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giovedì 31 dicembre 2015

Moneta, corruzione e politica



Care lettrici, cari lettori,

fra poco, o da poco, avrete forse ascoltato in televisione le parole di un’alta carica istituzionale alla quale la legge ci comanda rispetto. Io me le risparmierò (o me le sarò risparmiate). So, come sapete voi, che da quel lato possiamo aspettarci poche sorprese. Non penso di riservarvene molte di più io, ma non rinuncio al desiderio un po’ egoistico di condividere con voi l’angoscia e l’amarezza di questo momento.

Il 2015, purtroppo, è andato come ci aspettavamo che andasse. Sul Fatto Quotidiano del 31 dicembre scorso scrivevamo

1. che il Quantitative Easing di Draghi avrebbe fallito (per motivi a noi chiari da anni, poi brillantemente ribaditi e sviluppati a maggio su asimmetrie.org dall’amico Charlie Brown);

2. che la crescita sarebbe stata inferiore alle aspettative del governo (e più vicina alle nostre previsioni);

3. infine, che il TTIP avrebbe fatto qualche passo avanti (il meccanismo comunicativo adottato, d’altronde, ci chiariva che anche in questo caso, come in quello della moneta unica, la decisione è sostanzialmente già stata presa, e tutto il resto è teatrino).

Che il QE abbia fallito lo dice da settembre anche il Financial Times, il cui scetticismo verso Draghi rasenta ormai il dileggio. Sulla crescita non mi pronuncio: ognuno di voi sa cosa pensarne. L’ultima edizione dei Conti trimestrali ISTAT dà per acquisita una crescita 2015 pari allo 0.6% (la nostra previsione). Nulla di sorprendente: il governo si basava sul suo wishful thinking (che entro certi limiti è anche un suo dovere istituzionale), e noi su un modello pubblicato su rivista, che aveva chiaramente specificato come e perché il QE non avrebbe promosso la crescita (ma questo lo sapete). Del TTIP è inutile parlarne. Decisioni prese sopra le nostre teste.

Con queste premesse, ho timore di volgere lo sguardo al 2016. Non è escluso, e anzi appare in questo momento molto probabile, che esso ci ponga di fronte al bivio del quale vi ho parlato tante volte: quello fra ricapitalizzare le nostre banche in euro, mettendoci in mano alla troika, o ricapitalizzarle in lire, riprendendo in mano la nostra vita. La prima opzione ci è stata graziosamente annunciata dall’amico Lars, nell’inedita veste di misso dominico, come vi ho riportato qui; la seconda opzione è quella che la storia dichiara inevitabile, cosa della quale ormai si accorgono un po’ tutti: dal simpatico Bilbo, a Zingales (se pure in forma tortuosa e implicita, come vedremo). Quindi la valutazione è che arriveremo con probabilità uno alla seconda, ma passando con una probabilità ormai decisamente superiore a 0.5 per la prima.

Se però mi permettete, vorrei motivare questo giudizio di sintesi con un minimo di analisi, stimolata anche dalle recenti discussioni su questo blog. La domanda che in molti ci siamo posti (o almeno, che vi ho stimolato subliminalmente a porvi) durante questo ultimo mese è: “ma perché quando si parla di moneta o di corruzione la gente sclera?”.

Può sembrare che questa domanda abbia poco o nulla a che vedere con la crisi bancaria che tanti paventano, o con la maggiore o minore probabilità di un commissariamento dell’Italia. Può sembrare anche che i due termini della questione (corruzione e moneta) siano eterogenei, e che quindi metterli insieme in uno stesso interrogativo non ci aiuti molto a procedere nella nostra analisi, nella nostra comprensione del reale.

Naturalmente la penso in modo un po’ diverso. Credo che una riflessione su questa domanda ci aiuti a capire perché siamo arrivati qui e quali strade ci si aprano, o meglio chiudano, davanti. Per giustificare questa mia intuizione, vi faccio notare una cosa. Esiste una piacevole simmetria fra lo sclero sulla moneta e quello sulla corruzione. Come ormai avrete notato, chi sclera sulla moneta normalmente tende a negare che essa sia un fatto politico (“l’euro è solo una moneta”), il che non esclude che ad essa attribuisca un valore morale (“non puoi più fare il furbo svalutando la liretta”). Simmetricamente, chi sclera sulla corruzione normalmente tende a considerarla il fatto politico (in effetti: l’unico fatto politico rilevante), riconducendo sistematicamente i giudizi politici a giudizi morali.

Vorrei porre come ipotesi di lavoro quella che l’esercizio del dibattito e dei diritti politici abbia come obiettivo il trovare, nelle forme che l’ordinamento prevede e consente, un punto di sintesi fra interessi in conflitto, affinché la vita della polis resti nella misura del possibile pacifica e ordinata. Io non sono uno scienziato politico, quindi può darsi che chi invece lo è trovi questa mia affermazione un po’ naïve (e in questo caso, a differenza di quando si parla di cose che io conosco e l’interlocutore no, sarò lieto di accettare correzioni). Diciamo però che se scendiamo dal terreno dei grandi ideali (cioè delle cortine fumogene) a quello della “struttura” (cioè dell’economia), è abbastanza ragionevole riconoscere che capitale e lavoro (da definire caso per caso) hanno interessi confliggenti, e che una mediazione efficiente di questi interessi è indispensabile. Sapete che la mediazione attuale, quella basata sullo schiacciamento del lavoro, è inefficiente, perché conduce naturaliter a una crisi finanziaria, come spiego ne L’Italia può farcela, dopo avervene parlato ad esempio a Pescara e a Bruxelles.

Ora, torniamo ai nostri amici per i quali la corruzione è un fatto politico, mentre la moneta no. Secondo me le cose stanno esattamente al contrario: la moneta è un fatto politico, la corruzione no.

La corruzione non è un tema politico
Mi spiego subito, partendo dalla seconda affermazione (prima che qualche poraccio con l’invidia penis del SUV venga a buttare tutto in caciara), e lo faccio con un esempio. A voi risulta plausibile, o anche semplicemente possibile, che un partito politico metta nel suo programma l’incitazione alla corruzione? Direi di no. Difficile che un politico si presenti in un dibattito dicendo: “Io sono per la corruzione!” (o per l’incesto, o per quel che è…). Ora, visto che nessuno dichiarerà mai di propugnare o difendere la corruzione, sul tema non ci potrà mai essere contrasto di interessi, e nemmeno di vedute, né dibattito fra favorevoli e contrari. Quello della moralità, in effetti, è un tema prepolitico: chi lo usa come tema politico si propone in effetti di annientare la possibilità di qualsiasi dibattito.

Lo si è visto bene nel dibattito sottostante a questo post, che, scritto al volo ai giardinetti, ha avuto un successo inaspettato (bè, proprio inaspettato no, ormai mi conoscete…): 12867 visualizzazioni, 244 commenti, 16 “+1” in GooglePlus. Ma la discussione ha avuto degli esiti che non stento a definire surreali.

Ci sono stati alcuni casi patologici (non me ne vogliano gli interessati), come quelli di tal Zundap, che commentando un post nel quale scrivevo che il Fatto Quotidiano “è più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè, come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court”, e che “sta facendo un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo. Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico (leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui temi di fondo”, interviene in tal guisa:

Luigi Zundap ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La corruzzione rende ciechi":

Travaglio ed il FQ non sono il massimo dell'informazione ma per favore in mezzo alla stampa nazionale sono uno dei pochi giornali che cercano di fare una informazione "decente" quindi "non spariamo sul pianista".

Postato da Luigi Zundap in Goofynomics alle 28 dicembre 2015 14:27

E va bè…

Ma anche al di fuori di questi casi limite, nessuno è voluto entrare nel merito delle tre questioni che sollevavo:

1. è scorretto (mi spiace dirlo, ma questo è) presentare surrettiziamente come un’anomalia statistica un dato che viceversa è in linea con la media europea (l’evasione italiana sta all’evasione europea come i redditi italiani stanno a quelli europei);

2. è politicamente inopportuno, soprattutto in questo momento di emergenza nazionale, farlo con intenti razzisti verso gli italiani;

3. è logicamente contraddittorio chiedere di pagare le tasse a beneficio di una comunità che si dipinge come una comunità di cialtroni (che quindi non meritano né risorse né tantomeno correttezza).

Ecco, è soprattutto l’ultimo punto che mi sembra sia sfuggito un po’ a tutti. Il messaggio “travaglista” è intrinsecamente contraddittorio, a mio avviso. Non puoi partire dall’assunto che noi italiani siamo ontologicamente merda senza se, senza ma e soprattutto senza forse, e poi pretendere che siamo lieti di contribuire (da contribuenti) a questo mucchio di letame! Forse chi esorta alla lealtà verso lo Stato, dovrebbe mostrare, o almeno fingere, un minimo di fiducia nelle proprie istituzioni e nei propri concittadini, di moderato orgoglio nazionale, qualcosa che trametta insomma il senso che il sacrificio che si sta per fare non è un vuoto a perdere, non va solo nelle ostriche di Batman, ma anche (e prevalentemente) nello stipendio del medico di pronto soccorso. Invece gnente. Noi siamo merda, ma dobbiamo pagare altre merde. Insomma, la versione Cambronne del mercoledì delle ceneri: merda alla merda.

Invece di discutere questo tema, cioè l’opportunità di creare un minimo di senso dello Stato partendo dalla costruzione di un’identità positiva per la nostra comunità, si sono attraversate sessanta sfumature di imbecillità, dal “Bagnai giustifica la corruzione”, all’immancabile “artigiano col SUV”, senza mai passare per un confronto coi numeri (il tema della mia prima osservazione).

Ma non ne voglio ai tanti che hanno animato questo surreale dibattito. Non è colpa loro se sono caduti in trappola. L’uso di un tema prepolitico con finalità apolitiche non è mica casuale, non è una novità, e non è che ci voglia un genio per praticarlo, mentre bisogna essere un minimo smaliziati per evitare di cascarci. Sono tecniche che si imparano sui libri, come quelli di Foa e di Giacché. Per azzerare il dibattito politico basta scegliere un tema valoriale, ed è fatta. Il dibattito prende subito la nota piega (anzi: piegà):

Uno: “O-ne-stà! O-ne-stà!”
Un altro: “Scusate, la disoccupazione…”
Uno: “Ecco, sei corrotto, sei contro l’o-ne-stà, o-ne-stà, i problemi si risolvono con l’o-ne-stà, o-ne-stà, cosa vuoi? Fare spesa pubblica per promuovere l’occupazione? Allora sei corrotto! Non hai capito che il problema è che se so magnati tutto? O-ne-stà, o-ne-stà…”

E via così, secondo il teatrino al quale assistiamo da tempo e che sinceramente stufa.

Ve lo dico in un altro modo, cari amici. Lo capite sì, o lo capite no, dopo gli esempi che vi ho fatto, che trasformare il tema dell’onestà in un tema politico è una trappola costruita per costringervi al ruolo di imbecilli? Imbecilli che poi non siete, ne sono certo. Ma quante stupidaggini si fanno agendo d’impulso? Pensateci. Se verrà la troika, non è escluso che abbia questi begli occhioni scuri: il Financial Times non ti sdogana per caso. Allora ne riparleremo, se avrete voglia, va bene?

La moneta è un tema politico
Poi c’è lo sclero sulla moneta: quello è ancor più incomprensibile. Più esattamente, come ho già avuto modo di dirvi, è per me incomprensibile come a “sinistra” si possa affermare che l’euro è solo una moneta! Il rifiuto di ammettere quello che è ovvio, e che intellettuali del calibro di Streeck ribadiscono, ovvero che i sistemi monetari sono istituzioni, e come tali sono il prodotto dei rapporti di forza prevalenti fra le classi sociali, e contribuiscono quindi a loro volta a determinare questi rapporti (cioè, in soldoni: incidono sulla distribuzione del reddito), questo rifiuto rimane per me incomprensibile e priva chi più ne avrebbe bisogno della capacità di leggere l’evoluzione degli avvenimenti.

Guardate ad esempio cosa ammette il nostro migliore amico, Zingy!


(in una intervista al Fatto Quotidiano). Dice quello che qui ci siamo sempre detti, e che era parte della normalità, come ho cercato di spiegarvi (suscitando interminabili scleri): che il finanziamento con base monetaria (oltre a essere, come vi ho mostrato, una prassi normale prima della controrivoluzione liberista), è ovviamente l’unico modo per risolvere effettivamente un crisi bancaria sistemica. Solo la garanzia di una Banca centrale può arrestare il panico: i risparmiatori non correranno in banca a prosciugare (o tentare di prosciugare) i propri conti se sanno che la Banca centrale alle brutte “stamperà” i soldi che eventualmente mancassero. E ovviamente se i risparmiatori sanno che le cose stanno così, in banca non ci vanno, e quindi la Banca centrale di soldi deve stamparne molti di meno!
Finirà così, dovrà necessariamente finire così, e, come vi ho altresì già detto, anche l’eterno secondo alla fine lo ha confessato. L’unica utilità residua del QE è quella di contribuire indirettamente al risanamento del sistema bancario, monetizzando la monnezza che si è andata accumulando nel tempo, cioè facendo in forma surrettizia quello che le regole europee vietano di fare in forma esplicita: intervenire come lender of last resort delle istituzioni bancarie. Una funzione assolutamente fisiologica per una banca centrale, come feci notare tempo addietro in una polemica della quale forse vi siete dimenticati, e che fra l’altro, secondo me, non è nemmeno esplicitamente vietata dai Trattati (che invece vietano l’intervento per monetizzare il deficit pubblico, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul primario).

Il problema di moral hazard, cioè il fatto che stampando la liretta deresponsabilizzi er politico o er l'amministratore, non si risolve espropriando i pensionati, ma punendo i responsabili, se lo si vuole fare, e questo lo dice chiaro e tondo anche Zingales (onore al merito).

Ma c’è un problema, che capisci solo se ammetti che l’euro è un’istituzione. E qual è? Quello che noi conosciamo, e che Zingy dice certamente senza accorgersene e probabilmente senza volerlo dire! 

Sentitelo:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Italia, la Bce interverrebbe in modo deciso?”

Avete capito?

Riportiamo questa logica al mondo di prima, che sarà quello di poi, ovvero il mondo delle banche centrali nazionali. Riportiamo cioè il discorso dalla scala della nazione europea (che non esiste) a quella dello Stato italiano (che esiste). Per fissare le idee, sostituite BCE con Bankitalia, e Italia con Campania. Il passo, dopo questa sostituzione, diventa:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Campania, Bankitalia interverrebbe in modo deciso?”

Se leggete la seconda versione, notate una certa assurdità. Perché mai Bankitalia non dovrebbe intervenire a salvare una banca con sede a Napoli? Che interesse avrebbe a far fallire la Campania? E perché la BCE non dovrebbe intervenire a salvare le banche italiane? Che interesse avrebbe a far fallire l’Italia?






































































Ah, ecco…












































































Chissà se così riuscite a farlo capire ai vostri amici che:

1. l’intervento della Banca centrale “stampando moneta” è ammesso e anzi considerato risolutivo perfino da Zingy e perfino dal Financial Times;

2. però non lo si può mettere in pratica perché l’euro non è solo una moneta: è un sistema monetario, cioè un’istituzione, che riflette un ben preciso sistema di rapporti di forze, che in questo momento ci vedono soccombere.

Così è più chiaro?

Ecco: se uno capisce che la moneta è politica, allora capisce anche perché alla fine la Banca centrale dovrà intervenire, e perché l’intervento risolutivo non potrà mai venire da una Banca centrale europea. Il che implica, ovviamente, che l’intervento risolutivo potrà venire solo da una Banca centrale nazionale, cioè che, come dice l’amico Bilbo citato nel post precedente, bisognerà uscire.

E a questo punto avrei voluto parlarvi di tavoli: ma mi stanno chiamando, e lo farò un’altra volta e in altra sede. Il tavolo al quale devo sedermi non prevede, purtroppo, la vostra presenza…

martedì 15 dicembre 2015

Stampare moneta: l'esperienza italiana

Sottotitolo: requiem per due espertoni

(...uno vuole essere gentile, ma...)


Lorenzo Marchetti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

In America hanno stampato tanto, non mi risulta che abbiano risolto nulla, in questi anni. Hanno "galleggiato"un po'di piú rispetto ad altri, e ricordiamoci che hanno l'enorme vantaggio che il commercio tra paesi esteri é in dollari. Semplicemente aspettarsi che la gente, a fronte di prestiti facili, e denaro facile, si metta in testa di investire nella ricerca contro il cancro, inventare nuovi fonti energetiche, é utopistico. Non é mai successo. E'buono solo sulla carta. Quello che la gente fa, o meglio, i governi fanno, a fronte di credito facile, é creare bolle. Ora in America sta per riesplodere la bolla del credito (Shale oil companies, prestiti di oltre un trilione a studenti, automobili con interessi fino al 20% a gente cui le banche non facevano credito).

Creare credito dal nulla ha sicuramente contribuito a deindustrializzare gli Stati Uniti, agevolando per 30 anni le economie dell'est asiatico. La deregolamentazione finanziaria ha fatto il resto, facendo esplodere le disparitá sociali, in tutti i paesi occidentali, a moneta sovrana e non.
 

Il fatto che l'euro sia un disastro non lo nega nessuno: ma qua stiamo davanti ad un cambiamento epocale. L'euro é un fenomeno europeo locale, che ha riproposto su scala minore quello che succede fra Cina e USA: la prima crolla perché tutta votata all'export che pero'rimane invenduto perché gli USA stanno facendo austerity.
 

Il target inflazionistico del 2% é irraggiungibile, semplicemente perché la globalizzazione ha schiacciato i salari e ha spostato le fonti produttive all'estero. E finché trovi popolazioni che vivono con 2 euro al giorno, di manodopera a basso costo ce ne é in abbondanza per decenni. Lo sviluppo di robotica e soprattutto telematica non erano previste ai tempi di Keynes.
 

Ci sarebbe anche da aggiungere come viene calcolata l'inflazione: ogni Paese ha i suoi parametri. Per esempio se teniamo conto dell'aumento dei costi di affitto in America l'inflazione é alta, se mettiamo in gioco gli stock borsistici, l'inflazione é schizzata alle stelle.
 

Ancora, prendiamo UK. Londra sta vivendo una bolla immobiliare spaventosa. Hanno creato miliardi di sterline dal nulla. Stanno meglio? i ricchi che affittano sicuramente.

Eppure battono moneta. E hanno saputo gestirsela? non mi pare, non per la "classe media", sicuramente.

Postato da Lorenzo Marchetti in Goofynomics alle 14 dicembre 2015 23:03 



Domenico D'Amico ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

Ma, che sia scritto nei libri di economia, non vuol dire che la stampa di moneta sia mai stata un'opzione praticabile. E infatti non lo è (quasi) mai stato. Un tempo si studiava pure Marx, o Schumpeter (quello bono), figuriamoci; e comunque sempre male e sempre come fosse poesia. Gesell mai, neanche a parlarne; magari solo la versione storpiata da Lord Keynes, lo speculatore di borsa che non ne prendeva una, se non copiava. Poi fece poesia anche lui a Bretton Woods, ma era scena e lui da delegato del governo di sua maestà lo sapeva benissimo. Ma vanesio, ci teneva ad apparir giusto, alle posterità. Adesso queste cose non si studiano neanche più come poesia, e le pagine qui scannerizzate le fanno saltare a piè pari o al limite recitar in concisa prosa, tanto per...
La verità è che le manovre dei banchieri centrali, quelle raffinate di cui pochi economisti sanno, o capiscono le implicazioni politiche e storiche, nelle università e nei testi di economia semplicemente non ci sono, quindi non si studiano. Non si studia Schacht, né Montagu Norman, non si studia Burns, non si studiano i report della Banca d'Italia, le loro raffinatezze, né quelli della Bis, o i Survey of Current Businnes della Bea; ancor meno si studia la storia monetaria bancaria nel suo concreto dispiegarsi, quella degli yankees di Boston, l'Haute Finance evocata da Polanyi, o raccontata da Alexander del Mar. Piuttosto si fa modellistica su commissione (bancaria quasi sempre), si fanno mappe di una realtà incontenibile, se non da decisioni di chi gestisce le vere leve, quello politico-monetarie-militari-lobbistiche che plasmano e decidono senza alcun ritegno.
E allora non si comprende la realtà, se si studia l'economia in quel modo, questa è l'amara verità che si capisce dopo aver fatto quel percorso, e poi rifatto alla rovescia; ma solo se si tengono occhi ed orecchie aperte.
E in ogni caso, certe cose(la stampa di moneta da parte del tesoro come soluzione) on line vengono dette - magari all'amatriciana e senza offesa per la ridente Amatrice - da anni, da dilettanti e molto meglio di sedicenti esperti del nulla, noiosi quanto il mondo a due dimensioni delle loro matrici.
E tutto questo petulante rivendicare primigenie, avanguardismo, è quanto meno inadeguato e infine semplicemente non corrispondente al vero: come sempre, alla fine, la realtà s'incaricherà di dare a chi spetta cosa.

Postato da Domenico D'Amico in Goofynomics alle 15 dicembre 2015 17:57 



Ma perché? Perché? Perché appena si parla di moneta la gente sclera? Qui mi sembra di essere tornato indietro di quattro anni, all'inizio del nostro percorso, quando il nostro lavoro di divulgazione non aveva ancora contribuito ad alzare il livello del dibattito, costringendo i nostri avversari a battersi su un terreno sul quale non potevano che perdere: quello dei dati.

Forse aveva ragione uno di voi, particolarmente arguto, ma non ricordo chi fosse (e mi pare che commentasse sullo sbilifesto), il quale sconsolato mi diceva: "Sa, laggente si portano dietro il trauma infantile di quando, richiesta la mamma del perché in cambio di un foglietto di carta si potesse avere un gelato, non si videro dare una risposta coerente...". Certo, la prima non risposta della mamma, capisco sia un trauma, e un lutto da elaborare.

Allora vedo di aiutarvi, cari amici...

Non entro nel delirio di Lorenzo, assolutamente irrecuperabile (e me ne spiace per lui). Mi limito a farvi notare un simpatico dettaglio del suo saccente profluvio di luoghi comuni (peraltro, del tutto fuori luogo dati gli intenti del mio post, ben chiari alla maggior parte dei lettori): la sua esilarante teoria secondo la quale saremmo in deflazione "perché oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiiiina!". Come dice lui, "Il target inflazionistico del 2% é irraggiungibile, semplicemente perché la globalizzazione ha schiacciato i salari e ha spostato le fonti produttive all'estero." Cosa c'è che non va con questo argomento? Un paio di cose. Il primo è che è in contrasto logico con la maschia e virile (e fasulla) etica che impronta tutto il "ragionamento": quella secondo cui "stampare moneta" (ovvero, procedere al finanziamento monetario del deficit), sarebbe fare "credito facile" che "crea bolle" e distoglie le persone dalle loro responsabilità, impedendo loro di impegnarsi seriamente nell'"inventare nuove fonti energetiche" o nella "ricerca contro il cancro" (tutte attività notoriamente portate a termine da un settore privato debitamente disciplinato dal gold standard, come saprete...). Bene: se il problema è che la "moneta facile" (checché ciò voglia dire) rende irresponsabili, è tanto più vero che rende irresponsabili dare la colpa agli altri (la Cina)! I quali altri, va detto, sono sempre esistiti, e si sono sempre fatti pagare meno di noi, perché noi, finché abbiamo saputo gestirci nel rispetto delle nostre diversità, siamo sempre stati davanti a loro. E qui si vede la seconda cosa che non va! Da che mondo e mondo conviviamo con espertoni che la sanno luuuuuunga e che elargiscono insegnamenti etici (non essendo filosofi ma...), sempre scaricando la colpa sui soliti noti! Guardate ad esempio Alessandro Rossi, segnalato dal geniale Gondrano. Lui è un imprenditore, e quindi, giustamente, vuole pagare poco gli operai. E allora che si inventa? Che gli economisti sono tutti coglioni e lui l'unico furbo, e, naturalmente, che "oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiina!":


Tanto per capirci, se le cose stessero come dice il Rossi, o il Marchetti, non avremmo avuto negli anni '70 inflazione a due cifre, semplicemente perché a quell'epoca la Ciiiiiiiiiiiiiina aveva un reddito medio pro capite da Africa subsahariana! La Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiiina c'è sempre stata, ma la deflazione no, ed è un po' riduttivo attribuire la deflazione alla Ciiiiiiiiiiiiiiiiiina oggi, che i suoi salari stanno crescendo a tassi da noi dimenticati. Uno potrebbe dire: "Bè, ma negli anni '70 la Ciiiiiiiiiiiiiiiina con noi non commerciava, il suo mercato era isolato....". Ah sì? Peccato che Rossi ci faccia notare che già a fine '800 i suoi lavoratori erano in concorrenza coi nostri! Quindi forse le cose non stanno come dice il nostro amico, e se non bastasse la sua sicumera, a dimostrarlo varrà questo semplice esercizio di logica, assistito da una illustre testimonianza storica.

Sed de hoc satis.

Procediamo con la new entry, la quale, del tutto ignara di netiquette, viene a spiegarci che lui la sa luuuuuunga, e che il finanziamento monetario non è mai stato una concreta possibilità, perché [supercazzola austriano-signoraggiaia a piacere a base di Gesell e Del Mar, o in mancanza di meglio di Auriiiiiiiiiiiiiiiiiiiti].

Faccio una premessa.

Ci sono molti modi per dimostrare di non essere un fulmine di guerra, e naturalmente non c'è alcun problema a non esserlo: il mondo è bello perché è vario. Tuttavia, anche senza essere un fulmine di guerra, bisognerebbe essere in grado di afferrare la differenza fra non demonizzare uno strumento lecito di politica economica (quello che esortavo a fare nel mio post), e considerarlo una panacea (intento che i due dilettanti concordemente mi attribuiscono, senza alcun fondamento: preciso che li definisco dilettanti perché non ho trovato una singola pubblicazione scientifica a loro nome, e che dilettarsi non è un'attività disprezzabile, anzi! Ognuno si diverte come vuole e come può...).


Ma Dio santo, collocatevi!

Se non siete economisti, datevi una vernice di umiltà!

Si scrosta subito, ma sempre meglio quella dell'asfalto, che poi non vi scrostate più!

Non è possibile intervenire ex cathedra con tanta sicumera su cose delle quali si sa tanto poco!

La supercazzola su Gesell, se la cercate, vedete che il nostro nuovo amico la ripropone identica urbi et orbi: sa solo quello, mentre qui abbiamo fatto un discorso più articolato. Vorrei chiarire una cosa: non è perché avete dei dischetti di metallo in tasca che potete parlare di economia, come non è perché avete un cervello in testa (forse) che potete fare i neurologi.

Segue dimostrazione.

La "stampa di moneta" non è mai stata un'opzione praticabile? Parliamone. Ci saranno i dati, no?

Allora: io purtroppo dilettante non sono. In effetti, mi diletto sempre meno, e credo si veda. Fa parte del mio percorso di professionista anche una tesi di dottorato sul debito pubblico italiano, incluso, guarda un po', il debito monetario, cioè quello detenuto dalla Banca centrale: di fatto, la contropartita dell'emissione di moneta. Precisazione (restando sul semplice): la Banca centrale può intervenire acquistando titoli di Stato o all'emissione (sul cosiddetto mercato primario), o dopo l'emissione (sul cosiddetto mercato secondario). Le operazioni sul mercato secondario sono dette operazioni di mercato aperto, servono a regolare la liquidità del sistema, e non sono quindi di per sé assimilabili a monetizzazione del fabbisogno (dettagliuccio che a Munchau sfugge, ma passons). Sono monetizzazione del fabbisogno gli acquisti sul mercato primario, oltre, ovviamente, all'eventuale stampa di biglietti del Tesoro (che, questi sì, sono sempre stati una componente trascurabile del finanziamento) e all'uso dello scoperto di conto corrente di tesoreria.

Vi prego di notare la differenza fra le due operazioni, che poi è una differenza fra stock (quello di debito esistente) e flussi (quello di nuovo debito collocato in un'asta). Si potrebbe dire che un'operazione di acquisto sul mercato aperto monetizza il debito (perché la Banca centrale rastrella titoli pubblici dal mercato, riducendo lo stock di debito pubblico e convertendolo in moneta), mentre gli acquisti sul primario monetizzano il deficit (perché di fatto "coprono" con emissione di moneta una parte del fabbisogno da finanziare). In entrambi i casi la Banca centrale retrocede al Tesoro gli interessi sui titoli acquistati e quindi queste operazioni, nel bilancio consolidato del settore pubblico (in cui, una volta, confluivano Tesoro e Banca centrale), non hanno un costo in termini di tasso di interesse (altra fissa incomprensibile dei signoraggiai, di cui ci occupammo a suo tempo).

Per farvi capire quanto sia stato trascurabile il fenomeno dell'emissione monetaria in Italia, vi fornisco prima la composizione del debito pubblico. Quello detenuto dalla Banca centrale è quello "monetizzato". Questo è il disegnino:

tratto dalla mia tesi di dottorato (aka pieiccdì), da cui si desumono alcune cose interessanti.

Primo, che la monetizzazione del debito non è stata del tutto trascurabile! Nel 1976 il 40% del debito, pari a 40994 miliardi di lire, ovvero a 21 miliardi di euro (al cambio irreversibile, e su un debito totale di 52 miliardi) erano detenuti dalla Banca centrale!

Secondo, che il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia ha ovviamente influito sulla monetizzazione del debito, riducendola, ma non ne è stato condizione necessaria: la percentuale di debito detenuto da BI aveva cominciato a ridursi già dal 1977, il che significa che anche in un contesto di cooperazione, anziché di intralcio, della Banca centrale col Tesoro è possibile scegliere un mix di finanziamento (e più in generale di politica economica) che non necessariamente porti alle carriole di Weimar!

Questo per quanto riguarda il totale dello stock, cioè l'atteggiamento complessivo di politica monetaria dell'epoca. Ma per quel che riguarda la monetizzazione del deficit, cioè la creazione di base monetaria per esigenze di finanziamento del deficit, prevalentemente via acquisti sul primario (cioè alle aste), le cifre quali sono? Era veramente un fenomeno così trascurabile? Era veramente così insostenibile?

La risposta in questo caso ce la dà Spaventa, L. (1984) "La crescita del debito pubblico in Italia: evoluzione, prospettive e problemi di politica economica", Moneta e credito (uno dei tanti articoli letti e riletti mentre preparavo la tesi).

A pag. 256 Spaventa definisce le variabili che poi utilizza nella sua analisi (alla quale io mi rifeci per il mio articolo del 1996 sulla sostenibilità del debito pubblico, articolo che, se interessa, trovate qui, ma che naturalmente vi sconsiglio di leggere: tutta roba teorica, da economisti cialtroni che nulla sanno, tant'è che Antonio Pedone - uno de passaggio - incontrandomi in ascensore mi disse: 'Sa che il suo articolo è interessante? L'ho adottato fra i testi del corso avanzato di Scienza delle finanze'. Capirete che per uno che aveva appena preso servizio come ricercatore erano soddisfazzzzioni. Ho rivisto Pedone alla premiazione del Tramonto dell'euro, e anche quelle son soddisfazzzzioni: secondo me sa, come e più di noi. Gli piacque molto il mio riferimento a Meade e mi segnalò un suo testo, probabilmente la Theory of international economic policy, nel quale Meade descrive in lungo e in largo le diverse modalità di controllo dei movimenti di capitali. Ma capisco anche che alla fine uno si stanchi...):


Il coefficiente di monetizzazione del debito, la lettera greca "mi" (per gli ingiengngngnieri: "mu"), è il rapporto fra la variazione della base monetaria del Tesoro (base monetaria creata a fronte di operazioni di finanziamento del fabbisogno) e il fabbisogno. Sarebbe quella "u" con una zampetta lunga a sinistra (lo dico per i diversamente grecisti...).

Siccome sono cose che si misurano, poi Spaventa ci spiega come si è sviluppata nel tempo questa variabile "trascurabile". Lo fa nella Tabella 4 a p. 268:

Una fonte di finanziamento trascurabbbilissima! Dal 1961 al divorzio il finanziamento monetario ha contato in media per il 37% della copertura del deficit (sto considerando la misura che esclude i BOT messi dalle banche a riserva obbligatoria - possibilità offerta fino al 1976). Ci siamo? Si intuisce la differenza fra un dilettante e un professionista?

Ora, voi direte: "Ma il finanziamento con base monetaria era insostenibbbbile, creava inflazzzzzzione!" Lo direte se fate rima con voi stessi, cioè se siete espertoni. Se invece guarderete i dati (lo so, è faticoso: ho rovinato una famiglia, e una famiglia piuttosto solida, in quattro anni, per metterli insieme e farveli vedere), se guarderete i dati vedrete questo:


Ora, non vi chiedo di essere dei computer umani, ma basta poco a vedere che fra le due serie non c'è tantissima relazione: spesso si muovono insieme, e spesso in senso opposto. Morale della favola: la loro correlazione è debole e negativa: -0.18.

Tornando alla Tabella 4, e con buona pace degli espertoni che " Eh, ma c'era il conto corrente di tesoreria!", due cose sono chiare:

1) che per avere un coefficiente di monetizzazione negativo (come nel 1977) o basso (come nel 1979) il divorzio non era necessario;

2) che per portare rapidamente a zero (dal 1983 e al netto di alcune porcate fatte all'epoca, spiegate in nota) il coefficiente di monetizzazione, il divorzio è stato sufficiente.

Riassumendo:

1) il finanziamento con base monetaria del deficit è stato un fenomeno importante, in media pari a oltre un terzo del deficit per almeno due decenni,

2) esso non sembra particolarmente correlato all'emergenza del fenomeno inflattivo (e chi ha letto IPF sa perché),

3) il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, preso con le modalità e le motivazioni che qui e su Orizzonte48 sono state analizzate in lungo e in largo, ha precluso questa possibilità.

Perché?

Perché sì.

Questi sono dati, questa è letteratura scientifica. Per tutto il resto, c'è il plastico commento del giovine Baroni:

Nicola Baroni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

Ecco, io non sono un economista, ma secondo me sulla questione Duncan ci aveva visto giusto MacDuff. Le prove erano ovunque. Poi mi sta bene il discorso sui BRICS, però in tema di pericoli vedo più il bosco di Birnan a dirla tutta. Oggi c'è il bosco di Birnan!

Posso avere altri due corretti per favore?
Postato da Nicola Baroni in Goofynomics alle 15 dicembre 2015 20:14



(...state giocando con la pelle delle persone, cazzo! Deponete la vostra sicumera. Qui si parla della vita di vostri simili! Non avete un minimo di empatia? Pensate veramente, nella savana della globalizzazione, di essere leoni? Non lo sembrate, ma anche se lo foste, ricordatevi che chi è leone per la gazzella, è bersaglio per il Jarrett. Non Keith: 375... Quindi non conviene, forse, mettersi d'accordo, anziché vagheggiare un mondo a misura di superuomo, pensando di essere tali, col grave rischio di essere deluso dai fatti? Ho compassione di voi, signoraggiai austro-auritiani, e della vostra ignoranza dei fatti e delle cose. La guerra del Vietnam! Ma cazzo, il dilemma di Triffin allora? Eh, quella è teoria... Per favore, rientrate in voi. State al vostro posto. Fatevi questo regalo, qui, e nella vita. Vi ringrazio per avermi offerto la possibilità di mostrare dei dati che, per quanto banali, pochi conoscono, ma ora andate con Dio...)

lunedì 14 dicembre 2015

Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non convenzionale

Scusate, a me sembrate tutti matti.

Ma proprio tutti tutti tutti, a partire, ovviamente, dai miei colleghi.

A leggere alcuni commenti al post precedente, per non parlare poi di quanto si sente nel dibattito pubblico, sembra che finanziare con moneta la spesa pubblica sia qualcosa di inconcepibile, una bestemmia, una prassi non solo e non tanto deprecabile per motivi etici (in quanto svincolando i politici dai mercati sarebbe scaturigine certa di coruzzzzzzzzzione - perché il privato, si sa, moralizza, come il caso VW dimostra...), quanto inesplorata, bislacca, non contemplata dalla teoria economica e in quanto tale fonte di rischi imponderabili, qualcosa di cui non si deve nemmeno parlare; o, meglio ancora: qualcosa di cui, se proprio se ne deve parlare, se proprio non se ne può fare a meno, occorre farlo in termini altrettanto bislacchi, che veicolino l'idea di eccezionalità, di stramberia: helicopter money, unconventional policy, QE for people, e via dicendo.

Quale plastica rappresentazione di sardanapalesca, sterile e iniqua prodigalità, in queste espressioni! Gettare balle di banconote da un elicottero, così, a spaglio, a rischio che cadano nel ben recintato giardino del ricco Epulone, oppure stampare moneta così, per darla alla gente, senza che questa abbia fatto alcunché per meritarsela - incitando quindi il popolino all'ozio, allo scialacquamento, col loro sciagurato corteggio di depravazioni: la lussuria, l'etilismo, la violenza domestica...

Questa è la narraffione (le due "f" sono un errore politico, non un errore di pronuncia) del finanziamento monetario del deficit nella stampa odierna.

Molti di quelli che indulgono in queste (pretese) innovazioni lessicali lo fanno solo perché sono dei dilettanti, privi di esperienza di ricerca e di insegnamento in economia, e vogliono semplicemente fare i fighi. Capiscono che dire "stampare moneta" come un Giannino qualunque è cosa sciatta, da bar di periferia, e si danno una verniciata di professionalità ricorrendo a un lessico un po' più à la page.

Ma così facendo, purtroppo, come tutti i volenterosi neofiti, fanno più danni del nemico.

Cerco di farvi capire perché in tre foto, delle quali non vi chiedo di capire tutto. Voi provate a leggerle. Poi ne parliamo...






Ma...










































Ma...























































Ma...













































Ma...














































"Ma no, dai, Bagnai, te lo sei scritto tu questo testo! 'Il finanziamento con base monetaria', che assurdità! Le scemenze dei noeuro, che cercano di convincerci che il ritorno alla sovranità monetaria avrebbe un senso, anche perché provvederebbe i governi di una forma di finanziamento aggiuntiva oltre al debito, una forma di finanziamento svincolata dal ricatto dei "mercati" perché disponibile a costi sostanzialmente irrisori. Dai, su, che è questa robaccia? Non ha peer review, per fortuna, e spero bene che non venga insegnata nelle università...".

No, non è esattamente così.

Sono le pagine 268-270 di questo libro, che, come sapete, è stato tradotto in inglese dalla Cambridge University Press (con l'endorsement di uno de passaggio, come potete notare...), ed è quindi, con questo, uno dei due manuali di economia prodotti da autori italiani più diffusi all'estero (Acocella è stato tradotto anche in cinese). Casualmente, i due autori sono stati prima miei maestri e poi miei colleghi nel dipartimento di economia fondato da Caffè, che tanti dolori ci ha dato (da Draghi in giù, fino a Padoan...).

Quindi materiale ultraortodosso, tanto valido da essere adottato in università estere, a Atene, ma anche nella patria dell'ordoliberismo, ma anche a Londra, ecc. (per non parlare, ovviamente, di Pescara).

Capito come?

In tutto il mondo si studia, perché si deve studiare, altrimenti non si passa l'esame, che quello con base monetaria, nelle forme istituzionali storicamente e giuridicamente definite, è una delle possibili forme di finanziamento della spesa pubblica, o meglio, di copertura dello scarto fra le voci di spesa e le altre voci di entrata (raccolta fiscale, emissione di debito). Chi non lo sa semplicemente non passa l'esame, perché è materiale banale, ovvio. Non c'è nulla di non convenzionale, non si tratta di tirare a caso moneta dagli elicotteri, ma di scegliere politicamente quale parte di progetti di spesa decisi da un governo democraticamente costituito e soggetto al controllo democratico di un parlamento democraticamente eletto può essere finanziata ricorrendo al principale potere sovrano di ogni e qualsiasi stato: quello di battere moneta.

Non si tratta di chiedere al bancario centrale di dare una mancetta a tutti i cittadini perché la spendano in caramelle. Si tratta di finanziare investimenti, di assicurare l'operatività dei servizi pubblici, comprando benzina per le ambulanze e le volanti della polizia, comprando la carta igienica per i cessi delle scuole, e magari trasformando questi cessi in gabinetti; si tratta di evitare che ogni episodio di maltempo faccia un paio di morti; si tratta, se è il caso, e per tornare alla cronaca del giorno, di salvare istituzioni finanziarie. Nulla che possa essere fatto con un elicottero, o con un assegno staccato all'ordine di ogni cittadino.

Questa è la normalità, questo è quello che viene considerato convenzionale, ovvio, scontato, nei libri di testo undergraduate (cioè del triennio). È una politica assolutamente nota nelle sue implicazioni macroeconomiche, che, come sempre, sono duplici (perché non ci sono free lunch): il finanziamento monetario ha il vantaggio di portarti dal punto A al punto C della figura 11.1, quindi è più espansivo del finanziamento con debito, che ti porterebbe al punto B. Lo svantaggio è che se in B hai piena occupazione, il finanziamento monetario creerà tensioni sui prezzi. Ma ad oggi di "pieno impiego" non ne vediamo, e se ci sono "strozzature settoriali", queste sono determinate solo dal fatto che la deindustrializzazione del nostro sistema economico sta sgretolando le filiere, e così obbliga chi una volta si riforniva dal vicino, nello stesso distretto, a rivolgersi a fornitori o a trovarsi clienti più distanti. Cosa che non sarebbe successa se fin dall'inizio della crisi si fosse intervenuti attivamente, con politiche espansive finanziate anche con moneta.

La più grande vittoria di quello che gli idioti chiamano "neoliberismo" (e che di "neo" ha ben poco, come sa e ci insegna chi invece studia e ricerca: un esempio fra tutti),  è stata quella di averci fatto disapprendere quanto avevamo appreso dai nostri libri di testo (e dagli 80 milioni di morti della seconda guerra mondiale). Tutti, ormai, hanno disappreso la normalità, anche a sinistra, e così si fanno sorpassare a sinistra dagli economisti servi, che tornano alla carica cianciando di "lezioni apprese dalla crisi", quando la crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già, che non fosse già nei nostri libri, compreso il modo per risolverla.

E uno di questi modi è, in presenza di calo di domanda e di rilevanti esposizioni debitorie, il finanziamento monetario della spesa pubblica.

Perché non lo si è fatto?

Ma è semplice, lo spiegava l'eterno secondo sul FT di due giorni fa, con riferimento al problema delle banche italiane:

"Resolving a public or private sector debt overhang through money printing is called debt monetisation — and it is strictly illegal under European law.

The central bank is allowed to buy debt instruments but only for the purpose of conducting its monetary policies — not to alleviate anyone of their burden. This opens a large grey area.

The official purpose of the ECB’s private and public sector asset purchase programmes — quantitative easing — is to achieve a higher level of inflation. If this goes on for a very long time — as I believe it will — it may end up as an ersatz debt resolution instrument."

Non lo si fa perché le regole europee lo proibiscono.

E perché le regole europee proibiscono quello che è normale in tutto il mondo, che si studia nei libri del triennio, che si deve sapere per laurearsi, e che nel caso che ci riguarda ha controindicazioni risibili? Perché le regole europee limitano la sovranità statuale ai due poteri residui, quello di imporre tasse e quello di dichiarare guerra?

Bè, voi che siete qui lo sapete, no?

Raccontano che è perché i tedeschi, porelli, hanno tanta paura dell'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione, ma noi abbiamo una visione più articolata del problema, sulla quale non torno. Gli ultimi arrivati faranno le loro domande (e riceveranno la risposta di prammatica: RTFM).

Nota bene: il barone di Munchausen dice che di fatto il QE è, o può diventare, appunto un surrogato del finanziamento monetario (ne parla con riferimento specifico alla risoluzione di crisi bancarie). Tecnicamente, il finanziamento monetario richiederebbe l'acquisto di titoli sul primario, e sappiamo che è vietato dal Trattato di Maastricht. Però che sia una cosa normale e che quindi di riffa o di raffa ci si debba arrivare, come vedete, lo ammettono tutti, anche sul FT. In ogni caso, al barone ancora sfugge una cosa che noi qui sappiamo bene, cioè che queste scappatoie sono inutili perché non possono alleviare il problema dell'Eurozona (non mi ripeto). Un finanziamento monetario camuffato, da parte della BCE, oltre a sollevare insormontabili problemi politici, non risolverebbe il problema degli squilibri fra paesi dell'Eurozona. Per risolvere questo problema è indispensabile che ognuno torni ad avere una valuta proporzionata alla forza della propria economia, ed è opportuno che ciò accada quanto prima, perché il passare del tempo non fa che acuire il divario fra le economie e quindi l'entità del necessario aggiustamento.

Ma il punto qui non è questo.

Il punto è che quando sentite qualcuno parlare di politiche "non convenzionali", o di QE for people, o di helicopter money, o di quel che è, i casi sono due: avete di fronte un ingenuo, o un furbacchione. Riconoscere che il potere di emissione di moneta è un attributo essenziale e fisiologico della sovranità statuale (comunque costituita: in forma democratica, o in altre forme), significa distinguere fra un mondo nel quale lo Stato rivendica il diritto di poter agire per il bene dei propri cittadini, disciplinando i mercati, e un mondo nel quale si attribuisce ai mercati il diritto di comprimere la democrazia e il potere regolatorio dello Stato, nell'interesse dei mercati stessi. Se di helicopter money parla un liberista, va bene: è pagato per farlo. Ma se ne parla uno che vuole fare il keynesiano, allora forse dovreste tirarlo da una parte, e fargli capire una cosa che evidentemente gli sfugge: siamo in guerra, ed è una guerra di annientamento dei nostri patrimoni, della nostra civiltà, della nostra cultura. Questa guerra richiede una resistenza anche culturale. Accettare il lessico del nemico (helicopter money), entrare nel suo frame, anche se ammantato di piacevole, vellicante, rassicurante populismo (QE for people) significa aver già perso.

Quello che va capito e rivendicato è che in tutto il mondo il finanziamento monetario della spesa pubblica da parte di una banca centrale nazionale è, o è stato (e comunque tornerà ad essere), una delle modalità ammissibili di esercizio della sovranità economica dello Stato. È letteralmente roba che si studia a scuola, sono lebbasi, le fottute bbasi della politica economica. Qualsiasi artificio lessicale, qualsiasi espressione distolga da questo principio elementare, qualsiasi arzigogolo intenda offuscare quanto vedete nelle tre pagine che ho fotografato sopra per voi, va visto con estremo sospetto, e, nella misura del possibile, cauterizzato con il dovuto garbo.

Perché una cosa è, spero, evidente a tutti voi: chi è parte del problema, non può essere parte della soluzione (per quanto aspiri a candidarsi a questo ruolo).

Da questa crisi non usciremo senza monetizzazione del deficit da parte di banche centrali nazionali.

Un giorno Munchau ce lo spiegherà dal Financial Times.

Voi sarete, come al solito, preparati.

Un semplice grazie non sarà sufficiente: ci vorrà anche un contributo ad a/simmetrie, che sarete fra i pochi a potervi permettere, essendo scampati al sacro macello dei fessi che "l'euro è solo una moneta"...

Good luck (e se passa un elicottero, scansatevi: non sia mai la mancia decidono di darvela in monete da due euro...)!