece blandamente recuperano.

Occorre altro?

Sì.

Occorrerebbe che chi si pronuncia su temi economici sapesse l'economia, e magari, se vuole proprio parlare della nostra crisi (cosa che nessun medico gli prescrive), prima studiasse la teoria delle aree valutarie ottimali. Nei suoi progressi recenti questa teoria fornisce mille e un motivo per il quale una moneta unica favorisce la divergenza economica fra paesi e aree partecipanti (non ci torno: chi mi segue lo sa, e chi vuole saperlo mi segua).

Quando poi questa divergenza economica fatalmente si traduce in divergenza politica, sta a ognuno reagire secondo le proprie capacità: ci sarà chi profferirà altezzose oscenità razziste, e ci sarà chi umilmente fornirà dati.

Il tempo è galantuomo (ma è anche poco).

lunedì 5 dicembre 2016

QED 70: la semplice aritmetica del referendum

...a proposito: prima di dimenticarmene, solo per i nostri archivi, vi segnalo che la vittoria del NO al referendum è uno dei tanti QED. Essa discende infatti dalla spiacevole aritmetica della democrazia che avevamo dettagliato in questo post (dove a dire il vero ci tenevamo un po' bassi, prevedendo solo un 57% di voti contro il governo, e fra l'altro sulla base di un'affluenza molto più bassa di quella che poi si è verificata: ma ad aprile era difficile prevedere che Renzi ci avrebbe aiutato così tanto)!

Quindi, come dire: le cose sono andate come dovevano andare, perché non potevano andare diversamente. Era scritto. Ma voi leggete?

Good night and good luck.

Il NO ai media

Credo mi corra l'obbligo di commentare una vittoria annunciata (in fondo a questo post: "E comunque il Cazzaro perde").

Credo anche che il modo migliore di farlo, per quanto possa sembrare eccessivamente egotista, sia quello di metterla in relazione a un'altra vittoria annunciata, la nostra seconda vittoria consecutiva ai MIA.

Non pretendo di stabilire alcuna relazione causale fra le due. Non siamo certo stati noi a far perdere Renzi: qualsiasi sconfitta è sempre ed ovunque merito dello sconfitto (anche se lui tende legittimamente a vederla in un altro modo), così come del resto non è certo stato Renzi a far vincere noi. Diciamo che queste due increspature distanti e incorrelate del gran mare dell'essere sono però epifenomeni dello stesso vento: il vento della SStoria, e sono entrambe rivelatrici, ognuna à sa façon, di quale sia oggi il principale problema, di chi sia oggi il più temibile nemico della nostra democrazia e del nostro benessere.

Si suole dire che quello della prostituta sia il mestiere più antico del mondo. Ma questa asserzione è palesemente errata, e a smentirla basta la Genesi. Adamo ed Eva vivevano nel Paradiso terrestre, dove non avevano bisogno di lavorare col sudore della fronte (e nemmeno di partorire con dolore): un mondo privo di ostetriche e di capufficio, un mondo di innocenza e serenità, così come ce lo restituisce la Vulgata: "Erant autem uterque nudi, Adam scilicet et uxor eius, et non erubescebant."

Dove cominciano i problemi? Nel capitolo 3 (come il parametro di Maastricht, ma anche come il numero pitagorico della Vollendung, per chi può capirmi: gli altri sono europeisti...). Compare, in quel capitolo, il primo professionista della storia:


1 Et serpens erat callidior cunctis animantibus agri, quae fecerat Dominus Deus. Qui dixit ad mulierem: “Verene praecepit vobis Deus, ut non comederetis de omni ligno paradisi?”.
2 Cui respondit mulier: “De fructu lignorum, quae sunt in paradiso, vescimur;
3 de fructu vero ligni, quod est in medio paradisi, praecepit nobis Deus, ne comederemus et ne tangeremus illud, ne moriamur”.
4 Dixit autem serpens ad mulierem: “Nequaquam morte moriemini!
5 Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut Deus scientes bonum et malum”.

Il serpente si rivolge a Eva per propagandarle il mito di un mondo senza confine alcuno ("Verene praecepit vobis Deus..."), assistito in questo suo compito mortifero dal poter vendere a Eva l'illusione di accedere, accettando acriticamente questo mito scisso da alcuna reale esigenza ("De fructu lignorum vescimur..."), ad una élite culturalmente e quindi antropologicamente superiore ("Eritis sicut Deus").

Io non sono un esegeta, ma... questa storia vi ricorda qualcuno o qualcosa?

(...Riccardo: se mi leggi, mi perdonerai, e poi mi darai una penitenza. Ma S. Agostino ancora non l'ho letto: in trincea mi si infangherebbe. La trinità la capirò quando sarà venuto il momento...)

Eh già... Il mestiere più antico del mondo non è la prostituta: è la presstitute, il gazzettiere al servizio di una disumana élite globalista. Insomma, il giornalista con la "s" di serpente, ma anche con la "s" di...

Le due vittorie, quella nostra e quella del "no" (che è anch'essa, soggettivamente, una vittoria nostra perché qui tutti auspicavamo una sconfitta del "sì"), sono entrambe, in diversa misura, una sconfitta delle presstitutes, l'ultima di una lunga serie che non si arresterà qui, come hanno capito pochi ma buoni.

Ha cominciato Marco Palombi, sul Fatto Quotidiano del 23 novembre:



distanziandosi in modo risentito e incisivo dal più triste dei nuovi farisei: Rampini, autore di una ipocrita e tardiva palinodia che non meritava nulla di diverso dalle poche, veementi parole che Palombi gli ha dedicato. Quello che Marco dice a Rampini è appunto: "Caro Federico, "eritis sicut Deus" lo hai detto tu, non io, quindi parla per te!"

Certo, Palombi è bravo e coraggioso. Ma basterà un Palombi a salvare l'onore della professione?

Forse no, come del resto non basterò io a salvare l'onore della mia (nonostante abbia iniziato con cinque anni di anticipo a fare nella mia il lavoro che Marco sta facendo nella sua).

Stanno però arrivando i rinforzi.

Marco Travaglio, un giornalista al quale non si può disconoscere uno sfolgorante talento, anche se mi è capitato di polemizzare spesso con lui per la sua visione dell'economia fattualmente incoerente con quei principi liberali cui egli stesso dichiara di ispirarsi (ricorderete l'ironica legge di Travaglio, sulla quale ma non c'è mai stato tempo per un confronto approfondito), ieri sera ha magistralmente scacciato i mercanti dal tempio:


Ecco, Marco, tu sei abituato alla solitudine (dici), ti meravigli della sorpresa altrui, e ti indigni per il tradimento dell'intellighenzia...

Benvenuto nel mio mondo.

Sai, su questo tradimento io qualche parola l'ho spesa (penso al capitolo 5 de L'Italia può farcela), il fenomeno l'ho studiato, e posso dirti che questo tradimento delle élite ha un nome, un nome che tu, per motivi che non mi spiego, non vuoi pronunciare. Se e quando vorrai farlo, quello sarà un vero punto di svolta per il nostro paese, perché con un alleato come te al suo fianco la verità, che già a mani nude se la cava benissimo (come i risultati di ieri dimostrano) liquiderebbe immediatamente la menzogna. Se invece vorrai continuare a ripetere come un Gutgeld qualsiasi che "il problema dell'Italia è l'Italia", noi continueremo comunque a volerti bene per le tue parole di ieri sera.

Quelle parole hanno messo a nudo, di fronte al circolo dei nuovi farisei (il cui principe infatti ha immediatamente sviato il discorso) quale sia oggi la questione politica cruciale, perché è cruciale per il nostro ordinamento politico democratico: quella di un giornalismo che è totalmente appiattito di fronte ai grandi interessi economici, che è puro veicolo di propaganda e non di lecita espressione di opinioni, che è showbusiness e non laboratorio di elaborazione e confronto di idee, che è completamente privo di qualsiasi rappresentatività rispetto a una società civile cui non solo non dà voce, ma della quale denigra e combatte le voci migliori per mezzo di sicari prezzolati, che si costituisce, in tal modo, come ostacolo alla democrazia impedendo la maturazione della coscienza dei lettori, e che però, proprio per questo, si sta avvitando su se stesso, e constata con uno stupore commovente (ma inquietante) la propria crescente incapacità di incidere sull'opinione pubblica, la propria vertiginosa perdita di credibilità e di autorevolezza.

Qualche sera fa, a cena con uno degli esponenti del più prestigioso fra questi megafoni del potere, a valle della mia osservazione che un certo articolo sulle banche che sarebbero fallite a causa del no era lievemente impreciso (se avesse vinto il sì, voi oggi comprereste azioni MPS, nonostantestiano per ovvi motivi recuperando mentre scrivo!?), raccoglievo con commossa e partecipe solidarietà le sue parole: "Ma tanto oggi non contiamo più nulla, la gente non legge noi, legge il Daily Mail...". Lo sanno che si stanno condannando all'irrilevanza, come lo scorpione sa che annegherà, al punto che usano questa crescente coscienza della propria incapacità di raggirare i lettori come meccanismo autoassolutorio: "Possiamo dire qualsiasi scemenza ci venga chiesto di dire da chi ci paga, tanto non siamo più in grado di far danno perché non siamo più credibili". E dormono sonni tranquilli (agli Hamptons).

Ma attenzione, non è affatto un bene che i media si stiano palesando per quello che sono: meri strumenti di propaganda unidirezionale, nemici del pluralismo, nemici della democrazia, apertamente ostili al suffragio universale, pronti a denigrare (al netto degli ipocriti mea culpa à la Rampini) gli elettorati che si pronuncino in modo contrario agli interessi percepiti dei propri editori, i quali, a loro volta, non sembrano poi tanto in grado di percepire quali siano i loro reali interessi, come la vicenda fallimentare del Sole 24 Ore dimostra. Il metodo fascista dei media, quello che ho chiamato in tempi non sospetti "il fascismo dell'opinione" (a pag. 283 de "L'Italia può farcela), il metodo consistente nel presentare come fatti le porche e disinformate opinioni dei loro mestieranti (Lombroso reconnaitra les siens...), sta determinando due derive pericolosissime, dalle quali tutti, loro per primi, rischiamo di venire schiacciati.

La prima pericolosa deriva  è quella di aver disabituato i cittadini a ragionare in termini di fatti, in particolare di serena e fattuale valutazione del dato economico, e di quanto esso incida sui propri e sugli altrui interessi. Nel mondo dell'opinione totalizzante, i fatti diventano fattoidi, e chiunque può costituirsi fonte statistica nel dibattito, tenendo sempre aperta la porticina del "l'economia non è una scienza", da usare come uscita di sicurezza nel caso in cui venga messo di fronte alle proprie responsabilità e alla propria incompetenza. Se l'economia non è un scienza, chiunque può parlarne, giusto? Parlare di medicina senza averne titolo può costituire reato, mentre di economia chiunque può parlare, come di calcio, perché... non sono scienze! Eppure la cattiva economia uccide quanto e più della cattiva medicina: uccide i corpi, ma soprattutto le anime: priva di futuro, di prospettiva, di speranza...

Lo scopo di chi si costituisce epistemologo della domenica è esattamente questo: accreditare nel dibattito opinioni totalmente infondate, partendo dal presupposto (falso) che tanto una valga l'altra, che un economista non sia più legittimato a pronunciarsi in materia economica di un simpatico laureato in lettere. Va notato un paradosso: i centri dai quali parte questa denigrazione della dignità scientifica dell'economia sono, come chi è nel dibattito sa bene, esattamente quelle grandi università connesse alle reti transnazionali di elaborazione del pensiero unico, i cui aderenti sono così puntigliosi nel rivendicare e nel pretendere scientificità (da misurare secondo parametri autoreferenziali). Sì, insomma, paradossalmente i bocconiani della pirreviù sono anche quelli de "l'economia non è una scienza". Ma il paradosso è solo apparente: loro, infatti, sono quelli che più hanno mentito, e che quindi più di tutti, perfino più dei giornalisti, hanno necessità di potersi assolvere, portando avanti l'idea che le loro menzogne sarebbero state ininfluenti, perché, dato che l'economia "non è una scienza", dire a un governo che in recessione l'austerità fa bene non è come dire a un adolescente che fumare fa bene.

Purtroppo non è così: il nesso causale esiste, è stabilito dalla letteratura scientifica, e un economista che porta avanti certe tesi smentite dalla sua stessa scienza è del tutto equivalente a certi medici dal comportamento poco scrupoloso. Questo blog è testis fidelis ac verus del fatto che l'economia è una scienza, perché quanto abbiamo scritto o si è già realizzato (a partire dalle crisi di Finlandia e Francia) o si realizzerà (e qui sapete di cosa parlo), e questo è il motivo del suo successo (e del fallimento altrui).

Torniamo ad occuparci di media...

Le idiozie profferite da questi ultimi in tema di "svalutazzioneinflazzionebbrutto" (di cui qui vi ricordo un esempio) sono solo la punta di un iceberg che galleggia perché fatto non di ghiaccio, ma di un'altra materia dallo scarso peso specifico (e dall'odore più penetrante). Questo simpatico iceberg marrone, a differenza del dirigibile cui ci parla Elio, un'elica e un timone ce l'ha: il suo scopo è molto trasparente, e l'ho descritto qui: costruire una società orwelliana dove il controllo del passato, da parte di chi controlla il presente, sia strumento di controllo del futuro (non è un caso se Elio parla di "Nubi di ieri sul nostro domani odierno": l'arte, se è arte, ci parla dell'uomo e quindi della società più di intere legioni di "scienziati").

Sì: i media, o meglio i loro editori, vogliono farci credere che quando ieri ci autodeterminavamo stavamo peggio di oggi, perché è loro intento negarci ulteriore autodeterminazione domani.

Dobbiamo opporci, e ieri lo abbiamo fatto, in assoluta coerenza con un lavoro che qui stiamo portando avanti da cinque anni.

La seconda deriva che i media, i "fascisti dell'opinione", hanno messo in moto, è ancora più pericolosa. Presentando opinioni come fatti, hanno talmente screditato il diritto alla libertà di opinione, che se una deriva autoritaria si manifestasse (come potrebbe) e mettesse un bavaglio a questi che ormai sono collettivamente percepiti come servi cialtroni, l'opinione pubblica accoglierebbe questa decisione non con preoccupazione, ma con sollievo. La reazione sarebbe: "Ci avete mentito per anni, mentito sui dati fattuali (quanto fosse la disoccupazione nel 1977, quanto fosse l'inflazione nel 1992), ci avete mentito sugli scenari, riportandone di totalmente scissi dai risultati della ricerca scientifica (ad esempio sulla Brexit): se ora vi mettono un bavaglio, ce ne faremo una ragione!". Sbaglierebbe, certo, chi pensasse così, e non condivideremmo, come non condividiamo, nessun vincolo al diritto di opinione come ad altri diritti costituzionalmente garantiti.

Ma una domanda dobbiamo pur porcela: oggi è realmente possibile esercitare in modo sostanziale, non puramente formale, questo diritto?

Sui media, oggi, non esiste alcun confronto di opinioni. Attuare la Costituzione oggi vorrebbe dire, prima di ogni altra cosa, garantire una rappresentazione equilibrata delle opinioni prevalenti nella società civile. Non è così. Mentre in Europa si procede a tappe forzate verso una criminalizzazione del dissenso degna delle migliori teocrazie (da quella pontificia a quelle orientali), qui, nella periferia, i merdia continuano ad articolare trasmissioni basate sull'uno contro tutti, dove, per di più, l'uno viene estratto da un insieme di cardinalità due: o è il sottoscritto, o è Claudio Borghi (che se con la sua scelta politica, che rispetto, ha tatticamente guadagnato diritto di tribuna, d'altra parte ha anche prestato il fianco alle critiche degli imbecilli che "quello non lo ascolto perché è leghista"). Con le uniche tre eccezioni che conoscete (Il Fatto Quotidiano, TgCom24, e le trasmissioni di Andrea Pancani su La7), sui media oggi di opinioni ne esiste una sola, la loro, e una delle possibili voci di dissenso, la nostra, è stata sistematicamente denigrata e conculcata, nonostante fin dall'inizio fossimo stati molto scrupolosi nel mettere in evidenza come essa, al netto del delirio dei servi cialtroni che infestano anche la mia, di professione (come sopra ho ricordato), fosse scientificamente solida e condivisa dagli esponenti più autorevoli della scienza economica. Il j'accuse di Marco (uno dei due) mette in evidenza, non so quanto volontariamente, questo dato. Soprattutto Travaglio lo dice esplicitamente: nella società si agitavano altri conflitti, altre esigenze, e voi non avete saputo dar loro voce, non avete saputo rappresentarli.

La verità è che forse non hanno voluto, ma il risultato è comunque lo stesso: così facendo, i fascisti dell'opinione si stanno condannando all'irrilevanza e questo, purtroppo, non è un bene. Loro, e chi li paga, possono riprendere il sopravvento solo alzando i toni dello scontro, a costo di esplicitarne il contenuto reale, ovvero la regressione a una società neofeudale. Questo è quello che ormai non hanno paura di dirci, a partire dai guitti locali, tutto sommato irrilevanti nel loro patetico provincialismo,per arrivare a esponenti più rilevanti della fabbrica del falso. Guardate ad esempio questi due: la simpatica consulente della McKinsey che vorrebbe che le politiche pubbliche fossero certificate da agenzie "indipendenti" (come la sua):

(McKinsey, la patria di Yoram "il problema è l'Italia" Gutgeld, by the way...) e alla quale mi è occorso ricordare l'abbecedario della democrazia:


e il simpatico collega di Cornell:


Dopo averci tolto una parola che non ci hanno mai dato, vogliono toglierci un diritto di voto che la maggioranza non ha mai avuto reali opportunità di esercitare con consapevolezza.

Ecco cosa lega le due vittorie che mi proponevo di commentare: il rifiuto di questo metodo, la resistenza a questa aggressione. Le vittorie dimostrano che la Storia è con noi. Ma questi sono momenti terribili, pericolosi. Esorto tutti alla calma. La deriva autoritaria è alle porte, visibile nei documenti della Commissione che vi ho citato, e in tutte le riverite opinioni che vi ho documentato. La nostra risposta è efficace, ma potrebbe esserlo di più con più mezzi (e questo è un altro problema, del quale parleremo in altra sede). Intanto, ci sia di ausilio nella nostra lotta l'aver individuato il nemico immediato e prossimo della nostra: il sistema dei media. Dobbiamo contrastarlo con gli strumenti che ci offre non tanto la democrazia, che con questi media, appunto, non può esistere (non ci può essere democrazia sostanziale dove predomina il fascismo dell'opinione), quanto il capitalismo, quello sì reale, perché condannato a esserlo dalla sua stessa logica interna, quella del profitto.

Sarebbe così bello se ve la smetteste di guardare trasmissioni di merda alzando la loro share e portandole nei trending topic! Quando capirete questo, avrete cominciato a votare col portafoglio, e avremo fatto un piccolo passo avanti. Sarebbe così bello se smetteste di comprare i giornali che vi mentono! Quando cominceranno a fallire, dedicheremo loro un commosso e partecipe epicedio, e ci diremo che quando si spegne una delle tante voci che ripetono la stessa menzogna, il pluralismo si arricchisce e la democrazia ne guadagna. Sarebbe così bello se ve la smetteste di assumere sui social media toni esagitati che si rivelano infallibilmente un boomerang! Ora che sono loro, i servi delle élite, ad assumerli, nel loro smarrimento, voi servitevi a piene mani del nostro dizionario, marcando così lo scarto antropologico che esiste fra un uomo libero e un servo, fra un patriota e un verme, fra un partigiano e un repubblichino. La metà delle persone che ho bloccato su twitter (si parla di parecchie migliaia) erano cretini che credevano di stare dalla mia parte e che invece, pagati o meno, mi stavano oggettivamente mettendo in difficoltà.


Bene: questo deve essere il fulcro della nostra riflessione politica: come riappropriarci di reale rappresentatività politica. Mi sembra chiaro che il discorso non è circoscritto ai media e al loro tentativo fascista di soffocare la nostra voce, ma investe il ruolo di tutti gli altri corpi intermedi: sindacati, partiti, associazioni di categoria.

Il tempo a mia disposizione, però, è scaduto, e vi lascio con una nota biografica: per la prima volta da parecchi, troppi anni, ieri sono riuscito a dormire. Eppure, quella di ieri non è assolutamente una vittoria definitiva: è solo l'inizio di una lotta da combattere con un nemico più insidioso e più pericoloso perché sa che ora il suo avversario (la democrazia, noi!) ha dalla sua la pericolosa illusione di poter cambiare le cose col proprio voto. Ci volevano sfiduciati, sconfitti.

Abbiamo ritrovato fiducia.

Estote ergo prudentes sicut serpentes...

venerdì 2 dicembre 2016

QED69: Tu l'as voulu François Dandin...

Tanti tanti anni or sono, avevo una regazzetta del Villaggio Olimpico. Lei non era rustica, ma le sue amiche abbastanza. Ricordo un giorno una di loro chiedere a un'altra: "Che profumo hai messo?" Et l'autre de repondre: "Anè Anè".

Ignorava, la rustichella, che sulle "i" va sempre messo un puntino, anche (e soprattutto) quando le "i" sono tante (una cosa tipo 888. A proposito, com'era quella cosa dell'euro che ci difende dai fire sales?), ma qualche volta ne vanno messi due, e la scelta non è casuale. So che non ci crederete, ma non corressi la rustichella. Detesto l'abuso di posizione dominante, anche quando è la mia. E poi, fra un intellettuale e una rustichella si sa bene chi domini. La rustichella.

Ignoravo l'esistenza di Anè... pardon: Anaïs Ginori fino a questa mattina, pour la simple et bonne raison che non leggo il giornale sul quale scrive, ritenendolo schierato e inattendibile. Eppure questa persona che non ho mai visto, che mai conoscerò, mi ha regalato oggi un momento di intenso piacere, questo.

Grazie, Anè!

Ma anche grazie Grazia Graziella...

Che il simpatico porco mandato a difendere "da sinistra" gli interessi del grande capitale finanziario (un po' come Blanchard, l'economista "tanto cheinesssiano signora mia!", che ha dato er tuist de sinistra a l'FMI, approvando la Strafexpedition dei creditori francesi contenente un colossale errore tecnico: quello che il moltiplicatore fosse pari a 0.5, e agendo quindi in spregio della deontologia, come vi ho dimostrato qui), che il simpatico trombatore di attricette avrebbe fallito era nei dati e qui ce lo siamo detti il giorno stesso della sua elezione, mentre i giornali inattendibili esultavano.

Dedichiamo a questa conferma il numero che Apollinaire qualificava come erotico. Sia di buon auspicio al futuro pensionato...

Ammetto che ci potesse essere un minimo, ma veramente un minimo, di alea circa le modalità con le quali il fallimento politico si sarebbe manifestato a valle del fallimento economico che era invece assolutamente certo. Poteva anche andare alle elezioni e farsi sconfiggere! Ma la sua sconfitta era talmente certa, nei sondaggi, che questo sarebbe stato atto di follia. L'unica cosa che poteva fare era ritirarsi.

Ora la sinistra un candidato non ce l'ha, per il semplice motivo che, come chi ci legge dall'inizio sa bene, non c'è più una sinistra. Ormai siamo arrivati al punto che nei seminari della sinistra ci si guarda in faccia e ci si dice: "Abbiamo un problema: ci chiamiamo sinistra, e la gente questa parola non vuole più sentirla". E certo, e chissà perché! Sarebbe stato possibile ridarle un senso, non dico cinque anni fa, quando l'avevo chiesto io, non essendo nessuno, ma un paio di anni fa, combattendo dalla parte giusta l'ultima battaglia che avesse un senso di classe, quella sul jobs act. E invece no, per i motivi che vi ho tanto spesso dettagliato: la paura che Renzi vincesse (delle vittorie di Renzi avremo presto un esempio)...

Diciamo che il tempo, che è galantuomo, ha reso giustizia a una verità tanto semplice, quanto terribile, quanto profonda: i regimi presidenziali/maggioritari, al tempo della globalizzazione finanziaria, offrono all'elettore la scelta fra due destre. Questa verità la si può nascondere mandando avanti un fantoccio, un Bersani, un Hollande (ma anche un Renzi), a fare il lavoro sporco. Tuttavia la verità è come il sughero (diciamo così): è nella sua natura venire a galla, e lo sta facendo ovunque in Europa. In Italia non ancora, va detto, come va anche detto che la differenza la fanno gli uomini e le donne. Marine Le Pen ha studiato. Chi ha avuto come me l'opportunità di lavorare per anni in Francia lo ha visto. Partiva già avvantaggiata rispetto alla destra de noantri per il fatto di vivere in un paese la cui identità nazionale non è sistematicamente vilipesa dai media e dai politici corrotti (cioè al soldo di interesse esteri, tanto per esser chiari). Ma questo non sarebbe bastato, perché il giusto orgoglio di essere francesi è un bene diffuso in Francia, ed è quindi abbastanza difficile farne una bandiera politica. Bisognava anche capire come funziona la globalizzazione e in che modo l'euro l'aiuta, e questo è stato studiato e capito, e quindi ora può essere fatto capire, dalla destra francese, con un'efficacia e un'immediatezza della quale vorremmo tanto che la sinistra si riappropriasse.

Ma questo è impossibile perché la sinistra ha difeso il progetto imperialista e globalista europeo, e non sa come sganciarsene. Ed è per questo che nei seminari di sinistra ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che "la transizione la gestirà la destra". Oddio, se lo dicono fra di loro, con quell'atteggiamento dei nobili dell'Ancien Régime avviati alla ghigliottina, quell'atteggiamento di composta ed elegante rassegnazione che faceva sclerare Stendhal, e che oggi fa sclerare Luciano. Quando c'è di mezzo la pelle, forse l'eleganza la si può tenere un momento da parte, no?

Quindi ora in Francia la scelta è fra Fillon e Le Pen. Difficile che si presenti un candidato "de sinistra" credibile. Per essere tale dopo anni di menzogna dovrebbe difendere l'Europa, cioè lo schiacciamento dei salari, e per arrivare almeno al ballottaggio ora che la menzogna è stata svelata dovrebbe difendere i salari. Ma c'è la contradizion che nol consente...

Ero a Bruxelles un paio di giorni fa, a pranzo coi vincitori (che sarebbero quelli che ho fatto di tutto per non far vincere: quindi io ero lo sconfitto, ma di sconfitta me ne basta una). Certo, anche loro di strada da fare ne hanno. Fillon è il loro Monti, e loro non sanno quali disastri abbia fatto Monti in Italia! Ma qualcuno gli ha fatto vedere due dati semplicissimi, che ignoravano: tredici trimestri di recessione continua con l'applicazione dell'austerità "thatcheriana", e tredici punti di rapporto debito/Pil in più. Due tredici non esattamente fortunati. Credo che nella campagna elettorale francese questi esempi verranno citati spesso.

Dopo di che, non è detto che questo basti a portare all'Eliseo il Front National, e comunque considero una sconfitta umiliante il doverlo auspicare, come peraltro ho già fatto pubblicamente nel famoso video in cui mandavo al posto suo Guy Verhofstadt, esplicitandone il motivo: questa vittoria sarebbe l'unica possibilità di dare una scossa alle nostre classi dirigenti per costringerle ad occuparsi dei nostri problemi.

Sì, perché poi alla fine diciamocelo molto francamente: l'idea che la compagna Marine, o il compagno Trump, si mobilitino per sollevare le sorti degli sconfitti della globalizzazione fa un po' sorridere, non è vero? Prendiamo ad esempio il compagno Trump. Oggi tutti fanno la semplice riflessione che qui abbiamo sempre fatto: un candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può essere un outsider, è un pezzo dell'establishment, e ne difenderà gli interessi. Sentite ad esempio in che modo Rick Wolff, l'autore del grafico che spiega tutto, ci racconta la Trumponomics: "Sì, dicono che quello tirerà su il muro, ma è evidentemente una scemenza, perché controllare le frontiere è come mettere una legge sul salario minimo. Poi dove li trovano, gli imprenditori americani, dei poracci disposti a lavorare per un tozzo di pane? Quindi non è credibile che deporterà così tanti clandestini..." Io ho fatto una sintesi, ma se vi ascoltate la sua intervista vedrete che viviamo in un mondo in cui i marxisti americani dicono quello che dicono i fascisti francesi, e in cui i "democratici" proseguono la costruzione dei muri avviata dai "repubblicani".

Dobbiamo preoccuparci?

Sì, certo, dobbiamo preoccuparci del fatto che chi fa certe promesse di giustizia sociale sia proprio chi ha tutto l'interesse (di classe) a disattenderle. D'altra parte, il capitalismo ha dimostrato di trovarsi sempre e ovunque perfettamente a suo agio con gli uomini (o le donne) forti al comando: quando non li ha espressi direttamente lui, questi personaggi, li ha comunque catturati. Mi sembra piuttosto ovvio che è più semplice catturare (che sarebbe il termine tecnico per corrompere) un singolo governante, un dittatore o dittatorello, un presidente padrone, piuttosto che una intera e variegata assemblea parlamentare nella quale i multiformi interessi di una collettività siano tutti proporzionalmente rappresentati, no? Se il numero di telefono è uno solo, chiamare costa meno. Non è un caso se si fa tanto per ridurre gli spazi nei quali i cittadini sono chiamati a esprimersi, come ho spiegato nel mio ultimo working paper, facendo i nomi dei tanti giuristi competenti e onesti che di questo fenomeno si preoccupano.

Ma dovremmo comunque preoccuparci molto di più, qui e ora, di un altro fatto: al di là delle dinamiche che nel lungo periodo possono portare la destra a difendere gli interessi della destra (oggi così efficacemente difesi dalla sinistra), resta il dato pesante come un macigno che in questa Europa, che è l'unica Europa possibile, quella che esprime i rapporti di forza definiti da una storia centenaria, e che vedono il prevalere del capitalismo tedesco, insomma: in un'ipotetica Europa unita, non c'è spazio per la democrazia, anzi, direi che non c'è spazio proprio per la politica "tout court". Il motivo è semplice: non ci può essere polis né demos senza logos, e il logos europeo non c'è, quindi non c'è il demos, e i tentativi di crearlo sono esperimenti di ingegneria etnica a confronto dei quali il nazismo è una passeggiata di salute (e questo gli etnografi lo vedono e lo capiscono).

Il predominio della governance (cioè dell'idea che chi ci guida debba semplicemente assicurare il rispetto di regole eteronome, sottoscritte ma non condivise né tantomeno elaborate democraticamente dalle comunità che a esse sono assoggettate) sulla politica non è solo una stortura rettificabile di un progetto complessivamente sensato, ma temporaneamente sottoposto alle forzature di una minoranza di dissennati. No, no, le cosa stanno in un altro modo! La politica ha il suo horror vacui: la filosofia politica della governance si insinua e si espande in un vacuum politico creato, più o meno deliberatamente, da chi ha preteso di creare uno spazio politico laddove non esisteva, perché non poteva esistere, uno spazio nazionale. Sì, cari amici "de sinistra": purtroppissimo in democrazia non ci può essere politica senza nazione. L'alternativa alla nazione, nella grammatica politica, è l'impero, che ha una simpatica dimensione coloniale non del tutto compatibile con l'esercizio pieno della sovranità democratica del popolo. Lo stiamo vedendo in questi giorni, con i simpatici pizzini che dallo zio Tom a er cariòla tutti gli esponenti dei poteri forti ci stanno recapitando...

L'idea di una governance delle regole che assicura la pace abolendo lo spazio nazionale è consustanziale all'idea che la distribuzione del reddito sia un fatto tecnico, dipenda dalle produttività marginali dei fattori di produzione. Insomma: i compagni che vogliono l'Europa vivono in un delirio neoclassico, quello nel quale il conflitto non c'è perché non ci sono rapporti di classe ma c'è solo il mercato, che sa quello che deve fare, e che quindi deve essere lasciato libero di esercitare la sua sovranità tecnica, visto che la sovranità "politica" delle nazioni è stata foriera di conflitti. Ovviamente il dettaglio che sfugge, la mucca nel corridoio, come direbbe un famoso perdente complice del progetto, è che il mercato fallisce (ma ha sufficienti soldi per assoldare una schiera di gazzettieri che compatti diano la colpa allo stato corotto cò du ere...). Sfugge anche il dettaglio storico che abolire i luoghi di conflitto, cioè di mediazione degli interessi, non è il modo migliore per prevenire esplosioni di violenza. Direi piuttosto il contrario, e questo i nostri amici tedeschi lo sanno:

"Damals erlebte ich, was ich jetzt begreife: jene schwere, massive, verzweifelte Zeit. Die Zeit, in der der Kuß zweier, die sich versöhnten, nur das Zeichen für die Mörder war, die herumstanden. Sie tranken aus demselben Becher, sie bestiegen vor aller Augen das gleiche Reitpferd, und es wurde verbreitet, daß sie die Nacht in einem Bette schlafen würden: und über allen diesen Berührungen wurde ihr Widerwillen aneinander so dringend, daß, sooft einer die schlagenden Adern des andern sah, ein krankhafter Ekel ihn bäumte, wie beim Anblick einer Kröte." (qui)

L'Europa che ci dà la pace abolendo le nazioni che hanno posto fine alle guerre di religione in effetti ci sta consegnando a un periodo storico nel quale, nonostante la NATO che ci ha dato la pace (perché sarebbe paradossale andare a bombardare una base americana in Germania facendo decollare in aereo americano da una base americana in Italia, no?), si sta aprendo un periodo pesante, duro, disperato, una nuova stagione di guerre di religione, combattute in nome di un nuovo dio: l'euro. Come tutte le divinità, anche l'euro ha la venerazione delle sue vittime. La musica quindi non credo cambierà, prima di eventi molti traumatici, ma nel frattempo il potere che ci opprime, per tirare a campare ancora un po', cambierà ovunque i suonatori.

Perché, come spiegavo ieri ad alcuni simpatici investitori in un ristretto, elegante e cordiale roadshow, "carissimi: noi siamo l'élite, giusto? Bè, sapete che c'è? Abbiamo un problema. Qualcuno sta insegnando agli elettori la lotta di classe. E quel qualcuno sono i fascisti (all'estero), per di più in un momento in cui (da noi) si fa la legge Acerbo...".

Sorrisetto di circostanza, ma capire hanno capito (e qualcuno ha anche ringraziato).

Intanto, e per concludere, dedichiamo un (QED) sessantanove al nostro amico François, che ha così degnamente onorato il suo paese. Un paese che amiamo, nonostante sia all'origine dei nostri problemi più della tanto vituperata (dalle élite) Germania, e dal quale è estremamente probabile che presto arrivi una scossa...

giovedì 17 novembre 2016

La riforma costituzionale e l'Unione Europea: perché dobbiamo preoccuparci

(...da Massimo D'Antoni ricevo e volentieri pubblico...)


C’è un tema di merito che sta passando relativamente sotto silenzio, ma che potrebbe essere una ragione decisiva per votare No. Un tema che evidenzia una contraddizione tra i contenuti della riforma costituzionale e il maldestro tentativo del governo di marcare la propria distanza dall’Unione con scelte simboliche (la sparizione delle bandiere dell’Ue durante le conferenze stampa) e alzando i toni con Bruxelles in occasione del parere della Commissione sulla Legge di Stabilità.

Al di là del teatrino mediatico, la riforma determinerà infatti un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio. Che questo sia coerente con gli intenti della riforma è d’altra parte esplicito nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a spiegare quali ne siano gli obiettivi:



(...Curiosi? Confessio regina probationum, e la confessione è a un solo clic di distanza...)

venerdì 20 maggio 2016

Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile

Premessa

Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:

"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."

che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:

"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".

Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l'euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell'indifferenza, se non nell'ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono...

Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: "La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio. Perché non c'è".

Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco di Francesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:

"The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground."

ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:

"Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministri cosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D'altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"

Ecco, vedete?

It must be war.

(...per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?...)

Che un cambio fisso (sopravvalutato, s'intende) equivalga a una guerra civile non è un'idea del guru Bagnai: è un'idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un'idea "keynesiana"). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l'ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell'economia, cioè l'esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l'inevitabile redde rationem.

E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui "l'euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo". Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).

Ma nessuna moneta (nemmeno l'euro) è solo una moneta: ogni moneta è un'istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: "la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l'euro] diventa strumento di lotta di classe" è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era "solo una moneta" (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta "è principalmente un'arma di questa lotta" (dell'uomo contro l'uomo).

E quindi, come dice Keynes:

"This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy."

cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:

"Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata".

Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi,  quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell'euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.

Dell'euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola...

Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.

Gli insegnanti e l'euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del "sapere di sapere", che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio "sesomagnatitutto". Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l'odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l'artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).

Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l'appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna...

La chiudo qui.

Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l'euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l'avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l'euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.

Ma fascista è l'euro: "i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi" (Sorrentinus dixit).

L'euro è l'austerità (il taglio dei redditi), e l'austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente, nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).

Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più "scolarizzanti", si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l'euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.

Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l'ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un'occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l'ora esatta, significa scatenare l'inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.

Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?

È molto difficile non reagire con ostilità all'ostilità altrui, soprattutto se l'unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.

Una telefonata
Una ascoltatrice: "Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e soprattutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico, perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica... "

Norma Rangeri: "Be’, nel liceo classico ci sono ancora i ragazzi con cui l’insegnante parla..."

Una ascoltatrice: "Allora, noi parliamo con i ragazzi, però intanto le dico che ce li tolgono sempre di più, proprio fisicamente, nel senso che io per esempio ho una terza quest’anno che ha iniziato questa alternanza e l’ho vista..."

Norma Rangeri: "Però non possiamo prolungare troppo la telefonata perché ce ne sono altre."

Una ascoltatrice: "No, va bene, io volevo sottolineare questo e comunque avvisare che c’è una campagna referendaria, stiamo raccogliendo le firme contro la buona scuola."

Norma Rangeri: "Ssssì, certo, grazie."

Era il 18 maggio, stavo tornando dall'aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.

Qui si apre un caso di coscienza.

Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.

L'aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall'accresciuta mobilità del capitale (che l'euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira a una polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l'eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.

Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.

Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l'insegnante ascoltatrice, perché è l'unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.

Ecco: questo la persona che parla l'ha capito. Non è vero che non c'è un disegno: il disegno c'è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.

Certo, voi a questo punto mi chiederete: "Ma questa persona ha capito che la "buona scuola" è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall'euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana - che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) - se dici "euro", ti risponde "Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"?

Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:


Ne evidenzio solo due, quelli dispari.

Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l'assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.

Il terzo mi sembra anch'esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro". La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.

La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.

Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L'antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!

Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l'anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all'esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all'università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l'avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!

E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l'alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all'insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l'impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l'insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.

Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).

Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.

E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel "meccanico" ma molto meno nell'"intellettuale"), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La "buona scuola" è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l'altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.

Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.

Approfittiamone.

Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).