Visualizzazione post con etichetta globalizzazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta globalizzazione. Mostra tutti i post

mercoledì 1 febbraio 2017

I servi della gleba

(...io non ho tempo di scrivere. Sto facendo due "revise&resubmit" pesanti, più svariati referee's report per svariate riviste dall'universo mondo dello scibile economico, al workshop di Pescara sono stati presentati 28 paper - che devo valutare e organizzare in sessioni - e devo anche seguire tutti i non-temi del non-dibattito sull'euro, da Target2 alle CACs - non auro sed ferro recuperanda est patria! Per fortuna voi avete più tempo di me, e posso condividere qui i vostri scritti. Questa lettera mi viene da una persona che votava Rifondazione Comunista. Non credo occorra aggiungere altro...)


Mi sento con una mia ex collega/amica.

La mia ex azienda ha festeggiato 10 anni di vita. Italica startup di 3 studenti comunistoidi, ad oggi assolutamente definibili di successo.

10 anni fa, fondarono la loro startup. La costruirono con il LAVORO (non fotocopie) di stagisti neolaureati volenterosi, internazionalizzarono con filiali in tutto il mondo.

Oggi, gli stipendi sono gli stessi, i bonus sono spariti, ed in India e nelle Filippine i lavoratori si licenziano ogni mese, perché l’italico trattamento non li aggrada.

Morale della favola:

[1] Gli ex studenti comunisti girano in Maserati.
[2] I dipendenti italiani, si stanno zitti ed accettano tutto.
[3] I dipendenti del “terzo mondo” mandano a cagare i comunisti in Maserati ed un altro lavoro se lo possono andare a scegliere.

“sciabinidett” 4 anni fa sono andata a lavorare in un azienda di imprenditori di destra!

La sola parola sindacato li fa rabbrividire, girano sui loro suv, pagano gli stipendi tutti i 10 del mese (anticipando al 8 se capita di domenica), al diavolo le 104 e finte leggi che tutelano i lavoratori. Se sei un dipendente produttivo, chiedi e ti verrà dato.




(...si apra il dibattito...)

lunedì 20 giugno 2016

La filosofia nei luoghi del silenzio (15-17 luglio)

Suscita in me un moto di umana pietà la reazione di certi gazzettieri i quali, avendo per anni soffocato la voce del buon senso, tentano ora di screditarla accusandoci di violenza, solo perché per farci sentire siamo costretti a urlare, violentando, eventualmente, solo la nostra natura. Abbiamo visto che non succede solo qui: è una tendenza internazionale, pare, è l'ultimo sussulto della bestia della Menzogna, tanto più pericolosa perché ferita dal dardo della storia. Se semplicemente questi individui avessero obbedito alla deontologia della loro triste professione, l'unica a uscire più infamata della mia dalle devastanti vicende della crisi, e avessero accordato nel dibattito pari dignità a tutte le posizioni (facendo già una forzatura, poiché la verità scientifica in realtà era dov'è sempre stata e dove sempre sarà: dalla nostra parte, ed è quindi solo a noi, e non alle varie Vanne Marchi dell'euro, che avrebbero dovuto dare spazio), non sarebbe stato necessario adottare toni tanto incisivi (la cui incisività, peraltro, era dettata semplicemente dall'urgenza di scongiurare tutte le sciagure che noi, come avete visto, prevedevamo, e delle quali chi ha soffocato la nostra voce reca intera la responsabilità professionale e politica).

Non è la prima volta che un messaggio di buon senso, cioè, in definitiva, di umanità, deve essere urlato. Temo che i gazzettieri senza tetto né legge né Dio non abbiano mai sentito queste parole:

sicut scriptum est in Esaia propheta ecce mitto angelum meum ante faciem tuam qui praeparabit viam tuam vox clamantis in deserto parate viam Domini rectas facite semitas eius.

Uno dovrebbe chiedersi: ma perché bisogna urlare l'ovvio?

Evidentemente la necessità di urlare (invano?) l'ovvio fa parte della nostra eredità culturale, come ne fanno parte, appunto, le parole che ci suggeriscono di amare il nostro prossimo (che non è il nostro distante).

Perché chi vuole fare il bene non sogna, ma opera, cominciando, sempre, qui e ora.

Poi ci sono i farisei.

Poveri gazzettieri! L'evento sul quale richiamo ora la vostra attenzione non rende facile la loro operazione di spin. Mi riferisco alle giornate di studio su:




che si svolgeranno all'Eremo di Montecastello, situato a Tignale sul Garda (in provincia di Brescia), da venerdì 15 luglio a giovedì 21 luglio.

La presentazione del corso avrà luogo venerdì 15 luglio, in serata, una volta raggiunto l'eremo.

Terrò poi tre lezioni, nelle giornate di sabato 16 luglio e domenica 17 luglio:

Sabato 16 luglio, 9:30-11:30: Disuguaglianza e povertà: tendenze globali e sviluppi locali.

Sabato 16 luglio, 16:30-18:30: Terza globalizzazione e ciclo della disuguaglianza.

Domenica 17 luglio, 9:30-11:30: Globalizzazione e dottrina della Chiesa: riflessioni di un economista.

Il corso proseguirà poi con l'intervento di padre Marco Tommaso Reali, e l'intero programma lo trovate qui. Sabato, alle 21, suonerò con Musica Perduta un programma di musica dell'oratorio di S. Filippo Neri, con brani tratti dal nostro primo disco. Saranno con me Mauro Borgioni (sul cui cosmopolitismo mi sento di rassicurare i gazzettieri) e il violoncellista neoborbonico, Renato Criscuolo (lui, sì, un pericoloso nazionalista)!

Cosa io abbia da dire lo sapete, credo, e in parte l'ho scritto in uno dei miei lavori in corso di pubblicazione:

Bagnai, A. (2016) “Austerità, democrazia e dottrina della Chiesa: riflessioni su una crisi evitabile”, cap. 4 in Lucchese, V. (a cura di), Quale Europa? Crisi economica e partecipazione democratica, Todi: Tau editrice, pp. 71-119. 

Tuttavia, se vorrete venire, sarà un'occasione per stare un po' insieme in un posto meraviglioso, in alto, in solitudine, lontano dal rumore dei gazzettieri.

Rimangono alcuni posti. Dettaglio venale (ma determinante, perché siamo in crisi, e se non lo fossimo non ci saremmo mai conosciuti): la pensione completa per i due giorni (che naturalmente comprende la partecipazione a tutti gli eventi che vi ho descritto) vi costerebbe 246 euro in camera singola e 216 euro in camera doppia.

E ora lascio ai gazzettieri l'arduo compito di travestire da pericoloso nazionalista xenofobo uno studioso che dialoga coi teologi, che si preoccupa della crescente ingiustizia sociale, e che legge Frescobaldi dalle intavolature. Certo, loro, che hanno una proiezione internazionale, al polveroso Frescobaldi preferiscono il rutilante Springsteen: born in the USE. Eppure, come potrò meglio illustrarvi se vorrete venire, i tempi di Frescobaldi erano così simili a quelli che siamo chiamati a vivere! Mentre gli USE non hanno un presente né avranno un futuro, fra l'altro anche perché proprio chi ce li propone in realtà ha messo nero su bianco che non li vuole...

Ma questa semplice verità tecnico-giuridica esula, evidentemente, dall'orizzonte mentale particolarmente angusto dei gazzettieri, ai quali, come dicevo, va tutta la mia umana pietà: che spettacolo orribile quello di chi fa attivamente il male per cecità!

Ma potrebbe l'uomo fare il male sapendo di farlo? Ci sarebbe quel problemino dell'immagine e somiglianza... Questa però non è una domanda da fare a me, perché io non sono un teologo, quindi...

Ci vediamo all'eremo.


(...la mia vita è già abbastanza complicata: in questo evento io intervengo, non organizzo. Le informazioni organizzative chiedetele agli organizzatori, i quali avendo organizzato sanno come sono organizzati. Chiaro?...)

domenica 1 maggio 2016

Terza globalizzazione e primo maggio: lavoro, capitale e Costituzione

Il 01/05/2016 07:25, R A ha scritto:
Salve Maestro,
Chiarisco subito perché le scrivo, per via di uno dei suoi vari articoli su goofynomics, "Eurodelitto ed Eurocastigo", ho pianto nelle ultime due ore. Le scrivo quindi per ringraziarla.
Sono uno studente di psicologia, appassionato di politica e di altre cose, seguo il suo blog da un anno in silenzio ma adesso, ritrovando quel vecchio articolo che avevo saltato per non so quale motivo, ho sentito questo desiderio di scriverle.
Prima era soltanto un professore, divertente, egomaniaco, paziente, colto, sensibile, severo e capace (quindi con tutte le qualità che un buon professore dovrebbe avere) ma un professore sostanzialmente, che stava tentando di inculcare nella testa vuota mia e di altri delle nozioni importanti per renderci anzitutto dei cittadini. Ora no, di qui l'incipit che non si riferisce solo al campo musicale.
Premessa: io a livello razionale non credo più nella sinistra Italiana da un bel po', tuttavia...
Quell'articolo su SEL (o su tutto il centrosinistra), ha provocato in me diverse cose: mi sono arrabbiato davvero anzitutto, mi sono chiesto come questi abbiano potuto svendere così tutto quello in cui credevano e considerazioni su questa linea. Poi è crollato tutto il discorso, ho capito finalmente che di quel discorso ne ero convinto col cuore e non con la testa, e ho iniziato a stare male.
Soprattutto, deve sapere che Dostoevskij è uno dei miei autori preferiti, se non il mio preferito in assoluto, e insomma, pensavo in breve che si riferisse agli altri con quel libro, non a me, a me non poteva succedere, io non ero come Raskolnikov, semmai assomigliavo al principe Miskin! (Idiota lo ero sicuramente, su questo non sbagliavo).
Io non avevo capito Dostoevskij, che parlava a tutti e soprattutto a me.
Mi sono chiesto se fossi sicuro che, se non fossi stato da sempre di base uno non in grado di uniformarsi per più di una settimana a qualsiasi pensiero di qualsiasi gruppo, oltre che un pigro, non avrei fatto la loro stessa fine. Perché anche se ero relativamente piccolo io ci credevo a Prodi, e ho creduto pure a Monti in età meno innocente credendo a giornali che sapevo mentissero su molte cose in maniera sistematica, per esempio. Solo per ideologia. E ho pure propagandato il falso, per anni, credendomi migliore di altri quando spesso anche il più semplice e "rozzo" ragazzo di destra della mia scuola diceva cose più sensate di me, e io lo trattavo da cretino. Mi sono creduto migliore di altri anche sapendo che fosse una idiozia, anche avendo tutti gli strumenti per dubitare che fosse così per un'illusione del cazzo che sceglievo di tenere in vita io credendo a contraddizioni e bugie! (E poi magari schernivo i cattolici, tzè...) 
Prima di questo articolo, ero convinto di dover mettere da parte certe cose del mio carattere e rimboccarmi le maniche, aiutare nel nuovo FSI (so dei vostri contrasti e se dovessi incontrarla vorrei chiederle anche una sua completa versione, anche se ho più di una teoria). È inutile dire che ormai questa prospettiva mi terrorizza. Non voglio diventare come loro. 
Soprattutto ora devo dirlo. Ho già cominciato, ma senza confessione, e gradualmente, se capisce. Un altro dei miei autori preferiti scrisse "l'orrore! L'orrore": di dover dire a tutti che ci hanno pugnalato, e l'hanno fatto perché ci siamo tutti girati di spalle. Ai miei amici, a mio padre e a mio fratello (entrambi m5s), ma soprattutto a mia madre. Che è un'insegnante pubblica, che andava al biliardo con due futuri (ormai passati) membri delle br, che da quando è single e cinquantenne in tre cose crede: il Cattolicesimo, i figli e il PD.
Insomma, è difficile. Spero di farcela.
La lettera è confusa e non si capisce bene anche se l'ho riletta e ricorretta, ma non vorrei tradirla più di quanto abbia già fatto. Il succo è che la ringrazio, ha tutto il mio supporto e spero di incontrarla quanto prima, anche perché deve spiegarmi davvero quale tecnica di meditazione usa per non esplodere in mezzo a tutto questo schifo. 

Con immensa stima,
(emphasis added)

Il mio primo maggio è iniziato così, nel modo giusto, direi: con un riconoscimento per il mio lavoro. A Riccardo voglio solo dire di non prendersela: l'ethos piddino ci impone di considerare e utilizzare i classici come un complesso apparato di segnalazione della nostra appartenenza culturale. Pochi di noi si emancipano fino a utilizzarli per quello che sono: uno strumento di analisi della realtà, la cui validità è confermata dall'aver resistito all'usura del tempo. L'analisi la detta la linea del partito: a quella devi obbedire, senza analizzarla, e Dostoevskij lo devi leggere, senza usarlo. Se alla fine ce l'hai fatta è perché, come dici tu, sei pigro e incapace di uniformarti. Sei arrivato tardi, ma sei arrivato, e per di più in un momento nel quale, come credo si capisca, i ponti levatoi di questa cittadella sono stati tirati su. Complimenti.

Capiti al momento giusto, perché volevo appunto parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo.

Anche secondo me è il post centrale di questo blog, perché evidenzia il nostro principale problema politico: quello causato da un'intera generazione di progressisti che hanno tradito se stessi perché si sentivano migliori degli altri. Pensare che un Fassina o un D'Attorre facciano l'operazione di verità di Raskolnikov è ovviamente utopistico né mi sentirei di consigliarglielo: il coraggio chi ce l'ha non lo può dare, e va anche detto che io rispetto le competenze altrui. I politici sono loro, loro sono stati eletti, loro sapranno come, e ovviamente se ritengono che dire la verità in questo momento li condannerebbe all'estinzione sono liberi di non farlo. Il momento non è semplice, mancano anche le occasioni, per farla, questa operazione, va riconosciuto. Di fatto, la sinistra, intesa come schieramento progressista organizzato a tutela dei diritti dei lavoratori, è spacciata. Fra internazionalisti da operetta come "er Fiatella" (leggetevi la sua tweetline per tirarvi su il morale), timidi praticanti delle mezze ammissioni (più liberi di dire la loro nel PD in contrapposizione a Renzi che dentro SEL in alleanza con il Fognatore Vendola), e superomisti in sedicesimo, tutti false certezze e disprezzo verso il popolo bue e bottegaio che cerca rappresentanza politica al di fuori della cerchia degli eletti, la sinistra è sconfitta.

Il capitale l'ha sconfitta, conquistando in modo tatticamente e strategicamente impeccabile una egemonia culturale inscalfibile. L'errore strategico fondamentale della sinistra credo che ormai ci sia chiaro: ci ho anche scritto un articolo, e lo evidenzio continuamente. L'errore è stato utilizzare le categorie del nemico, lasciare che fosse la destra, che fosse il liberismo, a circoscrivere il perimetro del dibattito.

L'esempio più sfolgorante in questo senso è quello der Nutella, nostro vecchio amico, che scrive libri sul debbitopubbblico tre anni dopo la confessione da parte della Bce che il debito pubblico non è un problema, e va in giro a presentarlo quando ormai perfino Giavazzi, per salvare la faccia, deve dire la verità (cosa per la quale l'ho ringraziato a modo mio sul Fatto Quotidiano). Ma anche gli stolti pinochettiani malgré eux del QE for people non scherzano, quelli che oggi non capiscono, o fanno finta di non capire, che dare una mancia (magari sotto forma di reddito della gleba), anziché un lavoro, è una strategia che rafforza il capitale (più esattamente, è un tassello di una strategia complessiva che l'OCSE aveva dettato in tempi non sospetti, e che Agénor ci ha descritto in modo meticoloso qui).

In entrambi i casi il suicidio politico deriva dall'aver accettato l'impostazione data al dibattito dall'avversario, contribuendo così a legittimarla nonostante fosse smentita dai fatti, infondata teoricamente, e distorta politicamente a vantaggio dell'avversario: il problema è il debbbitopubblico, l'unica politica è quella monetaria, ecc.

Lascio agli storici il discorso nel quale vi scongiuro, in nome di ciò che avete di più sacro (i vostri morti, i vostri figli, o la vostra squadra), di non entrare: se questo sia un errore o un disegno, se questi personaggi, e altri prima di loro, siano in buona o in cattiva fede. Chi si pone questo problema è un povero cretino, per motivi spiegati mille volte (il principale è che questi due atteggiamenti psicologici possono tranquillamente convivere, e quindi pretendere di trarre conseguenze politiche dalla loro discriminazione non ha alcun senso).

Non era per questo che volevo parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo, ma per un altro motivo. Quattro anni dopo quel post aleC, il lettore che mi poneva la domanda dalla quale il racconto prendeva le mosse (e che avevo conosciuto all'incontro descritto nel post), è diventato dottore di ricerca, dopo tre anni di lavoro con me, e qui trovate un capitolo della sua tesi, quello in cui si occupa, in modo ahimè un po' tecnico, del concetto di disoccupazione strutturale e della sua relazione col calcolo del saldi di bilancio utilizzati per verificare il rispetto delle regole europee. Vale comunque la pena di dare un'occhiata: è un altro modo, per me, di festeggiare il mio primo maggio (ringraziando Alessandro per il contributo che ha dato al nostro lavoro).

Una lieta ricorrenza, questa, che i lavoratori festeggiano un giorno all'anno, mentre negli altri 364 (o 365) è il capitale a festeggiare, a modo suo, il lavoro. Come faccia lo abbiamo visto in tante occasioni e sotto tante sfaccettature, ma l'essenza è in alcuni dei post più recenti - quello sulla Lettonia e quello sull'Irlanda (con il relativo aggiornamento statistico): utilizzando le crisi per guadagnare terreno sul lavoro.

È significativo in questo senso, ed è una vera chicca per intenditori quali voi siete, il discorZetto che la Bce faceva nell'ottobre 2011:







Vedete? Anche se io all'epoca non lo sapevo, la Bce nell'ottobre del 2011 aveva già detto tutto, perché bastava far parlare i dati, e i dati questo dicevano: erano stati gli squilibri nella finanza privata ad ampliare la dicotomia fra centro e periferia che si sarebbe poi dimostrata fatale all'arrivo della crisi. Il settore pubblico non c'entrava, ma... attenzione! Per la Bce una colpa questo settore ce l'aveva! E qual era? Ma è chiaro: quella di non aver risparmiato abbastanza (cioè depresso abbastanza la crescita) prima della crisi ("many governments failed to build up a surplus position substantial enough..."). Cosa avrebbero dovuto fare i governi, insomma, secondo la Bce? Rubare di più ai poveri prima della crisi (sotto forma di minori stipendi ai dipendenti pubblici, minori pensioni, minori prestazioni sociali e sanitarie, ecc.) per poter dare di più ai ricchi durante la crisi. Insomma: avrebbero dovuto comportarsi tutti come l'Irlanda. Portare al 40% del Pil il debito pubblico prima della crisi, per poterlo poi portare al 120% allo scopo di salvare le banche (e mandare assolti i simpatici banchieri), tutelando i profitti a danno dei salari.

Bello, no?

Inutile dire che a questa analisi manca un tassello fondamentale, che a voi non sfugge, ovvero il fatto che per i governi della periferia questa strategia era resa impraticabile da una serie di problemi: il fatto che i tassi troppo bassi allentassero il loro vincolo di bilancio (cioè il fatto che se il denaro è troppo a buon mercato, elementari regole economiche suggeriscono che si tenderà a sprecarlo), il fatto che il cambio rigido e sopravvalutato metteva in difficoltà l'economia e determinava (insieme ai tassi troppo bassi) una riallocazione del capitale verso settori a bassa produttività e a basso valore aggiunto, ecc. ecc.

Ma oggi volevo farvi un altro discorso.

Vedete?

Tutto era già scritto.

Nel mio ultimo libro, e in innumerevoli post, abbiamo delineato una analisi articolata della fase storica nella quale ci è toccato di vivere. All'inizio degli anni '80 la fine dell'epoca della repressione finanziaria approfondisce il divario fra salari e profitti. A partire da quel momento il capitalismo affida la propria sopravvivenza al finanziamento della domanda tramite debito, prima pubblico, poi, perso ogni residuo freno inibitorio col crollo del muro di Berlino, privato. La montagna di debito periodicamente frana, e le crisi vengono utilizzate, con la logica del "fate presto", per penalizzare ulteriormente il lavoro, ponendo le basi per una ulteriore finanziarizzazione (cioè fragilizzazione) del sistema. Sono tendenze mondiali, che però in Europa incontravano una maggiore resistenza, perché gli stati europei erano usciti dalla loro ultima guerra civile (la Seconda guerra mondiale) con costituzioni socialdemocratiche che presidiavano i diritti economici dei lavoratori. Per frantumare questo presidio era necessario adottare la logica politica del vincolo esterno, cioè la possibilità di giustificare politiche fortemente regressive (ovvero: di impoverimento dei poveri) con necessità superiori e oggettive (ce lo chiede l'Europa), scaricando la responsabilità dello schiacciamento del lavoro dai capitalismi locali verso le istituzioni sovranazionali, quelle che chiedono le famigerate riforme.

L'euro era necessario qui, perché qui c'erano delle istituzioni che avrebbero reso più complesso il lavoro che il capitale stava comunque svolgendo a livello planetario. Ecco, vedete:


È scritto a p. 230 de L'Italia può farcela, dove esplicitamente si riconosce la dimensione globale del fenomeno (per non parlare di quello che viene dopo, nel testo).

Ma allora, si chiedeva qualche post fa Fabrizio Laria, come è possibile che i miei colleghi ancora mi facciano la lezioncina "Bagnai la fai facile, il problema è più ampio, non è solo colpa dell'euro ma soprattutto della globalizzazione?"

Sono vicinissimo alle parole di Fabrizio:

Fabrizio Laria ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Some unpleasant democratic arithmetic":

Addendum - A distanza di qualche ora, la mente continua a portarmi sulla figura che più mi ha colpito stamattina: quella del prof. Franzini. Non lo conosco professionalmente e l'ho mai visto prima, ma l'impressione a caldo è stata di una persona di valore. Una persona che, per strumenti concettuali/culturali, libertà di giudizio (CEPR permettendo) e sensibilità sociale, certe evidenze dovrebbe coglierle prima degli altri. E per il quale, quindi, il problema di arrendersi alle stesse quando qualcun altro gliele fa notare non dovrebbe neppure porsi. Eppure si percepiva nettamente che nessuna evidenza, neppure quella, palese, della contraddittorietà insanabile delle sue affermazioni rispetto alle premesse condivise con Bagnai e Tancioni, avrebbe potuto smuoverlo dal suo schema mentale di fondo: ANDARE AVANTI, COSTI QUEL CHE COSTI.



Per quanto possa valere la mia opinione, Maurizio è esattamente come lo descrive Fabrizio: persona di valore, di elevata sensibilità sociale, libera di giudizio (e anche convinta, purtroppo e nonostante tutto, che si debba andare avanti costi quel che costi - agli altri, ovviamente!).

Questo ci riporta in qualche modo al punto di partenza, alla domanda iniziale di questo post, e di Eurodelitto ed eurocastigo. Perché persone così giuste difendono cose così sbagliate? Perché colleghi migliori e più preparati di me si appiattiscono, nella prassi, sulle posizioni di un Oscar Giannino senza che questo faccia suonare un campanellino di allarme nella loro testa?

Un pezzo della risposta è in Eurodelitto ed eurocastigo: è stata la consapevolezza della loro superiorità (scientifica? Sociale? Etica?) a condurli al tradimento di quanto di migliore c'era in loro. Hanno tradito se stessi perché si ritenevano migliori degli altri: ripeto questa formula nella quale secondo me c'è tutto. E questo è il pezzo che, naturalmente, non potrà esser loro perdonato (soprattutto non potrebbe esserlo da loro stessi, ed è per questo che preferiscono "andare avanti" anziché riflettere sull'enorme errore fatto).

Poi però c'è un altro pezzo. Ricordate quando sopra vi ho detto che a novembre 2011, scrivendo I salvataggi che non ci salveranno, non ero consapevole del fatto che la Bce avesse detto praticamente le stesse cose un mese prima? Ora, ascoltate questa obiezione di Franzini: "non condivido questa idea che tutto quello che succede ai salari dipende dall'Europa".

Molti hanno osservato, in particolare su Twitter: "ma i tuoi colleghi il tuo libro l'hanno letto?". La risposta, ovviamente, è no. Risulta immediatamente chiaro se si mette a sistema la domanda di Maurizio con la citazione del mio ultimo libro. So che voi avete una certa tendenza a non perdonare questo tipo di atteggiamento, sul quale io invece sono piuttosto indulgente e scherzoso: "io il libro non l'ho letto ma...", alla fine, mi fa meno alterare di "io non sono un economista ma...". Dovrebbe esservi chiaro perché: perché nemmeno io ho letto tutto quello che avrei dovuto leggere, perché nessuno può riuscire a farlo.

Ora, se da un lato (tanto per fare un esempio) l'aver intuito più o meno in contemporanea alla Bce, ma indipendentemente da essa, quale fosse la natura del problema mi fa onore, considerando, fra l'altro, che le basi statistiche delle quali disponevo io erano senz'altro meno raffinate e dettagliate di quelle delle quali dispongono i suoi uffici, dall'altro, però, scoprire l'acqua calda, o, come si dice in inglese, reinventare la ruota, non è motivo di vanto per uno scienziato, il quale avrebbe il dovere di conoscere tutto quanto è stato fatto, per fare un pezzo di strada in più partendo da dove sono arrivati gli altri. Aggiungo che nel dibattito sarebbe stato molto meglio poter dire già dal 2011 "guardate che la Bce dice una cosa diversa da quella che dite voi austeriani!".

Questo è il motivo per il quale anche se i miei colleghi, non solo i rinnegati che hanno tradito i principi primi della loro scienza per motivi di opportunità politica (gli esempi sono noti), ma anche quelli integri come Maurizio, non hanno letto il mio libro, in fondo non me la sento di biasimarli. Peraltro, è un libro (l'ultimo) che chiama pesantemente in causa l'etica professionale della nostra professione, e quindi, come dire, se non lo leggono sono assenti giustificati: quello che ho da dire, per loro, non è piacevole. Ma, soprattutto, più vado avanti con lo studio e più mi rendo conto di non aver detto in fondo nulla di particolarmente originale. Ecco, magari ho unito i puntini, quello sì. Ma i puntini c'erano tutti, e da tempo.

Me lo ha confermato il lavoro fatto preparando il piccolo corso che ho tenuto, e che penso di ripetere prima o poi, allo Spaziottagoni di Roma per la Mameli Onlus. Un'occasione per sistematizzare e formalizzare un minimo il discorso portato avanti nel blog in modo rapsodico, e nel libro in modo... inutile (perché nessuno lo legge)!

La domanda che mi sono posto nell'ultima lezione, dopo aver scherzato un po' su quelli che "oggi c'è la Cina" mostrando qualche dato che credo vi sia noto:


(l'elaborazione è tratta da questo sito, e la fonte dei dati è il sito di Angus Maddison, che ci ha lasciato sei anni fa ma vive nella sua opera), la domanda, dicevo, era questa: cosa sappiamo noi della terza globalizzazione?

Per capirci: la prima è quella situata storicamente nel periodo classico del gold standard (diciamo dal 1870 al 1914) ed è ben descritta in questo utile lavoro di Violaine Faubert; la seconda è quella che accompagna il mondo durante le Trente glorieuses, che hanno visto una ripresa del commercio internazionale, e la terza è quella che inizia quando succede questo:


cioè quando i salari si fermano dappertutto (sì, Maurizio, tranquo: lo so), mentre la produttività resta sul suo trend di crescita del 3% l'anno, con l'ovvia conseguenza che la quota salari scende, e la disuguaglianza aumenta.

Ecco: cosa sappiamo noi di questa fase storica ed economica, della terza globalizzazione e del suo elettrosalariogramma piatto? Quello che sappiamo l'ho riassunto in questo grafico:


Cerchiamo di descriverlo in una serie di proposizioni.

[1] Il calo della quota salari è innescato dalla fine della repressione finanziaria
La "repressione" finanziaria, cioè il controllo dei movimenti internazionali di capitale, e il controllo da parte dello Stato del circuito del risparmio, in particolare attraverso la cooperazione fra banche centrali e ministeri del Tesoro, è descritta per filo e per segno da Reinhardt e Sbrancia (2011) in un lavoro che vi ho citato più volte.

Nel discorso su globalizzazione e salari c'è un punto che normalmente sfugge (ed è lo stesso che sfugge nel discorso su Italia ed euro). Esattamente come nel caso dell'Italia il problema è localizzato in un punto ben preciso, che dai dati risulta in modo inequivocabile, cioè l'aggancio all'ECU nel 1997 dopo la forte rivalutazione fra 1995 e 1996:


allo stesso modo l'appiattimento dei salari reali (e quindi il calo della quota salari) inizia in un intervallo di tempo ben preciso e sincrono in tutti i paesi del mondo (lo sa, Maurizio, come vedi: lo so, lo so, tranquo: lo so). Ce lo documenta in particolare questo lavoro di Diwan (2001), che mostra l'andamento della quota salari non solo nei paesi avanzati (cosa della quale mi sono occupato spesso anch'io), ma anche in quelli emergenti:



le uniche eccezioni essendo i paesi asiatici e i paesi OCSE non anglosassoni e non colpiti da crisi finanziarie:



Ora, fatte salve queste eccezioni, il turning point della quota salari si vede dov'è: come nota Diwan, e come ci siamo già detti diverse volte, esso si situa fra il 1975 e il 1980 praticamente ovunque.

Ciò pone un evidente problema: se vogliamo spiegare una cosa che accade in quel periodo, dobbiamo farlo usando qualcosa che accade nel medesimo periodo (o magari un po' prima).

Proprio come le tesi sul declino italiano dei dilettanti, quelle basate sul "nanismo delle imprese", o magari sul "familismo amorale", sulla "corruzione", e su altra sociologia spicciola da bar, mostrano la corda perché nulla dimostra che questi fenomeni siano coincisi con l'inizio del declino stesso (cioè si siano presentati o rafforzati fra 1995 e 1997: ne parlammo esattamente tre anni or sono e ora è un articolo scientifico), allo stesso modo le spiegazioni del crollo della quota salari globale basate sullo sviluppo del commercio (come quella, molto affascinate e articolata, di Helpman et al (2012)) non sono particolarmente convincenti, per il semplice motivo che dal 1945 ad oggi il commercio si è andato sviluppando in modo pressoché costante, sia in termini quantitativi che in termini normativi. La soluzione di continuità, se vogliamo vederla, potrebbe essere eventualmente l'avvio del WTO. Fra 1973 e 1979 (cioè nel periodo in cui i salari cominciano a cedere) si svolge l'unico round del GATT che nessuno ricorda, il Tokyo round, e se di questi negoziati ce ne siamo dimenticati forse un motivo ci sarà, ed è probabilmente che non sono stati determinanti nell'impartire una spinta alla globalizzazione degli scambi, che quindi non può essere presa come spiegazione del massiccio e globale arretramento dei salari verificatosi in quel periodo.

Anche perché un'alternativa plausibile c'è. Se leggiamo Reinhardt e Sbrancia, vediamo che il maggior numero di misure di liberalizzazione dei mercati finanziari interni e dei movimenti internazionali dei capitali si situa appunto nel periodo che va dal 1975 al 1984 (Table 2).

Correlazione, certo, non vuol dire causazione: le due cose potrebbero essere accadute insieme per caso, o perché Saturno era entrato nel Sagittario. Vai a sapere... Ma il punto è che abbiamo precise evidenze teoriche ed empiriche del fatto che la liberalizzazione dei mercati finanziari, cioè la fine della repressione finanziaria, schiaccia i salari. Che la liberalizzazione dei movimenti di capitali abbia effetti avversi sui redditi da lavoro oggi lo dice il Fmi (Furceri e Loungani, 2015, Capital Account Liberalization and Inequality). Questo è l'abstract, per vostra edificazione:

Chiaro? Gli autori giungono a questa conclusione (che è quella sottostante al nostro lavoro) analizzando i dati forniti da due basi dati interessanti:

1) il KAOPEN di Chinn e Ito (misura di liberalizzazione degli scambi finanziari), e
2) lo Standardized World Income Inequality Database (SWIID) di Solt (che si capisce cosa misuri...)

I risultati sono statisticamente robusti: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali (capital account liberalization) ha un impatto positivo sulla disuguaglianza, cioè la aumenta. Qui il disegnino di cosa succede nel corso degli anni all'indice di Gini quando aumenta l'indice KAOPEN:

Per inciso: impatto positivo vuol dire che se aumenta la liberalizzazione dei movimenti di capitali, aumenta la disuguaglianza, cioè chi è povero diventa più povero. Quindi, come dire: l'impatto è positivo per i ricchi ma  negativo per i poveri...

Ovviamente anche questa è solo una (raffinata) regolarità statistica, ma ci sono ben precisi motivi, elencati da Furceri e Loungani, che ci consentono di argomentare che la terza globalizzazione (liberalizzazione finanziaria) deprime la quota salari:

1) in teoria, l'apertura dei mercati finanziari dovrebbe consentire di ripartire meglio il rischio (diversificando), per cui, ad esempio, se il povero risparmiatore italiano che ha un governo corotto co' du ere vuole mettere al sicuro i suoi risparmi, invece di "metterli ai bbotte" (investirli in Bot), con potenziale rischio di default, può investirli anche in titoli statunitensi, giapponesi, ecc. Insomma: la globalizzazione finanziaria dovrebbe permettere una mutualizzazione del rischio finanziario fra risparmiatori di paesi diversi, minimizzando l'impatto avverso delle crisi sui loro portafogli. Purtroppissimo però sappiamo fin da Kose et al (2009) che le cose non stanno esattamente così:

Eh già: "in theory"!

I paesi meno avanzati non hanno beneficiato di questa condivisione del rischio, e, aggiungo, anche all'interno dei paesi avanzati l'accesso al credito è segmentato e la qualità delle istituzioni tale da rendere un pericoloso boomerang (per i poveri) l'aprirsi dei mercati. Esempio: il bond argentino rifilato alla vecchietta. Chi è ricco, è anche ben consigliato, e mediamente evita le sòle. Chi è povero è terreno di caccia dei simpatici promotori (ai quali va il mio abbraccio, e presto andrà anche quello del mercato). Quindi, come dire: il teorico risk sharing si traduce in pratica in una situazione nella quale il rischio viene assorbito dai meno ricchi (e più inconsapevoli). Il che, ovviamente, fa aumentare la disuguaglianza.

2) la liberalizzazione dei movimenti di capitale aumenta la disuguaglianza anche per due effetti legati alla dinamica degli IDE. Il primo è quello della "complementarità fra capitale e lavoro specializzato". Cosa significa? Significa che se non sei abbastanza istruito da saperlo usare, con un macchinario evoluto (prendo ad esempio un PC, ma altri se ne potrebbero fare) al massimo ci schiacci le noci (che non è l'uso più produttivo). Quando un'azienda si sposta in un paese più povero per profittare del basso costo del lavoro, nel paese di accoglienza aumenta quindi a domanda di lavoro specializzato, il che acuisce il divario salariale fra lavoratori specializzati e non (e quindi la disuguaglianza). D'altra parte, quello che è avanzato per un paese arretrato, spesso è arretrato per un paese avanzato. Quindi, la macchina che si sposta dal paese ricco a quello povero fa salire i salari del ricco nel paese povero, e fa scendere i salari del povero nel paese ricco (pensate alla delocalizzazione del tessile o del calzaturiero: da noi sono attività relativamente low-skilled - non è meccanica di precisione, per dire - mentre in Laos sono relativamente high-skilled). Chiaro quello che succede?

3) se non fosse chiaro, c'è il secondo effetto legato alla dinamica degli IDE, un effetto che qui abbiamo invece ricordato spesso. La possibilità di delocalizzare aumenta il potere contrattuale dell'imprenditore: o accetti quello che ti offro, o me ne vado (ricordate l'Electrolux)? Non è mica una novità! Ne parlava Rodrik già nel 1997, e poi ad esempio Harrison (2002) (che nel suo abstract ci ricorda come il controllo dei movimenti internazionali di capitali e la spesa pubblica tornino a vantaggio della quota salari...). Un po' più sorprendente trovarlo scritto oggi in pubblicazioni del Fmi, come appunto il già citato Furceri e Loungani:

"Una minaccia credibile di riallocare la produzione all'estero può portare a un incremento del rapporto fra profitti e salari e a una diminuzione della quota dei salari sul reddito". Lo dice il Fmi, non la Camusso (fra una risata e l'altra).

4) c'è poi un ultimo punto che invece a Furceri e Longani per ora sfugge, mentre a noi è chiaro fin dal Tramonto dell'euro, e riguarda la liberalizzazione dei mercati finanziari interni (e quindi non gli investimenti internazionali, siano essi di portafoglio o diretti). Come si evince da Reinhardt e Sbrancia (2011), la fine della repressione finanziaria, cioè, in sintesi, del periodo in cui i governi mantengono il diritto di decidere a quale prezzo finanziare il proprio debito, si traduce, ovviamente, in un innalzamento dei tassi di interesse (determinati dal mercato a proprio beneficio). Qui c'è il disegnino, se occorre:


Ora, è evidente che un cambiamento istituzionale che incrementa la retribuzione del capitale finanziario va, in re ipsa, a discapito dei salari. E infatti i maggiori interessi corrisposti ai detentori dei titoli sono naturalmente stati conseguiti riducendo progressivamente la spesa pubblica in investimenti, prestazioni sociali, ecc. Lo scopo era "affamare la bestia", cioè ridurre il ruolo dello Stato nel circuito di gestione del risparmio, per devolvere risorse alla finanza privata. Scopo raggiunto.

Siamo pronti per la seconda proposizione.

[2] La stagnazione dei salari causa la finanziarizzazione dell'economia
Non è una novità. Ce lo siamo detti molte volte: se il lavoro non viene retribuito correttamente, la domanda di beni può essere sostenuta solo finanziandola col credito, cioè col debito, che in una prima fase è debito pubblico (come ricordava Graziani) e poi diventa debito privato. Una cosa, in fondo, banale, che solo cretini ancorati alla logica di "IO" possono non intuire. Peraltri, gli imbecilli che adottando le categorie del nemico ancora parlano di "debitopubblico" fanno un errore tattico micidiale. Infatti, se si parte dal presupposto che il debito "pericoloso" è quello pubblico, allora poi diventa facile impostare il dibattito in termini di "castacriccacoruzzione" e quindi di una ontologica nocività e superfluità del debito. Ma le cose non stanno assolutamente così. Il debito esplode durante la terza globalizzazione perché esso diventa necessario per finanziare la domanda in un momento in cui la liberalizzazione dei movimenti di capitali e dei mercati finanziari interni permette al capitale di schiacciare i salari. In altre parole, chi, a sinistra, insiste ancora a parlare di spesa pubblica (magari per dire che bisogna farne di più), porta comunque l'acqua al mulino della destra, offuscando il fatto che gli squilibri finanziari di cui siamo vittime nascono dal conflitto distributivo (più esattamente: dall'averlo perso).

Anche qui, tornerà utile il disegnino:


In questa slide, che ho fatto per l'Ecole Centrale di Parigi, si vede che la ripartenza del debito pubblico coincide con il momento in cui l'elettrosalariogramma diventa piatto. Non ci sono santi, è così e basta. Ma la nostra sinistra "critica" (er Nutella) preferisce addentrarsi in fregnacce alla Lannutti sulla "truffa del debito pubblico" (le solite minchiate sul fatto che una parte è dovuta al pagamento di interessi, scemenze da digiuni di matematiche), mentre, dall'altra parte, economisti nel circolo del Fmi ci dicono che la spesa pubblica va a favore dei salari e che il problema è la mobilità del capitale privato!

Lo capite, ora, cosa vuol dire vivere in una provincia (culturale) dell'Impero?

Ma passiamo alla terza proposizione.

[3] La disuguaglianza causa crisi finanziarie
E qui, come dire, ci soccorre la dottoressa Grazia Arcazzo (non credo sia parente di Graziani). L'aumento della disuguaglianza rende necessario a chi è sempre più povero di indebitarsi sempre di più. Alla fine arriva il botto (che è amplificato dall'apertura internazionale dei mercati per quel discorso sul risk sharing che non c'è, del quale vi ho parlato sopra). Questa è una cosa che a noi è sempre stata ben chiara, ed è oggetto di recenti analisi econometriche.

Ma:

[4] Le crisi finanziarie causano disuguaglianza
Ecco: lo snodo cruciale è questo, e ne abbiamo parlato spesso. La logica del "FATE PRESTO"! Crisi previste, anche se verosimilmente non causate (come era senz'altro prevista, ma certamente non causata dalla Merkel la crisi migratoria) vengono sfruttate per portare a termine il disegno di oppressione del lavoro, giustificando in termini politici delle misure nocive per gli interessi economici della maggioranza con la logica dell'emergenza. Pensate alla crisi del 1992, con lo smantellamento degli ultimi brandelli di scala mobile, e poi la riforma del meccanismo di contrattazione. Pensate all'ultimo "FATE PRESTO", quello del 2011, quando in nome di una crisi finanziaria dello Stato del tutto inesistente e smentita dagli stessi organi dell'Unione Europea sono state riformate le pensioni, sono aumentate le imposte, ecc. Tutte misure fortemente regressive (le accise sulla benzina non sono un esempio di equità sociale, per dire, eppure tutti quelli che ululano contro la flat tax le hanno accolte con grande favore, perché ci salvavano da una cosa che non c'era: il default. Ragionare per appartenenza è sempre sbagliato).

Anche su questo, come dire, io credevo di essere stato originale, ma non era così. Che le crisi fossero il meccanismo attraverso il quale il capitale si avvantaggia in modo persistente sul lavoro lo aveva detto Diwan, nel 2001, nel lavoro che vi ho citato sopra. Questa la sintesi:


Ecco, il dato essenziale è questo, quello evidenziato in fondo: nel mondo della terza globalizzazione la battaglia fra capitale e lavoro non è costante, ma concentrata in brevi periodi di lotta, che coincidono con le crisi finanziarie, durante i quali il lavoro sistematicamente perde: sono le "cicatrici distribuzionali" delle quali parla Diwan. Perché durante le crisi il lavoro perda ce lo immaginiamo. Se anche i sindacalisti non fossero quei perfetti (utili) idioti che il Signore ci ha dato in sorte, capite bene che durante la crisi la crescita della disoccupazione li indebolirebbe comunque (la disoccupazione toglie al sindacato potere contrattuale), e poi la logica dell'emergenza giustifica tante cose!

Ripeto: è il FATE PRESTO. Ma le conseguenze del FATE PRESTO non svaniscono presto: al contrario, durano per sempre.

Ovviamente, se la disuguaglianza porta alle crisi, e le crisi portano alla disuguaglianza, capirete bene che siamo in un meccanismo tendenzialmente instabile, dove i due effetti si rinforzano, potenzialmente senza che se ne veda la fine. Capite anche che il risultato di questi effetti è una polarizzazione estrema del reddito, cioè lo svuotamento della classe media, cioè un neofeudalesimo dove l'aristocrazia finanziaria domina sui servi della globalizzazione mediante un efficiente sistema di valvassini "de sinistra" che possono aggredire i diritti economici dei lavoratori, trincerandosi dietro l'appartenenza, che tranquillizzerà le loro vittime (vedi la lettera dalla quale siamo partiti).

Ora, vedete, se le cose stanno così, e purtroppo, se lo ammette anche il Fmi, stanno così, dopo aver tranquillizzato Maurizio (che peraltro, lo ribadisco, è la persona che Fabrizio ha dipinto: corretta, animata da passione civile, aperta al dialogo, ecc.) che un po' di quello che lui sa lo so anch'io, possiamo adesso far notare a Maurizio qualcosa che lui ha perso di vista. Perché se ha ragione (e ha ragione, almeno per quanto la nostra esperienza ci dimostra) Diwan nell'affermare che il conflitto distributivo si concentra in episodi di crisi, allora tutto quello che contribuisce a innescare questi episodi di crisi (cioè, in buona sostanza, i cicli di Frenkel), va nell'interesse del capitale.

Il cambio fisso (e quindi, a fortiori, le unioni monetarie) rientrano in questa categoria.

Non solo Frenkel e Rapetti (2009), ma oggi anche il Fondo Monetario Internazionale per bocca di Ghosh et al. (2014) ci ricordano che tutte le crisi finanziarie dei paesi emergenti sono state precedute da una qualche forma di fissazione del cambio. Inoltre, Bohl et al. (2016) ci chiariscono l'ovvio, cioè che non solo il cambio fisso rende meno facile l'aggiustamento degli squilibri esterni (cosa confermata da Ghosh et al 2014), ma anche che aggrava le conseguenze delle crisi (e quindi, deprimendo crescita e occupazione più a lungo, rende più vulnerabili i lavoratori alle aggressioni del capitale).

Chiaro?

Chiaro a cosa serve l'euro qui da noi?

Serve a fare il lavoro che, com'è noto, è stato auspicato da JP Morgan: liberarsi delle costituzioni antifasciste, che sono un ostacolo sulla via del progresso (quello dei profitti, ovviamente). E non è mica da oggi che lo sappiamo: noi, che siamo un po' sempliciotti, che la facciamo facile, ci siamo però letti Kevin Featherstone (al quale io, se non avessi aperto questo blog, non sarei mai arrivato da solo), che chiarisce per filo e per segno quale sia la political economy della moneta unica e in cosa essa minacci(asse) il modello sociale europeo. Quello delle costituzioni keyesiane, per capirci.

E qui si arriva al punto.

Perché, naturalmente, dire che il problema è globale, che la colpa non è (o non è solo) dell'euro, per i miei colleghi anche di ottima volontà, come Franzini, è un ovvio espediente autoassolutorio: l'equivalente "alto", "colto" (non dimentichiamoci che siamo partiti dalla fottuta spocchia dei miei colleghi intellettuali di sinistra) della versione di Oscar, del "dove andremmo con la nostra liretta" che riecheggia in tanti portierati e in qualche radio. A sinistra: "eh, ma il problema è il grande capitale internazionale, che possiamo fare, l'euro non c'entra...".

Questo fatalismo non fa molto onore a chi lo pratica, se non altro perché non c'è onore nel voler combattere solo le battaglie (che si credono) vinte. In realtà, da quanto precede emerge abbastanza chi è il nemico da combattere, e come combatterlo. Il nostro nemico politico (se viviamo di redditi da lavoro) è la liberalizzazione finanziaria, sui mercati interni e su quelli esteri. Sui mercati interni, il nemico è l'indipendenza della Banca centrale (e questo ormai ci è chiaro). Su quelli esteri, la totale liberalizzazione degli IDE (che poi è sempre asimmetrica: tutti sapete che quando il nostro capitalismo ha voluto comprare all'estero, gli sono state opposte barriere invalicabili, e tutti ormai vedete che invece il nostro paese è in svendita...). Dobbiamo combatterlo in primo luogo difendendo quello che lui ci vuole togliere: la tutela dei nostri diritti incarnata dalla Costituzione del 1948.


Oggi abbiamo un'occasione per farlo: l'occasione è il referendum sulla riforma costituzionale. A voi che, invece di impegnarvi a cambiare voi stessi capendo bene cosa sta succedendo, per poi cambiare il prossimo vostro (cosa impossibile senza aver raggiunto consapevolezza), preferite avere un cazzo di foglietto di carta sul quale tirare un frego per mettervi a posto al coscienza, bene: a voi dico: quel cazzo di foglietto di carta, cari amici qualcosisti, è la scheda del referendum costituzionale, e il frego va tirato sul NO. Sarà un miglioramento paretiano: dopo, voi, vi sentirete più utili, penserete di aver fatto "qualcosa" (perché capire, e far maturare una coscienza di classe negli oppressi del neofeudalesimo, ovviamente, quello non è qualcosa: io faccio solo chiacchiere, come diceva un povera scipita ieri su Twitter). E in effetti avrete anche fatto qualcosa: avrete dato al signor Capitale Internazionale un segno di dissenso dal suo progetto di compressione dei vostri diritti, progetto che ci era stato recapitato, come ricorderete, con lettera riservata personale a firma dei signori Trichet e Draghi.

Vi ricordate?

Questa battaglia politica, per chi vorrà combatterla, sarà durissima, e la vittoria non è assicurata. Non solo: è largamente una battaglia di retroguardia. La battaglia, come ho argomentato svariate volte, la si sarebbe dovuta fare sul jobs act, un provvedimento fallimentare in termini di occupazione (come dissi prima e tutti vedono poi), ma che avrà certamente effetti sulla distribuzione funzionale del reddito (li vedremo fra un annetto o due). Sarà una battaglia durissima perché una sterminata legione di cretini di sinistra ha fatto l'errore tattico cruciale del quale vi parlavo sopra: accettare le categorie analitiche dell'avversario, interpretare la crisi come una crisi di debito pubblico, magari anche nel momento in cui si contestavano le politiche di austerity. Ma la cosa giusta va fatta nel modo giusto. Non puoi dire: "Sì, è una crisi di debito pubblico, però c'è stata troppa austerità". Devi dire: "È una crisi di finanza privata - perché lo dice la Bce - quindi non va fatta alcuna austerità".

Ma i nostri ottimati di sinistra sono dei poveracci, degli incolti, delle persone opportuniste, vigliacche, che hanno consentito al peggiore di loro (Renzi) di regnare incontrastato sulla base di una menzogna: quella che lo Stato fosse il male da risanare. Nessuno contesta che ci siano abusi: ma ci sono stati anche quando crescevamo al 3.5% l'anno. Schiacciandosi sulla retorica liberale, invece di rifiutarsi di considerarla come categoria dialetticva, i politici e gli economisti "de sinistra" rendono facile far passare per un progresso una riforma che riduce da 350 a 100 i senatori (si risparmia!), che abolisce le Province (come chiesto dalla Bce) e il CNEL: finalmente qualcuno riduce i costi della politica!

Ma quanto sono questi costi?

Bò...

E delle altre misure? Del rapporto fra Stato e autonomie? del fatto che con questa riforma si cristallizza una situazione nella quale il governo centrale rimane dominus incontrastato (nonostante la creazione di una fasulla "camera delle autonomie") e può così procedere a mani libere sulla strada delle privatizzazioni (soprattutto di quella della sanità) praticando un doppio scaricabarile, cioè gettando la responsabilità delle sue scelte classiste e a favore della finanza internazionale (quella che ci offrirà tante belle assicurazioni private) dicendo da una parte che "glielo chiede l'Europa", e dall'altra che "le Regioni non sono in grado di assicurare i servizi"? Ne vogliamo parlare, di questo?

Naturalmente, per equilibrio, mi sembra opportuno fornirvi le ragioni particolarmente penetranti esposte dal comitato per il Sì. Dopo di che, sempre per equilibrio, vi segnalo che è sorto anche un comitato per il No: lo hanno costituito alcuni amici di questo blog, a voi noti, fra i quali mi piace ricordare Ugo Boghetta (le cui analisi potete trovare qui, qui, e qui), e Pier Paolo Dal Monte, al quale dobbiamo una icastica disamina della sociopatia liberista (la trovate nel suo blog sul Fatto Quotidiano), oltre a Andrea Magoni e Roberto Buffagni, che tante volte avete letto qui con commenti sempre molto argomentati.

Il comitato si chiama Indipendenza e costituzione, e pone un problema che a noi dovrebbe essere chiaro. Il problema non è fare un plebiscito sul simpatico giostraio di Rignano (quello che vuole a tutti i costi metterla così è lui, forse perché, come già Trippas, sente di aver bisogno di rinsaldare il proprio consenso...). Il problema è approfittare di questa occasione per portare all'attenzione dei nostri concittadini il tema centrale, quello qui che abbiamo imparato ad analizzare grazie ai libri di Giacché e Barra Caracciolo: l'incompatibilità fra Costituzione Italiana e Trattati Europei. Le ragioni di questa incompatibilità evidentemente sfuggono ai promotori di altri comitati per il No, tutti Europa e distintivo (dalla "a" di ANPI alla "z" di Zagrebelski). Questo è uno dei tanti motivi per i quali a me, in particolare, oggi interessa meno che mai "scendere in campo". Perché per vincere bisognerà (bisognerebbe) parlare con persone ed entità che sono oggettivamente state il Male, che hanno creato oggi, difendendo l'euro, i presupposti di quell'austerità che, come sappiamo, era già stata, nella nostra storia, il frutto avvelenato del fascismo, persone che hanno inneggiato ad Efialte Trippas, persone che viaggiano col santino ingiallito di Spinelli sul cruscotto. Insomma: la sentina del dibattito e la fiera del paralogismo: l'Europa che ci salva dalla guerra, la grande moneta per la grande competitività, questa paccottiglia cialtrona e stantia.

Questo, a me, non potete chiederlo. Ma voi, se volete fare qualcosa, dovete dialogare anche con questa roba qui.

Personalmente non mi faccio molte illusioni sul senso strategico di questa battaglia. Come ci siamo detti fin dall'inizio di questo post: abbiamo un problema culturale (quello di chi ha tradito se stesso perché si sentiva migliore degli altri) e un problema politico, quello di un capitalismo assoluto che non conosce freni inibitori perché non conosce, in questa epoca, un modello alternativo. Questi problemi il referendum non ce li risolve. Quando Jacques mi dice: "Sai, in Russia tutti sapevano due cose: che il sistema era fallimentare, e che sarebbe durato per sempre", queste parole suonano consolanti, ma poi, però, riflettendoci, penso che il sistema fallimentare sovietico aveva un'alternativa, militarmente e tecnologicamente ben attrezzata. Dov'è, oggi, l'alternativa al sistema disuguaglianza-debito-crisi-disuguaglianza che vi ho descritto nei miei libri e in questo post? L'unica cosa che possiamo fare è cercare di respingere l'assalto a quei presidi che, in caso di crisi, permettono al capitali di lacerare con cicatrici profonde i diritti del lavoro. Ma possiamo invertire la tendenza?

Su questo ho molti dubbi, ma di una cosa sono certo: diffondere consapevolezza un senso lo ha, sempre. Aiutare il dibattito a uscire dal pantano dello sterile battibecco su Renzi (da lui facilmente derubricabile a una ripicca di rosiconi) per portarci con calma, con pazienza, con tenacia, il tema europeo, è importante. Credo possa contribuire a evitare che venga sottratto troppo terreno al lavoro prima di una ipotetica svolta, che potrebbe essere determinata dalla consapevolezza del capitalismo dominante del fatto che tenere insieme l'Europa nel modo sbagliato non è solo inefficiente (o efficiente, se vuoi dividerla), ma anche molto costoso. Di questo abbiamo parlato più volte, e ogni tanto mi arriva qualche refolo da ovest che induce a una certa speranza. Negli Usa qualcuno sa che il problema esiste. Questo non vuol dire né che voglia risolverlo, né che la soluzione contemplata sia favorevole ai nostri interessi di classe. Ma vuol dire che non dobbiamo arrenderci.

Bene: questo volevo dirvi, nel mio primo maggio. Chi vuole fare qualcosa, ora ha qualcosa da fare: raccogliere firme, organizzare dibattiti, diffondere consapevolezza. Gli servirà a tenersi occupato, e anche, perché no, a capire quanti siamo veramente a pensarla in un certo modo (dato non banale).

Io, per me, ora mi riposo: sto scrivendo e cucinando da questa mattina, e incombe su di me l'incubo di fare i compiti col riottoso Palla.

Un primo maggio cominciato bene, ma finito decisamente male!


(...bè, non è ancora finito: poi ci beviamo tre bottiglie di Amarone con un giornalista e Marco Basilisco, alla faccia vostra...)

lunedì 11 aprile 2016

I cristiani e l'euro

(...io non sono un teologo ma...)

Come sapete, il mio ingresso nel dibattito è stato determinato da un moto di stizza: quello che mi colse nel constatare come la sinistra avesse smarrito totalmente il senso della propria ragion d'essere, che, in una società (per ora) capitalista necessariamente è quello di tutelare il capitale.

No... scusate: il lavoro!

Mi sono confuso, ma mi scuserete: se il PD è un partito di sinistra, l'errore è perdonabile. Ecco: lasciando da parte il Partito di Destra, il Partito Deflattivo, il Partito Demente (insomma: il PD), per me era insostenibile che la sinistra autoproclamantesi "critica" non riuscisse a capire come un sistema che necessariamente prevede come sbocco la deflazione salariale non sia esattamente di sinistra. Il simpatico dibattito dell'epoca lo trovate qui, mentre qui trovate le mie ultime considerazioni sul tema.

La notorietà procuratami dal mio intervento, e dal successivo rifiuto di giurare fedeltà all'eurismo, mi ha trascinato in giro per tutta la penisola (e parte del continente), e ho così avuto modo di constatare un fenomeno sul quale non mi ero mai interrogato: nel mondo cattolico in particolare (e credo in quello cristiano in generale) molti provano un'insofferenza del tutto speculare alla mia.

In fondo, è un fenomeno piuttosto naturale.

Iononsonounteologoma mi sembra vagamente di ricordare che dal Vangelo (ad esempio) non trapeli esattamente un elogio della disuguaglianza, un'apologia della distruzione creatrice schumpeteriana, un incondizionato supporto al potere politico di turno. Sì, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma il legato di Cesare, Pilato, dalla storia non esce molto bene (non più di quanto, poniamo, un Salvati esca dalla vicenda dell'euro). Insomma, iononsonounteologoma mi sono spesso chiesto: come fanno i cristiani a convivere con un sistema che strutturalmente genera disuguaglianza? Con un sistema che per sopravvivere ha bisogno di tenere la gente disoccupata, contravvenendo quindi all'invocazione cardine della loro preghiera fondante: "non indurci in tentazione"? Più in generale, con un sistema che rivendica la propria eternità, prerogativa del Divino, certo non di Mario Draghi!

Veramente basta mettere l'euretto nella scatolina che reca la commovente immagine di un bimbo dalla pelle variamente colorata, il quale sgrana i suoi occhioni e che certamente merita aiuto, per sgravarsi la coscienza dallo spettacolo quotidiano della miseria che ci invade, e che non è una piaga divina (nel qual caso presumo ci toccherebbe accettarla), ma una scelta umana, fatta da pochi a proprio beneficio e a danno dei molti? Ammesso anche che i potenti debba deporli Lui, come possiamo fottercene degli umili, dei nostri prossimi, fino al punto di non porci una domanda che sia una sulle radici della nostra crisi economica?

Come mi è capitato di scrivere in un articolo che dovrebbe uscire fra qualche tempo, nella Caritas in veritate qualcosa si diceva, al punto che un simpatico e brillante amico al quale mi capitò di evidenziarne alcuni passi commentò con un vernacolare, ma sostanzialmente puntuale commento: "Ma questo sta a sinistra der Nutella!" In effetti, se andate a vedere, in un paese nel quale chi vuole rifondare il comunismo scrive libri sul debitopubblico di stretta osservanza gianniniana (da Oscar), per vedere una parola ragionevole di critica della finanza privata siamo costretti a leggere le encicliche di alcuni papi. Non arriverò fino al punto di dire che Giannino ha ragione nel suo autorazzismo viscerale (che poi ha le sue radici in una evidente - e a sua volta del tutto ragionevole - difficoltà di accettare se stesso), ma certo questa situazione denota una rilevante patologia nel dibattito in corso nel nostro paese. D'accordo che in Italia la realtà supera la fantasia, ma che un politico comunista si faccia superare a sinistra da un papa considerato piuttosto conservatore (il Manifesto, l'organo della sinistra lompo che ospitò il dibattito dal quale nasce questa avventura, lo definì, come ricorderete, il pastore tedesco...), bè, un sorpasso simile, dai, non avremmo ragionevolmente potuto aspettarcelo, e nella mia personale prospttiva ritengo non faccia poi così bene al dibattito (non entro nel dettaglio del perché lo penso, ma se me lo chiedete vi rispondo. Hint: io sono un economista, devo credere al valore della divisione del lavoro!).

Io non sono un teologo, ma padre Marco Tommaso Reali O.P. (che ancora non conosco di persona) lo è, e insieme rifletteremo sulla genesi della disuguaglianza in Europa in un bellissimo luogo del silenzio, l'eremo di Montecastello a Tignale (sul Lago di Garda), dal 15 al 21 luglio. Io potrò solo portare all'attenzione degli uditori i fatti, che non credo tutti conoscano (sfuggono anche a molti miei colleghi, in modo del tutto lecito: non siamo tutti specialisti di tutto). Starà agli specialisti delle altre materie, in particolare di quelle divine, trarne le implicazioni, e in particolare chiedersi se sia lecito ignorare le dimensioni della catastrofe sociale ed umana che stiamo vivendo.

Iononsonounteologoma sospetto che ai bei tempi si scomunicasse per molto meno...

(...il silenzio sarà interrotto da un concerto articolato su questo programma...)

venerdì 11 marzo 2016

Made in Cambodia (ou la mort)

Made in Cambodia: questo è scritto nelle Asics che mi sono comprato ieri sera sulla rive gauche di Rouen, al centro commerciale di St Sever. Mi ero fatto "briffare" da A. (Branacademy, se ci sei batti un colpo, che non vedo l'ora...), il quale, provando a differenza di me diffidenza verso Big Pharma, cura la depressione con la corsa, facendosi una quarantina di chilometri a settimana (due volte dieci più una da venti). Quindi, dopo breve dibattito sul trade-off ammortizzazione/stabilità, la valutazione è caduta sulle Asics che però, cosa che non sapevo, calzano poco (e in effetti chi porta il 43 deve comprare il 45).

È sempre utile e piacevole rivolgersi a un tecnico (tranne che in economia, ma questo lo sapete). L'austerità, la ristrettezza, in caso di scarpe, può essere particolarmente dolorosa (e lo avevo provato con un precedente paio di Asics comprato su consiglio del venditore, e non di un amico: insomma, come chiedere a un CEPRiota se l'euro è buono...).

Così oggi, in chiusura di mattinata (che per me comincia abbastanza presto) ho fatto a titolo di prova questo:


(cioè la metà di quello che fa A.) e mi pare che sia andata bene, anche se qualche doloretto sarà inevitabile, visto che l'ultima volta che ho corso ero a Shanghai, su un tapis roulant (parlasi di una ventina di giorni or sono). Però qui c'era il sole e c'erano le grida dei gabbiani, che portano il respiro dell'Oceano (e l'acqua è marrone, non nera come nello Huangpu).

Naturalmente ora si dovrebbe aprire una discussione sul cambogiano che ha fatto la scarpa (e non credo abbia problemi di colesterolo), e su me che devo ad ogni costo frantumare catene di trigliceridi (ma non so fare scarpe, e non mi va di pagarle molto). Convincendomi ad esserle fedele, una splendida commessa mi ha fatto lo sconto del 40%, il che significa che se va bene ho pagato queste scarpe solo dieci volte più di quelle che sono costate al produttore! (sono sicuro che fra voi c'è anche chi sa le cifre esatte. In cambio avrò delle ulteriori lettere d'amore (interessato) da parte di Go Sport (una specie di Cisalfa locale).

Per quaranta euri una promessa a una donna si può anche fare, tanto lei sa che non verrà mantenuta...

È la globalizzazione, bellezza!

E a questo proposito, circa la manifestazione di due giorni fa contro la loi travail gli organizzatori parlano di 400000 partecipanti, la polizia di 240000. Non sono tantissimi, ma non sono nemmeno pochi e quel che è certo è che oltre a quella prevista per il 31, se ne farà un'altra il 17. I telegiornali usano Agnès Bénassy-Queré per cercare di convincere il popolo bue che licenziando si creano posti di lavoro, ma tutto sommato l'informazione non è troppo squilibrata, non raggiunge i livelli da regime, da Minculpop, ai quali ci hanno abituato i nostri giornalisti (che si ostinano a voler essere un pezzo del problema, non capendo che prima o poi arriverà anche per loro la soluzione - e me ne spiace per i pochi che conosco, e che sicuramente pagheranno al posto degli altri, come accade sempre in queste circostanze).

A titolo di esempio, se qualcuno ha letto i Miserabili, troverà familiare questa foto:


...ma chi non li ha letti non si preoccupi.

Oggi è tutto diverso, oggi c'è la Cina... anzi: la Cambodia!

domenica 17 gennaio 2016

Niente di nuovo sul fronte globale



Caro Alberto,

So che sei perfettamente al corrente delle problematiche legate ai cambi, ma ti allego solo un paio di comunicazioni che recentemente riceviamo con sempre maggiore frequenza, alla faccia di quei "poveri ingenui" per i quali: "L'euro è solo una moneta".

Questa è arrivata il 26 agosto dalla Malaysia:  

Hi [corrispondente italiano],
There is something which I would like to discuss with you.
In the past month, Malaysia Ringgit has fallen more than 15% against USD and other major currency including Euro. Therefore, I would like to gain your support to give us more discount on the prices in order to capture the local market.
Hope to hear some good news from you soon, thank you.

Capiamo benissimo il cliente, peccato che i nostri costi di produzione non siano cambiati affatto nell'ultimo mese!

Questa invece è arrivata ieri (fine agosto ndr) dall'Indonesia:

Dear [corrispondente italiano],
We are very sorry for the delayed payment.
We know it is our responsibility to make the payment on time. We are expecting the customer are paying to pay us after the Ramadan holiday, but since of the economic situation in the region, a lot of our customer delaying their payment to us. Now we are pushing very hard to push the payment from our customer.
Regarding the payment schedule please give us more time to arrange the payment to [ditta italiana]. If everything that we plan can go accordingly to what we plan, we can start to pay you by mid-end September 2015.
Also since the economic situation quite unpredictable with the currency wars, Mr. [nome del titolare] think better you wait to around 2-3 months to produce the second forecast order.
We are really hope that [azienda italiana] management can understand our situation.

Anche in questo caso comprendiamo le loro ragioni, peccato che ritardare mesi di produzione verso fine anno, quando hai già la materia prima in casa e rischi di fatturare l'anno venturo, non sia il massimo per un'azienda! Sono solo due esempi, purtroppo non isolati, ma credo rendano l'idea degli effetti globali dei rapporti di cambio (e/o di forza) in essere al momento.  


28 settembre 2015

Caro Alberto,
senza volerti tediare, dal momento che mi dicesti ti interessano le informazioni economiche commerciali dal mondo, ti copio sotto due e-mail ricevute oggi da membri dello staff del nostro uff. Commerciale Estero. 

La prima è dall'Indonesia, a seguire quella di circa un mese fa che già ti inviai. In questa, causa la crisi, assistiamo al patetico tentativo di convincerci che ordini già firmati e confermati (e, per altro, già prodotti) non fossero altro che previsioni.

Ritengo siano due esempi concreti di come la situazione internazionale sia attraversata da fortissime tensioni economiche, probabilmente anche correlate, come hai spesso fatto notare, alle difficoltà europee ed ai rapporti fra queste e l'economia USA.


Per: Azienda Italiana
Da: Purchasing Department
Data: 28/09/2015 11.58AM
Oggetto: Re: Copy of remittance
Hi [corrispondente italiano],
Actually for P.I [identificativi  di fatture] was a forecast only not really an actual order and frankly speaking we haven't released the order for those 2 forecast. In this case our high-level management decided to postpone those 2 order until further notification due to our economic condition right now as I have mentioned to You on my previous email and it's getting worse day by day.
....
Best regards,
[sòla suo malgrado indonesiano]

Ovviamente, per non discutere con un cliente importante e consolidato da tempo, faremo buon viso a cattiva sorte, facendo finta di crederci, e posporremo le consegne fino a loro prossimo cenno.

Questa la loro risposta dopo che, obtorto collo, abbiamo accettato di posticipare le consegne offrendo anche una dilazione nei pagamenti futuri.


Per: [corrispondente italiano]
Da: Purchasing Department
Data: 29/09/2015 05.06AM
Oggetto: Re: Re: Copy of remittance
Dear  [corrispondente italiano],
Thank you very much for your very favorably offer, so we will accept it you offer.
But gotta say honestly we are bit nervous everyday I look at television our rupiah currency down 20 point everyday against US$.
Hopefully Indonesian government will release the 2nd economy packet soon to fight the economic slowdown.
Thank you again for you and [azienda italiana] management team.


Quest’altra e-mail  è dell'Uruguay e riguarda l'ipotesi di viaggio in affiancamento al cliente, il quale ci dice in sostanza che il mercato, anche lì, come nei due più grandi "vicini", si sta arrestando.


Per: <una.chelavora@initalia.it>
Da: Un sòla sudamericano
Data: 28/09/2015 01.30AM
Oggetto: RE: Posible viaje en noviembre

Estimada Sra. Che lavora.
Disculpe la demora en contestar.
Le informo un poco la situación de mi empresa en estos momentos.
Debido a la fuerte recesión de Brasil y Argentina mi país esta siendo victima de sus vecinos comerciales.
En estos momentos atravesamos el comienzo de una crisis en Uruguay, por lo tanto las inversiones están detenidas.
Saludos


  
14 ottobre 2015

Caro Alberto,

sempre per informazione, ti giro ulteriori due e-mail ricevute recentemente dal nostro ufficio Commerciale Estero, che testimoniano come, anche in altri 2 mercati quali Ecuador e Kenya, soffino venti di crisi, indipendenti dal settore, ma strettamente correlati alla situazione globale (ad esempio per l'Ecuador che, come sai, è dollarizzato, ha un problema di bilancia dei pagamenti ed è fortemente dipendente dal prezzo del petrolio).

Stando a quanto percepiamo, le tensioni politiche e valutarie stanno allargandosi ad un numero sempre più consistente di paesi, quindi anche per chi, dall'Italia, esporta fuori dall'area euro, la situazione è molto complessa.     

[uno de passaggio]

Da: [un ecuadoregno]
Per: [una italiana]
Data:                       01/10/2015 15.38
Oggetto:                  SITUACION ECONOMICA DE ECUADOR
Estimada [una italiana],
En relación a lo que hablamos por Skype, te confirmo que la situación  económica en nuestro país ha bajado considerablemente, no hay dinero y el pueblo se abstiene de comprar, te anexo copia del periódico de hoy en el que indica, que el Ecuador se encuentra en recesión técnica, ojalá puedas leer.  Favor informar al Gerente Sr. [zzzz] sobre nuestra situación económica que estamos atravesando.
Las ventas han bajado en general, de todos los productos importados y nacionales.
Atentos, saludos

Da: [un keniota]
Per: [una italiana]
Data: 12/10/2015 11.24
Oggetto: RE: NEXT ENQUIRY?
Dear [italiana],
Hope you are well.
We have been discussing making the next enquiry but our business has significantly dropped over the last few months. In general the economic condition in the market is very poor and liquidity is playing a major role in this as well. Large players have significantly reduced their purchasing and the improvements we were hoping to see this year have actually reversed. The poor market form last year actually has become worse now.
I would request that we hold on new enquiries for the time being. We still have a lot of stock and the new consignment is coming in soon. If the current trend continues, we may be able to comfortable see the next few months through with this stock.
However we are always optimistic for change and hope to see things turn around. Should that happen we will send through our new enquiries immediately.
I hope this is ok.
Thanks and best regards


17 ottobre 2015

Caro Alberto,
stesso filone delle e-mail precedenti. Dopo Indonesia, Ecuador e Kenya, questa viene dalla Malaysia:
QED !:)

Per: [un imprenditore italiano]
Da: "la tigre della Malesia"
Data: 16/10/2015 04.39AM
Oggetto: Re: In: Re: Rif: Order Delay
Dear [imprenditore]
Thanks for your mail, yes everything is fine, is only the economy is very slow not in Malaysia but the whole region as the feed back from all my contact, anyway I guess you must be fine too.
Tizio ask me to get you to consider to provide them a few % discount in his next order, and moreover also the very strong Euro against the Ringgit, anyway since you have plan to be in Kuala Lumpur then we should discuss with him when you’re here.
Best Regards
[La tigre della Malesia]

(nota der cavajere nero: very strong a ottobre 2015, non so se mi spiego…)


18 ottobre 2015
 
Caro Alberto,

come sai l'Ecuador non ha facoltà di stampare la propria valuta in quanto è dollarizzato dal 2000. La sua bilancia dei pagamenti è fortemente dipendente dal valore del prezzo del petrolio che, insieme alle banane, ma con ovvia diversa importanza, rappresenta il suo export principale.

In primavera di quest'anno, per reagire al pesante squilibrio prodottosi causa il prezzo del greggio così basso, hanno introdotto le cosiddette "clausole di salvaguardia":  in pratica l'aumento dei dazi all'import sui beni non di prima necessità. Tali dazi sono passati, per moltissime merci dal 15% al 60% con preavviso di una settimana.

A suo tempo lessi che il presidente Correa dichiarò che la clausola aveva avuto il benestare dell'FMI (in quanto mi sembra di ricordare che si tratti di una palese deroga agli accordi sottoscritti al momento dell'ingresso del Paese nel WTO) e che tali dazi sarebbero stati temporanei per un solo anno.

In soli 6 mesi la situazione si è pesantemente deteriorata e mi risulta che il Presidente (che in questi anni, a detta dei nostri molti contatti in loco, si sarebbe mosso in modo decisamente abile) si trovi sotto un fuoco di fila proveniente sia da destra, con l'accusa di aver varato misure che destabilizzano l'economia, sia da parte dei suoi stessi teorici alleati di sinistra, che gli rimproverano di non fare abbastanza per condurre il paese al socialismo (per alcuni aspetti mi ricordano le accuse che venivano mosse a Salvador Allende).

Sotto ti giro una e-mail di questi giorni da parte del nostro agente.

Un abbraccio

[uno de passaggio]


Per: [una che lavora in Italia]
Da: "uno che lavora in Ecuador"
Data: 16/10/2015 09.32PM
Oggetto: VENTAS EN ECUADOR
Estimados, buenas tardes,
He visitado varios locales comerciales en el centro de la ciudad y todos ellos se quejan que las ventas han bajado un 40% debido al alto costo de los diferentes productos por el incremento de los aranceles (Salvaguardias), también en el campo de la construcción se han restringido considerablemente las ventas, debido a las nuevas regulaciones del gobierno y algunas empresas constructoras de todo tipo de viviendas, han parado sus programas de construcción, igualmente, el gobierno está suspendiendo varios proyectos, de construcción y otros, es muy lamentable lo que está sucediendo en nuestro país.
Atentos saludos,

NOTA (di uno de passaggio):  ad inizio anno in Ecuador è stata pubblicata una nuova legge che, per alcune categorie di merci che il paese non è in grado di produrre, azzera gli extra dazi dovuti alle clausole di salvaguardia. Le altre tipologie  di beni, subiranno invece una progressiva riduzione dei dazi scaglionata mensilmente, da aprile a giugno.

Neanche il tempo di rallegrarci (domandandoci come avrebbe  fatto l’Ecuador, eliminando gli extra dazi, a mantenere in relativo equilibrio la bilancia dei pagamenti, col petrolio a 30 $ il barile) che ci arriva quest’altra comunicazione dal nostro agente in loco:
 

Per: [quelli che lavorano in Italia]
Da: "uno che lavora in Ecuador"
Data: 13/01/2016 08.45PM
Oggetto: NUEVAS SOBRETASAS ARANCELARIAS

Estimados,
 Les comento que es posible que se cambien las nuevas Leyes Arancelarias, el Gobierno está estudiando imponer el 8% o, 10% para las Sobre Tasas Arancelarias, en todos los productos de nuestro Arancel, en lugar de las rebajas que habían informado hace algunos días. 
Los importadores y fabricantes, están protestando sobre esta nueva iniciativa de nuestro Gobierno, les informaré más adelante sobre los resultados.
Cordiales saludos

Questo dal Sud Africa:


11 dicembre 2015

Hi

I just wanted to let you know the forex situation in case you haven't been following it.
Today at 16h00 the cost to buy 1 euro is ZAR17.5339. The cost to buy 1US$ is ZAR15.9738. These are retail spot rates.
On 6 November, when I left my office for my trip to [your company], the rates were ZAR15.3185 and ZAR14.2108 respectively.
I announced a 12% price increase on 1 December to accommodate the ZAR depreciation during 2015 until November, based on the 6 November value date. Now I need another 14.5% increase to accommodate the current rate.
Fortunately all of our competitors are also importers so they are in the same situation. But the 2016 budget should be regarded as nothing more than a guide for purposes of proportion. I will have to make a totally new budget forecast on the basis of a cumulative 26.5% price increase... if the ZAR doesn't get weaker. And the economists are saying that it is probable.
I'll keep you informed when necessary.
Best regards
[un sudafricano]


NOTA (di uno de passaggio): alla data dell’11 dicembre il cambio ZAR/EUR era 15.97 il 15 gennaio il cambio è già arrivato a 18.22. 




(...commento conclusivo: tutto questo bordello, credo lo capiate, solo perché il secondo polo dell'economia mondiale deve contare solo sulla leva monetaria per far ripartire l'economia, e quindi è costretto a indebolire la propria valuta - l'euro - nonostante il sullodato polo sia di fatto il principale esportatore netto al mondo. In altre parole, come vi ho detto decine di volte: siamo entrati nell'euro per non fare le guerrevalutariebbrutte fra di noi, ma per tenerlo in piedi dobbiamo fare una guerravalutariabbrutta a tutto il resto del mondo. Non mi soffermo sul fatto che né i feticisti della linea editoriale, né gli influencer minori, riceveranno mai lettere come queste, per il semplice motivo che se le ricevessero non sarebbero in grado di capirle né professionalmente, né, soprattutto, umanamente. Il mercato funziona. Chi è in trincea, come l'amico "de passaggio" che mi scrive, ha deciso di sostenere me, e non loro. E questo loro lo sanno, e cominciano ad avere una certa caghetta. Motivo per il quale vi esorto a non portarmeli in timeline su Twitter. Non sopporto l'odore della paura...)

E ora le istruzioni per l'uso:

1) se tu che leggi sei un imprenditore, ti ho appena dimostrato che io so cos'è la tua vita. Squinzi non lo sa, quindi io ti rappresento più di lui, e i suoi giornalisti non ti rappresentano per nulla. Da domani decidi se finanziare loro o a/simmetrie.

2) se tu che leggi sei un dipendente, sappi che quando l'imprenditore fallisce, tu vai a spasso. Litigherete su come spartirvi il fatturato quando il fatturato ci sarà. Finché siamo governati da regole che spargono devastazione economica in giro per il mondo, finché siamo in un sistema che ci impone svalutazioni che ci tornano sui denti come un boomerang, credo che le priorità politiche siano altre, ma vedi tu. Lo stesso vale per i commercianti, gli artigiani, i professionisti ecc., ma se non lo capiscono #iostocondarwin.

3) se tu che leggi sei un banchiere, o meglio ancora un bancario, sappi che quando l'imprenditore fallisce i conti della sua banca, che magari è la tua, o magari è controllata dalla tua, o magari controlla la tua, subiscono un lieve ammanco dal lato degli asset (perché fallire significa: non ridare i soldi, nemmeno alla banca). Quindi queste lettere non ti parlano di un imprenditore: ti parlano di te, e se non lo capisci meriti di finire in mezzo a una strada. Vai dai tuoi capetti a spiegargli che è ora di uscire.

4) se tu che leggi sei un imprenditore che pensa di essere così fico che se la caverà sempre, e che quindi deroga al principio di solidarietà di classe, ma anche di carità cristiana (magari mentre lascia decine di migliaia di euro a qualche simpatico convento), sappi che Dio non paga ogni sabato, e quando la banca del banchiere (o bancario) qua sopra salterà per aria, così farai tu, perché da qualche parte li terrai pure i tuoi soldi, no? Non li avrai mica tutti sotto il materasso, o tutti all'estero? E poi, estero dove? Forse non ti è chiaro il senso di queste lettere: è il mondo intero che sta andando in merda a causa dell'irrazionalità delle regole che ci siamo dati. L'Eurozona, come dissi, è il buco nero della domanda mondiale. Quindi è interesse anche tuo che questa pagliacciata di moneta unica finisca il prima possibile, e se non lo capisci vedi sopra: ti meriterai tutto, e se non farai in tempo a godertelo, se lo godranno i tuoi figli e ti ricorderanno nelle loro preghiere.

Sintesi: non ce n'è più per nessuno, cazzo! Lo volete capire?