Da qualche giorno ricevo con piacere l'Anteprima di Giorgio Dell'Arti: una newsletter molto elegante e snella, che dà conto dei principali fatti del giorno. Un prodotto molto più esaustivo di quello che forniamo ai soci di a/simmetrie per illustrare le nostre attività e a commentare i dati economici della settimana (cosa che vorremmo presto poter fare per un pubblico più ampio: ma per questo ci occorrono professionisti...).
Per darvi un'idea, questo l'incipit del primo novembre:
Qualcuno riconoscerà lo stile di Dell'Arti, molto più conciso e incisivo di quello di un malato di ipotassi come me. Giorgio è uno dei pochi giornalisti italiani ad avermi dato spazio, ed è una persona intellettualmente indipendente. Le trascurabili divergenze di opinione che ha avuto con un nostro caro amico me lo rendono particolarmente caro. Il Foglio del lunedì (Il Foglio Rosa), curato da lui, pubblicò a puntate un capitolo del Tramonto dell'euro. Forse non è del tutto una coincidenza se devo a un altro giornalista a voi noto, Marco Palombi, il mio contatto più organico con i media tradizionali, la collaborazione con Il Fatto Quotidiano. Palombi, che è un'altra persona ragionevolmente libera (evidentemente estirparli non è così semplice...), ricorda infatti spesso la figura di Dell'Arti, con cui lavorò agli inizi della sua carriera (cosa che rivendica con un certo orgoglio).
Se volete ricevere anche voi l'anteprima, scrivetegli a gda@vespina.com.
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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domenica 5 novembre 2017
lunedì 12 settembre 2016
#goofy5
La verità.
Scritta su un documento ufficiale della Commissione Europea, il rapporto Employment and Social Development in Europe 2013.
Correva l'anno 2014, e, come potete facilmente immaginare, non ho proprio idea di come il team di economisti coordinati da László Andor fosse giunto a simili conclusioni. Vi prego solo di apprezzare la differenza fra un post-Keynesiano e un neokeynesiano. Quello che il post-Keynesiano Andor affermava, anche se a noi può sembrare banale (e a molti di voi solo con il senno di poi, e solo perché mi avete incontrato), non era una cosa così ovvia da dire nel 2014, in piena campagna elettorale per le europee, rivestendo la posizione che Andor rivestiva (Commissario per l'Occupazione, gli Affari Sociali e l'Integrazione), e partendo dalle premesse ideologiche dalle quali Andor partiva: quelle della sostanziale giustezza del progetto politico cui egli ha convintamente partecipato. Nulla a che vedere con la tardiva resipiscenza del neokeynesiano Joe, che fra l'altro, come previsto, non mi pare stia dando un enorme impulso al dibattito: dal letame può nascere un fiore, ma dalle banalità può nascere solo altra banalità.
Dire l'ovvio in ritardo, sotto l'ombrello di un prestigioso riconoscimento ottenuto per altri meriti intellettuali (see below), senza rivestire alcuna carica politica (esplicita), non è un particolare segno di coraggio intellettuale, a mio avviso. Se posso capire le reticenze dei politici, non posso capire quelle dei miei colleghi, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di dire chiaro e forte, il più tempestivamente possibile, che questa cosa non poteva funzionare. L'ingegnere che aspetta il crollo per dire che i piloni sono di argilla va a processo.
Di ben altra caratura l'integrità e il coraggio intellettuale di Andor, che pur essendo "unionista" (ora come allora), non rifuggiva dal mettere in luce con estrema precisione le criticità del progetto in cui credeva e crede, nel quale era coinvolto, e che tuttora difende.
Forse questo enorme spread intellettuale dipende dal fatto che l'Europa non ha una sola grande isola, l'Inghilterra. Ne ha due, e la seconda, come sa chi ci abita o ha avuto comunque la fortuna di soggiornarci, è l'Ungheria. Un'isola, certo, non in senso geografico, ma culturale: da qui una certa indipendenza di giudizio dei suoi abitanti, che per questo vengono diffamati a man salva dai nostri media conformisti, come abbiamo avuto modo di deplorare in altre occasioni. Forse dipende dalla differenza fra post- e neokeynesiani, laddove i secondi sono, di fatto, economisti ortodossi la cui raison d'être è intrinsecamente disonesta, perché consiste nel giustificare, adottando i metodi del mainstream, la tesi del mainstream secondo cui la Teoria generale di Keynes sarebbe in realtà un caso particolare del modello "vero" del mondo, il modello di equilibrio economico generale: quel caso particolare in cui i prezzi sono rigidi (per una somma di motivi) e quindi purtroppissimo il sistema dei prezzi non può condurci verso un'allocazione delle risorse efficiente e di piena occupazione.
Il mattoncino messo dal partigiano Joe a questo muro di menzogne è quello per il quale è stato debitamente ricompensato (a pari merito):
cioè l'idea che purtroppissimissimo, signora mia, il problema della disoccupazione è che i salari non possono raggiungere il loro livello (basso) di equilibrio, quello al quale tutti sarebbero occupati, e non possono farlo perché ad alcuni imprenditori conviene pagare un po' di più i dipendenti fannulloni per incentivarli a lavorare bene, anziché sostenere costi di monitoraggio per individuarli (sarebbe l'ipotesi del cosiddetto salario di efficienza). "Asymmetric information", nel caso in specie, significa questo: che il dipendente sa se ha intenzione di lavorare sul serio, mentre il datore di lavoro (il master, per dirla con Smith) non conosce le intenzioni del proprio dipendente. Apprezzerete la finezza con la quale si dà per implicito che il dipendente sia un lazzarone: molto gianniniana, non trovate? Con queste premesse, la scelta individualmente razionale di usare un "extra-salario" (extra rispetto al livello di equilibrio economico generale walrasiano) per incentivare i propri lavoratori fa sì che a livello macroeconomico il salario sia troppo alto, il che, per Giannino come per Stiglitz, è la radice del problema. Insomma: per questi due intellettuali, il problema della disoccupazione sarebbe immediatamente risolto se gli uomini potessero leggere nel pensiero.
Peccato che in tal caso avremmo ben altri problemi (a partire da un'ondata di omicidi passionali...).
Ma questo, lo capite, non ha nulla a che vedere con Keynes.
Il ragionamento keynesiano è un altro, ed è quello che Andor ha avuto il coraggio di applicare (e, fra gli altri, Flassbeck vi ha illustrato con chiarezza ammirevole al precedente #goofy): il mercato del lavoro non è come quello delle patate, perché sul mercato del lavoro il prezzo, cioè il salario, è una componente della domanda aggregata, cioè della capacità di spesa complessiva dell'economia, e quindi è illusorio pensare, come Stiglitz o Giannino, che il problema della disoccupazione si risolva facendo scendere il salario (scivolando verso il basso lungo la curva di domanda, per gli alfabetizzati), perché questo scivolone ridurrà inevitablmente il fatturato delle imprese (dato che i dipendenti/clienti non avranno di che spendere), e quindi porterà a maggiore, non minore disoccupazione.
Questo significano le paroline: "the negative demand effects of wage containment precede the positive effects of improved exports performance", che poi sono anche le paroline che ci spiegano perché, pur avendo come paese un sostanzioso surplus di bilancia dei pagamenti, come individui non arriviamo alla fine del mese...
Il coraggio e l'onestà intellettuale di Andor si vedono anche nel fatto che lui, a differenza di altri, ha accolto il mio invito ad aprire i lavori della quinta edizione della conferenza internazionale Euro, mercati, democrazia, che si svolgerà a Montesilvano il 12 e 13 novembre prossimi, pur sapendo perfettamente che la mia opinione sul significato complessivo del progetto unionista diverge totalmente dalla sua. Non vi annoio su come un commissario europeo abbia contezza delle farneticazioni di un oscuro economista di provincia.
Vorrei ora tornare sulle parole dell'amico Claudio Borghi, quelle con le quali aprì, in modo dialetticamente molto efficace, il suo intervento all'ultimo nostro convegno annuale: parole che reputai e reputo appropriate, condizionatamente alla veste in cui Claudio interveniva nel dibattito, che era quella di uomo politico (anche lui, come me, ha una doppia o tripla vita...). Una cosa del tipo "siamo qui a celebrare il nostro fallimento". Ora, io posso anche essere d'accordo sul punto politico, che va però riferito a quali obiettivi uno si sia posto (more on this later). Fatto sta che come comunità e come associazione culturale, posto che sia importante dare un segno di apertura al dialogo (e entro certi limiti lo è), capite bene che poterlo fare con un personaggio della statura di Andor rappresenta comunque un momento di forte crescita, soprattutto se riandiamo col pensiero a certe deludenti esperienze del passato.
Spero quindi che questa notizia vi inorgoglisca, come deve.
Prima di annunciarvi il resto, torno su due punti politici: gli obiettivi, e il dialogo, per chiarire quali sono, a mio avviso, due cose inutili (e quindi dannose).
Circa gli obiettivi, credo che i fatti abbiano dimostrato a sufficienza quanto da sempre ho cercato di portare alla vostra attenzione. L'obiettivo "no euro" è un non obiettivo politico, non solo perché ogni messaggio negativo è intrinsecamente perdente, ma anche per il motivo implicitamente delineato da Claudio, e esplicitamente delineato da me in mille altre occasioni. Un movimento "trasversale" costruito con lo scopo di abbattere l'euro cesserebbe di esistere il giorno dopo l'inevitabile caduta dell'euro. Porsi questo obiettivo condanna alla morte politica (il che, ovviamente, è un problema non per me, ma per chi vuole avere una vita politica), esattamente come non porsi questo problema condanna Renzi a un prepensionamento molto anticipato ai giardinetti di Rignano. Il fatto è che l'obiettivo della mia divulgazione, e quello della mia attività di ricerca, e quello per il quale ho costituito e vi ho chiesto di sostenere a/simmetrie, è lievemente più ampio, e meno sterile. Non si tratta di abbattere un nemico di paglia come l'euro, che l'amico amerikano ha già deciso di togliersi di torno. Si tratta di riflettere su come mediare fra gli interessi delle tante forze sane del paese (dove per "sano" intendo "non completamente asservito al capitalismo estero"), su come proporre soluzioni costruttive per smussare le tante asimmetrie economiche, che non sono solo quelle sulle quali il partigiano Joe ha costruito il suo impero intellettuale, sul quale non tramontano mai le sòle. Si tratta di ripensare profondamente il rapporto fra Stato e Mercato, ma anche quello fra Democrazia e informazione. Si tratta di temi che possono forse sembrare astratti a chi non ci ha seguito nel corso degli anni, ma che voi, la mia comunità (lo dico con orgoglio), riuscite a seguire nelle loro articolazioni concrete.
Sì, anche questa è un'idea profondamente keynesiana: l'idea che "practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct economist".
E vorrei qui spendere una parola anche sul dialogo. Continuo a ritenere sostanzialmente inutile il dialogo fra tolemaici e copernicani nell'A.D. 2016 (come già lo ritenevo quando iniziai la mia battaglia, nell'A.D. 2010). A questo principio sono evidentemente ammesse delle eccezioni, che non sono di natura intellettuale (discutere sul fatto se la Terra sia piatta ascoltando tutte le opinioni per poi decidere con la propria testa è, come sappiamo, roba da insetti: forme di vita che personalmente ammiro, ma alle quali non affiderei il mio futuro politico), ma di natura etica e politica. Detta in termini molto crudi: dialogare con un disonesto che non conta nulla anche no. Farlo con una persona onesta che comunque ha rivestito ruoli di responsabilità, perché no?
Il programma del convegno vi riserva altre sorprese, spero piacevoli. Avremo con noi Kelly Greenhill, l'autrice di Armi di migrazione di massa, o meglio di Weapons of mass migration (visto che, con mio grande stupore, non sono riuscito a trovare tempestivamente un editore italiano per un libro che è già uscito in edizione tedesca e che si venderebbe come il pane, perché lo merita: ma io ora devo risolvere i problemi miei, che sono tanti, e ai problemi degli altri ci pensino un po' loro...). Kelly, che tengo costantemente aggiornata (grazie a voi) sugli sviluppi del simpatico gioco di ruolo fra Recep e Angela, ci parlerà del suo ultimo lavoro.
Il tema principale del convegno, comunque, è quello di come si possa far parte dell'Unione Europea gestendo una propria valuta nazionale. Caratteristica questa che accomuna tante esperienze di successo, a partire da quella della Repubblica Ceca, tutte rappresentate al convegno. Naturalmente la porta è aperta al prof. Reichlin, laddove voglia porre a qualche funzionario di banca centrale le domande francamente sconcertanti che gli ho visto articolare qualche tempo fa su un giornale che non nomino (fondate sull'idea veramente bislacca e drammaticamente sbriciolata dall'evidenza empirica secondo cui "se vuoi avere il diritto di esportare negli altri paesi europei devi anche accettare di entrare in un qualche accordo di cambio, anche se meno rigido di quello attuale"). Magari Mojmir Hampl (un liberista che non si nasconde dietro un dito) potrà spiegargli come fa un paese libero a gestirsi in coerenza col principio di autodeterminazione dei popoli, quel principio che qui da noi gli ex-comunisti e la loro progenie non condividono più nemmeno a chiacchiere...
Non è però questo solo un convegno di apertura, di dialogo.
È anche un convegno di chiusura, di protesta, e voglio rendere esplicita e condividere questa scelta che credo trasparirà dal programma. Abbiamo scelto di non invitare né politici né giornalisti italiani. Al netto del fatto che le generalizzazioni (cui loro ci hanno abituato) espongono al rischio di razzismo (che loro hanno praticato nei nostri confronti), credo di interpretare un sentimento diffuso se dico che i politici e i giornalisti italiani, come professione (o corporazione, o casta) ci hanno profondamente deluso (con le debite eccezioni). La loro subalternità assoluta e totale, la loro radicale incapacità di difendere i nostri interessi ce li rende, più che sgraditi, superflui. D'altra parte, la nostra dimensione è quella internazionale, non quella provinciale dei vari "oni", "ini" e "ino" (ma anche "ina"). E di questo, dopo cinque anni di tentativi, bisognerà pure rassegnarsi a prendere atto. Certo, questo comporta un costo aggiuntivo: il convegno si svolgerà quasi tutto nella lingua del padrone. Ma, come sempre, forniremo traduzione simultanea, e fra voi sarete liberi di parlare in italiano...
Bene.
Ora sta a voi dimostrare se gradite l'iniziativa, e se la sostenete. Siamo sempre di più, nonostante qualche dolorosa perdita, come quella di Felice, che chi ha conosciuto non può dimenticare, e il posto però è sempre quello: non me la sono sentita, in un periodo di deflazione, di imporvi un aumento dei costi.
La pricing policy è piuttosto chiara, quindi, come dire: datevi da fare...
(...nota:contrariamente al solito, questo post contiene una menzogna...)
mercoledì 12 agosto 2015
SME-morati (un utile ripasso)
Dice che da qualche parte qualcuno ha aperto un pollayo. Invece sul Giornale (è un dato) c'è un blog. Questo post di Alessandro Greco è imperdibile: leggetelo e diffondetelo. Stiamo vivendo un film già visto. Qui ne abbiamo parlato in lungo e in largo, ragionando per lo più sui dati e in termini scientifici. Alessandro ripercorre la cronaca della crisi dello SME citando i ritagli dei giornali dell'epoca, tuttora disponibili in rete. Claudio Borghi aveva fatto un lavoro simile nel suo discorso di Torino (al quale Alessandro ha aggiunto altre testimonianze strepitose, facendo anche lui un lavoro diuturno e utilissimo di archivio).
Sintesi: visto che viviamo in un film già visto, fare il giornalista, occuparsi di cronaca, è semplice: basta avere un pochino di pelo sullo stomaco, o non avere qualche sinapsi, e copiare pari pari gli articoli di 23 anni or sono.
Leggere per credere.
E, come sapete, anche gli articoli del "dopo" saranno fotocopie di quelli di 22 anni or sono.
Aspettare per credere.
Grazie, Alessandro!
(...a chi si chieda perché sia Il Giornale e non il manifesto a pubblicare un lavoro del genere, che di fatto va nel senso di tutelare gli interessi delle classi deboli, suggerisco questo grande classico, e il ripasso di questa nozione estremamente pertinente...)
Sintesi: visto che viviamo in un film già visto, fare il giornalista, occuparsi di cronaca, è semplice: basta avere un pochino di pelo sullo stomaco, o non avere qualche sinapsi, e copiare pari pari gli articoli di 23 anni or sono.
Leggere per credere.
E, come sapete, anche gli articoli del "dopo" saranno fotocopie di quelli di 22 anni or sono.
Aspettare per credere.
Grazie, Alessandro!
(...a chi si chieda perché sia Il Giornale e non il manifesto a pubblicare un lavoro del genere, che di fatto va nel senso di tutelare gli interessi delle classi deboli, suggerisco questo grande classico, e il ripasso di questa nozione estremamente pertinente...)
martedì 16 giugno 2015
I collaborazionisti
(...qualche contributo al dibbattito...)
(Oggi sono andato in banca - firma grafometrica - poi in palestra. Ho chiesto un caffè, mi son cambiato, sono entrato in sala pesi, ho guardato il remoergometro... Ma qualcosa non ha convinto lo Junker prussiano - non Jean-Claude - che è in me. Ho girato le spalle, son tornato nello spogliatoio, mi sono ricambiato, e son tornato a casa, dove in effetti ho constatato di avere un po' di febbre. Grande giubilo, perché almeno c'era un cazzo di motivo per il quale mi sentivo come mi sentivo, cioè non normale: avrò un po' di quell'influenza intestinale che circola. Discreto successo dell'approccio più "negoziale": in altri tempi sarei andato a correre un'ora sotto il sole. La flessibilità mi piace nel cambio, ma non riesco ad applicarla a me. Devo però serenamente venire a patti con l'età. Laetamini: se comincerò a fare sconti a me, magari poi ne farò anche a voi...)
Tsipras in Grecia si è deciso a fare qualcosa contro i collaborazionisti. Peccato che il primo sia lui: finché non avrà il coraggio di dire quello che per i greci sarebbe (come per voi è stato) tanto semplice da capire, e che lo stesso ministro delle finanze tedesco beffardo gli ha ripetuto, ovvero che l'euro è l'austerità, il gesto di colpire la stampa "a libro paga" rimarrà sostanzialmente propagandistico, anche se sarebbe ingeneroso sminuirne il valore. Resta il fatto che chi collabora lo fa sostanzialmente per conformismo. Non c'è nemmeno bisogno di pagarla, certa gente. Quindi non so bene a cosa questo gesto potrà portare, se non a manifestare in modo esplicito un fastidio senz'altro motivato per certe velate ingerenze esterne nel processo democratico di un paese (col rischio però di venire accusati di voler ledere la libertà di menzogna, pardon, di stampa). Onestamente, e anche se se lo meritano, non c'è però bisogno di colpire i giornalisti!
Alla fine, se vuoi l'euro e la democrazia il problema non sono gli altri: sei tu.
E questo Tsipras farebbe meglio a capirlo in fretta.
Nella mia professione molti hanno collaborato. Voci dall'estero ha tradotto il post precedente, nel quale vi fornivo un preclaro esempio di terrorismo economico. Chi è stato su Twitter si sarà divertito vedendo defilarsi come gazzelle all'arrivo di un leone i tanti tenori dell'economia libberista ai quali avevo annunciato che avrei posto questa semplice domanda: "Esiste un modello economico il quale preveda che una svalutazione nominale abbia impatto uno a uno sul salario reale, come sostenuto - anche su Twitter - da Galli, Giannino e Boldrin?"
È stato un fuggi fuggi...
Riccardo Puglisi (che comunque è una spanna sopra gli altri, anche come influencer) dopo alcune ore ha onestamente detto che secondo lui questa relazione (ricorderete Tabacci, Giannino, Boldrin) non esiste, o comunque non è uno a uno. E grazie: dopo quella sbaraccata di dati che dicevano il contrario!...
Ma al di là dei dati, che potrebbero risentire di fattori contingenti, io cercavo un modello, visto che i colleghi libberisti se la tirano tanto con le loro formalizzazioni: qualcosa da cui scaturisse la deduzione logica formale che una svalutazione nominale si riflette uno a uno sul salario reale. Ora, il modello non c'è perché non ci può essere, non tornano proprio i conti. Magari un giorno ne parliamo con un po' di "quazzioni" (le quazzioni).
Il punto interessante però è un altro (legato in qualche modo alla precipitosa ritirata dei libberisti su Twitter dopo la richiesta di motivare con un modello la loro asserzione preferita, quella che la svalutazione impoverisce la vedova e l'orfano): la mia professione ha ormai toccato il fondo del disonore, e quindi cominciano le palinodie. La prima era stata quella di Perotti, e abbiamo poi visto quella di Pisani-Ferry, quella di Blanchard (ce ne son state molte altre, fra cui questa), e ieri nientemeno che quella di Spennacchiotto Rose (forse ve lo ricordate, vi spiegai in uno dei primi post come il suo studio farlocco fosse stato asfaltato da Baldwin, mettendo una seria ipoteca sull'idea che un'area valutaria potesse diventare endogenamente "ottima"). Ai "what-have-we-learned-from-the-crisis" boy dedicherò un apposito post per il mercato estero.
Loro sono i principali responsabili morali di quel conflitto che secondo me si prepara e ogni giorno si prospetta più inevitabile, come ho dichiarato in una intervista al settimanale della CISL ripresa nel blog della sua direttrice, nella quale citavo un post particolarmente premonitore che forse ricorderete. Intervista che ha dato fastidio a molti per un motivo che qui credo sia trasparente per tutti (e che è legato al discorso svalutazione/salari): quando il sindacato finalmente capirà che nel mondo dell'euro per lui non c'è posto, una serie di equilibri a sinistra salteranno.
E ci vorrà poco: basterà, ai sindacalisti, interpellarsi su quanto sia plausibile che un executive di Goldman Sachs sia così interessato al bene dei poveri operai... Secondo me poco. Se ci arrivano anche loro, siamo a posto: sarà la fine degli appellisti (i collaborazionisti allo stato viscido).
Insieme ai colleghi collaborazionisti per convenienza o per conformismo intellettuale, i maggiori responsabili del conflitto che comunque ci attende (sperando sempre che non sia armato, ma la Storia è contro di noi) sono gli intellettuali "de sinistra", i servi sciocchi dell'appartenenza ai quali ho dedicato un affettuoso pensiero in un'altra intervista, rilasciata a Radio Padania.
Eh già, servi, perché c'è una novità, che tale non è: io sono un uomo libero, e parlo con chi mi pare. Voi no? Peggio per voi. Se e quando l'Italia starà messa come la Grecia, magari lo Tsipras di turno, per rifarsi una verginità, vi manderà a cercare. Qui piangeremo in pochi.
Secondo me aprirvi al dialogo conviene più a voi che a me.
Ma lungi da me tentare di influenzarvi, soprattutto gratis!
(Oggi sono andato in banca - firma grafometrica - poi in palestra. Ho chiesto un caffè, mi son cambiato, sono entrato in sala pesi, ho guardato il remoergometro... Ma qualcosa non ha convinto lo Junker prussiano - non Jean-Claude - che è in me. Ho girato le spalle, son tornato nello spogliatoio, mi sono ricambiato, e son tornato a casa, dove in effetti ho constatato di avere un po' di febbre. Grande giubilo, perché almeno c'era un cazzo di motivo per il quale mi sentivo come mi sentivo, cioè non normale: avrò un po' di quell'influenza intestinale che circola. Discreto successo dell'approccio più "negoziale": in altri tempi sarei andato a correre un'ora sotto il sole. La flessibilità mi piace nel cambio, ma non riesco ad applicarla a me. Devo però serenamente venire a patti con l'età. Laetamini: se comincerò a fare sconti a me, magari poi ne farò anche a voi...)
Tsipras in Grecia si è deciso a fare qualcosa contro i collaborazionisti. Peccato che il primo sia lui: finché non avrà il coraggio di dire quello che per i greci sarebbe (come per voi è stato) tanto semplice da capire, e che lo stesso ministro delle finanze tedesco beffardo gli ha ripetuto, ovvero che l'euro è l'austerità, il gesto di colpire la stampa "a libro paga" rimarrà sostanzialmente propagandistico, anche se sarebbe ingeneroso sminuirne il valore. Resta il fatto che chi collabora lo fa sostanzialmente per conformismo. Non c'è nemmeno bisogno di pagarla, certa gente. Quindi non so bene a cosa questo gesto potrà portare, se non a manifestare in modo esplicito un fastidio senz'altro motivato per certe velate ingerenze esterne nel processo democratico di un paese (col rischio però di venire accusati di voler ledere la libertà di menzogna, pardon, di stampa). Onestamente, e anche se se lo meritano, non c'è però bisogno di colpire i giornalisti!
Alla fine, se vuoi l'euro e la democrazia il problema non sono gli altri: sei tu.
E questo Tsipras farebbe meglio a capirlo in fretta.
Nella mia professione molti hanno collaborato. Voci dall'estero ha tradotto il post precedente, nel quale vi fornivo un preclaro esempio di terrorismo economico. Chi è stato su Twitter si sarà divertito vedendo defilarsi come gazzelle all'arrivo di un leone i tanti tenori dell'economia libberista ai quali avevo annunciato che avrei posto questa semplice domanda: "Esiste un modello economico il quale preveda che una svalutazione nominale abbia impatto uno a uno sul salario reale, come sostenuto - anche su Twitter - da Galli, Giannino e Boldrin?"
È stato un fuggi fuggi...
Riccardo Puglisi (che comunque è una spanna sopra gli altri, anche come influencer) dopo alcune ore ha onestamente detto che secondo lui questa relazione (ricorderete Tabacci, Giannino, Boldrin) non esiste, o comunque non è uno a uno. E grazie: dopo quella sbaraccata di dati che dicevano il contrario!...
Ma al di là dei dati, che potrebbero risentire di fattori contingenti, io cercavo un modello, visto che i colleghi libberisti se la tirano tanto con le loro formalizzazioni: qualcosa da cui scaturisse la deduzione logica formale che una svalutazione nominale si riflette uno a uno sul salario reale. Ora, il modello non c'è perché non ci può essere, non tornano proprio i conti. Magari un giorno ne parliamo con un po' di "quazzioni" (le quazzioni).
Il punto interessante però è un altro (legato in qualche modo alla precipitosa ritirata dei libberisti su Twitter dopo la richiesta di motivare con un modello la loro asserzione preferita, quella che la svalutazione impoverisce la vedova e l'orfano): la mia professione ha ormai toccato il fondo del disonore, e quindi cominciano le palinodie. La prima era stata quella di Perotti, e abbiamo poi visto quella di Pisani-Ferry, quella di Blanchard (ce ne son state molte altre, fra cui questa), e ieri nientemeno che quella di Spennacchiotto Rose (forse ve lo ricordate, vi spiegai in uno dei primi post come il suo studio farlocco fosse stato asfaltato da Baldwin, mettendo una seria ipoteca sull'idea che un'area valutaria potesse diventare endogenamente "ottima"). Ai "what-have-we-learned-from-the-crisis" boy dedicherò un apposito post per il mercato estero.
Loro sono i principali responsabili morali di quel conflitto che secondo me si prepara e ogni giorno si prospetta più inevitabile, come ho dichiarato in una intervista al settimanale della CISL ripresa nel blog della sua direttrice, nella quale citavo un post particolarmente premonitore che forse ricorderete. Intervista che ha dato fastidio a molti per un motivo che qui credo sia trasparente per tutti (e che è legato al discorso svalutazione/salari): quando il sindacato finalmente capirà che nel mondo dell'euro per lui non c'è posto, una serie di equilibri a sinistra salteranno.
E ci vorrà poco: basterà, ai sindacalisti, interpellarsi su quanto sia plausibile che un executive di Goldman Sachs sia così interessato al bene dei poveri operai... Secondo me poco. Se ci arrivano anche loro, siamo a posto: sarà la fine degli appellisti (i collaborazionisti allo stato viscido).
Insieme ai colleghi collaborazionisti per convenienza o per conformismo intellettuale, i maggiori responsabili del conflitto che comunque ci attende (sperando sempre che non sia armato, ma la Storia è contro di noi) sono gli intellettuali "de sinistra", i servi sciocchi dell'appartenenza ai quali ho dedicato un affettuoso pensiero in un'altra intervista, rilasciata a Radio Padania.
Eh già, servi, perché c'è una novità, che tale non è: io sono un uomo libero, e parlo con chi mi pare. Voi no? Peggio per voi. Se e quando l'Italia starà messa come la Grecia, magari lo Tsipras di turno, per rifarsi una verginità, vi manderà a cercare. Qui piangeremo in pochi.
Secondo me aprirvi al dialogo conviene più a voi che a me.
Ma lungi da me tentare di influenzarvi, soprattutto gratis!
sabato 6 giugno 2015
Non chiamatelo euro (e considerazioni su "Cambiare rotta")
Siete tutti cordialmente invitati. C'è posto, e ci sono personaggi a noi più o meno cari, ma tutti testimoni interessanti della nostra e di altre epoche (potremmo mettere questa circonlocuzione nel nostro dizionario alla voce: complici).
Mi ha molto onorato l'invito dell'autore, che mi è giunto attraverso un nostro amico, Andrea Pancani, persona molto equilibrata, come equilibrato è il testo, che ruota attorno all'argomento del prof. Giuseppe Guarino. Questo argomento lo conoscete, a/simmetrie ha anche organizzato un evento per consentire al professore di esporlo, e un altro è stato organizzato dal Dipartimento di Economia della Gabriele d'Annunzio. Sapete quindi che ho molte riserve in merito, che ho espresso al professore, e che eventualmente troverete riassunte nella recensione del libro di Polimeno (che dovrebbe apparire mercoledì sul Fatto Quotidiano).
Apro e chiudo una parentesi per pregarvi di non ledere i diritti del Fatto Quotidiano ogni volta che io ci pubblico un articolo. Se vogliamo credibilmente articolare la tesi secondo la quale chiudono i giornali che se lo meritano, allora però dobbiamo spendere un euretto e spicci quando incontriamo un giornale che si merita di restare aperto. Il mercato sarà il nostro pastore, e ci condurrà verso un più ampio e autorevole diritto di tribuna, se e solo se noi non cerchiamo di fotterlo. Voglio anche chiarire che a nessuno, nemmeno a me, fa piacere dare un euro e quaranta al giornale diretto da uno che ci ha dato a tutti noi, congiuntamente e singolarmente, delle merde (Marco Travaglio quando perse le staffe a Servizio Pubblico: va anche detto che io sono piuttosto stronzetto, quindi vi pregherei di scusare Travaglio se ha detto quello che pensa: la mia maieutica è irresistibile, chiamatemi ossitocina...).
Io mi sono vendicato con le armi che ho a disposizione, quelle dell'ironia:
(...caso mai non le aveste riconosciute, sono pagina 187 e 188 de L'Italia può farcela, e caso mai non li aveste riconosciuti, io sono io e lui è lui...)
ma, attenzione, non porto rancore a Marco per quello che ci ha detto, perché a me non sfugge un dettaglio che invece temo sfugga a molti: il fatto (quotidiano) che essi non la pensino come noi rende tanto più apprezzabile il fatto (non quotidiano) che essi mi diano, quando ho tempo di esercitarlo, diritto di parola su un giornale che comunque ha una sua riconosciuta autorevolezza. Nulla a che vedere col muro di gomma esercitato dalla trimurti (non li nomino per non sporcare questa pagina).
Quindi, come dire, vi esorterei a maggiore equilibrio (e magari corettezza, co' du' ere, sinnò è erore).
Vedete, questa cosa del non pensarla allo stesso modo, che poi, in un mondo aristotelico implica che uno abbia torto e l'altro ragione, non è così banale.
Ci pensavo ieri, tornando dall'incontro che vi avevo annunciato qui. Ringrazio Alessandro per aver organizzato tutto benissimo, la sala Tosti dell'ex-Aurum era piuttosto affollata, saremo stati una cinquantina, abbastanza per non respirare.
Ora, vedete, il punto è questo: Gianni Melilla, che avevo incontrato in altre occasioni, oltre ad aver voluto l'incontro, ha anche detto delle parole molto belle e da me condivise. Il problema, amici cari, è che con i chiari di luna attuali mi sto sinceramente ponendo il problema se sia il caso o meno di riportarvele! Intendiamoci: lui è un politico che sa il fatto suo, sa quello che dice, sa se può dirlo. Resta il fatto che esiste una probabilità non nulla che in una sinistra dove perfino quelli che ci sono "amici" si rifiutano di pronunciare il nostro nome in pubblico per tema di sporcarsi la bocca, io possa mettere senza volerlo in difficoltà una persona semplicemente perché dico di essere d'accordo con lui.
Non ero invece d'accordo con Valerio Cerretano (e gliel'ho detto, e ci siamo civilmente confrontati) quando ha espresso l'opinione che "ormai è tardi". Gli sò chiesto: "Perché? Per uscire?". Risposta: "No, per parlarne, perché ormai ne parla la Lega".
(...inserite una serie di bestemmie a piacere...)
Ho fatto civilmente osservare che se ne parla la Lega, di una cosa giusta (ovviamente adattando il messaggio alle sue esigenze tattiche e alle esigenze percepite del suo elettorato di riferimento), non è colpa della Lega. Eventualmente è colpa della sinistra, se, dopo aver letto l'articolo nel quale, in risposta a Rossana Rossanda, chiarivo che sarebbe finita così, cioè che l'ignavia della sinistra avrebbe favorito la destra, non ha ritenuto di agire. Qui siamo arrivati al paradosso che i Wu Minkià mi accusano di essere un fautore della Lega perché nel 2011 avevo previsto con toni allarmati e sul Manifesto che sarebbe avanzata!
Ma Dio santo: se io ti dico: "Guarda che non è normale che il mare si sia ritirato di 200 metri improvvisamente: forse è meglio se ci troviamo un posto alto dove rifugiarci", e tu mi rispondi: "Lasciami in pace, c'è il sole", poi quando lo tsunami ti si porta via, io che devo fare?
Sono stato io a provocarlo, lo tsunami?
Questa è la logica della sinistra attuale: i pretini che stanno attenti a non sporcarsi le labbra, i saccenti del DAMS che sparano minchiate abominevoli nelle quali il nesso di causa ed effetto viene distorto a beneficio del loro sapere di sapere, e via così.
Melilla?
Un'oasi nel deserto.
E allora diciamoci tutto, cazzo, volete?
Nel 2012 Lega e Rifondazione (o quello che c'era, la storia ve la potete ripassare su Wikipedia) non è che fossero molto distanti in termini di dimensioni: qualcosa un po' sotto (o sopra) il 5%, in termini di consensi elettorali (ovviamente adesso arriveranno gli espertoni a dire che ecc. ecc., ma il senso rimane questo).
Bene.
Io dove andavo nel 2012?
A Casal Bertone, a parlare con Ferrero, come ricorderete, e come potete ancora, se vi interessa, vedere, grazie al lavoro di Fiorenzo Fraioli. Ero andato forse dalla Lega? Avevo cercato contatti? A me non risulta. Se risulta a voi... A me la strada più naturale sembrava fosse chiedere alla sinistra di preoccuparsi di difendere i lavoratori da un progetto di deflazione salariale antioperaia.
LVCIANVS BARCA DIXIT AD MCMLXXVIII
E quale fu la risposta di Ferrero, oltre all'atteggiamento patronising del tipo "ragazzo, lasciami lavorare, tu forse sai l'economia ma io so la politica?" (e i risultati si sono visti in entrambi i casi...). La risposta fu quella di organizzare un seminario con gli intellettuali d'area, molti dei quali (fra cui Bellofiore) si chiedevano perché Ferrero avesse fatto la scemenza aggravata dalla scortesia di non invitarmi (perché Casal Bertone era stato organizzato da uno di noi), mentre qualcuno (inutile dire chi) fece il discorsetto "eh, ma io sò più bbravo de Bbagnai perché lui non sa che ci sono i fire sales" (un giorno spieghiamo questo discorso a un po' di imprenditori e gli diciamo dove confrontarsi civilmente con chi l'ha fatto), e solo Mimmo Porcaro portò una parola di buon senso.
Chiaro?
Al dialogo venne opposto un ingiustificato ostracismo, questo ricordiamocelo. Non sarebbe poi stata l'ultima volta, con risvolti anche grotteschi (non entro in dettagli).
Ora: io non so quanti di voi abbiano votato obtorto collo Lega per esprimere la propria contrarietà all'euro, quanti di voi abbiano rinunciato ad esprimere la propria contrarietà all'euro pur di non votare Lega (verosimilmente io sarei fra i secondi, come vi ho già detto a suo tempo), ma uscendo ieri da quella sala dove 50 persone erano comunque tutte visibilmente conspevoli delle dinamiche in atto, al punto di chiedere impegni precisi al loro rappresentante, era piuttosto difficile sfuggire alla sensazione che lavorandoci su, con un po' di coraggio, er Nutella avrebbe potuto essere lui, ora, non dico al 20%, ma al 15% sì. Di intellettuali con la testa sulle spalle ne aveva almeno un paio a disposizione, di viscidi disposti ad accodarsi un discreto numero, e avrebbe tranquillamente potuto pascolare nelle verdi praterie della verità. Qua dentro, ne sono sicuro, ci sono molte persone che vorrebbero poter esprimere la propria contrarietà al delirio eurista in una prospettiva di tutela del lavoro e della costituzione, in una prospettiva di sinistra.
Ecco, ricordiamoci di come sono andate esattamente le cose: di chi avrebbe potuto fare la differenza, e non l'ha fatta, privandovi di questa possibilità; di chi ha bussato a tutte le porte, prendendosi il peso degli sputi di quelli della porta accanto; e ricordiamoci soprattutto di tutti quelli che sono morti mentre a sinistra si parlava di fire sales e di quota salari.
Ma forse il verde a Ferrero non piaceva, essendo il colore della Lega, e ha preferito tenersi il colore della menzogna, il color crema di nocciola...
Come vi avrò raccontato, correggendo le bozze del libro er Pennellone mi diceva: "Ma perché citi sempre Ferrero?" E io: "Perché per me è il paradigma della sinistra ignava. Ti ricordi quando ecc." (perché anche lui è uno di noi). E lui: "Sì, ma ora siamo nel 2014: non se lo ricorda più nessuno...". A tanto argomento altro non mi restò da rispondere che prendere il "filone" Word e fare un bel "Sostituisci" Ferrero con Tsipras. Ma noi però non dimentichiamo.
Chiaro?
Bene: a Valerio ho detto quello che penso: non credo sia troppo tardi. Prima o poi la sinistra dovrà far suo questo tema. Magari lo farà dopo la Terza Guerra Mondiale (e in questo caso sarà duro dare la responsabilità al cattivo di turno), ma lo farà. In alternativa, la Lega potrebbe far proprio l'altro tema assente dal dibattito: quello del lavoro e della Costituzione. E allora, certo, sarebbe tutto molto più difficile, perché ai monopoli ideologici e al diritto divino di riservarsi certi argomenti oramai, dati i risultati, non ci crede più nessuno. Fortunatamente (da sinistra) la Lega ha l'handicap di occuparsi molto di ruspe, e di non essere un partito nazionale.
"Le politiche di destra nel lungo periodo avvantaggiano solo la destra", dicevo nel 2011, ed è successo.
Ma nel breve periodo potrebbe essere l'adozione tattica di politiche di sinistra ad avvantaggiare la destra.
Quando succederà, poi, diranno che è colpa mia. E chi lo farà succedere? Tutti quelli che andranno a costituire "er nuovo soggetto de sinistra" su questi presupposti: la gratitudine all'euro, l'autorazzismo, la colpevolizzazione della piccola e media impresa, e via così...
Ma la colpa sarà mia perché li sto mettendo in guardia...
(...facciamo così: io i nomi li so ma non li dico, mica posso rovinarvi sempre le sorprese. E poi, cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno: anche se a Roma non se ne rendono conto, in giro per l'Italia un po' di sinistra c'è. Io continuo a lavorarci...)
(Porcaro viene al goofy4).
giovedì 8 gennaio 2015
From the terror of spread to the spread of terror.
I knew that
the Italian media would not deceive disappoint us, and I was right.
After
having kept us for four years under the terror of the interest rate spread, they
now switch the words, and devote themselves to another task: to spread the
terror. Upon switching the words, the result is the same: “more Europe”. And it
is a despicable lie.
Let us
begin from the terror of spread. On November 10th, 2011, the Sole 24 Ore (I
could define it the Italian equivalent of the Financial Times, but this comparison
would depress me too much...), opened with such an iconic title:
Translation:
“HURRY UP!” These words were addressed to the Italian political class. According to
Roberto Napoletano, the editor, Italian politicians should have surrendered
much faster their mandate in the hands of an unelected technocrat, Mario Monti,
as this sacrifice, and only this sacrifice, would have rescued Italy from the rage of the
markets. Needless to say, I was not exactly of the same opinion. On next November
16th, the day in which the Commission approved the Macroeconomic Imbalances
Procedure, and Monti took office, I decided to open this blog, with a
self-explanatory post: “The
rescue that will not rescue us”. The technical government was bound to fail
(in a sense), because its task was to reassure external creditors, and in order
to accomplish this task quickly, the only possible way was to destroy domestic demand,
in order to stop imports, and to foster exports through
internal devaluation, i.e., through unemployment, at the risk of entering a
deflationary spiral.
Everybody
knows that I was right. Italy is much worse off now, but the external creditors
are not. Therefore, in a sense Monti has not failed. It is just a matter of
standpoint... But it is worth noting that Il Sole 24 Ore was lying. Its argument,
according to which we, the lazy Italians, were under attack because of our huge
public debt, was proved wrong by a vast amount of evidence: the European Commission
would certify, about one year later, that Italian
public debt was the most sustainable within the Eurozone, on a long-term
basis, and that Italy had never had a serious fiscal sustainability problem
even on a short term basis; about two years later, ECB vice-president Constâncio
would endorse the main argument of my post, namely, that what
we were (and still are) experiencing was an external debt crisis,
determined by unwise private lending from Northern creditors to the Southern private
sectors (private, you know, does not mean sovereign...); about three years
later we would learn from Geithner that the
issue at stake were somewhat different from what our media had represented.
For most of this time, Italy has lived under the terror of spread, fostered by
the Italian press, according to which the solution was at your fingertips: the
United States of Europe, that nobody really wanted (certainly not the
creditors, and probably not the debtors), but that were invariably evoked as
the only true solution to all our economic evils. Only by surrendering our
sovereignty (and our democracy) we, the Italians, could have redeemed ourselves from
our original sin: that of having dared to rule ourselves, as dozens of other nations
do, all around the world!
You
probably know that in Italy we use to say that “all roads lead to Rome”. In
Italian newspapers all roads lead to the United States of Europe.
A nice
example today, here:
Translation
for differently Italian readers: according to Napoletano (the same guy of the “hurry
up” lie), in order to protect ourselves from the terror, we should move faster
towards the United States of Europe (“Western countries should answer
with the United States of Europe, namely, having the political strength
of the largest market in the world, it’s high time for Europe to decide to having
a say not only through a single currency, but also through a single
army”).
In fact, as you may have noticed, thanks to its federal structure, the United States of America was able to avert 9/11.
In fact, as you may have noticed, thanks to its federal structure, the United States of America was able to avert 9/11.
Or?
Yes, it did
not (unfortunately, for the many victims, and for all of us). But apparently Napoletano
failed to perceive this little detail!
He is so
keen to exploit a tragedy, he is so anxious to deliver his country to “the markets”
(his instigators), that he fails to notice the oddities of his reasoning. They
all amount to a single question: how can we suppose Europe to be able to manage
weapons (which in principle are designed, built, sold, and bought to kill
people), if it cannot ever manage a currency (which in principle is a
relatively harmless device – although our governments were so wise as to
transform ours in an engine of destruction)? The very reason why we cannot
afford to have a single army is the same why we cannot afford a single
currency: because we do not have, and will never have, a common political will.
Never. Never. Never. Because for a common will to emerge in a democratic way,
we should be able to speak the same language, and we are not (as my English,
for sure, will prove enough).
Without
logos there is no polis. We do not have a common logos, we are not a single polis.
As
simple as that.
Until our
politicians will not be as kind as to acknowledge this self-evident truth, life
will be very hard for us, but never as hard as for Roberto Napoletano’s family.
“Roberto! The
washing machine broke! What should I do?” “Did you try more Europe?”
“Dear, may I
ask your advice? Should I add more salt?” “I’d rather say more Europe”.
“Dad, could
you please help me? I need to translate this sentence: ‘Quos vult perdere
dementat prius’”. “Come on, junior, it’s easy: ‘United States of Europe’!”
A real
nightmare.
But, you
know, there is a difference between us and Roberto’s wife. She chose him, for
some unspecified and uninteresting reason. We did not. This is the journalism we
did not choose, the journalism we do not deserve, the journalism we are all fed
up with, the journalism that is killing our democracy. There are no words to
deprecate the jackal that is so keen to take advantage of a tragedy for putting
forward his insane arguments. What a shameful lack of respect for those
victims, and what an unscrupulous use of spin techniques!
And how are
things going in our countries, you European fellows? Do you also have jackals spreading
terror, in order to ask for more Europe? It must really a bad thing “Europe”,
if you need to spread terror in order to convince people to accept it, don’t
you think so?
I do not
think so. But I am not Roberto, I am Alberto. My Europe is not his. This is
mine: better notes than banknotes.
Unicuique
suum.
(I kindly ask my readers, who are much more proficient in English than I am, to correct me. They are ready for Europe. I am ready only for Vivaldi, but I am studying some Bach right now. In a few centuries - after adding Byrd, Froberger, Rameau, Soler... - I will be ready for Europe, and so will Europe. But now, please help me to put an end to this insanity, and to fight the jackals...)
(I kindly ask my readers, who are much more proficient in English than I am, to correct me. They are ready for Europe. I am ready only for Vivaldi, but I am studying some Bach right now. In a few centuries - after adding Byrd, Froberger, Rameau, Soler... - I will be ready for Europe, and so will Europe. But now, please help me to put an end to this insanity, and to fight the jackals...)
martedì 29 luglio 2014
In memoriam
Ha vinto la Fantasia in do maggiore e io sono all'osteria a commemorare la prematura fine de L'Unità. Daje a ride...
Io più che avvertire che da servi a schiavi è un attimo (ed è per sempre)...
Io più che avvertire che da servi a schiavi è un attimo (ed è per sempre)...
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