Egregio
Professore,
Ho
indugiato molto prima di scriverle queste righe e rimango tuttora nel dubbio se
la mia piccola testimonianza – di certo simile a tante altre che quotidianamente
le giungono – valga anche solo qualche minuto del suo tempo prezioso. Tuttavia,
l’immensa stima che ho maturato per lei e per il lavoro che ha portato avanti
in questi anni – a tratti nella più totale solitudine – mi impone, anche solo
per la riconoscenza civile che debbo al principale responsabile del mio
rischiaramento intellettuale, di lasciare traccia scritta di queste
riflessioni. Ovviamente ne faccia ciò che crede, compreso cestinarla dopo aver
letto le prime righe.
So
che ci tiene molto alle presentazioni. Condivido con lei la passione per questa
spesso trascurata consuetudine e faccio immediatamente una full disclosure, come direbbero “quelli bravi” tra i suoi colleghi.
Mi chiamo Guidubaldo Sforza Pallavicini (lo so, i doppi cognomi sono sempre
sospetti, ma sono in buona compagnia, tra gli altri, di Luciano Barra Caracciolo),
e sono – ancora per poco – un dottorando in diritto presso l’Università degli
Studi di Piddinopoli. Sono da circa un anno e mezzo un avido lettore – sebbene
non commentatore – del suo blog, di cui ho letto tutti i post e i materiali
didattici iniziatici. Ho acquistato e letto i suoi libri, e ho deciso
quest’anno di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie. Spero di potere contribuire
anche in altre e più tangibili forme in futuro, sebbene la precarietà
reddituale di un borsista non mi consenta di fare sicure previsioni a lungo.
Come
vede “non sono un economista ma…” (incipit canaglia!) mi occupo di temi non del
tutto estranei al nucleo della sua riflessione economica e politica, specie con
riferimento alle questioni tecnico-giuridiche che riguardano i rapporti tra il
nostro ordinamento e quello dell’UE in tutte le sue manifestazioni
istituzionali. Come molti, sono arrivato al capezzale del suo blog e alla
lettura dei suoi libri – così come di quelli di LBC – poiché nel corso degli
studi mi sono progressivamente reso conto che molte cose non tornavano nella
“grande narrazione” euro-europeista; narrazione di cui le discipline giuridiche
– specie il diritto costituzionale – sono state in questi anni, salvo qualche isolata
eccezione, una costola fondamentale, nel contesto di un miope ed a tratti
asfissiante conformismo intellettuale.
Sebbene
grazie alla familiarità con la grande dottrina classica di diritto
internazionale, tradizionalmente attenta ai profili della sovranità e della statualità,
avessi già alcuni strumenti per decrittare i messaggi impliciti nella monodia
del mainstream globalista, eurista e post-nazionale,
difettavo degli strumenti analitici propri della scienza economica per
comprenderne a fondo le implicazioni sociali e politiche, in ultima analisi
tendenti al ri-orientamento strategico del conflitto distributivo a danno del
potere contrattuale del lavoro (complessivamente inteso, senza sterili
distinzioni pubblico/privato; dipendente/autonomo; ecc.) e a beneficio del
capitale (rectius, di alcuni
capitalisti e creditori dei Paesi del Nord mercantilista, evidentemente “più
uguali degli altri”). La lettura del suo blog e dei suoi libri mi ha fornito i
tasselli mancanti del quadro concettuale, complementare a quello giuridico,
assolutamente indispensabili ad affrancarmi dalle piaghe del luogocomunismo e
dell’autorazzismo purtroppo dilaganti anche nel mondo accademico e
professionale del diritto.
Nei
suoi scritti lei ha molto spesso posto in evidenza la necessità di tornare a
coltivare “le basi” della scienza economica, contrastando in modo frontale
l’atteggiamento di molti suoi blasonati colleghi che hanno contribuito al
sistematico pervertimento di quelle acquisizioni scientifiche che avrebbero
consentito di prevedere il disastro a cui ci ha condotto il disegno politico della
moneta unica. Quello che vorrei aggiungere – senza peraltro pretendere di dire
nulla di molto originale – è che quella stessa battaglia per la “dignità della
professione” è assolutamente necessaria anche nel campo, l’unico in cui sento
di potermi esprimere secondo la massima benedetta “ognuno parli di ciò che sa”,
delle scienze giuridiche. Come sottolineato più volte da LBC nei suoi scritti,
il deficit di coscienza critica o, se si preferisce, l’apostasia di una
professione rispetto ai cardini dello statuto metodologico e scientifico della
propria disciplina, non è un problema esclusivo della scienza economica ma è appunto
comune anche al mondo del diritto.
Ritengo
che questa deprecabile situazione sia frutto di un cosciente disegno di
destrutturazione della formazione giuridica, evidente fin dalla organizzazione
dei corsi di studio delle nostre facoltà di giurisprudenza. Guardando in retrospettiva
la mia carriera di studente credo di poter individuare alcuni momenti
fondamentali di trasmissione del “dispositivo ideologico” globalista ed
europeista acritico. Ricordo, ad esempio, che quando al corso di diritto
costituzionale si arrivò a trattare della parte della Carta sui rapporti
economici, questa fu sostanzialmente liquidata nelle lezioni e nei manuali con
un discorso del tipo: “Questa parte della Costituzione, che prevede ampie
facoltà e persino obblighi di intervento dello Stato nell’economia a tutela di
diritti fondamentali nella sfera economica, risulta oggi in larga misura
superata dagli sviluppi del diritto comunitario”, con buona pace del profondo
dibattito in seno alla Costituente sui temi del lavoro e dei diritti sociali che
aveva animato i lavori preparatori della Carta. Molti si sono sinceramente
convinti che le norme della Costituzione possano essere soggette al fenomeno
della desuetudine, in spregio alla banale constatazione che la forza precettiva
di un testo normativo non dipende dal tempo trascorso dalla sua entrata in
vigore o dalla frequenza della sua applicazione, bensì dal rango che quelle
norme rivestono nell’ordinamento e che gli interpreti sono chiamati a riconoscere
(tanto per capirci il fatto che le condanne per incesto si contino sulle dita
di una mano dal codice Zanardelli ad oggi non toglie che l’incesto sia un
delitto e non rende – fino ad abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità
– l’articolo 564 del codice penale “meno legge”. Così l’articolo 47 della
Costituzione in tema di tutela del risparmio non diviene norma costituzionale minoris generis per il mero fatto
dell’adozione di norme europee ad es. in tema di bail-in). Parallelamente, nei corsi di “diritto costituzionale
dell’Unione Europea” (ricordo che con una certa onestà il mio professore diceva
di insegnare “una cosa che non esiste”), si tratteggia agli studenti l’epopea
progressista dello sviluppo di principi quali il primato del diritto
dell’Unione sui diritti nazionali o della diretta applicabilità delle direttive
non attuate dallo Stato, quasi fossero sviluppi “naturali” ed inevitabili del
rapporto tra ordinamenti, senza analizzarne compiutamente le implicazioni
pratiche o i necessari contrappesi nell’ottica del diritto interno degli Stati.
Le pur timide resistenze delle corti costituzionali nazionali sono spesso viste
come pericolosi esempi di “patriottismo e nazionalismo costituzionale”. Nei
corsi avanzati di diritto internazionale, laddove si parla di tutela
sovranazionale dei diritti umani – peraltro spesso ricostruiti nell’ottica
limitata dei soli diritti civili e politici – si tende a dipingere univocamente
lo Stato come il principale ostacolo alla loro realizzazione, anziché come il
primo e principale baluardo istituzionale della loro tutela (certo,
eventualmente assoggettabile su basi multilaterali ad istanze esterne di
controllo, ma sempre in chiave estensiva dei diritti soggettivi e di
assicurazione di uno standard minimo convenzionale sotto al quale gli Stati non
possano scendere). Qualche responsabilità la portano persino gli storici del
diritto i quali, nel pur lodevole intento di mostrare come siano storicamente
esistiti ordinamenti giuridici effettivi anche in assenza di un’organizzazione
accentratrice di carattere statuale (come avveniva prima del consolidamento
degli Stati nazionali) finiscono implicitamente per fornire una impropria
giustificazione “storiografica” ai disegni di diluizione ed espropriazione progressiva
delle sovranità statali ad opera dei processi di globalizzazione e di
espansione delle competenze degli ordinamenti sovranazionali (e non
propriamente inter-nazionali) come
l’UE. Per non parlare poi delle cose che si sentono dire per bocca di certi
giuslavoristi fautori di proposte scimmiottanti la flexicurity (ovviamente quella di Paesi extra-euro come la
Danimarca). E si potrebbe proseguire oltre con esempi tratti da altre
discipline.
Così
vanno stratificandosi in ogni direzione i pregiudizi e la diffidenza verso lo
Stato e le sue tradizionali attribuzioni sovrane, preparando terreno fertile
per l’impianto della ideologia della cessione di sovranità sotto la pressione
del vincolo esterno. Tutto ciò che limita e costringe la capacità di
disposizione-decisione della sfera politica nazionale è automaticamente
percepito come buono, auspicabile, progressivo. Qualunque processo che si
opponga a tale liquidazione coatta dell’autonomia istituzionale dello Stato, o
che semplicemente esiga che tali limitazioni siano poste in essere “in
condizioni di parità con gli altri Stati” e con adeguate compensazioni di
carattere democratico, è invece considerato cattivo, deprecabile, regressivo.
Il
tutto è poi aggravato dalla deriva verso la de-nazionalizzazione degli studi
giuridici: ovunque sorgono corsi di laurea – perlopiù in inglese – nei quali
non si studia, almeno in prima battuta, uno dei tanti diritti nazionali come
base imprescindibile per l’apertura internazionalistica o la comparazione
giuridica, bensì un’accozzaglia di sedicenti common core principles
comuni ai diritti nazionali (che pure in alcune aree esistono), senza alcuna
contestualizzazione storica, culturale, geografica. Siamo cioè di fronte al tentativo,
ormai in via di compiuta realizzazione, di creare il perfetto “giurista
europeista” che sa poco di tutti i settori materiali del diritto e di tutti gli
ordinamenti nazionali, ma ha completamente introiettato i dogmi del globalismo
e dell’europeismo, che nulla hanno a che vedere con un sano internazionalismo
che presuppone, senza negarlo, il pluralismo delle soggettività statali sovrane.
Siamo così di fronte a una figura di tecnocrate del tutto fungibile e organico alla
riproduzione di una burocrazia impersonale e lontana dalla percezione della legittima
pluralità – e del relativo conflitto – tra diversi interessi sociali tanto sul
piano dei rapporti interni, tanto su quello dei rapporti internazionali. In
questo senso l’ideologia dominante presso buona parte delle cattedre delle
facoltà di giurisprudenza sta in rapporto simbiotico con le altre euronarrazioni
“politiche” fondate su un virulento anti-statalismo, in tutte le loro
grottesche e metamorfiche varianti: quella “de destra” (liberismo ingenuo e
caricaturale dello statoladro); quella pseudocolta dominante e “de sinistra” (gli
Stati nazionali brutti causano la guerra quindi…ci vogliono gli Stati Uniti
d’Europa) e quella “ortottera” (Stato corotttto e partitocratico da abbattere a
favore della rete/democrazia diretta e via concionando).
Si
viene in questo modo a creare, nelle menti dei giovani giuristi e
indipendentemente dalla professione che verranno a svolgere (probabilmente
nessuna nel prossimo futuro considerata la situazione delle professioni
liberali già descritta nella recente lettera di un altro suo lettore…), un frame
concettuale che non esiterei a chiamare piddinitas
juridica, sostanzialmente refrattario ad ogni prospettazione fattuale o
valoriale alternativa e quasi inscalfibile anche per mezzo di una accurata opera
di persuasione razionale. Costoro, così come il piddino generico, reagiscono con
riflessi pavloviani e altri meccanismi di protezione (ad esempio tramite
“insulti” quali antieuropeista, nazionalista, sovranista, ecc.) a qualsiasi
tentativo di insidiare i dogmi giuridici che delimitano il perimetro della loro
comfort zone intellettuale. Capisco
la sua frustrazione nei confronti dei colleghi e di una parte del pubblico più
vasto che crede alle loro scempiaggini e ne ho tratto un importante
insegnamento esistenziale. Costoro, salvo qualche rara eccezione, non possono
essere convinti razionalmente, anzitutto perché rifiutano la prima regola del dibattito
argomentativo: l’essere disposti a ritirare un argomento o un set di credenze di
fronte ad altri argomenti ampiamente suffragati dai dati e che soddisfino – a
differenza dei loro pseudoargomenti con annesso campionario di fallacie logiche
– il principio di non contraddizione e del terzo escluso. In subordine, la
pavidità e mancanza di coraggio intellettuale impedisce loro di prendere atto
di “essere stati sempre presi per il culo” (come direbbe Fantozzi), e di
ripartire da capo una volta elaborato il lutto (il che comporta anche rivedere
la propria posizione verso quei “padri nobili” che godono ancora di un credito
politico intoccabile, oggetto di un vero e proprio tabù). Insomma, inutile
perder tempo con soggetti del genere, salvo che gli si voglia così bene da
provare a convincerli per puro spirito di altruismo. Peraltro, ho riscontrato
che i non frequentissimi casi di resipiscenza sono frutto di epifanie
“artistiche” più che di ragionamento, da cui l’importanza di veicolare il
messaggio – come lei fa in modo magistrale – attraverso ogni possibile
suggestione letteraria, artistica e musicale.
Tornando al mondo del diritto, una plastica dimostrazione
di come l’atteggiamento che ho descritto si annidi ai vertici dell’auctoritas accademica giuridica, la ho
trovata recentemente guardando il video di in una lectio magistralis tenuta ad alcuni studenti da
Sergio Bartole, notissimo giurista e professore emerito di diritto costituzionale.
Stiamo parlando di un peso massimo tra i costituzionalisti (verrebbe da dire “vile
razza”…), senza dubbio un maestro degli studi giuridici italiani. Ebbene, rispondendo
a una domanda sui vincoli esterni ed impliciti alla potestà legislativa dello
Stato, imposti a suo dire dalle dinamiche della globalizzazione, l’augusto
professore si è lanciato in una vibrante critica alla prospettiva di ritorno
alla valuta nazionale inanellando uno dopo l’altro i classici topoi euristi: svalutazioni competitive
(la liretta); la credibilità su cui peserebbe il debbbbito pubblico; l’inflazione
nemica dei salari; l’aumento del costo dei beni importati (“la sua auto
giapponese e il suo viaggio all’estero diverrebbero molto più cari”);
spingendosi fino a dire a un giovane di vent’anni anni “chieda ai suoi nonni o
genitori cosa accadeva ai loro risparmi quando svalutavamo”, per chiudere sulla
solita storia della incapacità degli italiani di governarsi da soli. Nihil sub sole novi, vista la quasi
totale organicità di questa categoria di professionisti del diritto rispetto
alla narrazione europeista. E tuttavia, di fronte a un tale fuoco di fila, cui
nessuno ha ovviamente osato controbattere alcunché (un bel “ma lei che ne sa?”
ci sarebbe stato tutto), v’è da chiedersi cosa spinga queste persone autorevoli
a deformare il passato in modo così grossolano, trasmettendone una immagine
falsata ai giovani, nel tentativo di convincerli che oggi le cose vanno tanto
meglio di allora.
Io
non so a quale passato faccia riferimento il Prof. Bartole, ma so che
limitandomi all’esperienza dei miei cari posso testimoniare di come al tempo
della liretta i miei nonni, contadini da parte di madre e operai da parte di
padre – certo con molti sacrifici – hanno potuto garantire ai loro figli un
avvenire sicuro, lasciando loro anche qualche bene in dote. So che i miei genitori,
pur non avendo fatto studi universitari, hanno potuto sposarsi e mettere su
famiglia attorno ai venticinque anni, il tutto senza trascorrere un giorno da
disoccupati e garantendo a me la stabilità e la possibilità di fare studi
universitari e post-universitari. So che mio zio, col solo diploma di perito
meccanico, è diventato apprezzato dirigente e poi capo struttura di un importante
impianto termoelettrico. Al contrario, so che nell’era dell’eurone mio padre ha
dovuto chiudere a quasi 60 anni una piccola attività manifatturiera vocata
all’esportazione, rimanendo in una situazione reddituale ai limiti della
povertà, tirando avanti con qualche lavoro saltuario. So che la sua attuale compagna
lavora per una cooperativa come assistente in una casa di riposo con turni
assurdi e ad uno stipendio misero. So che mia madre, essendo passata attraverso
più lavori di segreteria presso diversi enti pubblici e privati, ha paura a far
conteggiare i costi della riunione delle sue posizioni contributive e anche
solo a vedere calcolata una previsione su quando potrà andare in pensione
(grazie a riforme la cui inutilità è certificata financo dalla Commissione
europea). So che il suo secondo marito aveva costruito una solida posizione
come avvocato e oggi, pur tenendo botta grazie ad una clientela selezionata, si
trova con un reddito drasticamente decurtato da quella stessa crisi che spinge
migliaia di persone a non cercare tutela giudiziaria dei propri diritti perché
non può permetterselo. So che l’80% dei coetanei con cui ho mantenuto contatti
si barcamena tra impieghi precari o comunque lontani dai propri studi, spesso
con scarsa soddisfazione economica e professionale. Quei pochi che hanno una
posizione stabile – salvo rare eccezioni – sono quelli che non hanno proseguito
negli studi universitari o che si sono trasferiti all’estero, portando via non
solo competenze ma, com’è ovvio, anche la loro buona fetta di domanda aggregata.
Non mancano tuttavia quelli che nemmeno oltreconfine hanno trovato fortuna e
sono tornati con le pive nel sacco. La cosa avvilente è che molti tra coloro
“che ce l’hanno fatta”, purtroppo anche tra gli amici più stretti e sedicenti
“de sinistra”, hanno perso qualsiasi afflato di solidarietà verso i propri
simili e vanno in giro a sostenere che i mali che ci affliggono come Paese sono
tutti e soltanto di natura endogena e che i disequilibri economici
continentali, di cui l’euro è stato il detonatore, non vi hanno nulla a che
vedere. Ora, di fronte a questa narrazione da universo parallelo – considerato
che ormai gli strumenti per un’analisi non miope della realtà sono ampiamente
disponibili – le ipotesi sono due, entrambe ugualmente gravi: o costoro non sanno
di cosa parlano (e allora bisognerebbe astenersi dal parlarne, specie per
coloro che godono del credito di autorevolezza discendente dalla propria
posizione accademica o professionale), oppure vi è vera e propria malafede nel
distorcere artatamente i fatti (e allora emerge chiaramente l’intenzione di
inquinare i pozzi che sta dietro a queste narrazioni). L’alternativa insomma è
ormai tra “stupidità o tradimento”. Tertium
non datur.
Per
concludere sul punto, mi sembra ultroneo ricordare come nel “grembo
accogliente” delle nostre comunità accademiche – anche nel campo giuridico –
non vi sia quasi spazio per voci realmente dissonanti, le quali vengono
sistematicamente emarginate o derubricate a “esotismo” intellettuale. Solo il
dissenso cosmetico e di facciata, ossia quello di chi prima critica norme e
istituzioni disfunzionali o eversive salvo poi formulare diagnosi di
irrefragabilità di tali assetti per asserita mancanza di alternative
percorribili, è tollerato e anzi incoraggiato come manifestazione di
arricchente pluralismo.
Tra
le tante cose che ho imparato leggendola, forse la più preziosa riguarda il
disvelamento del ruolo autenticamente regressivo e deformante di tutti i media mainstream nel plasmare le categorie
politiche ed esistenziali del nuovo homo œconomicus
europeo denazionalizzato, soprattutto nella sua variante (anti)italiana. Peraltro,
chi viaggia molto per lavoro e per studio come lei sa che questa scientifica opera
di disinformazione viene parallelamente condotta in tutti i Paesi europei secondo
specifiche varianti “municipali”, attraverso il consolidamento di luoghi comuni
funzionali alla conservazione dello status quo proprio di ciascuna realtà
sociale, economica e produttiva considerata. Il messaggio dei media tedeschi o
olandesi (come mostrato grazie al pregevole lavoro di vocidallagermania e
prospettivearancioni) per esempio è calibrato per sostenere l’idea che ogni
cosa storta dipenda unicamente dalla dissolutezza dei Paesi del Sud e che il
voler mantenere in piedi la baracca europea sia segno di una generosa e
disinteressata “responsabilità” da parte di quei Paesi. Di come questo
messaggio possa distruggere qualsiasi forma di solidarietà le vorrei dare un
esempio paradigmatico che traggo da una recente conversazione avuta con un
giovane olandese. Mi trovo da alcuni mesi in Olanda per motivi di ricerca. Una
domenica di qualche mese fa – prima delle elezioni politiche olandesi – decido
di fare una pedalata a una ventina di chilometri a nord di Amsterdam, dalle
parti di un ameno villaggio di nome Broek in Waterland. Giunto sul posto siedo
in un caffè e dopo aver mangiato qualcosa, noto che un ragazzo, anche lui
seduto solo al tavolo e di poco più vecchio di me, mi guarda con viva
curiosità. Dopo qualche decina di minuti, mi invita cortesemente a sedere con
lui e ci ritroviamo allo stesso tavolo a parlare dei più vari argomenti davanti
a una fetta di torta di mele (unica nota positiva della conversazione). Scopro
che sua moglie è siciliana e che lui lavora nel campo della finanza. La
discussione entra presto nel vivo della situazione politico-economica dei
nostri rispettivi Paesi ed emergono alcune divergenze di opinione su questioni
quali la moneta unica, il rispetto dei vincoli di bilancio europei, il bail-in
e il salvataggio delle banche, i diritti economici e il welfare, ecc.
Inevitabilmente si finisce a parlare di austerità, di Monti e della Grecia. Il
mio interlocutore, con il tradizionale pragmatismo olandese, concede che la
situazione greca è nei fatti irrimediabilmente compromessa e che i Paesi del
Nord (più la Francia) o per meglio dire il loro irresponsabile sistema
bancario, pesantemente esposto verso quel Paese, rischiano di “segare il ramo
su cui sono seduti” nel proseguire con l’accanimento terapeutico a base di
tagli e austerità. Tuttavia chiosa con queste parole: “The Greeks deserved to be
punished anyway”. La frase mi è rimasta impressa per la sua brutale
carica di violenza moralistica e manichea, che suonava come l’inappellabile
sentenza pronunciata da un giudice legittimato in forza di superiori doti umane
ad apporre un sigillo di infamia su un intero popolo. Di lì a poco, si finisce
a parlare di migrazioni connesse alla logica deflazionistica del progetto
eurista e mi permetto di sottolineare il caso di scuola della Lettonia, dove si
è assistito all’esilio forzato di circa il 10% della popolazione. Il mio
interlocutore di fronte all’ineluttabilità dei numeri e al mio argomento secondo
cui non può essere considerato sano un modello economico che considera
“naturali” movimenti forzosi di popolazione di tale portata, ribatte dicendo “I
see your point, but isn’t it as it has always been and as it should be?”. Tralascio il resto della discussione
sul governo Monti, da lui percepito come un’autentica benedizione per l’Italia
e il suo sbigottimento al sentirmi apostrofare l’esperienza dei governi tecnici
come “criminale”. Inutile dire che ho sempre gentilmente declinato i suoi
cortesi e ripetuti inviti a cena nelle settimane successive, per quanto il
pensiero di un piatto di sarde a beccafico e arancini promessi dalla moglie
sicula ogni tanto m’abbia perseguitato in sogno. Peraltro, trattandosi di un
sostenitore del partito socialdemocratico (PvdA) spazzato via alle urne, i
nostri contatti si sono bruscamente interrotti quando mi sono scherzosamente
complimentato via sms per il brillante esito elettorale del suo partito…Da
questa conversazione, di cui non intendo generalizzare in modo indebito la
portata, ho però tratto la consapevolezza che l’ethos di un giovane olandese (ma avrebbe potuto essere tedesco,
finlandese, ecc.) di buona cultura, con un buon lavoro e una famiglia, va
inequivocabilmente nel senso di dividere il mondo in creditori buoni e
produttivi (loro) e debitori cattivi e fancazzisti (noi dei garlic states) e in quello di
considerare demodé pretese sociali
come la sanità pubblica (in Olanda è totalmente privatizzata), un sistema
previdenziale garantito dallo Stato, ecc. Insomma una visione del mondo in
frontale contrasto con i fatti (molti
dei quali distorti o piegati unilateralmente dai media) e soprattutto con i valori che ispirano, ad esempio, il
tessuto dell’ordinamento costituzionale italiano.
Per
aggiungere un aneddoto nostrano alla teoria dei tanti che si potrebbero
raccontare, recentemente ho avuto una discussione con un amico, persona molto
preparata ed aliunde estremamente
razionale, che vive e lavora in Spagna (Paese del miracolo economico al 20% di
disoccupazione…) a proposito della grave minaccia incombente sull’Europa in
relazione ai progetti di creazione di una difesa comune. A fronte dei miei
argomenti è stato obiettato che sarei entrato in un pericoloso delirio di
euroscetticismo antitedesco, e che bisogna credere
(sic!) nell’idea di un’Europa più unita. Non finirò mai di stupirmi come
persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e
spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente
rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi come l’indissolubilità dell’euro o
l’indipendenza della banca centrale. Con intento provocatorio ho detto a questa
persona, notoriamente anticlericale, che tale atteggiamento non mi sembrava
molto diverso dal credere alla verginità della Madonna o alla Risurrezione con una
sostanziale differenza, in favore ovviamente della superiorità dei dogmi
religiosi ossia che essi possono almeno vantare duemila anni di ricca
tradizione teologica, filosofica, letteraria, musicale ed artistica radicata
nella cultura europea; quella stessa cultura che i suddetti dogmi economici
stanno progressivamente annientando.
La
lezione che traggo da queste esperienze aneddotiche – anche e soprattutto
grazie al filtro dei suoi scritti e dei suoi interventi pubblici – è che non
esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del
nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio
bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una
prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. Ho capito che la politica
è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici che hanno
delegato ogni scelta ad economisti che hanno abdicato ai principi della propria
scienza, con la benedizione di giornalisti che hanno rinunciato al fondamentale
dovere deontologico di dire la verità. Ho capito che nessuna speranza è
possibile senza un rifiuto frontale della mistica dell’assenza di alternative e
una ribellione fattiva – ossia attraverso il voto a tutti i livelli delle
istituzioni rappresentative – verso tutte le proposte politiche vecchie e nuove
che hanno dilapidato (e dilapideranno) il patrimonio di valori, competenze ed esperienze
che hanno reso grande questo Paese nel mondo nonostante i suoi molti limiti. Ho
anche capito che purtroppo molti italiani, forse più per stanchezza che per
mancanza di volontà o umiltà intellettuale, questa lezione l’hanno imparata
solo sbattendo la testa contro fatti dalla testa incomparabilmente più dura e
che molti altri faranno la stessa fine senza accorgersene se non al momento
dell’impatto.
Non voglio però chiudere su note così pessimistiche. Ci
sono anche motivi per avere un minimo di speranza, sia sul piano macro sia su quello micro. Sotto il primo profilo e a prescindere dalle ingenue pulsioni
famoerpartitiste, la comunità che si è aggregata attorno al suo blog mi sembra
un segno tangibile della voglia di resistenza civile ancora presente nel Paese,
con ramificazioni che vanno ben al di là della cerchia dei frequentatori
abituali. Il seme del pensiero critico che è stato piantato e i frutti che esso
ha prodotto non disseccheranno facilmente. Sotto il secondo e assai più
trascurabile profilo personale, devo considerarmi relativamente fortunato. In
questi anni ho avuto, oltre a varie tegole relazionali, qualche incoraggiante
segno di complicità intellettuale ed umana. La benedizione di compagna
totalmente estranea al veleno del politicamente corretto, con cui parlare di
queste cose senza timore d’esser preso per matto o fascioleghista. Un vecchio
professore di liceo, finissimo grecista ed ebraista (e poi dicono che la
cultura classica non serve!) che nel suo a tratti ingenuo ma intuitivo conservatorismo
reazionario aveva sempre messo in guardia sui rischi della spogliazione di
sovranità e sull’imbroglio eurista. Qualche amico disposto ad ascoltare o a
fare da avanguardia, qualche volta con evidenti eccessi e sviamenti teorici,
nel “pensare altrimenti”. Insomma, a lei è andata molto peggio, caro
Professore. Ma con tutto il carico di fatica e sofferenza di questi anni, che certo
le avrà fatto pensare spesso “chi me l’ha fatto fare, era meglio se me ne stavo
a suonare il clavicembalo in santa pace”, rimango profondamente convinto, insieme
a tanti altri che la seguono, che la sua sia la buona battaglia. Quando verrà
il redde rationem sarà un onore essere
stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla.
Un carissimo saluto e un augurio sincero per il futuro.
Guidubaldo