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martedì 1 gennaio 2019

Le illusioni (ottiche) perdute

Fine anno, tempo di bilanci.

Quello dello Stato ci ha occupato a lungo. Fedele al mio principio "rigore è quanto arbitro fischia, legge è quando esce in Gazzetta", ora potrò commentarlo con voi. A qualche comma ho lavorato, e magari potrà interessarvi sapere com'è andata, quanto lavoro c'è dietro quelle parole, anche quando non vi soddisfano.

Ma oggi mi preme soprattutto un altro bilancio, più personale, anche se non meno politico: quello della mia attività nel dibattito, svolta soprattutto attraverso questo blog. Tirare una linea, sette anni dopo, non è facile. Cosa mi proponevo con questo blog? Mi sono avvicinato all'obiettivo? Cosa posso fare per avvicinarmi ulteriormente? Lo sforzo c'è stato, credo che lo si veda. Quello che leggete è l'ultimo di 1965 post, che complessivamente hanno ricevuto in sette anni quasi 37 milioni di visualizzazioni.

Il rendimento qual è stato?

Rispondere è arduo, per un motivo che cerco di spiegarvi come posso. Le tante manifestazioni di affetto, di solidarietà, di sostegno che ho ricevuto e ricevo da voi, come pure quelle di segno contrario, le critiche, le manifestazioni di dissenso, di delusione, mi rinviano tutte, per un verso o per un altro, a un dato ineludibile: posto che ognuno di voi è (legittimamente) il centro del suo mondo, di Alberto Bagnai non ce n'è uno, ma ce ne sono tanti quanti siete voi. Detto in sintesi: voi credete di seguire me, ma in realtà seguite, inevitabilmente, voi stessi: quel pezzo di voi stessi che è il vostro "me", il "me" che pensate vi abbia detto le cose che desideravate sentirvi dire. Può darsi che quello che desideravate sentirvi dire abbia coinciso con quello che desideravo dirvi, almeno per un certo periodo di tempo, come può anche darsi che a un certo punto questa felice coincidenza si sia dissolta, magari perché sono cambiato io, o perché siete cambiati voi. Non c'è nulla di male: ognuno di noi fa propri gli autori in cui si imbatte: li legge con le lenti della propria esperienza, li adatta alle esigenze tattiche della propria battaglia quotidiana, se ne serve per ottenere ciò che desidera.

Quante volte mi avrete sentito dire spazientito: "Se mi seguite, seguitemi!", quando mi sembrava che vi foste persi qualche pezzo (dalla definizione di cambio reale a passaggi più banali, organizzativi, come la data del nostro convegno)? Ma mi rendo conto di essere stato qualche volta ingiusto. Ognuno di voi seguiva il "suo" Alberto, e non era colpa sua se questi non coincideva col "mio".

Tanto per farvi un esempio concreto: a giudicare da certe esternazioni recenti nella cloaca di Twitter, mi sembra che quasi nessuno abbia letto le uniche due interviste che ho rilasciato dopo l'estate, quella su Il Mattino, e quella su La Verità. Che dite, volete approfittare delle vacanze per recuperare il tempo perduto? Mi fareste la cortesia, anche se le leggeste allora, di rileggerle oggi, magari cercando, con l'immaginazione o con Google, di ricordare quale fosse la situazione al tempo in cui le interviste vennero rilasciate? E magari vedendo dove siamo arrivati?

E dai, fatemelo questo regalo! Magari, più sotto, vi spiego perché vi chiedo questa cortesia...










































Fatto?































Andiamo avanti?


































Bene!

Tornando al punto in cui ci eravamo interrotti, resta da decidere se il bilancio di questa attività, la valutazione di quanto questa sia riuscita a incidere, vada effettuato sull'Alberto che penso di essere, o sulla moltitudine dei vostri Alberti personali. Il primo compito è difficile, il secondo impossibile, anche per motivi di spazio, e quindi non ci resta che una scelta, la prima. Do quindi per scontato che questo bilancio deluderà tutti voi, appunto perché ognuno è il centro del proprio mondo, lo stratega della propria battaglia, e il detentore della propria verità: rassegnarsi ai mondi, alle battaglie e alle verità altrui non è difficile: è impossibile. Quello che cercherò di dirvi vi sembrerà quindi necessariamente falso (artificioso, strumentale, narcisistico, apologetico, pleonastico, ecc.).

Ma altro da dirvi, io, non ho, e quindi ve lo farete bastare.

Per rispetto del vostro tempo, in questo giorno così significativo dell'anno, vi faccio l'abstract, come si fa nei pèiper, così, esattamente come quando si leggono i pèiper, i più pigri potranno tranquillamente voltare pagina, o saltare alle conclusioni.


Abstract - A me sembra di avervi voluto dire in questi sette e più anni due sole cose: che la democrazia, intesa come rispetto della sovranità popolare che si esprime attraverso il voto, è importante, e, in subordine, che una delle principali insidie nella quale essa oggi incorre è la costante manipolazione esercitata dai media. Qui ci siamo occupati di fake news, e sul serio, ben prima che il tema venisse tirato fuori strumentalmente per criminalizzare il dissenso politico, evidenziando in particolare (ma non solo) il tentativo orwelliano di riscrittura del passato messo in opera per "controllare il futuro" (cioè per condizionare lo vostre scelte) da chi controlla(va) il presente. Nell'abstract di solito i risultati non si mettono, ma per farvi un favore vi sintetizzerò anche quelli: in tutta evidenza, non sono riuscito a farmi capire. Due cose volevo dire, e due cose non sono state capite. In sette anni. Quindi, ho fallito.


(...se a qualcuno interessa, aggiungo anche che ho elaborato il lutto: se non avessi sviluppato questa capacità, non potrei fare il lavoro che faccio...)

Segue svolgimento.

Tutti ricordiamo come ci incontrammo.

Il blog venne aperto sull'onda di un moto di indignazione: la mia, per il rifiuto opposto dalla redazione de lavoce.info alla richiesta di pubblicazione de I salvataggi che non ci salveranno (che così divenne il primo post di questo blog). La tesi dell'articolo era scientificamente fondata: la nostra crisi non dipendeva dal debito pubblico. La fondatezza è dimostrata, fra l'altro, dal fatto che le stesse persone che l'avevano respinta se ne appropriarono nel loro personale 8 settembre, che era il 7 settembre del 2015, proponendo come loro risultato originale un'analisi che non solo non era loro, ma (come poi scopersi) non era originale nemmeno quando, con quattro anni di anticipo su quelli bravi, su iCoNpetenti, l'avevo pubblicata qui. Fu uno di voi, non ricordo chi, a farmi notare che quanto io avevo scritto a novembre 2011 era stato scritto nell'ottobre dello stesso mese sul Bollettino economico della Bce: la crisi che stavamo, e stiamo, vivendo non dipendeva dal debito pubblico, ma da quello privato.

Gli squilibri erano nel settore privato, non nella finanza pubblica allegra...

Oggi rendersene conto è facile. Allora lo era un po' meno. Io ci ero arrivato da solo, e con me altri sparsi per il mondo, ma l'ortodossia negava: poi si piegò, confermando che la mia indignazione non era l'isteria di un autore lunatico indispettito per il sereno responso di un lettore "coNpetente", ma aveva un fondamento, naturalmente di natura politica. I redattori avevano censurato il mio articolo perché in base a un ragionamento scientifico preconizzava il fallimento delle politiche di quello che allora era un loro, e oggi è un mio collega: Mario Monti. Il fallimento poi ci fu, e ancora ne portiamo le cicatrici, che si vedranno nella storia economica del paese per decenni e forse secoli a venire. Di questo fallimento l'articolo spiegava partitamente e inoppugnabilmente le ragioni: curare una crisi di debito privato come se fosse una crisi di debito pubblico (cioè con l'austerità), tagliare la gamba, se non sana, meno malata... e poi stupirsi che il paziente non riesca a correre!

Ma non bisognava disturbare il manovratore, o almeno la redazione non voleva farlo: aveva judo...

Questo, qui, ce lo siamo detti mille volte. Gli aspiranti Pulitzer che grufolano fra queste pagine, mentre incombe su di loro lo scatolone di cartone col quale si troveranno in mezzo a una strada, forse ignorano questa storia, o forse vorranno strumentalizzarla a uso delle loro gazzette che nessuno legge più: facciano! Male che vada, porteranno qui altri lettori, che scopriranno come quello che essi intravedono confusamente nel 2018 fosse stato descritto per filo e per segno nel 2011... dalla BCE!

Questa esperienza, voi, l'avete già fatta: ma ad altri potrebbe tornare utile...

(...cari aspiranti Pulitzer: io vi vedo e vi piango. Quello che viene scritto su questo blog, dove scrivo solo io, ha una sua speciale caratteristica. Quale? Chiedetelo a Macron...)

Tuttavia credo che abbiate dimenticato, almeno a giudicare da come una minoranza rumorosa di voi si comporta, che era stato un ben altro facit indignatio a farmi entrare nel dibattito!

Erano state le agghiaccianti parole di Aristide, sulla scaletta dell'aereo che ci riportava a Parigi da Ouagadougou (per mero caso, la città dove era stato assassinato Sankara!). Quelle parole mi pervasero di un orrore che, tanti anni dopo, non riesco a scrollarmi di dosso: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa." Questo nauseabondo paternalismo non mi sorprese più di tanto: conoscevo abbastanza la sinistra, essendomi riconosciuto antropologicamente in essa per anni, da sapere di quanto feroce disprezzo verso il popolo essa fosse e sia irrimediabilmente intrisa. La cosa sbalorditiva, mi ripeto: agghiacciante, era che esso venisse ostentato, rivendicato, con orgoglio, quasi a ulteriore riprova della superiorità morale e politica di chi lo faceva proprio...

Tenni dentro di me queste parole per un anno, mentre assistevo, passo dopo passo, allo sprofondare della Grecia. Ogni mese, ogni settimana, ogni giorno ci allontanava visibilmente dall'obiettivo in nome del quale qualcuno aveva ritenuto giusto che tanti sacrifici venissero sopportati da tutti gli altri. Poi, come ricorderete, nell'agosto del 2011 scrissi per il Manifesto/Sbilanciamoci un articolo che svegliò molti di voi.

Ammetto che in termini politici quell'articolo non fosse un capolavoro: una parte del paese, per di più quella che ritiene di essere per diritto divino migliore dell'altra (la sinistra) veniva messa di fronte a una sgradevole alternativa: ammettere di essere composta da imbecilli, o da traditori (con ogni possibile combinazione convessa). Il tradimento del lavoro era lì, sotto gli occhi di tutti: quegli stessi sindacalisti che oggi scendono in piazza contro quota 100 e il reddito di cittadinanza erano stati acquiescenti di fronte a decenni di caduta, lenta ma inesorabile, della quota salari, allo smantellamento di tutti i presidi a tutela dei lavoratori... Quanto alla "non particolare brillantezza" (diciamo così) dei miei interlocutori "de sinistra", questa risaltò in tutto il dibattito che ne seguì (qui un punto saliente, e qui un abisso particolarmente significativo, soprattutto col senno di poi, che per me era stato come di consueto il senno di prima...). Ogni successiva occasione di incontro sgretolava il pilastro sul quale aveva poggiato la mia Bildung: l'idea che la sinistra, pur con tutti i suoi umani difetti (fra cui il disprezzo dell'umanità), fosse comunque il luogo in cui albergava la cultura, e la libertà di espressione. L'evidenza, dolorosa, era lì: mi ero accompagnato per anni a degli imbecilli traditori, di cui ero stato correo, perché avevo creduto a quanto mi era stato insegnato: che io ero nato dalla parte giusta, dalla parte di quelli che avevano vinto una guerra che il paese aveva perso, e l'avevano vinta perché erano migliori degli altri.

Tuttavia in politica, come in generale nella vita, bisognerebbe sempre lasciare una via di fuga all'avversario, soprattutto se è un imbecille, e naturalmente a meno che non si abbiano sufficienti divisioni da potersi permettere il lusso di considerarlo un nemico, ed annientarlo. Nel mio caso una evidente sproporzione di forze in effetti c'era, ma era tutta a mio svantaggio! Ero solo. Eppure, indipendentemente dalla mia volontà, la logica del ragionamento economico vie di uscita non ne lasciava. Se anche avessi voluto, l'onestà intellettuale imponeva di dire le cose in quel modo, perché in quel modo stavano. E poi, proprio perché ero solo, non avrei mai pensato che quell'articolo avrebbe avuto tanta risonanza, tanto più perché si rivolgeva alla ristretta cerchia della "sinistra de sinistra". Era un urlo di rabbia: non volevo costruire nulla, perché non pensavo che sarei riuscito a costruire nulla, e soprattutto perché non pensavo che spettasse a me costruire qualcosa. Nonostante non mi sentissi particolarmente rappresentato da nessuno, ritenevo comunque di vivere in una democrazia rappresentativa: la politica non era affar mio, avevo delegato, col voto, e aspettavo che qualcuno aprisse gli occhi...

Non sapevo, allora, quanto la mia attesa sarebbe stata vana. In effetti, ignoravo che quanto mi indignava nell'atteggiamento di Aristide era in realtà il distillato di una lucida e consapevole filosofia politica, quella del cosiddetto federalismo europeo. L'uso deliberato delle crisi, in particolare di quelle economiche, come strumento di "avanzamento del progetto" era stato teorizzato da personaggi quali Albertini o Spinelli, e questo non lo dico io: lo dicono, e ne menano vanto, i federalisti stessi! La costruzione consapevole e deliberata (mi ripeto: deliberata) di una struttura imperfetta, assistita da regole stupide, condotta con la pretestuosa illusione di aggiustarla sulla spinta di una crisi, trascurando il fatto che durante le crisi i rapporti di forza (fra capitale e lavoro, fra potenze e colonie...) necessariamente vivono una situazione di patologico squilibrio, e che le riforme condotte a colpi di crisi altro esito non possono avere che quello di cristallizzare queste patologie. "Un giorno ci sarà una crisi...". L'uso deliberato (mi ripeto: deliberato) della violenza economica, e in particolare del vincolo esterno, come manganello per costringere i popoli ad avanzare in una strada che non si erano scelti: nulla poteva sembrarmi più fascista, e lo dissi.

Quante altre cose non sapevo, che, se le avessi sapute, mi avrebbero vieppiù inorridito! Non conoscevo ancora la dichiarazione di voto di Giorgio Napolitano contro l'entrata nello SME (la trovate a pag. 24992). Sembra scritta da Krugman oggi, in uno dei suoi sprazzi di lucidità, ed invece era verosimilmente stata scritta da Spaventa allora, nel 1978.

Sapevano.

Col tempo acquistai la lancinante certezza che tutti quelli che mi trovavo schierati in difesa di un sistema le cui contraddizioni stavano esplodendo con violenza, avevano denunciato le stesse contraddizioni, con le mie stesse parole (perché erano le parole giuste) ma con maggiore lucidità della mia, oltre trent'anni prima di me.

Sapevano.

Pochi mesi dopo aver lanciato quel grido di rabbia, in agosto, preconizzando la caduta di Berlusconi (oggi mi dicono che nei salotti della Roma che conta la caduta che io credevo di prevedere ad agosto era già data per fatto assodato a luglio: ma allora ero un outsider, non potevo contare su informazioni privilegiate, come potevano allora molti di quelli che oggi frequento, e non potevo ricevere certe visite, come quelle che ricevettero alcuni miei nuovi amici...), pochi mesi dopo, dicevo, partì il blog, in novembre.

La domanda sottesa a tutti gli articoli che si affastellavano, motivati dalle vostre domande, o dall'intervento di qualche pirla di passaggio, come ne abbiamo visti e ne vedremo a decine, era però sempre la solita: come avevamo fatto a cascarci? Perché, in effetti, ci eravamo cascati un po' tutti, o, se non tutti, la maggioranza, che in democrazia è la stessa cosa (more on this later).

La risposta era sotto gli occhi: quotidianamente assistevamo alla distorsione dei fatti economici perpetrata dai media. Prima ancora di leggere con trasporto e con un senso di liberazione libri quali Gli stregoni della notizia o La fabbrica del falso, ragionando per induzione ricostruivamo i meccanismi retorici attraverso i quali verità parziali diventavano mattoni per costruire il falso, per inculcare al lettore un'immagine delle dinamiche economiche unilaterale e moralistica: la raffigurazione di un mondo dove un debito non è mai anche un credito, dove una svalutazione non è mai anche una rivalutazione, dove una esportazione non è mai anche un'importazione. Una medaglia con una sola faccia, priva di coerenza logica, ancor prima che scientifica, ma forse per questo ancor più attraente per gli inesperti. L'esposizione sistematica di questa retorica sarebbe arrivata dopo, con La crisi narrata, di cui qui vi anticipai la prefazione.

Giorno dopo giorno, post dopo post, emergeva che un pezzo importante del colossale fallimento della democrazia nel quale vivevamo era direttamente riconducibile alle dinamiche del sistema dei media, quelle dinamiche sulle quali Gramsci aveva le idee piuttosto chiare: ma Gramsci, per la sinistra cui mi rivolgevo, è ormai un santino, un elemento da venerare per soddisfare una naturale ma sterile pulsione identitaria, guardandosi però bene dal leggerlo (e quante volte ci siamo imbattuti in questo atteggiamento)!

Così, accanto alla riflessione su come si potesse ripristinare un ordine economico che liberasse l'esercizio della democrazia da quel senso di urgenza fasulla (FATE PRESTO!), descritto così bene nelle prime pagine de La costituzione nella palude, dall'oppressione di una perenne crisi, dal peso dei sacrifici da fare quando le cose vanno male perché le cose stanno andando male, e quando le cose vanno bene perché bisogna riparare il tetto quando non piove (cioè perché le cose vanno bene), insomma: dei sacrifici da fare sempre, accanto alla riflessione su quali forze politiche, e, soprattutto, quali nuovi rapporti di forza, avrebbero potuto consentire ai popoli europei di riprendere un percorso di autodeterminazione, di poter realmente progettare un proprio futuro, invece di agire sempre reattivamente a eventi catastrofici amplificati da regole completamente irrazionali, accanto a questa riflessione, nel blog si sviluppava quella su come difendersi dalla costante manipolazione cui siamo sottoposti. Un pezzo importante della crisi, come ci ha insegnato il Pedante, è appunto la sua narrazione: è questa a influire in modo determinante sulle decisioni politiche.

Il governo che sostengo, finalmente, sta cominciando ad affidare al mercato gli aedi del mercato: sine, ut mortui sepeliant mortuos suos. Lo ritengo un provvedimento giusto: pluralismo non è quando molte voci dicono la stessa cosa, ma quando poche voci dicono cose diverse. Lo spazio lasciato libero da chi non riuscirà a sopravvivere in un mercato non drogato da sussidi diretti e indiretti (e su questi ultimi c'è ancora tanto lavoro da fare) verrà occupato da altri: cambieranno i suonatori, e forse, chissà, anche la musica.

Questo per il futuro.

Oggi, però, dopo sette anni passati a vagliare, riscontrandole sulle fonti primarie, le sciocchezze che ci vengono ammannite, spesso anche da voci autorevoli o presunte tali (a partire dalla favolosa "inflazione a due cifre negli anni '90"), mi aspetterei che anche prima che il mercato ci sbarazzi da chi lo proclama igiene del mondo, voi esercitaste un minimo di attenzione critica verso certe notizie, esattamente come da chi segue un blog nato per denunciare un metodo di governo e una filosofia politica intrinsecamente antidemocratica perché paternalistica (quella secondo cui gli aristoi di sinistra sanno ciò che è bene per il popolo, e lo conducono col vincastro del vincolo esterno verso le magnifiche sorti e progressive da essi determinate), mi aspetterei un minimo di sensibilità democratica.

Ma non è così, e non lo è al punto che certe volte veramente io boh...

(...tradotto: mi chiedo veramente cosa ci stiate ancora a fare qui e chi crediate di avere letto...)

Faccio un esempio molto semplice, che riguarda il mio partito. Qualche giorno fa io e i miei colleghi abbiamo appreso con un certo divertimento che "la Lega era scesa al 32%". In quelli che come me se la ricordavano al 4% questi titoli promuovevano una franca ilarità. A pensar male si fa peccato, naturalmente. Eppure, leggendo non tanto i sondaggi, quanto il modo in cui ci vengono ammanniti, è difficile sfuggire a una sensazione: quella che i risultati della Lega vengano esaltati per preoccupare i nostri alleati, e poi magari depressi per preoccupare noi, sempre nel tentativo di spaccare la coalizione, che però (mi dispiace) non si spacca, anche perché Salvini avrà tanti difetti, ma non è Theresa May (per citare un esempio illustre di persona andata alle urne con un sondaggio in tasca: quello sbagliato!).

Il gioco è trasparente: chi potrebbe caderci?

Purtroppo... voi!

Ve lo dimostro con un grafico, questo:

Qui trovate, da sinistra verso destra, il risultato della Lega alle politiche (poco sotto il 18%), quello dei sondaggi attuali (il 32%), quello che occorrerebbe per governare da soli (posto che sia un obiettivo sensato: il 51%), e quello che i tuttosubitisti, nella loro percezione appannata, evidentemente ritengono che noi abbiamo: il 100%.

Io adoro i tuttosubitisti!

Poverini: non è colpa loro se non si rendono conto che la Lega non è "scesa dal 35% al 32%", ma salita dal 4% al 17%. Non esiste nessuna discesa di tre punti: esiste una crescita di tredici punti, che però arriva a un culmine ben inferiore al 32%. Ma loro niente! Duri come il ferro, cadono nell'illusione ottica di chi vuole dipingerci come un partito di maggioranza assoluta, un partito al 51%, che dico, al 100%, al 1000% dei consensi, per poi poter presentare come sconfitte i nostri risultati. Questi, certo, non sono sempre pienamente conformi a quanto magari avremmo desiderato ottenere (siamo in coalizione, e lo stesso vale per i nostri alleati): ma, soprattutto, i nostri risultati non sono quasi mai conformi a quelli che avrebbe auspicato il PD (che, non dimentichiamolo, ancora esercita sui media una determinante egemonia culturale). Non è strano che il PD, pardon: i media, li dipingano come nostre sconfitte: perché sono sconfitte loro!

Insomma: i giornali battono la grancassa, per motivi tanto leciti quanto evidenti, ma i nostri amici tuttosubitisti si bevono la qualunque, a testimonianza del fatto che non hanno letto questo blog, ma un altro, che l'Alberto che hanno seguito non era il mio, ma il loro.

Se avessero letto questo blog, narraFFioni come quella del "momento Tsipras" incuterebbero in loro un certo sospetto, mica per altro: per chi le diffonde! In effetti, i lettori di un blog che dal primo articolo ha smascherato la fallacia delle politiche montiane (ricostruendone le intenzioni redistributive) e per sette anni ha evidenziato le bufale dei giornali, forse non dovrebbero prendere troppo sul serio quanto dice Monti su un giornale (e soprattutto su Il Giornale). In questo, come in tanti altri casi, più che chiedersi che cosa stia dicendo il pensatore di turno, occorrerebbe chiedersi perché lo stia dicendo, e perché ora. Ma il tuttosubitista è deluso: ultimo esemplare di quella lunga teoria di amanti tradite che ha punteggiato col proprio isterico starnazzare le pagine di questo blog, ulcerato dalla perdita delle sue illusioni, il tuttosubitista prorompe in strepiti e improperi: "Hai traditoooh! Volevi solo la poltronaaah! Caporettoooooh!"...

E questo perché?

Perché con il 17% dell'elettorato, di cui si stima che solo un terzo ci abbia scelto per la nostra motivata critica del progetto europeo, quindi, di fatto, con uno 0.3x0.17=0.051=5.1% dell'elettorato, non abbiamo ancora realizzato una cosa che non è nel contratto di governo per i noti motivi!

Povero tuttosubitista! Gli siamo vicini nell'elaborazione del suo lutto, ma non possiamo fare a meno di constatare che le sue illusioni perdute sono, prima di tutto, illusioni ottiche. La Lega, unico partito che avesse messo in programma un serio ripensamento del progetto europeo, ha il 17%, e in Parlamento lavora (bene) con quello, non con il millanta per cento che i giornali e la percezione distorta dei boccaloni che ancora li leggono gli attribuiscono. Diciassette per cento significa un sesto degli elettori, di cui forse il 5% (che significa un ventesimo) ha una qualche consapevolezza delle dinamiche che vi ho descritto fin qui. Notate bene: è un risultato enorme, epocale! In nessun altro paese europeo esiste una minoranza così forte da aver portato in Parlamento tante voci critiche e consapevoli. Ma ai tuttosubitisti questo non basta: invece che l'inizio di una lunga guerra di indipendenza, lo considerano, per motivi strumentali, o semplicemente per mancanza di tempra, una sconfitta definitiva...

Ora, vedete, il dato politico è che stiamo parlando di quattro gatti: i tuttosubitisti sono un sottoinsieme degli zerovirgolisti! Appartengono cioè a quello che il violoncellista neoborbonico, amico degli amici del blog, chiama il PIP: "Partito Italiano Prefissi". Sì, insomma: quella coalizione in cui ricade chi ottiene risultati con uno zero davanti... Quindi, in effetti, visto che la politica si fa coi numeri (e magari anche col cervello) gli scleri di queste persone sono totalmente irrilevanti, se non per chi, come alcuni futuri Pulitzer (ricordatevi la scatola di cartone, amici...), esercita il lavoro pagato (ancora per poco) di grufolare fra queste pagine per redigere simpatici articoli di colore su giornali la cui rilevanza è anch'essa da prefisso telefonico.

Voglio essere più esplicito. Due giorni fa su Twitter ho segnalato un dato che a me sembrava paradossale:


Vi esorto a cliccare qui per seguire la discussione che ne è seguita e capire come siamo messi. Una estenuante maratona di scemenze e luoghi comuni, ma anche una sbalorditiva, disarmante incapacità della stragrande maggioranza di quella esigua minoranza che ha capito qualcosa (o crede di averlo capito) di argomentare nei riguardi di chi non ha ancora capito niente. Esattamente quello che mi aspettavo.

Ora, quello che speravo di avervi trasmesso, in tanti anni, era anche e soprattutto il senso di quanto profonde siano le radici del male, di quale battaglia sia necessario combattere sul piano culturale, prima ancora che politico, per costruire un minimo di coscienza dei processi in atto. Essere riusciti ad arrivare dove siamo è il primo passo per l'affermazione di un minimo di pluralismo nel dibattito. Ma un dibattito vero ancora non c'è stato: ne stiamo appena costruendo le premesse. Il fatto che alcuni di voi, nel loro eguccio più o meno ipertrofico, siano profondamente convinti di qualcosa che nella maggior parte dei casi, peraltro, non hanno nemmeno capito perché non riescono a ripeterla in modo convincente, non fa di essi una maggioranza. Essere convinti delle proprie idee è condizione necessaria di un'azione politica, ma è largamente non sufficiente. In politica non basta che siamo convinti noi: occorre che siano convinti anche gli altri!

Che i fascisti di Casapound, nel nobile intento di salire dallo 0,x% allo 0,y% (con y poco maggiore di x) urlino e strepitino che noi abbiamo traditooooh, che siamo diventati europeisti, e che quindi bisogna votare per loro perché sono puri e duri, io, questo, lo capisco, e lo guardo (dall'alto, perché ora sono in alto) con simpatia e umana solidarietà. Ma, appunto: loro sono fascisti! Da loro, certo, mi aspetto che ragionino come un federalista qualsiasi, come uno dei tanti (Albertini, Prodi, Spinelli, Padoa Schioppa...) che hanno apertamente teorizzato la necessità che la maggioranza sia guidata da una eletta minoranza. Casapound è il degno pendant di quegli intellettuali di princisbecco che oggi ci spiegano come la democrazia, signora mia, sia tanto sopravvalutata: quindi, averli contro non mi preoccupa!

Mi preoccupa di più chi dice di aver aperto gli occhi grazie a questo blog, ma poi viene qui a esprimere la sua frustrazione perché la Lega non ragiona come Aristide!

Ci dispiace, cari "tuttosubitisti non di Casapound" (posto che ve ne siano): non siamo fascisti come Casapound, e non siamo fascisti come la sinistra: per noi la democrazia esiste, e quindi la maggioranza va rispettata, come va rispettato il suffragio universale, nonostante ci veda al 17%, non al 100% (dove ci dipingete voi per i vostri ovvi motivi tattici). Ci dispiace molto anche per il prossimo lutto che dovrete elaborare, il più doloroso: perché tutto questo strepito, frutto di poca intelligenza o di molta furbizia, il cui unico esito dovrebbe essere quello di indebolirci nel momento in cui, in effetti, sarebbe più razionale rafforzarci (visto che qualcosa stiamo facendo, e altro faremo), avrà un diverso risultato: quello di mettervi per l'ennesima volta di fronte alla pochezza dei vostri numeri. Mentre voi sbraitate, spostando al più decimali come un volenteroso carnefice di Bruxelles, nel restante 95% degli italiani, quelli che ancora se ne strabattono del tema Europa, perché non lo capiscono, perché nessuno (tanto meno voi) è stato in grado di presentarglielo, o perché a loro sta bene così, cresce il numero di quelli che sentono parlare Garavaglia o Molinari e si dicono che in fondo noi leghisti non siamo così male, considerando l'alternativa.

Quindi, cari tuttosubitisti, le vostre grida dicono molto di voi, e poco di noi. Purezza e durezza sono due qualità insidiose, soprattutto la seconda! C'è il forte rischio che dalla coscienza si trasferisca al cervello: la cloaca di Twitter pullula di esempi! Io, qui, ho esercitato il massimo sforzo per farvi capire che la democrazia conta, e democrazia significa anche reciprocità. Quelli per cui la democrazia funziona solo quando va come dicono loro, ve lo ricordo, sono i piddini. Noi siamo diversi. Dobbiamo convivere col fatto che la maggioranza degli italiani non ha votato per noi, e continuiamo a portare avanti un'azione politica coerente con il nostro disprezzo verso un progetto che disprezza la democrazia: coerenza quindi vuole che non siamo noi stessi i primi a disprezzarla.

So che vi sembra difficile: alcuni di voi sono tecnicamente fascisti, quindi se non ci arrivano sono giustificati. La democrazia non è affar loro, e va bene così (soprattutto perché non hanno i numeri per cambiare le cose). Altri, semplicemente, non sono molto brillanti. Una di quelle che sbraita di più su Twitter in questi giorni credo di averla conosciuta a un mio incontro pubblico. Mi ricordo che dal pubblico strepitava a ogni intervento del mio interlocutore, mettendomi in seria difficoltà: interrompendo il mio avversario mi faceva perdere il filo, impedendomi di confutarlo, oltre a screditarmi facendomi passare per il guru di una setta di invasati privi delle più elementari nozioni di civiltà e di buona educazione (uno spin che piace alla stampa che piace... solo a se stessa!). Non sono stupito che ora continui a fare sostanzialmente lo stesso lavoro nella piccola bolla di Twitter (che, vorrei ricordarvelo, non è il mondo reale).

Allora: si è fatto tardi, nel frattempo è iniziato l'anno nuovo, e vorrei riassumere: qui il problema da risolvere, a monte, non è se vi piaccia o meno l'Europa, ma se vi piace o meno la democrazia. Se il vostro rifiuto dell'attuale progetto europeo deriva, come il mio, dal vostro amore per la democrazia, allora cercate di essere coerenti con voi stessi, e invece di interrogarvi su come realizzare contro la volontà della maggioranza progetti politici più o meno fondati, o sul perché avendo il 17% dell'elettorato non abbiamo realizzato una cosa che non è nel contratto di governo (risposta: perché non è nel contratto di governo e perché non siamo al 51%), cercate di sostenerci nel nostro sforzo di incidere sul dibattito culturale e politico, cosa che con il nostro 17% stiamo facendo con qualche risultato.

Altrimenti vorrà dire che non sono riuscito a farvi capire niente, ma va bene così: tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile.

Neanche voi, nonostante siate non il 17%, ma addirittura il 100%... di voi stessi!

Buon anno!


(...a proposito: come vi sembrano, ora, le interviste di settembre?...)

(...sono troppo stanco per rileggere: rileggete voi. Anzi: rileggeste voi...)

venerdì 23 settembre 2016

Sono un liberale?

(...qui l'originale. Segue traduzione...)

L'idea che per non farci mandare la troika usciamo dall'Eurozona e facciamo l'Italia federale, così poi mandiamo la troika in Calabria se questa non rispetta il pareggio di bilancio pubblico, può essere estremamente attraente per i gonzi, può costituire una sintesi politica di un discreto valore tattico per mettere temporaneamente a tacere i riottosi camuni o gli industriosi insubri, ma non sposta minimamente i termini del problema, che sono questi: oggi, solo un rigoroso keynesismo, come quello iscritto nella nostra carta costituzionale del 1948, può garantire la nostra libertà, e la vera libertà, prima ancora che quella di espressione (per la quale vedete cosa sta succedendo su Twitter, lo strumento delle varie primavere arabe e rivoluzioni colorate...), è quella dal bisogno, come imparai da Lello, ex macchinista comunista che conobbi, quando avevo l'età di mio figlio, al Dopolavoro Ferroviario di ponte Margherita, lì dove conobbi anche Spartaco, Giuliano, persone alle quali fu possibile morire con dignità, perché avevano acquistato, lottando, il diritto di vivere con dignità.

venerdì 1 gennaio 2016

Le responsabilità della Germania, e quelle degli Stati Uniti



Nei finti stati federali di derivazione anglosassone (Stati Uniti d’America, Canada, Australia…) ultimamente si porta molto l’idea secondo cui la Germania dovrebbe finalmente prendersi le sue responsabilità di leader regionale, e laddove non lo faccia, sarebbe sua la colpa del fallimento del progetto europeo.

Una variante del tema “Germania cattiva” caro alle nostre élite, le stesse per le quali fino a ieri la Germania era un esempio.

Volete esempi di questo atteggiamento?

Qui trovate un illustre esempio a stelle e strisce, e qui un meno illustre, ma ugualmente interessante, esempio a stelle e Union Jack. Notate che quando parlano di uccisione del progetto europeo (come Kruggy) o di proposte antieuropee (come Billy) i simpatici anglosassoni partono, nemmeno troppo implicitamente, dall’ipotesi che questo progetto sia valido, che ostacolarlo sia un errore. Un’ipotesi che alcuni di loro (in particolare Kruggy) in altri tempi hanno dimostrato essere falsa, ma attenzione: qui non è nemmeno un caso di rivolgimento di gabbana come quelli che stanno costellando le nostre cronache (le alate parole postume di Sforza Fogliani contro l’Europa, con annesso elogio di Padoa Schioppa, le avete lette? Un altro di quelli che finché toccava a noi stava zitto…). No, gli illustri colleghi non sono voltagabbana: è proprio che non ci arrivano. Non riescono a capire che i 28 Stati dell’Unione Europea non potranno mai federarsi come i 7 “stati” australiani o i 50 “stati” che compongono gli USA. La differenza fra uno Stato europeo e uno “stato” di una pseudo-federazione anglosassone è molto semplice, e la detta una forza alla quale né io né voi né nessun altro può opporsi: quella della storia. Gli Stati europei sono caratterizzati da identità nazionali più o meno forti, costruite, fra l’altro, aggregando con metodi che sappiamo una serie di identità territoriali (e in qualche modo esse stesse nazionali) subordinate. Gli “stati” come il Wisconsin o Queensland sono (macro)regioni di uno stato nazionale dalla forte identità fortemente condivisa (lingua inglese, common law, ecc.), costruita in tempi recenti facendo tabula rasa di tutto quanto si trovasse sul territorio di insediamento. Cosa ciò comporti in termini di integrazione fiscale (e quindi di sostenibilità di una moneta unica) per gli Stati Uniti dovremmo saperlo perché ce l’hanno spiegato Bayoumi e Eichengreen (1992). In Australia le cose vanno così: alcuni australiani (ovviamente non quelli che ci guadagnano) non sembrano entusiasti né del loro federalismo orizzontale, né di quello verticale, ma resta il fatto che per un abitante del Queensland un abitante della Tasmania è meno straniero di quanto lo sia un portoghese per un lettone.

Ci siamo?

Ecco.

Questo i simpatici anglosassoni proprio non lo capiscono, e quindi proprio non si rendono conto del perché la Germania non voglia cooperare. La limitata capacità di comprensione sfocia sempre nel moralismo, e quindi eccoli lì, i nostri simpatici abitanti degli Stati Uniti d’America o del Commonwealth degli Stati Australiani, col ditino puntato verso la Germania (ah, i ditini!...).

Ma, scusate, se proprio di responsabilità dobbiamo parlare, allora facciamolo fino in fondo.

Perché se si chiede alla Germania, come leader politico regionale, nonché gestore tramite l’UE delle regole di governance europee, di prendersi le sue responsabilità favorendo l’evoluzione delle regole fiscali europee nel senso di una maggiore integrazione (e quindi solidarietà), corrispondente a quanto razionalmente occorre per la sopravvivenza di una unione monetaria, allora si dovrebbe anche chiedere agli Stati Uniti, come leader politico mondiale, nonché gestore tramite il FMI del sistema monetario internazionale, di prendersi le loro responsabilità, favorendo l’evoluzione del sistema monetario mondiale verso un assetto più razionale. E la razionalità del sistema monetario internazionale punta in una direzione indicata dalla storia e dalla logica economica: quella di una maggiore flessibilità (incidentalmente noto, non me ne vogliano gli idealisti a pancia piena, e nemmeno quelli a pancia vuota, che sarebbe strano che storia e logica economica fossero ortogonali).

Insomma: questa merda di sistema l’hanno voluta gli Stati Uniti, ce lo siamo detto e ridetto. Bene: ora che non funziona, ed è evidente che non funziona, dovrebbero essere loro a prendersi la responsabilità di smontarlo, invece di giocare a scaricabarile con la Germania, le cui responsabilità sono evidenti, ma che è comunque uscita dalla Seconda guerra mondiale come paese sconfitto, e fino al 1999 si è mantenuta sostanzialmente subalterna (come a sconfitto si conviene).

Ma questa riflessione nessuno la fa mai, e nessuno pone mai questa domanda.

Nessuno?

Non è esatto. Come abbiamo visto (e lo avremmo comunque intuito anche senza che ce lo dicessero), quando si trattò di salvare la Grecia, stanziando 110 miliardi di euro (perché la situazione era stata lasciata incancrenirsi a sufficienza), al FMI volarono stracci fra gli USA, che volevano tenere i cocci dell’Eurozona insieme per motivi geopolitici,  da una parte, e Brasile e India dall’altra. A indiani e brasiliani della geopolitica del Mediterraneo non gliene importa una beata fava: è il laghetto dove gli USA si trastullano con le loro naumachie, mentre 110 miliardi, inutile negarlo, son bei soldi! Sai quanti Risiko ci compri? Al prezzo attuale, circa tre miliardi: uno ogni due abitanti del pianeta. Hai voglia a gioca’!

Peraltro, un appello alla responsabilità degli Stati Uniti come gestori del “non sistema” monetario internazionale lo aveva emesso anche uno de passaggio, il governatore della PBOC, quando nel 2009 chiese agli Stati Uniti di convocare una nuova Bretton Woods.

Bene: se le cose vanno male qui in Italia, e se veramente dovrà arrivare la troika, il buco da tappare sarà più grande che in Grecia, ci siamo? Ecco: allora immaginatevi un po’ voi come si metterà fra gli Stati Uniti e i BRIC, soprattutto considerando un fatto ormai conclamato: il fatto che questi salvataggi non salvano nessuno, cioè il fatto che i finanziamenti erogati sono a fondo perduto (o meglio: trovato nelle tasche tedesche…). A un brasiliano quanto glie ne può fottere di mettere i soldi per salvare le banche tedesche affinché l’Italia resti monetariamente saldata alla Germania evitando di mettere in discussione la coesione geopolitica europea? Credo non moltissimo. Senza contare il fatto che i maggiori economisti anglosassoni hanno chiaramente detto quanto vediamo: ovvero che l’aggancio monetario avrebbe compromesso la coesione politica (e le loro teorie oggi sono state riportate all’attenzione dei decisori politici).

Certo, può durare ancora molto. Ne parlavo prima con Martinetus, esternandogli questa analisi che volevo condividere con voi. Ma non per sempre. Non è solo Germania contro PIGS. È, anche se si vede di meno, USA contro BRIC. Se volete dirmi che la razionalità nelle scelte umane non sempre prevale ecc. sono d’accordo. Ma voi sarete d’accordo con me che dal punto di vista degli Stati Uniti, nel bene e nel male, sarebbe molto più razionale cercare di smantellare in modo ordinato l’euro.

Un argomento che, fra l’altro, sviluppa Stefan Kawalec in questo working paper. Voi lasciate stare che noi non vogliamo il TTIP (Stefan sì, è liberista). L’argomento di Stefan però è che euro e TTIP sono in contraddizione. Se l’argomento fosse fondato (potete valutarlo) si aprirebbe una linea di faglia che potrebbe modificare il panorama. Non necessariamente in meglio (Quarantotto ci ammonisce). Ma modificarlo.

Forse, anziché rivolgersi alla Germania con un accorato “Franti, tu uccidi l’Europa!”, il Direttore USA farebbe meglio ad applicare a se stesso l’aurea massima “ubi commoda ibi et incommoda”, e a metter mano, nel suo interesse, alla rimozione di questo spiacevole errore di percorso nel cammino della Storia, un errore che solo la naïveté di chi proveniva da un paese senza storia poteva essere indotto a compiere.

Ah, e naturalmente: più Australia! (per tutti).


(...e se c'è ancora un KPO in questo blog...)

venerdì 6 novembre 2015

Federalismi

Come sapete, sono qui. A differenza di quanto mi accade di solito ai convegni, dove, se non sono l'organizzatore, vengo invaso dal demone della cecagna, questa volta sono arrivato sveglio alla fine. Credo dipenda dal fatto che i giuristi (e gli scienziati politici), a differenza degli economisti, parlano di cose, anziché di parole. Il dibattito verte sui diversi modelli "federali" adottati in giro per il mondo: dal Belgio al Brasile, dall'India all'Italia. Quali soluzioni sono state adottate per definire e far funzionare i diversi livelli di governo (quello centrale, quello locale)? Quali norme regolano i rapporti fra i livelli inferiori di governo? Ad esempio: quanti livelli di governo locale ci sono? E hanno rilevanza solo amministrativa, o anche politica (con organi eletti, ecc.)? Quali relazioni ci sono fra la politica nazionale e quella locale? E via dicendo.

Quindi non il solito pappone autoreferenziale che Paul Romer ha opportunamente battezzato "mathiness", ma questioni rilevanti, concrete. Poi magari vi dico anche cosa ho detto io, sia nella mia relazione, che al bistrot (un bistrot che a voi è noto).

Ora i lavori stanno per ricominciare e quindi ho tempo per condividere con voi un'unica riflessione.

I problemi che sottostanno ai diversi modelli di federalismo "intrastatuale" sono gli stessi ovunque nel tempo e nello spazio. Si va dal problema (di ordine geografico) posto dal fatto che le "frontiere" interne evolvono, mentre gli ordinamenti in genere tendono a considerarle come un dato immutabile, al problema (di ordine politico) di conciliare le aspirazioni all'autonomia con la necessità di un coordinamento efficiente. Così vediamo che in Portogallo, in mancanza del livello "provinciale", i comuni hanno tentato (fallendo) di coordinarsi per offrire in modo più efficiente servizi di area vasta, che in Germania il governo centrale ha tentato (riuscendo) di comprimere i poteri del Bundesrat, cioè della loro "camera delle autonomie", che in Ungheria la regionalizzazione ha sostanzialmente abortito come in Portogallo, che in Svezia, come in Italia, il ritaglio amministrativo è estremamente irrazionale, con comuni che talora sono più vasti di province (da noi Roma, che ora è città metropolitana, e i risultati si vedono!), che in Finlandia le regioni sono state messe su in fretta e furia per spartirsi i fondi europei (distribuiti a livello regionale), mentre i Lapponi, popolo con un'identità ben precisa, non è riuscito a farsi riconoscere un proprio territorio, pur avendo un proprio parlamento, che però ha sede in Norvegia (preclaro esempio di regionalizzazione senza regionalismo), e via dicendo.

Tutte cose che abbiamo fatto o stiamo per fare anche noi.

La domanda allora sorge spontanea, e la porrò oggi.

Visto che ogni stato nazionale europeo ha scelto strade proprie, estremamente diversificate, per gestire la "propria" dimensione federale (in pratica, il proprio modello di "regionalizzazione"), siamo proprio sicuri che sia fattibile e auspicabile "federarli" in base a un modello comune? Credo che, come al solito, prevarrebbe il modello del più forte, cioè quello tedesco, un modello che fra l'altro, come vi ho ricordato, sta attualmente tendendo verso un neocentralismo molto simile al "neocentralismo praticato" in atto in Italia, dove la riforma del Titolo V nei fatti è stata sostanzialmente ignorata, e le riforme di province e Senato in corso d'opera non lasciano molti dubbi circa le tendenze in atto (giustificate, ovviamente, dalla necessità di tagliare la spesa pubblica ricentralizzando - ignorando il fatto, che ieri ho ricordato, che la nostra non è una crisi di debito pubblico).

Una federazione fra stati che non sanno nemmeno come federare se stessi non può che risolversi in un impero: l'impero della banalità del male.

E così sia.



(...e infatti la prima relazione esordisce dicendo che l'Europa delle regioni è un'utopia...)


lunedì 5 gennaio 2015

"Systemic importance", "radical parties", and democracy in the Eurozone

(la versione italiana è qui...)



In a previous post of this blog I published an email by Angelantonio Castelli, a physicist who happens to belong to my small virtual class (first blog in economics in Italy). He was so kind as to draw our attention on the meaning the words “systemic importance” have for the German government. Quite obviously, and fully legitimately, for the German government “systemic importance” means “risk for German owned banks”. Angelantonio’s graph showed that the exposure of German (and French) banks to Greece fell quickly over the last two years (not such a big discovery, of course, but something the Italian media will never show to their audience), which means that now Greece can leave, if it dares.

I produce here some further graphs, answering the following questions: what about Italy? And what countries are of “systemic importance” to Germany now? The data are well known. I will then draw a simple political conclusion, that will prove right. If it ever proves wrong, you know where I live: here!

Firstly, this is the exposure to Greece of Germany, France, and the Netherlands (I left aside Switzerland, which is important and interesting, but outside the Eurozone – and proud of it):


Netherlands pattern is about the same, on a smaller scale (but mind the many statistical breaks in the series: detailed information available on the BIS website).

Next, this is the exposure of Germany, France, and the Netherlands, to Italy:


Once again, we have a similar pattern: a very apparent trend reversal in bank lending since the onset of the crisis (mind the break in the Netherlands’ series!). However, in our (Italian) case, international lending stabilizes after the “whatever it takes” bluff at the mid-2012 (yes, it is a bluff, and you know it, and even Mario knows: let us see what happen in 2015, not just tomorrow!).

Then, I show you the consolidated lending by Germany, France and Netherlands to Greece and Italy, just for you to know that there is a small difference in size:


(I know you suspected that Italy was larger than Greece, and you are not too surprised, but believe me: many people ignore such simple details, and it is really worth providing them, if we wish democracy to work as it should, not as technocrats want – more on democracy below).

Finally, this is how the exposure of Germany towards its main partners evolved over time:


And, once again, no big surprise: Spain was the bigger problem, and this is the reason why it was (and still is) allowed to repeatedly break the European budget rules. Everybody knows that in a balance sheet recession public indebtedness is needed to favor private sector deleveraging (have a look at Boltho and Carlin’s paper, if you can). Basically, the German rule of the Eurozone was so kind as to allow the Spaniards to transform non-performing loans of German banks (private debt of Spanish firms and households towards Germany) into Spanish public debt (I suppose you remember that Spanish public debt was virtually zero before the crisis, don’t you?).

By the way, this is a clear illustration of the purposes of the “anti-austerity/pro-euro” frame adopted by the “left” all around in the Eurozone. You know, those silly guys who keep “threatening” Germany, asking it to relieve “its” absurd austerity rules? I call them “the appealian”, because they are so keen to write (and underwrite) utterly wise and spectacularly ill-timed “appeals” that nobody will read. If there was a political will to cooperate in the Eurozone, we would not be in such a crisis. Full stop. So, what is the point to write “appeals”, once it is so clear that nobody is willing to ever look at them? They are at best of no “systemic importance”, and at worst of some help to Germany, that in the present situation is already managing its “austerity” in a very flexible way (as the Spanish case demonstrate).

Finally, a few words about Hans Werner Tsipras.

Do you remember when the European “progressive”, open-minded people, in Europe and elsewhere, were so happy because they felt that Hollande was about to change the economic landscape of the Eurozone? Well, it turns out that they missed a little detail. Now they are missing a big one.

If you think that our worst problem is Eurozone economic predicament, you are grossly mistaken. Our first problem is democracy, for the reasons so neatly expressed by Axel Leijonhufvud five years ago. The Eurozone is the apex of the vincolo esterno (external constraint) political philosophy, well described by Kevin Featherstone. Central bank independence is the mean to a well-defined and openly declared end: subtract the governance of sovereign states to elected politicians in order to empower a non-elected transnational technocratic elite (please, have a look at Featherstone’s paper before starting your populist rants about the European dream). The euro embodies central bank independence through article 123 of the Treaty on the Functioning of the European Union. It then follows that every people defending the euro nowadays, be it directly, like Mr. Draghi, or indirectly, like the "appealians" or Hans Werner Tsipras, is actually defending this political philosphy. Unfortunately, it turns out that this philosophy was (and still is) grounded on two very unsound bases: the naive confidence in the existence of a “purely technical” economic optimum, and the Machiavellian and paternalistic view that the “good shepherds” could lie to the sheep in order to push them in the right direction.

On the first point, I allow myself to point out to your attention that optimal inflation is not like optimal room temperature, which is well known to lie in a small range between 20 and 23 °C (68 and 73 °F), and which can be regulated by a technical device; there is no widely agreed-upon definition of an optimal inflation rate, the Sheridan’s approach of the ECB (the only good inflation is dead inflation) has pushed us beyond the verge of a complete disaster, and since inflation affects wealth and income distribution (as Leijonhufvud reminds us), you cannot have it regulated by the “thermostat” of a technocratic central bank: you need politicians, and a central bank obeying to them. Well, sorry, I was wrong. Not “you need”. You should, if you believe in democracy, which is something nobody can force you to do.

On the second point, it is well known that the disastrous consequences of “putting the cart before the horses” (in Dominick Salvatore’s words), i.e., of proceeding to monetary union before political union, were well-known not only to the profession, but also to the political elites. There is a huge literature in the political science field showing that the “federalist” approach to “Europeanisation” was based on the firm belief that proceeding the wrong way would cause crises, but those crises would have a positive outcome, because they would push the sheep (i.e., you) towards the right end: the United States of Europe, supposed to be the end of nationalism (much in the same way the United States is, or...). Italian readers may find it useful to have a look at Roberto Castaldi’s paper, “Single currency and political union”. Castaldi, a distinguished researcher in a reputed Italian university, explain us that:

Ma il fallimento del Congresso del Popolo Europeo mostrava che da sola tale crisi storica non permetteva di mobilitare i cittadini europei a favore della federazione. Ciò richiedeva l'emergere di crisi specifiche dei poteri nazionali, ovvero di problemi percepiti socialmente che non potevano trovare soluzione nel quadro nazionale. L'emergere di tali crisi costituiva la finestra di opportunità per l'avanzamento del processo di unificazione, e ne determinava la possibile direzione: una crisi economica poteva permettere avanzamenti sul terreno dell'integrazione economica... Le crisi costituivano opportunità per lo sviluppo di una "iniziativa" federalista.


which means (for differently European readers):

But the failure of the European People Congress showed that the historical crisis (of the nation States, translator’s note) did not allow the federalists to mobilize European citizens in favor of the federation. To this end, specific crises of national sovereignty were needed, i.e., socially perceived problems that could not be solved within the national framework. The occurrence of such crises was a window of opportunity for the progress of the unification process, and determined its direction: an economic crisis would favor developments towards economic integration... Crises were opportunities for the development of a federalist “initiative”.


In other words, the European elites knew very well that a crisis was ahead. In the Italian case, we have direct evidence of this (besides authoritative studies, like the one I just quoted). For instance, the minutes of the Italian Chamber still reports Giorgio Napolitano’s speech against Italy’s accession to the EMS. His word make it plain that he was fully and completely aware of the dangers that this process would bring about: de-industrialization of the weak countries and deflation all around (to the damage of the working class, which at that time he was supposed to defend, being a communist, and a former supporter of this unfortunate event).

Against this background, monetary unification was “sold” by those elite as a big deal for their constituencies. In Romano Prodi’s (in)famous words, Italian people “would earn as if they would work one day more, by working one day less”. This is what he told to his constituency in Italy, but he was lying, because at the same time he was releasing interviews to the Financial Times where he openly confessed that he was fully aware of the fact that Europe was not ready for the single currency, that this would cause a crisis, and that the crisis would force the European citizens to adopt the correct “political instruments” (e.g., labour market flexibility).

Needless to say, democracy cannot work if politicians (and the media system) purposely and consistently lie to their constituencies. You may have whatever opinion of the supposed Christian roots of Europe, but whatever you mean and whatever the God you believe in (if any), Jesus Christ’s words: “truth will set you free” (John, 8:32) are a political truth. Admittedly a long-run one, but still a truth. Lying to the European constituency has brought us to slavery (under the markets’ domination).

Now, have a careful look at Albert Einstein’s definition of insanity: “Insanity: doing the same thing over and over again and expecting different results”.

Hans Werner Tsipras in Greece, and Podemos in Spain, are fighting their political battle with the same weapons as the European elite did: by lying to their constituencies. They refrain systematically from pointing out the nowadays universally recognized source of our troubles (the euro), and they keep making promises they will never be able to keep: banging their little fists on the big European table in order to “force” Frau Merkel to do what they want.


Here in Italy we had a recent example of where this course of action brings: to failure. The Five Stars Movement of Grillo, which was supposed by everyone in Europe (except me) to be anti-euro, has actually refrained to take any definite stance on this issue, on the basis of the assumption that too definite an attitude would frighten their “median voter”. It was better to elude “hot” topics, in order to reach the power, and only afterwards do the “right thing”. Following this approach, they ran a populist, "anti-clique", “anti-corruption” (i.e., anti-government intervention in the economy) campaign, which proved successful the first time (in 2013 political elections), but self-defeating immediately afterwards (in the local elections of June 2013, and even more in the European elections of May 2014).

Much in the same way, Hans Werner Tsipras is not mentioning the euro, supposedly because he think this would frighten the Greek “median voter” (in full Stockholm syndrome), Podemos in Spain is running an “anti-corruption” campaign, and both are focusing on public debt issues, while even the ECB has long recognized that the problem lies elsewhere: in private lending from the North to the private sector of the South (do you remember the graphs above? That was private debt. And please have a look at Constancio’s speech and slides).

It is worth noting that the two supposedly “radical-left” parties in Europe owe their success to a full endorsement of the frame put forth by the European technocratic elite: namely, that the crisis was determined by public debt, whose abnormal growth (well, it as actually a decrease) was engendered by the public sector inefficiency and corruption. 

This implicit endorsement will of course favor their accession to the power, for two reasons: it does not disturb the elites (that are really happy to have the supposed opposition endorsing their Weltanschauung!), and it does not disturb the constituency, which hears a familiar story. At the same time, this endorsement does not contradicts too much their supposed “anti-austerity” stance. Once again, the opposition to austerity is not such a bad deal for Northern creditors (as the graphs above should prove: it allowed them to transfer their NPL’s to the balance sheets of the stressed governments!), and it is of course favored by the “progressive” constituency. Yes, indeed what the “appealians” want is at the same time less State, and more State. But this in principle is not a contradiction: everybody wants less (corrupted) State and more (efficient) State. Me too, for sure! However, in countries like Italy (just to quote one), corruption (which of course needs to be eradicated) was always widespread, even when the country grew at a 3% pace. So, why are we not growing now? And why are other, equally corrupted, countries growing?

Summing up, these “radical” approaches will fail, because they are as anti-democratic as the elite approach was.

It is high time to tell the truth. If you keep repeating that the problem is “corruption”, public debt, austerity, or whatever, and not the euro, you will have the median voter, but the final result will not be the expected one (use your power to force Germany to do what you want), but the opposite one: you will be crushed (as Beppe Grillo was in Italy) by the blackmail of the median voter, who will never understand where the problem is (because you never did something to inform him) and will therefore ask you to destroy the remainder of the (corrupted?) State, which according to the elite’s journals is the culprit, giving more way to the elite you were supposed to fight!

Not such a huge success for supposedly left-wing movements, is it? In fact, chances are that they will fail. But should they win, both the above graphs, and political intuition, show that they will never be able to change the course of our crisis. Just let us imagine how this would happen: Hans Werner, or Podemos, reach the power, then they appear on a balcony and tell to the people: “Countermand, comrades: the euro and private finance, not the clique and public debt, was the problem!”. Well, I will not say that this will never happen. But should it happen, they would immediately lose a large share of their constituency: snakes and ladder, you know?

Remember the words of that ancient blogger: truth will set you free. Any political movement that really intends to change things in Europe should never ever do the same political mistake as the criminal elite that carried out the European project so far: become trapped in its own lies.


Just to give you an exemple: Alessandro Di Battista (a Five Stars MP) statement a few days ago was a wonderful piece of dadaist policy: "If there is no toilet paper in our schools, blame corruption". Well, after having experienced the troika (if we ever do, which is likely, with such statesmen!), I think we will put corruption in perspective...


European citizens are adults, they deserve and can afford to hear the truth. And the technical truth is that we need a nominal realignment now: we need to overcome the euro, that was a huge historical mistake, and restore flexibility among European currencies. Have you ever dropped a crystal and a plastic glass at the same time? Which one broke? And why? Yes, right: because it was not flexible enough.

Think of it.

If you don’t believe me, nor Jesus Christ, believe your eyes. This will avoid us the painful need to remove the shards of the Eurozone.





P.s.: all the above implies that the victory of Syriza (or Podemos) will have no real impact. If it does, you will remember my words. If it does not, you will forget them. So is life...