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martedì 5 dicembre 2017

QED 86: l'ordine del grembiule rosa

FNesti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Miracolo a Lisbona": 

...e infatti arriva la medaglia dell'ordine del grembiule rosa: 
Centeno eletto presidente eurogruppo [ansa] 


Postato da FNesti in Goofynomics alle 4 dicembre 2017 17:49



(...che strano, vé? Proprio i bravi compagni portoghesi, quelli che erano riusciti a cambiare l'Europa dall'interno rifiutando l'austerità cattiva ma evitando le svalutazioni che deprimono la quota salari... e quindi avevano depresso la quota salari (sorpresona)! Patetici i giornali che ci raccontano come adesso abbiamo un amico all'Eurogruppo. Le colonie hanno solo ascari, questo concetto proprio non passa. E fino a qui vi dico cose che spero per voi siano poco interessanti: business as usual. Non è tanto la trama del film già visto che ci interessa (i collaborazionisti che vengono premiati), quanto il modo in cui essa viene raccontata e sfruttata nel dibattito. Per esempio: chi ha fatto una bandiera della giusta difesa della quota salari, partendo dall'affermazione sbagliata che a noi non interessasse, ora non ha nulla da dire? Cosa fa, agguattato nell'ombra, cosa aspetta? In quale anticamera siede paziente? O, per fare un altro esempio, su una scala del tutto diversa e in un contesto del tutto diverso: FNesti, che non conosco o non ricordo di conoscere, che magari è uno dei tanti tremebondi che "professoooooooore, io non sono nessuuuuuuuuuno..." (che poi che cazzo significa non essere nessuno? Ognuno è qualcuno, e l'ultimo che ha detto di essere nessuno lo ha fatto con un ben preciso intento, tale da suggerirmi di schiacciare con una pietra chi mi si avvicina con queste parole insulse prima che lui capisca in quale dei miei due occhi vuole piantare un palo...), FNesti, dicevo, con queste poche righe dimostra due cose: di saper leggere e di saper scrivere. Ora, io, che come Dmitrij trovo che l'uomo sia troppo vasto, posso solo auspicare che con tanta asciutta brillantezza, con tanto sfolgorante acume non coesistano quei conati "famoerpartitisti", quello sterile integralismo, quella goffa aspirazione a una insensata purezza ideologica che spingono tanti a dare il peggio di sè, fino alla delazione "à la Rick", e alla mancanza di rispetto per i nostri ospiti (cosa disdicevole in tempi normali, esecranda in tempi di guerra). Posso solo auspicarlo, appunto. Una volta ne sarei stato sicuro: la mia fiducia umanistica nell'organicità dell'essere umano, ereditata dalle mie letture e dalla mi' mamma (quella che "si fa tutto con la stessa testa"), è stata definitivamente abolita dall'esperienza di questo blog. Proprio perché esiste un certo principio di equilibrio, una certa mean reversion dell'esistente, questa esperienza che mi ha fatto tanto amare quei miei simili che prima tenevo a distanza, me ne ha anche svelato il lato più turpe, riavvicinandomi alla durezza delle leggi di Cipolla. La conclusione, sconsolata, è che non posso fidarmi di nessuno, nemmeno di me stesso, e che per costruire un'egemonia culturale non ci vogliono gli intellettuali: ci vuole (per voi ci vuole) la televisione. Report, che comincia a dire mezze verità - per sterilizzare le verità intere - sta avviando un processo che forse non riuscirà a gestire. Ma quando vedo certi tweet, a me viene tanto voglia di staccarvi la spina, e di mandarvi a quel paese, a fare il partito coi vostri lettori, non coi miei. Comunque: a quanto detto da FNesti c'è poco da aggiungere. Ciononostante, si apra la discussione. Io potrei aggiungere un #VLAD, ma tralascio di farlo. Potreste dirmi che non vi piace perché è made in Bangladesh, e a quel punto, sinceramente, non saprei cosa rispondervi, se non che avete ragione...).

martedì 17 ottobre 2017

Miracolo a Lisbona

(...vi farà piacere sapere che l'asfaltatore è stato asfaltato: Rockapasso, indignata: "Hai trattato male anche Alberto49!" Eja ergo advocata nostra! Gli è che lei si prende a cuore tutte le persone, tranne una. Non sto a dirvi quale. Ora, vedete, dai post precedenti - o meglio: dalle vostre discussioni - emerge che io e voi abbiamo due nozioni totalmente incompatibili di cosa sia inammissibile. A voi sembra inammissibile che Giuliano Amato faccia Giuliano Amato. Io, questo, sinceramente non lo capisco! Nessuno riesce a far tanto bene Giuliano Amato quanto Giuliano Amato: magari potrà non piacere il personaggio, ma l'interprete è ottimo, e noi, che siamo tutti di passaggio su questa terra, più che il personaggio, che non ci scegliamo, dovremmo giudicare l'interprete. Fuor di metafora: a me che una persona visibilmente, platealmente schierata col capitale appoggi il capitale - che per questo le è riconoscente - non mi scandalizza né trovo che sia censurabile. Il problema non è che il capitale trovi chi lo rappresenti. Il problema non è nemmeno che il lavoro non lo trovi. Il problema sorge quando chi ostenta di rappresentare il lavoro porta acqua al mulino del capitale. Lì il gioco diventa falsato, e a me non diverte giocare con un mazzo truccato, anche se so che vincerò comunque io. Quindi, scusatemi, ma pathos dei vostri commenti precedenti non lo capisco. Presumo, quindi, che simmetricamente non capirete perché quanto sto per raccontarvi manda invece in bestia me. Credo si chiami "appartenenza", quel cancro fottuto dal quale in sei anni non sono riuscito a liberarvi. Alla fine, Amato è "nemico", mentre le persone delle quali vi parlerò, in fondo, "amiche", e voi da questo schema non uscite, non ce la fate proprio. Dovremo abituarci a convivere coi nostri rispettivi limiti. Non sarà facile...)


In quanto intellettuale di sinistra, ci sono due cose che proprio non mi vanno giù nei miei cosiddetti simili: la prima è il loro vizietto di giudicare i libri, illustri o meno illustri, dalla copertina anziché dal contenuto; la seconda è la strabiliante leggerezza con la quale si bevono qualsiasi panzana venga defecata dagli organi di stampa "ufficiale". Sul primo vizietto scrissi un post qualche anno fa, a seguito di una delle giornate più pesanti della mia vita recente (e remota): questa. Sul secondo, che, come forse ricorderete, ho deprecato dalle auguste pagine di Micromega, vorrei intrattenervi oggi, parlandovi del miracolo a Lisbona.

Premessa
Prima di farlo, però, aggiungo una breve premessa. Una premessa personale, che, mi rendo conto, nonostante sia a mio avviso utile per inquadrare nella corretta prospettiva politica gli elementi tecnici che vi fornirò, potrà sembrare superflua a molti, e sgradevole ad alcuni, ma dalla quale non posso prescindere. Perché, vedete, domani, quando saremo liberi, e la vita normale sembrerà normale a tutti, tutti vorranno far credere di essersi sempre opposti alla perversione neoliberista nella quale stiamo vivendo, e nessuno vorrà ammettere di aver messo attivamente i bastoni fra le ruote a chi stava cercando di svegliare le coscienze sopite dalla propaganda. Sarà un generale "scurdammoce o passato", accompagnato da costruttivi inviti a volgere lo sguardo al futuro, in avanti, e a ritrovare un rinnovato senso di solidarietà.

Solidarietà un cazzo (mind my French)!

Chi è stato parte del problema non credo potrà essere parte della soluzione, e se in alcuni casi occorrerà giungere a una mediazione, in altri credo che se ne potrà tranquillamente fare a meno. Un esempio fra tutti: gli uscisti da sinistra. Qualche giorno fa, su Twitter, uno chiedeva: "ma che vuol dire uscita da sinistra?" Mi sono così reso conto che un pezzo di memoria storica del dibattito era già andata smarrita. Ma se verba volant, scripta manent. Partiamo dagli scritti, e in particolare da quanto scrivevo a p. 296 e 297 del mio libro del 2012 (dicesi duemiladodici):



Come vedete, non solo proponevo, a seguito dell'uscita, l'immediato ripristino di meccanismi di indicizzazione, ma chiarivo anche perché questa fosse la scelta più razionale proprio per disinnescare le aspettative di inflazione create dalla criminale cialtronaggine di chi straparlava e ancora straparla di inflazioni "argentine", e fornivo una serie di riferimenti alla letteratura scientifica sulla relazione (assente) fra indicizzazione e inflazione.


Oggi ce lo siamo dimenticato, ma quel testo, Il tramonto dell'euro, riaccendendo il dibattito sull'appartenenza dell'Italia all'eurozona, dette fastidio a molti, soprattutto a sinistra. Non furono i Micossi o gli Amato ad alterarsi: loro, a quell'epoca, non potevano vedere quello che io vedevo, cioè che le loro banche (certo non le mie, che non ne avevo!) sarebbero state sbriciolate, e che quindi sarebbero stati costretti ad addivenire a posizioni più critiche. Dal loro iperuranio di princisbecco non avrebbero degnato considerarmi come interlocutore: semplicemente, giocavo (come tuttora gioco) in un altro campionato (resta da vedere quale farà più raccolta pubblicitaria, ma questo è un altro discorso). Quindi gli attacchi non venivano (e, credetemi, nonostante le apparenze tuttora non vengono) da quelli che ritenevamo nostri avversari, bensì da quelli che alcuni di voi, e all'epoca anch'io, consideravano alleati. Il motivo era semplice. Il mio testo metteva in evidenza il dato che sapete e che qui ripetiamo ossessivamente: in quanto strumento per scaricare sul mercato del lavoro gli shock esterni, l'euro non poteva certo essere considerato "di sinistra". Anzi! Era uno strumento di lotta di classe al contrario (se a qualcuno non è chiaro può rinfrescarsi le idee qui), e in quanto tale non si capivano gli accorati appelli da sinistra a modificare l'Europa per salvarlo! Con quegli appelli ci si voleva salvare la coscienza, ma la battaglia da combattere era un'altra, e il mio libro aveva il grave torto di dimostrarlo more geometrico, mettendo i sedicenti "buoni" di fronte alla propria ipocrisia.

Ora, voi potrete capire il mio sbigottimento, la mia delusione, dopo aver scritto nel 2012 (dicesi duemiladodici) le parole che vi ho riportato sopra, nel leggere il tredici gennaio duemilaquattordici (2014) una roba del genere, dove non solo si rivendicava come idea originale quella che di fatto era una mia proposta (come vi ho documentato), ma in più mi si dava del "gattopardo" (rigorosamente senza far nomi, anche per evitare che l'originalità della proposta potesse essere messa nella corretta prospettiva)! Un attacco sleale, ingiustificato perché privo di qualsiasi base documentale (come vi ho mostrato), e a tradimento perché proveniente da quelli che speravo potessero aiutarmi, da quelli che non potevano non sapere (e lo avevano anche larvatamente dimostrato), e soprattutto da quelli che se si fossero espressi avrebbero consentito alla critica all'Europa di prendere a sinistra quel piede che ha preso a destra, cioè (con tutto il rispetto) dalla parte sbagliata (perché la Storia ci dimostrerà che una battaglia a difesa del lavoro deve essere combattuta da chi difende il lavoro). Bè, insomma, potrete capire che questi atteggiamenti suscitassero in me un lieve disappunto (quel lieve disappunto che vedete esternato nel video citato sopra, girato il 18 gennaio 2014 - cioè cinque giorni dopo questa scoperta dell'acqua calda di sinistra).

Questo sì che mi mandò in bestia: certo non i sorrisetti dalle Vero, poverina, che alla mia domanda sul perché Monti abbia fatto salire il debito non sapeva rispondere altro che le scemenze infantili su "autteità bbona" e "autteità attiva" (una persona che su Scholar compare tre volte, di cui due nei ringraziamenti per la sua research assistance... Ma l'avrà mai passata una peer review? Qualcuno sa dirmelo?). Mi mandò in bestia, e mi ci ammalai (ma lì l'errore fu mio) il fatto che gli estensori di cotanti appelli a difesa dello status quo spendessero tante energie non per aiutarmi, ma per banalizzare il mio messaggio, dandomi, contro ogni possibile evidenza (ma sapendo di poter contare sul fatto che a sinistra si leggono le copertine e non i libri), del fascioleghista che faceva il gioco del capitale (per fortuna a Radio Onda Rossa non se ne sono accorti), che  proponeva una strategia di uscita tale da penalizzare senza scampo le classi lavoratrici, perché la svalutazione che io proponevo come una panacea (?) avrebbe eroso la quota salari, aumentando la disuguaglianza e il disagio degli umili. Se proprio di uscita si doveva parlare, era a loro, ai Licurghi e Soloni col marchio Sinistra DOP (Denominazione di Origine Piddina), che bisognava rivolgersi, perché loro sì che sapevano come fare: bisognava proteggere i salari dall'inflazione con una nuova scala mobile!

Idea che, come vi ho appena mostrato, a me proprio non era venuta, due anni prima che a loro.

O no?

E poi, dopo tutto questo, io dovrei incazzarmi per Benny Della Vedova, con uno che non ha idea di quali siano i tassi di crescita dell'export italiano prima e dopo l'adozione dell'euro!? Per carità, con Benny ci possiamo, anzi: ci dobbiamo fare una risata, e ce la faremo. La sua sesquipedale ignoranza dei fatti stilizzati più rilevanti nell'economia del paese che contribuisce a governare, il suo adamantino permeismo, la sua totale impermeabilità a qualsiasi ragionamento poggiato su basi scientifiche forse meritano un commento (o forse no, visto che sono così platealmente evidenti). Ma non c'è alcun motivo di volergli male: Benny danni non ne fa se non a se stesso, quando parla (visto che ci tenete, lo metterò nero su bianco). C'è chi ha fatto molto più danno, scippando alla sinistra una battaglia che era in primo luogo sua, e bloccando una riflessione trasversale sulle criticità dell'Eurozona in nome di una becera reductio ad Salvinum. I miei ultimi interlocutori, che tanto vi hanno indignato, avranno certo i loro limiti analitici, ma non sono mai arrivati con me a un simile livello di slealtà. Magari non ci sono arrivati perché non hanno ritenuto di doverlo fare: non fa nulla! Quando lo riterranno sarà troppo tardi: non potranno più far danni. Altri sono intervenuti volendo fare danno, e ci sono riusciti. Se le politiche di destra nel lungo periodo avvantaggiano solo la destra, è anche perché gli intellettuali di sinistra sono sempre lì, pronti a dare una mano. Quelli di sinistra, capite? Questo mi manda, e dovrebbe mandare voi, in bestia, anche e soprattutto se siete di destra. Certo non Della Vedova che tira l'acqua al suo mulino, ma chi, per narcisismo, per tutelare la propria fottuta quota di mercato, ha reso impossibile un dibattito, ha ucciso la democrazia, usando argomenti falsi e sleali.

Ma voi, se vi fa piacere, continuate pure a prendervela con Micossi...

(...non commento nemmeno la minchiata dei fire sales, cioè l'idea che l'"euro forte" ci avrebbe difeso dall'acquisizione delle nostre imprese da parte di capitalisti esteri. Abbiamo visto quanto questo ragionamento si sia rivelato fallace in pratica, e lo era perché si basava su una teoria a sua volta fallace: ma non ci perdo tempo, questo lo sapete...)

Ora voi direte: ma questo con Lisbona che c'entra?

E ora ve lo spiego.

Compagni (?) che non (?) sbagliano
Da qualche mese circola sui media "mainstream" una simpatica fiaba a lieto fine: quella del Portogallo che, citando un componente del comitato scientifico di a/simmetrie:

"fa scuola: governo di sinistra che rilancia la crescita da dentro l'eurozona... E' la prova che le politiche di stimolo alla domanda "a saldo zero (o costante)" (redistributive) funzionano, magari dopo un'abbondante 'svalutazione interna'?"

(...questo tanto per dirvi che nel comitato idee ne scambiamo, e anche che non sempre siamo d'accordo...)

Insomma, pare proprio che a Lisbona governino dei bravi compagni, che sono riusciti a fare un vero miracolo: far ripartire la crescita "da sinistra" (cioè, prendendo come criterio quello degli uscisti da sinistra DOP, tutelando la quota salari), pur restando dentro la zona euro. Un'operazione che sul piano economico equivale alla dimostrazione dell'ultima congettura di Fermat su quello matematico: la mente vacilla, e così come io, digiuno di curve ellittiche, mi accontento di credere a Fermat, del quale mi sento, in fondo, un contemporaneo (ascoltiamo la stessa musica), a fronte della storiella del governo di "quelli buoni" che riescono a fare il bene dei lavoratori dentro l'euro mi potrei anche trincerare dietro un comodo credo quia absurdum, nel timore di affrontare una sfida che, oltre ad essere superiore alle mie capacità intellettuali, mi esponesse nella mia gattopardesca ipocrisia di fascistello che la fa facile per fottere i lavoratori (come disse senza dirlo quello che lancia il sasso e nasconde la mano).

Scoprire che dentro l'euro un governo riesce a tutelare la quota salari sarebbe in effetti la prova provata, la smoking gun che paleserebbe il mio callido intento di guidare i lavoratori fuori dall'euro per attirarli in una imboscata, in una trappola dalla quale uscirebbero con il salario decurtato da un'inflazione galoppante. Sarebbe dimostrare che ho torto nell'affermare che dentro l'euro non ci sono gradi di libertà per rilanciare l'economia tutelando i diritti dei lavoratori.

Eh, avere torto, si sa, è una bevanda amara per tutti (anche se io è da un po' che non la assaggio...).

Tuttavia... tuttavia... c'era qualcosa che non mi tornava...

Sarò malizioso, ma... se fosse stato veramente vero, verissimamente verissimo, che i "bravi compagni de sinistra" di Lisbona erano riusciti a far ripartire l'economia "da sinistra", cioè, ripeto, senza sacrificare la quota salari, come mai tutti, ma dico tutti, e ribadisco tutti i giornali del capitale ne avrebbero tessuto le lodi? Insomma, ce lo siamo detti mille volte, e non è una cosa così difficile da capire: i media costano, e chi li paga non vuole certo usarli contro i proprio interessi! Ora, aumentare la quota dei salari vuol dire diminuire quella dei profitti. Siamo proprio sicuri che giornali come Il Post, o La Stampa, o Il Sole 24 Ore, farebbero l'elogio di un governo che avrebbe "sfidato la Germania sull'austerità" per rilanciare la crescita nell'interesse di lavoratori, cioè diminuendo la quota dei profitti?

Sicuri sicuri?

Sicuri sicuri sicuri?

Sicuri sicuri sicuri sicuri?

Io sono pressoché sicuro del contrario: se i giornali del capitale elogiano un governo "socialista", è perché questo governo ha venduto i lavoratori. Solo idioti accecati dalla logica dell'appartenenza (io sò dde sinistra, quello è dde sinistra, quindi è bravo) possono prendere per buone, senza verificarle, certe favolette morali. Eppure verificarle è cosa immediata. Basta andare a vedere i dati, come abbiamo fatto tante volte, ad esempio per la Lettonia, poi per Irlanda e Ungheria, e infine per la Spagna.

In Portogallo le cose si presentano, in effetti, in modo del tutto diverso, cioè così:


Visto?

Mentre in Lettonia, Irlanda, Spagna, la quota salari è diminuita, in Portogallo invece, siccome ci sono quelli bravi, che fanno le cose da sinistra, la quota salari è diminuita!

"Volevi dire aumentata?"

Eh... sì, io avrei voluto dire aumentata, però io non sono del tutto di sinistra: lo sono fino a quando non urto contro i dati, e secondo me 44.2 è minore di 46.2. Quindi in Portogallo la quota salari è diminuita di un paio di punti in seguito alla crisi. L'avere un governo di sinistra a nulla è servito: o meglio, è servito a ciò a cui servono i governi socialdemocratici: a far stare cheti i lavoratori, mentre si infligge loro lo stesso trattamento che negli altri paesi... e questo non (solo) per cattiveria, ma (soprattutto) perché dentro una unione monetaria non ce n'è un altro disponibile (i dati sono qui).

Ma la famosa sfida all'austerità? Chissà che prodigalità avrà dimostrato il governo portoghese, che politica di bilancio aggressiva, che interventi di spesa a sostegno dei redditi (come sembra di cogliere nel resoconto del Sole o della Stampa - ma non li ho letti con attenzione, sapendo che non la meritano, quindi potrei sbagliare)!

E va bene, andiamo a vedere:

Per confronto ho riportato i dati italiani: si vede benissimo come il governo dei compagni socialisti in Portogallo dal 2015 con grande coraggio aumenta... "la spesa pubblica sociale!" (direte voi): no, il surplus di bilancio! "Ma... Ma... Ma... Ma almeno lo avrà fatto tassando i brutti ricchi cattivi!"

(...lo so, lo so, sono cattivo...)

E vediamo anche questo, tanto è gratis:

...ma... ops! Da quando arrivano i compagni bravi, in effetti, lo scarto fra entrate e uscite si riduce, solo che... entrambe diminuiscono, ma le uscite, la spesa, molto più delle entrate!

E a questo punto, se sapeste cosa vogliono dire, ripetereste le parole di Tamino! In effetti, un po' di Heuchelei è nell'aria... O, magari, quelle di Verlaine: quoi? Nulle trahison?


Ecco, queste forse sono un po' fuori luogo, perché di trahison in effetti ce n'è molta: e pure di austerité...

Come!?

Una politica di bilancio fatta diminuendo la spesa e anche le imposte (ma non a saldi invariati, anzi, con un aumento del surplus primario), e, quindi, una diminuzione della quota salari... e questo sarebbe un miracolo di sinistra!?

Eh, ma aspettate, perché il meglio deve ancora venire! Vogliamo parlare dell'incidenza del precariato, misurata come percentuale di contratti a termine sul totale? Aumentata:


(in parallelo con Italia e Spagna, e partendo da valori superiori a quelli italiani - alla faccia del miracolo).

Vogliamo parlare della popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale? Aumentata:


(come in Italia, meno che in Spagna).

E la disoccupazione? E daccela 'na soddisfazzzione, dai!

Sì, ve la do: la disoccupazione in Portogallo è a due cifre:


...e su livelli quasi italiani!

Ma... ma... ma... direte voi: però almeno è diminuita in fretta: nel 2012 era quasi al 16% e ora all'11.2%, ha perso quasi cinque punti, mentre da noi è aumentata...

Sì, naturalmente, cari, però vi dimenticate sempre un dettaglio, quello sgradevole dettaglio "de sinistra". Guardate un po' le quote salari di Italia e Portogallo:


E quindi?

E quindi il grande miracolo portoghese "de sinistra", come era facilmente prevedibile a chi del senso suo fosse signore, è consistito nell'assumere un po' più di persone pagandole un po' di meno. Voi mi direte che non è un miracolo, e non è di sinistra. Certo. Aggiungo però che questa è l'unica soluzione possibile nel meraviglioso mondo dell'euro: non potete pensare di fare politiche "di sinistra" in un mondo di destra, di fare politiche keynesiane con istituzioni liberiste, di sostenere i redditi dei lavoratori dove questo significa automaticamente deprimere la competitività del paese.

Più andiamo avanti, insomma, e più ci rendiamo conto di come il ruolo dei politici di sinistra sia, ovunque nei paesi avanzati, quello di rendere politicamente accettabili dai ceti subalterni politiche che li danneggiano, e il ruolo degli intellettuali di sinistra sia di sparare fumogeni (fire sales, uscita da sinistra, ecc.) al solo e unico scopo di nascondere questa amara verità. Eppure, avete visto come è facile smascherare simili favolette? Basta ripartire dalle basi: basta capire che un capitalista non finanzierà mai un giornale per fargli raccontare una cosa che vada contro i suoi interessi. E l'interesse del capitalista è quello di tenere alta la quota dei... dei p... dei pr... dei pro... dei prof... dei profi...

Dai! Ancora non avete capito!?

Non sarete mica lettori del Manifesto?

Concludendo
L'argomento rozzo secondo cui la sound money, sound finance che tanto piaceva ai monetaristi sarebbe un presidio delle classi lavoratrici mostra una volta di più la corda. Dovremo pensare che chi continua a portarlo avanti, più che i lavoratori, vuole difendere la sound money, e comunque, indipendentemente dalle sue intenzionalità, nei fatti la difende. Anche perché se andiamo a vedere cosa succederebbe alla quota salari in caso di dissoluzione dell'euro, i risultati che troviamo finora su rivista peer reviewed ci dicono che nei primi due anni, in effetti, questa fletterebbe di 0.7 punti, ma poi ricomincerebbe a crescere, e su un orizzonte di cinque anni si troverebbe 2.3 punti al di sopra (non al di sotto) dello scenario di base (quello senza uscita; hint: come vi ho mostrato qui, la quota salari è data dal rapporto fra salari reali e produttività del lavoro, per cui per capire come evolve la quota salari potete considerare la differenza fra il tasso di crescita dei salari reali e quello della produttività del lavoro. Se prendete i numeri della Table 2 e fate lo scarto cumulato, ottenete il numero che vi ho fornito).

Non è così strano, no? Se sappiamo, perché lo sappiamo, che il vincolo esterno, insomma: l'euro, è servito a piegare i lavoratori (non vi rifaccio tutta la litania degli autori che ce lo hanno detto, da Dornbusch a Featherstone), perché mai dovremmo trovare strano che uscirne non danneggi il lavoro?


D'altra parte, che il potere per difendersi ricorra a strategie "sofisticate" comincia a essere ormai evidenziato anche a sinistra: avete letto l'articolo di Counterpunch sugli antifa? Sinceramente, resisto con difficoltà alla tentazione di ravvisare molti isomorfismi fra movimento antifa e uscisti da sinistra. Isomorfi negli strumenti (demonizzare l'avversario, impedire il dibattito), e nei risultati (fare il lavoro sporco per il capitale).

E poi io dovrei prendermela con Amato!?

Secondo voi, io, o anche voi, siamo stati danneggiati di più da chi come Amato era nostro avversario politico, o da chi, dicendo di essere nostro alleato, ci ha attivamente impedito di organizzare una resistenza? Il nostro avversario cosa doveva fare, se non nuocerci? Era nella sua natura. Ma chi ha impedito ai nostri potenziali alleati di unirsi a noi, ecco: quello sì che ci ha danneggiato...

Ora capite un po' meglio perché ho trovato fuori luogo la vostra vis polemica? E capite perché non ho nessuna difficoltà a confrontarmi con un Amato, con un Tremonti, laddove essi benignamente accettino il confronto, mentre ne ho molte, moltissime, enormi, insormontabili, nel confrontarmi con un Fassina, o con un uscista da sinistra?

Magari sbaglierò...

Spiegarsi era obbligatorio (lo dovevo, più che a voi, all'advocata vestra).

Capire no.

Anche questa è un'asimmetria. Ma, se volete un consiglio, in questo caso uno sforzo fatelo: è nel vostro interesse...


(...io in teoria avrei un ottimo carattere. Però quando qualcuno è lievemente scorretto con me tendo a non dimenticarmene. So che è un errore. D'altra parte ho anche tante virtù. Anzi: una sola: i giornali del capitale li leggo rigorosamente al contrario. Me l'ha insegnato la mi mamma, che tutto sommato, nonostante credesse che Napolitano fosse "tanto una brava persona", un pochino di sinistra, a modo suo, lo era. Fate così anche voi, o magari fate meglio: non leggeteli. Viceversa, se dei libri, oltre alla copertina, leggerete il contenuto, magari imparerete qualcosa: dopo di che, da veri intellettuali di sinistra, potrete rivendervi alla prima bancarella...)

domenica 12 marzo 2017

Gli olandesi sono contenti?

Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.

Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).

Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.

Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.

(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)

La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?

Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.

Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.

Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.

Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.

Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:

Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.

Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:


(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).


Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.

Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).

Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:

ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.

Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.

Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).

Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):


Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:

Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.

Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:


Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:


Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).

Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:

Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.

Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:


E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.

Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.

Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.

Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:

Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.

Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.

Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.

Che conclusioni trarre da tutta questa storia?

Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.

Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.

Si apra la discussione...

giovedì 2 marzo 2017

Die Verwirrungen des Zöglings Furfaro

(...potete leggerlo come il seguito de La tabellina dello zero...)


...alla fine del nostro pacato e costruttivo confronto, mi sono avvicinato per stringergli la mano, e gli ho detto: "Scusa, sai, noi abbiamo tanti amici in comune, diamoci del tu, una cosa devo chiedertela: tu hai articolato la tua comunicazione politica sul tema dell'altra Europa, da costruire mantenendo l'euro. A parte quello che ci siamo detti prima, ti rendi conto che per fare un'altra Europa con l'euro, ti occorre un'altra Bce?"

Annuiva...

"Ecco: tu quest'altra Bce come la immagini? Ci hai pensato, ci avete pensato? Che struttura dovrebbe avere, per operare nell'interesse generale? E come sarebbe possibile trasformarla nel senso auspicato - posto che si capisca qual è - in un momento in cui la crisi ha sovvertito i rapporti di forza fra i paesi a ulteriore svantaggio dei più deboli?"

La risposta è stata un sorriso un po' frastornato, con quel suo viso pulito, da bravo ragazzo, che, ne sono sicuro, farà breccia in molti cuori...


(...la povertà culturale della sinistra italiana - e in particolare di Sinistra Italiana - mi affligge, come sapete dall'inizio di questa avventura. È una povertà fatta di elementi macroscopici, che nessuno vede perché sono troppo evidenti, il che, peraltro, ci espone a un rischio: quello di non contestare le contraddizioni del progetto, proprio perché non possiamo pensare che chi non le vede sia in buona fede. Ora, io vivo questa tensione su di me ogni singolo giorno che Dio mette in terra: devo sfibrarmi a ripetere l'ovvio usque ad nauseam - col rischio, se non lo faccio, di perdere un possibile interlocutore, di non portare un barlume di verità nella tenebra della propaganda - o devo applicare un darwinismo intellettuale un po' fatalista, dicendomi che chi non ha capito finora in fondo si merita quello che gli accadrà?

La questione non è semplice da risolvere, ma ormai mi sto orientando verso la seconda opzione: io voglio vivere, la sinistra si sta suicidando. Una scelta che la sinistra chiede in generale di rispettare e che io in generale rispetto - sono un liberale - ma nella quale non voglio essere coinvolto. Perché vedete, l'enormità delle cose che "sfuggono" - le virgolette sono d'obbligo - a certi "intellettuali" è tale da frustrare in anticipo ogni tentativo di portarle con successo alla loro attenzione. Sì, insomma, à la famosa prima legge della termodidattica:


CI SONO COSE CHE SE POTESSERO ESSERE CAPITE NON ANDREBBERO SPIEGATE


Mi limito a una semplice constatazione: è piuttosto strano che intellettuali autoproclamatisi di sinistra non si rendano conto di essere ecolalici propalatori delle pseudoverità diffuse dagli organi di quel capitale che a parole dicono di voler combattere, ma del quale all'atto pratico si fanno utii idioti. Questo blog contiene un ciclo di post, quello sulle leggende metropolitane bipartisan, che elenca tutte le scemenze che i Galli e i Giannino - in cornu capitalis - e i Biasco e i Furfaro - in cornu laboris - ripetono, probabilmente credendoci, e certamente senza mai portare un cazzo di dato che sia uno a supporto delle loro ardite argomentazioni:

1) quella che la svalutazione abbatte i salari reali;
2) quella che la svalutazione distrugge i risparmi;
3) quella che la svalutazione è inutile perché l'inflazione che ne consegue la neutralizza;
4) quella che la svalutazione sarà imprevedibile però sarà devastante;
5) quella (connessa alla prima) che la svalutazione influenza la distribuzione del reddito;

e via dicendo...

Allora, Furfaro, ti faccio una domanda: come ci si sente ad affermare ex cathedra, con tanta sicumera, come verità autoevidenti, fenomeni che storicamente non si sono mai presentati in alcuna parte delle terre emerse? Trovi che sia di sinistra ragionare in modo apodittico e astorico? Ma soprattutto, non ti viene qualche dubbio nel sentirti parlare come un Giannino qualsiasi? A prescindere dal fatto che i vostri titoli sono diversi - e i tuoi, in teoria, migliori - a te che sei nel campo "progressista" non viene il sospetto che se ti trovi a pronunciare come verità affermazioni  "spinte" da tutti i media del nostro capitale cialtrone e bancarottiero ci deve essere qualcosa che non va?

Ti sembra proprio normale?

Perché alla base di questo tuo sorprendente atteggiamento, c'è l'ancor più sorprendente incapacità di porti una domanda essenziale: perché mai un capitalista dovrebbe preoccuparsi così tanto per lo stipendio del povero lavoratore? Non puoi non renderti conto che la tua deamicisiana sollecitudine nel difendere dalla svalutazzzzzionebbbrutta il potere d'acquisto del povero operaio, i risparmiucci della vedovella, e via dicendo, è condivisa proprio da chi in realtà ha interesse a espropriare l'operaio e la vedovella - e ci è riuscito benissimo, grazie anche a te! Quindi, forse, la difesa delle classi subalterne non passa attraverso la difesa di un sistema finanziario che il grande capitale già difende con le unghie, con i denti, e con una propaganda orwelliana alla quale tu presti il tuo generoso aiuto!

Ti rendi conto sì, o ti rendi conto no, che i capitalisti che a chiacchiere si preoccupano di tutelare dalla svalutazione il potere d'acquisto dei lavoratori - preoccupazione infondata - sono anche quelli che via cambio fisso hanno creato un sistema dove ogni shock comprime la quota salari - cioè innalza la quota dei profitti - al rischio, che poi si è materializzato, di avvitare tutto in una crisi di domanda che finirà solo con un evento molto traumatico?

Insomma: ti rendi conto di essere stato sorpassato a sinistra da Dornbusch?

Te lo dico in un altro modo: tu, che ti dici di sinistra, credi alla favoletta paternalistica del capitalista che si preoccupa per il povero lavoratore, o pensi che il capitalista - legittimamente - cerchi di orientare il conflitto distributivo a proprio vantaggio? Perché se la risposta giusta è la prima, allora il problema lo risolverà il tempo: alle favole si crede da bambini. Quanto crescerai, smetterai di crederci. Ma se il problema è il secondo, allora la soluzione è più complessa: perché tu, forte della credibilità che usurpi ostentando un'appartenenza progressista, nel diffondere fra gli oppressi le pseudoverità, i fattoidi, che il grande capitale porta nel dibattito per impedire un esito politico della crisi, stai aiutando il capitalista.

Chi è parte del problema non è parte della soluzione.

Bene.

Io ho cercato il dialogo per anni, e ancora continuo, come questo post dimostra. Lo faccio per svariati motivi: perché sono caparbio; perché non voglio essere sfrattato da casa mia; perché so che i turbamenti del giovane Furfaro non sono solo sua responsabilità: la responsabilità principale cade su quei politici opportunisti e pusillanimi ai quali ho chiesto - non da solo - di dire una parola chiara, e che non l'hanno sostanzialmente ancora fatto - altrimenti i fattoidi del grande capitale non sarebbero così profondamente iscritti nella doppia elica della quadrupla sinistra italiana...

Ma poi verrà il momento in cui dovrò rispondere al dolore di chi mi scrive, arriverà un tempo in cui per affermare nel dibattito semplici verità fattuali come quelle esposte qua sopra dovrò prepararmi a difendermi, tutelandomi con le opportune guarentigie, a fronte di un evidente e sempre più minaccioso tentativo di censurare chi porta nel dibattito qualcosa di diverso dalla pulsione di morte "europeista", e comunque si giungerà necessariamente all'esito di questo progetto irrazionale, e alla connessa necessità di doverlo gestire.

A quel punto, chi si è rifiutato di vincere con me non potrà chiedermi di perdere con lui...)

domenica 30 ottobre 2016

Chi ci ha tradito e chi ci sta tradendo

Il tema del tradimento della sinistra (genitivo soggettivo) ormai è entrato nel dibattito, tant'è che cominciano a parlarne intellettuali riconoscibili come "de sinistra" dalla sinistra di sinistra. Ci siamo lasciati dietro le spalle quelli che vaneggiavano sulla natura "non politica" della categoria di tradimento, in quanto categoria "soggettiva e non oggettiva"... Poveracci che, volendo fare sfoggio di approfondita cultura politica, mostravano solo di ignorare le basi della cultura occidentale. Una ignoranza tattica, naturalmente, volta solo a evitare quella cosa veramente di sinistra che da tempo sto chiedendo e che ora sembra arrivare, con un pochino di ritardo: l'autocritica (si veda qui il punto 3).

Ma la storia, i cui processi sono, in effetti, oggettivi, non aspetta che le fragili soggettività individuali si rendano conto della necessità di un atto di coraggio, di un'assunzione di responsabilità (come quella fatta da D'Attorre pochi giorni or sono sul Fatto Quotidiano), e tira dritto.

Ed è appunto in questo tirare dritto, nell'oggettività dei processi storici, che si materializza l'oggettività del tradimento.

Mi spiego meglio: vi ricordate di quelli che "la svalutazione schianta la vedova e l'orfano e quindi restiamo dentro l'eurone che ci protegge"? Quanto ho fatto, qui, per far capire la natura stolta e dilettantesca di queste affermazioni! Avevamo cominciato il 25 aprile di quattro anni fa, e poi battuto e ribattuto su questo argomento, ad esempio nella serie delle leggende metropolitane (la trovate elencata in calce a questo post). Ma non è servito a nulla. Indisturbati da parte dei politici di riferimento, pochi colleghi privi di scrupoli hanno continuato a fornire dati in contrasto con l'evidenza fattuale, terrorizzando soprattutto il sindacato rispetto alle conseguenze di una possibile uscita.

Perché soggettivamente l'abbiano fatto non lo so, posso solo supporlo. Ma quale sia stato oggettivamente il risultato lo vedete: il sindacato è ancora compattamente eurista, e per difendere l'euro ha accettato il jobs act, fra le altre cose, anche perché gli era stato detto da persone prive di scrupoli e di etica professionale che l'alternativa sarebbe stata un'inflazione al 20%.

Ora, il punto è che chi, con la solfa dell'uscita a sinistra, ha terrorizzato i sindacalisti, paralizzandone l'azione, ha oggettivamente comprato tempo coi soldi dei lavoratori per regalarlo al capitale. La vera uscita a sinistra, infatti, non è quella che propone Tizio che si sveglia nel 2014, scopiazzandola da un libro pubblicato nel 2012. Direi proprio di no. La vera uscita a sinistra è quella che avviene prima. Prima di cosa? Prima e basta. Perché finché continuiamo a comprare tempo da una posizione di debolezza, il poi per noi sarà sempre peggiore.

Secondo voi, sarebbe stato più "di sinistra" uscire prima del Jobs act, o dopo il Jobs act? Chiaro che nel mondo di poi, cioè posteriore al jobs act, i datori di lavoro hanno in mano uno strumento di ricatto che prima non avevano. Quindi, non ci sono santi: in queste condizioni è perfettamente ovvio che una uscita avrà effetti meno favorevoli ai lavoratori di quelli che avrebbe avuto nelle condizioni precedenti.

Del resto, noi qui lo sappiamo bene: la rigidità del cambio serve proprio ad accumulare tali tensioni sulla competitività da rendere credibile il messaggio di chi ci chiede (ma in realtà ci impone) di fare un "ultimo" sacrificio smantellando qualche altro pezzetto di stato sociale.

Il punto è che questi effetti sono largamente irreversibili. La crisi del 1992 è servita a rasare completamente la scala mobile e a introdurre la concertazione. Vi risulta che dopo lo sganciamento si sia tornati indietro? No.

E sapete perché?

Perché c'è un altro aspetto perverso, il più subdolo, il più disgustoso, il più vile, il più ributtante, del raccontino di quelli che "bisogna uscire a sinistra altrimenti sarà una catastrofe". E siccome nessuno ve lo ha fatto notare, ve lo faccio notare io, che sono qui per questo. Siccome la catastrofe che i cialtroni paventano non ci sarà, le persone ricominceranno a vivere meglio in termini assoluti (gli entreranno più soldi in tasca), e quindi, fatalmente, si disinteresseranno di come stiano andando le cose in termini relativi, cioè di lottare per avere la loro giusta quota del prodotto nazionale, e le istituzioni che la tutelano.

Capite? Ma c'è poco da capire: è già successo (nel 1992).

Un conto è dire: "sarà una catastrofe, recessione dell'80%, inflazione del 30%...". Chi agisce così è fascista due volte: la prima perché vuole mantenere una situazione nella quale è avvantaggiato solo il grande capitale, e la seconda perché contribuisce involontariamente (ma oggettivamente) a creare la sensazione fasulla che con l'uscita, visto che la catastrofe non ci sarà, sarà risolto tutto.

Insomma: è fascista due volte chi vi chiede di lottare ora per mantenere il sistema che vi opprime, e oggettivamente contribuisce ad illudervi che non sarà necessario lottare dopo, quando questo sistema continuerà a cercare di opprimervi.

Un altro conto è dire, come facciamo qui: ci sono delle criticità, naturalmente, ma sono gestibili e il problema non è il durante, il problema è il prima (in cui non possiamo lottare, perché inseriti in un contesto istituzionale che non lo permette) e il dopo (in cui dovremo lottare, sfruttando ogni centimetro che l'arretramento del grande capitale ci lascerà, senza lasciarci fuorviare dal mancato verificarsi delle previsioni catastrofistiche dei cialtroni).

Ecco.

Vi ha tradito chi non ha fatto abbastanza per far maturare la coscienza, che qui è stata limpidissima e coerente fin dal primo momento, della necessità di un cambiamento. Vi sta tradendo chi prospetta catastrofi, perché oggettivamente coopera a farvi abbassare la guardia nella fase più delicata: quella della gestione del cambiamento.

Ricordateli nelle vostre preghiere, come io faccio nelle mie, e guardate con attenzione al futuro.

domenica 1 maggio 2016

Terza globalizzazione e primo maggio: lavoro, capitale e Costituzione

Il 01/05/2016 07:25, R A ha scritto:
Salve Maestro,
Chiarisco subito perché le scrivo, per via di uno dei suoi vari articoli su goofynomics, "Eurodelitto ed Eurocastigo", ho pianto nelle ultime due ore. Le scrivo quindi per ringraziarla.
Sono uno studente di psicologia, appassionato di politica e di altre cose, seguo il suo blog da un anno in silenzio ma adesso, ritrovando quel vecchio articolo che avevo saltato per non so quale motivo, ho sentito questo desiderio di scriverle.
Prima era soltanto un professore, divertente, egomaniaco, paziente, colto, sensibile, severo e capace (quindi con tutte le qualità che un buon professore dovrebbe avere) ma un professore sostanzialmente, che stava tentando di inculcare nella testa vuota mia e di altri delle nozioni importanti per renderci anzitutto dei cittadini. Ora no, di qui l'incipit che non si riferisce solo al campo musicale.
Premessa: io a livello razionale non credo più nella sinistra Italiana da un bel po', tuttavia...
Quell'articolo su SEL (o su tutto il centrosinistra), ha provocato in me diverse cose: mi sono arrabbiato davvero anzitutto, mi sono chiesto come questi abbiano potuto svendere così tutto quello in cui credevano e considerazioni su questa linea. Poi è crollato tutto il discorso, ho capito finalmente che di quel discorso ne ero convinto col cuore e non con la testa, e ho iniziato a stare male.
Soprattutto, deve sapere che Dostoevskij è uno dei miei autori preferiti, se non il mio preferito in assoluto, e insomma, pensavo in breve che si riferisse agli altri con quel libro, non a me, a me non poteva succedere, io non ero come Raskolnikov, semmai assomigliavo al principe Miskin! (Idiota lo ero sicuramente, su questo non sbagliavo).
Io non avevo capito Dostoevskij, che parlava a tutti e soprattutto a me.
Mi sono chiesto se fossi sicuro che, se non fossi stato da sempre di base uno non in grado di uniformarsi per più di una settimana a qualsiasi pensiero di qualsiasi gruppo, oltre che un pigro, non avrei fatto la loro stessa fine. Perché anche se ero relativamente piccolo io ci credevo a Prodi, e ho creduto pure a Monti in età meno innocente credendo a giornali che sapevo mentissero su molte cose in maniera sistematica, per esempio. Solo per ideologia. E ho pure propagandato il falso, per anni, credendomi migliore di altri quando spesso anche il più semplice e "rozzo" ragazzo di destra della mia scuola diceva cose più sensate di me, e io lo trattavo da cretino. Mi sono creduto migliore di altri anche sapendo che fosse una idiozia, anche avendo tutti gli strumenti per dubitare che fosse così per un'illusione del cazzo che sceglievo di tenere in vita io credendo a contraddizioni e bugie! (E poi magari schernivo i cattolici, tzè...) 
Prima di questo articolo, ero convinto di dover mettere da parte certe cose del mio carattere e rimboccarmi le maniche, aiutare nel nuovo FSI (so dei vostri contrasti e se dovessi incontrarla vorrei chiederle anche una sua completa versione, anche se ho più di una teoria). È inutile dire che ormai questa prospettiva mi terrorizza. Non voglio diventare come loro. 
Soprattutto ora devo dirlo. Ho già cominciato, ma senza confessione, e gradualmente, se capisce. Un altro dei miei autori preferiti scrisse "l'orrore! L'orrore": di dover dire a tutti che ci hanno pugnalato, e l'hanno fatto perché ci siamo tutti girati di spalle. Ai miei amici, a mio padre e a mio fratello (entrambi m5s), ma soprattutto a mia madre. Che è un'insegnante pubblica, che andava al biliardo con due futuri (ormai passati) membri delle br, che da quando è single e cinquantenne in tre cose crede: il Cattolicesimo, i figli e il PD.
Insomma, è difficile. Spero di farcela.
La lettera è confusa e non si capisce bene anche se l'ho riletta e ricorretta, ma non vorrei tradirla più di quanto abbia già fatto. Il succo è che la ringrazio, ha tutto il mio supporto e spero di incontrarla quanto prima, anche perché deve spiegarmi davvero quale tecnica di meditazione usa per non esplodere in mezzo a tutto questo schifo. 

Con immensa stima,
(emphasis added)

Il mio primo maggio è iniziato così, nel modo giusto, direi: con un riconoscimento per il mio lavoro. A Riccardo voglio solo dire di non prendersela: l'ethos piddino ci impone di considerare e utilizzare i classici come un complesso apparato di segnalazione della nostra appartenenza culturale. Pochi di noi si emancipano fino a utilizzarli per quello che sono: uno strumento di analisi della realtà, la cui validità è confermata dall'aver resistito all'usura del tempo. L'analisi la detta la linea del partito: a quella devi obbedire, senza analizzarla, e Dostoevskij lo devi leggere, senza usarlo. Se alla fine ce l'hai fatta è perché, come dici tu, sei pigro e incapace di uniformarti. Sei arrivato tardi, ma sei arrivato, e per di più in un momento nel quale, come credo si capisca, i ponti levatoi di questa cittadella sono stati tirati su. Complimenti.

Capiti al momento giusto, perché volevo appunto parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo.

Anche secondo me è il post centrale di questo blog, perché evidenzia il nostro principale problema politico: quello causato da un'intera generazione di progressisti che hanno tradito se stessi perché si sentivano migliori degli altri. Pensare che un Fassina o un D'Attorre facciano l'operazione di verità di Raskolnikov è ovviamente utopistico né mi sentirei di consigliarglielo: il coraggio chi ce l'ha non lo può dare, e va anche detto che io rispetto le competenze altrui. I politici sono loro, loro sono stati eletti, loro sapranno come, e ovviamente se ritengono che dire la verità in questo momento li condannerebbe all'estinzione sono liberi di non farlo. Il momento non è semplice, mancano anche le occasioni, per farla, questa operazione, va riconosciuto. Di fatto, la sinistra, intesa come schieramento progressista organizzato a tutela dei diritti dei lavoratori, è spacciata. Fra internazionalisti da operetta come "er Fiatella" (leggetevi la sua tweetline per tirarvi su il morale), timidi praticanti delle mezze ammissioni (più liberi di dire la loro nel PD in contrapposizione a Renzi che dentro SEL in alleanza con il Fognatore Vendola), e superomisti in sedicesimo, tutti false certezze e disprezzo verso il popolo bue e bottegaio che cerca rappresentanza politica al di fuori della cerchia degli eletti, la sinistra è sconfitta.

Il capitale l'ha sconfitta, conquistando in modo tatticamente e strategicamente impeccabile una egemonia culturale inscalfibile. L'errore strategico fondamentale della sinistra credo che ormai ci sia chiaro: ci ho anche scritto un articolo, e lo evidenzio continuamente. L'errore è stato utilizzare le categorie del nemico, lasciare che fosse la destra, che fosse il liberismo, a circoscrivere il perimetro del dibattito.

L'esempio più sfolgorante in questo senso è quello der Nutella, nostro vecchio amico, che scrive libri sul debbitopubbblico tre anni dopo la confessione da parte della Bce che il debito pubblico non è un problema, e va in giro a presentarlo quando ormai perfino Giavazzi, per salvare la faccia, deve dire la verità (cosa per la quale l'ho ringraziato a modo mio sul Fatto Quotidiano). Ma anche gli stolti pinochettiani malgré eux del QE for people non scherzano, quelli che oggi non capiscono, o fanno finta di non capire, che dare una mancia (magari sotto forma di reddito della gleba), anziché un lavoro, è una strategia che rafforza il capitale (più esattamente, è un tassello di una strategia complessiva che l'OCSE aveva dettato in tempi non sospetti, e che Agénor ci ha descritto in modo meticoloso qui).

In entrambi i casi il suicidio politico deriva dall'aver accettato l'impostazione data al dibattito dall'avversario, contribuendo così a legittimarla nonostante fosse smentita dai fatti, infondata teoricamente, e distorta politicamente a vantaggio dell'avversario: il problema è il debbbitopubblico, l'unica politica è quella monetaria, ecc.

Lascio agli storici il discorso nel quale vi scongiuro, in nome di ciò che avete di più sacro (i vostri morti, i vostri figli, o la vostra squadra), di non entrare: se questo sia un errore o un disegno, se questi personaggi, e altri prima di loro, siano in buona o in cattiva fede. Chi si pone questo problema è un povero cretino, per motivi spiegati mille volte (il principale è che questi due atteggiamenti psicologici possono tranquillamente convivere, e quindi pretendere di trarre conseguenze politiche dalla loro discriminazione non ha alcun senso).

Non era per questo che volevo parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo, ma per un altro motivo. Quattro anni dopo quel post aleC, il lettore che mi poneva la domanda dalla quale il racconto prendeva le mosse (e che avevo conosciuto all'incontro descritto nel post), è diventato dottore di ricerca, dopo tre anni di lavoro con me, e qui trovate un capitolo della sua tesi, quello in cui si occupa, in modo ahimè un po' tecnico, del concetto di disoccupazione strutturale e della sua relazione col calcolo del saldi di bilancio utilizzati per verificare il rispetto delle regole europee. Vale comunque la pena di dare un'occhiata: è un altro modo, per me, di festeggiare il mio primo maggio (ringraziando Alessandro per il contributo che ha dato al nostro lavoro).

Una lieta ricorrenza, questa, che i lavoratori festeggiano un giorno all'anno, mentre negli altri 364 (o 365) è il capitale a festeggiare, a modo suo, il lavoro. Come faccia lo abbiamo visto in tante occasioni e sotto tante sfaccettature, ma l'essenza è in alcuni dei post più recenti - quello sulla Lettonia e quello sull'Irlanda (con il relativo aggiornamento statistico): utilizzando le crisi per guadagnare terreno sul lavoro.

È significativo in questo senso, ed è una vera chicca per intenditori quali voi siete, il discorZetto che la Bce faceva nell'ottobre 2011:







Vedete? Anche se io all'epoca non lo sapevo, la Bce nell'ottobre del 2011 aveva già detto tutto, perché bastava far parlare i dati, e i dati questo dicevano: erano stati gli squilibri nella finanza privata ad ampliare la dicotomia fra centro e periferia che si sarebbe poi dimostrata fatale all'arrivo della crisi. Il settore pubblico non c'entrava, ma... attenzione! Per la Bce una colpa questo settore ce l'aveva! E qual era? Ma è chiaro: quella di non aver risparmiato abbastanza (cioè depresso abbastanza la crescita) prima della crisi ("many governments failed to build up a surplus position substantial enough..."). Cosa avrebbero dovuto fare i governi, insomma, secondo la Bce? Rubare di più ai poveri prima della crisi (sotto forma di minori stipendi ai dipendenti pubblici, minori pensioni, minori prestazioni sociali e sanitarie, ecc.) per poter dare di più ai ricchi durante la crisi. Insomma: avrebbero dovuto comportarsi tutti come l'Irlanda. Portare al 40% del Pil il debito pubblico prima della crisi, per poterlo poi portare al 120% allo scopo di salvare le banche (e mandare assolti i simpatici banchieri), tutelando i profitti a danno dei salari.

Bello, no?

Inutile dire che a questa analisi manca un tassello fondamentale, che a voi non sfugge, ovvero il fatto che per i governi della periferia questa strategia era resa impraticabile da una serie di problemi: il fatto che i tassi troppo bassi allentassero il loro vincolo di bilancio (cioè il fatto che se il denaro è troppo a buon mercato, elementari regole economiche suggeriscono che si tenderà a sprecarlo), il fatto che il cambio rigido e sopravvalutato metteva in difficoltà l'economia e determinava (insieme ai tassi troppo bassi) una riallocazione del capitale verso settori a bassa produttività e a basso valore aggiunto, ecc. ecc.

Ma oggi volevo farvi un altro discorso.

Vedete?

Tutto era già scritto.

Nel mio ultimo libro, e in innumerevoli post, abbiamo delineato una analisi articolata della fase storica nella quale ci è toccato di vivere. All'inizio degli anni '80 la fine dell'epoca della repressione finanziaria approfondisce il divario fra salari e profitti. A partire da quel momento il capitalismo affida la propria sopravvivenza al finanziamento della domanda tramite debito, prima pubblico, poi, perso ogni residuo freno inibitorio col crollo del muro di Berlino, privato. La montagna di debito periodicamente frana, e le crisi vengono utilizzate, con la logica del "fate presto", per penalizzare ulteriormente il lavoro, ponendo le basi per una ulteriore finanziarizzazione (cioè fragilizzazione) del sistema. Sono tendenze mondiali, che però in Europa incontravano una maggiore resistenza, perché gli stati europei erano usciti dalla loro ultima guerra civile (la Seconda guerra mondiale) con costituzioni socialdemocratiche che presidiavano i diritti economici dei lavoratori. Per frantumare questo presidio era necessario adottare la logica politica del vincolo esterno, cioè la possibilità di giustificare politiche fortemente regressive (ovvero: di impoverimento dei poveri) con necessità superiori e oggettive (ce lo chiede l'Europa), scaricando la responsabilità dello schiacciamento del lavoro dai capitalismi locali verso le istituzioni sovranazionali, quelle che chiedono le famigerate riforme.

L'euro era necessario qui, perché qui c'erano delle istituzioni che avrebbero reso più complesso il lavoro che il capitale stava comunque svolgendo a livello planetario. Ecco, vedete:


È scritto a p. 230 de L'Italia può farcela, dove esplicitamente si riconosce la dimensione globale del fenomeno (per non parlare di quello che viene dopo, nel testo).

Ma allora, si chiedeva qualche post fa Fabrizio Laria, come è possibile che i miei colleghi ancora mi facciano la lezioncina "Bagnai la fai facile, il problema è più ampio, non è solo colpa dell'euro ma soprattutto della globalizzazione?"

Sono vicinissimo alle parole di Fabrizio:

Fabrizio Laria ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Some unpleasant democratic arithmetic":

Addendum - A distanza di qualche ora, la mente continua a portarmi sulla figura che più mi ha colpito stamattina: quella del prof. Franzini. Non lo conosco professionalmente e l'ho mai visto prima, ma l'impressione a caldo è stata di una persona di valore. Una persona che, per strumenti concettuali/culturali, libertà di giudizio (CEPR permettendo) e sensibilità sociale, certe evidenze dovrebbe coglierle prima degli altri. E per il quale, quindi, il problema di arrendersi alle stesse quando qualcun altro gliele fa notare non dovrebbe neppure porsi. Eppure si percepiva nettamente che nessuna evidenza, neppure quella, palese, della contraddittorietà insanabile delle sue affermazioni rispetto alle premesse condivise con Bagnai e Tancioni, avrebbe potuto smuoverlo dal suo schema mentale di fondo: ANDARE AVANTI, COSTI QUEL CHE COSTI.



Per quanto possa valere la mia opinione, Maurizio è esattamente come lo descrive Fabrizio: persona di valore, di elevata sensibilità sociale, libera di giudizio (e anche convinta, purtroppo e nonostante tutto, che si debba andare avanti costi quel che costi - agli altri, ovviamente!).

Questo ci riporta in qualche modo al punto di partenza, alla domanda iniziale di questo post, e di Eurodelitto ed eurocastigo. Perché persone così giuste difendono cose così sbagliate? Perché colleghi migliori e più preparati di me si appiattiscono, nella prassi, sulle posizioni di un Oscar Giannino senza che questo faccia suonare un campanellino di allarme nella loro testa?

Un pezzo della risposta è in Eurodelitto ed eurocastigo: è stata la consapevolezza della loro superiorità (scientifica? Sociale? Etica?) a condurli al tradimento di quanto di migliore c'era in loro. Hanno tradito se stessi perché si ritenevano migliori degli altri: ripeto questa formula nella quale secondo me c'è tutto. E questo è il pezzo che, naturalmente, non potrà esser loro perdonato (soprattutto non potrebbe esserlo da loro stessi, ed è per questo che preferiscono "andare avanti" anziché riflettere sull'enorme errore fatto).

Poi però c'è un altro pezzo. Ricordate quando sopra vi ho detto che a novembre 2011, scrivendo I salvataggi che non ci salveranno, non ero consapevole del fatto che la Bce avesse detto praticamente le stesse cose un mese prima? Ora, ascoltate questa obiezione di Franzini: "non condivido questa idea che tutto quello che succede ai salari dipende dall'Europa".

Molti hanno osservato, in particolare su Twitter: "ma i tuoi colleghi il tuo libro l'hanno letto?". La risposta, ovviamente, è no. Risulta immediatamente chiaro se si mette a sistema la domanda di Maurizio con la citazione del mio ultimo libro. So che voi avete una certa tendenza a non perdonare questo tipo di atteggiamento, sul quale io invece sono piuttosto indulgente e scherzoso: "io il libro non l'ho letto ma...", alla fine, mi fa meno alterare di "io non sono un economista ma...". Dovrebbe esservi chiaro perché: perché nemmeno io ho letto tutto quello che avrei dovuto leggere, perché nessuno può riuscire a farlo.

Ora, se da un lato (tanto per fare un esempio) l'aver intuito più o meno in contemporanea alla Bce, ma indipendentemente da essa, quale fosse la natura del problema mi fa onore, considerando, fra l'altro, che le basi statistiche delle quali disponevo io erano senz'altro meno raffinate e dettagliate di quelle delle quali dispongono i suoi uffici, dall'altro, però, scoprire l'acqua calda, o, come si dice in inglese, reinventare la ruota, non è motivo di vanto per uno scienziato, il quale avrebbe il dovere di conoscere tutto quanto è stato fatto, per fare un pezzo di strada in più partendo da dove sono arrivati gli altri. Aggiungo che nel dibattito sarebbe stato molto meglio poter dire già dal 2011 "guardate che la Bce dice una cosa diversa da quella che dite voi austeriani!".

Questo è il motivo per il quale anche se i miei colleghi, non solo i rinnegati che hanno tradito i principi primi della loro scienza per motivi di opportunità politica (gli esempi sono noti), ma anche quelli integri come Maurizio, non hanno letto il mio libro, in fondo non me la sento di biasimarli. Peraltro, è un libro (l'ultimo) che chiama pesantemente in causa l'etica professionale della nostra professione, e quindi, come dire, se non lo leggono sono assenti giustificati: quello che ho da dire, per loro, non è piacevole. Ma, soprattutto, più vado avanti con lo studio e più mi rendo conto di non aver detto in fondo nulla di particolarmente originale. Ecco, magari ho unito i puntini, quello sì. Ma i puntini c'erano tutti, e da tempo.

Me lo ha confermato il lavoro fatto preparando il piccolo corso che ho tenuto, e che penso di ripetere prima o poi, allo Spaziottagoni di Roma per la Mameli Onlus. Un'occasione per sistematizzare e formalizzare un minimo il discorso portato avanti nel blog in modo rapsodico, e nel libro in modo... inutile (perché nessuno lo legge)!

La domanda che mi sono posto nell'ultima lezione, dopo aver scherzato un po' su quelli che "oggi c'è la Cina" mostrando qualche dato che credo vi sia noto:


(l'elaborazione è tratta da questo sito, e la fonte dei dati è il sito di Angus Maddison, che ci ha lasciato sei anni fa ma vive nella sua opera), la domanda, dicevo, era questa: cosa sappiamo noi della terza globalizzazione?

Per capirci: la prima è quella situata storicamente nel periodo classico del gold standard (diciamo dal 1870 al 1914) ed è ben descritta in questo utile lavoro di Violaine Faubert; la seconda è quella che accompagna il mondo durante le Trente glorieuses, che hanno visto una ripresa del commercio internazionale, e la terza è quella che inizia quando succede questo:


cioè quando i salari si fermano dappertutto (sì, Maurizio, tranquo: lo so), mentre la produttività resta sul suo trend di crescita del 3% l'anno, con l'ovvia conseguenza che la quota salari scende, e la disuguaglianza aumenta.

Ecco: cosa sappiamo noi di questa fase storica ed economica, della terza globalizzazione e del suo elettrosalariogramma piatto? Quello che sappiamo l'ho riassunto in questo grafico:


Cerchiamo di descriverlo in una serie di proposizioni.

[1] Il calo della quota salari è innescato dalla fine della repressione finanziaria
La "repressione" finanziaria, cioè il controllo dei movimenti internazionali di capitale, e il controllo da parte dello Stato del circuito del risparmio, in particolare attraverso la cooperazione fra banche centrali e ministeri del Tesoro, è descritta per filo e per segno da Reinhardt e Sbrancia (2011) in un lavoro che vi ho citato più volte.

Nel discorso su globalizzazione e salari c'è un punto che normalmente sfugge (ed è lo stesso che sfugge nel discorso su Italia ed euro). Esattamente come nel caso dell'Italia il problema è localizzato in un punto ben preciso, che dai dati risulta in modo inequivocabile, cioè l'aggancio all'ECU nel 1997 dopo la forte rivalutazione fra 1995 e 1996:


allo stesso modo l'appiattimento dei salari reali (e quindi il calo della quota salari) inizia in un intervallo di tempo ben preciso e sincrono in tutti i paesi del mondo (lo sa, Maurizio, come vedi: lo so, lo so, tranquo: lo so). Ce lo documenta in particolare questo lavoro di Diwan (2001), che mostra l'andamento della quota salari non solo nei paesi avanzati (cosa della quale mi sono occupato spesso anch'io), ma anche in quelli emergenti:



le uniche eccezioni essendo i paesi asiatici e i paesi OCSE non anglosassoni e non colpiti da crisi finanziarie:



Ora, fatte salve queste eccezioni, il turning point della quota salari si vede dov'è: come nota Diwan, e come ci siamo già detti diverse volte, esso si situa fra il 1975 e il 1980 praticamente ovunque.

Ciò pone un evidente problema: se vogliamo spiegare una cosa che accade in quel periodo, dobbiamo farlo usando qualcosa che accade nel medesimo periodo (o magari un po' prima).

Proprio come le tesi sul declino italiano dei dilettanti, quelle basate sul "nanismo delle imprese", o magari sul "familismo amorale", sulla "corruzione", e su altra sociologia spicciola da bar, mostrano la corda perché nulla dimostra che questi fenomeni siano coincisi con l'inizio del declino stesso (cioè si siano presentati o rafforzati fra 1995 e 1997: ne parlammo esattamente tre anni or sono e ora è un articolo scientifico), allo stesso modo le spiegazioni del crollo della quota salari globale basate sullo sviluppo del commercio (come quella, molto affascinate e articolata, di Helpman et al (2012)) non sono particolarmente convincenti, per il semplice motivo che dal 1945 ad oggi il commercio si è andato sviluppando in modo pressoché costante, sia in termini quantitativi che in termini normativi. La soluzione di continuità, se vogliamo vederla, potrebbe essere eventualmente l'avvio del WTO. Fra 1973 e 1979 (cioè nel periodo in cui i salari cominciano a cedere) si svolge l'unico round del GATT che nessuno ricorda, il Tokyo round, e se di questi negoziati ce ne siamo dimenticati forse un motivo ci sarà, ed è probabilmente che non sono stati determinanti nell'impartire una spinta alla globalizzazione degli scambi, che quindi non può essere presa come spiegazione del massiccio e globale arretramento dei salari verificatosi in quel periodo.

Anche perché un'alternativa plausibile c'è. Se leggiamo Reinhardt e Sbrancia, vediamo che il maggior numero di misure di liberalizzazione dei mercati finanziari interni e dei movimenti internazionali dei capitali si situa appunto nel periodo che va dal 1975 al 1984 (Table 2).

Correlazione, certo, non vuol dire causazione: le due cose potrebbero essere accadute insieme per caso, o perché Saturno era entrato nel Sagittario. Vai a sapere... Ma il punto è che abbiamo precise evidenze teoriche ed empiriche del fatto che la liberalizzazione dei mercati finanziari, cioè la fine della repressione finanziaria, schiaccia i salari. Che la liberalizzazione dei movimenti di capitali abbia effetti avversi sui redditi da lavoro oggi lo dice il Fmi (Furceri e Loungani, 2015, Capital Account Liberalization and Inequality). Questo è l'abstract, per vostra edificazione:

Chiaro? Gli autori giungono a questa conclusione (che è quella sottostante al nostro lavoro) analizzando i dati forniti da due basi dati interessanti:

1) il KAOPEN di Chinn e Ito (misura di liberalizzazione degli scambi finanziari), e
2) lo Standardized World Income Inequality Database (SWIID) di Solt (che si capisce cosa misuri...)

I risultati sono statisticamente robusti: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali (capital account liberalization) ha un impatto positivo sulla disuguaglianza, cioè la aumenta. Qui il disegnino di cosa succede nel corso degli anni all'indice di Gini quando aumenta l'indice KAOPEN:

Per inciso: impatto positivo vuol dire che se aumenta la liberalizzazione dei movimenti di capitali, aumenta la disuguaglianza, cioè chi è povero diventa più povero. Quindi, come dire: l'impatto è positivo per i ricchi ma  negativo per i poveri...

Ovviamente anche questa è solo una (raffinata) regolarità statistica, ma ci sono ben precisi motivi, elencati da Furceri e Loungani, che ci consentono di argomentare che la terza globalizzazione (liberalizzazione finanziaria) deprime la quota salari:

1) in teoria, l'apertura dei mercati finanziari dovrebbe consentire di ripartire meglio il rischio (diversificando), per cui, ad esempio, se il povero risparmiatore italiano che ha un governo corotto co' du ere vuole mettere al sicuro i suoi risparmi, invece di "metterli ai bbotte" (investirli in Bot), con potenziale rischio di default, può investirli anche in titoli statunitensi, giapponesi, ecc. Insomma: la globalizzazione finanziaria dovrebbe permettere una mutualizzazione del rischio finanziario fra risparmiatori di paesi diversi, minimizzando l'impatto avverso delle crisi sui loro portafogli. Purtroppissimo però sappiamo fin da Kose et al (2009) che le cose non stanno esattamente così:

Eh già: "in theory"!

I paesi meno avanzati non hanno beneficiato di questa condivisione del rischio, e, aggiungo, anche all'interno dei paesi avanzati l'accesso al credito è segmentato e la qualità delle istituzioni tale da rendere un pericoloso boomerang (per i poveri) l'aprirsi dei mercati. Esempio: il bond argentino rifilato alla vecchietta. Chi è ricco, è anche ben consigliato, e mediamente evita le sòle. Chi è povero è terreno di caccia dei simpatici promotori (ai quali va il mio abbraccio, e presto andrà anche quello del mercato). Quindi, come dire: il teorico risk sharing si traduce in pratica in una situazione nella quale il rischio viene assorbito dai meno ricchi (e più inconsapevoli). Il che, ovviamente, fa aumentare la disuguaglianza.

2) la liberalizzazione dei movimenti di capitale aumenta la disuguaglianza anche per due effetti legati alla dinamica degli IDE. Il primo è quello della "complementarità fra capitale e lavoro specializzato". Cosa significa? Significa che se non sei abbastanza istruito da saperlo usare, con un macchinario evoluto (prendo ad esempio un PC, ma altri se ne potrebbero fare) al massimo ci schiacci le noci (che non è l'uso più produttivo). Quando un'azienda si sposta in un paese più povero per profittare del basso costo del lavoro, nel paese di accoglienza aumenta quindi a domanda di lavoro specializzato, il che acuisce il divario salariale fra lavoratori specializzati e non (e quindi la disuguaglianza). D'altra parte, quello che è avanzato per un paese arretrato, spesso è arretrato per un paese avanzato. Quindi, la macchina che si sposta dal paese ricco a quello povero fa salire i salari del ricco nel paese povero, e fa scendere i salari del povero nel paese ricco (pensate alla delocalizzazione del tessile o del calzaturiero: da noi sono attività relativamente low-skilled - non è meccanica di precisione, per dire - mentre in Laos sono relativamente high-skilled). Chiaro quello che succede?

3) se non fosse chiaro, c'è il secondo effetto legato alla dinamica degli IDE, un effetto che qui abbiamo invece ricordato spesso. La possibilità di delocalizzare aumenta il potere contrattuale dell'imprenditore: o accetti quello che ti offro, o me ne vado (ricordate l'Electrolux)? Non è mica una novità! Ne parlava Rodrik già nel 1997, e poi ad esempio Harrison (2002) (che nel suo abstract ci ricorda come il controllo dei movimenti internazionali di capitali e la spesa pubblica tornino a vantaggio della quota salari...). Un po' più sorprendente trovarlo scritto oggi in pubblicazioni del Fmi, come appunto il già citato Furceri e Loungani:

"Una minaccia credibile di riallocare la produzione all'estero può portare a un incremento del rapporto fra profitti e salari e a una diminuzione della quota dei salari sul reddito". Lo dice il Fmi, non la Camusso (fra una risata e l'altra).

4) c'è poi un ultimo punto che invece a Furceri e Longani per ora sfugge, mentre a noi è chiaro fin dal Tramonto dell'euro, e riguarda la liberalizzazione dei mercati finanziari interni (e quindi non gli investimenti internazionali, siano essi di portafoglio o diretti). Come si evince da Reinhardt e Sbrancia (2011), la fine della repressione finanziaria, cioè, in sintesi, del periodo in cui i governi mantengono il diritto di decidere a quale prezzo finanziare il proprio debito, si traduce, ovviamente, in un innalzamento dei tassi di interesse (determinati dal mercato a proprio beneficio). Qui c'è il disegnino, se occorre:


Ora, è evidente che un cambiamento istituzionale che incrementa la retribuzione del capitale finanziario va, in re ipsa, a discapito dei salari. E infatti i maggiori interessi corrisposti ai detentori dei titoli sono naturalmente stati conseguiti riducendo progressivamente la spesa pubblica in investimenti, prestazioni sociali, ecc. Lo scopo era "affamare la bestia", cioè ridurre il ruolo dello Stato nel circuito di gestione del risparmio, per devolvere risorse alla finanza privata. Scopo raggiunto.

Siamo pronti per la seconda proposizione.

[2] La stagnazione dei salari causa la finanziarizzazione dell'economia
Non è una novità. Ce lo siamo detti molte volte: se il lavoro non viene retribuito correttamente, la domanda di beni può essere sostenuta solo finanziandola col credito, cioè col debito, che in una prima fase è debito pubblico (come ricordava Graziani) e poi diventa debito privato. Una cosa, in fondo, banale, che solo cretini ancorati alla logica di "IO" possono non intuire. Peraltri, gli imbecilli che adottando le categorie del nemico ancora parlano di "debitopubblico" fanno un errore tattico micidiale. Infatti, se si parte dal presupposto che il debito "pericoloso" è quello pubblico, allora poi diventa facile impostare il dibattito in termini di "castacriccacoruzzione" e quindi di una ontologica nocività e superfluità del debito. Ma le cose non stanno assolutamente così. Il debito esplode durante la terza globalizzazione perché esso diventa necessario per finanziare la domanda in un momento in cui la liberalizzazione dei movimenti di capitali e dei mercati finanziari interni permette al capitale di schiacciare i salari. In altre parole, chi, a sinistra, insiste ancora a parlare di spesa pubblica (magari per dire che bisogna farne di più), porta comunque l'acqua al mulino della destra, offuscando il fatto che gli squilibri finanziari di cui siamo vittime nascono dal conflitto distributivo (più esattamente: dall'averlo perso).

Anche qui, tornerà utile il disegnino:


In questa slide, che ho fatto per l'Ecole Centrale di Parigi, si vede che la ripartenza del debito pubblico coincide con il momento in cui l'elettrosalariogramma diventa piatto. Non ci sono santi, è così e basta. Ma la nostra sinistra "critica" (er Nutella) preferisce addentrarsi in fregnacce alla Lannutti sulla "truffa del debito pubblico" (le solite minchiate sul fatto che una parte è dovuta al pagamento di interessi, scemenze da digiuni di matematiche), mentre, dall'altra parte, economisti nel circolo del Fmi ci dicono che la spesa pubblica va a favore dei salari e che il problema è la mobilità del capitale privato!

Lo capite, ora, cosa vuol dire vivere in una provincia (culturale) dell'Impero?

Ma passiamo alla terza proposizione.

[3] La disuguaglianza causa crisi finanziarie
E qui, come dire, ci soccorre la dottoressa Grazia Arcazzo (non credo sia parente di Graziani). L'aumento della disuguaglianza rende necessario a chi è sempre più povero di indebitarsi sempre di più. Alla fine arriva il botto (che è amplificato dall'apertura internazionale dei mercati per quel discorso sul risk sharing che non c'è, del quale vi ho parlato sopra). Questa è una cosa che a noi è sempre stata ben chiara, ed è oggetto di recenti analisi econometriche.

Ma:

[4] Le crisi finanziarie causano disuguaglianza
Ecco: lo snodo cruciale è questo, e ne abbiamo parlato spesso. La logica del "FATE PRESTO"! Crisi previste, anche se verosimilmente non causate (come era senz'altro prevista, ma certamente non causata dalla Merkel la crisi migratoria) vengono sfruttate per portare a termine il disegno di oppressione del lavoro, giustificando in termini politici delle misure nocive per gli interessi economici della maggioranza con la logica dell'emergenza. Pensate alla crisi del 1992, con lo smantellamento degli ultimi brandelli di scala mobile, e poi la riforma del meccanismo di contrattazione. Pensate all'ultimo "FATE PRESTO", quello del 2011, quando in nome di una crisi finanziaria dello Stato del tutto inesistente e smentita dagli stessi organi dell'Unione Europea sono state riformate le pensioni, sono aumentate le imposte, ecc. Tutte misure fortemente regressive (le accise sulla benzina non sono un esempio di equità sociale, per dire, eppure tutti quelli che ululano contro la flat tax le hanno accolte con grande favore, perché ci salvavano da una cosa che non c'era: il default. Ragionare per appartenenza è sempre sbagliato).

Anche su questo, come dire, io credevo di essere stato originale, ma non era così. Che le crisi fossero il meccanismo attraverso il quale il capitale si avvantaggia in modo persistente sul lavoro lo aveva detto Diwan, nel 2001, nel lavoro che vi ho citato sopra. Questa la sintesi:


Ecco, il dato essenziale è questo, quello evidenziato in fondo: nel mondo della terza globalizzazione la battaglia fra capitale e lavoro non è costante, ma concentrata in brevi periodi di lotta, che coincidono con le crisi finanziarie, durante i quali il lavoro sistematicamente perde: sono le "cicatrici distribuzionali" delle quali parla Diwan. Perché durante le crisi il lavoro perda ce lo immaginiamo. Se anche i sindacalisti non fossero quei perfetti (utili) idioti che il Signore ci ha dato in sorte, capite bene che durante la crisi la crescita della disoccupazione li indebolirebbe comunque (la disoccupazione toglie al sindacato potere contrattuale), e poi la logica dell'emergenza giustifica tante cose!

Ripeto: è il FATE PRESTO. Ma le conseguenze del FATE PRESTO non svaniscono presto: al contrario, durano per sempre.

Ovviamente, se la disuguaglianza porta alle crisi, e le crisi portano alla disuguaglianza, capirete bene che siamo in un meccanismo tendenzialmente instabile, dove i due effetti si rinforzano, potenzialmente senza che se ne veda la fine. Capite anche che il risultato di questi effetti è una polarizzazione estrema del reddito, cioè lo svuotamento della classe media, cioè un neofeudalesimo dove l'aristocrazia finanziaria domina sui servi della globalizzazione mediante un efficiente sistema di valvassini "de sinistra" che possono aggredire i diritti economici dei lavoratori, trincerandosi dietro l'appartenenza, che tranquillizzerà le loro vittime (vedi la lettera dalla quale siamo partiti).

Ora, vedete, se le cose stanno così, e purtroppo, se lo ammette anche il Fmi, stanno così, dopo aver tranquillizzato Maurizio (che peraltro, lo ribadisco, è la persona che Fabrizio ha dipinto: corretta, animata da passione civile, aperta al dialogo, ecc.) che un po' di quello che lui sa lo so anch'io, possiamo adesso far notare a Maurizio qualcosa che lui ha perso di vista. Perché se ha ragione (e ha ragione, almeno per quanto la nostra esperienza ci dimostra) Diwan nell'affermare che il conflitto distributivo si concentra in episodi di crisi, allora tutto quello che contribuisce a innescare questi episodi di crisi (cioè, in buona sostanza, i cicli di Frenkel), va nell'interesse del capitale.

Il cambio fisso (e quindi, a fortiori, le unioni monetarie) rientrano in questa categoria.

Non solo Frenkel e Rapetti (2009), ma oggi anche il Fondo Monetario Internazionale per bocca di Ghosh et al. (2014) ci ricordano che tutte le crisi finanziarie dei paesi emergenti sono state precedute da una qualche forma di fissazione del cambio. Inoltre, Bohl et al. (2016) ci chiariscono l'ovvio, cioè che non solo il cambio fisso rende meno facile l'aggiustamento degli squilibri esterni (cosa confermata da Ghosh et al 2014), ma anche che aggrava le conseguenze delle crisi (e quindi, deprimendo crescita e occupazione più a lungo, rende più vulnerabili i lavoratori alle aggressioni del capitale).

Chiaro?

Chiaro a cosa serve l'euro qui da noi?

Serve a fare il lavoro che, com'è noto, è stato auspicato da JP Morgan: liberarsi delle costituzioni antifasciste, che sono un ostacolo sulla via del progresso (quello dei profitti, ovviamente). E non è mica da oggi che lo sappiamo: noi, che siamo un po' sempliciotti, che la facciamo facile, ci siamo però letti Kevin Featherstone (al quale io, se non avessi aperto questo blog, non sarei mai arrivato da solo), che chiarisce per filo e per segno quale sia la political economy della moneta unica e in cosa essa minacci(asse) il modello sociale europeo. Quello delle costituzioni keyesiane, per capirci.

E qui si arriva al punto.

Perché, naturalmente, dire che il problema è globale, che la colpa non è (o non è solo) dell'euro, per i miei colleghi anche di ottima volontà, come Franzini, è un ovvio espediente autoassolutorio: l'equivalente "alto", "colto" (non dimentichiamoci che siamo partiti dalla fottuta spocchia dei miei colleghi intellettuali di sinistra) della versione di Oscar, del "dove andremmo con la nostra liretta" che riecheggia in tanti portierati e in qualche radio. A sinistra: "eh, ma il problema è il grande capitale internazionale, che possiamo fare, l'euro non c'entra...".

Questo fatalismo non fa molto onore a chi lo pratica, se non altro perché non c'è onore nel voler combattere solo le battaglie (che si credono) vinte. In realtà, da quanto precede emerge abbastanza chi è il nemico da combattere, e come combatterlo. Il nostro nemico politico (se viviamo di redditi da lavoro) è la liberalizzazione finanziaria, sui mercati interni e su quelli esteri. Sui mercati interni, il nemico è l'indipendenza della Banca centrale (e questo ormai ci è chiaro). Su quelli esteri, la totale liberalizzazione degli IDE (che poi è sempre asimmetrica: tutti sapete che quando il nostro capitalismo ha voluto comprare all'estero, gli sono state opposte barriere invalicabili, e tutti ormai vedete che invece il nostro paese è in svendita...). Dobbiamo combatterlo in primo luogo difendendo quello che lui ci vuole togliere: la tutela dei nostri diritti incarnata dalla Costituzione del 1948.


Oggi abbiamo un'occasione per farlo: l'occasione è il referendum sulla riforma costituzionale. A voi che, invece di impegnarvi a cambiare voi stessi capendo bene cosa sta succedendo, per poi cambiare il prossimo vostro (cosa impossibile senza aver raggiunto consapevolezza), preferite avere un cazzo di foglietto di carta sul quale tirare un frego per mettervi a posto al coscienza, bene: a voi dico: quel cazzo di foglietto di carta, cari amici qualcosisti, è la scheda del referendum costituzionale, e il frego va tirato sul NO. Sarà un miglioramento paretiano: dopo, voi, vi sentirete più utili, penserete di aver fatto "qualcosa" (perché capire, e far maturare una coscienza di classe negli oppressi del neofeudalesimo, ovviamente, quello non è qualcosa: io faccio solo chiacchiere, come diceva un povera scipita ieri su Twitter). E in effetti avrete anche fatto qualcosa: avrete dato al signor Capitale Internazionale un segno di dissenso dal suo progetto di compressione dei vostri diritti, progetto che ci era stato recapitato, come ricorderete, con lettera riservata personale a firma dei signori Trichet e Draghi.

Vi ricordate?

Questa battaglia politica, per chi vorrà combatterla, sarà durissima, e la vittoria non è assicurata. Non solo: è largamente una battaglia di retroguardia. La battaglia, come ho argomentato svariate volte, la si sarebbe dovuta fare sul jobs act, un provvedimento fallimentare in termini di occupazione (come dissi prima e tutti vedono poi), ma che avrà certamente effetti sulla distribuzione funzionale del reddito (li vedremo fra un annetto o due). Sarà una battaglia durissima perché una sterminata legione di cretini di sinistra ha fatto l'errore tattico cruciale del quale vi parlavo sopra: accettare le categorie analitiche dell'avversario, interpretare la crisi come una crisi di debito pubblico, magari anche nel momento in cui si contestavano le politiche di austerity. Ma la cosa giusta va fatta nel modo giusto. Non puoi dire: "Sì, è una crisi di debito pubblico, però c'è stata troppa austerità". Devi dire: "È una crisi di finanza privata - perché lo dice la Bce - quindi non va fatta alcuna austerità".

Ma i nostri ottimati di sinistra sono dei poveracci, degli incolti, delle persone opportuniste, vigliacche, che hanno consentito al peggiore di loro (Renzi) di regnare incontrastato sulla base di una menzogna: quella che lo Stato fosse il male da risanare. Nessuno contesta che ci siano abusi: ma ci sono stati anche quando crescevamo al 3.5% l'anno. Schiacciandosi sulla retorica liberale, invece di rifiutarsi di considerarla come categoria dialetticva, i politici e gli economisti "de sinistra" rendono facile far passare per un progresso una riforma che riduce da 350 a 100 i senatori (si risparmia!), che abolisce le Province (come chiesto dalla Bce) e il CNEL: finalmente qualcuno riduce i costi della politica!

Ma quanto sono questi costi?

Bò...

E delle altre misure? Del rapporto fra Stato e autonomie? del fatto che con questa riforma si cristallizza una situazione nella quale il governo centrale rimane dominus incontrastato (nonostante la creazione di una fasulla "camera delle autonomie") e può così procedere a mani libere sulla strada delle privatizzazioni (soprattutto di quella della sanità) praticando un doppio scaricabarile, cioè gettando la responsabilità delle sue scelte classiste e a favore della finanza internazionale (quella che ci offrirà tante belle assicurazioni private) dicendo da una parte che "glielo chiede l'Europa", e dall'altra che "le Regioni non sono in grado di assicurare i servizi"? Ne vogliamo parlare, di questo?

Naturalmente, per equilibrio, mi sembra opportuno fornirvi le ragioni particolarmente penetranti esposte dal comitato per il Sì. Dopo di che, sempre per equilibrio, vi segnalo che è sorto anche un comitato per il No: lo hanno costituito alcuni amici di questo blog, a voi noti, fra i quali mi piace ricordare Ugo Boghetta (le cui analisi potete trovare qui, qui, e qui), e Pier Paolo Dal Monte, al quale dobbiamo una icastica disamina della sociopatia liberista (la trovate nel suo blog sul Fatto Quotidiano), oltre a Andrea Magoni e Roberto Buffagni, che tante volte avete letto qui con commenti sempre molto argomentati.

Il comitato si chiama Indipendenza e costituzione, e pone un problema che a noi dovrebbe essere chiaro. Il problema non è fare un plebiscito sul simpatico giostraio di Rignano (quello che vuole a tutti i costi metterla così è lui, forse perché, come già Trippas, sente di aver bisogno di rinsaldare il proprio consenso...). Il problema è approfittare di questa occasione per portare all'attenzione dei nostri concittadini il tema centrale, quello qui che abbiamo imparato ad analizzare grazie ai libri di Giacché e Barra Caracciolo: l'incompatibilità fra Costituzione Italiana e Trattati Europei. Le ragioni di questa incompatibilità evidentemente sfuggono ai promotori di altri comitati per il No, tutti Europa e distintivo (dalla "a" di ANPI alla "z" di Zagrebelski). Questo è uno dei tanti motivi per i quali a me, in particolare, oggi interessa meno che mai "scendere in campo". Perché per vincere bisognerà (bisognerebbe) parlare con persone ed entità che sono oggettivamente state il Male, che hanno creato oggi, difendendo l'euro, i presupposti di quell'austerità che, come sappiamo, era già stata, nella nostra storia, il frutto avvelenato del fascismo, persone che hanno inneggiato ad Efialte Trippas, persone che viaggiano col santino ingiallito di Spinelli sul cruscotto. Insomma: la sentina del dibattito e la fiera del paralogismo: l'Europa che ci salva dalla guerra, la grande moneta per la grande competitività, questa paccottiglia cialtrona e stantia.

Questo, a me, non potete chiederlo. Ma voi, se volete fare qualcosa, dovete dialogare anche con questa roba qui.

Personalmente non mi faccio molte illusioni sul senso strategico di questa battaglia. Come ci siamo detti fin dall'inizio di questo post: abbiamo un problema culturale (quello di chi ha tradito se stesso perché si sentiva migliore degli altri) e un problema politico, quello di un capitalismo assoluto che non conosce freni inibitori perché non conosce, in questa epoca, un modello alternativo. Questi problemi il referendum non ce li risolve. Quando Jacques mi dice: "Sai, in Russia tutti sapevano due cose: che il sistema era fallimentare, e che sarebbe durato per sempre", queste parole suonano consolanti, ma poi, però, riflettendoci, penso che il sistema fallimentare sovietico aveva un'alternativa, militarmente e tecnologicamente ben attrezzata. Dov'è, oggi, l'alternativa al sistema disuguaglianza-debito-crisi-disuguaglianza che vi ho descritto nei miei libri e in questo post? L'unica cosa che possiamo fare è cercare di respingere l'assalto a quei presidi che, in caso di crisi, permettono al capitali di lacerare con cicatrici profonde i diritti del lavoro. Ma possiamo invertire la tendenza?

Su questo ho molti dubbi, ma di una cosa sono certo: diffondere consapevolezza un senso lo ha, sempre. Aiutare il dibattito a uscire dal pantano dello sterile battibecco su Renzi (da lui facilmente derubricabile a una ripicca di rosiconi) per portarci con calma, con pazienza, con tenacia, il tema europeo, è importante. Credo possa contribuire a evitare che venga sottratto troppo terreno al lavoro prima di una ipotetica svolta, che potrebbe essere determinata dalla consapevolezza del capitalismo dominante del fatto che tenere insieme l'Europa nel modo sbagliato non è solo inefficiente (o efficiente, se vuoi dividerla), ma anche molto costoso. Di questo abbiamo parlato più volte, e ogni tanto mi arriva qualche refolo da ovest che induce a una certa speranza. Negli Usa qualcuno sa che il problema esiste. Questo non vuol dire né che voglia risolverlo, né che la soluzione contemplata sia favorevole ai nostri interessi di classe. Ma vuol dire che non dobbiamo arrenderci.

Bene: questo volevo dirvi, nel mio primo maggio. Chi vuole fare qualcosa, ora ha qualcosa da fare: raccogliere firme, organizzare dibattiti, diffondere consapevolezza. Gli servirà a tenersi occupato, e anche, perché no, a capire quanti siamo veramente a pensarla in un certo modo (dato non banale).

Io, per me, ora mi riposo: sto scrivendo e cucinando da questa mattina, e incombe su di me l'incubo di fare i compiti col riottoso Palla.

Un primo maggio cominciato bene, ma finito decisamente male!


(...bè, non è ancora finito: poi ci beviamo tre bottiglie di Amarone con un giornalista e Marco Basilisco, alla faccia vostra...)