L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
(...da un abitante di Giovinia singolarmente a suo agio con la sua lingua materna ricevo e pubblico. A proposito: non è la prima volta che ci manda sue notizie...)
Gentile Professore,
qui a Giovinia rispettiamo la sua decisione,
ribadita di recente, di non accettare inviti [NdCN: sono io che ringrazio voi per averla capita, cosa non ovvia, come ricorderete; comunque, vale il principio che chi vuol Cristo se lo prega...]; un po’ però ci spiace, perché
se venisse a trovarci qui a Campo Despedienti (località montana meno blasonata
di Campo Imperatore ma assai più frequentata – non per vacanza – dai giovini backpackers)
troverebbe molte conferme ai risultati del suo lavoro di ricerca di questi
anni, per cui le siamo tutti grati (del lavoro, non delle conferme).
Purtroppo nel centenario di Caporetto ai nuovi ragazzi del
’99 le cose non vanno ancora bene; sembra infatti che il presidente dell’Istat,
riferendo in audizione al Parlamento sulla manovra, sia stato costretto ad
ammettere che nel nostro Paese l’occupazione giovanile non ne voglia propriosapere della ripresa.
Più correttamente il fat(t)o statistico riferito dal prof.
Giorgio Alleva è questo: «a settembre il tasso di disoccupazione si è attestato
all’11,1%, stabile rispetto ad agosto, con un aumento per le classi 15-24
anni (+0,6 punti percentuali) e 25-34 anni (+0,7 punti)», come riportato a
p. 8 dell’Audizione resa lo scorso 6 novembre alle Commissioni congiunte di
Camera e Senato; il corsivo è mio, qui la fonte dove sono disponibili i dati che non commento poiché la statistica rientra nel
mestiere degli statisti(ci) e, credo, fra le ancillae di quello degli economisti; il mio lavoro talvolta i dati li usa, ma riguarda invece le
opportunità per i giovini, assai rarefatte e di cui segue una breve rassegna.
Qui stiamo infatti fra colsénter che
delocalizzano (immagino riceva anche Lei chiamate tipo: "buongiorno [alle
21] siniore Cognomedimiamogliesbagliato, vuoli risparmare su boleta di
lucegas?") e allettanti offerte per intraprendere una luminosa carriera
come dabbawala de noantri a 2,50 Euro
a consegna. Capita talvolta qualche offerta per dialogatori,
ossia raccogliere fondi per qualche onlus del “terzo settore, quello
che “rimpiazza lo Stato” come già previsto in «Possibilità economiche per i nostri nipoti, il breve saggio di John
Maynard Keynes, scritto nel 1930, mentre gli Stati Uniti attraversavano la
Grande Depressione, nel quale l’economista americano [sic!] già intravvedevaquesto scenario»: un vero centone di perle, eh? tipo l’idea di rendere
obbligatorio il volontariato per tutti i lavoratori e studenti!
Fantastico!
[NdCN: caro giovine: quanti capiranno "centone"?]
Resta sempre la proposta di realizzare le proprie
aspirazioni professionali facendo “il salto della quaglia” e in tal caso sono utilissimi i consigli di UngiovineChecellaffatta; oppure, essendo i képis blancs fuori moda rispetto
ai romantici tempi di Beau Geste, almeno «se le sfide non ti spaventano e hai
voglia di dedicarti ad aiutare gli altri», puoi entrare «subito a far parte del
Corpo europeo di solidarietà».
Forse ora penserà «siamo arrivati a questo,
all’arruolamento!»: per via diversa, riferendosi a un recente episodio,
giunge a un’analoga conclusione
Angelo d’Orsi, autorevole storico delle dottrine politiche commentando
un volantino che gli proponeva di far parte di una ronda di quartiere;
in un’intervista, intitolata
significativamente «Abbiamo abolito i partiti e rianimato il fascismo»,
pubblicata
su Il Fatto quotidiano di ieri 13 novembre il prof. d'Orsi sembra unire
alcuni puntini.
Qui a Campo Despedienti in primavera ci saranno le elezioni
amministrative: non siamo ancora alla declinazione ostiense del trick or treat (pacco viveri o testata),
ma potrebbe finire come a Trenzano nel bresciano, poi qualcuno si chiederà perché.
Saluti e buon lavoro.
Anonimo Italiano
(...ve la commentate da voi, e da commentare ce n'è, perché io sono un po' di fretta...)
Quando mi è arrivato per posta questo articolo, ho abbozzato un sorriso, e son passato oltre, dopo avervi elargito questo tweet. Non so perché il professor Borso abbia trovato ora queste lettere: forse perché ora gli è venuto in mente di cercarle, e allora non so perché gli sia venuto in mente di cercarle ora. Ci sono tante cose che non so. Ma, d'altra parte, io sapevo, e so (io so), quello che Calvino scriveva a Scalfari, anche senza bisogno di leggerlo, perché non sono uno storico, ma un intellettuale, e quindi non ho bisogno di fare ricerche di archivio per capire a quali pulsioni obbedisca e a quale ideologia si ispiri chi auspica per il proprio paese il manganello del vincolo esterno, chi in anni tanto difficili, paragonabili, dal punto di vista economico, a un evento bellico, ha conformato la propria linea editoriale a un ottimismo di schietta impronta propagandistica, chi si è schierato apertamente con l'asse Washington-Berlino-Francoforte (IMF-CE-BCE: la troika).
So che a molti di voi questo non piacerà, ma ci sono sufficienti evidenze del fatto che il fascismo nasca per manganellare i lavoratori (di capitalisti manganellati sinceramente non ne ricordo), e per soffocare il pensiero critico (DiBozzi ci ha fornito interessanti spunti, ad esempio qui o qui, e naturalmente vi rinvio anche al lavoro di Arturo - citato da CorrettoreDiBozzi - su Orizzonte48). Naturalmente ci sono state diverse fasi, e bla, bla, bla. Tuttavia, se io vi ho confessato il mio peccato di essere stato affettivamente, emotivamente di sinistra (prescindendo da una riflessione razionale, che tante cose mi avrebbe fatto capire prima!), vorrei anche esortare quelli che qui sono di destra a fare i conti coi propri sentimenti, e ad affrancarsene per un momento. La simpatica finanza è sempre amica dei dittatori che posiziona sulla sua scacchiera di cartapesta, finché questi non pensano di poter fare come gli pare: allora finiscono impiccati, linciati, appesi a testa in giù. Nell'amore fra capitale e fascismo ci son diverse fasi, si sa: l'amore non è bello, se non è litigarello! Ma il fatto che certe storie finiscano male non vuol dire che non fossero cominciate più che bene! Si sa anche che l'amore, quello vero, è eterno. E si sa, infine, che il termine "austerità" è stato introdotto nel lessico dell'economia da un ministro fascista (ce l'ha spiegato Clara Elisabetta Mattei, in un articolo che dovete leggere).
Quindi, perché stupirsi che chi ha definito gli italiani "scavezzacolli" per il loro rifiuto dell'austerità e delle "regole" altrui abbia radici così profonde in un passato che il paese vorrebbe dimenticare? Quel passato è il presente, anche se oggi il suo nome è euro.
Abbiamo avuto diritto, per un po', alla lotta di classe combattuta col manganello delle regole. Vedrete, torneremo all'antico: e non sarà un progresso...
(...da Guidubaldo, che avete conosciuto qui, ricevo e volentieri pubblico per le vostre considerazioni. Io ne faccio solo una: che della personalità dello Stato si preoccupino esponenti del PD è cosa alquanto grottesca, a mio avviso, stante che tutti gli sforzi di questa fazione politica negli ultimi anni sono stati tesi a ledere detta personalità, per il tramite di cessioni di sovranità a entità sovranazionali dai contorni evanescenti, innervate da interessi ben individuabili e tutt'altro che amichevoli (come innumerevoli vicende dimostrano, a partire dall'aggressione in Libia). Francamente, non riesco a vedere lesione peggiore di questa, ma quello che vedo io non conta: conterà quello che vorrà vedere la storia. E noi aspettiamo fiduciosi...)
Gentile
Professore,
Torno a scriverle
a qualche mese di distanza dall’invio e dalla gentile condivisione della mia prima
lettera, cui sono seguiti tanti inaspettati – e in qualche caso davvero troppo
generosi – apprezzamenti da parte dei lettori del blog. Colgo l’occasione per
ringraziarli individualmente e collettivamente della vicinanza intellettuale e
umana espressa nei loro commenti, che mi ha fatto sentire parte di una preziosa
comunità di pensanti. Ancorché la mia lettera fosse ricca di accenni a vicende
personali, più di un commentatore ha detto di avere gradito il taglio giuridico
del mio intervento (e per fortuna, altri registri non ne conosco!). È dunque
nel medesimo solco che intendo svolgere qualche considerazione in ordine a un
tema sul quale lei ha molto spesso insistito – con la consueta chirurgica capacità
di individuare e anticipare le linee di tendenza del dibattito politico – ossia
quello del rapporto tra media, garanzie e limiti costituzionali della libertà
di espressione e recenti proposte di legge – dal sapore più o meno apertamente censorio
– tendenti ad espandere l’area delle condotte di manifestazione e diffusione del
pensiero meritevoli di limitazione e/o di sanzione penale. Mi propongo, in
particolare, di fare qualche considerazione sulla proposta di legge Fiano in tema di
“propaganda del regime fascista e nazifascista”, in corso di approvazione in queste settimane,
alla luce del più ampio quadro delle garanzie costituzionali in tema di libertà
di espressione e in materia penale, anche attraverso un’analogia con il diritto
internazionale . Mi scuso in anticipo per l’ovvietà delle premesse e per
qualche passaggio che forse potrà sembrare, agli addetti ai lavori, un poco
“bignamistico”.
Come è noto,
il diritto penale rappresenta la più incisiva delle forme di reazione che
l’ordinamento giuridico può approntare a fronte di comportamenti che ledono
beni giuridici meritevoli di protezione quali la vita, l’integrità fisica, il
patrimonio, la sicurezza dello Stato, ecc. Esso si caratterizza per la
possibilità che lo Stato, quale detentore dello jus puniendi, infligga in esito a un procedimento giurisdizionale una
certa misura di sofferenza legittima attraverso l’irrogazione di sanzioni
afflittive (pene) che colpiscono il responsabile dell’illecito nei suoi beni
più preziosi: la vita (negli ordinamenti che ammettono la pena di morte); la
libertà personale (attraverso la detenzione e altre misure restrittive); il
patrimonio (tramite multe, confische, ecc.) e la capacità di entrare in
relazione con gli altri soggetti dell’ordinamento sul piano politico, economico,
professionale e sociale (attraverso varie e incisive forme di interdizione o
sospensione quali pene accessorie). Data la sua intrinseca carica di violenza, la
grande tradizione penalistica occidentale di matrice illuministica – cui
l’Italia ha dato contributi decisivi con autori come Beccaria, Romagnosi,
Carrara, Verri – ha sempre insegnato che lo strumento penale deve essere
impiegato solo in caso di stretta necessità e quale extrema ratio. Esso è cioè soltanto l’ultimo degli strumenti che
l’ordinamento dovrebbe prendere in considerazione per rispondere a fenomeni
sociali devianti, laddove ogni altra risposta di politica sociale si riveli
inefficace o inadeguata. Il costituzionalismo postbellico – reso edotto dall’esperienza
storica circa l’estrema fragilità delle garanzie individuali offerte dallo
Stato liberale – ha riaffermato e rafforzato tale orientamento, circondando
l’individuo di forti guarentigie costituzionali a fronte dell’esercizio del
potere punitivo dello Stato. Tali sono ad esempio la presunzione d’innocenza; il
principio di legalità penale con tutti i suoi corollari (riserva di legge e di
giurisdizione, irretroattività della legge penale, divieto di analogia,
principio di tassatività/determinatezza delle fattispecie penali) e la piena garanzia
del diritto di difesa.
Com’è
altrettanto noto, la libertà di pensiero e della sua manifestazione e diffusione
costituisce, assieme ad altre libertà e diritti fondamentali nella sfera civile
e politica e in quella economico-sociale, un architrave fondamentale dello
Stato costituzionale di diritto. Essa è assistita da ampie garanzie
costituzionali che limitano entro confini rigorosi – ancorché variabili a
seconda dell’ordinamento considerato – la possibilità dello Stato di intervenire
per limitarla, vincolando tali limitazioni al perseguimento di scopi legittimi
secondo l’ordinamento (ad es. la tutela di altri diritti con essa potenzialmente
confliggenti, quella della sicurezza dello Stato, ecc.) e sotto condizione di
necessità, proporzionalità e ragionevolezza delle misure impiegate, soggette a
verifica da parte dell’autorità giudiziaria – anche e soprattutto
costituzionale – mediante operazioni di “bilanciamento” tra diritti in
conflitto.
Insomma, la
dialettica e il potenziale conflitto tra libertà di espressione e diffusione
del pensiero da un lato e, dall’altro, la necessaria tutela anche attraverso lo
strumento penale di altri valori giuridici fondamentali con essa potenzialmente
confliggenti, rappresenta un problema filosofico e giuridico cui l’ordinamento
è costantemente chiamato a rispondere mediante opportuni aggiustamenti e
mediazioni, tanto sul piano della produzione legislativa, quanto su quello
della soluzione pratica delle controversie in sede giurisdizionale.
Alla luce di
queste premesse, vorrei brevemente esaminare contenuti e metodo sottesi alla
proposta di legge Fiano, che considero solamente l’ultimo esempio di una ormai
pluridecennale perniciosa tendenza normativa – spesso con solidi addentellati
europei, come dimostra la vicenda dalle leggi sul negazionismo – volta ad
espandere l’area del penalmente rilevante per rispondere a presunte necessità
di difesa sociale, spesso sulla scia emotiva di spiacevoli fatti di cronaca.
Prima di passare ad alcuni punti di merito, mi sembra opportuno porre mente
alla relazione di accompagnamento della proposta di legge, per meglio
comprendere quali siano le (apparenti) motivazioni che a giudizio dei
proponenti ne rendono necessaria l’adozione. Si legge nella relazione (i
grassetti sono miei):
“[T]uttavia, sembrano
sfuggire alle maglie di queste fattispecie di reato [quelle previste dalle esistenti
leggi c.d. Scelba e Mancino] comportamenti talvolta più semplici o estemporanei, come ad esempio può essere il
cosiddetto saluto romano che, non essendo volti necessariamente a
costituire un’associazione o a perseguire le finalità antidemocratiche
proprie del disciolto partito fascista, finiscono per non essere di per sé solo
sanzionabili.” E ancora: “[g]li orientamenti non
uniformi della diversa giurisprudenza sembrano confermare l’opportunità di un
intervento normativo che colpisca in maniera inequivoca l’espressione di un gesto così inequivocabilmente
legato, ad esempio, alla retorica del
passato regime fascista. Altrettanto grave e non derubricabile a un mero
fatto di folklore è tutta la complessa attività commerciale che ruota intorno
alla vendita e al commercio di gadgeto, ad esempio, a bottiglie di vino riproducenti immagini, simboli o sloganesplicitamente rievocativi dell’ideologia del
regime fascista o nazifascista. Sono ormai frequenti i fatti di cronaca che
riportano la denuncia e lo sconcerto da
parte di turisti in viaggio nel nostro Paese che si trovano di fronte a vetrine
che pubblicamente espongono oggetti o immagini che si richiamano a tali
ideologie. Da qui l’esigenza di prevedere una fattispecie aggiuntiva nel
codice penale, all’interno dei delitti contro la personalità dello Stato, di
cui al titolo I del libro secondo, che punisca chiunque propagandi le immagini
o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista
tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o
vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente
riferiti, ovvero ne richiami pubblicamente la simbologia o la gestualità. Altrettanto
importante è l’aggravante di pena
derivante dall’aver commesso il fatto attraverso strumenti telematici o
informatici: non c’è dubbio, infatti, che la propaganda di determinate
condotte ha ormai trovato un terreno
privilegiato attraverso le nuove tecnologie che consentono con pochi click di
veicolare messaggi, immagini o simboli a una platea di destinatari
certamente sconosciuta ai tempi in cui fu approvata la legge Scelba.”
Dalla lettura della
relazione si possono ricavare alcune osservazioni:
1) Vi sarebbero nel
diritto penale vigente delle lacune da
colmare, poiché alcuni comportamenti socialmente riprovevoli sfuggirebbero
all’area delle condotte sanzionabili.
2) Le condotte (sul
deficit di tassatività nella loro definizione ritornerò in seguito) cui
estendere la sanzione penale si caratterizzano per il richiamo a gestualità e simbolismi propri
dell’ideologia fascista e nazista, nonché alla produzione/distribuzione/diffusione/vendita di oggetti, immagini e
quant’altro ad esse rimandino.
3)
L’intervento si giustificherebbe per la necessità, tra l’altro, di evitare ai
turisti stranieri in visita nel nostro Paese di vedere questi gesti, simboli,
oggetti, evitando così di generare in loro “sconcerto”.
A me pare
che la relazione, nell’esplicitare più o meno candidamente la ratio legis della proposta, dimostri l’ignoranza
di alcuni principi della buona “scienza della legislazione” e della logica
giuridica in materia penale, ed in particolare:
Sub 1) Nel
diritto penale non vi sono lacune in senso tecnico ma scelte normative. Certo, può accadere che condotte sostanzialmente analoghe
ad alcune espressamente criminalizzate siano per incuria o dimenticanza del
legislatore escluse dal penalmente rilevante. Tuttavia, nel campo penale al
giudice è preclusa, in ossequio al principio di legalità, la possibilità di
ritagliare per analogia una nuova norma non scritta che abbracci il caso analogo,
vestendo così i panni del legislatore e costruendo ex post la norma incriminatrice. Ebbene, se il costituente con la
XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione e il legislatore con la
legge Scelba che vi ha dato attuazione hanno optato
per criminalizzare solo certe condotte e non altre, e se la giurisprudenza (anche
costituzionale) ha ritenuto di interpretare tali fattispecie in modo
restrittivo, deve essere chiaro che ciò è stato fatto scientemente e non per
incuria o incompetenza, come invece invita a credere la proposta di legge in
esame. Nel diritto anche i silenzi sono eloquenti e possono legittimamente esprimere
una certa visione di politica criminale.
Sub 2) Nel
costruire le fattispecie penali, specie quando ci si accosta alla limitazione
della libertà di espressione del pensiero e ad altri diritti costituzionalmente
garantiti, deve essere rispettato il principio di offensività: di regola non si punisce una condotta che non abbia
una manifestazione tangibile nella realtà esteriore e che non sia idonea a mettere
in pericolo o a ledere il bene giuridico protetto dalla norma penale. I costituenti,
il legislatore e i giudici italiani hanno fin qui limitato l’area del
penalmente rilevante alle sole condotte concretamente idonee a ledere la
personalità dello Stato e a mettere in pericolo la sua essenza democratica,
come consacrata nella Costituzione Repubblicana antifascista. Ciò hanno fatto ricostruendo
i reati di cui alla legge Scelba (ricostituzione del disciolto partito
fascista, apologia del fascismo e manifestazioni fasciste) come reati di
“pericolo concreto”: non si puniscono in quanto tali il pensiero o la
gestualità che si richiamano al fascismo, ma soltanto quelle condotte ed
attività – specie se caratterizzate da certi requisiti organizzativi e/o da
metodi violenti – che mirano alla concreta riproposizione del disciolto partito
fascista o sono comunque tali da minacciarne seriamente gli assetti democratico-costituzionali.
Sub 3) Mi
pare che ci sia ben poco da commentare. È grottesco che si debba legiferare in
una materia così delicata e ricca di implicazioni costituzionali per rispondere
al vero o presunto sentimento di sdegno del turista straniero in visita nel
nostro Paese alla vista dei memorabilia incriminati. Il fatto che in Germania, per
ragioni che sarebbe ora troppo lungo esaminare, l’impostazione legislativa e
giurisprudenziale sia stata storicamente più rigorosa (il proverbiale rigore
teutonico…) e fattispecie analoghe siano ricostruite come reati di “pericolo
astratto” – ossia le condotte sono punibili in quanto tali a prescindere da un
accertamento circa la concreta idoneità a ledere il bene giuridico tutelato –
non deve indurre a liquidare con leggerezza le ragioni di politica criminale
che hanno ispirato le scelte del nostro ordinamento.
Per quanto riguarda il contenuto sostanziale
della legge, tali e tanti sarebbero gli spunti critici che occorre limitarsi a
sottolineare qualcuna delle assurdità pratico-applicative che sorgerebbero non
appena la legge varcasse le soglie di un’aula di tribunale. A titolo d’esempio:
·Cosa
s’intende per “[i] contenutipropri del partito fascista e
nazionalsocialista […] ovvero le relative ideologie”
la cui “propaganda” esporrebbe alla
sanzione penale? Al di là dell’infelice formulazione nella nostra maltrattata
lingua italiana, in base a quale tipo di indagine e metodologia (storiografica,
filologica, politologica, sociologica) il giudice dovrà accertare quali idee,
discorsi, scritti, ecc. costituiscono “contenuti propri” dei suddetti partiti e
ne siano propaganda? E che dire di “immagini e contenuti” che pur essendo anche
propri dei suddetti partiti, possano tuttavia essere ricondotti pure ad altri
contesti semantici, non necessariamente collegati a tali partiti o ideologie nella
loro forma storicamente realizzata? [ad esempio c’è chi si è posto il problema
di capire se l’esposizione di oggetti d’arte del
periodo fascista possa integrare la propaganda]. Che dire poi della ricostruzione dei contenuti
oggettivi del concetto di “ideologia”,
la cui indeterminatezza secondo i parametri del linguaggio giuridico è del
tutto palese, e attorno al quale ruota la costruzione della fattispecie?
·Il
focus sulle immagini, le persone e i
simboli “chiaramente riferiti” ai partiti o ideologie in questione e la cui “produzione, distribuzione, diffusione o
vendita” espone a sanzione penale, mostra chiaramente l’intento di colpire
il fenomeno dei gadgets e memorabilia
di ispirazione fascista e nazista. Saranno dunque sulla base di questa
formulazione perseguibili il pasticciere che ha realizzato la torta con
l’immagine di Hitler esponendola in vetrina (notizia di qualche settimana fa)?
Il tatuatore che tatua croci celtiche, fasci o volti di Mussolini? Lo scultore
che fa un mezzobusto del Duce da esporre in galleria? La copisteria che stampa
il calendario fascista, il laboratorio tessile che produce magliette, il tabaccaio
che vende accendini recanti simboli del fascismo e del nazismo? Ora, per quanto
si possa provare una sana repulsione politica – e aggiungerei estetica, poiché
nella maggior parte dei casi sono semplicemente brutti – per questi oggetti e
rappresentazioni, siamo sicuri che colpire con lo strumento penale chi li produce/distribuisce/vende
dia un qualche contributo alla riflessione sul passato e che far sparire dalla
vista questa paccottiglia sia un modo efficace per contrastare le idee in
questione? Perché non essere allora coerenti fino in fondo e punire anche chi
acquista, commissiona o addirittura sfoggia detti oggetti sul proprio corpo? Esporre
in spiaggia petti e bicipiti tatuati a tema fascista o nazista non può forse considerarsi
un atto di propaganda o, per usare il linguaggio della proposta, non
costituisce forse un “pubblico richiamo” alla simbologia fascista? Perché non
prevedere espressamente l’obbligo di confisca e distruzione dei beni
incriminati, ivi compresa la cancellazione, a quanto pare molto costosa e
dolorosa, delle infami immagini dalla pelle? La (il)logica di punire soltanto
chi offre tali beni e servizi e non chi li domanda mi ricorda tanto il tentativo
di criminalizzare la prostituzione punendo solo le prostitute e non i clienti...
·Sul
saluto romano, ricompreso tramite il riferimento normativo alla “gestualità”, valgono le considerazioni
già svolte in precedenza e condivise da quella parte della giurisprudenza che
ritiene il gesto tendenzialmente non punibile in quanto tale, poiché inidoneo –
almeno in forma episodica ed estemporanea – a determinare il pericolo concreto
e attuale di riproposizione del movimento fascista.
·Sul
trattamento sanzionatorio, colpisce per incoerenza la scelta di prevedere
soltanto la pena detentiva ed entro limiti edittali tali da rendere largamente
ineffettiva la sanzione, per l’intervento assai probabile della sospensione
condizionale della pena, ad esclusione dell’ipotesi aggravata di cui al punto
seguente.
·La
legge introduce una presunzione di
maggiore gravità del fatto – da cui l’aggravamento di pena di un terzo – se
“commesso attraverso strumenti
telematici o informatici”. Essa si colloca in pieno nella tendenza repressiva
verso certi strumenti di diffusione del pensiero come il web, tendenzialmente
“anarchici” e di più difficile controllo da parte del potere rispetto ai media
tradizionali; tendenza che sta monopolizzando il dibattito recente (si vedano
le vergognose proposte in tema di fake
news e di “polizia del pensiero” su Internet da appaltarsi a soggetti
privati in veste di cacciatori di notizie false). Tale scelta chiarisce come i
proponenti non tengano in alcun conto il principio di materialità dell’offesa e
quello dell’attualità del pericolo e abbiano
in realtà di mira lo strumento info-telematico di diffusione del pensiero in
quanto tale. Da questo punto di vista l’aggravamento di un terzo della
pena, tale da consentire in teoria lo sfondamento delle soglie oltre le quali
non può concedersi la sospensione condizionale della pena, introduce un’eloquente
disparità di trattamento tra chi commette i reati in forma “ordinaria” e chi li
commette via web (quasi soltanto in questo caso, infatti, la pena detentiva da
irrogare avrà qualche possibilità di concreta esecuzione).
Questa
impostazione, oltre a mettere in luce la sempre più scadente tecnica
legislativa contemporanea, si discosta nettamente dalla legge Scelba, che in
piena consonanza con la XII disposizione transitoria e finale della
Costituzione costruisce le fattispecie di reato ponendo l’accento sui profili
concreti e ben più pregnanti della (ri)organizzazione, del perseguimento di
finalità antidemocratiche, dell’uso della violenza come metodo di lotta
politica, dell’esaltazione attraverso manifestazioni pubbliche di “esponenti,
principii, fatti o metodi” del fascismo.
Vengo ora
all’analogia storica che illustra come anche al livello internazionale, nel
cercare di rispondere agli orrori nazifascisti, si sia cercato di circoscrivere
molto attentamente l’aerea del penalmente rilevante in relazione alla
manifestazione del pensiero, con prudenza analoga a quella adoperata dal
costituente e dal legislatore italiani. Nel 1948, dopo l’esperienza di
Norimberga e dei processi susseguenti nella Germania occupata, fu adottata –
anche grazie al fondamentale contributo del giurista ebreo polacco Raphael
Lemkin, “inventore” del termine genocidio – la Convenzione per la prevenzione e
repressione del crimine di genocidio (già preparata da una dichiarazione adottata nel dicembre 1946
alla prima sessione dell’Assemblea generale dell’ONU). La convenzione in esame, in particolar
modo ei suoi lavori preparatori, offre un interessante spaccato circa la
posizione degli Stati a proposito della criminalizzazione di forme di manifestazione
del pensiero che si pongono in rapporto con la commissione di atti genocidiari.
Infatti, la Convenzione, oltre a tipizzare le condotte che costituiscono
genocidio e gli elementi di contesto che devono ricorrere affinché esso si
configuri, introduce una distinta e autonoma fattispecie di reato rubricata “incitamento diretto e pubblico a commettere
genocidio”. Ciò sulla scia dell’esperienza di Norimberga (e sebbene in modo
diverso del Tribunale per l’Estremo Oriente di Tokyo), che aveva mostrato
chiaramente il ruolo della propaganda nel preparare il terreno per le politiche
di guerra d’aggressione prima e di sterminio poi (si vedano i casi contro
Julius Streicher e Hans Fritzsche).
Ebbene, durante
il negoziato alcuni Stati, e con particolare insistenza gli USA, manifestarono una
netta contrarietà rispetto all’introduzione di norme che consentissero di punire
la mera manifestazione del pensiero, in conformità con la propria tradizione costituzionale
ispirata ad una robusta tutela di tale libertà (il maccartismo era ancora agli
albori…). Al contrario, l’Unione Sovietica propose di introdurre nella
convenzione una fattispecie allargata che consentisse di punire anche il
generico hate speech. La proposta
sovietica mirava a proibire: “[a]ll
forms of public propaganda (press, radio, cinema, etc.) aimed at inciting
racial, national or religious enmities or hatreds or at provoking the
commission of acts of genocide” (se gli odierni corifei del politically correct avessero un po’ di
cultura storica si troverebbero già una bella proposta di legge pronta all’uso...).
Nel campo occidentale prevalse l’idea che avallare questa formulazione avrebbe
consentito all’URSS – e ad altri Paesi non proprio a loro agio con la libertà
di espressione – di sfruttare la legittimazione
derivante da un importante trattato internazionale per giustificare la
repressione del dissenso politico a livello nazionale. La proposta
sovietica fu seccamente respinta e dopo un serrato confronto sul testo da
adottare, si coagulò il consenso su una formulazione che si fonda sui qualificativi
“diretto” (direct) e “pubblico” (public) che devono necessariamente
caratterizzare il discorso di incitamento perché questo divenga penalmente
rilevante. In altre parole, per la Convenzione non ogni discorso di propaganda,
comunque veicolato, è suscettibile di sanzione, ma soltanto quello che assuma
le vesti di una pubblica ed inequivoca “chiamata alle armi” per commettere atti
di genocidio.
Avviandomi
alla conclusione vorrei provare a tracciare qualche rapsodica considerazione di
carattere generale sul rapporto tra diritto penale, libertà di espressione e
costruzione della memoria storica condivisa, evidenziando i principali rischi
insiti nell’attuale corso legislativo.
In primo
luogo, è del tutto evidente che nel caso della proposta di legge Fiano – come
di altre simili iniziative – ci troviamo di fronte ad un uso esclusivamente simbolico dello strumento penale. Ora, che il
diritto penale abbia un’innata componente simbolico-stigmatizzante (selezionare
certi comportamenti come esempi di disvalore sociale meritevoli di pena) è
pacifico, ma che esso operi esclusivamente sulla base di qualificazioni
identitarie ed opposizioni antagonistiche – come quella fascista/antifascista –
rappresenta una chiara patologia del sistema, peraltro evidente in altri ambiti
ispirati alla logica “del diritto penale del nemico” (dal diritto penale
dell’immigrazione, al reato di negazionismo, ai reati c.d. di genere a quelli legati
a particolari pratiche religiose). Nel caso specifico, inoltre, l’uso simbolico
dello strumento penale si arricchisce di una connotazione estetico/cosmetica: si vogliono colpire simboli, gesti ed oggetti
che nella nostra società dominata dall’immagine semplicemente dà fastidio vedere. Il solo fastidio rispetto alla visione di tali fenomeni
giustificherebbe l’intervento penale con funzione
pedagogica e l’affidamento alla liturgia processuale del compito di educare i consociati ai valori
democratici. La totale inadeguatezza e prevedibile inefficacia dell’impianto
sanzionatorio e la parziale sovrapposizione con le fattispecie già esistenti dimostrano
oltre ogni ragionevole dubbio l’intento puramente simbolico e la sostanziale inutilità ed inidoneità della
proposta di legge a perseguire i fini esplicitamente prefissati (il che induce
a chiedersi se i propositi reali siano dei più commendevoli…). Istruttivo è poi
il fatto che la proposta abbia preso nuovo slancio a partire da fatti di
cronaca, come la grottesca vicenda dello stabilimento balneare di Chioggia. Una
vecchia massima giuridica angloamericana, resa famosa dal giudice della Corte
Suprema Oliver Wendell Holmes Jr., insegna che “Hard cases make bad law”: legiferare a partire da fatti di cronaca
che provocano un momentaneo e morboso interesse mediatico suscitando vivaci
reazioni emotive, non può che produrre cattive leggi. Ma è forse vero anche
l’opposto, ossia che “Bad laws make hard
cases”: la legge Fiano, per gli errati presupposti di politica criminale e
per la sua maldestra formulazione, rischia di produrre pessimi processi,
suscettibili di mettere in seria difficoltà tutti i protagonisti del processo
penale.
In secondo
luogo, emergono in tutta la loro evidenza i rischi della impropria delega al
potere giudiziario del compito di costruire, attraverso il delicato congegno
processuale, una memoria storica condivisa fondata sui valori dell’antifascismo
costituzionale. Il grande Piero Calamandrei, al quale nessuno dei Fianos moderni può certo fare la
lezioncina di antifascismo, nel suo magistrale “Il giudice e lo storico” ammoniva a proposito della solo apparente
analogia tra il lavoro del giudice e quello dello storico, mettendo in guardia sui
limiti del processo come luogo di costruzione di una storiografia condivisa. Pretendere
di affidare alla dialettica processuale – caratterizzata da contrapposte
domande e narrazioni delle parti, preclusioni, limitazioni e divieti probatori,
rigide formalità procedurali, precisi confini temporali e dal divieto di non liquet – la costruzione di una
coscienza storica condivisa su fenomeni di così ampia portata rischia di rendere
un cattivo servizio tanto al processo quanto alla memoria storica. Al processo,
perché costringe i suoi protagonisti – in
primis il giudice – a deformare il proprio ruolo fisiologico nel vano
tentativo di non deludere mal riposte aspettative di giustizia sostanziale e
trasformazione sociale. Alla memoria storica, perché è assurdo (e anche un filo
autoritario) pretendere di costringerla a forza nelle rigide maglie del
processo, che mira ad accertare solo quel tanto di fatti necessari a
pronunciarsi sulla fondatezza dell’accusa e a produrre decisioni che
cristallizzano una verità destinata a divenire irrevocabile, cioè sottratta
all’incessante lavorio di ricerca, discussione e revisione critica che sono il
senso profondo della storiografia. Non stupisce che i più accesi critici di
queste proposte siano stati, negli ultimi anni, proprio gli storici di
professione. In ultima analisi, far gravare sulle già sovraccariche spalle del
giudice e del processo la responsabilità di “fare memoria”, colpendo le propaggini
simboliche delle ideologie del passato è l’ennesimo segno evidente di resa
incondizionata e deresponsabilizzazione della Politica: si occupi il giudice con
le sue sentenze di costruire ciò che le istituzioni democratiche, la scuola, le
famiglie, i corpi intermedi non sono stati compiutamente in grado di costruire
nei settanta anni di vita repubblicana del Paese!
In terzo ed
ultimo luogo, si impone una riflessione a proposito dei rischi più in generale
connessi ad interventi normativi che toccano in modo troppo disinvolto il
perimetro di esercizio della libertà di espressione. L’esperienza storica e
l’analisi comparata mostrano come furono le stesse persone che vissero sulla
propria pelle gli orrori fascisti e nazisti ad avere il coraggio di compiere una scelta di valore per un
intervento accuratamente circoscritto del diritto penale. Costoro sapevano
troppo bene che la libertà di espressione è una conquista fragile e che ogni
sua non ben ponderata limitazione si presta a possibili arbitrii e abusi, di
cui i primi a fare le spese rischiano di essere quei “giornalisti ed
intellettuali” che oggi salutano con tanto entusiasmo la polizia del pensiero
via web e forse, domani, via processi penali. I nostri “padri” preferirono
lasciare al Parlamento (per quel che riguarda l’attuazione della XII
disposizione transitoria della Costituzione) e agli Stati (per quel che
riguarda la Convenzione sul genocidio) la scelta dei metodi e degli strumenti
più idonei a scongiurare la riproposizione di quei regimi e di quelle idee,
prevedendo la necessità di sanzionare penalmente soltanto i comportamenti
inequivocabilmente e concretamente idonei a perseguire finalità incompatibili
con i valori della democrazia. Insomma, le proposte di legge che troppo
frettolosamente liquidano come sorpassata questa saggia e lungimirante visione,
propugnando un antifascismo estetico e
di maniera reso apparentemente indefettibile dal mutato contesto sociale e
tecnologico, ci invitano considerare naïf i nostri costituenti e gli
estensori di alcuni tra i più importanti trattati internazionali, persone a cui
i legislatori odierni non sono neppure degni di allacciare i calzari.
In
conclusione, la proposta di legge Fiano è inutile, o nella peggiore e assai più
probabile delle ipotesi, dannosa. Mi pare che ce ne sia abbastanza per rifiutare
toto corde metodi, obiettivi e
contenuti di questa e di altre analoghe proposte, con l’auspicio di rimanere vigili
rispetto ad ogni futuro disegno legislativo che prosegua nella traiettoria di involuzione
civile, giuridica e politica che il nostro Paese e l’Europa hanno ormai
stabilmente imboccato in questa fase storica.
Senza ombra di dubbio questo venerdì 28 luglio passerà alla storia come una delle giornate più tristi della nostra storia recente, e, quindi, anche del nostro blog. Veder arrivare la catastrofe, cercare, con tutti i propri (deboli) mezzi di rendere consapevoli i miei concittadini del rischio che il paese correva, mi ha riservato nel tempo amare soddisfazioni intellettuali (i QED dei quali è punteggiato il blog: e oggi sono, come vedremo, almeno tre), ma rischia anche di schiacciarmi sotto l'opprimente consapevolezza della mia, della nostra, impotenza. Il mood, insomma, è questo:
e vista retrospettivamente la storia non poteva che finire così. Quante volte vi ho parlato della sensazione inquietante, tetra, che provavo rientrando (in rare circostanze: convegni, firme da mettere in banca...) nella mia vecchia facoltà? Lì una volta era tutto marxismo, o almeno keynesismo. Il dipartimento di Caffè, sapete, quello con la "c" maiuscola, che io conobbi all'esame di Politica Economica, ma col quale non ho avuto la fortuna di studiare. Ecco: ma sarebbe stata una fortuna? Tutti i suoi allievi, senza nessuna eccezione nota, sono invasati dall'euro, il body snatcher, il baccellone che ha infettato la nostra comunità, e questo nonostante il fatto che, come sappiamo grazie a Quarantotto e ai suoi preparatissimi lettori, Caffè fosse lievemente scettico (diciamo così) rispetto al progetto "europeo". Vi ho descritto la mia ansia, il mio orrore nel vedermi venire incontro queste persone, le cui sembianze esteriori, al netto dell'urto del tempo, erano immutate, che potevo riconoscere e chiamare per nome, e che mi riconoscevano e rispondevano al mio saluto, e nel constatare che dentro di loro allignava un'altra forma di vita: letteralmente non erano più loro, la loro personalità, le loro facoltà intellettuali, erano totalmente annichilite dal virus mortale del cosiddetto "europeismo".
Io mi sono salvato forse perché allievo di un docente molto meno noto, molto meno "vocal" nel dibattito politico, ma molto più votato all'analisi dei dati. Mi venne riferito, a suo tempo, un simpatico contenzioso fra lui e il Maestro Caffè sull'opportunità di far arrivare un cavo coassiale (o simile dispositivo) dal centro di calcolo del primo piano all'empireo degli economisti al sesto piano. A quei tempi l'econometria, o chi la insegnava lì, veniva percepita come "de destra". Forse in base a questo motivo, mi si dice che il Maestro non voleva che i dati arrivassero al sesto piano. Questo non toglie nulla alla bontà delle sue argomentazioni, ma dovrebbe farvi capire la mia insofferenza verso i "santini" laici di ogni schieramento (dalla A di Altiero in giù): ogni persona porta in sé un pezzo di verità, e un pezzo di menzogna, e nessuno di noi vede alcuna altra persona nella sua interezza.
Scusate se parto da qui, e da questi ricordi (magari un po' scomodi per qualcuno di voi). Mi servono per anticiparvi la conclusione di questo post: quanto è successo fra ieri e oggi non cambierà assolutamente niente. Nemmeno la SStoria può esorcizzare gli ultracorpi europeisti prendendo a schiaffoni, come ha fatto ieri, le povere salme che li ospitano. Chi è diventato un pezzo del problema non potrà diventare un pezzo della soluzione: l'europeismo è una malattia irreversibile. Non se ne guarisce, e non c'è vaccino (e se ci fosse non lo renderebbero certo obbligatorio). Per rendersene conto, basta sintetizzare quanto sta succedendo: le stesse persone che hanno teorizzato l'oppportunità di legare le nostre mani con l'euro (secondo la nota metafora di Giavazzi e Pagano), ora che ce le abbiamo legate ben strette dietro la schiena si stupiscono perché chiunque passa ci prende a schiaffi e sputi in faccia (guardate ad esempio il ministro Calenda che parla di dignità e orgoglio nazionale). Ma dico: avete voluto voi metterci in condizioni di subalternità, invocando cessioni di sovranità come unica soluzione politica alla crisi (there is no alternative), e ora che questa sovranità, totalmente ceduta in campo economico, non riusciamo ad applicarla, per difendere i nostri interessi, ve ne stupite?
Ecco: la situazione è chiara, ed è quella prefigurata qui da tempo. Le élite periferiche, come chiarisce tanto bene Featherstone e come ho dettagliato nei miei due libri, volevano l'euro per risolvere il conflitto distributivo a proprio vantaggio, cioè per schiacciare i salari (sappiamo che integrazione monetaria e disintegrazione dei sindacati sono andata avanti pari passu, sappiamo la logica economica che unisce questi due eventi, e sappiamo la logica politica di breve periodo che ha portato la sinistra a benedire questi sviluppi). Nella prima fase dell'euro ha quindi nettamente prevalso la dimensione economica, il tema della distribuzione funzionale del reddito: era capitale contro lavoro, e una cosa che aiuta il capitale a muoversi più agevolmente sul campo di battaglia ovviamente danneggia il lavoro. Ma ora siamo nella fase due, nella quale in tutta evidenza prende il sopravvento il tema del controllo internazionale delle risorse: diventa (anche) Francia contro Italia. Le nostre élite (gente come Calenda, per capirci) si vedono sottrarre le loro fonti di profitto e stanno per accorgersi che l'euro serve anche a schiacciare i loro redditi. Quando decidi di comportarti da élite, per la quale il popolo è un ostacolo, anziché da governante, per il quale il popolo è una risorsa, devi essere consapevole che da qualche parte, nel mondo, c'è sempre qualcuno che è più élite di te.
le nostre élite, che, ci tengo a precisare, noi non ci meritiamo e che largamente non abbiamo scelto (come è sufficientemente evidente a tutti), si rivolgono a quel popolo che, ormai, non può più aiutarle, perché sfibrato, reso esangue, dalle politiche omicide che le sullodate élite hanno condotto contro di lui (e quando parlo di popolo non parlo solo di tute blu: parlo anche di imprenditori, di professionisti, di artigiani, di dipendenti pubblici, ecc.).
Ridiventa così di moda l'interesse nazionale, non più demonizzato come "nazionalismo che causa le guerre" (certo, anche le cellule causano i tumori, ma questo non è un buon motivo per distruggerle suicidandosi...), ma valutato positivamente, ora che i nostri fratelli europei lo hanno sdoganato prendendoci a calci nel sedere...
Capitano quindi cose un po' paradossali, come quella su cui ironizzava l'ottimo @stat_wald:
Eh, già...
Perché i giornali di oggi riprendono tutti la chiave di lettura fornita dalla mia intervista di ieri al GR. Quanto ai giornali, vi consiglio, anziché andare in edicola a finanziare la loro poraccitudine, la rassegna stampa dell'ottimo Giuse, e quanto all'intervista, che gli amici della stampa evidentemente hanno sentito, vi fornisco il podcast (al minuto 2:50), e anche, a futura memoria, la trascrizione fatta da uno di voi, che ringrazio:
[...inizio trascrizione...] GR3 - ...dietro la battaglia per il controllo dei cantieri navali francesi si nascondono gli enormi interessi economici legati anche alle commesse militari. Decine di miliardi di euro come il maxi contratto che si è aggiudicato Fincantieri lo scorso anno per la creazione dal nulla dell'intera marina per il Qatar. Ne parliamo con l'economista Alberto Bagnai.
Bagnai - Abbiamo visto la Francia e la Germania venire in Italia ad acquisire aziende, ma quando imprese italiane si rivolgono all'estero incontrano delle opposizioni. Questo ci fa capire che l'interesse nazionale esiste, significa avere il controllo di attività strategiche, significa proteggere i livelli occupazionali e la seconda cosa è che l'interesse nazionale si difende al livello nazionale. Noi stiamo parlando di governo italiano e governo francese, l'Europa dov'è in tutto questo?
GR3 - Perchè agli occhi della Francia i coreani sarebbero meglio degli italiani?
Bagnai -Probabilmente perchè sono più distanti e in questo momento la Francia sta facendo una politica neocoloniale, il caso della Libia ne è un esempio, a fronte di questo l'Italia è un avversario diretto, per cui io credo che anche a parità di validità economica dell'offerta ci sia un interesse politico del governo francese a, per così dire, mettere sotto l'Italia in queste circostanze.
GR3 - L'Italia è solo debole o ha anche sbagliato qualcosa?
Bagnai - Credo che una parte dell'errore sia stato quello di non voler riconoscere l'interesse nazionale come categoria degna di essere tutelata. Questo fa parte di una adesione al progetto europeo che gli italiani hanno dato, rispettandone anche le regole più degli altri: però dobbiamo renderci conto che alcuni dei nostri partners sono sleali.
[...fine trascrizione...]
Ormai la storia ha accelerato talmente tanto che i QED, e i risposizionamenti del mainstream, sono fulminei, a meno di 24 ore. Nell'elencarvi i tre QED di lungo corso, cui accenno nel titolo, vorrei riportarvi due frasi che si sono perse negli inevitabili tagli editoriali. Nota: non sto dicendo "tagli censura noi siamo laggente i poteri forti ci temono1!11!1111!". Tutt'altro. Le due frasi che mi piace consegnarvi, perché sono sufficientemente icastiche e organicamente legate ai QED, avevano una connotazione polemica che, in quel contesto, avrebbe reso meno efficace il mio messaggio, allungandolo e privandomi della veste di "tecnico imparziale": una figura che noi sappiamo essere chimerica, ma che, forse proprio per questo, è elemento strutturale del racconto fattoci dai media. Con l'occasione quindi ringrazio come sempre Anna Trebbi, che con Americo Mancini è una dei due giornalisti del Gr1 che mi contattano, e che fanno un ottimo lavoro.
(...nota: vi giro anche i complimenti che mi fanno perché io "parlo a blocchi", rendendo facile il loro lavoro. Il fatto è che siccome sono un musicista musicale, le mie frasi hanno direzione - il fraseggio è un mio strumento di lavoro - e quindi diventa facile "editarle" senza che i necessari tagli redazionali siano apparenti. Farete caso che certe altre interviste, anche di persone "mainstream", sembrano il vestito di Arlecchino. Sono ovviamente tagliate anche loro - per cui non c'entra assolutamente nulla l'ideologia - e spesso si sente - per colpa di chi parla senza capo né coda, non solo dal punto di vista logico ma anche dal punto di vista prosodico...)
La prima fase era nella prima risposta, ed è questa: "abbiamo capito che il mercato unico è in realtà un mercato a senso unico. Noi abbiamo ceduto a capitalisti esteri molte nostre aziende, ma appena ci affacciamo sui mercati esteri incontriamo forti opposizioni". Eh già, è proprio così, e questa non è una novità, ma anzi il primo dei tre QED, il QED78, che ci rinvia a un post vecchio di quattro anni, e che meriterebbe di essere aggiornato, se il farlo non fosse troppo doloroso: Smoke sales. Il titolo alludeva a quegli economisti venditori di fumo che in un estremo tentativo di difendere l'euro "da sinistra" (per evitare di ammettere di aver difeso un sistema contrario agli interessi dei lavoratori) argomentavano che "in caso di uscita" la svalutazione avrebbe reso il prezzo delle nostre aziende più allettante per i capitalisti esteri, che ne avrebbero fatto incetta.
Vale qui il:
Teorema fondamentale dell'uscita dall'euro: tutto quello che un economista dilettante o ideologicamente condizionato dice che accadrebbe in caso di uscita dall'euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà difendendo l'euro.
Lo dimostra quanto è accaduto fra ieri e oggi, ovvero, prima l'affronto su STX, e poi, a ruota, l'autorevole risposta del governo italiano:
sarcasticamente annunciata da un ottimo Guido Crosetto. Il QED78 altro non è che un corollario di questo teorema: mentre la spoliazione delle nostre aziende continua (ultima Telecom Italia, una realtà non trascurabile!), noi troviamo continui ostacoli all'estero, e anche questa non è una novità. Simone Previti ci ricordò, quattro anni fa, la vicenda di Enel e Suez (la relativa pagina di Wikipedia andrà evidentemente aggiornata).
Il primo QED quindi va a dimostrare un dato di fatto economico che da sempre abbiamo portato all'attenzione: ciò che rende aggredibili le aziende non è il loro "prezzo" tout court, eventualmente scontato dalla mitica svalutazzzzzzione (altrimenti quando l'euro si è svalutato del 30% rispetto al dollaro fra il 2014 e il 2015 tutte le aziende italiane sarebbero dovute passare in mano americana!), ma i rapporti di forza fra paesi, un pezzo dei quali è dato dalla prosperità economica. Se tralasciamo il caso di queste vicende fra colossi economici, e ci soffermiamo sull'immensa ricchezza costituita dai marchi del Made in Italy nella fascia delle piccole e medie imprese di ogni settore, vediamo che quanto spinge i proprietari a vendere obtorto collo è il fatto che a causa dell'euro i loro fatturati e i loro margini si sono compressi, per cui l'arrivo del fondo del Qatar o cinese che ti propone di rilevare l'azienda viene visto come la fine di un'agonia. Inutile dire che così occupazione e know how vanno dispersi e distrutti. Ma il punto è semplice: se una moneta sopravvalutata soffoca la crescita dei redditi, come affermano e dimostrano economisti certo meno autorevoli (!) di certi nostri Soloni nostrani, chi questi redditi li percepisce come profitti alla fine è tentato di vendere tutto e andarsene.
La seconda frase era nella terza risposta, che continuava così: "...dobbiamo renderci conto che alcuni dei nostri partners sono sleali, e concepiscono l'Europa non come una Unione, ma come un'autostrada per i loro interessi". Anche questo è sostanzialmente un QED, il QED79, di un altro post, quello sulle Sinistre Subalterne (le SS che stanno facendo strage dei nostri resistenti: imprenditori e lavoratori). Vi parlavo, guarda caso, del calendismo, la strana ideologia della sinistra di governo che vuole cambiare le regole rispettandole, ignorando il più ovvio principio negoziale, consegnato all'eternità dalla saggezza popolare: chi si fa pecora il lupo se lo mangia. Inutile che Calenda piagnucoli oggi di orgoglio e dignità nazionale. Non è credibile perché lui per primo ha calpestato questo orgoglio e irrimediabilmente vulnerato la nostra dignità affermando che il nostro paese dovesse rispettare regole irrazionali per meritare l'altrui fiducia. In questo modo, senza rendersene conto, ha dato dei cialtroni a 60 milioni di suoi concittadini, trattandoli come tarati che sono costretti perennemente a dimostrare, a costo di immani e soprattutto irrazionali sacrifici (i salvataggi che non ci salvano), di avere pari dignità. Ma se i nostri stessi governanti ci dicono che dobbiamo punire noi stessi per dimostrare di averla, questa pari dignità, ciò indica chiaramente che i primi a non crederci, in questa pari dignità, sono loro (o comunque indica che stanno continuando il loro giochetto di usare un ricatto morale insensato per portare avanti politiche classiste).
Ora, qualcuno dei nostri gazzettieri sta parlando di questo? Qualcuno vi ha detto che Politico.eu, organo dell'ortodossia eurista, parla apertamente di Germania disonesta, cosa che qui facciano, argomentando molto meglio, da anni?
I nostri governanti, cioè, ci dicono che siamo creature inferiori (salvo poi contare sulla nostra solidarietà quando rientrano in patria tramortiti dagli schiaffoni) perché il nostro paese non ha aggredito slealmente i propri partner facendo dumping sociale: quel dumping il cui ruolo nella genesi della crisi è ormai ammesso perfino dai consiglieri della Merkel (da due anni)!
Ecco. Io non credo che sia solo per cattiveria. Credo, e anzi so, e con qualche prova in più di Pasolini, che ci sia molta ignoranza nella subalternità psicologica dei nostri governanti. So che è (in parte anche) perché non capiscono nulla di economia, non hanno accesso ad analisi spassionate e tecnicamente valide (conoscete la corte dei miracoli che li circonda), che loro ritengono di dover partire dal presupposto negozialmente perdente della nostra (e quindi loro) inferiorità.
(...p.s.: la BNL non c'è più, è BNP da tempo, ma non escludo che l'errore sia intenzionale, volto a ricordare due concetti che il precedente nome dell'istituto affiancava e che le sinistre subalterne hanno umiliato di pari passo: nazione e lavoro. Tralascio anche di valutare le technicalities di una "uscita immediata": il punto qui non è tecnico ma politico, e sul punto politico ha ragione Di Stefano - e presto il PD dovrà rincorrerlo su questo tema, anzi: lo sta già facendo. C'era ampio margine per evitare che la verità diventasse monopolio di una parte politica, e io ho fatto il possibile...).
Questo è il fallimento dell'altra sinistra, la sinistra "maiconista", quella che ha demonizzato l'interesse nazionale senza capire che, per un mero fatto aritmetico, fare l'interesse di un paese (se ci si riesce) è per definizione fare l'interesse della maggioranza dei suoi abitanti, che, mai come oggi, dopo quarant'anni di globalizzazione finanziaria, sono i più poveri e i meno tutelati.
Sinistra "calendista" e sinistra "maiconista" non si solleveranno dal peso storico di questa colpa. Sapete tutto: non torno su questo discorso. La loro unica possibilità per ritardare il loro sfacelo, inevitabile e ormai, ahimè, auspicabile, è ricorrere alla censura, come sapete. Non a caso oggi sono "sciadobannato" su Twitter: ho toccato la terza carica dello Stato, e la reazione non si è fatta attendere (ci ho riso sopra, considerando che mentre me ne accorgevo il cellulare squillava per l'intervista al Gr1). Fatele, cari, fatele le leggi liberticide: qualcuno sarà lieto di applicarle quando ve ne sarete andati! Fosse la prima volta che questi Paperoga della politica scavano il trabocchetto nel quale poi finiscono! Ma anche questo l'ho già detto, inutile tornarci sopra.
L'Europa non ha fatto nulla, cioè nulla, per evitare che il mercato fosse a senso unico. Non l'ha mai fatto, del resto. Sappiamo che non solo la Francia, ma anche la Germania, e non da ieri, ha adottato un atteggiamento protezionista. Loro possono e noi no. Perché? Perché abbiamo aderito all'idea sbagliata che l'Europa fosse il forum cui affidare la mediazione dei nostri interessi nazionali. La Caporetto di questi ultimi due giorni è quindi l'ultimo QED, il QED80, quello del post Interesse nazionale e mediazione politica: dicevo, in quel post, che gli interessi nazionali si difendono a livello nazionale, e questo per motivi contingenti e strutturali. Non è solo una raccomandazione: è anche, come credo vediate, un dato di fatto. I due leader europei, uno dai piedi di argilla e con l'atomica (e non è buona cosa che un simile giocattolo ce l'abbia in mano un paese traballante), l'altro strutturalmente più forte, ma fragilizzato dal proprio desiderio assurdo di egemonia (quello sì responsabile di guerre...), non hanno mai rinunciato a ragionare in termini di loro interessi nazionali.
Noi sì.
Anche questo ci ha portato alla sconfitta. Abbiamo messo il fiore dell'europeismo (la cannabis di Spinelli) nei nostri cannoni, e simpaticamente strafatti di questa droga pesante siamo andati incontro a un nemico lucido, che, senza tema di apparire retrogrado, le proprie armi le aveva caricate a piombo.
Il risultato è ora sotto gli occhi di tutti.
Cambierà qualcosa?
Ripeto: non credo. I danni fatti da questa ideologia disfunzionale, da decenni (anzi: secoli) di disprezzo dei nostri governanti verso di noi (fomentati da una stampa spesso asservita a interessi esteri), non si riparano facilmente. Dovrà andare molto peggio, prima che possa andare meglio, e se leggete bene questo post capite chiaramente cosa intendo. Il capitale italiano è lui stesso ormai convinto che la sospensione della democrazia sia auspicabile. Voi state (tutti) banalizzando la storia della censura come sette anni fa banalizzavate quella dell'euro. Vi dovrete ricredere, e in questo humus non potrà esserci che un vincitore.
Non sarà l'Italia.
Dixi.
Si apra la discussione, una discussione più che mai sul nulla: le cose stanno così e andranno così. L'unica cosa che ha senso discutere è cosa fare dopo. Ma io ora vado in spiaggia a scrivere un paper per una rivista di classe A. Sto cercando lavoro...
(...ah, naturalmente voi che siete europei, non europeisti, avrete capito che il titolo allude a queste due giornate. Presto qui arriveranno europeisti, quindi dobbiamo essere pronti a venirgli incontro fornendo loro ciò che loro sommamente manca: #lebbasi della cultura europea. Se le avessero, amerebbero questo lembo di terra e si rifiuterebbero di consegnarlo a un progetto classista oltre i limiti del criminale...)