L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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venerdì 1 marzo 2019
Produzione industriale
Compitino: la figura rappresenta il tasso di variazione tendenziale (mese su corrispondente mese dell'anno precedente) dell'indice della mensile produzione industriale nell'industria in senso stretto (escluse le costruzioni) nei quattro principali paesi dell'Eurozona.
1) indichi il candidato quale lettera indica nel grafico l'"Italietta corrotta dove da sempre tutto va male perché popolata da individui ontologicamente inferiori in quanto affetti da tare morali inemendabili e ora tutto va peggio perché sono arrivati i barbari", quale "la Germania dove tutto va bene perché loro sono incorrotti e superiori", quale "la Spagna che è abitata da Untermenschen che però hanno fatto i compiti a casa e quindi hanno una produttività che cresce a tassi stellari" e quale "la Francia che ha i suoi problemi ma comunque non bisogna guardare a casa dei vicini ma a casa nostra".
2) indichi il candidato in quale data (numero in ascissa) sono arrivati i barbari, determinando un evidente, subitaneo, visibile, drastico peggioramento della situazione del paese rispetto a quella degli altri paesi europei dove invece tutto va bene perché si comportano come si deve, non come noi, che ci vorrebbe che la Svizzera ci invadesse e saremmo il paese più bello del mondo, signora mia!
Buona fortuna (se andate a casaccio). Se invece volete un aiutino è qui.
Tanto per capirci, i coefficienti di correlazione dell'Italia dove tutto va male perché siete delle merdacce (voi, naturalmente: mai l'editorialista di turno che ve lo rinfaccia) con gli altri paesi dove tutto va bene perché regna l'onestà (tranne per quella palettata di scandali che l'editorialista di turno con sempre maggior fatica nasconde sotto il tappeto - ex multis qui, qui, qui, qui, qui, qui...), sono i seguenti: con la Germania 0,71, con la Spagna 0,63, con la Francia 0,52. Tutti piuttosto sostenuti se consideriamo che stiamo parlando di correlazioni fra tassi di crescita, e del resto che le produzioni industriali di un'area fortemente integrata in termini economici e commerciali si muovano insieme oltre a essere evidente dal grafico dovrebbe anche essere piuttosto ovvio. Naturalmente non è un caso che la correlazione maggiore sia con la Germania: l'Italia e la Germania sono le due potenze manifatturiere europee e quindi condividono le stesse vicissitudini, sia perché le rispettive catene di creazione del valore sono fortemente integrate (aziende italiane producono per quelle tedesche e viceversa), sia perché condividono i mercati di riferimento (quelli interessati alla manifattura di qualità).
Ma naturalmente adesso arriverà l'esperto a dirci che correlazione non è causazione e che quindi se le cose vanno male da noi quando vanno male in Germania la colpa è comunque nostra perché siamo ontologicamente e a prescindere delle merdacce, o, al massimo, se proprio vogliamo essere magnanimi, perché condividiamo entrambi una grandinata che arriva dai mercati internazionali (ma noi comunque siamo delle merdacce, o almeno noi che abbiamo votato Lega: quegli altri sono gli aristoi, che ci hanno regalato un paese in perfetto ordine e con performances economiche stellari).
Allora aggiungiamo un piccolo input di tecnica, che qui, in questo blog, chi c'era ha già incontrato (e per gli altri mi dispiace tantissimo): un test di causalità. Sapete che dietro questo titolo un po' altisonante si nasconde semplicemente l'analisi del potere predittivo di una variabile nei riguardi di un'altra: se la produzione tedesca non ci aiuta a prevedere quella italiana, diremo che non la causa (nel senso di Granger); viceversa se quella italiana non ci aiuta a prevedere quella tedesca diremo che non la causa (supercazzole filosofiche e statistiche sono come sempre le benvenute, ma ricordatevi a casa di chi siete entrati...).
Allora vediamo che cosa ci dicono i testi di causalità:
Ci dicono che la probabilità che l'andamento della produzione industriale tedesca non influisca su quella italiana è molto bassa (0.0431), inferiore alla soglia convenzionalmente adottata per indicare la significatività statistica (0.05, cioè il 5%). In altri termini, è statisticamente respinta l'ipotesi che i nostri guai non dipendano da quelli tedeschi, mentre non è statisticamente respinta l'ipotesi che i guai tedeschi non dipendano da quelli italiani (è abbastanza probabile - 0.1395 - che noi coi guai loro non c'entriamo).
Insomma, per dirla con un hashtag: #hastatolaGermania (ma certo non per colpa sua: avrebbe sicuramente preferito continuare a correre e non metterci nei guai...).
Qui entro in modalità nerd statistico.
Dice: ma hai messo troppo pochi ritardi e quindi il test è inefficiente perché viziato da correlazione dei residui (se non avete capito non preoccupatevi: non ha capito nemmeno l'interlocutore "esperto" che ha fatto in corde suo o su Twitter questa domanda). Risposta: no, mi dispiace, aumentando i ritardi il risultato non cambia: è la Germania che inguaia noi.
Dice: ma hai usato troppi pochi dati, un periodo di soli tre anni corrispondenti a 36 osservazioni mensili, quello che vediamo è un mero accidente statistico! Risposta: no, mi dispiace, se aumentiamo i dati, prendendo in considerazione il periodo dal gennaio 1999, il risultato si rafforza:
Diventa praticamente impossibile sostenere che la Germania non influenzi l'Italia, mentre l'ipotesi che l'Italia non influenzi la Germania ha una probabilità alta in termini statistici (14%).
D'altra parte, non è strano che sia il paese più grande a determinare le sorti del più piccolo. Può anche darsi, in astratto, che in questo momento la mia massa, un po' aumentata nella recente campagna elettorale (l'Italia è tutta meravigliosa, la Sardegna meravigliosissima, e come si fa a resistere a certe tentazioni?), stia esercitando una certa attrazione sulla massa terrestre, ma se per qualche motivi decidessi di buttarmi dalla finestra (evento con probabilità inferiore al 5%) non direi che la Terra mi è caduta in testa.
Chiaro?
Ora ci sarebbe da chiedersi perché la Germania stia rallentando, e la risposta la sapete e l'avevamo prevista: perché c'è un rallentamento dell'economia mondiale, e perché l'esposizione dell'economia tedesca a quella mondiale non è fisiologica: è patologica. Il più grande surplus commerciale al mondo fa della Germania un paese pericoloso a se stesso e ai propri vicini. Quella che loro, con una spettacolare invidia penis collettiva, continuano a leggere come loro potenza (l'impennata del surplus commerciale), in realtà è la loro fragilità (l'accresciuta dipendenza della loro crescita dalle vicende altrui). Ma questo non c'è verso di farglielo intendere, ai nostri cari fratelli tedeschi, e ce ne dispiace per loro, perché, purtroppo (e preciso che sinceramente mi addoloro per questo dato di fatto) quello che non si capisce con le buone, alla fine, lo si capisce con le cattive. Agli Stati Uniti questo atteggiamento dà fastidio, e quando avranno regolato la situazione con la Cina sicuramente si volgeranno verso di noi.
La manovra economica di dicembre è in deficit perché prevedevamo che questo sarebbe successo (nel grafico si vedeva molto bene già allora), e i suoi effetti, stranamente, non si esplicheranno prima che essa sia stata adottata, ma dopo, cioè a partire dai prossimi mesi. I dati ISTAT di oggi li leggo in questa prospettiva.
Tanto vi dovevo come post tecnico, dopo tanti anni di assenza. E ora vado a preparare la mia prossima missione in Leuropa...
(...a proposito di missioni: questa sera sono a Otto e mezzo...)
venerdì 27 ottobre 2017
La crisi è finita
(...sto lavorando come una bestia, ma almeno con un minimo di comfort. Nella nuova sede di a/simmetrie ho una stanza, una scrivania, un tavolo, e un clavicembalo. A proposito...
[...bbona la prima, anche se in un disco non la metterei: ma tanto voi siete fascioleghisti, quindi...]
...dunque, dicevamo: lavorando come una bestia. Esempio: due giorni fa ero a Brescia per un incontro dal titolo "L'Europa tra sogno e realtà", promosso da APINDUSTRIA Brescia. Nel suo intervento, il presidente della Confapi, Maurizio Casasco, ha fra le altre cose invitato a tener conto, oltre al sogno, della dimensione dell'interesse. Io ho fatto una breve presentazione, della quale cercherò di darvi conto appena possibile, e dalla quale vorrei estrarre tre slides che non ho presentato per motivi di tempo. Sono cose che sapete, è un lavoro che siamo stati i primi fare e abbiamo rifatto tante volte, ma ripetersi male non vi farà, e ci permetterà anche di porre su solide basi alcune precisazioni che intendo fare nei prossimi post.
Dice: "Perché lavorando come una bestia?"
Bè, perché poi, il giorno dopo, mi sono svegliato alle 5 per prendere il volo da Orio al Serio a Pescara, dove avevo un consiglio di dipartimento, nel corso del quale mi sono addormentato, cosa che non mi è riuscita in aereo, a causa della presenza di un adorabile frugoletto, e dove dovevo vedere i campioni del merchandising per il #goofy6.. eh già, perché quest'anno abbiamo anche qualche oggettino da proporvi, oltre a tante altre cose... poi sono andato a prendermi un bus per tornare a Roma - avrei voluto mettere il Doblò nel bagaglio a mano, ma Ryanair è molto fiscale, come sapete - e poi, arrivato a Roma, sono andato a mettermi in mano a #lascienza, che deve decidere, in base ad alcuni valori di alcune sigle arcane, cosa devo fare per veder passare di fronte a me i cadaveri di tutti i miei nemici. E siccome questi sono tanti, io mi prosterno a #lascienza ed eseguo pedissequamente, anche perché, per motivi che non vi posso dire, quest'anno proprio non posso permettermi di arrivare sul palco del #goofy6 sfasciato nel fisico. A proposito: se non vi siete ancora iscritti, il modulo è qui...)
Ce l'abbiamo fatta! Siamo fuori dalla crisi! Questo ci raccontano i giornali, e su queste basi gli economisti laureati, quelli che si muovono solo fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri, acanti, liquidano con spallucce la nostra pretesa di voler ancora dibattere di integrazione europea. Un dibattito che non ha senso, un dibattito che si sarebbe esaurito con la fine della crisi, dicono loro:
La ripresa "persistente e pervasiva" è come la granata "penetrante e dilacerante", quella del Gaddus, sapete, nella Cognizione del dolore (l'azione di quota 131...). Pervasivo... Ma! A me sembra tanto un anglicismo, però un suo perché, lessicalmente, ce l'ha. La ripresa ci pervade... verrebbe quasi da dire che "tutta si transferisce in noi", per citare un altro dei due o tre libri che ho letto.
Ora, c'è però un problema: noi siamo penetrati e dilacerati, anzi, no, scusate: pervasi da questa ripresa persistente, ma... resta il fatto che proprio non vogliamo accorgercene! Come spiegare questo paradosso?
La spiegazione più semplice è che i giornali mentano. Che sui fatti economici (fatti, non opinioni) i giornali "sbaglino" qui lo abbiamo accertato più volte (mi limito a ricordare il caso più eclatante). Abbiamo anche appurato che la colpa non è sempre loro. Spesso, purtroppo, è di miei colleghi un po' smemorati e diversamente inclini a verificare le proprie fonti (questo e questo sono due esempi eloquenti). Ma in questo caso le cose non stanno così. I dati, i migliori amici dell'uomo, ci dicono che la ripresa c'è:
Dalla seconda metà del 2015, con una certa buona volontà, possiamo vedere un decollo che poi si rafforza, diventando più visibile ed esplicito negli ultimi mesi.
Quindi?
Quindi i giornali non mentono, ma non dicono nemmeno la verità. C'è infatti un problema di tassi di crescita, e un problema di livelli, un problema di dinamica e un problema di statica. Se allarghiamo lo zoom la situazione, come voi ben sapete e gli operatori informativi ben ignorano, si presenta così:
La slide precedente corrisponde al quadratino rosso riportato in questa slide: un lasso di tempo in cui si è materializzata una ripresa al tasso dello 0.16% mensile. Certo, meglio di una decrescita, ma il rettangolo azzurro ci ricorda che dopo lo shock Lehman, imperante Abberlusconio, il rimbalzo dell'Italia era stato ben più vigoroso: 0.35% in media mensile, fino all'arrivo del killer della nostra economia, Mario Monti.
Sì, stiamo ripartendo, ma a una velocità che è meno di metà di quella dell'ultima ripartenza, e da un livello inferiore di oltre il 20% a quello pre-crisi.
Quindi le cose non vanno proprio bene. Eh, no, direi proprio di no: direi che vanno peggio. Lo si capisce se si allarga ulteriormente lo zoom, cosa che giornalisti e colleghi diversamente familiari coi dati non possono fare (almeno, non senza ricorrere al dottorando di turno, che però, di questi tempi, è facile che sia a sua volta diversamente familiare con l'alfabeto... il che non semplifica le cose!). Io, invece, sono da sempre economista applicato, e in tale veste mi pregio di sottoporvi questo disegnino:
Questo è l'indice della produzione industriale in termini annuali dal 1958 a oggi (59 anni). Vi ricordo che gli indici descrivono la dinamica di un fenomeno, non il suo livello. Insomma: quando osservate un indice, quello che conta non è se vale 10 o 100, ma la velocità alla quale cresce (o cala). Si vede bene, dal grafico, che dal 1958 alla metà degli anni '90 la produzione industriale italiana si è sviluppata a un tasso di crescita leggermente superiore a quello della produzione industriale tedesca. Infatti, partiamo più bassi (la linea arancione è sotto quella blu) ma arriviamo insieme a metà degli anni '90. Arrotondando, i rispettivi tassi di crescita sono del 4% e del 3% fra 1958 e 1996, poi del -1% e del 2% dal 1997 a oggi. I motivi vi sono noti, sono stati discussi in questo blog, e poi sono diventati una pubblicazione scientifica.
Naturalmente anche in questo grafico il riquadro rosso isola l'ultimo pezzo della storia, quello descritto con dati mensili nella prima slide, l'unico che i giornalisti vedano o di cui comunque vi parlino. Potete valutare da voi in quale considerazione prendere le parole di chi parla di persistenza e pervasività: senza voler influenzare le vostre considerazioni, mi limito a dire forse sarebbe meglio riflettere su un concetto più familiare: quello di dimensione. Con una ripresa di queste dimensioni, non raggiungeremo mai più la Germania, nonostante anche questa sia rimasta invischiata nella trappola in cui ha attirato i suoi concorrenti...
(...se vi interessa uno che Froberger lo suona bene, naturalmente è un italiano, ed è qui...)
[...bbona la prima, anche se in un disco non la metterei: ma tanto voi siete fascioleghisti, quindi...]
...dunque, dicevamo: lavorando come una bestia. Esempio: due giorni fa ero a Brescia per un incontro dal titolo "L'Europa tra sogno e realtà", promosso da APINDUSTRIA Brescia. Nel suo intervento, il presidente della Confapi, Maurizio Casasco, ha fra le altre cose invitato a tener conto, oltre al sogno, della dimensione dell'interesse. Io ho fatto una breve presentazione, della quale cercherò di darvi conto appena possibile, e dalla quale vorrei estrarre tre slides che non ho presentato per motivi di tempo. Sono cose che sapete, è un lavoro che siamo stati i primi fare e abbiamo rifatto tante volte, ma ripetersi male non vi farà, e ci permetterà anche di porre su solide basi alcune precisazioni che intendo fare nei prossimi post.
Dice: "Perché lavorando come una bestia?"
Bè, perché poi, il giorno dopo, mi sono svegliato alle 5 per prendere il volo da Orio al Serio a Pescara, dove avevo un consiglio di dipartimento, nel corso del quale mi sono addormentato, cosa che non mi è riuscita in aereo, a causa della presenza di un adorabile frugoletto, e dove dovevo vedere i campioni del merchandising per il #goofy6.. eh già, perché quest'anno abbiamo anche qualche oggettino da proporvi, oltre a tante altre cose... poi sono andato a prendermi un bus per tornare a Roma - avrei voluto mettere il Doblò nel bagaglio a mano, ma Ryanair è molto fiscale, come sapete - e poi, arrivato a Roma, sono andato a mettermi in mano a #lascienza, che deve decidere, in base ad alcuni valori di alcune sigle arcane, cosa devo fare per veder passare di fronte a me i cadaveri di tutti i miei nemici. E siccome questi sono tanti, io mi prosterno a #lascienza ed eseguo pedissequamente, anche perché, per motivi che non vi posso dire, quest'anno proprio non posso permettermi di arrivare sul palco del #goofy6 sfasciato nel fisico. A proposito: se non vi siete ancora iscritti, il modulo è qui...)
Ce l'abbiamo fatta! Siamo fuori dalla crisi! Questo ci raccontano i giornali, e su queste basi gli economisti laureati, quelli che si muovono solo fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri, acanti, liquidano con spallucce la nostra pretesa di voler ancora dibattere di integrazione europea. Un dibattito che non ha senso, un dibattito che si sarebbe esaurito con la fine della crisi, dicono loro:
La ripresa "persistente e pervasiva" è come la granata "penetrante e dilacerante", quella del Gaddus, sapete, nella Cognizione del dolore (l'azione di quota 131...). Pervasivo... Ma! A me sembra tanto un anglicismo, però un suo perché, lessicalmente, ce l'ha. La ripresa ci pervade... verrebbe quasi da dire che "tutta si transferisce in noi", per citare un altro dei due o tre libri che ho letto.
Ora, c'è però un problema: noi siamo penetrati e dilacerati, anzi, no, scusate: pervasi da questa ripresa persistente, ma... resta il fatto che proprio non vogliamo accorgercene! Come spiegare questo paradosso?
La spiegazione più semplice è che i giornali mentano. Che sui fatti economici (fatti, non opinioni) i giornali "sbaglino" qui lo abbiamo accertato più volte (mi limito a ricordare il caso più eclatante). Abbiamo anche appurato che la colpa non è sempre loro. Spesso, purtroppo, è di miei colleghi un po' smemorati e diversamente inclini a verificare le proprie fonti (questo e questo sono due esempi eloquenti). Ma in questo caso le cose non stanno così. I dati, i migliori amici dell'uomo, ci dicono che la ripresa c'è:
Dalla seconda metà del 2015, con una certa buona volontà, possiamo vedere un decollo che poi si rafforza, diventando più visibile ed esplicito negli ultimi mesi.
Quindi?
Quindi i giornali non mentono, ma non dicono nemmeno la verità. C'è infatti un problema di tassi di crescita, e un problema di livelli, un problema di dinamica e un problema di statica. Se allarghiamo lo zoom la situazione, come voi ben sapete e gli operatori informativi ben ignorano, si presenta così:
La slide precedente corrisponde al quadratino rosso riportato in questa slide: un lasso di tempo in cui si è materializzata una ripresa al tasso dello 0.16% mensile. Certo, meglio di una decrescita, ma il rettangolo azzurro ci ricorda che dopo lo shock Lehman, imperante Abberlusconio, il rimbalzo dell'Italia era stato ben più vigoroso: 0.35% in media mensile, fino all'arrivo del killer della nostra economia, Mario Monti.
Sì, stiamo ripartendo, ma a una velocità che è meno di metà di quella dell'ultima ripartenza, e da un livello inferiore di oltre il 20% a quello pre-crisi.
Quindi le cose non vanno proprio bene. Eh, no, direi proprio di no: direi che vanno peggio. Lo si capisce se si allarga ulteriormente lo zoom, cosa che giornalisti e colleghi diversamente familiari coi dati non possono fare (almeno, non senza ricorrere al dottorando di turno, che però, di questi tempi, è facile che sia a sua volta diversamente familiare con l'alfabeto... il che non semplifica le cose!). Io, invece, sono da sempre economista applicato, e in tale veste mi pregio di sottoporvi questo disegnino:
Questo è l'indice della produzione industriale in termini annuali dal 1958 a oggi (59 anni). Vi ricordo che gli indici descrivono la dinamica di un fenomeno, non il suo livello. Insomma: quando osservate un indice, quello che conta non è se vale 10 o 100, ma la velocità alla quale cresce (o cala). Si vede bene, dal grafico, che dal 1958 alla metà degli anni '90 la produzione industriale italiana si è sviluppata a un tasso di crescita leggermente superiore a quello della produzione industriale tedesca. Infatti, partiamo più bassi (la linea arancione è sotto quella blu) ma arriviamo insieme a metà degli anni '90. Arrotondando, i rispettivi tassi di crescita sono del 4% e del 3% fra 1958 e 1996, poi del -1% e del 2% dal 1997 a oggi. I motivi vi sono noti, sono stati discussi in questo blog, e poi sono diventati una pubblicazione scientifica.
Naturalmente anche in questo grafico il riquadro rosso isola l'ultimo pezzo della storia, quello descritto con dati mensili nella prima slide, l'unico che i giornalisti vedano o di cui comunque vi parlino. Potete valutare da voi in quale considerazione prendere le parole di chi parla di persistenza e pervasività: senza voler influenzare le vostre considerazioni, mi limito a dire forse sarebbe meglio riflettere su un concetto più familiare: quello di dimensione. Con una ripresa di queste dimensioni, non raggiungeremo mai più la Germania, nonostante anche questa sia rimasta invischiata nella trappola in cui ha attirato i suoi concorrenti...
(...se vi interessa uno che Froberger lo suona bene, naturalmente è un italiano, ed è qui...)
venerdì 3 marzo 2017
Produzione: industria e costruzioni
Alcuni dati che non avevo mai controllato.
L'indice della produzione nel manifatturiero e nelle costruzioni:
Il valore aggiunto nelle costruzioni (milioni di euro):
L'indice del valore aggiunto nel manifatturiero e nelle costruzioni:
Sono dati che dovrebbero essere facili da interpretare alla luce di quanto sapete sugli agganci valutari. Il cambio forte deprime la produttività del manifatturiero, ma porta tassi bassi che incentivano la produzione nelle costruzioni. Poi c'è il redde rationem (crisi di bilancia dei pagamenti), il manifatturiero riparte, ma le costruzioni per un po' si fermano. Anche in questo caso la crisi del 1992 (preceduta dall'aggancio valutario 1987-1992) è una prova generale, su scala molto inferiore, di quello che vediamo succedere oggi, con un paio di differenze: non abbiamo recuperato ancora il livello pre-crisi, e lo scivolone post-crisi delle costruzioni è durato molto, molto più a lungo.
Chissà perché...
L'indice della produzione nel manifatturiero e nelle costruzioni:
Il valore aggiunto nelle costruzioni (milioni di euro):
L'indice del valore aggiunto nel manifatturiero e nelle costruzioni:
Sono dati che dovrebbero essere facili da interpretare alla luce di quanto sapete sugli agganci valutari. Il cambio forte deprime la produttività del manifatturiero, ma porta tassi bassi che incentivano la produzione nelle costruzioni. Poi c'è il redde rationem (crisi di bilancia dei pagamenti), il manifatturiero riparte, ma le costruzioni per un po' si fermano. Anche in questo caso la crisi del 1992 (preceduta dall'aggancio valutario 1987-1992) è una prova generale, su scala molto inferiore, di quello che vediamo succedere oggi, con un paio di differenze: non abbiamo recuperato ancora il livello pre-crisi, e lo scivolone post-crisi delle costruzioni è durato molto, molto più a lungo.
Chissà perché...
lunedì 8 agosto 2016
64 anni di produzione industriale
(...riprendendo una nostra vecchia tradizione, vi fornisco una serie lunga della produzione industriale, di quelle che i media non vi faranno mai vedere, e che senza essere professionisti è difficile andarsi a cercare. Lo abbiamo fatto ad esempio con la disoccupazione, con lo spread, col cambio cinese... Si impara sempre qualcosa...)
(...fonte: dal 1951 al 1990 le International Financial Statistics del FMI, serie 13666...ZF..., estratta dall'edizione dicembre 2010. Dal 1990 in poi il sito ISTAT...)
A quelli che "io pè li grafichi nun ce sò portato..." agevolo la tabella:
sempre utile per farsi un'idea, che, onestamente, senza essere professionisti, non è immediato farsi ictu oculi. Le due diminuzioni più rilevanti dell'indice della produzione industriale si sono avute nel 2009 (-18.7%) e nel 1975 (-9.2%). Non è quindi che le recessioni non ci siano mai state: c'erano anche negli anni '70. Quello che oggi manca però sono le riprese. Se confrontate gli anni '70 con il periodo dall'inizio del secolo, vedete subito che quest'ultimo è un bagno di sangue: praticamente tutti valori negativi, con l'unica eccezione del rimbalzo "tecnico" del 2010 (dopo il crollo del 2009), che, come si constata, sarebbe arduo considerare come un'autentica ripresa.
Se preferite una visione più sintetica, ve la do per decenni, fino all'ultimo dato annuale disponibile:
L'indice della produzione industriale, fatta base 100 il 2010, nel 1955 era a 22 (il che significa che nel 1955 il volume della produzione industriale era poco più di un quinto rispetto al 2010). Nel decennio 1955-1965 l'indice è più che raddoppiato (passando da 22 a 46). Nel decennio successivo è aumentato di un altro 52%. Poi arrivano gli anni '80 (svolta della politica americana, divorzio, ecc.) e l'aumento scende al 25%. Si mantiene al 24% nel decennio fino 1985-1995. Poi si azzera sostanzialmente (solo il 3% nel decennio 1995-2005), e poi collassa (-18% nel decennio 2005-2015).
La storia la sapete: qualcuno c'era, qualcuno no. Credo che commentare sia superfluo.
(...fonte: dal 1951 al 1990 le International Financial Statistics del FMI, serie 13666...ZF..., estratta dall'edizione dicembre 2010. Dal 1990 in poi il sito ISTAT...)
A quelli che "io pè li grafichi nun ce sò portato..." agevolo la tabella:
sempre utile per farsi un'idea, che, onestamente, senza essere professionisti, non è immediato farsi ictu oculi. Le due diminuzioni più rilevanti dell'indice della produzione industriale si sono avute nel 2009 (-18.7%) e nel 1975 (-9.2%). Non è quindi che le recessioni non ci siano mai state: c'erano anche negli anni '70. Quello che oggi manca però sono le riprese. Se confrontate gli anni '70 con il periodo dall'inizio del secolo, vedete subito che quest'ultimo è un bagno di sangue: praticamente tutti valori negativi, con l'unica eccezione del rimbalzo "tecnico" del 2010 (dopo il crollo del 2009), che, come si constata, sarebbe arduo considerare come un'autentica ripresa.
Se preferite una visione più sintetica, ve la do per decenni, fino all'ultimo dato annuale disponibile:
L'indice della produzione industriale, fatta base 100 il 2010, nel 1955 era a 22 (il che significa che nel 1955 il volume della produzione industriale era poco più di un quinto rispetto al 2010). Nel decennio 1955-1965 l'indice è più che raddoppiato (passando da 22 a 46). Nel decennio successivo è aumentato di un altro 52%. Poi arrivano gli anni '80 (svolta della politica americana, divorzio, ecc.) e l'aumento scende al 25%. Si mantiene al 24% nel decennio fino 1985-1995. Poi si azzera sostanzialmente (solo il 3% nel decennio 1995-2005), e poi collassa (-18% nel decennio 2005-2015).
La storia la sapete: qualcuno c'era, qualcuno no. Credo che commentare sia superfluo.
sabato 6 agosto 2016
Indice della produzione industriale
Oggi invece è toccato all'ANSA, uno dei tanti media dei quali nel corso degli ultimi anni abbiamo imparato ad apprezzare l'equidistanza, di regalarci un momento di franca ilarità del quale le siamo sinceramente grati, con questo lancio spettacolare:
Dunque, cerchiamo di far chiarezza in questo corrusco lacerto di prosa marinettiana. Aiutiamoci con un altro house organ dell'eurismo italiano (eh, quanto sarà tragicomico l'imminente otto settembre!): la Treccani. Mi permetto di trarne alcune definizioni:
frenare v. tr. [lat. frenare, der. di frenum «freno»] (io fréno, ecc.). – 1. Moderare la velocità di un corpo [...] 2. fig. Cercare di impedire o rallentare o disciplinare un moto, una tendenza [...]
Bene. Quindi, par di capire, l'economia va avanti, ma in modo meno veloce, più disciplinato. Insomma: c'è meno crescita, ma non dobbiamo preoccuparci, perché negli ultimi mesi va meglio. Fino a qui, nulla di nuovo sotto il sole: "Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire.Eliminare le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti". Oggi come ieri i giornalisti tengono famiglia: non sia mai gli tocchi fare la fine degli intellettuali scomodi alla Berlinguer (Bianca)!
Passata la velina renziana, si può inserire la dissonanza, della quale nessuno si accorge: "indicatore in ulteriore calo". Indicatore? Quale? Calo? Come? "Con intensità più contenuta".
Ah, vabbè...
E il lettore gira pagina.
Ottimo lavoro, cari informatori. Ora, col vostro permesso, chiarisco come stanno le cose, partendo dalla fine. Oggi sono usciti gli ultimi dati sull'indice della produzione industriale dell'ISTAT. L'indicatore del quale l'ignoto prosatore oscuramente farnetica (senza nominarlo) è appunto questo, del quale vi ricordo la definizione (dal glossario del sito ISTAT):
Chiaro, no? (Per i dettagli, è utile questo).
Il lancio dell'ISTAT, oggi in homepage, è anch'esso piuttosto chiaro:
e non parla di un'economia che frena (cioè che diminuisce una velocità positiva), ma di un'economia che va a marcia indietro (cioè che ha una velocità negativa, cioè che cala: sia rispetto al mese precedente, che rispetto a dodici mesi or sono).
Ci auguriamo tutti che almeno in autostrada l'ignoto titolista riesca a distinguere la differenza fra frenare e andare a marcia indietro. Ci e gli auguriamo di non confondere i due concetti, soprattutto in corsia di sorpasso. Nel caso lo faccia, possiamo solo auspicare, nel caso ci si trovi a passare per lì, di essere al volante non di un'utilitaria ma di un TIR (magari a pieno carico, perché...).
Sbagliarsi è lecito. Coinvolgere le vite altrui nei propri errori, molto di meno. Il segno di una derivata prima può costare una bocciatura a un esame di analisi, e la vita quando si guida un'automobile...
Detto questo, cerchiamo di capire come stanno le cose.
Non mi riferisco al mondo dell'informazione: quello è roba da stomaci forti, come voi grazie a me ormai avete imparato a capire (ad esempio: avete visto questa storia che mi hanno raccontato in molti e che oggi Foa rende nota sul suo blog?). Mi riferisco alla produzione industriale, che conviene esaminare con due strumenti ottici, partendo dal telescopio, come spesso facciamo qui, cioè esaminandone le tendenze nel lungo periodo. Non è la prima volta che lo facciamo, ma vale la pena di fare un ripasso allargando lo zoom.
Eccovi serviti:
Qui avete 35 anni (1980-2015) di indice della produzione industriale (ma se volete ne ho di più). Il dato sul quale nessun giornalista renziano (o montiano) farà mai un titolo è che nel 2014 la produzione industriale italiana era scesa al livello del 1986, cioè di 28 anni prima. Nel 2015 siamo cresciuti: titoloni "l'Italia riparte", per leccare il grullo del contado, ma la sostanza è che l'indice del 2015 si situa ai livelli di quello del 1987, cioè, appunto, di 28 anni prima. Quindi riparte una sega: abbiamo perso un quarto di secolo in due tranche: una grazie allo shock Lehman, e una grazie all'austerità di Monti (come abbiamo già visto partitamente qui), e non c'è versi di recuperare questo distacco. I due fenomeni sono evidentissimi nel grafico, come pure è evidente il calo della produzione industriale durante lo SME credibile (cioè dal 1988 al 1993 circa), ovvero nel periodo in cui, in una sorta di prova generale dell'euro, i paesi aderenti al Sistema Monetario Europeo (SME) decisero di bloccare i rispettivi tassi di cambio, ed è altresì evidente la ripartenza nel 1993, dopo l'uscita dalla gabbia dello SME.
Una piccola precisazione sui dati. Il sito ISTAT, per motivi che saprà lui e che certamente sono giustificatissimi da apprezzabilissime questioni di scrupolo metodologico, non riporta serie così lunghe. Il fatto è che se ci fosse un giornalista non renziano, magari potrebbe consultarle, e allora salterebbe fuori il titolone (che qualcuno, vedrete, farà dopo aver copiato da questo post: magari, ci scommetto, il solito Vito Lops...): "L'Italia è tornata indietro di 28 anni!" (e apriti cielo). Per ottenere una serie così lunga ho utilizzato due fonti: le International Financial Statistics nell'edizione del 2011, e il sito ISTAT, confrontando, in quest'ultimo, le serie con la vecchia base (2005) e quelle con la nuova (2010).
Sì, perché un indice, come potrete approfondire qui, se vi serve, è un numero che serve ad apprezzare l'intensità di un fenomeno, e la sua evoluzione nel tempo. In quanto tale, esso prende un dato anno come riferimento (base), e in quell'anno, per convenzione, l'indice viene normalizzato al valore di 100. Questo permette di apprezzare a colpo d'occhio di quanto varia l'intensità del fenomeno considerato. Ad esempio: siccome l'indice che vi ho proposto in figura ha base 100 nel 2010, e nel 2014 era sceso a circa 90, vediamo subito che fra 2010 e 2014 la produzione industriale era diminuita del 10%. Mica male, eh!
La base però è convenzionale: gli istituti di statistica la aggiornano regolarmente, per il semplice motivo che quando ci si allontana dalla base i numeri diventano meno facilmente confrontabili. Non tutti infatti capiscono che mentre 10 è il 10% di 100, non lo è di 200. In un'economia che cresce è quindi utile rivedere periodicamente le basi. Questo però, almeno in teoria, non altera i tassi di variazione degli indici: semplicemente, altera la scala (convenzionale), cioè l'anno in cui l'indice vale 100.
Tanto per capirci: la serie che vi ho mostrato sopra è stata costruita partendo da questi tre ingredienti:
la serie fornita dall'IMF nelle sue International Financial Statistics (in blu), quella fornita sul sito dell'ISTAT con la vecchia base (2005, in arancione), e la serie più recente, quella a base 2010 (sempre reperibile sul sito dell'ISTAT, in grigio). Vedete che le due serie a base 2005 praticamente si sovrappongono: nel periodo di overlap la correlazione fra i rispettivi tassi di crescita è di 0.99. Le due serie ISTAT (a base 2005 e 2011) si sovrappongono per soli tre anni, con una buona correlazione in livelli (0.98).
(...non avrebbe senso calcolarla fra i tassi di variazione perché ce ne sono solo due su dati annuali, ma i dati mensili vi mostreranno che l'andamento è identico...)
In definitiva, quindi, per ottenere la serie a base 2010 dal 1980 al 2015 ho retropolato la serie grigia coi tassi di variazione della serie a base 2005 (ISTAT finché c'era, poi IMF). Un minimo di sforzo, ma ne valeva la pena, per darvi questa bella notizia: siamo più giovani di 28 anni! Anzi: più giovani no: solo più poveri...
Va precisata una cosa. La manifattura è solo una delle componenti del PIL. L'industria è il settore trainante per tanti motivi, ma la maggior parte del valore aggiunto si produce nei servizi. Ne conseguono un paio di cose. Intanto, che in una certa misura è fisiologico che l'IPI perda terreno rispetto al PIL. Lo vediamo in questo grafico, dove ho espresso sia il PIL che la produzione industriale come indici con base 100 nel 1980:
Il cuneo che si allarga fra le due grandezze è determinato, ad esempio, dalla terziarizzazione dell'economia, ecc., ed è appunto in questo senso che quindi è in parte fisiologico. Il dato patologico, però, è che la divaricazione si accentua sempre quando fissiamo il cambio: fra 1987 e 1992, e poi dal 1999 (a spanna). In un paese manifatturiero come il nostro il cambio rigido non è certo l'unica causa della deindustrializzazione. Ma negare che la favorisca è impresa piuttosto ardua: credo possa riuscire solo a un traditore o a un imbecille, ma sono ovviamente aperto ad altre possibilità. Come avete visto nel post precedente, quello del disallineamento del cambio viene percepito come problema dagli economisti veri. Se me ne trovate uno che dice che il cambio sopravvalutato fa bene a un'economia come la nostra vi sarò molto grato.
Un altro dato fisiologico è che siccome l'industria è una parte di un tutto, ed è la parte più esposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali (i beni manufatti sono tradable, commerciabili internazionalmente, mentre i servizi molto meno - a parte per i cretini da talk show che vanno a tagliarsi i capelli a Duisburg e a parcheggiare la macchina a Amiens: da cui discende la loro preoccupazione per una eventuale svalutazione della liretta...), accade che l'indice della produzione industriale fisiologicamente sia più volatile. La sua variazione ha una maggiore varianza, insomma, come si vede da qui:
Per i tecnici: lo s.q.m. del tasso di crescita del PIL nel periodo considerato è 1.9, quello del tasso di crescita della produzione industriale 4.5 (se vede a occhio...).
Detto questo, passiamo al microscopio, cioè ai dati mensili recenti. Eccoli qui:
...e purtroppissimo non ci si capisce niente! Il signal della tendenza di lungo periodo è quasi completamente offuscato dal noise del ciclo stagionale. Vedete ad esempio che bel tonfo in ogni agosto, quando le fabbriche ancora aperte (sempre di meno) chiudono per ferie (sperando di riaprire)?
Ora, mi piacerebbe molto parlarvi del ciclo stagionale, delle oscillazioni armoniche, delle radici complesse dell'unità, della formula di Eulero, dei filtri passa-banda: insomma, riprendere il discorso che avevo iniziato a Tignale, condividendo con voi quel cibo che solum è mio, certo prendondola un pochino larga (partendo da Pitagora...), ma che proprio non vi interessava, perché a voi non interessano le cose interessanti.
"Professore, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, 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"Bene, caro, parliamo dell'euro. Ma tu chi sei?"
"Non importa, professore, io non sono nessuno, ma la prego, mi parli dell'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro..."
Un incubo...
A parte il fatto che preferisco la vera superbia (la mia) alla falsa modestia (la vostra: fate tanto gli umili de sta ceppa, ma appena vi gratto con l'unghietta trovo molto spesso dei piddini a 24 carati, tutti convinti di essere mooooolto fuuuurbi, salvo poi incavolarvi con gli altri se non siete in grado di spiegargli le cose che non avete capito...), a parte il fatto che presentarsi è EDUCAZIONE, ovvero rientra nell'insieme delle cosiddette #lebbasi, senza le quali sarebbe buon senso non arrischiarsi in società, e a parte il fatto che l'ultimo al quale hanno risposto "sono Nessuno" è finito molto male - e io non ho nessuna intenzione di finire altrettanto male, quindi quando mi incontrate:
1) o mi evitate;
2) o mi dite chi cazzo siete;
3) o vi stronco finché ho almeno un occhio sano;
a parte tutto questo, se c'è una singola cosa che dovreste aver capito da me in questi cinque anni è che se c'è una cosa poco interessante per un vero economista è l'euro (e la sfilza di QED di questo blog dovrebbe provarlo a sufficienza).
Ma passons. In fondo ci si affeziona a tutti, e anche voi, con le vostre strane patologie, siete di compagnia. Quindi, invece delle perle, vi do il buon pastone dell'ISTAT. Ingrassatevi con i suoi dati destagionalizzati (dai quali Carlucci mi insegnò illo tempore a diffidare: e sì che chi li produce alla fine sono suoi allievi...):
Ecco: qui avete il destagionalizzato mensile vecchia base (in blu) e nuova base (che parte dal gennaio 2010). Potrete constatare dal periodo di overlap che le due serie hanno dinamica sostanzialmente identica. Se le aggiuntiamo, otteniamo questa serie (base 2010):
di cui qui vi mostro i tassi di variazione tendenziale (mese su stesso mese dell'anno precedente):
e qui vi mostro cosa è successo da quando ho aperto questo blog (cioè dal novembre 2011, che incidentalmente è anche la data in cui Monti ha preso servizio):
Non so se è chiaro: dei tre governi che dovevano salvarci (Monti, Letta, Renzi) solo il primo ha lasciato un qualche segno apprezzabile in termini statistici: il primo. Peccato che fosse un segno meno. Il grullo del contado, con tutto il rispetto per alcuni dei suoi tecnici che conosco, ma che sono impastoiati per i noti motivi, non è riuscito a far gran che. Ha trovato l'indice della produzione industriale a 91.6 nel febbraio 2014, e ce lo rende a 91.8 nel giugno 2016, in calo da un massimo di 93.2 a gennaio 2016 (non esattamente un Everest).
Ben 2 decimi di crescita, da 91.6 a 91.8, in due anni!
Data questa prestazione, #iostocolgiornalistachedeveobbedireallavelina!
Porello!
Deve essere veramente difficile far passare per un successo, o comunque per un miglioramento ("meglio ultimi mesi"), o almeno non far passare per un totale insuccesso, una roba simile. Sulla tomba di questo ignoto milite, sulla tomba di questo Pulitzer misconosciuto, riverenti porremo la stele che ricorda gli sconfitti di una battaglia meno ignobile, combattuta da un regime non meno ignobile: "Mancò la fortuna, non il valore"!
E comunque, amico giornalista, resisti. Presto le cose cambieranno, e potrai tornare a dire cose più sensate.
Quelle che ora, chi volesse leggerle, dovrebbe venire a farlo qui...
(...la morale della favola è che siamo incartati come una caramella, e non possiamo aspettarci alcuna ripresa fino a quando non usciremo dall'euro. Secondo me nei prossimi mesi molti si sfileranno da Renzi e lo lasceranno a prendersi in faccia l'esplosione di MPS, sperando di poter poi rientrare a gestire la bonanza del dopo euro. Ne abbiamo parlato più volte, ma queste dinamiche ormai sono palesi e a questo proposito vi consiglio di seguire sempre assiduamente Dagospia, che, per quanto posso verificare, è sempre molto attendibile...)
Dunque, cerchiamo di far chiarezza in questo corrusco lacerto di prosa marinettiana. Aiutiamoci con un altro house organ dell'eurismo italiano (eh, quanto sarà tragicomico l'imminente otto settembre!): la Treccani. Mi permetto di trarne alcune definizioni:
frenare v. tr. [lat. frenare, der. di frenum «freno»] (io fréno, ecc.). – 1. Moderare la velocità di un corpo [...] 2. fig. Cercare di impedire o rallentare o disciplinare un moto, una tendenza [...]
Bene. Quindi, par di capire, l'economia va avanti, ma in modo meno veloce, più disciplinato. Insomma: c'è meno crescita, ma non dobbiamo preoccuparci, perché negli ultimi mesi va meglio. Fino a qui, nulla di nuovo sotto il sole: "Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire.Eliminare le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti". Oggi come ieri i giornalisti tengono famiglia: non sia mai gli tocchi fare la fine degli intellettuali scomodi alla Berlinguer (Bianca)!
Passata la velina renziana, si può inserire la dissonanza, della quale nessuno si accorge: "indicatore in ulteriore calo". Indicatore? Quale? Calo? Come? "Con intensità più contenuta".
Ah, vabbè...
E il lettore gira pagina.
Ottimo lavoro, cari informatori. Ora, col vostro permesso, chiarisco come stanno le cose, partendo dalla fine. Oggi sono usciti gli ultimi dati sull'indice della produzione industriale dell'ISTAT. L'indicatore del quale l'ignoto prosatore oscuramente farnetica (senza nominarlo) è appunto questo, del quale vi ricordo la definizione (dal glossario del sito ISTAT):
Chiaro, no? (Per i dettagli, è utile questo).
Il lancio dell'ISTAT, oggi in homepage, è anch'esso piuttosto chiaro:
e non parla di un'economia che frena (cioè che diminuisce una velocità positiva), ma di un'economia che va a marcia indietro (cioè che ha una velocità negativa, cioè che cala: sia rispetto al mese precedente, che rispetto a dodici mesi or sono).
Ci auguriamo tutti che almeno in autostrada l'ignoto titolista riesca a distinguere la differenza fra frenare e andare a marcia indietro. Ci e gli auguriamo di non confondere i due concetti, soprattutto in corsia di sorpasso. Nel caso lo faccia, possiamo solo auspicare, nel caso ci si trovi a passare per lì, di essere al volante non di un'utilitaria ma di un TIR (magari a pieno carico, perché...).
Sbagliarsi è lecito. Coinvolgere le vite altrui nei propri errori, molto di meno. Il segno di una derivata prima può costare una bocciatura a un esame di analisi, e la vita quando si guida un'automobile...
Detto questo, cerchiamo di capire come stanno le cose.
Non mi riferisco al mondo dell'informazione: quello è roba da stomaci forti, come voi grazie a me ormai avete imparato a capire (ad esempio: avete visto questa storia che mi hanno raccontato in molti e che oggi Foa rende nota sul suo blog?). Mi riferisco alla produzione industriale, che conviene esaminare con due strumenti ottici, partendo dal telescopio, come spesso facciamo qui, cioè esaminandone le tendenze nel lungo periodo. Non è la prima volta che lo facciamo, ma vale la pena di fare un ripasso allargando lo zoom.
Eccovi serviti:
Qui avete 35 anni (1980-2015) di indice della produzione industriale (ma se volete ne ho di più). Il dato sul quale nessun giornalista renziano (o montiano) farà mai un titolo è che nel 2014 la produzione industriale italiana era scesa al livello del 1986, cioè di 28 anni prima. Nel 2015 siamo cresciuti: titoloni "l'Italia riparte", per leccare il grullo del contado, ma la sostanza è che l'indice del 2015 si situa ai livelli di quello del 1987, cioè, appunto, di 28 anni prima. Quindi riparte una sega: abbiamo perso un quarto di secolo in due tranche: una grazie allo shock Lehman, e una grazie all'austerità di Monti (come abbiamo già visto partitamente qui), e non c'è versi di recuperare questo distacco. I due fenomeni sono evidentissimi nel grafico, come pure è evidente il calo della produzione industriale durante lo SME credibile (cioè dal 1988 al 1993 circa), ovvero nel periodo in cui, in una sorta di prova generale dell'euro, i paesi aderenti al Sistema Monetario Europeo (SME) decisero di bloccare i rispettivi tassi di cambio, ed è altresì evidente la ripartenza nel 1993, dopo l'uscita dalla gabbia dello SME.
Una piccola precisazione sui dati. Il sito ISTAT, per motivi che saprà lui e che certamente sono giustificatissimi da apprezzabilissime questioni di scrupolo metodologico, non riporta serie così lunghe. Il fatto è che se ci fosse un giornalista non renziano, magari potrebbe consultarle, e allora salterebbe fuori il titolone (che qualcuno, vedrete, farà dopo aver copiato da questo post: magari, ci scommetto, il solito Vito Lops...): "L'Italia è tornata indietro di 28 anni!" (e apriti cielo). Per ottenere una serie così lunga ho utilizzato due fonti: le International Financial Statistics nell'edizione del 2011, e il sito ISTAT, confrontando, in quest'ultimo, le serie con la vecchia base (2005) e quelle con la nuova (2010).
Sì, perché un indice, come potrete approfondire qui, se vi serve, è un numero che serve ad apprezzare l'intensità di un fenomeno, e la sua evoluzione nel tempo. In quanto tale, esso prende un dato anno come riferimento (base), e in quell'anno, per convenzione, l'indice viene normalizzato al valore di 100. Questo permette di apprezzare a colpo d'occhio di quanto varia l'intensità del fenomeno considerato. Ad esempio: siccome l'indice che vi ho proposto in figura ha base 100 nel 2010, e nel 2014 era sceso a circa 90, vediamo subito che fra 2010 e 2014 la produzione industriale era diminuita del 10%. Mica male, eh!
La base però è convenzionale: gli istituti di statistica la aggiornano regolarmente, per il semplice motivo che quando ci si allontana dalla base i numeri diventano meno facilmente confrontabili. Non tutti infatti capiscono che mentre 10 è il 10% di 100, non lo è di 200. In un'economia che cresce è quindi utile rivedere periodicamente le basi. Questo però, almeno in teoria, non altera i tassi di variazione degli indici: semplicemente, altera la scala (convenzionale), cioè l'anno in cui l'indice vale 100.
Tanto per capirci: la serie che vi ho mostrato sopra è stata costruita partendo da questi tre ingredienti:
la serie fornita dall'IMF nelle sue International Financial Statistics (in blu), quella fornita sul sito dell'ISTAT con la vecchia base (2005, in arancione), e la serie più recente, quella a base 2010 (sempre reperibile sul sito dell'ISTAT, in grigio). Vedete che le due serie a base 2005 praticamente si sovrappongono: nel periodo di overlap la correlazione fra i rispettivi tassi di crescita è di 0.99. Le due serie ISTAT (a base 2005 e 2011) si sovrappongono per soli tre anni, con una buona correlazione in livelli (0.98).
(...non avrebbe senso calcolarla fra i tassi di variazione perché ce ne sono solo due su dati annuali, ma i dati mensili vi mostreranno che l'andamento è identico...)
In definitiva, quindi, per ottenere la serie a base 2010 dal 1980 al 2015 ho retropolato la serie grigia coi tassi di variazione della serie a base 2005 (ISTAT finché c'era, poi IMF). Un minimo di sforzo, ma ne valeva la pena, per darvi questa bella notizia: siamo più giovani di 28 anni! Anzi: più giovani no: solo più poveri...
Va precisata una cosa. La manifattura è solo una delle componenti del PIL. L'industria è il settore trainante per tanti motivi, ma la maggior parte del valore aggiunto si produce nei servizi. Ne conseguono un paio di cose. Intanto, che in una certa misura è fisiologico che l'IPI perda terreno rispetto al PIL. Lo vediamo in questo grafico, dove ho espresso sia il PIL che la produzione industriale come indici con base 100 nel 1980:
Il cuneo che si allarga fra le due grandezze è determinato, ad esempio, dalla terziarizzazione dell'economia, ecc., ed è appunto in questo senso che quindi è in parte fisiologico. Il dato patologico, però, è che la divaricazione si accentua sempre quando fissiamo il cambio: fra 1987 e 1992, e poi dal 1999 (a spanna). In un paese manifatturiero come il nostro il cambio rigido non è certo l'unica causa della deindustrializzazione. Ma negare che la favorisca è impresa piuttosto ardua: credo possa riuscire solo a un traditore o a un imbecille, ma sono ovviamente aperto ad altre possibilità. Come avete visto nel post precedente, quello del disallineamento del cambio viene percepito come problema dagli economisti veri. Se me ne trovate uno che dice che il cambio sopravvalutato fa bene a un'economia come la nostra vi sarò molto grato.
Un altro dato fisiologico è che siccome l'industria è una parte di un tutto, ed è la parte più esposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali (i beni manufatti sono tradable, commerciabili internazionalmente, mentre i servizi molto meno - a parte per i cretini da talk show che vanno a tagliarsi i capelli a Duisburg e a parcheggiare la macchina a Amiens: da cui discende la loro preoccupazione per una eventuale svalutazione della liretta...), accade che l'indice della produzione industriale fisiologicamente sia più volatile. La sua variazione ha una maggiore varianza, insomma, come si vede da qui:
Per i tecnici: lo s.q.m. del tasso di crescita del PIL nel periodo considerato è 1.9, quello del tasso di crescita della produzione industriale 4.5 (se vede a occhio...).
Detto questo, passiamo al microscopio, cioè ai dati mensili recenti. Eccoli qui:
...e purtroppissimo non ci si capisce niente! Il signal della tendenza di lungo periodo è quasi completamente offuscato dal noise del ciclo stagionale. Vedete ad esempio che bel tonfo in ogni agosto, quando le fabbriche ancora aperte (sempre di meno) chiudono per ferie (sperando di riaprire)?
Ora, mi piacerebbe molto parlarvi del ciclo stagionale, delle oscillazioni armoniche, delle radici complesse dell'unità, della formula di Eulero, dei filtri passa-banda: insomma, riprendere il discorso che avevo iniziato a Tignale, condividendo con voi quel cibo che solum è mio, certo prendondola un pochino larga (partendo da Pitagora...), ma che proprio non vi interessava, perché a voi non interessano le cose interessanti.
"Professore, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, 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"Bene, caro, parliamo dell'euro. Ma tu chi sei?"
"Non importa, professore, io non sono nessuno, ma la prego, mi parli dell'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro..."
Un incubo...
A parte il fatto che preferisco la vera superbia (la mia) alla falsa modestia (la vostra: fate tanto gli umili de sta ceppa, ma appena vi gratto con l'unghietta trovo molto spesso dei piddini a 24 carati, tutti convinti di essere mooooolto fuuuurbi, salvo poi incavolarvi con gli altri se non siete in grado di spiegargli le cose che non avete capito...), a parte il fatto che presentarsi è EDUCAZIONE, ovvero rientra nell'insieme delle cosiddette #lebbasi, senza le quali sarebbe buon senso non arrischiarsi in società, e a parte il fatto che l'ultimo al quale hanno risposto "sono Nessuno" è finito molto male - e io non ho nessuna intenzione di finire altrettanto male, quindi quando mi incontrate:
1) o mi evitate;
2) o mi dite chi cazzo siete;
3) o vi stronco finché ho almeno un occhio sano;
a parte tutto questo, se c'è una singola cosa che dovreste aver capito da me in questi cinque anni è che se c'è una cosa poco interessante per un vero economista è l'euro (e la sfilza di QED di questo blog dovrebbe provarlo a sufficienza).
Ma passons. In fondo ci si affeziona a tutti, e anche voi, con le vostre strane patologie, siete di compagnia. Quindi, invece delle perle, vi do il buon pastone dell'ISTAT. Ingrassatevi con i suoi dati destagionalizzati (dai quali Carlucci mi insegnò illo tempore a diffidare: e sì che chi li produce alla fine sono suoi allievi...):
Ecco: qui avete il destagionalizzato mensile vecchia base (in blu) e nuova base (che parte dal gennaio 2010). Potrete constatare dal periodo di overlap che le due serie hanno dinamica sostanzialmente identica. Se le aggiuntiamo, otteniamo questa serie (base 2010):
di cui qui vi mostro i tassi di variazione tendenziale (mese su stesso mese dell'anno precedente):
e qui vi mostro cosa è successo da quando ho aperto questo blog (cioè dal novembre 2011, che incidentalmente è anche la data in cui Monti ha preso servizio):
Non so se è chiaro: dei tre governi che dovevano salvarci (Monti, Letta, Renzi) solo il primo ha lasciato un qualche segno apprezzabile in termini statistici: il primo. Peccato che fosse un segno meno. Il grullo del contado, con tutto il rispetto per alcuni dei suoi tecnici che conosco, ma che sono impastoiati per i noti motivi, non è riuscito a far gran che. Ha trovato l'indice della produzione industriale a 91.6 nel febbraio 2014, e ce lo rende a 91.8 nel giugno 2016, in calo da un massimo di 93.2 a gennaio 2016 (non esattamente un Everest).
Ben 2 decimi di crescita, da 91.6 a 91.8, in due anni!
Data questa prestazione, #iostocolgiornalistachedeveobbedireallavelina!
Porello!
Deve essere veramente difficile far passare per un successo, o comunque per un miglioramento ("meglio ultimi mesi"), o almeno non far passare per un totale insuccesso, una roba simile. Sulla tomba di questo ignoto milite, sulla tomba di questo Pulitzer misconosciuto, riverenti porremo la stele che ricorda gli sconfitti di una battaglia meno ignobile, combattuta da un regime non meno ignobile: "Mancò la fortuna, non il valore"!
E comunque, amico giornalista, resisti. Presto le cose cambieranno, e potrai tornare a dire cose più sensate.
Quelle che ora, chi volesse leggerle, dovrebbe venire a farlo qui...
(...la morale della favola è che siamo incartati come una caramella, e non possiamo aspettarci alcuna ripresa fino a quando non usciremo dall'euro. Secondo me nei prossimi mesi molti si sfileranno da Renzi e lo lasceranno a prendersi in faccia l'esplosione di MPS, sperando di poter poi rientrare a gestire la bonanza del dopo euro. Ne abbiamo parlato più volte, ma queste dinamiche ormai sono palesi e a questo proposito vi consiglio di seguire sempre assiduamente Dagospia, che, per quanto posso verificare, è sempre molto attendibile...)
lunedì 4 gennaio 2016
Indici della produzione industriale: il manifatturiero
Forse è meglio lasciarci alle spalle certe cose brutte e mettere in prospettiva quanto sta succedendo. Ne approfitto anche per chiarirvi un paio di concetti sugli indici, che non mi pare siano chiari a tutti.
Il sito dell'Eurostat ci fornisce i dati degli indici della produzione industriale a partire dall'inizio degli anni '90. Qui confrontiamo quelli del settore manifatturiero per Italia e Germania:
Alcune riflessioni immediate:
1) una cosa come quella che è successa nel 2008 non si è mai vista. Qui la colpa non è tanto dell'eurone, quanto dell'entità dello shock arrivato dagli Stati Uniti.
2) In Italia non si è nemmeno mai vista una cosa come quella successa nel 2011, e qui la colpa invece è dell'eurone, perché il secondo crollo della produzione industriale, dopo una ripresa sostanzialmente in linea con quella tedesca, è in diretta connessione con le politiche di austerità, cioè con l'euro (come spiego ad esempio qui).
3) Ci vuole un occhio un po' esperto per notarlo, ma, se ci fate caso, la dinamica della produzione tedesca si arresta a partire dal 2011. L'austerità che la Germania ha imposto ai suoi satelliti al fine di far risanare le sue banche dai loro contribuenti non le ha molto giovato in termini di sviluppo.
4) Un occhio ancora più esperto vedrà quello che è successo fra 1992 e 1994.
Una notazione metodologica. Voi lo capite, vero, che questo grafico non dice che negli anni '90 l'Italia produceva più della Germania? Gli indici rappresentano la dinamica di un fenomeno, la sua maggiore o minore velocità. In altre parole, quello che il grafico ci dice è che la produzione industriale in Germania è cresciuta più rapidamente (anche se la sua crescita negli ultimi anni si è arrestata).
Forse per occhi inesperti è meno ingannevole un grafico nel quale si prenda come anno base il primo del campione, che in questo caso è il 1991. La figura si presenta così:
e qui in effetti si capisce meglio cosa è successo all'inizio degli anni '90, e si vede anche quando inizia il declino dell'economia italiana (sostanzialmente, intorno al 1997 per i motivi che vi ho spiegato senza peer review qui e con peer review qui, suscitando una certa attenzione). Nota che dopo la batosta presa con il riallineamento del 1992-93, la produzione industriale tedesca ricomincia a crescere sostanzialmente dal 1997 (chissà perché...) e la sua dinamica accelera dal 2004 (chissà perché...).
Ma, come vi ho detto da subito, la Germania avrebbe segato il ramo sul quale siede. Sì, naturalmente è riuscita a riprendersi, parassitando i paesi circonvicini, mentre noi rimaniamo sostanzialmente inchiodati al minimo storico raggiunto nel 2009, al quale ci ha ricondotto l'austerità di Monti. Ma, come vi dicevo prima, e come qui si vede meglio, da quando ha recuperato, la sua produzione industriale ha comunque smesso di crescere.
Per crescere, la produzione industriale tedesca ha bisogno di una Europa florida e dall'aiutino di un cambio sottovalutato. Oggi ha solo la seconda cosa, ma non la prima. Truccare le carte indebolendo la valuta non la aiuta moltissimo, perché chi le sta intorno (ma, come vedremo, anche chi non le sta proprio a un tiro di schioppo) di soldi non ne ha più.
Altra precisazione per i nuovi arrivati.
Indebolire la valuta è fisiologico se sei in deficit. Diventa truccare le carte se sei in surplus (come la Germania e l'Eurozona sono nei riguardi del resto del mondo). Chi è in surplus dovrebbe rivalutare: la valuta dell'esportatore è richiesta per acquistarne i beni (per inciso, e di riflesso, questo meccanismo causa l'indebolimento della valuta dell'importatore). Ma se l'euro si rivalutasse, soffrirebbero le imprese del Sud che esportano verso i paesi emergenti (ad esempio in Italia), e questo accrescerebbe le tensioni centrifughe dei paesi "periferici" dell'Eurozona. La BCE, ovvero la Banca centrale indipendente da un governo che non c'è (quello europeo) ma dipendente da un governo che c'è (quello tedesco) sta quindi manovrando, anche attraverso il QE, per far indebolire l'euro con manovre finanziarie che contrastano quelle che sarebbero le naturali tendenze al rialzo determinate dalle dinamiche commerciali. Sostanzialmente, sta facendo scendere a zero i tassi di interesse, e quindi sta indirizzando gli investitori su titoli definiti in altre valute - e questo abbandono dell'euro per motivi finanziari si riflette sulla sua quotazione, nonostante l'euro sia domandato per motivi commerciali, cioè per acquistare i prodotti tedeschi.
È chiaro che agli occhi degli USA (ma non solo) la Germania, così facendo, sta truccando le carte perché svaluta pur essendo in surplus estero. Questo però non le giova per almeno un paio di motivi:
1) perché il resto del mondo non sta lì a guardare, e reagisce. Abbiamo visto quest'estate (prima di tanti altri) come la svalutazione del cambio cinese fosse nient'altro che il comprensibile desiderio di restituire al mittente (cioè a noi) il pacco che avevamo rifilato alla Cina svalutando rispetto al dollaro (e quindi anche rispetto a lei).
2) perché gli impatti della svalutazione sui paesi periferici (in particolare, sull'Italia) sono meno propizi di quanto si sperava, come noi avevamo ampiamente motivato e previsto.
E quindi? E quindi la Germania riesce per la terza volta in un secolo a portare l'Europa in guerra contro gli Stati Uniti, senza alcun particolare costrutto per se stessa, ma anzi mettendosi in difficoltà. Perché, come avrete capito, per svalutare l'euro bisogna far scendere i tassi di interesse europei (che in Germania ormai sono negativi). Ma se i tassi di interesse scendono, gli accantonamenti ai fondi pensione non rendono nulla, e quindi il firtuoso sistemen pensionistiken tetesken si rivela insostenibile, pur essendo a capitalizzazione e non a ripartizione, semplicemente perché quando non ce n'è per nessuno, non ce n'è per nessuno. Farebbe molto più comodo alla Germania vivere in un mondo nel quale il denaro avesse un costo non drogato dalla necessità di tenere i cocci insieme, e dove però i titoli di Stato potessero essere considerati investimenti sicuri (perché garantiti dalla Banca centrale di ogni singolo Stato, anziché dalla BCE che cerca di fare gli interessi di uno solo di essi).
Le farebbe comodo cioè darci autonomia e quindi ossigeno, perché se non cresciamo noi, poi non cresce nemmeno lei. Ma loro non vogliono crescere: vogliono predare. Son fatti così, bisogna volergli bene, non possono cambiare, vanno presi come sono e aiutati a non sbagliare troppo. Ovviamente è un compito impossibile e quindi ci aspettano gravi tensioni internazionali (ma questo lo sapete).
Bene.
Abbiamo fatto un po' di informazione. Non è il nostro lavoro, ma visto che chi dovrebbe farlo non lo fa, spero che non si lamenti se lo abbiamo surrogato, visto che invece a noi riesce piuttosto bene (nonostante non ci paghino per farlo). Naturalmente, se l'articolo vi è piaciuto, sapete cosa fare.
Il sito dell'Eurostat ci fornisce i dati degli indici della produzione industriale a partire dall'inizio degli anni '90. Qui confrontiamo quelli del settore manifatturiero per Italia e Germania:
Alcune riflessioni immediate:
1) una cosa come quella che è successa nel 2008 non si è mai vista. Qui la colpa non è tanto dell'eurone, quanto dell'entità dello shock arrivato dagli Stati Uniti.
2) In Italia non si è nemmeno mai vista una cosa come quella successa nel 2011, e qui la colpa invece è dell'eurone, perché il secondo crollo della produzione industriale, dopo una ripresa sostanzialmente in linea con quella tedesca, è in diretta connessione con le politiche di austerità, cioè con l'euro (come spiego ad esempio qui).
3) Ci vuole un occhio un po' esperto per notarlo, ma, se ci fate caso, la dinamica della produzione tedesca si arresta a partire dal 2011. L'austerità che la Germania ha imposto ai suoi satelliti al fine di far risanare le sue banche dai loro contribuenti non le ha molto giovato in termini di sviluppo.
4) Un occhio ancora più esperto vedrà quello che è successo fra 1992 e 1994.
Una notazione metodologica. Voi lo capite, vero, che questo grafico non dice che negli anni '90 l'Italia produceva più della Germania? Gli indici rappresentano la dinamica di un fenomeno, la sua maggiore o minore velocità. In altre parole, quello che il grafico ci dice è che la produzione industriale in Germania è cresciuta più rapidamente (anche se la sua crescita negli ultimi anni si è arrestata).
Forse per occhi inesperti è meno ingannevole un grafico nel quale si prenda come anno base il primo del campione, che in questo caso è il 1991. La figura si presenta così:
e qui in effetti si capisce meglio cosa è successo all'inizio degli anni '90, e si vede anche quando inizia il declino dell'economia italiana (sostanzialmente, intorno al 1997 per i motivi che vi ho spiegato senza peer review qui e con peer review qui, suscitando una certa attenzione). Nota che dopo la batosta presa con il riallineamento del 1992-93, la produzione industriale tedesca ricomincia a crescere sostanzialmente dal 1997 (chissà perché...) e la sua dinamica accelera dal 2004 (chissà perché...).
Ma, come vi ho detto da subito, la Germania avrebbe segato il ramo sul quale siede. Sì, naturalmente è riuscita a riprendersi, parassitando i paesi circonvicini, mentre noi rimaniamo sostanzialmente inchiodati al minimo storico raggiunto nel 2009, al quale ci ha ricondotto l'austerità di Monti. Ma, come vi dicevo prima, e come qui si vede meglio, da quando ha recuperato, la sua produzione industriale ha comunque smesso di crescere.
Per crescere, la produzione industriale tedesca ha bisogno di una Europa florida e dall'aiutino di un cambio sottovalutato. Oggi ha solo la seconda cosa, ma non la prima. Truccare le carte indebolendo la valuta non la aiuta moltissimo, perché chi le sta intorno (ma, come vedremo, anche chi non le sta proprio a un tiro di schioppo) di soldi non ne ha più.
Altra precisazione per i nuovi arrivati.
Indebolire la valuta è fisiologico se sei in deficit. Diventa truccare le carte se sei in surplus (come la Germania e l'Eurozona sono nei riguardi del resto del mondo). Chi è in surplus dovrebbe rivalutare: la valuta dell'esportatore è richiesta per acquistarne i beni (per inciso, e di riflesso, questo meccanismo causa l'indebolimento della valuta dell'importatore). Ma se l'euro si rivalutasse, soffrirebbero le imprese del Sud che esportano verso i paesi emergenti (ad esempio in Italia), e questo accrescerebbe le tensioni centrifughe dei paesi "periferici" dell'Eurozona. La BCE, ovvero la Banca centrale indipendente da un governo che non c'è (quello europeo) ma dipendente da un governo che c'è (quello tedesco) sta quindi manovrando, anche attraverso il QE, per far indebolire l'euro con manovre finanziarie che contrastano quelle che sarebbero le naturali tendenze al rialzo determinate dalle dinamiche commerciali. Sostanzialmente, sta facendo scendere a zero i tassi di interesse, e quindi sta indirizzando gli investitori su titoli definiti in altre valute - e questo abbandono dell'euro per motivi finanziari si riflette sulla sua quotazione, nonostante l'euro sia domandato per motivi commerciali, cioè per acquistare i prodotti tedeschi.
È chiaro che agli occhi degli USA (ma non solo) la Germania, così facendo, sta truccando le carte perché svaluta pur essendo in surplus estero. Questo però non le giova per almeno un paio di motivi:
1) perché il resto del mondo non sta lì a guardare, e reagisce. Abbiamo visto quest'estate (prima di tanti altri) come la svalutazione del cambio cinese fosse nient'altro che il comprensibile desiderio di restituire al mittente (cioè a noi) il pacco che avevamo rifilato alla Cina svalutando rispetto al dollaro (e quindi anche rispetto a lei).
2) perché gli impatti della svalutazione sui paesi periferici (in particolare, sull'Italia) sono meno propizi di quanto si sperava, come noi avevamo ampiamente motivato e previsto.
E quindi? E quindi la Germania riesce per la terza volta in un secolo a portare l'Europa in guerra contro gli Stati Uniti, senza alcun particolare costrutto per se stessa, ma anzi mettendosi in difficoltà. Perché, come avrete capito, per svalutare l'euro bisogna far scendere i tassi di interesse europei (che in Germania ormai sono negativi). Ma se i tassi di interesse scendono, gli accantonamenti ai fondi pensione non rendono nulla, e quindi il firtuoso sistemen pensionistiken tetesken si rivela insostenibile, pur essendo a capitalizzazione e non a ripartizione, semplicemente perché quando non ce n'è per nessuno, non ce n'è per nessuno. Farebbe molto più comodo alla Germania vivere in un mondo nel quale il denaro avesse un costo non drogato dalla necessità di tenere i cocci insieme, e dove però i titoli di Stato potessero essere considerati investimenti sicuri (perché garantiti dalla Banca centrale di ogni singolo Stato, anziché dalla BCE che cerca di fare gli interessi di uno solo di essi).
Le farebbe comodo cioè darci autonomia e quindi ossigeno, perché se non cresciamo noi, poi non cresce nemmeno lei. Ma loro non vogliono crescere: vogliono predare. Son fatti così, bisogna volergli bene, non possono cambiare, vanno presi come sono e aiutati a non sbagliare troppo. Ovviamente è un compito impossibile e quindi ci aspettano gravi tensioni internazionali (ma questo lo sapete).
Bene.
Abbiamo fatto un po' di informazione. Non è il nostro lavoro, ma visto che chi dovrebbe farlo non lo fa, spero che non si lamenti se lo abbiamo surrogato, visto che invece a noi riesce piuttosto bene (nonostante non ci paghino per farlo). Naturalmente, se l'articolo vi è piaciuto, sapete cosa fare.
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