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venerdì 2 febbraio 2018

L'immigrazione è la prosecuzione della deflazione con altri mezzi?

(...informazioni di servizio: gli eventi accelerano, le cose da fare sono tante. Io voglio fare campagna elettorale, e la farò. Considerando che due settimane fa nemmeno pensavo di candidarmi, vi immaginate la mole di lavoro. In particolare, sto mettendo su un comitato elettorale - quindi altri passaggi dal notaio, altra giusta e santa burocrazia, ecc. - in modo che chi desidera sostenere la mia attività politica possa farlo, nel rispetto della normativa vigente, e ovviamente senza interferire con il sostegno che desideriate eventualmente dare - o smettere di dare! - all'attività di ricerca di a/simmetrie. Quest'ultima non è, né può essere, il mio comitato elettorale, per il semplice motivo che, per quanto siano minoritari, fra quelli che l'hanno sostenuta, permettendoci di presentare e pubblicare in sedi prestigiose ricerche su temi quali l'impatto della svalutazione sul saldo commerciale o sul prezzo della benzina, la relazione fra ingresso nell'euro e declino dell'economia italiana, le conseguenze macroeconomiche di un'uscita dall'euro, le tendenze oggettive alla disintegrazione dell'eurozona, bene: fra quelli che hanno contribuito a finanziare queste ricerche c'è certamente qualcuno che disapprova la mia scelta, con argomenti più o meno propri - molti la disapprovano con gli argomenti dei media, e in quel caso il lutto si autoelabora in un attimo! In ogni caso, io sono tenuto a rispettare la loro sensibilità, e se anche non volessi farlo, me lo imporrebbe la legge. La prossima settimana chi desidera contribuire alla mia campagna avrà istruzioni chiare su come farlo - e io avrò idee più chiare dei costi. Nel frattempo, vorrei condividere con voi una lettera che ricevo da uno dei miei collegi - non vi posso dire quale. La scrive un nemico del popolo, un imprenditore! Ovvove! Ma ormai sono nemico del popolo anch'io... Per fortuna, però, c'è chi il popolo lo difende, come apprenderete leggendo. Dagli amici mi guardi Iddio...)


Buon giorno Alberto, 

Ho aspettato un po’ a scriverti, ma non posso esimermi dal dirti che sono felicissimo della tua candidatura.  Capisco benissimo quanto possa esserti costato candidarti con una forza “di destra” che però in questo momento porta avanti istanze e proposte politiche che dovrebbero essere appannaggio della “sinistra”, il discorso è stato sviscerato mille volte sul blog e non mi sento di aggiungere nient’altro a quanto già detto.

Volevo solo farti presente che la famosa cooperativa Deflattori&Co., già oggetto di una mia mail due anni fa, si è rifatta avanti riproponendomi di accogliere in azienda stranieri extracomunitari tirocinanti con il solo obbligo per me di fornire loro il vitto.

Dopo due anni la situazione economica della mia azienda non è certo migliorata e la proposta di avere persone extracomunitarie che lavorano gratis, pagate una miseria con fondi pubblici, mi sembra ancora moralmente oscena, come due anni fa, con la differenza che il punto di non ritorno per le aziende si sta avvicinando e la necessità potrebbe in futuro, avere la meglio sulle categorie morali… si mi vergogno a scrivere queste cose, preferirei mangiare pane e acqua che cedere a questo tipo di lavoro semischiavistico, ma per quanto ancora potremo resistere?

E poi se lo stato Italiano ha queste risorse a disposizione perché non le usa per l’inserimento al lavoro dei nostri giovani?   Io ho appena effettuato dei colloqui di lavoro e prevedo di inserire due giovani in azienda per la prossima stagione a stipendio pieno ed assunzione stagionale con contratto nazionale di lavoro, però mi chiedo: se lo stato utilizzasse i fondi destinati agli extracomunitari entrati in maniera irregolare in Italia, per favorire l’inserimento dei nostri giovani, magari ne avrei potuti assumere tre invece di due.  Ed ancora se i miei concorrenti invece utilizzeranno le “risorse” extracomunitarie a costo quasi zero, non finiranno per buttare me ed i due giovani appena assunti fuori mercato? Ed allora l’uso di categorie morali nelle scelte economiche si rivelerà un lusso che non ci potremo più permettere, i nostri giovani perderanno il lavoro e saranno costretti ad emigrare per non morire di fame e saranno sostituiti da giovani extracomunitari disperati, disposti a lavorare per un tozzo di pane.  Il tutto con il plauso e l’incoraggiamento di quella che fu la sinistra e che oggi è diventata la serva del grande capitale, ai cui ricatti ed imposizioni si inchina sempre, pronta a servire e riverire in cambio del tozzo di pane dello sfruttamento del business dell’accoglienza e delle ONG.

Se perderemo queste elezioni per noi non ci sarà più speranza e la nostra amata patria, l’Italia, tornerà ad essere un’espressione geografica dando così ragione postuma a Metternich.

Milioni di morti per l’indipendenza della Patria, della nostra Italia, si rivolteranno nelle tombe, il loro sacrificio negletto ed inutile sarà la nostra eterna vergogna, lo zio di mio padre sarà morto invano, in seguito ai maltrattamenti subiti in un lager nazista, per non aver voluto cedere dopo l’8 settembre e non essersi voluto arrendere ai nemici della nostra patria. Prima della fine della guerra, stremato per le privazioni e le torture subite, riuscì comunque a fuggire ed attraversando tutta l’Europa a piedi, a tornare a casa dove è morto pochi mesi dopo, a causa di ciò che aveva dovuto patire, ma stando a ciò che mi ha raccontato mio padre, morì felice perché era tornato a casa sua, liberata dai nemici invasori, aggiungo io anche per merito suo e del non essersi voluto arrendere e sottomettere. Ha tenuto la schiena dritta ed ha pagato con la vita.

Per questo oggi ti dico grazie per esserti speso ed esposto in prima persona, per questo continuerò a sostenerti ancora più convintamente di quanto abbia fatto finora ed a tutti quelli che ancora fanno distinguo e non si sentono di votarti e votare la Lega che ti ha candidato vorrei dire che noi siamo in guerra ed in guerra bisogna decidere da che parte si sta.

Se siete ITALIANI ed avete a cuore la difesa di ciò che è la nostra PATRIA per la quale milioni di persone si sono sacrificate allora non potete, non dovete tirarvi indietro. Questa è l’ultima chiamata, l’ultima occasione, le anime belle, i sepolcri imbiancati pensino ai loro vecchi ed a ciò che hanno fatto e patito per realizzare quello che adesso viene così allegramento distrutto e svenduto dalla cosiddetta sinistra e dagli stessi cinque stelle che ormai, gettata la maschera, sono totalmente appiattiti sull’eurismo delle elite.

Non svendete il nostro paese, onorate i nostri morti e date il vostro pieno sostegno ad Alberto Bagnai ed alla Lega che lo ha voluto fra le sue file.

Forse mi sono lasciato un po’ andare, ma siamo in campagna elettorale e dopo molti anni abbiamo di nuovo la possibilità di dire la nostra con il nostro voto, non sprechiamo questa oppurtunità, perché potrebbe essere l’ultima.

Grazie Alberto

Mario Bianchi (o Paolo Rossi)



(...le considerazioni da svolgere sarebbero tantissime. Vorrei partire da quella che mi sta più a cuore. Nel mondo esistono anche i profughi e i perseguitati, cioè le persone che hanno diritto allo statuto giuridico di rifugiati secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, che stabilisce una serie di giuste tutele, inclusa quella che in determinati casi l'entrata illegale nel territorio del paese ospitante non può essere sanzionata. L'aspetto più disumano delle politiche prima fatte, e poi rinnegate, dall'attuale establishment, è appunto quello di rendere eccessivamente oneroso discriminare fra chi ha diritto alle tutele previste dai trattati e chi non lo ha. L'ingiustizia verso i veri bisognosi di rifugio è enorme. Poi, c'è un ulteriore problema, quello dell'integrazione, parola che nel vocabolario ha un significato (assimilazione di un individuo in un ambiente sociale), e nel linguaggio dei politici spesso pare abbia il significato diametralmente opposto (portando a farseschi, ma inquietanti, casi di eccesso di zelo). Ora, capite bene che l'integrazione non si può fare coi metodi che la cooperativa Deflattori&Co. mette in pratica, per il semplice motivo che l'esito di un simile percorso non è l'integrazione, in nessuno dei sensi che questo termine assume, ma la guerra fra poveri, che è una cosa diversa, ed è in effetti il vero scopo del gioco del capitale. Il punto, molto semplice, è che se importi forza lavoro in un paese in cui la disoccupazione U6 è a livelli stellari - il che significa, per parlare spiccio, che se tecnicamente è senza lavoro circa un decimo della forza lavoro, praticamente un terzo della forza lavoro non ha un lavoro che gli consenta di campare una famiglia - poi l'integrazione la devi fare con questi metodi evidentemente malsani, che falsano la concorrenza, mettendo fuori mercato gli imprenditori con una maggiore sensibilità etica, e anche più efficienti (visto che riescono a stare a galla nonostante gli oneri che gravano sulle assunzioni regolari). Del resto, lo stesso Stiglitz, nel suo libro, ci ammonisce: dovete far diminuire la disoccupazione, altrimenti poi gli immigrati non si trovano bene - ricordate la recensione? E qui si arriva al nodo, al solito nodo: l'Europa ci impone fardelli, come quello dell'accoglienza, che poi non ci mette in condizioni oggettive di sostenere (la prima condizione sarebbe un'economia sana, libera da regole assurde e naturalmente nel pieno possesso della sovranità monetaria), fardelli che si guarda bene dal condividere, e che alleggerisce di tanto in tanto per motivi elettoralistici, quando teme che la pentola a pressione possa esplodere. Vedete ora affollarsi palinodie e notizie più o meno credibili: Themis al posto di Triton cambierà tutto... per non cambiare nulla! Ma intanto il titolo è fatto, e il popolo si placa.

Ammirate l'eterogenesi dei fini!

Questa sinistra composta da intellettuali così attenti, da giovani, a criticare il dogma liberista della perfetta mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si è poi convertita. Le liberalizzazioni sono diventate "di sinistra" perché il mercato ha sempre ragione, anche quello degli schiavi. Io pensavo che fosse possibile far capire alle sedicenti élite progressiste come lasciare la briglia sul collo al capitale finanziario non porti né alla prosperità né alla pace sociale. Non ci sono riuscito, nonostante una crisi bancaria piuttosto evidente. Per fortuna il popolo ha capito da solo che la perfetta mobilità dell'altro fattore di produzione, il lavoro, non è sempre cosa buona e giusta, e il 4 marzo se ne ricorderà...)

domenica 18 giugno 2017

Il moralismo del mainstream

Qualche sera fa, dopo un piacevole incontro con alcuni soci romani (piacevole per me, per loro non ne ho idea...) me ne sono andato col nostro tesoriere a sentire il saggio di viola da gamba di Roberta in una chiesa che vi sfido a riconoscere... ma siccome sono buono, vi do subito l'indizio risolutore (la pala d'altare). Chissà quanti di quelli che fra voi vogliono brandire uno spadone a due mani per contrastare l'invasione (?) riconosceranno il santo effigiato?



Mentre si andava, Paolo mi raccontava come mi aveva conosciuto: leggendo Le aporie del più Europa su Micromega. Da lì era arrivato al blog. Poi aveva organizzato un incontro a Milano, con grande competenza, e il resto lo sapete (siamo rimasti in contatto, quando ho deciso di creare a/simmetrie l'ho incaricato di studiare il da farsi, ecc.).

Il suo racconto promuoveva in me diverse riflessioni.

La famiglia sta crescendo, come forse vedrete. Abbiamo superato quota 4000 lettori fissi, e stiamo per superare quota 40000 follower su Twitter. Questi ultimi contano abbastanza poco: credo che almeno un terzo siano bot, e ho dato loro appuntamento al 23 agosto, quando provvederò a spidocchiare la lista (cercate di non andarci di mezzo). In ogni caso, Twitter è una fogna e una perdita di tempo: credo che lascerò perdere, tanto le notizie venite comunque a darmele qui, dove la clientela è più selezionata. Ma la riflessione che facevo era diversa: mi stupisce vedere come il messaggio continui a diffondersi, e mi rallegra ogni volta che qualcuno scrive "sono arrivato qui x mesi fa" (con x<60). Mi stupisce perché, oggettivamente, questo blog non è di facile approccio. Non è un posto per turisti né per i temi trattati, né per il modo in cui vengono trattati, né per il modo in cui la discussione viene gestita.

Eppure continuiamo a crescere.

Ovviamente sarebbe importante sapere da ognuno di voi cosa vi ha portato qui. La mia sensazione è che sia importante evitare il tipico errore "de sinistra". Ricordate Eurodelitto ed eurocastigo? Cosa mi dice il simpatico agente della polizia politica, quando lo incontro dopo il dibattito? "I nostri non sono ancora pronti". Ecco: l'errore della sinistra "de sinistra" (ma anche della destra "de destra", onestamente) è quello di voler parlare "ai nostri". A sinistra, dato che ci si basa sulla presunzione di parlare ai povery, e che grazie alle politiche implementate dalla sinistra questi sono aumentati, la cosa avrebbe anche un senso, in linea puramente teorica! Certo, se fai il politico, come Serendippo amabilmente continua a ricordarci, non importa che tu sia un cialtrone, che tu menta sapendo o non sapendo di mentire, che tu prometta sapendo che non manterrai: contano i numeri.

O no?

Secondo me no, nel senso di "non solo". Conta un po' anche come li ottieni, questi numeri. Tuttavia questa discussione è puramente accademica (e infatti non di etica voglio parlarvi, ma di moralismo). Lo è perché nonostante le torsioni autoritarie che si cercherà di imporre alla legge elettorale, per realizzare un miracolo alla francese (governare con la maggioranza assoluta avendo ricevuto l'investitura da meno di un quinto della popolazione), qui da noi alla fine è probabile che la maggioranza non l'avrà nessuno, e si assisterà al paradosso di partiti che hanno cercato di raccogliere voti dichiarando che non si sarebbero alleati con nessuno, ma che per non buttare quei voti al cesso dovranno allearsi con qualcuno (e voi sapete che io vedo un asse PD-5* come non improbabile). Ora, il punto è semplice: se nessuno ha la maggioranza, parlare "ai nostri" non basta! Bisogna parlare anche "ai loro", cioè agli altri.

In un momento in cui gli interessi di tutti (dei nostri, dei vostri e dei loro) sono conclulcati da un progetto esterno alla nostra comunità nazionale, questo non dovrebbe essere difficilissimo. Eppure è impossibile, per i politici, che sono più risk averse delle nostre care nonnine: chi lascia la via vecchia per la nuova...

In ogni caso, dal racconto di Paolo capivo che il dialogo, del quale ho la stima che ho espresso nel post precedente e che rinuncio a tradurre in metafora, se ha un valore gnoseologico nullo, tuttavia un suo valore epistemico ce l'ha: muoversi in contesti inutili è una strategia tatticamente utile perché qualcuno a casa lo si riporta sempre. Non so se ricordate il contesto del 2012. Era un contesto in cui, tanto per esser chiari, Sergio mi diceva "Alberto, non puoi dire che l'euro è fascista, non puoi comportarti come Donald!" (ora lo dice lui), e io pensavo "Certo che questi sono proprio nati collaborazionisti!" (ora credo lo pensi lui - di altri). Le cose in cinque anni sono cambiate, e io ho rivisto le mie valutazioni, ma se allora avessi ritenuto di essere "integerrimo" e di non collaborare col nemico (che tale era ed è chi non aveva o non ha ancora compiutamente compreso in che guai siamo), semplicemente non avrei scritto per Sergio e non avrei conosciuto Paolo.

Così, occasioni come Pordenone, o l'almanacco di MicroMega (dove mi è stato contrapposto a mia insaputa come antitesi un ex funzionario di Banca d'Italia - in ovvio ed evidente conflitto di interessi e in overflow di luoghi comuni - e come sintesi un economista ignoto ai repertori internazionali della ricerca scientifica), se da un lato possono sembrare limitanti o controproducenti (perché in effetti esiste il rischio di nobilitare avversari privi di competenze specifiche o di dignità scientifica), d'altra parte, secondo me, un paio di volte all'anno vanno fatte. Se la differenza esiste (ed esiste a tutti i livelli: scientifico, politico e letterario) la si vede comunque, e il mio problema non è mai convincere chi non la vede: uno così è perso in ogni caso, e se lo si acquistasse non si saprebbe cosa fargli fare. Il mio problema è offrire agli altri, a chi sente che certe parole suonano false, l'opportunità di ritrovare fiducia nell'intelletto umano e nella sua capacità di ordinare i fatti in modo coerente.

Unire i puntini, insomma: quella sensazione tanto liberatoria, che vi ha trattenuto qui.

Resta poi il problema di come aiutare chi arriva qui a inserirsi, considerando che in questo blog è stato detto praticamente tutto quello che c'era da dire, molto grazie a voi, ma in un modo magmatico e sconnesso che deve in qualche modo essere sistematizzato. Certo, si può anche suggerire a chi vuole capire qualcosa di leggersi i due libri, ma sembra sempre inopportuno. Laggente sono (giustamente, per carità!) attaccati ai soldi, e quindi se gli suggerisci di cacciarli, ti imputano immediatamente un movente venale (non avendo alcuna idea di quanto si guadagni da un libro). D'altra parte, raccapezzarsi qua dentro non è facile. Io stesso mi stupisco di aver scritto certe cose, io stesso mi chiedo: "ma come avevo fatto a capirlo!?", considerando che ora mi sento piuttosto stanco e smarrito, e capisco solo che la Germania vuole l'atomica e che bisogna comunque prepararsi al peggio...

Mentre giravo per la chiesa, una chiesa sempre chiusa, di antichissima origine, ma praticamente ignota ai turisti, incontravo, così, buttato in un angolo, il noto blogger del primo secolo:


(e pensavo: a Giessen questo lo metterebbero - forse - in un museo), anche in versione anonima:


(chissà chi l'ha cancellato...).

Roberta aveva altro a cui pensare:


Accordava, accanto alla sua maestra (che era stata mia compagna di conservatorio, quando veniva nella classe di basso continuo ad aiutarci per i saggi), ed era sufficientemente concentrata da ignorare la ricchezza di ornamentazione:


e di memorie:


che in quel luogo si erano stratificate lungo più di dodici secoli, fino al neoclassicismo (quello artistico - di quello economico parliamo dopo) compreso:




passando per il Rinascimento:


e, naturalmente, per la Controriforma:


(l'animo di Paolo si esaltava nel riconoscere un santo della sua terra...).

Poi siamo andati a cena in un ristorante oleograficamente romano (dove però - notate la congiunzione - si mangia bene), tappezzato da foto della dolce vita, delle quali una mi ha colpito:


Gervaso ignoro cosa abbia mai fatto: non l'ho incontrato. Dell'altro ho la stima che ho di Einaudi, ma mi piace qui segnalare un simpatico paradosso. La sua frase "Conosco molti furfanti che fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante" credo possa essere sottoscritta da chiunque. Fatto sta che chi la pronunciò è diventato il padre nobile di quanti in Italia hanno trasformato il moralismo in categoria politica sostenendo il frame liberista della crisi da debito pubblico.

E chi è più moralista dei liberisti?

Lo studio della produttività, al quale mi sto dedicando di nuovo dopo una parentesi, riprendendo un percorso iniziato il primo maggio del 2013, è un ottimo terreno di analisi. Mi pare che esso offra una messe di esempi su cosa sia il moralismo: è, sostanzialmente, applicare giudizi di valore diversi a fattispecie uguali. Il moralismo è sempre asimmetrico, anche perché nasce come espressione di rapporti di forza, non di tensione etica: è lo strumento col quale l'oppressore vuole fiaccare il morale dell'oppresso.

Ma veniamo alla tecnica, che a voi interessa così tanto e a me così poco.

Le spiegazioni neoclassiche della relazione fra tasso di cambio e produttività si basano su una simpatica logica darwinista (nel senso becero del termine): il risultato aggregato migliora (e quindi il paese diventa più progredito, ricco e competitivo) se gli inetti a vivere vengono tolti di mezzo. Naturalmente l'apertura dei mercati alla concorrenza internazionale è uno degli strumenti più efficaci a questo scopo. Il modello più citato in questa letteratura è quello di Melitz e Ottaviano (2008), che considera imprese eterogenee, dotate di diversi livelli di produttività. La sintesi sulle relazioni fra apertura al commercio e produttività è a p. 307:


Il commercio incrementa la produttività aggregata costringendo le imprese meno produttive a uscire dal mercato. Che poi significa chiudere. Ovviamente nel paper c'è molto di più, ma non mi sembra di averci trovato un suggerimento su cosa far fare agli imprenditori che chiudono (e ai loro operai): alla fine, se il loro sacrificio contribuisce ad alzare il voto in pagella al paese, magari sarà il caso di manifestar loro un po' di solidarietà! Ma queste considerazioni eccederebbero gli scopi del lavoro, che è un lavoro di economia, più che di politica economica.

Mi interessa sottolineare l'atteggiamento mentale: salta chi può!

Ora, figuratevi se io sono contrario! Sapete bene che questa è esattamente la mia filosofia. Infatti, io salto, perché io può (e altri molto meno; p.s.: oggi siamo 2990-esimi).

Tuttavia, se le cose stessero solo così, allora noi, con l'entrata nell'euro, che ci ha alzato l'asticella della competitività di prezzo infliggendoci una valuta sopravvalutata in termini reali, saremmo dovuti diventare più competitivi, giusto?

Ma le cose, come sapete, sono andate in modo diverso.

Una spiegazione la troviamo in questo studio, altrettanto interessante, di Tomlin e Fung (2010), del quale qui trovate la versione working paper. I due autori chiariscono che le cose sono un po' più complicate di così: non c'è solo la giusta punizione degli inetti, che il Mercato scaccia dal suo paradiso con la spada di fuoco del fallimento. C'è anche la tecnologia, che ha le sue caratteristiche. Guardate un po' come la mettono loro:

Un apprezzamento persistente del tasso di cambio reale, se da un lato "forces from the market" gli "smaller less productive plants" (l'igiene del mercato!), dall'altro, però, riduce la scala alla quale operano le imprese più grandi, che vendono di meno (a causa dello svantaggio competitivo), il che, in presenza di economie di scala, le rende meno produttive. Il risultato complessivo non si sa quale sia, perché il lavoro utilizza micro-dati. Ma una cosa è chiara: ci sono anche liberisti che Adam Smith, se non lo hanno letto (è molto difficile che ciò accada oggi, poiché Smith non è "alla frontiera della ricerca"), per lo meno lo riscrivono:


Si sa almeno dai suoi tempi, come ricordava anche Sylos Labini nel 1983, che l'innovazione (per Smith: la divisione del lavoro), e quindi la produttività, dipendono dalla scala del mercato. Un cambio sopravvalutato deprime la produttività perché impedisce alle imprese esportatrici di sfruttare le proprie economie di scala.

Questa spiegazione combacia meglio con quanto vediamo nei dati (qui due disegnini banali dal mio ultimo lavoro con Christian):


Dove il cambio va su, la produttività va giù, e non ci sono santi: i dati questo dicono, e, come vi ho appena mostrato, lo dicono anche i modelli di quelli "bravi" (cioè degli economisti liberisti, se vivono in un paese relativamente libero).

Ho assolutamente fiducia nel fatto che un domani i nostri colleghi bravi verranno a dire a noi che il tasso di cambio reale conta! Non dovrebbe costargli molto, visto che il modello per "microfondare" questa banale verità (cioè per dire una cosa semplice in modo abbastanza complicato da sentirsi intelligenti) già lo hanno a disposizione (come forse loro non sanno, perché quando sei sulla frontiera guardarsi indietro è pericoloso)!

(...apro e chiudo una parentesi per segnalare che sì, in effetti voi, dopo cinque anni di miei sforzi, se vi siete applicati un minimo ne sapete molto di più di tanti miei colleghi - e anche molto meno di altri! Tuttavia, questa non è una buona ragione per interromperli...)

Ora, so far so good. Si può sempre argomentare che i dati non forniscono un messaggio univoco, e che further empirical research is needed per verificare se il selection effect (la strage degli inetti) prevalga sullo scale effect (la compressione dei bravi). Ma questo mi interessa poco. Quello che mi interessa evidenziare è il moralismo del mainstream. Vedete: prendiamo per buono il fatto che si debba alzare l'asticella per migliorare. Prendiamo per buono che chi debba alzare l'asticella e di quanto non sia un problema politico ma tecnico, o sia un problema politico e quindi non interessi i tecnici bravi. Prendiamo per buona questa logica.

Io, ripeto, la prendo per buona perché so di potermela permettere a vari livelli e in diversi campi (divertitevi leggendo questo post... erano altri tempi, o questa recensione, fatta da un tedesco, cioè da uno bravo)!

Quello che sento di non potermi permettere (e che nessuno, in ambito scientifico, dovrebbe permettersi) è utilizzare logiche diverse a seconda della convenienza politica.

Mi spiego. Quella dell'accesso al mercato estero, del livello al quale fissare il prezzo in valuta nazionale (livello tanto più basso quanto più alta è l'asticella del cambio), non è mica l'unica asticella che l'imprenditore si trova davanti!

Quella di cui parliamo, in definitiva, è l'asticella del costo del lavoro. Se il cambio è "alto" per il paese, il costo del lavoro per unità di prodotto deve essere "basso" per l'impresa, o all'estero non si vende. Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce o se lo stesso operaio produce di più, o se lo paghi di meno, e sapete benissimo quale dei due obiettivi sia più facile da raggiungere nel breve periodo (vedi alla voce "jobs act").

Ma poi c'è anche l'asticella del costo del capitale!

Applicando il ragionamento che applicano ai cambi (e più in generale ai benefici dell'apertura internazionale), i nostri amici liberisti dovrebbero dirci che siccome un tasso di interesse alto "forza fuori dal mercato" le imprese che non sono in grado di assicurare una profittabilità sufficiente al capitale investito (se i tuoi profitti sono il 2% del capitale, non puoi pagare un prestito che ti costa il 4%), allora tassi alti assicurano un incremento della produttività attraverso l'effetto selezione (la famosa spada di fuoco che stermina gli inetti). Certo, forse anche in questo caso, si può argomentare, esiste un effetto di scala: se i tassi sono alti, i consumatori non possono indebitarsi per comprare i beni prodotti. Ma su questo si tenderebbe a sorvolare, perché di guadagnare, come sapete, nel simpatico mondo dei liberisti non se ne parla, o comunque se ne parla malvolentieri...

Ora, capita che i tassi bassi li abbia portati l'euro, e che essi siano stati sbandierati come un grande vantaggio dai guitti economicamente illetterati che hanno attribuito alla finanza pubblica una crisi di finanza privata (cosa sbagliata, come ammette anche il prof. Guerrieri nel post precedente). Quindi i liberisti, per motivi puramente politici, non possono essere coerenti. Se applicassero la logica dell'asticella anche al tasso di interesse (cioè al costo del capitale), come la applicano al tasso di cambio (cioè, di riflesso, al costo del lavoro), sarebbero costretti a dire che l'euro, abbassando il costo del denaro, ha allentato il vincolo di bilancio delle aziende, e in questo modo ha abbassato la produttività media, permettendo a imprese non efficienti di stare sul mercato "a buffo" (i romani spiegheranno...).

Ora, intendiamoci: non è che la disonestà intellettuale sia una condizione necessaria: è solo sufficiente. Insomma: se tutti i moralisti che conosco sono liberisti, ci sono però anche liberisti che moralisti non lo sono, ovvero (in questo caso), che applicano anche al tasso di interesse il ragionamento che i loro colleghi "bravi" applicano al tasso di cambio. Forse non ve ne ricorderete, ma ne abbiamo già parlato, occupandoci del "dividendo dell'euro" in risposta al Biretta (uno dei tanti studenti che tornano qui a trovarmi, come il Pantegana...).

Quindi?

Quindi si arriva sempre alla solita conclusione, quella dalla quale sono partito, suscitando strali, accuse di essere divisivo, accuse di narcisismo (è un difetto?), e via dicendo: chi difende l'euro o è ignorante, o è in malafede. Fino a qui la cosa non ci interessa (cosa che continuate a non capire: anche se forse non la capiscono solo gli ultimi arrivati). Il vero, oggettivo, problema è che chi difende l'euro è anche sicuramente incoerente, e questo ci interessa per il duplice motivo che è dimostrabile (a differenza dello stato psicologico di una persona, la coerenza logica del suo ragionamento è verificabile) e che è inammissibile in ambito scientifico (contribuendo quindi a screditare la scienza economica e in questo modo la stessa possibilità di articolare un ragionamento basato sui fatti: basta vedere cosa hanno imbastito quei quattro cialtroni piddini di Le Monde quando un grafico molto simile al secondo mostrato qua sopra è stato portato nel dibattito politico francese...).

Veramente, una simile incoerenza non è inammissibile solo in ambito scientifico.

Moralismo è alzare o abbassare asticelle, e più in generale vederle, a seconda della convenienza politica. Direi di più: moralismo è lo stesso ragionare in termini di asticelle, di ostacoli da frapporre (in base a quale autorità?) all'opera dei propri simili perché questi si dimostrino degni (in base a quale metrica?) di sopravvivere. Non c'è nulla più di questo tipo di ragionamenti che sia in grado di mettere a nudo la violenza, la disumanità intrinseca nel pensiero liberista. Una violenza che non ci possiamo più permettere. Avremmo bisogno di solidarietà, di un nuovo patto sociale. Cosa ci viene offerto da chi ci governa lo vedete, sapete le responsabilità di tutti e il percorso di ciascuno.


E, per oggi, non ho altro da aggiungere...

martedì 9 maggio 2017

Euro e politica



Roberto Buffagni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Cinque anni dopo: Macron e gli squilibri francesi": 

@ Pellegrina e Fabio Pini
Grazie per le repliche, rispondo sinteticamente.

1) Verissimo che "l'argomento euro è perfettamente sviscerabile in TV" e altrove, verissimo anche tutto quel che Alberto ci spiega generosamente qui da anni. Il problema è il seguente:

2) La razionalità c'entra fino a un certo punto. Quel che conta davvero è l'autorità di chi parla. L'autorità costituita, per il solo fatto di esserlo, garantisce il normale svolgimento della vita quotidiana di tutti, esattamente come il papà (di una volta) nella famiglia, e gode pertanto di un credito immenso, di un bonus sconto cazzate di valore inestimabile. Come dice Richelieu, "per il solo fatto di esserlo, il ribelle perde metà della sua forza". Ricordo che in Italia, dopo una guerra persa, una guerra civile atroce, il disonore dell'8 settembre, la monarchia si prese una valanga di voti, la Repubblica ha vinto per un pelo e probabilmente con qualche aiutino/broglio. Secondo voi come hanno fatto gli europeisti a introdurre l'euro? Sulla fiducia, perché erano l'autorità costituita (ed è probabilmente così che se ne potrà/dovrà uscire). L 'effetto di siderazione della propaganda, poi, è equivalente sul piano psicologico a un bombardamento a tappeto: non per il suo contenuto (prevalentemente cazzate) che conta poco più di zero, ma per l’ostensione di forza soverchiante, che appunto “sidera”, induce il timore reverenziale della potenza numinosa, l’inginocchiamento e l’obbedienza. I neoconservatori americani fecero uscire, prima della guerra contro l’Irak, un documento intitolato “Shock and Awe””, una lettura che consiglio caldamente a tutti. Il risultato è che el pueblo NON SI FIDA abbastanza dell'opposizione per affidarsi a lei (il celebre “salto nel buio”) e punto.

2) Perchè el pueblo si fidi dell'opposizione si devono dare queste condizioni: a) l'autorità costituita sta chiaramente mandando in vacca tutto, tipo guerra persa o miseria vera di massa che spaventa tutti (che NON c'è oggi in Europa) b) e/o l'opposizione si presenta come 10 volte più credibile dell'autorità costituita su un tema centrale, ed esprime con autorevolezza una persuasione GIA' largamente maggioritaria nel pueblo. Ce n'è uno solo, è l’elefante nel salotto dei powers that be, ed è l'immigrazione. Io poi lo so che è un tema pericoloso, che è indissolubilmente legato all'economia, alla geopolitica, etc., e che se vai al potere sono quelle, le cose su cui intervenire. Ma non è su quelle che conquisti la fiducia e prendi i voti.

3) Inoltre, el pueblo NON è unido, né giammai lo sarà perché per quanto il programma economico sociale dell'opposizione alla UE possa essere sociale, desinistra, socialista, welfarista, paracomunista, etc., ci sarà SEMPRE una forza di sinistra "critica" tipo Mélenchon con NON si alleerà MAI con la destra (pregiudiziale antifascista, internazionalismo, se serve una conferma istantanea basta leggere Fabio Pini e i molti altri come Luciano Barra Caracciolo che tirano in ballo il fascismo per definire la UE, una realtà che con il fascismo c'entra zero). Il FN ha un programma economico socialista (vero) e si prende i voti del 34% degli operai francesi, ma gli altri voti sul sociale se li prende Mélenchon, se li tiene stretti, e non glieli darà mai.

4) Sintesi dei punti precedenti: Il Fronte Nazionale di Liberazione destra e sinistra unite contro la UE non si farà MAI. Invece il Fronte Nazionale di Collaborazione destra e sinistra unite PER l’Unione Europea è GIA’ stato fatto, si chiama Emmanuel Macron, e si becca una larga maggioranza di voti. Meditare.

5) A questo si aggiunga il fatterello che una volta andati, grazie a una costellazione favorevole o a un intervento della Madonna di Fatima, al governo, bisogna anche governare. Per governare bisogna avere qualcosa come 5.000 persone minimo, interne alla classe dirigente non solo politica, che siano competenti (in grado di mandare avanti la baracca Stato, economia, FFAA) e affidabili (che non ti pugnalino immediatamente alla schiena), sennò succede quel che è successo a Trump, che va al potere per miracolo e poi fa la politica della Clinton perché il gruppo ristretto che lo ha sostenuto non si aspettava che vincesse e non aveva il personale indispensabile per implementare la sua politica (e anche perché Trump è un coglione psicolabile).

6) In Francia, la destra gaullista e la destra cattolica FN il nucleo indispensabile di dirigenti nello Stato e nelle FFAA ce l’hanno, la sinistra no. In Italia la destra antiUe NON ce l’ha, questo nucleo, perché siamo come diceva il generale “un pauvre pays”, e dunque va creato da quasi zero.

7) Va sempre tenuto presente che dati gli attuali rapporti di forza, l’obiettivo strategico massimo a cui si può tendere è imporre una battuta d’arresto al nemico, e togliergli almeno temporaneamente l’iniziativa. E’ pura fantasy l’idea che si possa passare all’attacco, sfondare e rimpiazzare il sistema politico, economico e istituzionale con qualcos’altro. Non esiste proprio il trionfo sans larmes, con la vittoria della ragione, la riconquista della sovranità nazionale, il rispetto della Costituzione antifascista, il ritorno al compromesso socialdemocratico, insomma il back to the future. Il nostro nemico è più forte, molto più forte di noi su tutti i piani, consenso compreso, ha tutta l’intenzione e la determinazione di durare e di estendere le sue conquiste, e ha anche una ideologia e una cultura che a me fanno vomitare, ma sono dominanti e coerenti, molto più dominanti e coerenti delle cento ideologie più o meno intelligenti e coerenti che alimentano il nostro campo.

8) E concludo accennando al vero problema di fondo delle opposizioni alla UE e al mondialismo, vale a dire all’assenza di una teoria complessiva della società di livello paragonabile al marxismo. Oggi le opposizioni al mondialismo sono nella situazione delle opposizioni socialiste nel 1830, senza “socialismo scientifico”, e quindi annaspano, come annaspavano gli anarchici, i blanquisti, i socialisti alla Victor Hugo coi suoi Misérables, etc. 


(...spero di non dover ripetere che siccome Roberto Buffagni è Roberto Buffagni, non è Alberto Bagnai, e quindi, per la proprietà antisimmetrica del non essere qualcosa di diverso da se stesso, io non sono lui. Esaurite queste doverose formalità e aspettato il primo pirla che "grazie professore per questo meraviglioso post" aggiungo due parole: tutto giusto e tutto vero, ma secondo me il punto più importante è l'ultimo. La sconfitta politica dei movimenti critici, anche quando hanno capito qualcosa, è in primo luogo una sconfitta comunicativa, è l'incapacità di comunicare quello che forse non c'è, ovvero un'ideologia, una visione del mondo, e l'essere costretti sulla negativa: no euro. Le Pen nell'ultimo dibattito è caduta in questa trappola comunicativa intaccando la propria autorità. Io ho provato, nei miei libri, a fornire una visione della società, ma non sono Marx - e nemmeno Keynes, e nemmeno Smith, e nemmeno la Rowling - altrimenti non starei a perder tempo qui con voi! Il lavoro da fare è quello, e qualcuno lo farà. Sono molto grato a Roberto per aver posto questa bella lapide sul "famoerpartitismo", sul "famoertavolotrasversalismo", e su altre intumescenze più o meno maligne del pensiero che personalmente ho sempre cauterizzato quando mi passavano accanto. Purtroppo per fare "erpartito" oltre all'ideologia - condizione necessaria - ci vogliono anche i soldi - condizione necessaria ma non sufficiente. Questo dice la storia. Per ora ci mancano due condizioni necessarie. Anzi: vi mancano: andate avanti voi...

Per il resto, sulla categoria di fascismo ci si potrebbe confrontare. Pinochet possiamo chiamarlo "diversamente strenuo difensore delle libertà civili dei propri oppositori". Il problema è che se scegli questa strada, lui ti garrota senza nemmeno darti la soddisfazione di gridargli in faccia: "fascista!". Mi spiace molto per quelli che "la destra sociale", ma a me la lettura che Luciano dà del nazifascismo come ricorrente fase acuta del liberismo - sostanzialmente, come un liberismo che non riesce più a convincere i lavoratori ad amputarsi diritti con le buone - convince molto. Va da sé che chi blatera di neoliberismo non sarà d'accordo - ma questo non è il caso di Roberto: il neismo è una malattia "de sinistra".

Ovviamente, si apra la discussione, ma io devo rivedere un pezzo lungo per Micromega e quindi non so quando potrò starvi dietro nell'immediato...)



domenica 23 aprile 2017

La "political economy" dell'onorevole Boldrini secondo Michéa




"Loro [i migranti] sono l'avanguardia di quello, dello stile di vita che, presto, sarà uno stile di vita per moltissimi di noi".

Ipsa dixit.


(...da Il complesso di Orfeo, scolio D al capitolo IV, traduzione mia dall'originale francese [poi fatevi due risate con la traduzione del traduttore, se vi capita, che sicuramente saprà il francese ma non l'italiano]...)


[D]

[...un'umanità sospinta da un moto browniano perpetuo...]

Al centro dell'immaginario liberale troviamo la celebre massima dell'intendente Gournay (1712-1759) "laissez faire, laissez passer". Una fra le implicazioni logiche di questo dogma fondante è la necessità di riconoscere agli individui dell'universo mondo "il diritto elementare di circolare e installarsi dove desiderano". Diritto "elementare" di cui l'abolizione integrale delle frontiere rappresenta, nel programma liberale, una delle tante applicazioni. Sarebbe evidentemente assurdo dedurne che una società postcapitalista dovrebbe limitare al massimo la libera circolazione delle cose e degli individui, o che dovrebbe fissare per sempre un'attività particolare per ogni cittadino. In realtà, la sola questione importante è sapere se una società che incoraggiasse così il "nomadismo" e la mobilità perpetua (vuoi geografica vuoi professionale) - e nella quale, di conseguenza, il moto browniano degli individui atomizzati sarebbe diventato il loro stato naturale - potrebbe garantire all'insieme dei suoi membri un'esistenza veramente umana (poiché tale è la convinzione di Badiou e di tutti i liberali).

A mio avviso vi sono almeno tre ordini di motivi che invitano a criticare questo principio di una società fondata sull'ideale di mobilizzazione generale (o di "vita liquida", se preferite il concetto proposto da Zygmunt Bauman). Ci sono, innanzitutto, motivi ecologici. Un mondo in cui miliardi di individui fossero presi in un turbine turistico incessante porrebbe (oltre ai problemi logistici, in termini alberghieri e abitativi), un enorme problema energetico. A meno di immaginare che tutti questi spostamenti avvengano in bicicletta (ma mi è difficile immaginare i discepoli di Badiou che vanno in Cina con questo mezzo), è chiaro che le risorse di cherosene (per non parlare dell'inquinamento) sarebbero palesemente insufficienti per alimentare questo balletto fatato in cui milioni di individui si incrocerebbero ogni giorno nel cielo (motivo per il quale ho proposto di chiamare "sinistra cherosene" i difensori di questo nomadismo integrale).

Poi, l'idea così cara a Michel Rocard e Jacques Attali secondo cui, nella società del futuro, ognuno dovrà cambiare dieci volte professione e residenza (privilegiando il più possibile lo stabilirsi "all'estero") ha senz'altro un senso nella logica capitalista dell'impiego, ma non ne ha quasi alcuno nella logica dei mestieri. Questi, in effetti, richiedono un apprendistato tecnico e un savoir-faire pratico che non può essere acquistato senza molto tempo e sforzo, e che presuppongono, di conseguenza, un certo grado di vocazione, di costanza e di stabilità. È senz'altro possibile diventare, dall'oggi al domani, "addetto alle pulizie" a Amsterdam o fattorino per una pizzeria di Dubai, ma è profondamente illusorio pensare, come Michel Rocard, che si potrebbe essere in successione chirurgo a Londra, idraulico a Taiwan, astrofisico a Praga, insegnante di educazione fisica a Nouméa, e, per concludere, viticoltore in Messico. In pratica, un mondo governato dal moto browniano di individui atomizzati sarebbe quindi, salvo che per qualche minoranza privilegiata (quali gli uomini di affari, gli artisti dello show business, o l'élite universitaria), un mondo nel quale predominerebbero necessariamente impieghi precari, junk jobs, e contratti a tempo determinato. Insomma: semplicemente una variante impoverita del mondo in cui già viviamo.

Infine, e soprattutto, una società in cui la condizione di zingari - o di migranti - fosse diventata il modello di ogni esistenza legittima (per quanto romantica possa sembrare questa idea a prima vista) non sarebbe affatto propizia all'esercizio di un vero potere popolare. Ci ricordiamo, infatti, della celebre massima di Abramo Lincoln. È sempre possibile - diceva - ingannare qualcuno per sempre (un individuo, evidentemente, può restare ingenuo per tutta la vita) o tutti per un po' di tempo. Ma - aggiungeva - è impossibile "ingannare tutti per sempre". Il fondamento logico di questa convinzione ottimistica - che legittima il ricorso al suffragio universale - è l'idea che col tempo ogni comunità finisca sempre per accumulare un'esperienza collettiva sufficiente degli uomini e delle cose e che diventi così progressivamente capace di giudicare lucidamente quelli che ambiscono ad essere eletti. Un ragionamento simile poggia tuttavia su un postulato implicito: quello che il nocciolo duro di una simile comunità conservi col passare del tempo (dato che l'esperienza si può, ovviamente, trasmettere di generazione in generazione) un minimo di stabilità. Nell'ipotesi in cui, al contrario, la logica del turn-over permanente diventasse, per un motivo o per l'altro, la norma fondante dell'esistenza di questa comunità (la cui composizione umana - come quella delle grandi megalopoli - non cesserebbe di modificarsi e di allargarsi), è chiaro che la costituzione di un'esperienza politica comune diventerebbe rapidamente problematica e che le possibilità di "ingannare tutti per sempre" aumenterebbero in conseguenza (ne è sufficiente prova il fatto che, in molte agglomerazioni moderne, i politici cinici e corrotti si vedono rieletti indefinitamente).


(...eh già... e ora capite perché chi ci propone questo modello, vuole anche strenuamente censurare i social, invece di preoccuparsi della qualità abominevole dell'informazione mainstream. Quest'ultima aiuta le élite liberiste, di cui la Boldrini è degno rappresentante, nel compito di distruggere consapevolezza. I social, anche loro non privi di deprecabili eccessi, offrono qualche spazio di consapevolezza, come questo blog dimostra. Ecco perché ci si rivolge a "esperti di verità" come il folcloristico Attivissimo per creare ministeri della verità. Ed ecco anche perché, quando allarmato da una tendenza preoccupante che vedevo consolidarsi, parlavo a Fassina e D'Attorre di questo problema, la loro risposta era fra il tiepido e l'inesistente: perché loro sapevano di essere stati cooptati in uno dei ceti che questo modello di società privilegerebbe. Io, da peone universitario, sono borderline. Se mi piegassi, entrerei in business. Purtroppo sono un fautore della rigidità: non del cambio, ma del carattere, ormoni aiutando - e non mi riferisco specificamente al testosterone. Che vergogna, che tristezza, che schifo... Vi lascio, vado alla tavola rotonda di Spazio Ottagoni. Correggete i refusi: poi vi allego la traduzione di un traduttore, così ci facciamo due risate aspettando i risultati del primo turno...)