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sabato 25 novembre 2017

Chi votare? Lezioni dall'Australia...

(...avrete tutti avuto contezza della fakenews dei gazzettieri nostrani, secondo cui 60.000 nazisti avrebbero marciato su Varsavia per proclamare la supremazia della razza bianca ecc. ecc. Non che qualche sciroccato non ci fosse, per carità! Peraltro, vi sfido a estrarre un insieme di 60.000 persone da un gruppo di poco meno di 38 milioni senza beccarvi almeno un migliaio di sciroccati pesanti. Ma ormai lo sappiamo, le notizie sono questione di zoom:


I media tradizionali hanno completamente perso credibilità e, come ripeto, questo è un gravissimo danno. La loro decisione di costituirsi in fornitori di fake news, che qui abbiamo stigmatizzato molto ante litteram, ha due immediate conseguenze negative. La prima è che questo loro scellerato modus operandi getta effettivamente la popolazione in pasto a qualsiasi produttore di fake news (questa p quella per me pari sono...), quali che ne siano gli intenti, minando gravemente la possibilità di articolare un processo politico veramente democratico. La seconda è che tanti insulti alla verità e alla nostra intelligenza non potranno che generare una severa reazione. Qualora la libertà di stampa venisse gravemente limitata nel nostro paese, temo che pochi se ne preoccuperebbero, e molti giubilerebbero, avendo imparato a loro spese ma non per loro responsabilità a identificare la libertà di stampa con quella di impunita menzogna. Basterebbe poco... Basterebbe una bella multa da 100.000 euro per dato statistico fasullo pubblicato, ma solo in caso di recidiva e di assenza di smentita in prima pagina. Vedete come sono assolutamente tenero e benevolo? Potreste divertirvi a fare il conto di quali sarebbero gli immediati benefici per l'erario...

Insomma: le foto suggestive che i nostri gazzettieri (a ricasco di quelli internazionali) ci inviavano dalla Polonia erano frutto di un sapiente lavoro di lettura selettiva della realtà, il cui scopo è piuttosto evidente: screditare un popolo che desidererebbe, per una volta nella sua lunga storia, non dico autodeterminarsi, ma almeno acquisire dei ragionevoli margini di autonomia rispetto alla potenza imperiale di turno (in questo caso, quella tedesca).

Ma... nel resto del mondo, come si regolano i paesi che a noi vengono additati come civili, come paragoni di democrazia, come nostro modello, come l'asintoto cui tendere: le grandi federazioni del Commonwealth? Saperlo è utile e istruttivo, e ce ne dà agio un nostro vecchio amico, il buon Guidubaldo Sforza Pallavicini, che abbiamo conosciuto qui e qui.  Vale senz'altro la pena di dargli voce oggi, anche per ricordare che non tutti i giuristi sono piddini. Il bene e il male esistono ovunque, ma in proporzioni variabili, e il male assoluto, almeno, per quanto riguarda quello che personalmente considero un bene assoluto, cioè la libertà (a partire dalla mia) è lo spirito gregario, che poi è il suicidio della propria libertà, prima di essere la tomba di quella altrui...)



Caro Professore,

Dalla cronaca della sua a quanto pare fausta e produttiva trasferta polacca, ho appreso dell’incredulità dei populiiiisti locali a proposito del famoso tweet dal profilo social PD in cui si affermava che determinate “battaglie" politiche erano state condotte da quel partito nell’interesse dell’Europa, e non in quello dell’Italia.

Sul tema della fedeltà del politico agli interessi del proprio Paese e dei cittadini che gli hanno conferito un incarico rappresentativo, vorrei prendere spunto da una recente vicenda esotica e che sarà probabilmente sfuggita ai più (anche se qualche lettore che vive “down under” ne sarà forse al corrente), per svolgere qualche banale considerazione politica.  

Negli ultimi mesi in Australia si è acceso un forte dibattito politico - con gustosissimi strascichi giudiziari e rischi di crisi parlamentare - a proposito della invalidità dell'elezione di alcuni membri della Camera dei Rappresentanti titolari di più cittadinanze (in qualche caso, pare, a loro insaputa…) per contrasto con le norme della Sezione 44 della Costituzione Australiana, che così recita:

Any person who:
(i.) Is under any acknowledgement of allegiance, obedience, or adherence to a foreign power, or is a subject or a citizen or entitled to the rights or privileges of a subject or citizen of a foreign power: or
(ii.) Is attainted of treason, or has been convicted and is under sentence, or subject to be sentenced, for any offence punishable under the law of the Commonwealth or of a State by imprisonment for one year or longer: 
[...]
shall be incapable of being chosen or of sitting as a senator or a member of the House of Representatives.

Questa curiosa e solo apparentemente desueta disposizione (che infatti fuuuuurbi progressisti piddini australiani vorrebbero abolire in ossequio al multiculturalismo), al di là del linguaggio colorito - e della insistenza su concetti démodé quali fedeltà, obbedienza, potenza straniera, tradimento - fa riflettere sul fatto piuttosto ovvio che un politico più o meno consapevolmente asservito ad interessi stranieri si trova senz'altro in una situazione di incompatibilità rispetto all'esercizio di un mandato politico rappresentativo nel - e per il - proprio Paese. Del resto, anche  “LaPiùBelladelMondo” pur non esprimendosi esattamente come l'omologa (e non altrettanto bbbella) australiana, conferma nella sostanza tale principio quando prescrive che  "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge." (art. 54, co. 2 Cost.)  e che "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione […]” (art. 67, Cost.). Principii rafforzati dalla stessa formula del giuramento che la legge prevede per il Presidente del Consiglio dei Ministri e per i Ministri: "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse ESCLUSIVO della Nazione” (art. 1, co. 3 della legge n. 400/1988).  

Ora, noi sappiamo - o dovremmo sapere, a patto di non essere tra coloro che sanno di sapere - che il mantenimento dello status quo economico e monetario è senza ombra di dubbio in frontale ed insanabile opposizione rispetto all'interesse della Nazione (o se si preferisce dello Stato e della comunità politica italiani, per quegli invasati “cittadini del mondo” a cui l’evocativa parola Nazzzzzione provoca un subitaneo ed inevitabile attacco di dermatite apolide), che è anzitutto interesse alla ordinata sopravvivenza - e possibilmente alla prosperità - economica, sociale, civile della comunità umana che la compone e ne abita il territorio.

Da ciò segue che disponiamo di almeno due fondamentali coordinate per l’esercizio consapevole del voto nei futuri appuntamenti elettorali, che potrebbero essere compendiate in altrettante domande da "esame di coscienza" elettorale:

1) Tra i partiti/liste che partecipano alla competizione elettorale e che contribuiranno ad eleggere deputati e senatori chiamati a dare la fiducia ad un Governo, quali sembrano offrire una qualche garanzia rispetto al dovere costituzionale di esercitare il mandato rappresentativo nell’interesse della Nazione? Nelle loro proposte programmatiche, trova spazio il perseguimento prioritario degli interessi della comunità politica nazionale, pur nella ricerca di ragionevoli forme di cooperazione paritaria con altri Stati, se necessario anche in opposizione dialettica ai “partner” concorrenti europei e portando avanti seriamente tale interesse nelle sedi europee?

2) Tra i partiti in competizione ce n’è qualcuno che dimostra di aver compreso in modo inequivoco che la governance economica europea è radicalmente incompatibile con detto interesse e che si è di conseguenza attrezzato tecnicamente e politicamente per gestire un processo - multilaterale o unilaterale che sia - che porti a conclusione l’esperienza tragica della moneta unica, ripristinando in capo allo Stato alcuni fondamentali strumenti di politica economica, in linea con le prescrizioni costituzionali?

(Ovviamente, la più volte ricordata direttiva pratica di votare per il partito che Scalfari ci chiede di non votare è di assai più immediata comprensione, anche se le ultime esternazioni del penfriend più apprezzato da Calvino ci restituiscono un quadro apparentemente più complesso. Del resto è già un buon passo avanti aver chiaro “Ciò che non siamo/ciò che NON votiamo”).

So perfettamente che per molti dei lettori del blog queste sono poco più che domande retoriche e che al contrario per molti elettori - ossessionati da una ottusa sindrome della "purezza" politico-elettorale - sembreranno suggestive (nel senso dei giuristi, ossia domande che suggeriscono surrettiziamente una risposta). Tuttavia, di fronte alla schizofrenia favolistica dei media che da un lato narrano con alte dosi di edulcorante un’uscita dalla crisi che nei fatti non c’è, minimizzando ad esempio sui rischi esiziali che sta correndo il nostro sistema bancario e, dall’altro, drammatizzano e squalificano con accenti terroristici ogni scenario di possibile superamento dello status quo ricorrendo alle immagini del “salto nel buio” e della "minaccia populista”, mi sembrano le sole vere questioni radicali da porsi e a cui ciascuno dovrebbe provare a rispondere in tutta onestà, sforzandosi di andare oltre l’appartenenza estetico-identitaria, nostalgica e padrinobilista che tanta parte ha avuto nel portarci sull’orlo del baratro dove ci troviamo ora. 

Se non si ha il coraggio di fare questo sano esame di coscienza - e se la disastrosa realtà sociale che si offre ai nostri occhi non è incentivo sufficiente per provare a darselo di qui al voto - traendone al momento opportuno le dovute conclusioni, non resterà che accontentarsi d’indulgere nell’acquisto di cianfrusaglie online per black friday - elevato nel frattempo a servizio pubblico imprescindibile di fronte al quale il diritto costituzionale di sciopero e all’equa retribuzione del lavoro possono tranquillamente cedere - cercando di battere sul filo dei click i concorrenti consumatori in ansia da regalo natalizio low cost.

Rompere definitivamente con questo tralatizio atteggiamento di pigrizia intellettuale e di autentica ignavia civile è la condizione di pensabilità di qualsivoglia prassi politica che miri al ripristino della dignità vilipesa del nostro Paese e dei suoi cittadini. 

Mentre risuonano ancora e ancora, sinistre e terribilmente vere, le parole del Principe, cap. XXVI: “A ognuno puzza questo barbaro dominio”, mi viene soltanto da gridare: Non prevalebunt.

Un carissimo saluto, 

Guidubaldo


(...peraltro, quando la sostanza c'è, si vede! Ho imparato una parola: tralatizio. Il giovine è colto, non c'è che dire. Si apra la discussione...)

domenica 30 luglio 2017

La svendita delle analisi cliniche (analisi clinica della svendita)

Egregio professore,


Sono un suo affezionato lettore da almeno 4 anni, le scrivo accodandomi al suo ultimo post "Il mercato (a senso) unico, ovvero la journée des QED: 78, 79, 80" per aggiungere un granellino di sabbia al deserto della devastazione eurista dell'imprenditoria italiana.



Mio padre, primario di analisi cliniche di un ospedale dei castelli romani ormai espoliato di ogni eccellenza e trasformato in cronicario, fondò negli anni '60 un laboratorio di analisi cliniche ed ematologiche a Roma, suddetta piccola impresa ha mantenuto 2  famiglie per circa 50 anni, e quando lui è venuto a mancare 3 anni fa ho deciso io, per quanto non medico e con un altro lavoro, di provare a mantenere quella realtà, un po' per maggiore sicurezza economica in tempi di insicurezza, un po' perché questa impresa dà il pane ad altre persone che senza di essa, non avendo raggiunto gli anni per la pensione e non potendosi facilmente reinventare un lavoro a quasi 60 anni, si troverebbero per strada, e un po' anche per non buttare nell'umido anni di know how e professionalità apprese affiancando un medico di vecchia data e tanta esperienza.



Rinunciando a una certa dose di umiltà ci tengo a dire di essere riuscito fino ad oggi nell'impresa, rinnovando, ottimizzando, ma senza tagliare un centesimo ai miei dipendenti, sempre, però, con una spada di Damocle sulla testa, il famigerato "riordino della rete laboratoriale" che la Regione Lazio persegue da tempo ma che il fratello del commissario Montalbano ha deciso di portare a compimento senza voler più arretrare di un millimetro (parole sue) e di attuarla a partire da gennaio 2018.



In cosa consiste tale riordino?


I laboratori sotto soglia, soglia che aumenta di anno in anno arrivando ormai a 200.000 prestazioni l'anno (soglia che raggiunge circa il 10% dei laboratori laziali), dovranno aderire ad una rete e, almeno stando alle confuse e contraddittorie notizie che arrivano dalla Regione, diventare punti prelievo, ossia centri adibiti solo alla fase pre e post analitica (in soldoni prelievo e refertazione), rinunciando alla fase analitica che andrà al laboratorio accentrante, il che come si evince facilmente renderebbe inutili macchinari e personale, medici, tecnici di laboratorio, biologi che si troverebbero per strada con la meravigliosa opportunità di conoscere la durezza del vivere e poter approfittare di allettanti ferie permanenti.



La giustificazione a questa incomprensibile riforma sarebbe che la Regione vuole avere meno referenti nella contrattualizzazione dei laboratori accreditati (perché non è dato saperlo) ma gli effetti veri sono altri:



Primo: saranno favoriti i mega centri, quei pochi che raggiungono le soglie richieste (ripeto in divenire, aumentano di anno in anno) e che potranno mantenere la fase analitica. Dopo gli alimentari e i ferramenta tocca a noi.



Secondo: la riduzione costante delle tariffe e dei margini e l'insicurezza sul futuro sta spingendo molti laboratori a vendere, casualmente a gruppi stranieri, uno tedesco ed uno austriaco in particolare che ne stanno facendo man bassa a poco prezzo (già il 20% dei laboratori è in mano loro), pratica che mi risulta sia già avvenuta in altre regioni italiane...



Terzo: chi non vuole cedere è spinto a indirizzare l'attività sul privato, stracciando le ricette e cercando di fare lo stesso prezzo in forma privatistica, con l'effetto di ridurre laspesapubblicabrutta da una parte e di abituare il pubblico alla sanità privata dall'altra, con buona pace degli esenti che potranno scegliere tra i tempi biblici della mutua ed i tempi semibiblici di una glicemia mandata al "laboratorio di riferimento" disperso chissà dove sul territorio.



Nota a margine, la Regione afferma che gli istituti finanziari non potranno entrare a far parte delle reti, ma (facepalm) le società dei suddetti colonizzatori austrotedeschi sono in mano ambedue a istituti finanziari inglesi, che non entreranno pertanto nelle reti in effetti, ma direttamente nei laboratori.



Dal canto mio continuerò a lottare ed a rimandare al mittente le lusinghe dei compratori, finché potrò, finché mi resterà un briciolo di speranza che un sussulto di italico orgoglio (fassistaaaaaa) metterà fine a questo scempio, poi si vedrà...



Salutandola e ringraziandola infinitamente per quello che fa (e donando il 5x1000 ad a/simmetrie) le auguro buona continuazione nella sua faticosa lotta.






ps. Se ritenesse opportuno pubblicare la mia testimonianza la prego di omettere il mio nome.


(...lo ritengo opportuno per una somma di motivi. Intanto, perché ci fa capire che, come in un romanzo di Zola del quale non riesco a ricordare il titolo - mi aiutate, voi che siete europei e non europeisti? - la cancrena stia salendo, dall'alluce, verso le gambe, verso il bacino, verso organi più essenziali - hint: nel romanzo credo di ricordare che così morisse la madre del protagonista. Fuor di metafora: l'euro e le regole europee, da strumento per la disciplina dei poveracci, stanno diventando flagello delle classi medie e medio alte. Come sapete, questa dinamica è assolutamente nota alla letteratura economica e una delle sue descrizioni più accurate e incisive è in Keynes: il cambio sopravvalutato è una cancrena, e alla fine non c'è l'amputazione, ma la guerra - che è una specie di amputazione. Dal punto di vista politico, il problema è che in queste classi si annidano ancora residue sacche di consapevolezza e - quindi - di patriottismo. Banalmente, basta aver un po' girato il mondo per capire che vita di merda - con tutto il rispetto, ma sotto ogni profilo: clima, cibo, aria, acqua, ritmi di vita, rapporti interpersonali, paesaggio, architettura... - si fa altrove, e per avere quindi interesse a difendere il nostro stile di vita. La domanda è: queste classi verranno sterminate prima di organizzarsi per reagire? E come aiutarle ad organizzarsi in un mondo che è già fascista, nel senso che il dissenso non può manifestarsi pubblicamente, e che quindi l'opposizione al regime, nella misura in cui voglia strutturarsi, anche semplicemente per contarsi, deve necessariamente essere clandestina? [a proposito: il nostro amico non si chiama né Andrea né Vesalio].

A latere, il contributo è interessante perché ci dimostra quanto pervasiva sia la colonizzazione del nostro territorio. Notate che la morale del racconto in termini di contabilità nazionale è molto semplice: ogni volta che vi andrete a fare le analisi del sangue, dall'Italia uscirà una decina di euro verso Germania o Austria!

Un terzo elemento di interesse risiede nel ruolo di certi amministratori. Ricordo bene una mia ex-collega invitarmi a votare un certo politico del PD perché "lo conosco ed è onestoh!" - stiamo parlando sempre del famoso dipartimento di Caffè, dove nel corso degli anni la componente marxiana e sraffiana, qualora non fosse emigrata altrove, si era spesso appiattita su un certo grillismo di ritorno. Ora, l'onestà nessuno la mette in dubbio, fino a prova contraria - che non mi stupirebbe né mi scandalizzerebbe e non per sfiducia verso la persona o per un mio perverso trasporto verso la corruzione, bensì per la consapevolezza delle oggettive dinamiche di esercizio dell'azione amministrativa: non mi farebbe comunque piacere e non crederei alla sentenza che, secondo la prassi consueta, i nostri media emetterebbero in prima pagina prima del processo... Tuttavia, vorrei ribadire il concetto che il problema dell'onestà in politica non è quello della mazzetta per l'acquisto di siringhe - che è un problema di ordine amministrativo e penale - ma quello politico di quale modello di sviluppo proporre per il territorio amministrato. La contraddizione che questa storia mette in luce mi sembra evidente, ed è trasponibile immediatamente a qualsiasi altro ambito, a partire da quello bancario: i nostri amministratori onestih ci propongono un modello di sviluppo nel quale la retorica della sussidiarietà - portare i servizi il più possibile vicino ai cittadini - si scontra con la prassi della concentrazione monopolistica, spesso proposta come "privatizzazione" - sfruttare reali o presunte economie di scala, col pretesto di perseguire una fantomatica "efficienza", ma con l'unico risultato di creare disoccupazione, deteriorare la qualità dei servizi, e versare all'estero una parte del valore aggiunto creato nel nostro paese. Questa è onestah? Quando la gente se ne renderà conto, temo che vorrà i "disonesti", meglio ancora se fascisti. Non solo l'élite, come ci dimostrano i tanti attacchi al suffragio universale sui media, o l'attacco alla prima parte della Costituzione sferrato da Panebianco, ma anche il popolo anela sempre più spesso a una qualche forma di dittatura: certo non ancora ai livelli ai quali mi dicono ciò accada in Grecia, ma la direzione è indubbiamente quella. Naturalmente élite e popolo hanno in mente due dittature diverse: il processo quindi non sarà pacifico, e ovviamente, per definizione, non sarà democratico.

Poi, fra cinquanta anni, scopriremo quello che è già nella ricerca scientifica, ovvero che non è l'eccesso di democrazia a frenare la crescita, ma l'eccesso di disuguaglianza - contro il quale non mi risulta che nessuna dittatura sia mai stata un toccasana. Se riesco ad abbattere il colesterolo, rischio di esserci ancora, per dirvi sempre la stessa cosa: ve lo avevo detto.

Forse è meglio farsi un panino col lardo di Colonnata...)

(...ah, a proposito, un'osservazione banale: ma se i nostri amministratori sono tutti onestih e democraticy, com'è che chi mi scrive da ministeri, scuole, laboratori di analisi, studi professionali, ecc. mi chiede sempre di preservare il suo anonimato? Fatemi indovinare: forse per paura di ritorsioni? E perché mai dei politici onestih e democraticy dovrebbero vendicarsi di chi esprime il proprio pensiero in modo civile e strutturato?... Ah, già...)

sabato 29 luglio 2017

STX, lebbanche e Leuropa, ovvero la legge del più forte

(...guest post di Charlie Brown...)




Non vi è nulla di particolarmente francese nella STX , una multinazionale delle costruzioni navali di matrice norvegese. Ciò nonostante il Re Sole repubblicano ne ha nazionalizzato l'unità francese adducendo a motivazione interessi strategici nazionali.

In Italia, due banche fondamentali per la salute della seconda area industriale del Paese sono state cedute nummo uno ad una banca privata più grande, la quale ha pure preteso ed ottenuto una cospicua dote pubblica . Una colossale distorsione della concorrenza avvenuta sul filo di lana e dopo un lunghissimo, dannosissimo stallo tra le autorità regolamentari de Leuropa . Il tutto per evitare in Italia il tabù della nazionalizzazione, che invece sarebbe stata la soluzione più logica e meno distorsiva della concorrenza (né si dica che nazionalizzare sarebbe stato come stappare il vaso di Pandora: governo ed analisti dicono in coro che l'operazione veneta è stato "l’happy end per le banche italiane").

Un siparietto, quello di STX, che ha irritato l'orgoglio fascistoide degli italici euristi, ma che a mio avviso ha implicazioni ben più profonde.

Ammettiamo per ipotesi l'esistenza di un interesse strategico gallico per quei cantieri, tale da legittimarne la nazionalizzazione. È evidente che nel caso delle banche italiane vi era un interesse strategico di entità quanto meno pari. Non parliamo poi di Telecom (ex) Italia.

Ne conseguono almeno un paio di dilemmi per gli euristi (italici e non):

Primo dilemma (in fatto):

I) o il PD non è in grado di tutelare gli interessi nazionali (se lo fosse stato, avrebbe nazionalizzato le banche venete)

II) o Leuropa non è in grado di tutelare i propri fondamentali presupposti (il rispetto delle "regole" sovranazionali, e in particolare il divieto di aiuti di stato) e quindi è inutile per piddini invocare "più Europa"

Secondo dilemma (in diritto):

I bis) o gli interessi nazionali strategici superano le regole europee, nel qual caso:
a) si delegittima tutta la filosofia politica del "vincolo esterno" sulla quale si basa il potere delle attuali élite politiche italiane (Cazzaro incluso);
b) il PD è stato di una imperizia criminale nella gestione delle crisi bancaria italiana ed è quindi indegno di gestire tecnicamente l'economia italiana.

II bis) o gli interessi nazionali fondamentali cedono di fronte alle regole europee, nel qual caso il PD si dimostra incapace di garantire – in nome di quelle regole - una parità di trattamento all'Italia all'interno del consesso europeo. E quindi si rivela indegno di esercitare leadership in una Italia parte integrante de Leuropa.

Ancora una volta si dimostra che l'impianto federalista "rules based" de Leuropa è una colossale balla, in quanto Leuropa si regge su una regola sola: la legge del più forte.


Alzi la mano chi ci crede davvero.


(...nell'attesa fiduciosa del primo incauto che "professore, complimenti per il suo post", desidero svolgere una breve considerazione. Certo, in Europa vige la legge del più forte, come ovunque nel mondo. La dabbenaggine piddina, esemplificata da personaggi à la Furfaro, è quella di aver creduto, in base a non si sa quale ragionamento, che il progetto europeo avrebbe fatto di questo lembo di terra emersa una felice eccezione a quelle dinamiche di classe che ovunque nel mondo governano i corpi sociali. Se una simile dimensione irenica e palingenetica fosse stata proposta, che so, da uno scrittore cristiano del quinto secolo, la si sarebbe anche potuta trovare accettabile. Ma che venga proposta da pretesi, o meglio, supposti, eredi di Marx, ecco, questa è cosa che sinceramente fa onco.

Ciò detto, non vorrei che l'ovvia considerazione che nel mondo i ricchi e potenti comandano e i poveri e deboli obbediscono venisse interpretata in termini di una fatalistica accettazione di un nostro destino, più o meno rispondente a un disegno provvidenziale che ci farebbe scontare nostre ipotetiche colpe ataviche. Noi non siamo deboli perché tarati geneticamente o socialmente. Siamo deboli perché siamo stati traditi da una classe politica che ha fatto la scelta ben precisa di adottare il vincolo esterno come strumento di risoluzione dei suoi porci problemi interni. Se Leuropa fosse stata moralizzatrice, Craxi, Andreotti e Forlani le si sarebbero messi di traverso seriamente - cioè prima di essere defenestrati. Non sono gli italiani a essere tarati: è il PD a esserlo, e lo sono tutte quelle parti politiche che accettano l'idea che il popolo italiano non possa e non debba autodeterminarsi. Il primo segno e il primo strumento di questa subalternità è l'euro. Semplicemente svincolandoci da quella gabbia noi potremmo riprendere un percorso di crescita più ordinato, e quindi trattare senza difficoltà da pari a pari coi nostri fratelli europei, avendo recuperato la dimensione corretta per la tutela degli interessi nazionali: quella nazionale. Dimensione che è preclusa se i governi nazionali vengono svuotati dei loro margini di manovra in ambito economico.

Quindi: legge del più forte sia, ma ricordando che i più forti saremmo noi, se la nostra classe dirigente ci mettesse in condizione di esprimere il nostro potenziale: cosa che non sta facendo, nelle grandi come nelle piccole cose, proponendoci ovunque - nella scuola, nelle libere professioni, nella gestione macroeconomica, nei diritti civili - modelli di importazione, alieni alla nostra cultura e quindi ostacolo alle nostre capacità. Il punto è solo e sempre uno: PD DELENDVM EST, e questo non perché ciò sia risolutivo, ma perché sia di esempio. Colpirne - e spazzarne via - uno per educarne uno. Secondo me, poi, bisognerà spazzarne via almeno altri due prima che gli italiani possano essere decentemente rappresentati. Ma aprire troppi fronti è un errore che è sempre costato caro a chi lo ha fatto: oggi il nemico politico è costituito dal monopolio PD con le sue simpatiche segmentazioni del mercato: articolo uno, campo progressista, sinistra italiana, ecc. Questa roba deve scomparire per consentire l'affermazione in Italia di una vera sinistra patriottica e popolare, e quindi di una vera destra patriottica e borghese. Ho detto patriottico? Sì, e non me ne vergogno, perché, sorprendentemente, ha cominciato lui:


Sintesi: #facciamocome l'Angola: cacciamo i colonizzatori e i loro ascari - inclusi i presenti!...)

sabato 22 luglio 2017

Interesse nazionale e mediazione politica



(...oggi è l’ultimo giorno per le nomination ai MIA17. Dato che quest’anno dovremo essere miglior sito politico-d’opinione – come da istruzioni – elaboro una riflessione politica che ho già condiviso con voi e nella quale sono inciampato pochi giorni fa in circostanze fortuite. Andremo avanti così, di vittoria in vittoria, e già sto pensando a cosa dovrò scrivere quando l’unica categoria sarà rimasta il “miglior sito LGBTIXHGKJNAD” – confido nel fatto che nel tempo intercorso nuove lettere si saranno aggiunte all’acronimo. Sarà sicuramente meno noioso di quello che vi tocca leggere oggi...)

La lettrice di inglese di un’università europea dove ero in visiting mi propose un giorno il seguente quesito: “Come si dice in inglese bella donna?” Fiutando il trabocchetto, mi avventuravo guardingo verso uno scontato “a beautiful woman”, quando lei, inglese di Inghilterra, tranchant: “Tourist!”. Certo, essere un’isola ha i suoi pro e i suoi contro. Non è che i rimescolamenti di sangue siano mancati da quelle parti. Però, in effetti, se lo dicono loro, si vede che l’insularità qualche danno lo ha fatto...

Naturalmente ogni regola ammette eccezioni (fra le quali non era dato annoverare la sarcastica lettrice). Pensate alla regola del 3% (del deficit di bilancio pubblico sul PIL). Se la osserviamo (come si dovrebbe) su una media sufficientemente lunga, scopriamo, con nostra nulla sorpresa, che noi Italiani l’abbiamo rispettata, pur non potendo, per una serie di motivi, finanziarci a tassi negativi come i nostri fratelli tedeschi:



(la media va dal 1999 al 2017, i dati sono quello del WEO). Scopriamo anche, con nostra nulla sorpresa, che paesi “virtuosi” e salvatori de “Leuropa”, come la Francia, in media hanno violato la regola pesantemente, senza che per questo i loro giornali apostrofassero la loro popolazione così come il Fatto Quotidiano apostrofa noi.

Ci sarà un motivo, che però non sta all’economista ricercare, ma allo storico.

(...e prima, magari, al magistrato, il quale magari non interviene non perché sia schiavo dei poteri forti kittipaka ecc. – queste sono scemenze – ma semplicemente perché deve interpretare la legge, e esattamente come abbiamo visto evolversi nel tempo il comune senso del pudore, per cui oggi saremmo un po’ sorpresi se qualcuno multasse una donna in bikini, magari domani potrebbe evolvere il comune senso della dignità del paese – per cui, dopo aver riformato il sistema dei finanziamenti all’editoria, potremmo trovare sorprendente che venissero tollerati attacchi gratuiti alla nostra nazione, quegli attacchi che un amico mi diceva di lasciar correre, senza capire che esiste il metodo Juncker, e che quindi non è – solo – un caso se il giorno dopo in cui vi viene detto che siete delle merde da un organo di stampa il cui direttore ve lo ha già detto in diretta televisiva, un altro organo di stampa sferra un attacco frontale alla prima parte della Costituzione. Naturalmente l’amico che mi diceva di lasciar correre sul vilipendio tramite vignetta, poi proponeva di denunciare il vilipendio tramite brillante editorialista. Eppure i due sono oggettivamente connessi, vuoi perché entrambi riflettono lo spirito del tempo, e in particolare il tentativo delle élite finanziarie di arroccarsi nel loro potere delegittimando il voto popolare e le norme poste a tutela dei diritti dei lavoratori, e poi perché se si constata che tolleriamo oltraggi alla nostra identità nazionale – che oggettivamente non ha molto da rimproverarsi: vedi ad esempio il grafico precedente – qualcuno potrebbe ragionevolmente concluderne che tollereremmo che venga oltraggiata anche la nostra legge fondamentale. Si aprono le gabbie dei Soloni figli di facoltà minori. Ma, e qui sta il punto che vorrei attirare alla vostra attenzione, il magistrato non è tenuto a sapere cosa oltraggia la comunità della quale deve applicare, interpretandole, le leggi: quindi presupposto per l’evoluzione del “comune senso” di qualsiasi cosa è che chi avverte una lesione a un proprio diritto, se la avverte, la segnali. Non potete lamentarvi che la magistratura non intervenga, con tutte le cose che ha da fare, se voi non le segnalate che a vostro avviso certe parole, considerate gravi quando pronunciate da un privato cittadino in un comprensibile anche se inopportuno moto di stizza, lo sono oggettivamente molto di più se espresse a freddo da chi può avvalersi della potenza di diffusione e di penetrazione dei media. Ovviamente queste non sono istruzioni per l’uso, ma solo una semplice riflessione: non ha senso rispondere a un vilipendio alla nazione con un vilipendio alla magistratura, come alcuni hanno velatamente fatto su Internet. Avete dei diritti? Esercitateli! Solo dopo, se vi viene negata giustizia, il caso passa dalla sfera del potere giudiziario a quella del potere politico. Chiusa la digressione)...

Ci ripensavo, all’aneddoto sulle turiste, pochi giorni fa, arrivando a casa di un mio nuovo amico, di quei tanti che mi sono fatti facendomi tanti nemici, un amico che presto vi presenterò.

Era ospite a casa sua un’eccezione alla regola (non quella del 3%: quell’altra), e naturalmente anche lì il motivo c’era: non era inglese, ma gallese (and rather proud of it). Comunque, dato che, nonostante recassi in dono una saccocciata di CD, e fossi fermamente interessato a parlare di arte, ma anche (e soprattutto) di niente, l’amico, lui stesso artista, mi aveva presentato come economista, e dato che la gallese era migrata (come una sterna) a Londra, dove volete che andasse a parare il discorso? Ma naturalmente lì, sulla Brexit. Io, per non sbagliare, mi ero subito presentato come populista. Certo, un populista sui generis: accompagnato da una creatura splendida (per una volta la figlia), economista (forse), musicista (certamente, come attestavano i dischi di Brilliant), urbano, enciclopedico, facondo...

Rassicurata da tante apparenti virtù, l’eccezione apriva nel modo più classico: “Sono tanto preoccupata, il populismo, questa Brexit è una catastrofe, chissà cosa succederà...”.

Dopo quel momento di ascolto necessario ad accreditarmi come interlocutore aperto e simpatetico, muovo il cavallo (quello nero sulla scacchiera, non quello pezzato in corridoio, che poi, come sapete è una mucca): “Ma scusa, cara: io ti sono vicino nelle tue preoccupazioni, anche se vedi che noi qui non è che si stia molto meglio. Però, per aiutarmi a capire” (nel frattempo una desolata Uga, che l’impenetrabile barriera linguistica secludeva dal nostro discorso, derelitta, desolata, mi chiedeva: “Babbo, posso andare in piscina?” E io paterno, sorridente, per indole, ma anche per l’intento tattico di confondere l’interlocutrice, avvezza a vedere nei populisti dei bruti che rientrano in casa ubriachi per battere le mogli e violare i figli: “Certo, amore, sentiti libera...”) “aiutami a capire:” disais-je “a distanza di più di un anno, sapresti concretamente dirmi in cosa la situazione ti ha danneggiato?”

A domanda semplice, come in qualsiasi esame universitario, seguiva risposta confusa.
“Ma, no, forse niente, in effetti il lavoro prosegue, anzi, aumenta, però l’incertezza, sai, questo negoziato...”

Ora, a dirla tutta, nella mia interminata umanità (non sapete quanto io soffra a bloccarvi su Twitter: fa più male a me che a voi), nella mia inarrivabile capacità di mettermi nei panni del mio interlocutore, costruita in anni e anni di sessioni di esami, vedevo e comprendevo le sue ragioni. L’eccezione de cujus svolge un’attività di intermediazione fra Europa e Stati Uniti, con sede a Londra. Certo che con giornali che parlano di quarantene, visti, barriere, muri, ecc., l’idea che i tuoi clienti non possano venire a trovarti, peggio, che ti considerino un’appestata, tanto simpatica non deve essere.

Ed eccomi allora a ripetere, paterno, garbato, rassicurante, le solite cose (ma almeno in una lingua diversa): “Ma no, bisogna essere razionali! I media hanno interesse a drammatizzare, perché sono posseduti per lo più da persone che speculano sulla volatilità, ma la situazione non è così catastrofica. Ti ricordi cosa dicevano che sarebbe successo? Ti pare sia successo? No! E non è successo per un motivo: perché voi siete clienti di chi comanda in Europa, la Germania, e nessuno ha interesse a pestare i piedi a un proprio cliente. E poi, non c’è la globalizzazione? Magari può non piacere, però, alla fine, la bottom line è che tutto il mondo è mercato. Nessuno ha interesse a escludervi, ma se lo facesse non morireste di fame...”

Und so weiter, und so fort...

Insomma, tanto suadente era il mio eloquio, che l’interlocutrice si rassicurava... e a mano a mano che la seducevo, e si rassicurava, e che quindi la Brexit – come la vecchiaia – non le sembrava poi così male, considerando l’alternativa, paradossalmente, essendo ella creatura umana e benigna, veniva assalita dal senso di colpa, muovendo improvvidamente la donna (quella che era in lei, ma anche quella sulla scacchiera): “Certo però che la nostra dipartita (NdT: traduzione maccheronica di departure) penso vi crei un problema: senza l’Inghilterra, la Francia da sola non potrà contrastare la Germania, e questo vi indebolirà nelle vostre giuste rivendicazioni”.

Io non sono uno scacchista, ma so portare le persone dove voglio.

Ora la strada era tutta in discesa.

Preso un bel respiro, sorrido, e poi, appena appena stingendo nel condiscendente, e con giusto un soupçon (visto che era stata evocata la Francia) di quel « petit rire qui lui était spécial – un rire qui lui venait probablement de quelque grand'mère bavaroise ou lorraine, qui le tenait elle-même, tout identique, d'une aïeule, de sorte qu'il sonnait ainsi, inchangé, depuis pas mal de siècles, dans de vieilles petites cours de l'Europe, et qu'on goûtait sa qualité précieuse comme celle de certains instruments anciens devenus rarissimes », do il matto:

“Vedi, cara, a me stupisce sempre l’idea, così diffusa, anche da noi, che al fine di rendere l’Europa un luogo sostenibile per tutti i suoi membri questi siano costretti ad allearsi per combattere gli uni contro gli altri. Non ti sembra un po’ contraddittorio che ci si dica che l’Unione Europea ci ha dato la pace, e al contempo si sostenga che i suoi membri devono combattere, e combattere proprio fra di loro, per mantenerla, questa pace? Voglio dire: non mi stupisce affatto che lo scopo del gioco sia quello di conquistare la pace attraverso la guerra, per il semplice motivo che mi sembra sia sempre successo! Solo che, se le cose stanno ancora così, che bisogno abbiamo di unirci politicamente, che bisogno abbiamo di “nuove” istituzioni per giocare questo “vecchio” gioco eterno? In cosa Bruxelles ci aiuterebbe? Se il gioco è questo, possiamo giocarlo con i cosiddetti “vecchi” stati nazionali, non ti pare?”

Eh...

Già...

L’eccezione non pensava che io loico fossi... i populisti, si sa, son gente rozza: così gliela avevano raccontata i suoi giornali (tipo il Guardian). Fra una serata rutto libero al pub a parlare di fica, una partita di calcio, e il loro lavoro mediocre, dove potranno mai i populisti trovare il tempo per esercitarsi nel principio del terzo escluso?

E invece...

E invece, dopo cena, comme par hasard, si parlò di altro: di storia della musica, dell’editore delle Canzone di Frescobaldi che esplicitamente afferma di voler rompere il monopolio dei musicisti professionisti, di come nel Rinascimento la semiologia musicale fosse intenzionalmente oscura (più dei Trattati europei) proprio allo scopo di preservare il market power dei musicisti professionisti e delle loro corporazioni (avete presenti i canoni mensurali?), di quando l’Italia era market leader nel settore musicale, e dettava le forme del linguaggio, quelli che qui chiamiamo i frame e che in musica si chiamano i generi: l’oratorio, dove poi avrebbe primeggiato Handel (il cui ufficio è accanto quello dell’eccezione), l’opera, la sonata, il concerto (De Cavalieri, Monteverdi, Corelli, Vivaldi...), di Pergolesi che era morto tanto giovane, altrimenti la storia sarebbe andata in un altro modo, degli scavi di Pompei che erano iniziati prima di quanto credessi io (prima di Winkelmann), e delle stampe di Piranesi che erano state stampate dopo quanto credesse lei (dopo Corelli), di Handel e Bach che erano andati dallo stesso medico, il quale, al grido di “la scienza non è democratica!”, aveva accecato il primo e sostanzialmente ammazzato il secondo, della Germania est, dove erano nati i due ciccioni e il terzo genio, in un fazzoletto di terra, lì, fra Magdeburgo e Eisenach (saranno 200 km con Halle in mezzo, come Avezzano fra Pescara e Roma: a proposito, come avrete notato da uno dei link che non leggete a Halle ci sono dei tedeschi di un certo tipo, e sono lieto di tornarci a settembre...), e di chi era nato prima, e di chi era morto dopo, e di come a quell’epoca i tedeschi, che vivevano meglio il proprio complesso di inferiorità, anziché arroccarsi come irriducibili, sordi e tetragoni alle richieste di Francia e Italia, si ponevano esplicitamente al servizio di queste ultime due come mediatori culturali (naturalmente, in ambito musicale): pensate ad esempio a Bach, come parlava italiano e francese...

Insomma: di tutto, tranne che di politica, con mio grande sollievo: s’era capito che lì non c’era partita.

Con voi però (non se ne dolga la mia adorabile Nat) vorrei parlare proprio di politica.

Ecco, capita che spesso siano le cose semplici a sfuggire, e capita che sfuggano proprio a quelli che per anni mi hanno molato gli zenzeri con quella storia che sapete, quella vecchia solfa che siccome sono solo un economista, non posso capire la politica: una storia così stantia, che auspico sia definitivamente estirpata dalla nostra meritata vittoria quale miglior sito politico-d’opinione.

Allora parliamone, di politica, e parliamo anche di quelli che hanno assistito e tuttora assistono, col ciglio asciutto e le terga al riparo, al massacro di famiglie e imprese, da immolare secondo loro in nome di un’altra Europa.

E come dovrebbe essere fatta questa altra Europa?

Dovrebbe essere un’Europa dove la Germania ascolta gli altri.

E perché la Germania dovrebbe ascoltare gli altri?

Ma, appunto, perché, come si diceva sopra, questi si dovrebbero coalizzare contro di lei per farle una minaccia credibile.

E cosa dovrebbe risultare da questa minaccia?

Bè, è chiaro: una mediazione fra gli interessi nazionali: insomma: “e si letiha, però poi e ci si viene incontro” (per dirla in italiano).

Mi avete seguito (nonostante l’italiano)? Dov’è l’inghippo? Ma, a me pare chiaro, e forse, ora che la crisi delle sterne, pardon: dei migranti, ha reso plastica, sotto forma di “risorsechecipaganolapensione” ma che stranamente nessuno vuole a casa propria, l’idea finora evanescente di interesse nazionale, penso che non dovrebbe esservi molto difficile seguirmi.

Ci era stato detto che gli interessi nazionali non esistevano: non ne eravamo portatori, perché eravamo (o comunque eravamo permanentemente in procinto di diventare) cittadini europei, cittadini, cioè, di un “non stato” la cui “non cittadinanza” è “non regolata” da una “non costituzione”: un problema? No: un “non problema”, e anzi un’opportunità per chi, volendo impedirci di tutelare i nostri interessi, trovava conveniente sostituire i nostri interessi nazionali con “non interessi” sovranazionali!

Poi però gli interessi nazionali si sono affacciati prepotentemente alla ribalta: prima, in modo non intellegibile ai più, attraverso la crisi economica, ovvero quando sono venuti al pettine i nodi della libera circolazione dei capitali; ora, attraverso la crisi migratoria, che fa venire al pettine i nodi della libera circolazione delle persone: e qui, tutti hanno capito.

Bene: a mano a mano che gli interessi nazionali riacquistavano cittadinanza nel dibattito, bisognava accomodarne la scomoda presenza nel quadro di quello che continuava ad essere presentato come l’unico processo storico possibile, come una ineluttabile necessità: Leuropa (TM). Il problema era stato eluso, per un po’, dai furbi, alzando il livello dello scontro, o, per dirla alla romana “buttandola in caciara”: i problemi sono globali, si diceva (per dargli un’aura di oggettività, di preordinazione – in senso econometrico – rispetto alla sfera politica, si citava sempre il riscaldamento globale), quindi per definizione affrontabili solo su scala sovranazionale (che però, chissà perché, per noi doveva essere solo europea, e non mondiale, nonostante che gli Stati Uniti del Mondo non siano meno utopistici di quelli d’Europa, pur avendo in termini meramente logici molto più senso nel caso in cui interessi risolvere un problema mondiale)!

Ma il giochetto dei problemi globbbali, per quanto scaltro, ora non funziona più.

Le dinamiche che hanno portato qui tante persone disperate, per tanti motivi disparati, sono riconducibili a responsabilità nazionali, al modo (imperialistico) in cui alcuni nostri vicini hanno gestito i loro interessi nazionali. Non è come il buco dell’ozono, cui la sciampista di Milwaukee, molto generosa di lacca, ha contribuito tanto quanto la fabbrica di elettrodomestici cinese, poco amica dell’ambiente. Il problema che tutti vedono ha radici (e conseguenze) circoscritte e, ripeto, riconducibili al prevalere di alcuni interessi nazionali (quelli francesi) sui nostri. Per rendere Leuropa digeribile ci deve allora essere raccontato che nella dimensione sovranazionale diventerebbe più fluida la composizione degli interessi nazionali. Solo che, naturalmente, perché questa favoletta sia credibile, occorre agghindarla col presupposto di un bilanciamento dei rapporti di forza. Che Bruxelles sia controllata dai tedeschi è cosa di dominio pubblico. Segue quindi l’idea barocca che la pace si ottenga “alleandosi” con chi ha interessi simili ai nostri (la Francia, cioè quella che ci ha bombardato in Libia!) per combattere contro chi ha interessi contrari ai nostri (la Germania).

Ricorderete Renzi con Hollande “contro” la Merkel, ricorderete Gentiloni con Macron “contro” la Merkel... insomma: ricorderete la Merkel!

Noterete poi che questa posizione delirante (alleanza franco-italiana de che?) in tanto ha senso in quanto la si analizzi in una chiave strettamente economicistica, anzi: macroeconomicistica. In termini di fondamentali macroeconomici, certo, la Francia sta peggio di noi e avrebbe tutti gli interessi ad allearsi con noi. Siamo stati gli unici a dirlo da subito, traendone le conseguenze che dovevano esserne tratte (il fallimento interno di Hollande e presto di Macron). Ma la pretesa convenienza di un’alleanza franco-italiana (verosimilmente, per “forzare” la Germania a politiche reflazionistiche) emerge solo se si adotta questa chiave di lettura. Se invece si allarga l’orizzonte alla geopolitica, al controllo delle fonti di energia, e via dicendo, si capisce che quanto è successo in Libia non è casuale, ma è il corollario del fatto che i nostri interessi collidono con quelli francesi.

Capite l’assurdità?

Chi per anni mi ha rimproverato letture “economicistiche” della realtà, chi mi ha marginalizzato accusandomi di essere “solo un economista”, appoggia la sua proposta “politica” (più Europa attraverso l’alleanza dei buoni del Sud contro il cattivo del Nord) su una lettura dei fatti che è, questa sì, meramente macroeconomicistica!

Scusate, l’ho fatta lunga, ma “mi avvio a concludere”, come dicono i seminaristi, gli untuosi pretini smidollati e perbenisti “de sinistra”...

Una volta, quando c’erano le nazioni, accadeva che qualora gli interessi di una comunità nazionale confliggessero con quelli di un’altra si arrivasse al conflitto: un conflitto in cui, naturalmente, si combatteva per vincere. Il modello di integrazione che gli altreuropeisti ci propongono invece è quello di stati che non combattono per la vittoria, ma per avere la possibilità di mediare! Insomma: chi vince non ottiene quanto rivendica, ma può cominciare a discutere per averne (forse) la metà...

E qui si arriva il punto, che è molto semplice, tanto che in un mondo meno confuso non meriterebbe nemmeno di essere formulato: il livello ottimale al quale mediare gli interessi nazionali è per definizione quello nazionale.

So che sembra una frase lapalissiana, ma siccome ci viene raccontato il contrario, forse è opportuno ribadirla, e chiarirne le ragioni, che sono di due ordini. Una è contingente: non è in istituzioni ormai pesantemente infiltrate da una delle parti in gioco che possiamo aspettarci di trovare un luogo di rappresentazione ed ascolto equilibrato dei nostri interessi. Ma l’altra è strutturale: istituzioni che si fondano strutturalmente sulla perenne minaccia degli uni contro gli altri non sono politicamente sostenibili. Lo dimostra, per certi versi, il fatto che qualsiasi elezione nazionale metta Leuropa in fibrillazione! Quale altra alleanza fra paesi (l’ASEAN? Il MERCOSUR? Il NAFTA?) viene scossa alle fondamenta ogni volta che in un paese membro il popolo si esprime? Il fatto è che qui da noi il popolo, esprimendosi, varia la tensione delle minacce, che sono un po’ come sartie e stralli del vascello europeo: se li regoli male, c’è rischio di disalberare, e il piloto tedesco lo sa (apprezzerete l'uso della lingua).

In queste condizioni non può nascere alcun genuino spirito di solidarietà. Per lo stesso motivo per il quale il modello di integrazione proposto previene la formazione di solidarietà (come direbbe un tubetto di dentifricio), possiamo dire che esso attivamente dissemina scontento ed odio. In effetti questo è quanto stiamo osservando, come osserviamo svilupparsi di fronte ai nostri occhi la consueta tattica del potere, qui da noi impersonato dalla terza carica dello Stato, che consiste nell’addossare alle vittime la responsabilità delle loro disgrazie. Se si affermano discorsi violenti, ci si vuole convincere che la colpa non è di un sistema violento, i cui leader ci esortano a (o ci promettono di) minacciare i nostri vicini per ottenere con la violenza – delle parole – quanto ci spetta. Ci viene fatto capire che la colpa è dei mezzi che le persone usano per esprimersi, e più in generale del fatto che le persone desiderano esprimersi.

Fra un po’ scioperare, o dire che l’immigrazione incontrollata porta al degrado socioeconomico, diventerà un crimine. Non posso che attenermi a quanto dissi a gennaio su La7: avrei passato quest’anno a ripetere “ve lo avevo detto”, e i più attenti di voi si ricorderanno che in effetti penso di essere stato fra i primi a evidenziare il carattere fascista di questo regime, fin dall’articolo del 2011 sul manifesto (ai tanti cari nostalgici ricordo che in quel contesto detti anche la mia definizione di questo termine: se poi volete convincermi che nel ventennio ci fosse libertà d’espressione, buona fortuna)! Reprimere la libertà di espressione è lo sbocco naturale di un sistema che per imporre l’ordine “naturale” dei mercati deve livellare le differenze culturali, criminalizzando l’idea che un francese sia francese, uno spagnolo spagnolo, un italiano italiano, un tedesco tedesco. L’unica sfera in cui le diversità vanno tutelate, anzi: moltiplicate!, è quella sessuale: forse perché quelle “diversità” danno meno fastidio di altre nel mondo dello one-size-fits-all, e così conviene farle passare per rivoluzionarie, il che, fra l’altro, permette al potere di presentarsi come poliziotto buono rischiando tutto sommato molto poco, mentre il poliziotto cattivo cerca di convincerci che si vis pacem, age bellum...

Tanto semplice, ma tanto profonda è l’irrazionalità del progetto, che fra cinque anni, ne siamo sicuri, se ne accorgerà anche il Financial Times. Nel frattempo, a noi non resta da fare altro che resistere, non cadere nelle provocazioni, mantenere in vita l’idea che se non c’è alternativa non c’è politica, e quindi, in piena coerenza, mandare sistematicamente a casa i politici che ci dicono che non c’è alternativa, per il semplice fatto che se dicono questo non sono politici. Non è un vaste programme, e non è nemmeno uno sterile passatempo. Sono cose alla nostra portata, e siamo sempre di più a lavorarci...


(...se non avete votato, fatelo: anche questo servirà a far leggere a persone ignare parole di buon senso, e servirà a ingrossare le fila di quelli che non vogliono che l’Italia sia vilipesa e la sua costituzione alterata...)