Visualizzazione post con etichetta pensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensioni. Mostra tutti i post

domenica 6 gennaio 2019

La deflazione in salsa olandese

(...sempre rispondendo alle email. Questa credo fosse di settembre, e ci insegna qualcosa che forse non sapevamo. Il problema dei nostri media non è che sbagliano il mio nome, ma che sbagliano il loro mestiere. Da post-Keynesiano, mi costringeranno ad ammettere che il mercato non è poi così male, se consideri l'alternativa...)


Questa mattina ho ascoltato una simpatica trasmissione radiofonica dove si elogiava l'Olanda. I giovini batavi tra i 15 e i 24 anni lavorano assai più dei nostri (60% e passa versus 17%, poi ascolterò il podcast per avere le cifre esatte). Visto che adesso fa comodo buttarla sullo scontro generazionale, si è detto che andare in pensione prima non serve e che ovviamente il nostro è un problema culturale, perché i batavi (quelli che sul sito del governo ammettono placidamente che l'euro fa bene all'export perché il fiorino tanto ino non era) vanno in pensione tardi e iniziano a lavorare presto. Solo che non hanno citato un piccolo dettaglio: il fatto che in Olanda esiste un salario minimo dai 15 ai 22 anni che aumenta progressivamente con l'età, per cui a 15 anni costi 2,76€ (lordi) l'ora per 40 ore settimanali, a 21 ... 7,82! Dai 22 anni scatta poi il salario minimo uguale per tutti (tutti, meno quelli che hanno meno di 22 anni, s'intende. Anvedi!). Sospetto che qui in Barbaria Meridionale un provvedimento simile sarebbe incostituzionale; nel qual caso, ovviamente anche quello sarebbe un problema culturale. Nel 2018, questi italici populisti che pretendono di pagare tutti allo stesso modo sono a dir poco passé, no?


(...la più infame colpa dei media liberisti è stata appunto quella di mettere i figli contro i padri in nome di una guerra generazionale della quale i loro stessi intellettuali di riferimento disconoscevano la fondatezza: non è perché i vecchi hanno una pensione che i giovani non hanno un lavoro, ma, esattamente al contrario, è perché i vecchi non vanno in pensione che i giovani non trovano lavoro. E a questo, anche se non il 5 marzo, un rimedio abbiamo cominciato a metterlo...)

domenica 15 luglio 2018

Lepensioni e limigranti: narrativa e realtà

(...da Charlie Brown ho ricevuto - ieri - e pubblico oggi con colpevole ritardo alcune ovvietà. Certo, c'è sempre lo scenario Soylent Green. Ma se facciamo finta di essere umani, e razionali, allora le parole di Charlie Brown ci aiutano. Circa il ritardo, come avrete capito, il periodo in cui potevo dedicare a voi una quantità decente di tempo è ormai definitivamente tramontato. Tornerà, certamente, ma ora, in questo momento, le mie giornate passano in un lampo. Il lavoro da fare è inimmaginabile dal di fuori, ed è soprattutto un lavoro di coordinamento, per evitare di essere di ostacolo, o di mettere in difficoltà, altre istituzioni, o altri partiti, o altri colleghi. Gli obiettivi ci sono, e sono condivisi, ma anche quando sembrano - o sono - cose molto pratiche, la loro implementazione è qualcosa di lievemente intricato. Giusto per darvi un esempio: la 6° Commissione ha diversi membri in comune con la 4°, e la maggioranza in Commissione è di un voto, il che significa che a inizio settimana dobbiamo sincronizzare i calendari dei lavori in Commissione, per evitare che, in attesa di ottenere l'ubiquità (in cambio delle auto blu) come privilegio della casta, l'opposizione ci metta sotto laddove si debba votare. Quindi, di domenica ci scambiamo i programmi... anche se dovremmo farlo venerdì... ma non si riesce mai ad arrivare in tempo per mille e uno motivi - per esempio, questo venerdì ho incontrato iMercati, poi sono andato alla presentazione della relazione annuale dell'UIF, poi ho ragionato col segretario di commissione su cosa c'era da fare la prossima settimana - è arrivato anche il decreto di cessione unità navali alla Libia, dobbiamo dare un parere! Purtroppo, come presidente di Commissione non posso bloccare chi mi chiede "che ne pensa?" - poi ho visto una delegazione di bancari, poi ho presentato all'ufficio del personale un futuro membro della mia segreteria tecnica, poi ho visto una persona che si è presentata in due, e che doveva stare mezz'ora ma è stata un'ora e mezza (e ho imparato molte cose), e così mi sono perso la lezione Grilli di Paolo Savona, che era nel palazzo accanto, e poi erano le 19:30. Quindi non sono riuscito a mandare al presidente della 4° il programma della 6° - l'ho fatto ora - anche perché sabato sono stato tutta la mattina a Palazzo Carpegna da solo, riordinando le carte (o almeno provandoci) e scrivendo un paio di memo sugli incontri fatti durante la settimana, poi sono corso da una parte (sarebbe molto divertente raccontare dove, ma prima dovrei essere morto: faremo dei bei mémoires, avendo tempo: oppure basterà rivolgersi a Google), e poi da un'altra parte, e poi ho portato Ro a cena. Oggi volevo studiare, e invece ho messo in ordine gli armadi - per non inciampare nei vestiti e nelle scarpe ogni volta che rientro barcollante a casa. Comunque, oltre al coordinamento fra Presidenti di Commissione del Senato, che è il minimo, c'è anche quello fra Presidenti di Commissione omologhe - 6° Camera e 6° Senato. Ad esempio, per evitare al ministro di venire due volte, abbiamo cercato strenuamente di audirlo con le 6° Commissioni riunite... ma poi alla Camera è arrivato il decreto dignità, e quindi, per evitare di "dar buca" al ministro, d'accordo con Carla Ruocco abbiamo deciso che il Senato procederà con l'audizione in 6°, e la Camera provvederà in un secondo momento. E poi c'è tutto il resto: assegnare i relatori ai provvedimenti, rispettando un minimo di proporzionalità e di alternanza, poi leggerseli, poi calendarizzare gli emendamenti, in accordo con i capigruppo di Commissione, poi valutarne l'ammissibilità, poi verificare la linea politica, in accordo con gli altri economisti del partito, ma anche con il Governo, ecc. Insomma: qui era uno one man show, lì sono una rotella di un ingranaggio. La prima cosa che cerco di spiegare a iMercati è proprio questo, cioè come funziona... Mezza giornata per divertirmi a scrivere non ce l'ho più, e quindi voi non vi divertite più a leggere, ma almeno io mi diverto ad agire. Ma torniamo a Charlie Brown...)




LA STORIA:
La narrativa di un popolo che invecchia e si spegne, ma viene salvato e rinvigorito  praticamente ed idealmente  dal meticciato  è dura a morire.
Limigranti servono - recita la narrazione - per pagare Lepensioni italiane. Ciò  poiché i (maledetti)  vecchi-improduttivi litaliani li dobbiamo in qualche modo "mantenere".

Vecchio italiano =  decadenza e debolezza.
Giovane limigrante =  salute e forza.


LA MORALE DELLA STORIA:
Lepensioni sono l'archetipo della spesa-pubblica-improduttiva: un fardello (al pari, ovviamente, di chi le pretende). La dannazione.
Limigrante è l'archetipo del giovane produttore di surplus: poche pretese, molto vigore. La salvezza.


LA REALTA':
McKinsey & Company è  una multinazionale americana della consulenza strategica.  Fucina di CEO (Google, American Express, Boeing, IBM, Westinghouse Electric, Sears, AT&T, PepsiCo), si stima abbia di 27.000 dipendenti e più di 10 miliardi di dollari di ricavi (fonte: Wikipedia inglese all'omonima voce).
Nel suo studio  "Urban World : The Global Consumers to Watch" (Qui in stampa.   Qui in video ) McKinsey ci dice che:

1) i pensionati ed anziani nelle economie avanzate aumenteranno di 58 milioni da qui al 2030. Gli over 60 rappresenteranno il 60% della crescita dei consumi nei centri urbani dell'Europa occidentale.

2) questo gruppo demografico (anziani e pensionati)  contribuirà per il 40% alla crescita dei consumi per  edilizia, trasporti, e svago negli USA. Ciò senza contare la spesa medica;

3) Nel 2011 in USA gli over 50 hanno acquistato 2/3 delle auto nuove, e gli over 55 hanno contribuito per il 45% alla spesa per il  miglioramento dell'abitazione.

4) insieme al lavoratori attivi americani e cinesi questo gruppo (vecchi ed anziani nei paesi sviluppati) genererà il 50% della crescita di consumi globali urbani da qui al 2030. Questi tre gruppi insieme ridisegneranno il consumismo nei prossimi 15 anni. Ciò poiché  il 75% dell'incremento dei consumi nel mondo deriverà non da nuova popolazione ma da consumatori che spendono di più.

LA MORALE DELLA REALTA':
Vuoi vedere che da noi il nonno  non è una scoria tossica ma invece una preziosa risorsa?  Che sarà largamente lui a "mantenere" noi?

Vuoi vedere che i suoi consumi possono aiutarci moltissimo a uscire dal ventennio di massacro eurista ed a ricostruire una adeguata domanda interna ?

Vuoi vedere che la tasca del nonno è meglio riempirla con pensioni più alte?

Vuoi vedere che il rispetto per i propri Anziani e per il proprio Popolo alla fine paga?




(...chi bazzica da queste parti sa che gli economisti amano i ragionamenti controintuitivi, e sa anche che l'eutanasia dei pensionati, chissà perché, è proposta da quelli, fra gli economisti, che riescono a vedere solo l'offerta, e non la domanda. Ma un mondo di offerta senza domanda è un mondo in cui le aziende chiudono. Una cosa da tenere presente quando il decreto dignità passerà da noi...)

mercoledì 3 gennaio 2018

Meglio un morto in casa...

...che un pisano nei commenti.



Unknown ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'Europa secondo i tedeschi": 

Buon anno professore mi chiamo Antonio e ho 67 anni scrivo da Pisa .

Non mi intendo molto di economia se non quella della vita e delle righe che leggo da una vita cercand di capirci qualcosa, ma mio nipote Marco mi ha parlato di lei dicendo che si deve uscire dall'euro chiedendomi di dirle alcune mie domande perché dice che io non capisco nulla però non mi risponde .

Allora ho accettato..........

Discorso economico stretto stretto: 
1)Se l'Italia esce dall'euro ho detto a mio nipote ci sarebbe una guerra commerciale . Chi ci garantisce che non ci punirebbero? Francia,Germania,Spagna,
Olanda,Portogallo non scambierebbero più con noi e forse nemmeno Londra per non immischiarsi .Tutto questo oltre a ridurre i beni e servizi aumenterebbe i prezzi perché non ci sarebbe la concorrenza con l'estero .

2)Ho sentito alcuni professori affermare che la nostra industria è allo sfascio ormai e che siamo 20 anni indietro come tecnologia e che ormai senza quella se anche prima potevamo uscire ed era giusto farlo ora non avrebbe senso tornare a fare concorrenza perché in tanti settori finiremmo a pallette .

3)Anche l'energia si pensi al petrolio libico in mano ai francesi o agli arabi sauditi che non ci darebbero certo una mano.

Discorso delle procedure:
4)Poi per uscire serve un decreto ma quello lo firma il Mattarella che non lo firmerebbe e alla apertura delle banche la speculazione ci metterebbe ko senza una Banca centrale .

5)Poi c'è anche il discorso delle nuove banconote e della nuova Banca Centrale servirebbe tempo e che si resta senza soldi se le banche non te li danno perché non ce l'hanno ?

Discorso finanziario:
6)poi c'è il targhe2 di Draghi che sono mi pare 150 miliardi 
e vanno dati dalla nostra banca centrale...non glieli darebbe certo la BCE (come dice il suo collega con gli occhialini della lega) se noi ce ne andiamo... 
7)poi anche il debito che con i soldi stampati da Draghi è stato comprato in questi anni in legge straniera e non si potrebbe ripagare in lire. Ci costerebbe più caro dopo la svalutazione.

8)poi ci sono le banche fallite coi crediti sofferti che sono altri miliardi.

9)e Poi i debiti esteri che scapperebbero in massa anche dopo la svalutazione per il discorso della guerra commerciale.

Io credo che tra tutto il costo è 1000 miliardi così a naso.

Sono tutte domande magari da popoletto ma sono quelle a cui la gente non sa dare risposta e teme gli levino le pensioni.Forse dovrebbe scriverci un articolo.

Un salutone se ho scritto errori mi perdoni.
Antonio Pisa



Bene, carissimi... a quanto pare il dibattito è ancora qui! Voi che siete o credete di essere più avanti, cosa rispondereste, in sintesi, a questo nostro amico lievemente fuorviato da anni di propaganda?

Io, da parte mia, mi limito a fargli un'unica osservazione, scusandomi se gli sembrerà un po' troppo tranchant (d'altra parte, per quanto io sia uomo di sani principi, e quindi rispettoso verso l'anzianità - che per me fa grado - sono pur sempre un fiorentino, e quindi naturaliter polemico con i fratelli pisani...).

Caro Antonio, il tu nipote, a differenza di me, un rispetta gli anziani (imparerà a farlo), e quindi esagera. Io non credo assolutamente che te ttu non capisca nulla. Se te ttu non capissi ma veramente nulla, non ti porresti nemmeno delle domande. Mi sembra più probabile che lui non si sappia spiegare. Tuttavia, una cosa in effetti temo ti sfugga (a parte il fatto che su quanto mi chiedi ho scritto decine di articoli e due libri molto letti: ma se non vuoi leggerli, io ti rispetto): dovresti porti qualche domanda su come ti siano pervenute le informazioni che hai e che condividi con me sotto forma di domande (ma per te, mi pare abbastanza chiaro, sono risposte). A grandi linee, penso che ti siano arrivate da giornali e televisioni. Ora, caro Antonio, sei proprio sicuro che i proprietari di giornali e televisioni, o comunque chi è in grado di influenzarne i contenuti, siano proprio tutti intenzionati a tutelare i tuoi interessi? Pensi di avere gli stessi interessi di De Benedetti, di Cairo, di Berlusconi?

A loro, evidentemente, l'euro piace e fa comodo, e quindi chiedono ai loro giornalisti di parlarne bene. Io non dubito che magari possa fare comodo anche a te. Ma solo se sei un multimiliardario (e non vuoi troppa concorrenza). Ci sarà pure un motivo se da quando c'è l'euro redditi e ricchezza si sono andati concentrando, non solo in Italia, ma anche in Germania!

Ecco: secondo me l'unica cosa che non hai non dico capito, ma pensato, è che prima di dar retta a chi ti fa un racconto, dovresti vedere quali interessi abbia, e se collimano coi tuoi. Io sono un dipendente pubblico, e dopo oltre vent'anni di insegnamento di ruolo all'università guadagno meno di tremila euro al mese, che è molto rispetto a quanto c'è in giro, ma meno di quanto mi darebbero in qualsiasi università cinese (per fare un esempio), dove però i prezzi sono molto più bassi di qua (ovviamente la differenza dovrei spenderla in medicine a causa dell'inquinamento, ma era solo per darti un'idea). Quindi sto bene (compatibilmente coi miei bisogni, che non sono esagerati), ma non tanto quanto De Benedetti o Cairo. Quindi, quando loro mi dicono che una cosa è buona o cattiva per me, io prima mi commuovo per tanto generoso disinteresse, e poi verifico. In qualche modo, è quello che stai facendo anche tu, con le tue risposte travestite da domande. Ora però, siccome sono anni che rispondo a queste risposte, anche allo scopo di capire se è servito a qualcosa lascio che a rispondere siano i miei lettori. Sono un po' ruvidi, non ci fare caso: a modo loro sono anche delle brave persone. Se le risposte non saranno chiare, interverrò per chiarirle. Se saranno troppo ruvide, non le pubblicherò...








E ora a voi, ciurma! Siete capaci di parlar chiaro?

sabato 22 aprile 2017

La mattanza

Qualche giorno fa, il 10 aprile, Repubblica twittava così:


L'ineffabile Pedante non poteva esimersi dal commentare così:


In effetti, l'articolo di Repubblica aveva un'impostazione molto meno, anzi, per nulla tendenziosa. Parlava di "sfida" posta alla sanità dall'aumento dei malati cronici, come potete vedere da questo breve estratto:

Ricordiamo al proto che le malattie sono croniche, non corniche. Le condizioni che determinano le malattie croniche sono esattamente quelle che inibiscono le malattie corniche: la mona non vuol pensieri, e quindi chi è stressato tromba di meno in giro (meno patologie "corniche") e si ammala di più (più patologie croniche). Fra queste ultime patologie l'articolo annoverava il diabete e le malattie cardiovascolari, per prevenire le quali, non a caso, mi risulta che i medici sottolineino l'importanza di un corretto stile di vita (almeno, lo fanno con me: spero che non sia solo per rompermi i coglioni!).

A vita di merda, salute di merda.

Si rileva qui il solito elegante paradosso, evidenziato da Sergio Levrero in un seminario a porte blindate, secondo cui il successo del sistema sanitario nazionale, ovvero l'allungamento della vita media, viene utilizzato per "sfidarlo", chiamandone direttamente o subliminalmente in causa la sostenibilità finanziaria.

La dott.ssa Arcazzo, nostra consulente di fiducia, ci ha in effetti ricordato che di certe malattie ci si ammala di più, e più a lungo, perché non si muore prima di conseguirle (e si campa di più dopo averle conseguite). La dott.ssa Arcazzo ci ha anche fornito una ricetta semplice ma elegante per risolvere il problema, ricordandoci che per morire bisogna nascere: chi non nasce non si ammala. Ne consegue che chi muore subito dopo aver conseguito una patologia importante, non rischia di cronicizzarla: cronico viene da Crono, il tempo. Chi non ha tempo, non cronicizza, e non "pesa" sul sistema sanitario.

A quanto pare di capire, il tweet di Repubblica (ore 17:10) riprendeva, smorzandone i toni, questo lancio delle 15:30 proposto dall'agenzia askanews, il cui piglio era ben più marziale ed allarmante: "esercito di malati cronici pesa sul SSN". Applicando l'ovvia regola del follow the money, si scopre che askanews è controllata da una nota famiglia di confindustriali: il suo amministratore è Luigi Abete, un ex-presidente della Confindustria che solo Boccia ci poteva far rimpiangere. Non si può certo rimproverare ad Abete se, dato il suo percorso e i suoi interessi di classe, nelle notizie da lui pagate lo Stato e i suoi servizi vengono indicati in modo più o meno subliminale, per motivi più o meno oggettivi, come un peso per la collettività. Lo Stato per Confindustria è il nemico, finché non gli salva le aziende o gli organi di propaganda, e fino a qui non c'è nulla di cui scandalizzarsi: basta saperlo. Non chiediamo all'oste se il vino è buono, e non chiediamo a Confindustria se lo Stato è cattivo.

Resta il fatto che c'est le ton qui fait la musique. Il giornalista di Repubblica ha espunto dal lancio i toni esagerati, ma il social media manager di Repubblica non ha avuto la stessa delicatezza. Indicare i malati come un "peso" non è molto elegante, e soprattutto denota una singolare concezione del ruolo dello Stato nel garantire la solidarietà sociale. Ma se la cosa fosse finita qui, sarebbe bastato, a chiosarla, il commento del Pedante (e quello di Lilith).

Solo che... lo sapete: se la fortuna è cieca, il giornalismo ci vede benissimo!

Noi, che siamo cresciuti a pane e Lucrezio, non crediamo a quel disegno complottistico che va sotto il nome di Provvidenza. La Natura, delle cose e degli uomini, è retta dal caso:

Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis.
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

Sarà quindi, anzi, dovrà necessariamente essere un caso, e non un complotto, se più o meno in sincrono con questo simpatico siparietto sul peso, non degli atomi, ma dei cronici, è ripartito il DAT. No, non sto parlando del Digital Audio Tape (ormai consegnato agli archivi della storia): sto parlando della Dichiarazione Anticipata di Trattamento.

Ora, molti di voi, anche prima di incontrarmi, purché un po' più anziani del piacevole rico che commentava il post precedente, avranno ereditato dal proprio percorso scolastico una ben fondata diffidenza verso le espressioni fumose. Quando la scuola italiana non doveva soggiacere ai diktat di quell'accolita di menti elette (e paradiso fiscale) che è l'OCSE, ci si studiava un libro che insegnava a diffidare del latinorum.

"Trattamento"... non so a voi, ma a me "trattamento" fa venire in mente i RSU, non nel senso di "rappresentanza sindacale unitaria", ma di "rifiuti solidi urbani" (siamo lì). Ecco, la Dichiarazione Anticipata di Trattamento sarebbe quella cosa vagamente definita "testamento biologico", "testamento di vita", insomma, in breve, e scusandomi per il cinismo: un foglio di carta che firmi prima di diventare "un peso", il cui scopo è pulire la coscienza a chi quel peso vuole scrollarselo di dosso.

Comme par hasard, prima che i malati cronici venissero dichiarati un peso da chi ha interesse a privatizzare la sanità, cioè la vita e la morte, eravamo rimasti tutti scossi dalla vicenda umana di dj Fabo (al quale, per la circostanza, era stato dato di valicare il doloroso circolo della nostra appercezione). Comme par hasard, in prima linea nel percorso di liberazione di questo nostro fratello sofferente, si trovava un partito ultraliberista ed europeista a trazione USA, quello che dei diritti civili (e implicitamente della loro sostituzione ai diritti economici e sociali) ha fatto una bandiera, o meglio uno specchietto (non per le allodole: per i chiurli). Ora siamo all'ultima frontiera: al diritto a un'esistenza libera e dignitosa si contrappone frontalmente il diritto a una morte libera e dignitosa.

Va anche bene così, per carità. Nessuno di noi, credo, posto di fronte all'alternativa fra soffrire pene lancinanti, senza possibilità di remissione, senza nemmeno il sollievo di potersene lamentare, senza alcuna prospettiva, esiterebbe. Ancora una volta, Lucrezio rules:

nam [si] grata fuit tibi vita ante acta priorque
et non omnia pertusum congesta quasi in vas
commoda perfluxere atque ingrata interiere;
cur non ut plenus vitae conviva recedis
aequo animoque capis securam, stulte, quietem?
sin ea quae fructus cumque es periere profusa
vitaque in offensost, cur amplius addere quaeris,
rursum quod pereat male et ingratum occidat omne,
non potius vitae finem facis atque laboris?

Però... Certe coincidenze, non c'è che dire, inquietano. Non ho potuto fare a meno di pensarlo nel ricevere questa lettera da un amico che ha assistito fino alla fine, con una devozione di altri tempi (o di altri luoghi) la propria madre inferma:

Ho ascoltato una notizia che riguarda una proposta di legge sul ''fine vita'', sul ''diritto alla morte''. Hanno anche intervistato il parlamentare che ha proposto la legge. Terribile. Spero che la Chiesa reagisca. La mia disapprovazione non è dovuta a un astratto pregiudizio basato su astratte convinzioni etiche, o filosofiche, o religiose, ma sulla conoscenza concreta, vista e vissuta da vicino, di ciò che accade negli ospedali italiani OGGI alle persone di età superiore a N, dove N può oscillare, in relazione al particolare ospedale e al particolare medico. Se passa questa legge, la mattanza (scusa il termine un po' crudo, ma è così) procederà con particolare energia, in modo da cancellare rapidamente la generazione dei nostri genitori e nonni. Semmai, l'accusa di astrattezza deve essere rivolta a chi la legge l'ha proposta, visto che essa fa astrazione dalle condizioni concrete della nostra sanità, conseguenza dei tagli alla spesa pubblica. Che ipocriti! su queste condizioni concrete, e su ciò che esse significano in concreto per gli anziani, non dicono nulla, ma si accorano tanto sulla questione del ''diritto alla morte'', facendo finta di non sapere che, nelle condizioni attuali, questa storia porterà appunto a una mattanza. Vomitevole.  

Ecco. Restiamo concreti. Un parlamento che si pone una simile priorità in un momento simile, e dei giornalisti che oggettivamente, magari del tutto in buona fede, per mero conformismo, rendono esplicite le dinamiche che sottendono a certe priorità (il "peso"! Chi non vorrebbe - o, come me, non dovrebbe - sbarazzarsi di pesno in eccesso), ci fanno capire una cosa sola: che essi vogliono la nostra (buona) morte. Non immediata, s'intende! Non finché creiamo valore! Ma (quasi) subito dopo.

Esattamente come il giusto e santo messaggio di accoglienza passerebbe dal regno della retorica pelosa a quello della vera politica se fosse accompagnato da un richiamo altrettanto forte alla necessità di garantire agli accoglienti (non solo agli accolti) condizioni di vita migliori, e in primo luogo un lavoro, questo anelito verso una morte libera e dignitosa non può che suscitare sospetto quando è manifestato da persone che tanto poco fanno per tradurre in pratica l'articolo 36 della Costituzione, e amplificato da un sistema dei media che, indipendentemente da chi lo controlla in termini economici, tutto inneggia a quel simpatico strumento di deflazione salariale che è l'unione monetaria.

Ricerche recenti (non le chiacchiere da bar dei giornali italiani) chiariscono che l'integrazione finanziaria causa disintegrazione reale. Abbiamo visto come la divergenza fra i trend della produttività, che qui mettemmo in agenda il primo maggio del 2013, e che abbiamo ricondotto all'adozione della moneta unica in questo lavoro (e altri ne seguiranno), comporta la necessità per i giovani dei paesi svantaggiati di emigrare, aggravando la situazione dei paesi di provenienza. Ci era sfuggito cosa ne sarebbe stato dei vecchi, nei paesi di provenienza. Che ingenui che siamo: il nostro lungimirante legislatore ci stava già pensando. Sarebbero stati "trattati". Fra cinque anni sarà il 2022. Quando da ragazzino andavo al cinema questa data mi sembrava così lontana: non riuscivo a darle un significato.

Ora che è imminente, il suo significato si precisa, ed è, appunto, questo.

A proposito: è ora di pranzo: buon appetito!

sabato 10 dicembre 2016

I perché del no (in dissenso da Illy)

Mentre gli intellettuali organici si leccano le ferite, rilasciando dichiarazioni francamente inquietanti, da cui trapela, con un misto di ingenuità e protervia che lascia sbalorditi, la ferma volontà di servirsi della categoria dell'odio per criminalizzare il dissenso politico (fenomeno particolarmente appariscente in chi è stato così poco lungimirante da saltare sul carro del vincitore un attimo prima dello schianto), a/simmetrie continua a lavorare. Chi si fosse messo in ascolto in questo momento, e magari gradisse la trasmissione, è esortato a ragionare su quel "la libertà non è gratis" scritto in rosso qua sopra, magari dopo aver notato che le poche voci autorevoli realmente critiche nel dibattito italiano collaborano a questo progetto.

Conversando ieri sera con Vladimiro Giacché, dall'A24, lui attirava la mia attenzione su un dato il cui significato sembra essere sfuggito ai commentatori: il "sì" ha prevalso fra gli elettori oltre i 55 anni, come documenta il Corriere. Documenta, ovviamente, è una parola grossa. Purtroppo, e sottolineo purtroppo, il più autorevole quotidiano nazionale ci ha dato soddisfazioni anche con i dati misurabili. In questo caso, però, più che la fonte (ideologicamente schierata, il che è lecito, come è lecito esercitare diritto di critica), suscita qualche perplessità la natura stessa del dato. Visto che il voto è segreto, viene un po' da sorridere al constatare la pretesa di quegli stessi sondaggisti che ultimamente toppano tutti i pronostici di descriverci ex post la natura dei risultati: quanti giovani, quanti vecchi, quanto uomini, quante donne, quanti colti, quanti incolti, e via divinando.

Tuttavia:

1) in questo caso i sondaggiai ci avevano tutto sommato preso: il no lo davano vincente tutti, anche se nessuno si aspettava una percentuale simile (proprio nessuno no...);

2) il dato sulla maggiore propensione al sì degli anziani risulta da più di una indagine. Ad esempio, SWG segnala che la percentuale di no decresce monotonamente con le classi di età, dal 71% dei 18-24, al 55% degli oltre 64.

Il post precedente spiega le ragioni del "no" con una variabile che presenta una buona capacità esplicativa: la disoccupazione giovanile. Questa variabile, però, è riferita appunto alla condizione dei nostri amati giovini. Ora, la domanda è: se il voto è stato per difendere i Sacri Principi consacrati nella Carta Costituzionale col Sangue dei Partigiani che hanno combattuto sulle Montagne ecc., perché mai proprio chi è più anziano, cioè chi quella stagione l'ha vissuta e dovrebbe serbarne il caro ricordo che si mantiene della giovinezza, delle sue vittorie, e anche delle sue sconfitte, ha votato per stuprare questa Carta Costituzionale? Come mai chi ha (oggettivamente) meno futuro davanti ha manifestato tanta attiva volontà di incidere sulle norme che lo regoleranno?

Chiaramente c'è qualcosa che non torna. Ma forse potrebbe semplicemente non tornare il dato dei sondaggiai. Siamo allora andati a verificare come stanno le cose basandoci su dati oggettivi: la distribuzione regionale del no, la disoccupazione giovanile (come nel grafico precedente), e alcune variabili descrittive della struttura della popolazione.

Cominciamo con il replicare il grafico del post precedente, mettendo qualche numero:



I numeri ci dicono che la disoccupazione giovanile spiega il 64% della variabilità infraregionale del voto (è il coefficiente R quadro che vedete nel grafico e nel tabulato), e che un aumento di un punto della disoccupazione giovanile U1524 fa aumentare di mezzo punto la percentuale di votanti per il No (più esattamente, di 0.502492 punti). La relazione statisticamente è molto significativa, come sa chi sa cosa significa statisticamente significativo. I residui sono normali, omoschedastici, incorrelati (se interessa).

Tutto bene, ma si può fare di più. Intanto, vediamo se è vero che esiste una relazione negativa fra età e percentuale di no. A questo scopo, utilizziamo alcune statistiche che descrivono la struttura demografica regionale: la percentuale di popolazione sopra i 55 anni POP55 (per analogia con la suddivisione dei votanti utilizzata dal Corriere), quella sopra i 65 anni POP65 (che ha più senso perché legata al termine della vita lavorativa (quando va bene), l'età media regionale AGE, il tasso di dipendenza DIP, e il tasso di dipendenza degli anziani DIPA (come il precedente, ma considera solo gli anziani al numeratore). Le correlazioni in effetti sono tutte negative:


(le leggete sulla prima colonna), ma dato che il campione è esiguo (20 regioni), quelle effettivamente significative sono solo tre: con la percentuale di over 65 (-0.43), con il tasso di dipendenza degli anziani (-0.47), e con il tasso di dipendenza (-0.64) (per verificare la significatività vi consiglio questo simpatico strumentino). Per le vostre sempre opportune verifiche, qui i dati:



Quindi in effetti sembra che nel determinare la distribuzione regionale del risultato l'età abbia contato qualcosa. Ad esempio, fra percentuale di no e popolazione sopra i 65 anni di età si ottiene questa relazione negativa:


La relazione esiste, ma è relativamente debole: spiega solo il 19% della variabilità infraregionale del voto. Tuttavia, il coefficiente che lega le due variabili è statisticamente significativo al livello del 10%:


(lo vedete nella colonna "Prob.": la probabilità che il coefficiente sia statisticamente nullo è del 5.3%, molto bassa).

Si capisce anche cosa c'è che non va: il visibile outlier (cioè osservazione che "sta fuori" dalla nuvola di punti) cerchiato di rosso nel grafico, corrispondente, pensate un po', al Trentino Alto Adige: regione dove il no ha raggiunto appena il 46%, nonostante la popolazione fosse relativamente giovane (o meglio: la percentuale sopra i 65 anni relativamente bassa: 19.9%). La statistica ci permette di tenere conto di questa idiosincrasia, utilizzando quella che tecnicamente si chiama una variabile dummy, ovvero una variabile che vale uno in corrispondenza dell'anomalia statistica che si vuole isolare, e zero altrove. Se operiamo in questo modo, otteniamo questi risultati:


I risultati ci dicono, in definitiva, che il Trentino Alto Adige ha avuto una percentuale di no pari a 19.6 punti in meno rispetto a quelli previsti dalla sua struttura demografica (è il coefficiente della variabile CRUCCHI - aspetto fiducioso il flame dei cari amici sudtirolesi). Una volta tenuto conto di questa anomalia, la struttura demografica impatta in modo molto, molto significativo: il coefficiente di POP65 arriva a -1.88 ed è significativo all'1% (la probabilità che sia statisticamente nullo è pari allo 0.45%, irrisoria...).

Non ve la faccio tanto lunga. Da un rapido processo di specification search, il modello più robusto ottenuto su dati regionali mettendo insieme tutte le variabili delle quali vi ho parlato è una cosa di questo genere:

Una volta "nettato" con la variabile dummy l'impatto delle appartenenze etniche e partitiche (la variabili "PIDDINI" vale uno in Emilia Romagna, Toscana e Umbria, regioni "rosse", e zero altrove), che in media hanno abbassato do 9.36 punti la percentuale di "no", la determinante socioeconomica più rilevante è il tasso di disoccupazione giovanile, seguito dal tasso di dipendenza. Sarei curioso di vedere cosa verrebbe fuori a livello provinciale. Ovviamente, con dati più "fini" avremmo più rumore statistico, ma da qualche analisi che mi è arrivata il segnale circa l'impatto positivo della disoccupazione emerge bello chiaro:


Diciamo che a livello provinciale la disoccupazione tout court spiega il 52% della variabilità del voto (mentre a livello regionale la disoccupazione giovanile spiega il 64%). Purtroppo in questo momento a/simmetrie è senza ricercatore, e non ho nessuno da incaricare di lavori simili, che ovviamente sarebbero interessanti. Vi faccio solo un esempio: secondo voi, quale altra variabile potrebbe influenzare l'atteggiamento degli elettori verso l'Europa? La risposta è dentro di voi ed è giusta.

Intanto, però, dobbiamo tirare un senso politico da questo delirio statistico. Diciamo che a grandi linee il dato desunto dai sondaggiai pare essere supportato dall'evidenza: la struttura demografica della popolazione conta, nel senso che una maggiore percentuale di pensionati (over 65) o una maggiore dipendenza strutturale (che non è esattamente la stessa cosa) influiscono in modo negativo e statisticamente significativo sul no alla riforma.

Pare che così gli anziani fossero ansiosi di riformare, anche se un po' meno di quanto i giovani fossero ansiosi di lavorare. Torno a dire che il primo dato è strano, dato che, normalmente, con l'età sorge una certa neofobia, e anche una certa cautela, che confluiscono in un atteggiamento generalmente conservatore. Inoltre, si suppone che chi è più maturo abbia avuto più tempo (anche se non necessariamente più voglia, o più opportunità) di informarsi, anche perché è senz'altro passato, come me e come i miei coetanei, per un sistema scolastico nel quale l'educazione civica esisteva, e la Costituzione veniva studiata, o almeno rammentata, anche a scuola.

Tutti elementi che contrastano con certe analisi sinceramente un po' estemporanee, come quelle profuse a Radio 24 da Riccardo Illy, secondo cui l'Italia del "no" sarebbe quella che "si è fatta influenzare da persone che perseguono altri obiettivi di breve termine, che sarebbero quelli di vincere le elezioni", "un'Italia poco informata", insomma.

Ah, questo, naturalmente detto da uno secondo cui:

1) non ci sono stati sfracelli dopo il no perché "i mercati a termine tendono sempre a scontare in anticipo gli effetti che si prevedono", ma "purtroppo i mercati e soprattutto la borsa tende a premiare i risultati a breve termine, non quelli a medio lungo" (ravviso una certa incongruenza: e voi? I mercati anticipano il medio termine, o premiano il breve termine?).

2) la Spagna è ripartita perché "aveva fatto riforme molto importanti in precedenza e quindi è andata avanti per inerzia; anche con il governo Renzi alcune riforme importanti sono state fatte... ne cito una per tutte, quella del mercato del lavoro, che erano attese da decenni"

3) in Italia la recessione è stata devastante più che altrove perché "gli altri paesi non avevano il 130% di debito pubblico"

Vi risparmio le altre perle, ma già da queste trapela una persona molto consapevole dei propri interessi di classe più immediati (tagliare i salari e togliersi di torno i lavoratori sindacalizzati grazie alla meravigliosa riforma del jobs act), ma poco consapevole dei più elementari dati di finanza pubblica di un paese nel quale tuttavia mi risulta abbia esercitato funzioni di governo locale (la nostra non è una crisi di debito pubblico, come qui abbiamo detto fin dall'inizio, la situazione della finanza pubblica italiana non ha mai destato l'allarme delle autorità europee, il rapporto debito/Pil all'inizio della crisi era al 103% e non al 130% del Pil - dislessia? - ed è stato portato al 130% dalle politiche di Monti che Renzi - e quindi presumo Illy - ha appoggiato, come abbiamo visto tante volte e dettagliatamente qui). Una persona, infine, piuttosto all'oscuro (nella migliore delle ipotesi) di cosa ci sia dietro i pretesi miracoli altrui (lo schiacciamento delle retribuzioni e dei diritti dei lavoratori, come abbiamo ampiamente documentato qui e qui).

Naturalmente povertà non è vergogna: se uno che per lavoro deve fare altro (a quanto capisco, il renziano post litteram) mi dà dell'ignorante, io lo scuso, lo compatisco, e non compro i suoi prodotti.

Come sempre, però, prendo il buono da chi la vita mette sulla mia strada. Analisi come questa, che attribuisce il "no" a motivazioni superficiali, sono a loro volta di una tale superficialità, o, se vogliamo, di una tale cecità ideologica, da lasciarci supporre che in effetti le motivazioni del "no" non possano che essere più razionali ed avvedute, subordinatamente alle informazioni di cui gli elettori disponevano.

Sì, caro Illy: una parte degli elettori aveva effettivamente un obiettivo di breve termine, e in questo senso la sua analisi è corretta. Temo però che l'obiettivo non fosse quello che ella ravvisa (vincere le elezioni), bensì quello, meno ambizioso, di mettersi a lavorare il prima possibile. Sa, quella cosa un po' démodé dell'esistenza libera e dignitosa da realizzare con una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del proprio lavoro? Ella naturalmente non ignora da dove vengano queste parole, giusto?

Ecco: questa anticaglia, che lei voleva legittimamente spazzare via, oggi è fattualmente ostacolata dall'appartenenza all'euro, che obbliga a realizzare l'aggiustamento macroeconomico innalzando la disoccupazione, come qui è stato spiegato in tempi non sospetti (cioè prima che lo spiegassero i soloni del mainstream, i quali, peraltro, ne erano consapevoli da sempre: valga per tutti Dornbusch, da noi citato qui). Cianciate sempre di quanto sarebbe immorale la "svalutazione competitiva", voi industriali italiani (sempre più scissi dalla vera base produttiva del paese, fatta di piccole e medie imprese), e questo sarebbe strano, perché della flessibilità del cambio avete beneficiato. Ma l'apparente mistero si risolve quando si consideri che a voi sta ancora meglio la disoccupazione competitiva, il regolare la competitività schiacciando i salari di lavoratori più ricattabili perché più stremati. Certo, a voi questo meccanismo di aggiustamento sembra perfettamente naturale, non avendo voi quasi mai dovuto preoccuparvi di come garantire a voi stessi un domani, come non se ne dovette mai preoccupare il compianto Padoa Schioppa, quello che da figlio di amministratore delegato delle Generali, condannato a vivere nella bambagia, auspicava per gli altri un sano contatto con la durezza del vivere.

Poi c'è l'altra parte dell'elettorato, quel quinto della popolazione (a spanna) fatto di pensionati. Credo su di loro abbia fatto leva l'opera cialtrona e fascista di disinformazione condotta dai media. Questi da anni terrorizzano le fasce più anziane della popolazione con l'idea (non supportata né della teoria, né dall'evidenza empirica) che un'uscita dall'euro significherebbe una svalutazione catastrofica, con una impennata dell'inflazione che eroderebbe il valore reale delle loro pensioni. Il pensionato che legge il giornale, che passa il tempo di fronte alla televisione, succube di fronte alla marea di disinformazione crescente, è lo stesso che ai tanti incontri che ho fatto in giro per l'Italia mi dice "ma io non lo so usare il blog"! A differenza del giovane, quindi, non ha accesso ad altre informazioni che non siano quelle che gli ottimati vogliono che abbia. Ma esattamente come il giovane, anche il vecchio ha dato un voto razionale ed informato (anche se il suo info set era stato inquinato dal giusquiamo di un'informazione che dovrà, prima o poi, essere richiamata seriamente ai suoi stessi principi deontologici).

In sintesi, insomma, anche l'impatto della struttura demografica sulla distribuzione del voto ci chiarisce che questo non è stato (solo) un voto pro o contro la riforma costituzionale, dato per motivazioni ideali, ma è stato (soprattutto) un voto pro o contro l'euro dato per motivazioni economiche. Ha votato a favore chi temeva che il voto, causando un'uscita dall'euro, ledesse i suoi interessi economici. Ha votato contro chi sperava che il voto, causando un'uscita dall'euro, favorisse i suoi interessi economici. Certo, questa consapevolezza non può essere stata chiara e distinta in ognuno. Ma il dato sull'età è in qualche modo la prova del nove, e rivela che i merdia hanno fatto un gigantesco autogol quando hanno legato l'esito del referendum a una potenziale uscita dall'Italia. Hanno tirato dalla propria parte il 22% dei pensionati (esclusi i tanti, di cui qui si è parlato, con la spina dorsale dritta), ma hanno anche allontanato il restante 78% della popolazione, quella che ha capito che di Unione Europea si muore.

Quella che i piddini chiamano "Europa", quel delirio imperialistico scisso da qualsiasi percorso di razionalità storica e politica, quel luogo ideale che rappresenta la radicale negazione non tanto della democrazia, quanto della stessa politica, perché non può esserci polis, cioè comunità, senza logos, e che infatti ci propone di sostituire alla politica la "governabilità", la governance, intesa come aderenza passiva a un insieme di regole spacciate per ottimali, nonostante siano producendo disastri ovunque (tranne che dove ci si può permettere di non applicarle), regole che esprimono rapporti di forza sui quali le nostre élite non hanno voluto incidere (perché volevano servirsene per schiacciare i sottoposti, cioè noi) e ora non possono più incidere (perché aderendo ad esse hanno indebolito il paese, cioè loro stessi), la famigerata governance, che è l'idea che il paese sia come un treno che viaggia sui binari, e dove il macchinista deve semplicemente regolare la velocità, cioè l'inflazione: ecco: questo delirio fascista è mortifero perché è menzogna, a tutti i livelli.

Ai pensionati che hanno votato "sì" perché preoccupati del legame fra svalutazione e inflazione io non dirò altezzosamente che sono disinformati, come un padrone qualsiasi. Darò loro umilmente, con dedizione, con impegno, con sforzo, un'informazione, quella che ho diffuso nell'ultima newsletter dell'associazione a/simmetrie, ovvero questa:


La vedete? Questa è la relazione fra svalutazione (variazione del prezzo del dollaro in sterline) e inflazione nel Regno Unito. Sì, con la Brexit c'è stato un rapido riallineamento del cambio, una svalutazione di circa l'8% (il primo picco della linea verde scuro), nel mese di luglio. Ma l'inflazione è addirittura calata, nonostante Carney abbia fatto una politica monetaria inutilmente espansiva per intestarsi il merito dei benefici economici che il Regno Unito stava traendo dall'aver abbandonato un cambio che le stime del Fondo Monetario Internazionale indicavano come chiaramente sopravvalutato:



(le fonti sono questa per il tasso di cambio, questa per i prezzi al consumo nel Regno Unito, questa per la sopravvalutazione della sterlina pre-Brexit).

Sì, cari amici pensionati, disinformati da media criminali, perché responsabili della più atroce delle guerre civili, quella dei vecchi contro i giovani: potete credere ai vostri occhi! Una svalutazione dell'8% ha portato con sé un'inflazione di quanto? Ve lo dico io: dello 0%.

Non credete ai giornali!

Come potete pensare che organi di informazione in mano a una classe imprenditoriale giustamente sensibile ai propri interessi vi forniscano informazioni utili a tutelare i vostri? Potete pensare che un Illy, o un Boccia, vogliano il vostro bene? No: giustamente essi vorranno il loro, che non coincide, né mai coinciderà, col vostro, perché ora che il paese è spolpato l'unico modo che queste persone hanno di estrarne valore è spremere ancor più le retribuzioni, o spostare all'estero la creazione di valore. In questo modo, cari amici pensionati, la vostra pensione diminuirà per forza: non si può distribuire il reddito che non viene creato. Ora, le cose stanno così: è il lavoro che crea valore, ma l'unico modo di tutelare la stabilità dei prezzi è far aumentare i disoccupati, cioè distruggere valore. Non è per cattiveria che la Fornero vi ha fatto il bello scherzo che sapete, e non è perché le finanza pubbliche fossero in pericolo (questa è una enorme balla): è perché nel mondo della disoccupazione competitiva bisogna tagliare i redditi per favorire l'aggiustamento di competitività, e quindi, tautologicamente, diminuiscono i redditi da redistribuire per garantire un'esistenza dignitosa a chi in vita sua di valore ne ha prodotto, come voi, amici pensionati, che avete contribuito a fare grande questo paese.

Votando sì, cari amici, avete votato contro i vostri figli (per fortuna perdendo), e lo avete fatto non per cattiveria, ma per mancanza di informazioni, di dati, come quelli che vi ho fornito, e che nessuno dei grandi media in Italia vi fornisce. I vostri figli possono accedere ai pochi baluardi di informazione libera e indipendente, come questo blog: mi dispiace aver spiegato loro come stanno le cose, perché il triste esito dell'aver adempiuto alla mia missione di intellettuale rischia di essere che i vostri figli vi chiudano gli occhi non con una lacrima, ma con una maledizione. Questo, naturalmente, a meno che tutti, vecchi e giovani, non ci attrezziamo per contrastare efficacemente la marea montante della disinformazione e del delirio fascista che vuole delegittimare a tutti i livelli e in tutte le sedi la libera espressione del voto.

Oggi compio 54 anni.

Non avrei mai pensato di essere chiamato un giorno a rivolgermi ai miei concittadini, a mostrar loro i dati della crisi, a svolgere, inizialmente in completa solitudine, in questo paese, l'unica operazione veramente politica: coinvolgere la mia polis in un processo di graduale consapevolezza del meccanismo che ci sta schiacciando, un processo nel quale ho insegnato molto, ma ho anche molto appreso, al quale ho sacrificato molto, ma che mi ha anche dato molto, e quotidianamente mi dà, in termini di soddisfazioni umane inaspettate e incommensurabili. Le vostre parole di incoraggiamento e gratitudine sono il coronamento di cinque anni di lavoro che non avrei mai pensato di poter sostenere e che ho sopportato solo grazie alla vostra presenza.

All'orizzonte si profila la troika, come qui avevamo ampiamente previsto dodici mesi or sono. Saranno momenti molto duri: dopo le nostre libertà economiche, verrà conculcata anche la nostra libertà di espressione, la nostra possibilità di dissentire dal disegno criminale delle nostre élite cialtrone e bancarottiere. Vi chiedo un ulteriore sforzo: sostenete a/simmetrie, unico laboratorio coerente e strutturato di elaborazione di un pensiero critico scientificamente rigoroso, accuratamente documentato e comunicativamente efficace. Abbiamo bisogno di incidere sulla realtà finché abbiamo ancora (per poco) la possibilità concreta di farlo, attraverso i social media. C'è molto da fare in questa direzione (e ve ne parlerò), ma le risorse di cui disponiamo non ce lo consentono (e ve ne parlerò).

Vi chiedo anche di prendere in considerazione l'opportunità di aderire ad a/simmetrie, i cui scopi sociali sono descritti dallo statuto. Ci aspettano anni duri. Forse è il momento di conoscerci meglio, di contare quanti siamo, di promuovere con più efficacia presso i nostri compatrioti il tanto lavoro che abbiamo fatto e che non deve andare disperso.


Concludo però con una nota di ottimismo. Al di là delle analisi dei sociologi da bar, gli italiani hanno dimostrato di votare col portafoglio, razionalmente, subordinatamente alle informazioni in loro possesso, spesso di pessima qualità. Questo conferma la validità del messaggio che fin dall'inizio vi ho dato: l'unico, decisivo atto politico da compiere è portare corretta informazione. Il resto segue. I tanti "qualcosisti" che hanno disperso forze in improbabili esperimenti "politici" invece di concentrarsi nella diffusione dei messaggi corretti hanno la mia compassione, ma non sono miei alleati: sono miei nemici. Questo va chiarito, come va anche chiarito che se il nemico si arrende, è possibile stilare un trattato di pace e andare avanti.

Qui stiamo facendo la cosa giusta: voi la state facendo.

Vi chiedo solo di non arrendervi.

mercoledì 3 agosto 2016

Pensioni e sindacati

(...ieri ero a cena in una nota località ex mineraria con un anziano ex comunista, ai suoi giorni attivamente impegnato in politica, che cercava di spiegarmi che Renzi non è comunista e che la sinistra manca di leader carismatici. Io, misericordioso e paziente, annuivo con un minimo sindacale di condiscendenza, mentre mi facevo spiegare, facendo il finto tonto [es.: proponendogli Fassina come leader carismatico] in che modo il suo partito, e in definitiva anche lui, aveva gestito lo smantellamento di un pezzo di industria italiana - sicuramente non competitiva, per carità! [Del resto, con l'allargarsi delle frontiere, temo che tutta l'industria estrattiva mondiale subirà gravi contraccolpi: avete presente perché Marte si chiama "il pianeta rosso"? Hint: non l'hanno colorato col pennarello]. Certo che in tutta la vicenda dell'euro il problema del tradimento della sinistra, che non è un dato soggettivo - e quindi apolitico - ma oggettivo - e quindi politico, perché i rappresentanti oggettivamente, nei numeri, non hanno fatto gli interessi dei rappresentati, indipendentemente dalle loro sicuramente ottime intenzioni soggettive, rimane il problema centrale, tant'è che pare che se ne sia accorto anche Stiglitz, a modo suo e con i limiti oggettivi che gli provengono dal non aver potuto seguire da vicino le vicende di una provincia sempre più insignificante di un impero sempre meno significativo...

A riprova, noto come tutto concorra a distogliere l'attenzione da questo nodo cruciale: anche la rinnovata guerra di religione, alla quale aderiscono toto corde i suddetti leader carismatici. Ma forse per capire come stanno le cose basterebbe seguire i soldi. A seguito del post precedente, Filippo Ariani ha pubblicato come commento le parole che vi sottopongo qui di seguito. Sono fatti che non conoscevo - ma intuivo - e che ci fanno capire non tanto da che parte stia il sindacato [questo qui lo sappiamo benissimo: sta dalla parte dell'euro, cioè della compressione dei salari, come abbiamo esplicitamente visto nel caso di Landini] quanto perché ci stia. Dato che il vecchio comunista si lamentava, un po' nebulosamente, anche del ruolo giocato dal sindacato nella vicenda che lo aveva visto protagonista, mi è venuto in mente di condividere.

In termini accademici, il quadro analitico di riferimento per Ariani è la legge ferrea dell'oligarchia di Michels. Wikipedia ci informa che essa è stata criticata dall'eurista di riserva Panebianco, il che per noi vale a conferma della sua validità. Del resto, mica c'è solo Michels! Ci sarebbe anche Salancik, per dire, e comunque qualsiasi corso di politica economica, inclusi quelli che tengo io, a un certo punto spiega i problemi di delega - cioè di difformità del comportamento dei delegati dalle intenzioni dei deleganti - che sorgono per via del fatto che i delegati, inclusi quelli sindacali, perseguono obiettivi diversi da quelli dei deleganti, l'obiettivo più ovvio dei delegati essendo non quello di accrescere il reddito dei deleganti, ma la propria - dei delegati - sfera di influenza, aumentando le dimensioni dell'organizzazione. Ciò li obbliga da un lato a compromessi coi poteri costituiti, e dall'altro a reperire risorse. I dati che ci fornisce Filippo riguardano appunto il secondo aspetto, e credo vadano discussi, nel quadro del più ampio fenomeno della cattura oligarchica qui più volte menzionato, e che evidentemente non si esaurisce nel dato, di per sé piuttosto ovvio, che "nei regimi democratici contemporanei i super ricchi hanno catturato le istituzioni elettorali rappresentative",  ma presenta anche sfaccettature più elusive e insidiose, come la cattura da parte della finanza di movimenti apparentemente "dal basso" o "di base" che dir si voglia...).




Non so quanto sono OT, ma la questione del dirottamento di risparmi verso le pensioni private mi rimanda al problema sindacati: cosa (di fatto) sono? Cosa concretamente perseguono? Con quali mezzi? Un tassello forse non secondario del mistero per cui le classi lavoratrici hanno abboccato in toto alla beffa Euro & C., facilitando il tradimento operato ai loro danni da tante forze di sinistra.

Già infastidito dalla percezione di una particolare impermeabilità” del mondo sindacale rispetto ai tentativi di critica del sistema di Moneta Unica (per la contraddizione che ciò comporta con gli interessi sostanziali del lavoro dipendente), intendevo verificare l'applicabilità in ambito sindacale della vecchia (1911) ipotesi di R. Michels sui partiti politici, nella parte in cui asserisce che l'obiettivo fondamentale si sposterebbe dalla realizzazione del programma dichiarato alla sopravvivenza dell'organizzazione. In particolare volevo esaminare la struttura sindacale in termini di interessi concreti, espressi dalle voci di entrata leggibili nei bilanci, per capire se prevalevano quelle collegate al mondo del lavoro (interessi contrastati dalla moneta unica) ovvero alla finanza, per cui invece l'Euro è un terreno di gioco più favorevole.

Tentativo abortito: i bilanci, pur talvolta pubblici e chiari, sono privi del consolidato di tutti i livelli (territoriale, regionale e nazionale) e settori (confederali e di categoria) impedendo di ricostruire con precisione i dati complessivi. Difficile perciò andare oltre le osservazioni da pamphlet liberista di S. Livadiotti, L'altra Casta, Bompiani 2008. Se ne conferma semmai, nella costanza dell'aliquota tipica di 1% della paga base (v. aliquota CGIL ), l'ordine di grandezza delle entrate totali attorno ad un miliardo (Livadiotti, p. 72 riga 10), stima imprecisa ma utile alle osservazioni di cui oltre.

Si può forse aggiungere che:

-          la perdurante indisponibilità del dato aggregato può indicare una concreta volontà del detentore dello stesso, di impedire la conoscenza della propria struttura economica,

-          nell'esempio sopra riportato del bilancio CGIL il settore dei pensionati (potenzialmente più interessato dei lavoratori alla stabilità dei prezzi e di riflesso alla moneta unica) mostra un peso economico quasi equivalente a quello dei lavoratori attivi, ed addirittura superiore in termini di numero di iscritti.

Ho allora ripiegato su un rapido censimento delle altre realtà verso le quali il sindacato denota affiliazione, proponendone più o meno direttamente i servizi tramite le proprie pagine internet. Limitandomi alla CGIL (di cui soffro maggiormente le discrasie essendo stato a suo tempo un iscritto) e scorrendo le pagine dei sindacati di categoria, il principale riferimento esterno è rappresentato dai vari fondi pensione negoziali

-        Agricoltura: FLAI rinvio a Agrifondo, EBAN, EBAT, ENPAIA ENPAIA FISLAF FISLAF

-        Servizi: FILCAMS  pagina sulla bilateralità con rinvio a 5 fondi di previdenza

-        Funzione Pubblica PERSEO

-        Metalmeccanica: FIOM con rinvio a Cometa Fondapi Cooperlavoro Previlabor Previnforma


-        Trasporti (Filt CGIL) link a PREVILOG ed EBNP,

-        “Conoscenza”: FLC CGIL rinvia a ESPERO nonché SIRIO (confluito in PERSEO-SIRIO)

-        Comunicazione: SLC CGIL rinvia a BYBLOS

-        Lavoratori “non tutelati” (tipo collaboratori, consulenti, etc.) NIDIL rinvia a  FON.TE



Per quanto riguarda i fondi pensione, trattasi di normali attività finanziarie di investimento, che nel 2014 hanno operato per circa 39 miliardi/anno nel 2014 (v. tav 1.8 pag 29 in covip Relazione Annuale 2014).

Da questo punto di vista il problema evidente mi pare il “rischio” (diciamo così) che la grande sproporzione di “peso” (circa 40:1) fra entità dei bilanci dei fondi pensione e dei sindacati che li sponsorizzano, possa “catturare” l’attività sindacale distorcendola a supporto esterno dei propri interessi. E’ vero che le cifre in entrata del “lato sindacale” sono gravemente imprecise, ma la differenza è tale che anche un ragionamento per ordini di grandezza può essere in qualche misura valido

Il ragionamento si può ampliare osservando che i link dei fondi pensione sono seguiti a ruota, in termini di completezza e pervasività, da quelli relativi a fondi sanitari integrativi ed attività assicurative e finanziarie, ad esempio:

-        Agricoltura, assistenza sanitarie integrative FISA e FIDA

-        Trasporti, dalla pagina dei contratti  link a UNISALUTE

-        “Conoscenza” link a UNIPOL e UNIPOL Banca

-        Comunicazione link UNIPOL ed UniSalute

-        SPI-CGIL (pensionati) link interessante dalla sezione servizi alla Guida SPI servizi che reclamizza le tutele individuali del patronato INCA CAF  SOL  UVL  Mediaequa AUSER ed altri e sponsorizza le convenzioni con Unipol. Monte dei Paschi, Agos Ducato.

-        Servizi: la già citata pagina sulla bilateralità rinvia ad una dozzina di dozzina di attività sanitarie integrative



Meno rilevanti economicamente ma sistematicamente valorizzati nel Sistema Servizi CGIL, troviamo, INCA CAF  SOL (orientamento al lavoro) UVL  AUSER (invecchiamento attivo), Federconsumatori, SUNIA (sindacato inquilini) Mediaequa (Mediazione civile)

Complessivamente, non riesco a togliermi di dosso limpressione di un sistema che anziché tutelare gli interessi dei lavoratori promuovendone in primo luogo le capacità di autotutela, si insinua, in qualità di mediatore attivo, tra  la classe lavoratrice e le difficoltà” (di qualsiasi genere) che la vita economica tipicamente impone.

Come ovvia conseguenza, le azioni tipiche verso problemi quali linsufficiente entità delle pensioni, le inefficienze della sanità pubblica e della giustizia, leccessiva complicazione del fisco (etc.) quasi fatalmente non saranno mai rivolte in primo luogo ad eliminare le cause, bensì ad offrire servizi sostitutivi od integrativi, promuovendo per i lavoratori il ruolo di vittime da assistere, purché se ne restino sufficientemente passivi salvo i rari momenti di mobilitazione comandata.



(...diciamo che in termini scientifici una simile ipotesi trova supporto, come ho succintamente cercato di illustrarvi in premessa. Quando i dati si conformano alla teoria, magari è una coincidenza, o magari, come credo in questo caso, una fregatura. Chi sa parli. Il regime eurista sopravvive grazie a Stampa e Sindacati. Ci siamo capiti, no?...)