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mercoledì 16 agosto 2017

Godley, Lavoie, e Draghi: un'eterna politica espansiva

Rapidissimamente, che poi devo chiamare il tecnico della caldaia, andare a fare la spesa, scrivere un articolo per il Fatto Quotidiano, scrivere una prefazione per Il Pedante, scrivere un'apologia (Tertulliano me spiccia casa), ecc.

Questo post è un piccolo lago di montagna, dove confluiscono almeno due rivoli di acqua fresca e cristallina: il discorso su Lascienza, e il discorso sui rapporti di forza all'interno dell'Eurozona, messo in luce nel post precedente.

Cosa rimprovera il re che da Berlino "mannò ffora a li popoli un editto: io sò io, e tu sei un cretino, governatore de sta fava, e zitto"? Rimprovera a Draghi il fatto che l'acquisto di titoli di Stato violi la proibizione di finanziare direttamente gli Stati (insomma, violi quel "divorzio" fra Tesoro e Banca Centrale che noi abbiamo adottato spontaneamente [?] nel 1981, ma che dal 1992 è sancito dal Trattato di Maastricht). Notate che questo granellino di sabbia è stato messo nell'ingranaggio da Bernd Lucke, il fondatore di Alternativa per la Germania, il partito che vorrebbe che la Germania uscisse dall'euro.

Ora, qui bisogna in realtà difendere Draghi, e, simultaneamente, la scienza economica. Marc Lavoie, a seguito di un paio di conversazioni che abbiamo avuto a Parigi su un modello che sto per pubblicare (così facciamo stare zitti anche quelli che "Bagnainonhailmodelloteoricoooooo!"), mi ha inviato un suo articolo, scritto con Godley nel 2006 (poi pubblicato su carta nel 2007), del quale mi pregio di agevolarvi l'abstract:


Prendersela con Draghi è ingiusto e inutile (mi affretto a dire che Lucke lo sa benissimo e vuole solo creare un caso politico). Draghi segue quella che la scienza economica, in una delle sue riviste più prestigiose (tant'è che perfino gli economisti pre-keynesiani sono costretti a tenerla in classe A), aveva indicata come una strada obbligata. Per tenere insieme i cocci dell'Eurozona dopo uno shock esterno c'è solo una cosa da fare, quella che sta facendo Draghi (che cretino proprio non è!): comprare titoli, in particolare delle "weak euro countries", e comprarli in proporzione ever rising: never ceasing, still increasing, with the length of time shall grow, come le lacrime (di coccodrillo) del primo vecchione nella Susanna di Handel.

Come notava giustamente l'amico Pilon in coda a un post precedente, ora resta da vedere cosa succederà quando smetterà di farla. Non vorrei guastarvi la sorpresa, ma chi ce la fa, per saperlo, può leggersi l'articolo di Godley e Lavoie.

Agli altri basterà aspettare: Draghi scade nel 2019...




(...e voi poracci che eravate rimasti a AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA-LLE-LUGLIA! Ma non ci siamo proprio, non ci siamo. Handel è da un'altra parte: è qui. E nel caso vogliate sapere dove ha imparato a scrivere così, vi accontento subito: in questa cessa di città, dove insegnavano Corelli, Pasquini e Scarlatti. Un'eterna ghirlanda brillante...)

mercoledì 22 marzo 2017

Etica e utopia: i volenterosi carnefici dell'Unione



Nicola Baroni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La medicina non è unascienza":

Premesso che il discorso di Alberto è chiarissimo: il tentativo di rendersi esenti da responsabilità con argomenti del genere è evidente. Tuttavia, ho un dubbio: se la dicotomia "scienza-non scienza" sia o meno un piano valido di discussione e - soprattutto - idoneo ad offrire una fotografia del problema UE-Euro. Ciò che intendo è - premesso che bisognerebbe accordarsi innanzitutto su che cosa sia scienza e poi, ma non meno importante, su cosa sia possibile aspettarsi dalla scienza - mi domando: se io arrivo a considerare le vite degli uomini come quintali o tonnellate di materia organica, sacrificabili in vista del raggiungimento di un bene superiore - la società ideale, quella della cultura della stabilità tanto cara a Monti - si può comunque continuare a parlare di scienza applicata?

Provo a rispondere. Ho paura di sì. E in questo senso mi trovo d'accordo col ragionamento fatto da Velo quando dice:

"Cosí come si è sempre saputo che la moneta é uno strumento sociale determinato dai rapporti di forza che crea vincitori e vinti, sfavoriti e avvantaggiati. Si sapeva, era previsto e si é voluto avvantaggiare alcuni. Ed é stato fatto. In questo senso la scienza economica ha funzionato benissimo..."

Io credo che un piano maggiormente idoneo ad inquadrare il problema sia espresso dalla dicotomia "astrazione-non astrazione". Mi spiego. I sostenitori e realizzatori del progetto unionista europeo mancano di aderenza alla realtà: ritengono sia possibile raggiungere in terra la società (per loro) ideale (universale) e per ottenere ciò - come ogni uomo che vive nell'astrazione - pensano di poter forzare le differenze, piegare la realtà in base alle proprie simpatie o preferenze. Per realizzare questa Utopia - entro la quale si riversano indubbiamente anche istinti di natura personale puramente egoistici e mercantilistici - essi utilizzano il massimo della scienza e delle facoltà intellettuali di cui è possibile disporre oggi. Non credo dunque che la scienza sia legata all'etica: è solo un metodo che si può usare con senso del limite (quello umano, ad esempio) o meno. Anzi, credo che proprio la questione UE-Euro manifesti il problema di dove l'intelletto umano possa arrivare se non è sostenuto da altro, un limite dato dalla presa d'atto della realtà (la quale non può essere contenuta in schemi o teorie).

Di conseguenza, tutta la loro "narrazione", i sotterfugi, i dati occultati o trasformati servono solo a coprire il problema etico che ne deriva e - certamente per molti degli "europeisti" - pure per provare a razionalizzare una verità che altrimenti dentro di sé sarebbe insostenibile (la macelleria che stanno mettendo in piedi). Ecco perché a mio avviso non occorre essere degli economisti per ritenere quel progetto profondamente dannoso: perché la loro astrazione, la loro allucinazione è percepibile con un livello di coscienza minimo. Ed ecco perché sono in molti a sostenerti in questa tua denuncia, nonostante di macroeconomia ci capiscano gran poco.



(...così, a me, di primo acchito, sembra una gigantesca supercazzola. Che la sociopatia di certi personaggi - come quelli che vorrebbero "disciplinare" le imprese (altrui) manganellandole col cambio rigido - sia comprovata, e che susciti un istintivo ribrezzo, è certo. Non occorre il dottorato per inorridire di fronte a un serial killer. Che alcuni di essi siano scollati dalla realtà, per mancanza di strumenti analitici, di tempo speso a consultare dati, o perché vivono in una bolla, è altresì palese. Però il problema che ponevo era totalmente diverso. Sul tema delle responsabilità, il piano doxa-aletheia è estremamente importante. Ogni uomo ha diritto alle proprie opinioni, nessuno ai propri fatti. Trasformare l'epistème economica in doxa è lo snodo etico rilevante, e il mio problema non è nemmeno che ci provino i soliti cialtroni, ma che dalla parte di chi ci dovrebbe aiutare di cada così facilmente in trappola. Rispetto a questo, la dicotomia astratto-concreto cosa c'entra? Voi l'avete capito, il giovine Baroni?...)

martedì 21 marzo 2017

La medicina non è una scienza

Reduce da un duplice prelievo (una mora mi ha sfilato 117 euro, e un'altra mora mi ha sfilato 117 gocce di sangue), rifletto sulla caducità delle cose umane, e su quanto vacui siano certi rituali. A che prò farsi le analisi? Non mi riferisco al fatto che il risultato già lo so: colesterolo LDL verso l'infinito e oltre, acido urico probabilmente sotto i 9 grammi per litro (ormai sono allopurinolodipendente), omeocisteina meglio non saperlo, il resto chi se ne frega. No, mi riferisco a qualcosa di più radicale, che ho appreso, con una certa costernazione, a margine di un dotto seminario tenutosi sotto le volte affrescate di un prestigioso istituto romano. Il gentile ospite aveva proposto a un'eletta platea di persone che la pensano più o meno allo stesso modo di dibattere (ma perché dibattere se la si pensa allo stesso modo?) sull'economia, e nella sua relazione introduttiva veniva posto un tema che a voi sembrerà stantio (vabbè, ve la dico tutta: c'erano anche i famosi 60 miliardi de Lacoruzzzzzzione, all'ordine del giorno...), ma che ritorna con la petulante regolarità di una stagione poco amata: "gli economisti hanno fallito le loro previsioni"...

Il seminario, per fortuna, aveva preso da subito un'altra piega: si era parlato di altro, cioè, sostanzialmente, di tutto quello che trovate qui. Mi dicono che non devo dire "ve lo avevo detto", perché altrimenti risulto antipatico. Ma chi mi rivolge questa assennata esortazione, alla quale io rispondo con garbato apprezzamento, forse ignora due elementi importanti.

Il primo è che a me non interessa il consenso. Non è mio obiettivo essere simpatico a tutti: preferisco esserlo ai migliori. Il mio rifiuto esplicito del facile consenso è al tempo stesso la migliore garanzia di credibilità (sto semplicemente enunciando fatti, non cerco di blandire nessuno), e, paradossalmente, il miglior modo per ottenere quella adesione emotiva un po' bovina, quell'ammmmmmmoooooorrrreeeeee che molti di voi mi manifestano (sappiate che io comunque il pio bove lo amo...). Sì, insomma, per dirla in soldoni: fare lo stronzo buca lo schermo, ed è meglio essere antipatici che passare indifferenti (naturalmente cum grano salis). Quando mi servirà il consenso, vi dimostrerò che so ottenerlo. Ricordate quando dicevate che non sarei mai andato in televisione?  Che non avrei mai scritto sui giornali? O che su Twitter non avrei avuto seguito perché sono troppo prolisso? Ecco, rilassatevi: non sono fatti vostri, e comunque il problema non si pone...

Il secondo motivo, meno soggettivo del primo, è che quando rivendico l'efficacia delle mie previsioni non lo faccio (solo) per (un benedetto e santo) narcisismo, ma anche (e soprattutto) per affermare la dignità della scienza economica. Vedete, questa storia che l'economia non è una scienza non è solo un'idiozia in termini epistemologici, ma è anche e soprattutto un'arma di propaganda. Basterebbe pensare a chi l'ha introdotta nel dibattito: è stato il "Trio monnezza", come i più attenti di voi ricorderanno. Ma siccome c'è sempre qualcuno che, buonisticamente, si adonta se giudichiamo gli argomenti da chi li propone, rapidamente vi spiego more geometrico perché chi dice "l'economia non è una scienza" fa propaganda per il progetto neoliberista. Il motivo è semplice: siccome tutte le ricette neoliberiste hanno fallito, e siccome "er popolo" comincia ad accorgersi che dietro queste ricette c'è un disegno politico ben preciso (comincia cioè a capire che Lausterità non è stata fatta perché occorresse consolidare il bilancio pubblico, ma perché bisognava ulteriormente distorcere a danno dei salari, cioè a vantaggio dei profitti, la distribuzione del reddito), gli intellettuali neoliberisti (piacevole ossimoro), per deresponsabilizzarsi, per chiamarsi fuori, portano avanti l'idea che l'economia non sia una scienza, che non esistano relazioni causali fra certe politiche e certi risultati, che sia tutto un po' vago, che oggi tutto sia diverso, che stiamo navigando in acque inesplorate, e via scemenzando. Questo al solo e unico scopo di non sedere dove dovrebbero, cioè sul banco degli imputati. Dà loro molto, moltissimo fastidio, quando si ricorda loro che era tutto già scritto, che essi sapevano benissimo come i loro illuminati pareri, le loro auguste prescrizioni, fossero chiaramente orientate a danno del lavoro e a vantaggio del capitale. Loro preferiscono passare per scemi, piuttosto che per criminali, e questo è comprensibile. Preferiscono svilire la propria scienza ad alchimia, piuttosto che confessare di averla deliberatamente usata a vantaggio dei pochi contro i molti. Ma non deve essere permesso mai, e tantomeno nella società dell'informazione, agli intellettuali di sottrarsi alle proprie responsabilità.

L'economia è una scienza, e quindi se ho azzeccato tante previsioni non è merito mio, ma di chi non mi ha pagato per non azzeccarle.

Così, come vedete, abbiamo anche risolto il problema del narcisismo... o forse lo abbiamo spostato dal piano intellettuale a quello etico: ma io non ho detto che non mi sarei venduto: ho solo detto che nessuno ha avuto la buona idea di comprarmi!

Ora, visto che diffondere l'idea che l'economia non sia scienza è parte integrante del contrattacco neoliberista, duole (oh, se duole!) constatare che intellettuali progressisti non banali cadono in questa trappola. Durante tutto il seminario avevo tentato di riportare il dibattito sul tema cruciale: l'importanza dei linguaggi, e quindi, in primo luogo, la necessità assoluta e categorica di astenersi dall'usare categorie liberiste nell'articolare i nostri ragionamenti. Accettare il linguaggio del nemico è avere perso: va bene se vuoi solo far finta di combattere (e molti, secondo me, hanno fatto finta: ricordate la storia dei fire sales?), ma non va bene se vuoi fare sul serio (e ora è il momento di fare sul serio).

Pensate quindi come ci son rimasto quando, in chiusura dei lavori, il tema dello statuto scientifico dell'economia è tornato a galla (come si conviene alla sua natura)! Mi sono permesso di svolgere sinteticamente le considerazioni che vi ho offerto sopra, e sapete cosa mi è stato risposto da due intellettuali che stimo? Che si può parlare di scienza solo se si riesce a prevedere esattamente un evento (esempio: la predizione di un eclissi solare), e se si possono effettuare esperimenti in condizioni controllate.

Con il sangue agli occhi (perché io voglio vincere, quindi mi dolgo nello scoprirmi compagno di strada di perdenti) ho fatto gentilmente notare che i due esempi erano incongruenti, dato che nessuno ha mai portato in laboratorio un globo solare per osservarlo in condizioni controllate (l'astronomia non è propriamente sperimentale). Quanto all'esattezza delle previsioni, ho gentilmente suggerito ai miei interlocutori di chiedere al proprio medico quando sarebbero morti, invitandoli a non fidarsi di lui qualora non avesse saputo fornirgli la data esatta del triste (o lieto: c'è sempre chi vede il bicchiere mezzo pieno) evento.

Io ho detto che la Finlandia (e la Francia) erano in crisi quando nessuno ne parlava, e anzi quando tutti vedevano nella Finlandia un esempio e nella Francia una speranza. Io vedevo il tumore. Io sono uno scienziato. Io non so dire quando l'euro crollerà, come il medico, alla prima ecografia, non sa dirti quanti giorni di vita ti restano. Ma so che questa costruzione è malata e agonizzante.

A chi dice che l'economia non è una scienza, perché non prevede l'esatta data degli avvenimenti, dovrebbe essere proposto di rinunciare (o, in un mondo meno umano e più draconiano, vietato di accedere) alle cure mediche. A che ti serve uno scienziato che non è uno scienziato perché non sa dirti la cosa più importante: quanto tempo ti resta per dire la qualunque?

Ecco: io cerco di rispettare gli altri. Ma a me viene riferito il dolore di tanti. Non posso sopportare che chi ne è stato causa attiva si sottragga alle proprie responsabilità, non posso sopportare che lo faccia schernendo grandi uomini, come Keynes e Kaldor, e soprattutto non posso sopportare che chi dice di voler contrastare questi agenti del Male cada in modo così ingenuo nelle loro trappole.

Sed de hoc satis. Al seminario non sono state dette solo lievi imprecisioni. Ora ho un'intervista in radio, poi, se mi avanza tempo, vi dirò un paio di cose non banali che ho sentito. C'è sempre da imparare, e, fra l'altro, è esattamente per questo motivo che è meglio non sapere quando si morirà. Il che, peraltro, non implica che si sia immortali...

domenica 31 gennaio 2016

Neoliberismo, s.m.

(...a Davide che ha fatto un intervento molto profondo, che poi magari vi riferirò in interessa...)

Caro Davide,

mi è molto piaciuta la tua analisi del concetto di "neo" liberismo, anche se lì per lì mi ha un po' sorpreso che tu la proponessi commentando il mio libro. Io, in realtà, mi sono sempre scagliato, con il mio consueto garbo contro quello che chiamo il "neismo", ovvero la stucchevole abitudine dei nostri cosiddetti simili di preporre "neo" a qualsiasi parola, ad uso di salutare lavacro della propria coscienza ormai evidentemente lorda di sangue. Ma basta neodire che il neoliberismo ha neosovvertito neola neodemocrazia, e hai così riempito i caratteri a disposizione, per cui, purtroppissimo, sei de iure et de facto esentato dal dire: euro.

Funziona così, e lo sai (e a Napoli ce lo siamo detti, io, te e Nello, facendo anche - io - nomi e cognomi, come al solito).

Ho cercato "neo" nel Tramonto dell'euro e ho trovato le seguenti sei occorrenze:

  1. istantaneo
  2. temporaneo
  3. sotterraneo
  4. momentaneo
  5. neoclassico
  6. neonazisti

mentre ne L'Italia può farcela, il cui linguaggio, peraltro, è solo parzialmente mio (essendo stato sottoposto a non so più quanti estenuanti cicli di miglioramento editoriale) ho trovato:

  1. sottolineo (3 volte)
  2. neoliberale (in una citazione da Featherstone, a p. 126)
  3. neoliberista (p. 126, 2 volte; p. 143; p. 230 con precisazione "come la definisce Featherstone"; p. 339 subito dopo la citazione di Porcaro, vedi sotto; p. 443)
  4. neoliberismo (p. 127, 2 volte; p. 339 in una citazione da Porcaro, che non è un neista; p. 352)
  5. estraneo
  6. neoclassico (5 volte)
  7. Mediterraneo (6 volte)
  8. omogeneo (2 volte)
  9. subitaneo (2 volte)
  10. spontaneo
  11. neolatine
  12. istantaneo
  13. Bagnaineolibberistabbrutto (neologismo evidentemente inteso a distanziarmi da scuola e concetto...)
  14. neolingua
  15. neoassunti

Appare evidente che nonostante gli interventi del sagace editor L'Italia può farcela ha molti più nei, ma sono quasi tutti suffissi anziché prefissi, e quelli liberisti (neoliberale, neoliberista, neoliberismo) sono undici, di cui otto compresi nelle citazioni da Featherstone e Porcaro, o "attratti" da quelle citazioni, cioè necessitati dal bisogno logico di utilizzare per coerenza nel mio testo categorie introdotte nel flusso del mio ragionamento da autori che ritengo per vari motivi crucial, pur non condividendone le premesse metodologiche, perché non sono economisti, QUINDI...

Quindi cosa? Quindi, come tu correttamente rilevavi nel corso del dibattito, non usano il termine che usiamo noi economisti: neoclassico (che è invece quello che uso io quando parlo con parole mie, perché io sono un economista, quindi...).

Il mio atteggiamento, che ho ribadito anche nel corso del nostro dibattito, è di fortissima insofferenza verso quello che chiamo il "neismo" e Nello il "nuovismo". La ho esplicitata, questa insofferenza, a p. 188, come avrai visto, intitolando un paragrafo "Ecce hoc novum est!", e la ho motivata (nuovamente) nella mia replica chiarendo un concetto essenziale: il "nuovismo", l'"oggi c'è la Cina", è semplicemente una autolegittimazione della pigrizia mentale di chi si rifiuta di studiare e possibilmente apprendere (non è la stessa cosa) le lezioni della storia.

Io ho compassione di chi oggi non vuole sottoporsi, come invece facciamo noi, a questo salutare esercizio. Ne ho compassione perché mi rendo conto che nel non sobbarcarsi la fatica di volgere lo sguardo al passato non c'è solo pigrizia: c'è anche orrore. Credo che molti si rendano istintivamente conto di quanto noi, ma anche la stampa americana (con diversa intenzione e prospettiva), affermiamo con consapevolezza: da questa spirale deflazionistica si uscirà nel solito: con un bagno di sangue.

Questo è il dato, dopo di che io non sono un filosofo della storia, quindi mi taccio.

Finché però non saremo arrivati a quel simpatico siparietto, credo che uno dei compiti più urgenti che ci attende sia effettivamente dare un senso al termine "neoliberale", e secondo me la linea che tu proponi è la più interessante, proprio perché rimanda a una riflessione molto profonda sulla progressiva egemonia dell'economico nel pensiero delle scienze sociali, e anche perché (dato accessorio ma non trascurabile) dare un senso "professionale" a questo termine contribuirebbe a escludere dialetticamente chi ne fa un uso fumoso e dilettantesco, con notevole igiene per il dibattito.

Naturalmente, quale sia questa tua prospettiva non lo dico: se i miei lettori avessero voluto saperlo, sarebbero venuti a Napoli, e ora non voglio certo rovinargli il finale del tuo prossimo lavoro (Han Solo muore, ma questo lo aveva già in qualche modo anticipato De Andrè, quindi non è una nuovissima novità...), per il quale ti assicuro tutta la mia collaborazione di insider nel meraviglioso mondo di Hayek e dei suoi inconsapevoli nipotini...

Un abbraccio.

A.