(...oggi è l’ultimo giorno per le nomination ai
MIA17. Dato che quest’anno dovremo essere miglior sito politico-d’opinione – come da
istruzioni – elaboro una riflessione politica che ho già condiviso con voi
e nella quale sono inciampato pochi giorni fa in circostanze fortuite. Andremo
avanti così, di vittoria in vittoria, e già sto pensando a cosa dovrò scrivere
quando l’unica categoria sarà rimasta il “miglior sito LGBTIXHGKJNAD” – confido
nel fatto che nel tempo intercorso nuove lettere si saranno aggiunte all’acronimo.
Sarà sicuramente meno noioso di quello che vi tocca leggere oggi...)
La lettrice di
inglese di un’università europea dove ero in visiting mi propose un giorno il seguente
quesito: “Come si dice in inglese bella donna?” Fiutando il trabocchetto, mi
avventuravo guardingo verso uno scontato “a beautiful woman”, quando lei,
inglese di Inghilterra, tranchant:
“Tourist!”. Certo, essere un’isola ha i suoi pro e i suoi contro. Non è che i
rimescolamenti di sangue siano mancati da quelle parti. Però, in effetti, se lo
dicono loro, si vede che l’insularità qualche danno lo ha fatto...
Naturalmente ogni
regola ammette eccezioni (fra le quali non era dato annoverare la sarcastica
lettrice). Pensate alla regola del 3% (del deficit di bilancio pubblico sul
PIL). Se la osserviamo (come si dovrebbe) su una media sufficientemente lunga,
scopriamo, con nostra nulla sorpresa, che noi Italiani l’abbiamo rispettata,
pur non potendo, per una serie di motivi, finanziarci
a tassi negativi come i nostri fratelli tedeschi:
(la media va dal
1999 al 2017, i dati sono quello del WEO). Scopriamo anche, con nostra nulla
sorpresa, che paesi “virtuosi” e salvatori de “Leuropa”, come la Francia, in
media hanno violato la regola pesantemente, senza che per questo i loro
giornali apostrofassero la loro popolazione così come il Fatto Quotidiano apostrofa noi.
Ci sarà un
motivo, che però non sta all’economista ricercare, ma allo storico.
(...e prima,
magari, al
magistrato, il quale magari non interviene non perché sia schiavo dei
poteri forti kittipaka ecc. – queste sono scemenze – ma semplicemente perché
deve interpretare la legge, e esattamente come abbiamo visto evolversi nel tempo
il comune senso del pudore, per cui oggi saremmo un po’ sorpresi se
qualcuno multasse una donna in bikini, magari domani potrebbe evolvere il
comune senso della dignità del paese – per cui, dopo aver riformato il sistema
dei finanziamenti all’editoria, potremmo trovare sorprendente che venissero
tollerati attacchi gratuiti alla nostra nazione, quegli attacchi che un amico
mi diceva di lasciar correre, senza capire che esiste il metodo Juncker, e che
quindi non è – solo – un caso se il giorno dopo in cui vi viene detto che siete
delle merde da un organo di stampa il cui direttore ve
lo ha già detto in diretta televisiva, un altro organo di stampa sferra un attacco
frontale alla prima parte della Costituzione. Naturalmente l’amico che mi
diceva di lasciar correre sul vilipendio tramite vignetta, poi proponeva di
denunciare il vilipendio tramite brillante editorialista. Eppure i due sono
oggettivamente connessi, vuoi perché entrambi riflettono lo spirito del tempo,
e in particolare il tentativo delle élite finanziarie di arroccarsi nel loro
potere delegittimando il voto popolare e le norme poste a tutela dei diritti
dei lavoratori, e poi perché se si constata che tolleriamo oltraggi alla nostra
identità nazionale – che oggettivamente non ha molto da rimproverarsi: vedi ad
esempio il grafico precedente – qualcuno potrebbe ragionevolmente concluderne che
tollereremmo che venga oltraggiata anche la nostra legge fondamentale. Si
aprono le gabbie dei Soloni figli di facoltà minori. Ma, e qui sta il punto che
vorrei attirare alla vostra attenzione, il magistrato non è tenuto a sapere
cosa oltraggia la comunità della quale deve applicare, interpretandole, le leggi:
quindi presupposto per l’evoluzione del “comune senso” di qualsiasi cosa è che
chi avverte una lesione a un proprio diritto, se la avverte, la segnali. Non
potete lamentarvi che la magistratura non intervenga, con tutte le cose che ha
da fare, se voi non le segnalate che a vostro avviso certe parole, considerate
gravi quando pronunciate da un privato cittadino in un comprensibile anche se
inopportuno moto di stizza, lo sono oggettivamente molto di più se espresse
a freddo da chi può avvalersi della potenza di diffusione e di penetrazione dei
media. Ovviamente queste non sono istruzioni per l’uso, ma solo una semplice
riflessione: non ha senso rispondere a un vilipendio alla nazione con un
vilipendio alla magistratura, come alcuni hanno velatamente fatto su Internet.
Avete dei diritti? Esercitateli! Solo dopo,
se vi viene negata giustizia, il caso passa dalla sfera del potere giudiziario
a quella del potere politico. Chiusa la digressione)...
Ci ripensavo, all’aneddoto
sulle turiste, pochi giorni fa, arrivando a casa di un mio nuovo amico, di quei
tanti che mi sono fatti facendomi tanti nemici, un amico che presto vi
presenterò.
Era ospite a casa
sua un’eccezione alla regola (non quella del 3%: quell’altra), e naturalmente
anche lì il motivo c’era: non era inglese, ma gallese (and rather proud of it). Comunque, dato che, nonostante recassi in dono
una saccocciata di CD, e fossi fermamente interessato a parlare di arte, ma
anche (e soprattutto) di niente, l’amico, lui stesso artista, mi aveva presentato
come economista, e dato che la gallese era migrata (come una sterna) a Londra,
dove volete che andasse a parare il discorso? Ma naturalmente lì, sulla Brexit.
Io, per non sbagliare, mi ero subito presentato come populista. Certo, un
populista sui generis: accompagnato
da una creatura splendida (per una volta la figlia), economista (forse),
musicista (certamente, come attestavano i dischi di Brilliant), urbano,
enciclopedico, facondo...
Rassicurata da
tante apparenti virtù, l’eccezione apriva nel modo più classico: “Sono
tanto preoccupata, il populismo, questa Brexit è una catastrofe, chissà cosa
succederà...”.
Dopo quel momento
di ascolto necessario ad accreditarmi come interlocutore aperto e simpatetico,
muovo il cavallo (quello nero sulla scacchiera, non quello pezzato in corridoio, che
poi, come sapete è una mucca): “Ma scusa, cara: io ti sono vicino nelle tue
preoccupazioni, anche se vedi che noi qui non è che si stia molto meglio. Però,
per aiutarmi a capire” (nel frattempo una desolata Uga, che l’impenetrabile
barriera linguistica secludeva dal nostro discorso, derelitta, desolata, mi
chiedeva: “Babbo, posso andare in piscina?” E io paterno, sorridente, per indole,
ma anche per l’intento tattico di confondere l’interlocutrice, avvezza a vedere
nei populisti dei bruti che rientrano in casa ubriachi per battere le mogli e
violare i figli: “Certo, amore, sentiti libera...”) “aiutami a capire:” disais-je “a distanza di più di un anno,
sapresti concretamente dirmi in cosa la situazione ti ha danneggiato?”
A domanda
semplice, come in qualsiasi esame universitario, seguiva risposta confusa.
“Ma, no, forse
niente, in effetti il lavoro prosegue, anzi, aumenta, però l’incertezza, sai,
questo negoziato...”
Ora, a dirla
tutta, nella mia interminata umanità (non sapete quanto io soffra a bloccarvi
su Twitter: fa più male a me che a voi), nella mia inarrivabile capacità di
mettermi nei panni del mio interlocutore, costruita in anni e anni di sessioni
di esami, vedevo e comprendevo le sue ragioni. L’eccezione de cujus svolge un’attività di intermediazione fra Europa e Stati
Uniti, con sede a Londra. Certo che con giornali che parlano di quarantene,
visti, barriere, muri, ecc., l’idea che i tuoi clienti non possano venire a
trovarti, peggio, che ti considerino un’appestata, tanto simpatica non deve
essere.
Ed eccomi allora a
ripetere, paterno, garbato, rassicurante, le solite cose (ma almeno in una
lingua diversa): “Ma no, bisogna essere razionali! I media hanno interesse a
drammatizzare, perché sono posseduti per lo più da persone che speculano sulla
volatilità, ma la situazione non è così catastrofica. Ti ricordi cosa dicevano
che sarebbe successo? Ti pare sia successo? No! E non è successo per un motivo:
perché voi siete clienti di chi comanda in Europa, la Germania, e nessuno ha
interesse a pestare i piedi a un proprio cliente. E poi, non c’è la
globalizzazione? Magari può non piacere, però, alla fine, la bottom line è che tutto il mondo è mercato.
Nessuno ha interesse a escludervi, ma se lo facesse non morireste di fame...”
Und so weiter,
und so fort...
Insomma, tanto
suadente era il mio eloquio, che l’interlocutrice si rassicurava... e a mano a
mano che la seducevo, e si rassicurava, e che quindi la Brexit – come la
vecchiaia – non le sembrava poi così male, considerando l’alternativa,
paradossalmente, essendo ella creatura umana e benigna, veniva assalita dal
senso di colpa, muovendo improvvidamente la donna (quella che era in lei, ma
anche quella sulla scacchiera): “Certo però che la nostra dipartita (NdT:
traduzione maccheronica di departure) penso vi crei un problema: senza
l’Inghilterra, la Francia da sola non potrà contrastare la Germania, e questo
vi indebolirà nelle vostre giuste rivendicazioni”.
Io non sono uno
scacchista, ma so portare le persone dove voglio.
Ora la strada era
tutta in discesa.
Preso un bel
respiro, sorrido, e poi, appena appena stingendo nel condiscendente, e con giusto
un soupçon (visto che era stata evocata la Francia) di quel « petit rire
qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque
grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique,
d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de
siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa
qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus
rarissimes », do il matto:
“Vedi, cara, a me
stupisce sempre l’idea, così diffusa, anche da noi, che al fine di rendere
l’Europa un luogo sostenibile per tutti i suoi membri questi siano costretti ad
allearsi per combattere gli uni contro gli altri. Non ti sembra un po’
contraddittorio che ci si dica che l’Unione Europea ci ha dato la pace, e al
contempo si sostenga che i suoi membri devono combattere, e combattere proprio fra di loro, per mantenerla, questa
pace? Voglio dire: non mi stupisce affatto che lo scopo del gioco sia quello di
conquistare la pace attraverso la guerra, per il semplice motivo che mi sembra
sia sempre successo! Solo che, se le cose stanno ancora così, che bisogno
abbiamo di unirci politicamente, che bisogno abbiamo di “nuove” istituzioni per
giocare questo “vecchio” gioco eterno? In cosa Bruxelles ci aiuterebbe? Se il
gioco è questo, possiamo giocarlo con i cosiddetti “vecchi” stati nazionali,
non ti pare?”
Eh...
Già...
L’eccezione non pensava che io loico fossi... i populisti, si sa, son gente rozza:
così gliela avevano raccontata i suoi giornali (tipo il Guardian). Fra una
serata rutto libero al pub a parlare di fica, una partita di calcio, e il loro
lavoro mediocre, dove potranno mai i populisti trovare il tempo per esercitarsi
nel principio del terzo escluso?
E invece...
E invece, dopo
cena, comme par hasard, si parlò di
altro: di storia della musica, dell’editore delle Canzone di Frescobaldi che
esplicitamente afferma di voler rompere il monopolio dei musicisti
professionisti, di come nel Rinascimento la semiologia musicale fosse
intenzionalmente oscura (più dei Trattati europei) proprio allo scopo di preservare
il market power dei musicisti
professionisti e delle loro corporazioni (avete presenti i canoni mensurali?), di quando l’Italia era market leader nel settore musicale, e dettava le forme del
linguaggio, quelli che qui chiamiamo i frame
e che in musica si chiamano i generi: l’oratorio, dove poi avrebbe primeggiato
Handel (il cui ufficio è accanto quello dell’eccezione), l’opera, la sonata, il
concerto (De Cavalieri, Monteverdi, Corelli, Vivaldi...), di Pergolesi che era
morto tanto giovane, altrimenti la storia sarebbe andata in un altro modo, degli
scavi di Pompei che erano iniziati prima di quanto credessi io (prima di
Winkelmann), e delle stampe di Piranesi che erano state stampate dopo quanto
credesse lei (dopo Corelli), di Handel e Bach che erano andati dallo stesso medico, il quale, al grido di “la scienza non è
democratica!”, aveva accecato il primo e sostanzialmente ammazzato il secondo,
della Germania est, dove erano nati i due ciccioni e il terzo genio, in un fazzoletto di terra, lì, fra Magdeburgo e
Eisenach (saranno 200 km con Halle in mezzo, come Avezzano fra Pescara e Roma:
a proposito, come avrete notato da uno dei link che non leggete a Halle ci sono
dei tedeschi di un certo tipo, e sono
lieto di tornarci a settembre...), e di chi era nato prima, e di chi era
morto dopo, e di come a quell’epoca i tedeschi, che vivevano meglio il proprio
complesso di inferiorità, anziché arroccarsi come irriducibili, sordi e
tetragoni alle richieste di Francia e Italia, si ponevano esplicitamente al
servizio di queste ultime due come mediatori culturali (naturalmente, in ambito
musicale): pensate ad esempio a Bach, come parlava italiano e francese...
Insomma: di
tutto, tranne che di politica, con mio grande sollievo: s’era capito che lì non
c’era partita.
Con voi però (non
se ne dolga la mia adorabile Nat) vorrei parlare proprio di politica.
Ecco, capita che
spesso siano le cose semplici a sfuggire, e capita che sfuggano proprio a
quelli che per anni mi hanno molato gli zenzeri con quella storia che sapete,
quella vecchia solfa che siccome sono solo un economista, non posso capire la
politica: una storia così stantia, che auspico sia definitivamente estirpata
dalla nostra meritata vittoria quale miglior sito politico-d’opinione.
Allora
parliamone, di politica, e parliamo anche di quelli che hanno assistito e
tuttora assistono, col ciglio asciutto e le terga al riparo, al massacro di
famiglie e imprese, da immolare secondo loro in nome di un’altra Europa.
E come dovrebbe
essere fatta questa altra Europa?
Dovrebbe essere
un’Europa dove la Germania ascolta gli altri.
E perché la
Germania dovrebbe ascoltare gli altri?
Ma, appunto,
perché, come si diceva sopra, questi si dovrebbero coalizzare contro di lei per
farle una minaccia credibile.
E cosa dovrebbe
risultare da questa minaccia?
Bè, è chiaro: una
mediazione fra gli interessi nazionali: insomma: “e si letiha, però poi e ci si
viene incontro” (per dirla in italiano).
Mi avete seguito
(nonostante l’italiano)? Dov’è l’inghippo? Ma, a me pare chiaro, e forse, ora
che la crisi delle sterne, pardon: dei migranti, ha reso plastica, sotto forma
di “risorsechecipaganolapensione” ma che stranamente nessuno vuole a casa
propria, l’idea finora evanescente di interesse nazionale, penso che non dovrebbe esservi molto
difficile seguirmi.
Ci era stato
detto che gli interessi nazionali non esistevano: non ne eravamo portatori,
perché eravamo (o comunque eravamo permanentemente in procinto di diventare) cittadini
europei, cittadini, cioè, di un “non stato” la cui “non cittadinanza” è “non
regolata” da una “non costituzione”: un problema? No: un “non problema”, e anzi
un’opportunità per chi, volendo impedirci di tutelare i nostri interessi,
trovava conveniente sostituire i nostri interessi nazionali con “non interessi”
sovranazionali!
Poi però gli
interessi nazionali si sono affacciati prepotentemente alla ribalta: prima, in
modo non intellegibile ai più, attraverso la crisi economica, ovvero quando
sono venuti al pettine i nodi della libera circolazione dei capitali; ora,
attraverso la crisi migratoria, che fa venire al pettine i nodi della libera
circolazione delle persone: e qui, tutti hanno capito.
Bene: a mano a
mano che gli interessi nazionali riacquistavano cittadinanza nel dibattito,
bisognava accomodarne la scomoda presenza nel quadro di quello che continuava
ad essere presentato come l’unico processo storico possibile, come una
ineluttabile necessità: Leuropa (TM).
Il problema era stato eluso, per un po’, dai furbi, alzando il livello dello
scontro, o, per dirla alla romana “buttandola in caciara”: i problemi sono
globali, si diceva (per dargli un’aura di oggettività, di preordinazione – in senso
econometrico – rispetto alla sfera politica, si citava sempre il riscaldamento
globale), quindi per definizione affrontabili solo su scala sovranazionale (che
però, chissà perché, per noi doveva essere solo europea, e non mondiale,
nonostante che gli Stati Uniti del Mondo non siano meno utopistici di quelli
d’Europa, pur avendo in termini meramente logici molto più senso nel caso in
cui interessi risolvere un problema mondiale)!
Ma il giochetto
dei problemi globbbali, per quanto scaltro, ora non funziona più.
Le dinamiche che
hanno portato qui tante persone disperate, per tanti motivi disparati, sono
riconducibili a responsabilità nazionali, al modo (imperialistico) in cui
alcuni nostri vicini hanno gestito i loro interessi nazionali. Non è come il
buco dell’ozono, cui la sciampista di Milwaukee, molto generosa di lacca, ha
contribuito tanto quanto la fabbrica di elettrodomestici cinese, poco amica dell’ambiente.
Il problema che tutti vedono ha radici (e conseguenze) circoscritte e, ripeto,
riconducibili al prevalere di alcuni interessi nazionali (quelli francesi) sui
nostri. Per rendere Leuropa digeribile ci deve allora essere raccontato che nella
dimensione sovranazionale diventerebbe più fluida la composizione degli
interessi nazionali. Solo che, naturalmente, perché questa favoletta sia
credibile, occorre agghindarla col presupposto di un bilanciamento dei rapporti
di forza. Che Bruxelles sia controllata dai tedeschi è cosa di dominio pubblico. Segue quindi l’idea barocca che la pace
si ottenga “alleandosi” con chi ha interessi simili ai nostri (la Francia, cioè
quella che ci ha bombardato in Libia!) per combattere contro chi ha interessi
contrari ai nostri (la Germania).
Noterete poi che
questa posizione delirante (alleanza franco-italiana de che?) in tanto ha senso
in quanto la si analizzi in una chiave strettamente economicistica, anzi:
macroeconomicistica. In termini di fondamentali macroeconomici, certo, la
Francia sta peggio di noi e avrebbe tutti gli interessi ad allearsi con noi.
Siamo stati gli
unici a dirlo da subito, traendone le conseguenze che dovevano esserne
tratte (il
fallimento interno di Hollande e presto di Macron). Ma la pretesa convenienza
di un’alleanza franco-italiana (verosimilmente, per “forzare” la Germania a
politiche reflazionistiche) emerge solo se si adotta questa chiave di lettura.
Se invece si allarga l’orizzonte alla geopolitica, al controllo delle fonti di
energia, e via dicendo, si capisce che quanto è successo in Libia non è
casuale, ma è il corollario del fatto che i nostri interessi collidono con
quelli francesi.
Capite
l’assurdità?
Chi per anni mi
ha rimproverato letture “economicistiche” della realtà, chi mi ha
marginalizzato accusandomi di essere “solo un economista”, appoggia la sua
proposta “politica” (più Europa attraverso l’alleanza dei buoni del Sud contro
il cattivo del Nord) su una lettura dei fatti che è, questa sì, meramente
macroeconomicistica!
Scusate, l’ho
fatta lunga, ma “mi avvio a concludere”, come dicono i seminaristi, gli untuosi
pretini smidollati e perbenisti “de sinistra”...
Una volta, quando
c’erano le nazioni, accadeva che qualora gli interessi di una comunità
nazionale confliggessero con quelli di un’altra si arrivasse al conflitto: un
conflitto in cui, naturalmente, si combatteva per vincere. Il modello di
integrazione che gli altreuropeisti ci propongono invece è quello di stati che non
combattono per la vittoria, ma per avere la possibilità di mediare! Insomma:
chi vince non ottiene quanto rivendica, ma può cominciare a discutere per averne
(forse) la metà...
E qui si arriva
il punto, che è molto semplice, tanto che in un mondo meno confuso non
meriterebbe nemmeno di essere formulato: il livello ottimale al quale mediare
gli interessi nazionali è per definizione quello nazionale.
So che sembra una
frase lapalissiana, ma siccome ci viene raccontato il contrario, forse è
opportuno ribadirla, e chiarirne le ragioni, che sono di due ordini. Una è
contingente: non è in istituzioni ormai pesantemente infiltrate da una delle
parti in gioco che possiamo aspettarci di trovare un luogo di rappresentazione
ed ascolto equilibrato dei nostri interessi. Ma l’altra è strutturale: istituzioni
che si fondano strutturalmente sulla perenne minaccia degli uni contro gli
altri non sono politicamente sostenibili. Lo dimostra, per certi versi, il
fatto che qualsiasi elezione nazionale metta Leuropa in fibrillazione! Quale
altra alleanza fra paesi (l’ASEAN? Il MERCOSUR? Il NAFTA?) viene scossa alle
fondamenta ogni volta che in un paese membro il popolo si esprime? Il fatto è
che qui da noi il popolo, esprimendosi, varia la tensione delle minacce, che
sono un po’ come sartie e stralli del vascello europeo: se li regoli male, c’è
rischio di disalberare, e il piloto tedesco lo sa (apprezzerete l'uso della lingua).
In queste
condizioni non può nascere alcun genuino spirito di solidarietà. Per lo stesso
motivo per il quale il modello di integrazione proposto previene la formazione
di solidarietà (come direbbe un tubetto di dentifricio), possiamo dire che esso
attivamente dissemina scontento ed odio. In effetti questo è quanto stiamo
osservando, come osserviamo svilupparsi di fronte ai nostri occhi la consueta
tattica del potere, qui da noi impersonato dalla terza carica dello Stato, che
consiste nell’addossare alle vittime la responsabilità delle loro disgrazie. Se
si affermano discorsi violenti, ci si vuole convincere che la colpa non è di un
sistema violento, i cui leader ci
esortano a (o ci promettono di) minacciare i nostri vicini per ottenere con la
violenza – delle parole – quanto ci spetta. Ci viene fatto capire che la colpa
è dei mezzi che le persone usano per esprimersi, e più in generale del fatto
che le persone desiderano esprimersi.
Fra un po’ scioperare,
o dire che l’immigrazione incontrollata porta al degrado socioeconomico,
diventerà un crimine. Non posso che attenermi a quanto dissi a gennaio su La7:
avrei passato quest’anno a ripetere “ve lo avevo detto”, e i più attenti di voi
si ricorderanno che in effetti penso di essere stato fra i primi a evidenziare
il carattere fascista di questo regime, fin dall’articolo del 2011 sul manifesto (ai tanti cari nostalgici ricordo che in
quel contesto detti anche la mia definizione di questo termine: se poi volete
convincermi che nel ventennio ci fosse libertà d’espressione, buona fortuna)!
Reprimere la libertà di espressione è lo sbocco naturale di un sistema che per
imporre l’ordine “naturale” dei mercati deve livellare le differenze culturali,
criminalizzando l’idea che un francese sia francese, uno spagnolo spagnolo, un italiano italiano, un tedesco tedesco. L’unica sfera in cui le diversità vanno tutelate, anzi: moltiplicate!, è
quella sessuale: forse perché quelle “diversità” danno meno fastidio di altre
nel mondo dello one-size-fits-all, e
così conviene farle passare per rivoluzionarie, il che, fra l’altro, permette
al potere di presentarsi come poliziotto buono rischiando tutto sommato molto
poco, mentre il poliziotto cattivo cerca di convincerci che si vis pacem, age bellum...
Tanto semplice,
ma tanto profonda è l’irrazionalità del progetto, che fra cinque anni, ne siamo
sicuri, se ne accorgerà anche il Financial Times. Nel frattempo, a noi non
resta da fare altro che resistere, non cadere nelle provocazioni, mantenere in vita
l’idea che se non c’è
alternativa non c’è politica, e quindi, in piena coerenza, mandare
sistematicamente a casa i politici che ci dicono che non c’è alternativa, per
il semplice fatto che se dicono questo non sono politici. Non è un vaste programme, e non è nemmeno uno
sterile passatempo. Sono cose alla nostra portata, e siamo sempre di più a
lavorarci...
(...se non avete votato, fatelo: anche questo
servirà a far leggere a persone ignare parole di buon senso, e servirà a
ingrossare le fila di quelli che non vogliono che l’Italia sia vilipesa e la
sua costituzione alterata...)