Google è il mio pastore, non manco di nulla: così, scendo dal quarantunesimo piano e mi avvio, fra una chiesa barocca e un grattacielo, verso il centro storico.
La città ha un suo perché, e ce l'avrà avuto ancor più prima di essere piallata dalla guerra.
Seguo il mio percorso sul touchscreen, ogni tanto scatto una foto, poi a un certo punto la suadente voce di Langley mi annuncia che "La tua destinazione è sulla destra". Io mi volto a destra, e non c'è niente. Estraggo l'oggetto per fare un punto nave, e in quella mi sento apostrofare da un signore che stava telefonando, a tre metri da me: "Excuse me, do you need any help?" E io: "Indeed... apparently, yes... I am looking for Bistrot Warsaw..." E lui: "It's on the opposite side of the square". E io: "Thanks".
Ora, ci sarebbero alcune considerazioni da fare.
La prima è che non ci sono free lunch: Google è il mio pastore, ma siccome ti fa stare con gli occhi adesi al touchscreen, capita anche che ti impedisca di vedere che stai passando esattamente accanto alla tua destinazione. Insomma: un caso di overshooting (parola ultimamente cara ai bischeri).
La seconda è che se anche mi comporto come una bella fica, in realtà non lo sono, o almeno non in questa vita: ora, voi ce lo vedete un italiano aiutare un turisto? Io non tanto, o comunque non a Roma, dove siamo sufficientemente pressati gli uni sugli altri da odiare l'uomo (e in fondo anche la donna) all'ingrosso e al dettaglio. Eppure, qui, invece, un pericoloso populisto xenofobo (lui, secondo i merdia) ha aiutato un turisto (io) indicandogli il locale dove doveva incontrare dei nazionalisti.
Non la faccio lunga: domani ho la sveglia alle 5, e soprattutto mi sveglierò alle 4, come sempre. Ma credo che mi abbiate capito...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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mercoledì 15 novembre 2017
lunedì 25 settembre 2017
QED 84: AfD (quei nazisty dei povery...)
...e poco più di 24 ore dopo (scusatemi, avevo da fare) arriva puntuale come la Morte il QED. I dati sulla distribuzione dei voti per Land sono disponibili qui (ringrazio @Stat_wald) e incrociandoli con i dati sul reddito pro-capite (in logaritmi) si ottiene questa cosa qui:
cioè questa cosa qui:
Il reddito pro capite (misurato in euro per persona e convertito in logaritmi) spiega il 44.8% della variabilità del voto per AfD, con una t di Student di -3.37, significativa all'1% (ovvero: la probabilità che questa relazione sia nulla, sia un artefatto statistico, uno scherzo del caso, è inferiore all'1%).
Eppure, sui giornali, è tutto uno stupirsi, uno stracciarsi le vesti sull'avanzata dei nazisti razzisti xenofobi!
A parte il fatto che il risultato era scontato (almeno, per noi lo era), vorrei evidenziare che perfino Fassina è costretto ad ammettere che la xenofobia (che non è il razzismo: ad esempio, a me fanno paura i tedeschi, e più sono ariani più me ne fanno) con quanto è successo c'entra ben poco, perché AfD ha avuto più voti dove l'immigrazione è stata più bassa.
Sta succedendo semplicemente quanto ho annunciato, in modo secondo me molto limpido, ma senza che nessuno lo capisse veramente (forse c'era bisogno del disegnino) nel 2011, scrivendo sul manifesto: le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Come diceva molto saggiamente Celso: avete fatto le politiche di Bruning (in Italia le ha fatte anche Fassina, per un po'), e poi vi stupite se la gente vota a destra?
I nostri gazzettieri dovrebbero fare molta attenzione nel parlare a sproposito di nazismo. Demonizzare l'avversario è una tattica molto stupida, perché espone a un ovvio contraccolpo: c'è il caso che le persone si chiedano se il nazismo (quello vero) è tanto peggiore del PD! Ma soprattutto la demonizzazione chiude spazi politici (la Merkel è costretta a un'alleanza traballante con i Verdi anziché a una più solida con AfD perché ha condotto una simpatica caccia alle streghe contro i suoi esponenti), e chiude percorsi di comprensione.
Ad esempio, il gazzettiere medio, o chi quotidianamente si abbevera al suo sterco, avrà fatto spallucce, dicendo: "Ma questo Bagnai, che scemenze dice! La Merkel ama gli immigrati, non è rasssisstaaah come AfD..." (infatti, s'è visto: vedi alla voce "nuove priorità"...). Sfugge totalmente che l'AfD, come la CDU, è un partito liberal-liberisteggiante. E su questo ci sarebbero tanti discorsi da fare, ma ora devo lasciarvi. Vi ricordo solo che nel Tramonto dell'euro era spiegato molto bene che le meravigliose "riforme" tedesche avrebbero fatto tanti danni, perché avevano causato tanta povertà in Germania (che il governo nascondeva sotto il tappeto).
E anche su questo oggi i gazzettieri ci cadono dal pero...
Ma siamo proprio sicuri di doverli mantenere con le nostre imposte? Tanto, per sapere quello che succede nel 2017, a voi basta leggere p. 228 di un libro pubblicato nel 2012:
cioè questa cosa qui:
Il reddito pro capite (misurato in euro per persona e convertito in logaritmi) spiega il 44.8% della variabilità del voto per AfD, con una t di Student di -3.37, significativa all'1% (ovvero: la probabilità che questa relazione sia nulla, sia un artefatto statistico, uno scherzo del caso, è inferiore all'1%).
Eppure, sui giornali, è tutto uno stupirsi, uno stracciarsi le vesti sull'avanzata dei nazisti razzisti xenofobi!
A parte il fatto che il risultato era scontato (almeno, per noi lo era), vorrei evidenziare che perfino Fassina è costretto ad ammettere che la xenofobia (che non è il razzismo: ad esempio, a me fanno paura i tedeschi, e più sono ariani più me ne fanno) con quanto è successo c'entra ben poco, perché AfD ha avuto più voti dove l'immigrazione è stata più bassa.
Sta succedendo semplicemente quanto ho annunciato, in modo secondo me molto limpido, ma senza che nessuno lo capisse veramente (forse c'era bisogno del disegnino) nel 2011, scrivendo sul manifesto: le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra. Come diceva molto saggiamente Celso: avete fatto le politiche di Bruning (in Italia le ha fatte anche Fassina, per un po'), e poi vi stupite se la gente vota a destra?
I nostri gazzettieri dovrebbero fare molta attenzione nel parlare a sproposito di nazismo. Demonizzare l'avversario è una tattica molto stupida, perché espone a un ovvio contraccolpo: c'è il caso che le persone si chiedano se il nazismo (quello vero) è tanto peggiore del PD! Ma soprattutto la demonizzazione chiude spazi politici (la Merkel è costretta a un'alleanza traballante con i Verdi anziché a una più solida con AfD perché ha condotto una simpatica caccia alle streghe contro i suoi esponenti), e chiude percorsi di comprensione.
Ad esempio, il gazzettiere medio, o chi quotidianamente si abbevera al suo sterco, avrà fatto spallucce, dicendo: "Ma questo Bagnai, che scemenze dice! La Merkel ama gli immigrati, non è rasssisstaaah come AfD..." (infatti, s'è visto: vedi alla voce "nuove priorità"...). Sfugge totalmente che l'AfD, come la CDU, è un partito liberal-liberisteggiante. E su questo ci sarebbero tanti discorsi da fare, ma ora devo lasciarvi. Vi ricordo solo che nel Tramonto dell'euro era spiegato molto bene che le meravigliose "riforme" tedesche avrebbero fatto tanti danni, perché avevano causato tanta povertà in Germania (che il governo nascondeva sotto il tappeto).
E anche su questo oggi i gazzettieri ci cadono dal pero...
Ma siamo proprio sicuri di doverli mantenere con le nostre imposte? Tanto, per sapere quello che succede nel 2017, a voi basta leggere p. 228 di un libro pubblicato nel 2012:
sabato 22 luglio 2017
Interesse nazionale e mediazione politica
(...oggi è l’ultimo giorno per le nomination ai
MIA17. Dato che quest’anno dovremo essere miglior sito politico-d’opinione – come da
istruzioni – elaboro una riflessione politica che ho già condiviso con voi
e nella quale sono inciampato pochi giorni fa in circostanze fortuite. Andremo
avanti così, di vittoria in vittoria, e già sto pensando a cosa dovrò scrivere
quando l’unica categoria sarà rimasta il “miglior sito LGBTIXHGKJNAD” – confido
nel fatto che nel tempo intercorso nuove lettere si saranno aggiunte all’acronimo.
Sarà sicuramente meno noioso di quello che vi tocca leggere oggi...)
La lettrice di
inglese di un’università europea dove ero in visiting mi propose un giorno il seguente
quesito: “Come si dice in inglese bella donna?” Fiutando il trabocchetto, mi
avventuravo guardingo verso uno scontato “a beautiful woman”, quando lei,
inglese di Inghilterra, tranchant:
“Tourist!”. Certo, essere un’isola ha i suoi pro e i suoi contro. Non è che i
rimescolamenti di sangue siano mancati da quelle parti. Però, in effetti, se lo
dicono loro, si vede che l’insularità qualche danno lo ha fatto...
Naturalmente ogni
regola ammette eccezioni (fra le quali non era dato annoverare la sarcastica
lettrice). Pensate alla regola del 3% (del deficit di bilancio pubblico sul
PIL). Se la osserviamo (come si dovrebbe) su una media sufficientemente lunga,
scopriamo, con nostra nulla sorpresa, che noi Italiani l’abbiamo rispettata,
pur non potendo, per una serie di motivi, finanziarci
a tassi negativi come i nostri fratelli tedeschi:
(la media va dal
1999 al 2017, i dati sono quello del WEO). Scopriamo anche, con nostra nulla
sorpresa, che paesi “virtuosi” e salvatori de “Leuropa”, come la Francia, in
media hanno violato la regola pesantemente, senza che per questo i loro
giornali apostrofassero la loro popolazione così come il Fatto Quotidiano apostrofa noi.
Ci sarà un
motivo, che però non sta all’economista ricercare, ma allo storico.
(...e prima,
magari, al
magistrato, il quale magari non interviene non perché sia schiavo dei
poteri forti kittipaka ecc. – queste sono scemenze – ma semplicemente perché
deve interpretare la legge, e esattamente come abbiamo visto evolversi nel tempo
il comune senso del pudore, per cui oggi saremmo un po’ sorpresi se
qualcuno multasse una donna in bikini, magari domani potrebbe evolvere il
comune senso della dignità del paese – per cui, dopo aver riformato il sistema
dei finanziamenti all’editoria, potremmo trovare sorprendente che venissero
tollerati attacchi gratuiti alla nostra nazione, quegli attacchi che un amico
mi diceva di lasciar correre, senza capire che esiste il metodo Juncker, e che
quindi non è – solo – un caso se il giorno dopo in cui vi viene detto che siete
delle merde da un organo di stampa il cui direttore ve
lo ha già detto in diretta televisiva, un altro organo di stampa sferra un attacco
frontale alla prima parte della Costituzione. Naturalmente l’amico che mi
diceva di lasciar correre sul vilipendio tramite vignetta, poi proponeva di
denunciare il vilipendio tramite brillante editorialista. Eppure i due sono
oggettivamente connessi, vuoi perché entrambi riflettono lo spirito del tempo,
e in particolare il tentativo delle élite finanziarie di arroccarsi nel loro
potere delegittimando il voto popolare e le norme poste a tutela dei diritti
dei lavoratori, e poi perché se si constata che tolleriamo oltraggi alla nostra
identità nazionale – che oggettivamente non ha molto da rimproverarsi: vedi ad
esempio il grafico precedente – qualcuno potrebbe ragionevolmente concluderne che
tollereremmo che venga oltraggiata anche la nostra legge fondamentale. Si
aprono le gabbie dei Soloni figli di facoltà minori. Ma, e qui sta il punto che
vorrei attirare alla vostra attenzione, il magistrato non è tenuto a sapere
cosa oltraggia la comunità della quale deve applicare, interpretandole, le leggi:
quindi presupposto per l’evoluzione del “comune senso” di qualsiasi cosa è che
chi avverte una lesione a un proprio diritto, se la avverte, la segnali. Non
potete lamentarvi che la magistratura non intervenga, con tutte le cose che ha
da fare, se voi non le segnalate che a vostro avviso certe parole, considerate
gravi quando pronunciate da un privato cittadino in un comprensibile anche se
inopportuno moto di stizza, lo sono oggettivamente molto di più se espresse
a freddo da chi può avvalersi della potenza di diffusione e di penetrazione dei
media. Ovviamente queste non sono istruzioni per l’uso, ma solo una semplice
riflessione: non ha senso rispondere a un vilipendio alla nazione con un
vilipendio alla magistratura, come alcuni hanno velatamente fatto su Internet.
Avete dei diritti? Esercitateli! Solo dopo,
se vi viene negata giustizia, il caso passa dalla sfera del potere giudiziario
a quella del potere politico. Chiusa la digressione)...
Ci ripensavo, all’aneddoto
sulle turiste, pochi giorni fa, arrivando a casa di un mio nuovo amico, di quei
tanti che mi sono fatti facendomi tanti nemici, un amico che presto vi
presenterò.
Era ospite a casa
sua un’eccezione alla regola (non quella del 3%: quell’altra), e naturalmente
anche lì il motivo c’era: non era inglese, ma gallese (and rather proud of it). Comunque, dato che, nonostante recassi in dono
una saccocciata di CD, e fossi fermamente interessato a parlare di arte, ma
anche (e soprattutto) di niente, l’amico, lui stesso artista, mi aveva presentato
come economista, e dato che la gallese era migrata (come una sterna) a Londra,
dove volete che andasse a parare il discorso? Ma naturalmente lì, sulla Brexit.
Io, per non sbagliare, mi ero subito presentato come populista. Certo, un
populista sui generis: accompagnato
da una creatura splendida (per una volta la figlia), economista (forse),
musicista (certamente, come attestavano i dischi di Brilliant), urbano,
enciclopedico, facondo...
Rassicurata da
tante apparenti virtù, l’eccezione apriva nel modo più classico: “Sono
tanto preoccupata, il populismo, questa Brexit è una catastrofe, chissà cosa
succederà...”.
Dopo quel momento
di ascolto necessario ad accreditarmi come interlocutore aperto e simpatetico,
muovo il cavallo (quello nero sulla scacchiera, non quello pezzato in corridoio, che
poi, come sapete è una mucca): “Ma scusa, cara: io ti sono vicino nelle tue
preoccupazioni, anche se vedi che noi qui non è che si stia molto meglio. Però,
per aiutarmi a capire” (nel frattempo una desolata Uga, che l’impenetrabile
barriera linguistica secludeva dal nostro discorso, derelitta, desolata, mi
chiedeva: “Babbo, posso andare in piscina?” E io paterno, sorridente, per indole,
ma anche per l’intento tattico di confondere l’interlocutrice, avvezza a vedere
nei populisti dei bruti che rientrano in casa ubriachi per battere le mogli e
violare i figli: “Certo, amore, sentiti libera...”) “aiutami a capire:” disais-je “a distanza di più di un anno,
sapresti concretamente dirmi in cosa la situazione ti ha danneggiato?”
A domanda
semplice, come in qualsiasi esame universitario, seguiva risposta confusa.
“Ma, no, forse
niente, in effetti il lavoro prosegue, anzi, aumenta, però l’incertezza, sai,
questo negoziato...”
Ora, a dirla
tutta, nella mia interminata umanità (non sapete quanto io soffra a bloccarvi
su Twitter: fa più male a me che a voi), nella mia inarrivabile capacità di
mettermi nei panni del mio interlocutore, costruita in anni e anni di sessioni
di esami, vedevo e comprendevo le sue ragioni. L’eccezione de cujus svolge un’attività di intermediazione fra Europa e Stati
Uniti, con sede a Londra. Certo che con giornali che parlano di quarantene,
visti, barriere, muri, ecc., l’idea che i tuoi clienti non possano venire a
trovarti, peggio, che ti considerino un’appestata, tanto simpatica non deve
essere.
Ed eccomi allora a
ripetere, paterno, garbato, rassicurante, le solite cose (ma almeno in una
lingua diversa): “Ma no, bisogna essere razionali! I media hanno interesse a
drammatizzare, perché sono posseduti per lo più da persone che speculano sulla
volatilità, ma la situazione non è così catastrofica. Ti ricordi cosa dicevano
che sarebbe successo? Ti pare sia successo? No! E non è successo per un motivo:
perché voi siete clienti di chi comanda in Europa, la Germania, e nessuno ha
interesse a pestare i piedi a un proprio cliente. E poi, non c’è la
globalizzazione? Magari può non piacere, però, alla fine, la bottom line è che tutto il mondo è mercato.
Nessuno ha interesse a escludervi, ma se lo facesse non morireste di fame...”
Und so weiter,
und so fort...
Insomma, tanto
suadente era il mio eloquio, che l’interlocutrice si rassicurava... e a mano a
mano che la seducevo, e si rassicurava, e che quindi la Brexit – come la
vecchiaia – non le sembrava poi così male, considerando l’alternativa,
paradossalmente, essendo ella creatura umana e benigna, veniva assalita dal
senso di colpa, muovendo improvvidamente la donna (quella che era in lei, ma
anche quella sulla scacchiera): “Certo però che la nostra dipartita (NdT:
traduzione maccheronica di departure) penso vi crei un problema: senza
l’Inghilterra, la Francia da sola non potrà contrastare la Germania, e questo
vi indebolirà nelle vostre giuste rivendicazioni”.
Io non sono uno
scacchista, ma so portare le persone dove voglio.
Ora la strada era
tutta in discesa.
Preso un bel
respiro, sorrido, e poi, appena appena stingendo nel condiscendente, e con giusto
un soupçon (visto che era stata evocata la Francia) di quel « petit rire
qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque
grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique,
d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de
siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa
qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus
rarissimes », do il matto:
“Vedi, cara, a me
stupisce sempre l’idea, così diffusa, anche da noi, che al fine di rendere
l’Europa un luogo sostenibile per tutti i suoi membri questi siano costretti ad
allearsi per combattere gli uni contro gli altri. Non ti sembra un po’
contraddittorio che ci si dica che l’Unione Europea ci ha dato la pace, e al
contempo si sostenga che i suoi membri devono combattere, e combattere proprio fra di loro, per mantenerla, questa
pace? Voglio dire: non mi stupisce affatto che lo scopo del gioco sia quello di
conquistare la pace attraverso la guerra, per il semplice motivo che mi sembra
sia sempre successo! Solo che, se le cose stanno ancora così, che bisogno
abbiamo di unirci politicamente, che bisogno abbiamo di “nuove” istituzioni per
giocare questo “vecchio” gioco eterno? In cosa Bruxelles ci aiuterebbe? Se il
gioco è questo, possiamo giocarlo con i cosiddetti “vecchi” stati nazionali,
non ti pare?”
Eh...
Già...
L’eccezione non pensava che io loico fossi... i populisti, si sa, son gente rozza:
così gliela avevano raccontata i suoi giornali (tipo il Guardian). Fra una
serata rutto libero al pub a parlare di fica, una partita di calcio, e il loro
lavoro mediocre, dove potranno mai i populisti trovare il tempo per esercitarsi
nel principio del terzo escluso?
E invece...
E invece, dopo
cena, comme par hasard, si parlò di
altro: di storia della musica, dell’editore delle Canzone di Frescobaldi che
esplicitamente afferma di voler rompere il monopolio dei musicisti
professionisti, di come nel Rinascimento la semiologia musicale fosse
intenzionalmente oscura (più dei Trattati europei) proprio allo scopo di preservare
il market power dei musicisti
professionisti e delle loro corporazioni (avete presenti i canoni mensurali?), di quando l’Italia era market leader nel settore musicale, e dettava le forme del
linguaggio, quelli che qui chiamiamo i frame
e che in musica si chiamano i generi: l’oratorio, dove poi avrebbe primeggiato
Handel (il cui ufficio è accanto quello dell’eccezione), l’opera, la sonata, il
concerto (De Cavalieri, Monteverdi, Corelli, Vivaldi...), di Pergolesi che era
morto tanto giovane, altrimenti la storia sarebbe andata in un altro modo, degli
scavi di Pompei che erano iniziati prima di quanto credessi io (prima di
Winkelmann), e delle stampe di Piranesi che erano state stampate dopo quanto
credesse lei (dopo Corelli), di Handel e Bach che erano andati dallo stesso medico, il quale, al grido di “la scienza non è
democratica!”, aveva accecato il primo e sostanzialmente ammazzato il secondo,
della Germania est, dove erano nati i due ciccioni e il terzo genio, in un fazzoletto di terra, lì, fra Magdeburgo e
Eisenach (saranno 200 km con Halle in mezzo, come Avezzano fra Pescara e Roma:
a proposito, come avrete notato da uno dei link che non leggete a Halle ci sono
dei tedeschi di un certo tipo, e sono
lieto di tornarci a settembre...), e di chi era nato prima, e di chi era
morto dopo, e di come a quell’epoca i tedeschi, che vivevano meglio il proprio
complesso di inferiorità, anziché arroccarsi come irriducibili, sordi e
tetragoni alle richieste di Francia e Italia, si ponevano esplicitamente al
servizio di queste ultime due come mediatori culturali (naturalmente, in ambito
musicale): pensate ad esempio a Bach, come parlava italiano e francese...
Insomma: di
tutto, tranne che di politica, con mio grande sollievo: s’era capito che lì non
c’era partita.
Con voi però (non
se ne dolga la mia adorabile Nat) vorrei parlare proprio di politica.
Ecco, capita che
spesso siano le cose semplici a sfuggire, e capita che sfuggano proprio a
quelli che per anni mi hanno molato gli zenzeri con quella storia che sapete,
quella vecchia solfa che siccome sono solo un economista, non posso capire la
politica: una storia così stantia, che auspico sia definitivamente estirpata
dalla nostra meritata vittoria quale miglior sito politico-d’opinione.
Allora
parliamone, di politica, e parliamo anche di quelli che hanno assistito e
tuttora assistono, col ciglio asciutto e le terga al riparo, al massacro di
famiglie e imprese, da immolare secondo loro in nome di un’altra Europa.
E come dovrebbe
essere fatta questa altra Europa?
Dovrebbe essere
un’Europa dove la Germania ascolta gli altri.
E perché la
Germania dovrebbe ascoltare gli altri?
Ma, appunto,
perché, come si diceva sopra, questi si dovrebbero coalizzare contro di lei per
farle una minaccia credibile.
E cosa dovrebbe
risultare da questa minaccia?
Bè, è chiaro: una
mediazione fra gli interessi nazionali: insomma: “e si letiha, però poi e ci si
viene incontro” (per dirla in italiano).
Mi avete seguito
(nonostante l’italiano)? Dov’è l’inghippo? Ma, a me pare chiaro, e forse, ora
che la crisi delle sterne, pardon: dei migranti, ha reso plastica, sotto forma
di “risorsechecipaganolapensione” ma che stranamente nessuno vuole a casa
propria, l’idea finora evanescente di interesse nazionale, penso che non dovrebbe esservi molto
difficile seguirmi.
Ci era stato
detto che gli interessi nazionali non esistevano: non ne eravamo portatori,
perché eravamo (o comunque eravamo permanentemente in procinto di diventare) cittadini
europei, cittadini, cioè, di un “non stato” la cui “non cittadinanza” è “non
regolata” da una “non costituzione”: un problema? No: un “non problema”, e anzi
un’opportunità per chi, volendo impedirci di tutelare i nostri interessi,
trovava conveniente sostituire i nostri interessi nazionali con “non interessi”
sovranazionali!
Poi però gli
interessi nazionali si sono affacciati prepotentemente alla ribalta: prima, in
modo non intellegibile ai più, attraverso la crisi economica, ovvero quando
sono venuti al pettine i nodi della libera circolazione dei capitali; ora,
attraverso la crisi migratoria, che fa venire al pettine i nodi della libera
circolazione delle persone: e qui, tutti hanno capito.
Bene: a mano a
mano che gli interessi nazionali riacquistavano cittadinanza nel dibattito,
bisognava accomodarne la scomoda presenza nel quadro di quello che continuava
ad essere presentato come l’unico processo storico possibile, come una
ineluttabile necessità: Leuropa (TM).
Il problema era stato eluso, per un po’, dai furbi, alzando il livello dello
scontro, o, per dirla alla romana “buttandola in caciara”: i problemi sono
globali, si diceva (per dargli un’aura di oggettività, di preordinazione – in senso
econometrico – rispetto alla sfera politica, si citava sempre il riscaldamento
globale), quindi per definizione affrontabili solo su scala sovranazionale (che
però, chissà perché, per noi doveva essere solo europea, e non mondiale,
nonostante che gli Stati Uniti del Mondo non siano meno utopistici di quelli
d’Europa, pur avendo in termini meramente logici molto più senso nel caso in
cui interessi risolvere un problema mondiale)!
Ma il giochetto
dei problemi globbbali, per quanto scaltro, ora non funziona più.
Le dinamiche che
hanno portato qui tante persone disperate, per tanti motivi disparati, sono
riconducibili a responsabilità nazionali, al modo (imperialistico) in cui
alcuni nostri vicini hanno gestito i loro interessi nazionali. Non è come il
buco dell’ozono, cui la sciampista di Milwaukee, molto generosa di lacca, ha
contribuito tanto quanto la fabbrica di elettrodomestici cinese, poco amica dell’ambiente.
Il problema che tutti vedono ha radici (e conseguenze) circoscritte e, ripeto,
riconducibili al prevalere di alcuni interessi nazionali (quelli francesi) sui
nostri. Per rendere Leuropa digeribile ci deve allora essere raccontato che nella
dimensione sovranazionale diventerebbe più fluida la composizione degli
interessi nazionali. Solo che, naturalmente, perché questa favoletta sia
credibile, occorre agghindarla col presupposto di un bilanciamento dei rapporti
di forza. Che Bruxelles sia controllata dai tedeschi è cosa di dominio pubblico. Segue quindi l’idea barocca che la pace
si ottenga “alleandosi” con chi ha interessi simili ai nostri (la Francia, cioè
quella che ci ha bombardato in Libia!) per combattere contro chi ha interessi
contrari ai nostri (la Germania).
Ricorderete Renzi
con Hollande “contro” la Merkel, ricorderete Gentiloni
con Macron “contro” la Merkel... insomma: ricorderete la Merkel!
Noterete poi che
questa posizione delirante (alleanza franco-italiana de che?) in tanto ha senso
in quanto la si analizzi in una chiave strettamente economicistica, anzi:
macroeconomicistica. In termini di fondamentali macroeconomici, certo, la
Francia sta peggio di noi e avrebbe tutti gli interessi ad allearsi con noi.
Siamo stati gli
unici a dirlo da subito, traendone le conseguenze che dovevano esserne
tratte (il
fallimento interno di Hollande e presto di Macron). Ma la pretesa convenienza
di un’alleanza franco-italiana (verosimilmente, per “forzare” la Germania a
politiche reflazionistiche) emerge solo se si adotta questa chiave di lettura.
Se invece si allarga l’orizzonte alla geopolitica, al controllo delle fonti di
energia, e via dicendo, si capisce che quanto è successo in Libia non è
casuale, ma è il corollario del fatto che i nostri interessi collidono con
quelli francesi.
Capite
l’assurdità?
Chi per anni mi
ha rimproverato letture “economicistiche” della realtà, chi mi ha
marginalizzato accusandomi di essere “solo un economista”, appoggia la sua
proposta “politica” (più Europa attraverso l’alleanza dei buoni del Sud contro
il cattivo del Nord) su una lettura dei fatti che è, questa sì, meramente
macroeconomicistica!
Scusate, l’ho
fatta lunga, ma “mi avvio a concludere”, come dicono i seminaristi, gli untuosi
pretini smidollati e perbenisti “de sinistra”...
Una volta, quando
c’erano le nazioni, accadeva che qualora gli interessi di una comunità
nazionale confliggessero con quelli di un’altra si arrivasse al conflitto: un
conflitto in cui, naturalmente, si combatteva per vincere. Il modello di
integrazione che gli altreuropeisti ci propongono invece è quello di stati che non
combattono per la vittoria, ma per avere la possibilità di mediare! Insomma:
chi vince non ottiene quanto rivendica, ma può cominciare a discutere per averne
(forse) la metà...
E qui si arriva
il punto, che è molto semplice, tanto che in un mondo meno confuso non
meriterebbe nemmeno di essere formulato: il livello ottimale al quale mediare
gli interessi nazionali è per definizione quello nazionale.
So che sembra una
frase lapalissiana, ma siccome ci viene raccontato il contrario, forse è
opportuno ribadirla, e chiarirne le ragioni, che sono di due ordini. Una è
contingente: non è in istituzioni ormai pesantemente infiltrate da una delle
parti in gioco che possiamo aspettarci di trovare un luogo di rappresentazione
ed ascolto equilibrato dei nostri interessi. Ma l’altra è strutturale: istituzioni
che si fondano strutturalmente sulla perenne minaccia degli uni contro gli
altri non sono politicamente sostenibili. Lo dimostra, per certi versi, il
fatto che qualsiasi elezione nazionale metta Leuropa in fibrillazione! Quale
altra alleanza fra paesi (l’ASEAN? Il MERCOSUR? Il NAFTA?) viene scossa alle
fondamenta ogni volta che in un paese membro il popolo si esprime? Il fatto è
che qui da noi il popolo, esprimendosi, varia la tensione delle minacce, che
sono un po’ come sartie e stralli del vascello europeo: se li regoli male, c’è
rischio di disalberare, e il piloto tedesco lo sa (apprezzerete l'uso della lingua).
In queste
condizioni non può nascere alcun genuino spirito di solidarietà. Per lo stesso
motivo per il quale il modello di integrazione proposto previene la formazione
di solidarietà (come direbbe un tubetto di dentifricio), possiamo dire che esso
attivamente dissemina scontento ed odio. In effetti questo è quanto stiamo
osservando, come osserviamo svilupparsi di fronte ai nostri occhi la consueta
tattica del potere, qui da noi impersonato dalla terza carica dello Stato, che
consiste nell’addossare alle vittime la responsabilità delle loro disgrazie. Se
si affermano discorsi violenti, ci si vuole convincere che la colpa non è di un
sistema violento, i cui leader ci
esortano a (o ci promettono di) minacciare i nostri vicini per ottenere con la
violenza – delle parole – quanto ci spetta. Ci viene fatto capire che la colpa
è dei mezzi che le persone usano per esprimersi, e più in generale del fatto
che le persone desiderano esprimersi.
Fra un po’ scioperare,
o dire che l’immigrazione incontrollata porta al degrado socioeconomico,
diventerà un crimine. Non posso che attenermi a quanto dissi a gennaio su La7:
avrei passato quest’anno a ripetere “ve lo avevo detto”, e i più attenti di voi
si ricorderanno che in effetti penso di essere stato fra i primi a evidenziare
il carattere fascista di questo regime, fin dall’articolo del 2011 sul manifesto (ai tanti cari nostalgici ricordo che in
quel contesto detti anche la mia definizione di questo termine: se poi volete
convincermi che nel ventennio ci fosse libertà d’espressione, buona fortuna)!
Reprimere la libertà di espressione è lo sbocco naturale di un sistema che per
imporre l’ordine “naturale” dei mercati deve livellare le differenze culturali,
criminalizzando l’idea che un francese sia francese, uno spagnolo spagnolo, un italiano italiano, un tedesco tedesco. L’unica sfera in cui le diversità vanno tutelate, anzi: moltiplicate!, è
quella sessuale: forse perché quelle “diversità” danno meno fastidio di altre
nel mondo dello one-size-fits-all, e
così conviene farle passare per rivoluzionarie, il che, fra l’altro, permette
al potere di presentarsi come poliziotto buono rischiando tutto sommato molto
poco, mentre il poliziotto cattivo cerca di convincerci che si vis pacem, age bellum...
Tanto semplice,
ma tanto profonda è l’irrazionalità del progetto, che fra cinque anni, ne siamo
sicuri, se ne accorgerà anche il Financial Times. Nel frattempo, a noi non
resta da fare altro che resistere, non cadere nelle provocazioni, mantenere in vita
l’idea che se non c’è
alternativa non c’è politica, e quindi, in piena coerenza, mandare
sistematicamente a casa i politici che ci dicono che non c’è alternativa, per
il semplice fatto che se dicono questo non sono politici. Non è un vaste programme, e non è nemmeno uno
sterile passatempo. Sono cose alla nostra portata, e siamo sempre di più a
lavorarci...
(...se non avete votato, fatelo: anche questo
servirà a far leggere a persone ignare parole di buon senso, e servirà a
ingrossare le fila di quelli che non vogliono che l’Italia sia vilipesa e la
sua costituzione alterata...)
I danni del pensiero magico
Ricevo da un imprenditore:
"Siamo azienda a zero debito. Proponiamo a nostra banca finanziamento per investimenti industriali, coperto all'80% -tra garanzie regionali e nostre dirette- e cofinanziato al 50% da fondi di natura pubblica. Risposta: Non sappiamo se ci convenzioneremo con il progetto regionale. Dove, quando è finita la razionalità economica e è iniziato il mondo magico?"
Semplice. È iniziato quando un populista (Romano, con la maiuscola) ha lanciato il messaggio demagogico che l'euro avrebbe risolto i nostri problemi. Da allora lui ha risolto effettivamente i suoi (forse il "nostri" era un plurale majestatis), mentre i nostri sono iniziati, prima in modo subdolo, col troppo credito che ha allentato il vincolo di bilancio di tutti gli operatori economici, incentivando comportamenti inefficienti e concausando fra l'altro la stagnazione della produttività, e poi in modo esplicito (vedi il virgolettato) con la inevitabile crisi bancaria e il conseguente credit crunch.
Nel frattempo, veniamo nutriti di pensiero magico, di soluzioni illusorie dai veri populisti: quelli che propugnano l'integrale abolizione delle frontiere (i compagni dell'Economist), quelli che vogliono curarci con più tumore, pardon, più Europa.
Di questi ultimi parliamo dopo: questo è un post breve, da aifòn, e anche per questo non ci trovate link (ma se siete qui, vi sarebbero inutili, e comunque non li leggereste)...
domenica 12 marzo 2017
Gli olandesi sono contenti?
Riassunto delle puntate precedenti: mentre la sinistra europea è ancora sostanzialmente in denial rispetto a quello che è un chiaro attacco ai diritti dei lavoratori, e quindi parla di "altre Europe" e di "altri euro" (cioè di altri attacchi ai diritti dei lavoratori), continuando a censurare chi porta nel dibattito il principio di realtà (cioè, sostanzialmente, me, come ha fatto la piccola Vysinskij), la letteratura scientifica ammette chiaramente che i problemi dell'eurozona dipendono in modo essenziale, come io dicevo da anni, dalla svalutazione competitiva dei salari tedeschi, e i popoli aggrediti da questa svalutazione, considerandosi comprensibilmente non rappresentati da questa sinistra cialtrona e fascista, si rivolgono a chi quanto meno ammette che un problema esiste, anche se, come è del tutto ovvio, nessuno dà loro garanzia che chi ammetta l'esistenza del problema sia culturalmente, ideologicamente e politicamente attrezzato (o intenzionato) a risolverlo.
Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).
Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.
Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.
(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)
La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?
Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.
Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.
Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.
Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.
Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:
Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.
Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:
(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).
Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.
Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).
Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:
ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.
Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.
Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).
Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):
Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:
Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.
Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:
Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:
Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).
Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:
Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.
Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:
E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.
Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.
Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.
Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:
Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.
Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.
Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.
Che conclusioni trarre da tutta questa storia?
Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.
Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.
Si apra la discussione...
Prossima tappa, l'Olanda, dove mi danno un Wilders molto avanti, anche se (mi dicono) sotto il 40%. Finirà che gli altri dovranno fare un embrassons nous generale, che porterà ulteriore acqua al mulino della destra (perché le armate Brancaleone finiscono generalmente così...).
Allora: visto che ora, come vi ho mostrato sopra, anche la voce del padrone (impersonata da Peter Bofinger) ci dice che il segreto del miracolo tedesco è stato comprimere i salari, e che quindi i servi cialtroni e falliti del nostro capitalismo cialtrone e bancarottiero, da quei servi che sono, non possono obiettare alcunché (anche perché impegnati a riporre i propri effetti personali in comode scatole di cartone), procediamo con serenità a un ripasso di alcuni fatti stilizzati allargando l'orizzonte alla prossima tappa nel percorso di riscossa dei lavoratori europei: l'Olanda.
Me ne dà motivo una chiamata fattami poco fa da Gianni Bulgari, conosciuto tramite Giorgio La Malfa: una persona che ha le idee piuttosto chiare sulla situazione, naturalmente dal suo punto di vista, che, per alcuni ovvi dettagli (età, censo, professione, ecc.) non ci si aspetta che possa né debba esattamente coincidere col mio. Però sul fatto che demonizzando il concetto di nazione la sinistra si è suicidata (cosa che a lui non dispiace più di tanto) gli ho sentito dire cose molto lucide quando ancora le piccole Vysinskij non avevano scoperto il "maiconismo" (mai con Salvini, mai con Le Pen...) come improbabile scappatoia rispetto alle responsabilità storiche dei rispettivi partiti, e come vano tentativo di costruirsi adolescenzialmente, cioè per negazione delle ragioni altrui, un'identità di sinistra.
(...ah, comunque, per chiuderla con il "maiconismo": diciamoci tutto: io conosco entrambi i politici citati, che di difetti ne hanno molti, e hanno sicuramente fatto errori, ma non mi pare abbiano ancora fatto quello di chiedervi di fargli compagnia. Quindi, cari compagni, state sereni...)
La domanda di Gianni era quella che molti giornalisti si porrebbero, se non fossero impegnati con gli scatoloni (vedi sopra): ma perché gli olandesi, che tutto sommato appaiono come vincenti al gioco de Leuropa, sono animati da un risentimento tale da spingerli a rivolgersi a politici che ci vengono dipinti come pericolosi razzisti xenofobi ecc. (e magari lo sono: ma il principale danno che ci ha fatto la stampa cialtrona e bancarottiera è stato quello di screditare totalmente se stessa, per cui quando oggi un giornale scrive "bianco", tu sai che leggendo "nero" magari sbagli, ma meno che prendendo sul serio il gazzettiere prezzolato di turno)?
Questa domanda ha diversi risvolti, che non possiamo affrontare tutti in un unico post (anche avendo il tempo, che non ho, per scrivere poco). Come premessa, vi ricordo che per capire l'Olanda promette di essere utile il blog di Giulia.
Poi, specifico che intendo concentrarmi sui risvolti di carattere esclusivamente macroeconomico. Tralascio quindi quelli di ordine culturale, come ad esempio il fatto, menzionato da Bulgari, che un paese intrinsecamente liberale, quello nel quale da tutta Europa si venivano a stampare i libri proibiti (come è proibito per Tumulazione Comunista Il tramonto dell'euro), il paese dove fiorì Spinoza, magari affronti con disagio il contronto con altre culture meno tolleranti (confronto nel quale comunque non mi pare dia il meglio di sé). Ma non entro in questo: se affermare che il salario per i lavoratori è un problema a sinistra porta alla censura, non so a cosa potrebbe portare evocare quello che forse oggi è il principale problema delle classi subalterne.
Infine, voglio ricordare che gli sviluppi recenti del dibattito, in cui, come da noi ampiamente previsto, le élite periferiche, per sfuggire alle proprie responsabilità, si trovano costrette ad enfatizzare la dialettica Nord-Sud allo scopo di addossare le proprie colpe alla Germania, rischiano di spingerci a fare un errore che molti fanno: quello di considerare l'eurozona come un gioco a somma nulla, dove se qualcuno perde (e noi evidentemente stiamo perdendo), allora qualcun altro deve necessariamente vincere. Eppure, non ci dovrebbe voler molto a capire che in effetti l'eurozona è un gioco a somma negativa: non è che perché noi stiamo male, gli altri stiano bene. Lo dimostra il fatto che la crescita cumulata dell'eurozona nella sua breve storia è stata pari all'1.3% medio all'anno, contro il 2.1% degli Stati Uniti (i dati sono qui), e lo dimostra anche il fatto che all'interno di ogni singolo paese dell'eurozona il capitale (cioè i pochi) se è strenuamente battuto contro il lavoro (cioè con i tanti), al punto che sempre nello stesso periodo (quello di vita dell'eurozona: 1999-2016) la quota salari è diminuita ovunque, ma nell'eurozona di più: -2.2 punti a fronte di -1.7 negli Stati Uniti (i dati sono qui). Ora, se la quota salari scende, può anche darsi che il lavoratore in termini assoluti stia meglio (ma se il prodotto cresce poco, è difficile che sia così): in ogni caso sta peggio in termini relativi, e prima o poi se ne accorge.
Volevo quindi ripartire dal post sui salari alamanni, che all'epoca venne autorevolmente criticato (chissà se ora questo povero cretino vuole andare a dire la sua su Voxeu? Io all'epoca non ci persi tempo, nonostante le vostre numerose segnalazioni, semplicemente perché sapevo che sarebbero stati i tedeschi stessi ad ammettere il problema), per vedere come si colloca l'Olanda nello scenario europeo.
Do per scontate alcune definizioni, che qui vi riassumo:
Di tutta questa roba abbiamo parlato più volte nel blog. Ad esempio, della definizione di costo del lavoro per unità di prodotto abbiamo parlato qui, e della quota salari qui.
Apro e chiudo una parentesi, prima di entrare in medias res, per ricordarvi quale sterminata coorte di cialtroni ci siamo trovati a fronteggiare in sette anni di dibattito. Da quelli che ci accusavano di non parlare di quota salari, mentre stavamo parlando di salario reale e produttività (forse perché ignoravano l'ultima delle definizioni che vi ho riportato, il che impediva loro di capire che parlare di salario reale e di produttività significa parlare del loro rapporto, cioè della quota salari), a quelli che ci accusavano di truccare i dati perché non capivano la differenza fra salari nominali e salari reali, facendosi riprendere da blogger di provincia, privi di pubblicazioni scientifiche, i quali a loro volta ignoravano che la definizione del CLUP è per forza di cose nominale e che quello che conta in termini di competitività non è tanto il salario reale, quanto il rapporto fra i CLUP di paesi diversi, secondo questa ultima definizione che vi fornisco:
(dove un asterisco indica le variabili del resto del mondo in caso di tasso effettivo, o di un paese concorrente in caso di tasso bilaterale).
Insomma: una corte di miracoli di dilettanti (o, duole dirlo, professionisti) allo sbaraglio, accomunati da un unico intento: difendere lo stato delle cose, dal quale, devo supporre, traggono vantaggi, e da un'unica caratteristica: l'ignoranza dell'abbecedario economico.
Lo sottolineo solo per mettere in evidenza come ci sia più sinistra nello sforzo che ho fatto negli ultimi sette anni per spiegarvi queste definizioni, di quanta ce ne sia che negli ultimi 50 anni di storia delle piccole Vysinskij (e dei loro padri nobili).
Vorrei anche ricordarvi una cosa: siccome in economia conta la dinamica, cioè il movimento, la variazione delle grandezze considerate, magari è opportuno avere sempre in mente che:
ovvero: il tasso di variazione di un prodotto è uguale alla somma dei tassi di variazione dei fattori, il tasso di variazione di un rapporto è uguale alla differenza fra il tasso di variazione del numeratore e del denominatore.
Questo significa, ad esempio, che il tasso di cambio reale di un paese si apprezza (cioè cresce, cioè il paese diventa meno competitivo) se il tasso di crescita del suo costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, o ULC: unit labour cost) è maggiore di quello dei suoi concorrenti. Significa anche che il costo del lavoro per unità di prodotto può crescere molto perché crescono molto i salari nominali (con buona pace dei troll di provincia) o perché cresce poco la produttività.
Ecco: siccome abbiamo capito che questa cosa della competitività, cioè del rapporto fra costi del lavoro, è importante, andiamo a vedere come si sono mosse in questi ultimi anni queste variabili. Ci aiuta a questo scopo il database Productivity and ULC by main economic activity dell'OCSE. Lo uso per confrontare la situazione di Germania, Italia e Olanda (in ordine alfabetico).
Cominciamo quindi dalla dinamica del CLUP (in queste e nelle altre tabelle i numeri sono tassi di variazione percentuale annua, e in fondo generalmente riporto le somme, che approssimano la variazione sull'intero periodo considerato):
Come è noto, l'Italia ha sperimentato la crescita più elevata del CLUP negli ultimi 20 anni: circa il 42%, rispetto al 17% dei tedeschi. Quello che magari non vi aspettavate è che anche l'Olanda, per quanto virtuosa, ha visto una crescita del CLUP quasi doppia rispetto alla Germania, con dinamiche in certi periodi non dissimili dalle nostre. Lo vediamo plasticamente se rappresentiamo sotto forma di indice le grandezze riportate nella tabella:
Il fatto stilizzato più interessante dell'Olanda è l'immediata stabilizzazione del suo CLUP fra 2003 e 2006.
Ora, siccome la variazione del CLUP è data dalla differenza fra la variazione del salario (nominale) e quella della produttività, andiamo a vedere cosa è successo a queste altre due grandezze, cominciando dal salario:
E qui, sorpresa (o forse no)! I salari nominali olandesi sono cresciuti perfino più di quelli italiani: il 51% nel ventennio considerato, contro il 44% da noi e solo il 35% in Germania. Ma se i salari olandesi sono cresciuti più dei nostri, e il CLUP olandese è cresciuto meno del nostro, questo cosa significa? Significa che la produttività olandese è cresciuta più della nostra, e infatti:
Il prodotto per addetto da noi è cresciuto solo del 2% in un ventennio, in Olanda di dieci volte tanto, più che in Germania (circa nove volte tanto). Possiamo fare un rapido confronto degli andamenti di lungo periodo scomponendo la crescita cumulata del CLUP in quella delle sue componenti:
Direi che si vede abbastanza bene dove sia l'anomalia: l'unica cosa che cresce a una cifra fra il 1995 e il 2016 è la nostra produttività (i motivi li abbiamo spiegati qui, e con peer review qui).
Tornando alla domanda se e perché gli olandesi siano scontenti, può essere utile interrogarsi su quanto gli entra in tasca in termini di potere d'acquisto. Dobbiamo cioè confrontarci con il salario reale. Per farlo, visto che abbiamo già il tasso di crescita di quello nominale, ci servono i tassi di inflazione, cioè la variazione di P:
Vorrei farvi notare una cosa: non è che fra Olanda e Italia ci siano state poi enormi differenze in termini di inflazione cumulata. Sette punti in 22 anni sono lo 0.3% di inflazione in più all'anno. Decimali. Vi sembra mai possibile che uno 0.3 di differenza all'anno possa discriminare i virtuosi dai viziosi? Sappiamo già che uno dei motivi per i quali cioè accade è la totale rigidità del sistema (determinata dall'euro), ma non torno su questo qui e ora.
Sottraendo i tassi di inflazione alla variazione dei salari nominali, otteniamo la variazione dei salari reali:
E qui cominciamo a vedere qualcosa di interessante. Intanto, è evidente se consideriamo l'intero periodo, il salario reale (il potere di acquisto distribuito al singolo lavoratore) è diminuito solo in Italia, con una variazione totale -3%. In Germania non è aumentato moltissimo: del solo 4%. In Olanda è aumentato quasi dell'11%. Questo riflette le dinamiche che abbiamo visto sopra: una crescita dei salari cumulata del 44%, con un'inflazione cumulata del 47%, implicano che in Italia si sia vista una perdita del potere d'acquisto del 44-47=-3%. In Olanda, invece, con poco meno inflazione (41%) e molta più crescita dei salari (52%) ha visto una crescita del salario reale medio di circa l'11%. Attenzione: crescita spalmata su 22 anni, e quindi non particolarmente folgorante. Ma sempre meglio del bagno di sangue che abbiamo visto noi, e anche di quanto è successo in Germania.
Tuttavia, va notato che in tutti e tre i casi la crescita del salario reale è inferiore a quella della produttività del lavoro. Questo significa che ovunque, anche in Olanda, è diminuita la quota salari (ci torno dopo). Inoltre, osservate come sono andate lo cose nel tempo. Prima della crisi, fra l'adozione delle riforme Hartz nel 2002 e la crisi Lehman nel 2008, i salari reali sono diminuiti del 6% in Germania (-5.72%) e aumentati del 6% in Olanda (5.7%). Una situazione del tutto speculare, con l'Italia in mezzo (crescita di appena l'1% - in sette anni!). La situazione cambia con la crisi: i salari reali in Germania aumentano di quasi il 9%, diminuiscono da noi di quanto erano diminuiti in Germania (del 6%, cioè del 5.77% per i feticisti) e rimangono stagnanti in Olanda.
Detto in altri termini: l'Olanda, dalla crisi in poi, ha sperimentato un rallentamento della dinamica dei salari analogo al nostro. Il tasso di variazione dei salari reali, da noi come da loro, ha frenato di una cifra intorno ai sei punti. Da noi è diventato negativo, perché partivamo da quasi zero, e da loro è diventato quasi zero, perché partivano da sei punti. Ma la frenata è stata analoga, ed è piuttosto difficile che non se ne siano accorti, e che accorgendosene gli abbia fatto piacere.
Anche qui, può essere utile dare un'occhiata al grafico dell'indice costruito partendo dalle variazioni:
Credo si veda bene quale shock siano state le riforme Hartz (notate il calo dei salari reali in Germania). Il grafico, però, ci racconta un'altra cosa interessante: l'aggiustamento via svalutazione interna funziona in modo tale che chi sta bene con le crisi sta meglio, e chi sta male starà peggio.
Prendete il caso dell'Olanda. In teoria, sarebbe un paese "virtuoso" e "core" (cioè non "periphery"). Eppure dalla crisi in poi i salari reali, se pure non calano, nemmeno crescono. Perché? Ma perché anche loro devono comunque recuperare il divario di competitività dal paese "più uguale degli altri", evidenziato commentando il grafico sul CLUP, mentre solo il paese "più uguale degli altri" può permettersi di compattare le proprie fila distribuendo ai propri lavoratori un po' di quel surplus accumulato negli anni. Insomma, questo grafico ci racconta esattamente quanto ci diceva qui Porcaro anni addietro: per il semplice fatto di favorire squilibri fra le diverse economie, l'euro consente ai capitalismi forti di accumulare risorse che in caso di crisi consentono loro di sussidiare con mancette varie lavoratori. Pur non facendo recuperare a questi ultimi quanto hanno perso con le politiche di deflazione salariale competitiva, le mancette riescono però a frazionare politicamente i lavoratori europei. Il lavoratore tedesco dirà: "Ho fatto i sacrifici, ora voglio stare in pace, la crisi è un problema del Sud!", senza rendersi conto del fatto che i sacrifici che gli sono stati fatti fare sono stati il principale elemento destabilizzante del sistema, e individuando così il nemico di classe nel suo collega "pigro" del Sud, anziché nel suo padrone furbetto.
Naturalmente, visto che i salari reali hanno smesso di crescere, mentre la produttività continua a crescere, in Olanda sta diminuendo anche la quota salari. Alla fine, il paese dove la distribuzione del reddito si è alterata di meno è l'Italia, perché è sì vero che i salari sono scesi, ma la produttività non è tanto aumentata. Viceversa, dove i salari reali sono aumentati poco (Germania) o molto (Olanda), la produttività è aumentata molto di più, e quindi la distribuzione del reddito si è orientata molto più a vantaggio dei profitti. Notate che questo è successo in massimo grado nel paese che i nostri piccoli Vysinskij (e i loro collaterali) ci indicano come modello da seguire: la Germagna della Mitbestimmung. D'altra parte, ci sarà pure un motivo se il naturale approdo di un sindacalista che tradisce gli interessi dei suoi rappresentati è il Parlamento Europeo, no? Voi conoscete gli esempi nostrani, e qui vi fornisco un esempio transalpino.
Che conclusioni trarre da tutta questa storia?
Intanto, che l'Olanda non è la Germania: la dinamica dei suoi salari è molto diversa sia storicamente che nella fase attuale. Questa non è una banalità. Che l'Olanda non stia riuscendo a recuperare lo nota preoccupato anche il Financial Times, che si è accorto, con i consueti quattro anni di ritardo su Goofynomics, di un problemino di debito privato. Ora, avere redditi da lavoro stagnanti quando si hanno ingenti mutui da pagare, in una situazione in cui i tassi di interesse pressoché nulli, se alleviano "a rata der mutuo", al tempo stesso schiacciano i redditi da capitale, mentre i prezzi delle case precipitano, non è cosa che induca alla gioia. Forse il voto olandese non sarà condizionato in modo determinante dai fondamentali macroeconomici, ma se lo fosse gli olandesi avrebbero più di un motivo per votare contro chi li sta attualmente governando, e, naturalmente, contro l'euro, esattamente come noi.
Non so chi ci sia, lì, a impersonare la sinistra, ma a questo punto devo con sofferto realismo supporre che ci siano degli imbecilli come pressoché ovunque. Aspetto quindi fiducioso gli editoriali dei gazzettieri che stracciandosi le vesti inveiranno contro il suffragio universale che ci consegna ai populisti, mentre l'euro ci ha dato cinquant'anni, ma che dico: cinquanta secoli di pace.
Si apra la discussione...
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