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domenica 3 marzo 2019

Produzione scientifica (i coNpetenti...)

Il pomeriggio volge al termine, e non mi pare vero di aver passato tutta la giornata a casa. Fatemi spendere una mezz'oretta risicata, fra lo studio di una direttiva e quello di un disegno di legge, per mettere i puntini sulle "i" della parola "competenti". Ce n'è una sola, e in effetti il punto è uno, e solo uno. In ambito scientifico la competenza si misura coi risultati raggiunti in termini di pubblicazioni. Il resto interessa meno. Le pubblicazioni si valutano sotto almeno due profili: la quantità e la qualità (fare un'unica cosa bellissima e poi dormire sugli allori non è segno di grande vivacità intellettuale). La qualità, a sua volta, può misurarsi in tanti modi: soggettivamente, o con criteri oggettivi come il numero di citazioni, partendo dal presupposto che se un lavoro ha detto qualcosa di qualitativamente rilevante, di innovativo, di utile, sarà stato preso come riferimento da un numero elevato di lavori successivi.

Come vi ho spiegato in un altro post, per combinare queste due valutazioni (qualitativa e quantitativa) si usa un indice sintetico, il cosiddetto h-index, con l'acca di Hirsch. Un h-index pari a n indica che l'autore considerato ha n lavori citati almeno n volte. Quindi, un autore con 100 lavori dei quali uno solo citato 100 volte (e gli altri zero) avrà un h-index di uno, mentre uno con solo dieci lavori ognuno citato sole dieci volte avrà un h-index di 10. Naturalmente bisogna anche intendersi su cosa si intenda per pubblicazione scientifica, cioè su quale sia la "popolazione" (in senso statistico) da considerare per calcolare queste statistiche. Google Scholar è di manica abbastanza larga: considera ad esempio anche i saggi divulgativi (e quindi, nel mio caso, Il tramonto dell'euro). Il database utilizzato come riferimento dalla comunità scientifica italiana, in particolare ai fini dell'ASN, è, come vi ho spiegato a suo tempo, Scopus, che ha criteri di ammissibilità più stringenti. In effetti, quando fai domanda per l'abilitazione ti chiedono quante pubblicazioni scientifiche hai, e di queste quante sono Scopus, e di queste quante sono di classe A (tre insiemi sempre più ristretti, perché di qualità sempre più elevata - o almeno così si presume che sia).

Va anche notato che Scholar è di pubblico accesso, ma per avere un profilo (e quindi il calcolo del proprio impatto) occorre iscriversi. Scopus è a pagamento (è gestito da un editore molto prestigioso e abbastanza caro, Elsevier), ma il profilo degli autori viene creato automaticamente.

Credo possa essere un'utile informazione di servizio, e anche una risposta fattuale agli attacchi personali di quelli che "il professorino dell'università di provincia...", riportare gli h-index ad oggi di alcuni dei protagonisti del dibattito economico italiano, di alcuni dei tanti esperti che i media ci impongono plenis manibus.

Siete pronti?

Via!

Il professorino

L'onnipresente

Il collega della Camera bassa

Il collega della Camera alta

Il collega che ci ha ripensato

Il ministro Padoan

Il collega che "la crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata"

Un altro collega

Un nostro amico


Parità di genere

Ora non vorrei che voi mi accusaste di deriva sessista, in pendenza di 8 marzo, perché non ho citato alcune delle esperte di economia che i nostri media ci propongono nei dibattiti. Il fatto è che io ho cercato su Scopus Irene Tinagli e Veronica De Romanis (due fra le colleghe più presenti, almeno sulla base delle mie osservazioni - ma ammetto di non essere molto attendibile perché la televisione la guardo poco). Purtroppo non le ho trovate. Questo significa che o mi sono sbagliato (nel qual caso mi scuso), o loro non hanno pubblicazioni Scopus. Comunque, in almeno un caso questo dato bibliometrico è compatibile con l'evidenza di cui disponiamo.

Precisazioni e conclusioni

Dico che Daniel Gros ci ha ripensato, perché molto dopo aver scritto con altri One market one money (il saggio finanziato dall'Unione Europea per dire che l'unione monetaria era una buona idea) ha poi scritto questa ritrattazione. Se vi foste dimenticati di dove il professor Giavazzi ha emesso la sua previsione non azzeccatissima, vi aiuto io: qui. Questo per le precisazioni.

Per trarre le conclusioni, partirei da una sintesi: su sette protagonisti del dibattito economico e politico italiano, tre stanno meglio di me in termini di produzione scientifica (Nannicini, Gros, e Giavazzi), uno come me (ma è un pochino più anziano: Padoan), e tre peggio di me (Cottarelli, Marattin e Puglisi, ma va precisato che i secondi due sono più giovani di me e almeno uno, l'ultimo, recupererà senz'altro, dato che difficilmente l'attività politica gli sottrarrà molto tempo). Va notato che gli attacchi personali alla mia integrità scientifica, come in qualche modo è fisiologico che sia, non sono mai venuti da chi sta messo meglio di me (in particolare, col collega Nannicini ho un rapporto cordiale e rispettoso), ma, come sempre, da chi sta messo peggio (per pietas non ho aggiunto Scacciavillani, il cui h-index è 2). Mi tengo la mia aurea mediocritas, pensando che chi dà dell'incompetente a me lo dà, in re ipsa, anche a Pier Carlo, o, forse, semplicemente non sa di che cosa stia parlando. Possiamo anche dirci che forse onnipresenza non rima con competenza, e certamente non rima con produzione scientifica.

Ma anche qui ci sarebbe da discutere, e vorrei essere molto chiaro su un punto. Io sono entrato in questo dibattito conscio dei miei limiti e delle mie potenzialità, e ho portato argomenti scientifici e fattuali (dati, paper miei o altrui, ecc.). Per lunghi anni sono stato attaccato con argomenti ad personam sulla qualità e quantità dei miei paper peer-reviewed. Io continuavo a ragionare in termini di argomenti, ma visto che molti continuano a ragionare in termini di bibliometria, e visto che la bibliometria, per definizione, produce risultati misurabili, ho esposto questi risultati non perché ci creda particolarmente io, ma perché chi voleva attaccarmi li ha usati (a vanvera) contro di me. Peccato (per lui) che chi ne esce male non sia io! Quindi, ad esempio, il fatto che l'onnipresente Cottarelli abbia un h-index inferiore al mio è un problema per i tanti cialtroni che mi attaccano sulla base della mia produzione scientifica, non per me, che so riconoscere il valore dell'esperienza di economista applicato maturata da Cottarelli (esperienza che necessariamente ha sottratto tempo alla produzione scientifica). A contrario, il fatto che Giavazzi abbia un h-index stellare non mi impressiona più di tanto, perché previsioni sbagliate come quella da lui emessa nel 2007, o anche ritrattazioni come quella da lui fatta in sordina nel 2015 (quando, dopo aver sostenuto per anni le politiche di austerità sulla base del fatto che eravamo in una crisi di debito pubblico, ammise che la crisi era di debito privato, cosa che qui sostenevamo da anni), mi aiutano a dare alla bibliometria il suo giusto valore.

A questo proposito: e Rossini? Bè, Rossini è uno dei componenti della mia commissione di abilitazione, che votò contro di me sostenendo che "titoli e pubblicazioni scientifiche di
Alberto Bagnai non sono ritenuti sufficienti per il conferimento dell'abilitazione". In effetti, a quei tempi il mio h-index era 6. Sempre maggiore di 5, ma un po' più basso. Per fortuna io non credo nella bibliometria, e quindi ho considerato inoppugnabile la sua valutazione qualitativa, così come è un dato inoppugnabile che il collega che mi ha valutato condivida con Marattin non solo un h-index più basso del mio (che, come vi ho detto, non vuol dire molto), ma anche l'appartenenza allo stesso dipartimento, dove ho molti amici (il che, ovviamente, non vuol dire nulla).

La sintesi estrema è che si dovrebbero sempre rispettare gli avversari, e si dovrebbero valutare le persone dai loro argomenti. La pratica della politica insegna a farlo, vi assicuro. Mi dispiace per chi non ha potuto, né potrà mai, fare questa fondamentale esperienza di maturazione.

domenica 7 gennaio 2018

Il saccheggio del Made in Italy

(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)





Caro Alberto,

l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25 anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.

Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo intervento al goofy6:


Dalla mia credo di avere un lungo periodo di esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese. Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.

Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno, giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di cercare un minimo comune denominatore.

Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:


Come sottolineato in un tweet, Brazzale si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.

Si focalizza infatti, in particolare, sul tema della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.

Il fattore differenziale non risiede infatti nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia. Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero, apprezza e compra.

Intestardirsi, come continuano a fare Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività. Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.

Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in Moldavia.

In Turchia, il settore della pasta sta avendo un forte sviluppo negli ultimi anni.  Stanno comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia, stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma, soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore vuole mangiare italiano, a prescindere.

Non voglio dire che Brazzale solleva un problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale manca di cogliere è purtroppo un altro.

Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200 giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una discriminante e penalizzasse i piccoli?

Quanti studi farlocchi che dimostravano la insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale? Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.

Quanti fondi di private equity abbiamo visto all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare, tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?

Un’ultima riflessione, non specificamente legata al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo, distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.







(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)

mercoledì 29 novembre 2017

Fu vera Gloria? (Treccani #2)

(...eh, lo so, la vostra lista di priorità è diversa dalla mia: ma quella di cui mi occupo oggi è la seconda cosa più sgradevole accaduta nel corso del surrealistico dibattito alla Treccani (sottostima!): la più sgradevole e preoccupante è stata senz'altro vedere un nostro viceministro di ambito economico concionare sulla base di un totale scollamento dalla realtà statistica: cosa può andare storto, se la nostra classe dirigente è così preparata? Ma se la nostra classe dirigente è preparata così, un motivo c'è, e oggi vi spiegherò quale, rivolgendomi in modo cortese ma fermo a una gentile (?) collega (?). Sia chiaro, fin da ora, che non ne faccio una questione personale. Proprio come nel precedente Three dogs file, anche in questo caso il problema non sono io, che su di me certe sciocchezze scivolano come rugiada sul granito. Il problema è la difesa dell'integrità scientifica, che poi, salvo rari casi, è sempre correlata a quella morale, perché per fare buona scienza non ci vuole un gran cervello: ci vuole una discreta spina dorsale...)



"Vorrei prendere una via di mezzo, una terza via fra Bagnai e Veronica, che probabilmente avrebbe preso anche Stefano, se avesse parlato di più delle politiche di stabilizzazione nell'area euro. Ovviamente premetto subito che condivido all'ottanta per cento quello che dice Veronica, per nulla gli errori e le confusioni dell'altro".

(al minuto 2:01:15)



Gentile dottoressa,

nel sentirla pronunciare una valutazione così liquidatoria del mio intervento nel convegno de cujus sono rimasti alquanto dispiaciuto: non tanto per me, che, come mi appresto a mostrarle, ho decisamente altrove i miei tribunali (sarà un po' arduo spiegarle quali siano, perché vedo che non facciamo esattamente lo stesso lavoro, ma tenterò), quanto per Giorgio La Malfa, e un po' anche per lei.

Per Giorgio La Malfa, perché Giorgio, come lei forse sa, mi ha chiamato a far parte del Comitato di indirizzo della Fondazione Ugo La Malfa, comitato al quale anche lei appartiene. Povero Giorgio! Come ci rimarrebbe male se sapesse di aver coinvolto in quella veste una persona che commette "errori e confusioni"! Suppongo che Giorgio, cooptando un cialtrone quale lei mi ha dipinto, si sia profondamente screditato ai suoi occhi, e se mai ha visto il filmato, se ne sarà reso conto e ne soffrirà: avere la disapprovazione della Bartoli gli avrà certamente tolto il sonno.

Ma sono rimasto male anche per lei.

Vede, io non so come dirglielo, ma con quella sua frasetta sbrigativa lei ha attirato la mia attenzione: chi sarà mai questa gentile signora che incontro solo in questi augusti consessi romani, un po' polverosi e molto autoreferenziali, e della quale mai mi è capitato di leggere una riga nel corso di trent'anni di attività di ricerca scientifica? Da dove trae presso gli astanti, e da dove crede di trarre presso di sé, questa elegante signora, l'autorevolezza che le consente di liquidare un docente universitario come fosse un cialtrone qualsiasi, e questo mentre riserva parole di sostanziale approvazione a persone pressoché prive di titoli scientifici? Un attacco così diretto ("errori e confusioni") in un talk show sarebbe normale. Ma al di fuori di simili sedi (che lei non frequenta, o almeno non mi risulta, perché temo che la sua opinione non interessi a molti...), e in particolare in sedi scientifiche, capita molto di rado che una persona contesti un'altra senza fornire uno straccio di argomento. Un simile atteggiamento paternalistico se lo potrebbe permettere, ma solo in contesti provinciali, e sbagliando, solo chi fosse al culmine della carriera accademica (professore ordinario, magari anche direttore di dipartimento, e magari anche presidente di qualche importante società scientifica), o chi avesse in ogni caso una comprovata esperienza di ricerca nel campo in cui si esprime, attestata da decine di pubblicazioni scientifiche, soggette a peer review, o almeno da qualche saggio che abbia avuto un minimo di impatto, se non scientifico, almeno sull'opinione pubblica.

Ora, vede, dicono di me che io abbia un pessimo carattere.

In realtà, non è così, perché la risposta al suo attacco era lì, sulla punta della lingua. Certo, io posso aver fallato, nei miei lavori. Il modo più sicuro per non sbagliare, del resto, è non agire. Una rapida consultazione al database accademico più autorevole, Scopus della Elsevier (che ho presentato ai miei lettori in questo post) ci chiarisce immediatamente da dove Ella tragga la sua adamantina certezza di poter giudicare i vivi e i morti:


La trae da un antico e saggio detto popolare: chi non fa non falla. E lei, che fino a quando ci siamo incontrati deve evidentemente essere stata una persona molto avversa al rischio, ha risolutamente scelto di non sbagliare, non facendo (in termini di ricerca scientifica: ma di cosa stavamo parlando?).

E c'è riuscita benissimo (complimenti!), tant'è che per Scopus pare lei non esista!

Per carità, Mondo Cinese, o Bancaria, le riviste dove lei scrive, saranno senz'altro delle oneste riviste di rilevanza locale. Non credo però che nessun essere senziente le metterebbe sullo stesso piano, poniamo di China Economic Review o del Cambridge Journal of Economics, no?

Nulla di grave.

Questo non le impedisce di insegnare Prospettive Macroeconomiche Globali (?) in una prestigiosa università romana, suppongo a contratto, perché non la trovo nemmeno nel database dei docenti di ruolo:


Il problema, eventualmente, sarà dell'ateneo, che avrà giustamente soppesato la sua congrua esperienza professionale come consulente di quei governi che (non solo per merito suo) hanno condotto l'Italia sul ciglio del baratro, ritenendo che questa potesse più che compensare una sostanziale assenza di titoli scientifici. A me piace il sistema anglosassone, quello dove le università scelgono, e poi raccolgono i frutti (più o meno maturi) delle loro scelte...

Il freddo dato bibliografico ci spiega, fra l'altro, come mai lei si trovasse così a suo agio con certe persone che profferivano teorie economiche superate e favolistiche (austerità buona e austerità cattiva...). Chi si somiglia si piglia (oggi parlo per proverbi, così ci capiamo):



E certo che anche la dott.ssa De Romanis rischia di non aver fatto molti errori, o, più esattamente, di non averli messi per iscritto...

(...per vostra conoscenza - i miei lettori già lo sanno - uno che fa ricerca somiglia a questa cosa qua:


e a fine anno ci saranno altre due pubblicazioni in lista...) 

Fatto sta che oltre alla scarsa familiarità con la buona educazione (scientifica) e con la scrittura (scientifica), il suo intervento dimostrava anche una certa qual distanza dalla pratica della lettura (scientifica). Eh, sì: perché al termine di un breve resoconto nel quale avevo citato, nell'ordine: Bruno Frey, Giandomenico Majone, Dani Rodrik, Rudiger Dornbusch, Paul De Grauwe, Willem Buiter, Wolfgang Streek, Kevin Featherstone, e Peter Bofinger, il fatto che lei parlasse di errori miei, quando di mio, in quanto avevo detto, non c'era nulla, trasmetteva con plastica evidenza la sensazione che lei non avesse mai frequentato gli scritti di questi signori, che invece sono familiari ai lettori del mio blog, nonostante fra questi ultimi molti (non tutti) abbiano con lei una cosa in comune: il fatto di non essersi mai sottoposti a una peer review (e quindi di non essere su Scopus).

Se avesse seguito con più attenzione, avrebbe notato che il nano Bagnai non era venuto da solo in così augusta sede: aveva portato con sé, per sicurezza, una squadra di giganti. Si sarebbe così spiegata per quale motivo Vincenzo Visco, persona lucida e colta, si fosse sentito in dovere di intervenire per difendermi: per il semplice motivo che mi era stato a sentire, e sapeva che io, in quella sede di divulgazione alta (o come tale percepita), avevo semplicemente svolto il mio compito di divulgatore di verità scientificamente accertate. Ma lei ha preferito non ascoltare, salvo poi esibirsi in un attacco di stampo televisivo.

Ecco, gentile Gloria: senza rendersene conto, agendo così, la terza via l'ha presa: e ora sa anche dove porta.

Quando mi rivede, in FULM, accetti un consiglio: faccia tranquillamente finta di non riconoscermi, e così farò io, senza eccessiva difficoltà. Ma la sconsiglio di commentare qualsiasi cosa mi accada di dire, perché io posso essere gentile una volta sola: quella in cui, per umanità, lascio che sia l'uomo a prevalere sullo scienziato. Poi, però, deve parlare lo scienziato, anche a costo di dire cose che non tutti possono intendere (cosa che a me, invero, capita di rado, perché mi capiscono sempre tutti molto bene, e certamente mi ha capito anche lei, nevvero?). Mentre sarò disponibile a confrontarmi con chiunque voglia portare argomenti, non tollererò altri attacchi apodittici di questa portata da chi oggettivamente non ha titoli scientifici pari ai miei, e questo non per tutelare la mia persona, che non ne ha bisogno, ma il mio ruolo come docente di politica economica abilitato da ordinario. Questo desidero sia chiaro. L'università italiana è una cosa seria, nonostante tutto. Questo probabilmente sfugge a chi non la vive dall'interno, ma l'importante è che non sfugga il messaggio principale: simili atti di teppismo verbale non saranno più tollerati.


(...e due...)

lunedì 13 novembre 2017

#pirreviù6: Scholar, Scopus, IDEAS, and all that...

In questo blog ci siamo occupati, illo tempore, di Gallino, ma mai di Galli, fino a questa mattina, quando un nostro amico ha lasciato questo commento:

ALBERTO49 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Emiliano e l'aritmetica del debito pubblico":

Tra i tanti Galli non trovo Giampaolo. E' magari un po' arruginito, invece di fare chichirichì fa pio pio!

Postato da ALBERTO49 in Goofynomics alle 13 novembre 2017 10:58

Essendo Alberto49 un protégé di Rockapasso, mi vedo costretto a intervenire. Parlare di Gallino ci dette l'occasione per mettere in chiaro cosa intendessimo per operazione di verità politica. Parlare di Galli ci permetterà di chiarire cosa si intenda per produzione scientifica, e in particolare come si misuri quella peer reviewed. Visto che per anni siamo stati accusati dalle squadracce liberiste di essere "ai margini della comunità scientifica", di "non avere articoli peer reviewed", l'operazione non è priva di interesse.

Il riferimento fatto da Alberto49 alla base dati IDEAS è un pochino impreciso. In effetti, su IDEAS Galli compare: basta cercarlo. O meglio: compaiono alcune sue pubblicazioni. Lui no, perché su IDEAS, come su Google Scholar, il profilo dell'autore compare solo se l'autore decide di crearlo, decisione presa normalmente da ricercatori attivi, che hanno interesse a distribuire le loro ricerche nella comunità scientifica. Restano esclusi alcuni casi estremi. Ad esempio, se cercate Krugman (non le opere: l'uomo) su Scholar non lo trovate, così come non ci trovate Galli (se cercate me sono qui). Non sto dicendo che Galli sia un Krugman (o viceversa): sto dicendo che, come ogni distribuzione, anche quella della produzione scientifica ha due code, e non è difficile intuire in quali code cadano i due studiosi che cito. Galli, essendo del PD, cade ovviamente nella coda sinistra della distribuzione (qualcuno la spieghi a chi non l'ha capita)!

Google Scholar, essendo gestito da Google, dispone di un database bibliografico sterminato, ma di qualità piuttosto variegata. Comunque, il fatto di poter attribuire a ogni autore registrato le sue pubblicazioni, e di poter verificare se queste sono state citate da altri autori (registrati o meno), consente a Scholar di attribuire un "punteggio" a chi si registra. Io, ad esempio, in questo momento ho 468 citazioni su Scholar (di cui 69 per Il tramonto dell'euro),e un h-index di 11, il che significa che almeno 11 delle mie 77 pubblicazioni sono state pubblicate almeno 11 volte ciascuna (la mia undicesima pubblicazione in ordine di citazioni decrescenti è un lavoro sulla sostenibilità del debito nei PECO, apparso su Economic Bulletin, che ha avuto, appunto, 11 citazioni).

Notate che il famigerato GEV 13 (gruppo di esperti della valutazione dell'area 13, quella di economia), si serve di Google Scholar per diversi scopi, fr cui quello attribuire "punteggi" alle riviste (l'idea è che le riviste dove compaiono gli articoli più citati siano migliori, il che, da quando conoscete gli economisti, credo vi appaia facilmente come un'idea piuttosto bislacca: tuttavia, altri criteri ovvi a disposizione non ce ne sono). Questa scelta è stata criticata fin dall'inizio e i motivi sono facili da comprendere (qui una spiegazione più tecnica). Sottolineo che li condivido, anche se Scholar mi "premia": su Scholar il mio lavoro più citato è un libro non pirreviùd (peer reviewed), cioè il Tramonto dell'euro, e di pubblicazioni ne ho ben 77, dato che Google carica su tutto, comprese le mie dispense di vent'anni or sono per il corso di econometria (io nemmeno sapevo più che fossero in giro, ma Google le ha individuate in chissà quale server), o gli articoli su MicroMega. Scholar quindi è un indicatore abbastanza grezzo della qualità scientifica di un autore. Diciamo che non esserci, se non sei Krugman, non è un buon segno, ma esserci non è una garanzia.

Con IDEAS il caso è diverso, e questo perché IDEAS associa agli autori le pubblicazioni fornite da collane riconosciute dal database (e quindi: o riviste scientifiche, o collane di working papers registrati presso il servizio, il che implica un minimo controllo sulla scientificità della pubblicazione da parte dei gestori). Ovviamente ci sono anche qui dei problemi. Certe riviste (ad esempio il Cambridge Journal of Economics) non sono assidue nel trasmettere i dati a IDEAS. Ma, d'altra parte, Scholar fino a poco fa non prendeva in considerazione certe riviste importanti (quelle di Elsevier, vedi infra). Il punto però è che su IDEAS magari non troverete tutto, però quello che troverete non sarà annacquato dagli articoli di MicroMega o dalle dispense, perché MicroMega non è considerata rivista scientifica e le dispense non sono un lavoro di ricerca e non sono pubblicate. Tuttavia, ancora una volta, l'iscrizione a questo database è volontaria. Ci finisci solo se decidi di finirci, e non hai incentivo a finirci se non hai niente da dire (caso di scuola: economista del PD), o se tutti sanno quello che hai detto (caso di scuola: premio Nobel).

Qui finiscono le possibilità a disposizione dei comuni mortali, e si entra in quelle riservate agli addetti ai lavori, la più importante delle quali è Scopus. Scopus e Scholar hanno in comune la natura "privatistica". Scopus è gestita da Elsevier (forse la più grande casa editrice scientifica), mentre Scholar è gestito da Google (IDEAS invece è gestito da una rete di volontari). Per il suo funzionamento, Scopus (a differenza di Scholar) dà qualche garanzia di scientificità in più, e infatti, come forse saprete, per accedere alle abilitazioni scientifiche nazionali bisogna avere un certo numero di articoli elencati da Scopus. Per la precisione, questo riguarda chi concorre nei cosiddetti settori bibliometrici. Economia non lo è, ma avere pubblicazioni su Scopus è comunque rilevante per i più svariati motivi, che vanno dalla valutazione della qualità del dipartimento, alla distribuzione dei fondi di ricerca.

Ora, a differenza di IDEAS e di Scholar, su Scopus ci si finisce in automatico purché si sia fatto un qualche lavoro che il gestore considera scientificamente rilevante (quindi, tutti quelli della casa editrice Elsevier, ma non solo). Questo significa che mentre se non sei su Scholar, può anche essere che tu sia Krugman, su Scopus, se hai fatto una pubblicazione scientifica, ci sei per forza, e quindi chiunque può vedere cosa hai fatto e quanto gli altri lo abbiano trovato interessante. Di converso, se non ci sei, significa che scientificamente non esisti (nel caso di Scholar e IDEAS non si può giungere automaticamente a una simile conclusione).

Questo per la parte teorica.

Come esercitazione, vi lascio interpretare due schermate fresche di giornata:






Ora: queste evidenze spiegano perché certe persone parlino di svalutazioni catastrofiche del 30%, o di coefficienti di pass through uguali a uno, ecc. ecc., e altre no. Non ci spiegano però perché le prime vengano anche ascoltate quando dicono cose del genere (e, aggiungo: ascoltate da colleghi...), mentre le altre no. Non saprei aiutarvi a capirlo, e non mi interessa: io mi occupo di scienza, che è una cosa che si fa coi dati, e i dati sono qui. I sogni, le profezie di sventura, il wishful thinking e gli (un)educated guess li lasciamo a chi non ha dati da portare nel dibattito. Il loro nome è Legione (un altro lo conosciamo), ma noi abbiamo un alleato: la scienza, che non paga ogni sabato.

Sareste sorpresi, se foste dei professionisti, di vedere quanto poco consistenti siano certe persone che salgono in cattedra per fare lezioncine, e quanto la vostra percezione istintiva, basata sul buon senso e su una connaturata onestà intellettuale (quella che trae alimento dalla volontà di risolvere un problema vero e pressante), sia in effetti allineata con certi astratti e astrusi indicatori cui la comunità scientifica (quella vera) si rivolge quando deve capire con chi ha a che fare. In altre parole: se qualcuno, poniamo, vi dice che se votate male l'anno dopo ci sarà una recessione del 4%, o che se non si fa la riforma tale la Luna cadrà nel Pacifico, di una cosa potete essere certi: che quel qualcuno, nella stragrande maggioranza dei casi, scientificamente non esiste. Di converso, uno può anche essere una persona di buon senso, avere una sua genuina e istintiva comprensione dei fenomeni economici, senza aver mai buttato giù una riga. Può darsi, e questo non sarò certo io a negarlo. In questo caso, il de cujus sarebbe ingiustamente penalizzato da indicatori quali il numero di citazioni, o l'h-index. Per questo motivo io, tendenzialmente, sono restio ad utilizzarli: preferisco analizzare gli argomenti.

Ma, vedete, quello che vorrei farvi notare è che chi nel corso del tempo è venuto ad aggredirmi sulla base di una mia pretesa inferiorità scientifica valutata con criteri formali spesso era messo peggio di me secondo gli stessi criteri che brandiva contro di me! Si sono visti blogger stralunati, che in vita loro non avevano mai scritto neanche una cartolina alla fidanzata (per mancanza di fidanzata, essendo in nove casi su dieci dei pustolosi nerd reduci da studi ingiengngngngieristici...), rischiare una querela o comunque una causa per danni affermando che io non avessi lavori peer reviewed! Si sono visti colleghi con h-index, citazioni, e pubblicazioni in fascia A inferiori alle mie, senza una pubblicazione in economia monetaria internazionale, venire sulla pubblica piazza a sindacare sulla qualità del mio lavoro, svolto in ambiti dei quali loro nulla sapevano, con un gesto non solo di pessimo gusto, ma anche autolesionistico (perché poi gli indicatori sono lì: le basi dati ci sono, e le conosciamo tutti)...

Di converso, chi vale più di me tende ad avere rapporti civili con me. Mi riferisco a Zingales, che mi cita in uno dei suoi ultimi lavori (il che mi permette di farmi una ragione dei giudizi negativi espressi dal Raparo), o a Perotti, che sarà con noi a Pescara.

Ed è questo è il lato amaramente divertente della vicenda. Divertente, ovviamente, per gli addetti ai lavori. Gli altri posso immaginare che siano rimasti impressionati, a leggere certi giudizi sprezzanti sul mio conto. Ma di norma, se poi mi hanno visto, e hanno potuto confrontarmi con chi mi attaccava, Lombroso ha fatto il suo lavoro.

Amen.


(...nota: su Scopus il mio h-index è 6, e ho 21 pubblicazioni - 7 volte quelle di Galli [ricorda qualcosa?], che hanno ricevuto in totale 85 citazioni. Tenete a mente questi numeri...)

giovedì 3 agosto 2017

Il piacere della scienza

(...considerazioni da me pienamente condivise di uno che il mestiere lo sa...)


Vincenzo Cucinotta ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il mestiere della scienza": 

Il problema è che l'ideologia liberale ha ormai trionfato nel mondo e ormai deve temere solo sé stessa, la propria voracità.

Dopo un'esperienza millenaria, il capitalismo ha deciso di far fuori l'Università, perché non potendo tollerare che esistano istituzioni che si collochino al di fuori della logica del sistema, essendo ormai diventato un sistema dogmatico come si trattasse di un regime teocratico, pretende di estendere al mondo intero un processo di aziendalizzazione, e così anche la ricerca universitaria si è trasformata, il ruolo dei docenti universitari è mutato profondamente.

Parlo ovviamente dal mio particolare punto di vista di chimico, quindi di una scienza dura.

Nella mia vita, ho vissuto la mia professione di docente di chimica come una passione, cioè come un interesse che ti consuma, ti brucia, tanto che da giovane ho trascorso interi week-end allo strumento senza badare a coltivare attività alternative che altri avrebbero trovato più gratificanti.

Non io, non un vero ricercatore scientifico, che è innamorato del proprio lavoro, e che alla fine ringrazia la società per essere pagato per divertirsi.

Si viveva con pochi mezzi a disposizione, con salari appena superiori a quello dei docenti della scuola media, e questo portava a una specifica forma di selezione, ad attirare soltanto coloro che la professione la amavano davvero, in cui la curiosità scientifica era in grado di prevalere su qualsiasi altra motivazione vitale.

Ora, ci vogliono manager, ci pagano anche molto meglio di allora, mediamente la media non è distante dal doppio del salario di un docente di scuola media.

In compenso, hanno istituito l'ANVUR ed i suoi parametri cervellotici, ci finanziano in funzione dell'oggetto della ricerca come stabilito dagli industriali in sede UE, ci discriminano e discriminano le istituzioni di appartenenza in base agli stessi parametri e finanziamenti ottenuti.
Il risultato non può che essere che la selezione avviene in base alle condizioni stabilite, il prevalere di soggetti che forse persino odiano la ricerca scientifica, ma ne amano il potere ed il denaro connesso a questi, e magari li usano come trampolino di lancio verso altri più ambiziosi traguardi.

Di conseguenza, le Università sono diventate un luogo terribile, dove prevale la competizione più sfrenata ed anche più sleale, dove si passa il tempo a capire come ottenere quel finanziamento, come creare un gruppo di interesse a livello UE, una cordata a cui aggrapparsi per potere emergere, e come pubblicare quanti più articoli possibili esercitando la propria immaginazione a una minuziosa suddivisione dei risultati, della scelta della rivista, perfino dell'inclusione di collaboratori fittizi che poi ricambieranno il favore.

Non dico certo che l'ambizione sia iniziata qui, dico che essa ha coabitato con chi preferiva il piacere scientifico anche sacrificando la carriera, ma avendo comunque la possibilità di sopravvivere. Ora non più, questi personaggi un po' strampalati che non seguono i criteri sociali dominanti sono stati espunti anche dal mondo accademico.

Ricordo che nelle scienze sperimentali dure, il lavoro è sempre di equipe e l'esigenza di mezzi finanziari è connaturata a questo tipo di ricerca più che in altre aree, e quindi non potere accedere a finanziamenti, non potere avere giovani collaboratori perché il collega ha prodotto tonnellate di cartaccia mentre tu facevi ricerca scientifica, ti ha precluso anche queste.
Come dicevo, così si è uccisa l'istituzione universitaria e con essa quell'aspetto ludico, del tutto libero, della ricerca che è strettamente correlato a un vero avanzamento del sapere.

Non è un caso che oggi si moltiplichino gli studi che portano a una conoscenza sempre più approfondita ed esauriente di comparti disciplinari, e che contemporaneamente langua invece una vera espansione delle conoscenze in campi davvero ancora inesplorati. Se chi decide cosa finanziare proviene dall'industria, mi pare ovvio che si macini sempre la stessa roba: sarà sì sempre più fine e raffinata, ma sempre quella rimane.

Uccidere l'università significa porre fine ad un'esperienza di civiltà (quella occidentale) ormai millenaria e che ha portato sicuramente a modalità di vita migliori, per farsi assoggettare alla voracità di pochi capitalisti in definitiva dementi.



(Ndr: Vincenzo Cucinotta è ordinario di CHIM/01 presso il Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Catania. Emphasis added.)

(...il mondo dei liberisti è un mondo squallido perché triste come le loro persone e angusto come i loro obiettivi. Anche una iena ride, ma solo l'uomo si diverte, che poi, etimologicamente, significa che può deflettere da quell'obiettivo di ottimizzazione che le strategie evoluzionistiche assegnano agli animali, e che i liberisti impongono all'uomo. In questa rivendicazione della libertà, del piacere, e del carattere ludico della ricerca c'è più di quanto voi dilettanti possiate apprezzare. Eppure, la storia della Scienza potrebbe insegnarvi che molti risultati determinanti si sono presentati, all'inizio, sotto le spoglie di un "curiosum" apparentemente inutile, che Lascienza del tempo considerava irrilevante, e che Leuropa del tempo non considerava "strategico"...)









mercoledì 2 agosto 2017

Il mestiere della scienza

(...in settimana dovrei restituire tre referee report a tre distinti giornali: due in classe A - seconde letture - e uno Scopus - i colleghi sanno di che si tratta. I primi due, fra l'altro, sono seconde letture. Mi pare sia invalso l'uso di assegnare ai paper su temi "caldi" - che sono quelli dei quali mi occupo io - tre referee. Inoltre, almeno Elsevier, probabilmente la più rilevante fra le case editrici, ha preso l'abitudine di inviarti, quando ti chiede la seconda lettura, anche i report degli altri peer reviewer - Bagnai pirreviuuuueeeeeer! - il che, in un certo senso, costituisce una specie di pirreviù della pirreviù, perché dai rapporti degli altri puoi capire se le tue preoccupazioni e le tue curiosità circa il paper erano o meno condivise da altre persone che l'editor ha ritenuto, come te, competenti a livello internazionale, ma delle quali non sai assolutamente un accidenti di nulla - oddio: di una di queste una cosa la so, ed è che pensa che l'uscita dall'euro sarebbe un disastro perché sarebbe un disastro: argomentazione molto scientifica che si evince dal suo report. Non posso dirvi di più perché la pirreviù dev'essere anonima: se non è anonima, che pirreviù è? Tuttavia, non sempre le riviste in economia rispettano la regola del "doppio cieco" (tu non sai chi ha scritto, e chi ha scritto non sa che tu lo hai valutato) - e infatti quelle che lo fanno lo dichiarano, il che significa che spesso, come referee, mi viene detto chi è l'autore del lavoro, e, in ogni caso, è facilissimo, in tempi di Internet, risalire ad esso: nella maggior parte dei casi basta mettere in Google una qualche frase del paper per reperirlo su qualche "research repository" di qualche Intranet di qualche università. Molti paper prima sono stati working paper, proprio per consentire alla comunità scientifica un primo scrutinio dei risultato, prima di sottoporre questi a una rivista che ne certifichi la definitiva validità - che è parola diversa da "verità". Quindi capire chi ha scritto cosa è piuttosto semplice, ed è anche la prima fonte di conflitto di interessi, data la natura intrinsecamente faziosa e mafiosa della mia professione - nel male e nel bene! L'idea che un paper venga "stoppato" - alla Bergomi, noto pirreviuer della nazionale italiana - semplicemente perché prodotto da un esponente di una scuola di pensiero o di una cordata accademica avversa alla propria, nonostante le analisi proposte siano perfettamente valide, e magari nonostante tu sia d'accordo, anzi, magari proprio perché sei d'accordo, hai scritto anche tu un lavoro simile che è in valutazione, e non vuoi che il lavoro del tuo concorrente esca prima del tuo!

Del resto, vi ho raccontato due mie esperienze di autore che "subiva" pirreviù altrui, proprio per spiegarvi la logica del metodo. Una riferita a un paper sulla Cina, inviato a una rivista in fascia A, e poi pubblicato in parte come capitolo di un libro edito da Routledge, e in parte come articolo su una rivista in fascia A migliore della prima cui mi ero rivolto. La risposta del referee fu che il mio articolo andava respinto perché prevedeva che la Cina non sarebbe cresciuta per sempre al 10%. In effetti l'articolo, nel 2007, prevedeva per la Cina del 2017 una crescita molto simile a quella che si sta manifestando - un rallentamento, in particolare - perché questo era implicito nei parametri strutturali dell'economia cinese valutati secondo un approccio assolutamente ortodosso - un modello di crescita à la Solow. La verità in quel caso era (come ho poi saputo, perché sei miliardi non è un numero infinito, e la comunità scientifica è un insieme molto più ristretto) che il referee, un cinese, semplicemente temeva che un modello fatto meglio del suo entrasse nel mercato, e quindi voleva tenermi fuori. Sarebbe stato l'editor a dover valutare la coerenza del rilievo del mio collega: ma gli editor preferiscono tenersi il prestigio della loro carica ed evitare le grane. Ovviamente questo implica che si lascino spesso sfuggire lavori che darebbero prestigio alla loro rivista semplicemente per il semplice fatto di riportare previsioni azzeccate. Mi avete mai visto preoccupato per il rallentamento dell'economia cinese negli ultimi anni? Non credo. Eppure quanti, da anni, vanno vaticinando di una crisi epocale che però... però... non arriva mai! Certo, alla fine qualcosa succederà, chi può negarlo! Ma intanto è successo quello che diceva il mio modello, tant'è che quando i conformisti di Project Syndicate hanno - finalmente - detto che era ora di smettere di preoccuparsi del rallentamento dell'economia cinese io ho commentato con un laconico "I never did"... e ho cominciato a preoccuparmi!

La seconda riferita al paper sull'impatto macroeconomico di una dissoluzione dell'Eurozona, che in una versione precedente, sottoposto a un'altra rivista di classe A, era stato rifiutato dal referee con questo argomento: "Sulle simulazioni non ho nulla da dire, mi sembrano sensate, ma l'autore dovrebbe anche riportare argomenti a favore dell'euro". Evidentemente il calendario del referee era fermo al 1990, anno in cui trattare dei pro e dei contro sistematicamente avrebbe avuto un senso - e infatti non lo si fece. Nel 2017, alcuni decenni dopo, la letteratura sui pro è striminizita e per lo più in conflitto di interessi - essendo quasi tutta finanziata direttamente o indirettamente dalle istituzioni la cui sopravvivenza è legata all'euro - mentre quella sui contro è piuttosto ampia e articolata. Insomma: secondo il referee avrei dovuto fare come Hegsted: ignorare una letteratura ampia e in crescita e concentrarmi su una letteratura minoritaria e un pochino claudicante. Se lo avessi fatto, il mio paper sarebbe stato Lascientifico, cioè conforme ai suoi pregiudizi.

Voi mi conoscete, e quindi sapete che io interpreto in modo diverso il mio ruolo di pirreviuer. Basta un dato: difficilmente un mio report è meno lungo di tre pagine, e in ogni caso contiene tutte le parti che deve contenere secondo scienza e coscienza: una mia sintesi del lavoro, perché l'autore possa valutare se io ho capito cosa lui vuole dire; un mio elenco di osservazioni principali, di cui l'autore deve tener conto se vuole pubblicare il lavoro - se ho da farne - accompagnate sempre da indicazioni costruttive, dall'indicazione di altri studi che potrebbe voler o dover tenere in considerazione, ecc.; un elenco di osservazioni secondarie, che spesso sono sviste o ingenuità espositive sulle quali intervenire per dare coerenza al lavoro; un elenco degli errori fattuali - refusi, errori grammaticali o sintattici, ecc. Non ho mai, e dico mai, scritto come referee i "no perché no" che ho letto come autore (sopra vi ho dato due esempi). Ma io ho un'etica, che non posso chiedere a tutti di avere.

Da cosa traggo quindi la mia fiducia nel metodo scientifico?

L'avrete capito: da me stesso. Ho fiducia nel metodo scientifico perché sono uno scienziato, so come lavoro, e so di non essere una persona eccezionale. Il fatto che nella mia carriera abbia incontrato più di un paio di coglioni nulla toglie al fatto che io, o i miei colleghi di dipartimento - coi quali spesso ci scambiamo idee sui referaggi che dobbiamo fare - lavoriamo bene perché abbiamo deciso di lavorare bene. Lo stesso suppongo accada in tanti altri dipartimenti, e infatti, al netto di questi due imbecilli - un cinese e un Leuropeo - dei quali vi parlo sopra, normalmente i miei lavori hanno risentito sempre positivamente delle osservazioni dei pirreviuer - incluso il più controverso, quello sulla dissoluzione dell'Eurozona.

Questo è quello che dovrei fare. Quello che farò è una cosa diversa: a ovest della mia attuale residenza ci sono delle scogliere di granito. Ci porterò la mia famiglia. Ma prima condivido con voi qualche riflessione...)

Il post precedente suscita una quantità di riflessioni pressoché sterminata, molte decisamente fuori portata per chi non fa il mestiere della scienza, e alcune anche per chi lo fa, poiché riconducono ad aporie che questo mestiere ancora non ha risolto, né credo potrà mai risolvere, data la sua natura intrinsecamente politica (l'uomo è un animale politico, per il semplice fatto che vive per lo più in polis - un po' come api e formiche, che però, come sapete, hanno da tempo fatto il loro referendum, scegliendo la monarchia assoluta come regime più confacente ai loro bisogni: e un giorno governeranno il globo quando noi ci saremo suicidati).

Credo però che il suo messaggio principale sia assolutamente accessibile a tutti, e tutti dovrebbero rifletterci, anche alla luce dell'elzeviro - torna l'Elsevier! - di apertura. Vi ricordate di quando Maurice Chevalier rammentava che la vecchiaia non è poi così male, se si considera l'alternativa? Ecco: il senso del post precedente era proprio questo: anche la Scienza, e perfino Lascienza, non sono poi così male, se si considera l'alternativa.

Ai più torpidi, per nascita, perché in vacanza, perché oppressi dalla digestione, fornisco la chiave di lettura.

Quello che rende la vecchiaia preferibile alla sua alternativa è che questa, cioè la morte, per definizione non consente di valutare alternative. Da morto non hai scelta. Da vecchio sì (inclusa quella di non volere scelta). Ora, come credevo dovreste aver capito, nonostante gli inevitabili conflitti di interessi, nonostante le ovvie fallacie del processo di peer review, nonostante la natura umana e quindi fallibile dei suoi praticanti - solo Marione nostro si crede Dio e parla di irreversibilità - la Scienza consente sempre di valutare alternative. Magari non subito. Ma lo fa.

Tanto per essere chiari, Virchow, di cui vi parlavo nel post precedente, quello che affermava e rivendicava la natura "politica" (cioè sociale) della scienza medica, oltre a questa cosa, giusta, ne ha dette anche tante sbagliate: lui, per esempio, nonostante sia stato un pioniere della patologia cellulare, pare - così dice la fonte delle fonti - che avesse idee oggi superate sul ruolo dei batteri, e nonostante abbia fatto molto per promuovere l'igiene - anche come amministratore pubblico - pare che in alcuni casi sottovalutasse l'importanza di lavarsi le mani: un gesto semplice, che se pure in un caso documentato ha portato a una morte ingiusta (ma va anche detto che quello lì se l'era cercata), ha senz'altro contribuito in modo drastico all'abbattimento dei tassi di mortalità e di mortalità infantile - Pasteur potrebbe spiegarci perché, e qualcuno di voi avrà le statistiche. Si può dare un contributo importante e dire delle cazzate, le due cose sono perfettamente compatibili: se dell'uomo la storia tratterra il primo o le seconde dipende molto dall'uomo, ma il punto è che la Scienza procede (o retrocede) consentendo di valutare.

Insomma: gli stessi motivi che ci devono far guardare con sospetto chi nega la natura sociale delle scienze, devono però farci guardare con fiducia alle scienze.

Da qui in giù ci sarebbero mille considerazioni da sviluppare, riguardanti in particolare le contraddizioni e le asimmetrie con le quali i media trattano due dibattiti apparentemente scollegati, ma dei quali vi ho mostrato i sorprendenti (?) isomorfismi: quello economico e quello medico. Non ho tempo di farlo. Voi ora siete tutti presi da un tema che non mi interessa particolarmente, e allora vi fornisco due elementi che servono a problematizzarlo, e a darvi ulteriori intuizioni sul mestiere della scienza.

Il primo è che i conflitti di interesse sono ovunque. Esempio: nel dibattito che vi interessa, e che non interessa me se non in quanto reagente che sta mettendo in evidenza il peggio di chi lo ha dentro, qualcuno poco fa ha citato questo articolo. L'articolo (che ha avuto 70 citazioni su Scholar, di cui pochissime da riviste peer reviewed) stabilisce una correlazione fortissima fra mortalità infantile e numero di vaccinazioni, con un p-value inferiore a 0.0001 (un decimillesimo). Cos'è il p-value? Senza entrare troppo nel tecnico, il p-value è la probabilità che i test effettuati rifiutino una ipotesi vera.

Accipicchia... nel caso in questione, quindi, la probabilità che non esista un legame fra dosi di vaccini e mortalità infantile risulterebbe inferiore a un decimillesimo.

Bene: il dibattito muore qui?

Non credo.

Il dibattito morirebbe qui... se non ci fosse una prospettiva alternativa! Ve ne fornisco due.

Intanto, i conflitti di interesse non ce li hanno solo i Lascienziati cattivi (quelli del "20 con la bocca e 50 con la pirreviù"). Infatti gli autori dell'articolo sono stati costretti dalla rivista a un lunga disclosure  dei loro conflitti di interessi, che potete leggere qui. Non erano "ricercatori indipendenti" (come una Banca centrale, e come si erano dichiarati nella prima stesura dell'articolo), ma rivestivano cariche di responsabilità in ONG (ahi!) con una precisa mission, e il loro studio era stato finanziato dai genitori di un bambino deceduto in seguito a una vaccinazione (una cosa che succede: anche la medicina che sto prendendo potrebbe uccidermi, o almeno mandarmi in coma, e lo so: infatti la prendo sotto il controllo di un medico). Adesso qualcuno sclererà (ma so anche di avere le spalle abbastanza larghe): eppure, oggettivamente, questo lascia supporre un problema del tutto isomorfo a quello del nostro amico Mark, che riceveva dal nostro amico John la lista dei paper da distruggere, perché, come dice la nostra amica Marion (tutto nel post precedente) in tutta evidenza e secondo i documenti Mark sapeva cosa John si aspettava, e lavorava per darglielo.

Come evitare questi sospetti?

E, più in generale, basta un sospetto, o la certezza, di un conflitto di interessi, a invalidare uno studio in un senso o nell'altro?

Possiamo spingere così lontano la consapevolezza (che deve essere comunque piena e assoluta) della natura politica delle scienze?

Qui viene il bello (e il secondo elemento fattuale che vi offro per problematizzare le vostre certezze di dilettanti del mestiere della scienza, indipendentemente dal loro segno)!

In teoria, i Lascienziati se la cantano e se la suonano con l'idea che loro fanno Gliesperimenti, e che quindi le loro conclusioni sono verificabili perché replicabili. Anzi: i Lascienziati se la prendono tanto con noi, gli scienziati "sociali", proprio sulla base del fatto che i nostri studi, quelli degli economisti, intrinsecamente sono non sperimentali (non è possibile tornare con la macchina del tempo al 1980 per creare un campione di osservazioni in cui il Tesoro non divorzi dalla vigile Banca d'Italia).

Quindi, to set the record straight, basterebbe che uno studioso prendesse lo studio dei ricercatori indipendenti de cujus e lo replicasse per vedere se a lui i conti tornano, magari aggiungendo altre variabili, per vedere se la correlazione non dipenda in effetti da queste ultime. Questa cosa, voi penserete, verrà fatta di routine: magari gli stessi referee, penserete voi, andranno a replicare i risultati degli scienziati, prima di permettere la loro pubblicazione.

Ecco, invece, sorprendentemente (credo per voi, certo non per me che il mestiere della scienza lo faccio) è cosa di dominio pubblico fra gli addetti ai lavori (cioè di dominio privato) che la replicazione sperimentale dei risultati non solo non viene fatta sistematicamente, ma quando viene tentata fallisce nel 70% dei casi, compreso un simpatico 50% di casi di autori che non sono riusciti a replicare i loro stessi esperimenti (ad esempio, non hanno ottenuto gli stessi risultati).

Una calunnia? Una teoria del complotto? No: un articolo di Nature (probabilmente la più importante rivista scientifica) che vi esorto a leggere per intero e con attenzione. Se lo farete, potrete poi rileggere il post precedente tenendo in mente queste due paroline: "selective reporting". Capirete meglio cosa c'è che non andava nello studio di Mark e Fredrick e soprattutto capirete che la Scienza, che non è Lascienza, si sta occupando del problema.

Devo dirvi che a me è capitato, da referee, di andare a vedere se certi coefficienti proposti dall'autore erano veramente così come lui li raccontava, e se non riuscivo a riscontrarlo glielo dicevo. Ma questo, ovviamente, presupponeva che i dati mi fossero messi a disposizione, o la fonte fosse citata con esattezza, consentendo a me di scaricarli e riprodurre le stime. Questo oggi non viene sistematicamente fatto. Solo due riviste, finora, mi hanno chiesto esplicitamente di rendere pubblici i dati sui quali basavo i miei studi. Una ha accettato un mio articolo, del quale vi parlerò rispondendo a Cochrane, e l'altra sta valutando la mia revisione (se accetterà l'articolo, poi ne parleremo). Se non ricordo male, il primo articolo all'estero l'ho pubblicato nel 1999. Quasi vent'anni dopo constato che la comunità scientifica si sta finalmente ponendo in modo concreto il problema del consentire a se stessa - e non solo al peer reviewer, o nemmeno a questi! - di verificare, replicandoli, i risultati da essa stessa prodotti!

Come tutte le notizie, questa è buona (per la parte: finalmente) e cattiva (per la parte: finora?).

Ogni volta che vedo un p-value miracoloso mi prudono le mani dalla voglia di caricare i dati in qualche software e andare a vedere se le cose stanno proprio così. Ma nella maggior parte dei casi è impossibile. Lo sarebbe se si prendesse una decisione molto semplice, ma che nessuno vuole prendere, se non a chiacchiere: pubblicare solo studi replicati dalla rivista e che mettano in condizione almeno gli altri studiosi del settore di replicare i risultati - e la prima condizione è fornire sistematicamente dati e codici.

Questo, è bene lo sappiate, quando parlate di Lascienza, non viene ancora fatto in modo sistematico.

Eppure, nonostante questi ovvi limiti del mestiere della scienza, la vita media si è allungata, ed è anche per questo che, come ci ricorda il poeta in un album coevo der Palla, l'uomo moderno passa più tempo nervosetto...

Ecco, fatemi questo cazzo di favore: datevi tutti una calmata, se ne avete bisogno trangugiate la medicina per gli approcci e che sia di giovamento a voi e soprattutto al vostro partner (poi dice che il progresso scientifico non esiste...), e dopo tornate qui, se volete imparare cosa sia il mestiere della scienza. Qualche studio, nel mio campo, io l'ho replicato, e ve ne parlerò al #goofy6. Ma perché possiate anche voi, come me, rotolarvi per terra dalle risate (soprattutto pensando alla spocchia di certi editor), occorrerà che acquisiate qualche rudimento del mestiere...

L'estate è ancora lunga... e per voi tutta in salita! Io vado dal granito. Se torno, leggerò con grande divertimento i vostri simpatici scleri dell'una e dell'altra parte.