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giovedì 28 dicembre 2017

L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgimento.

(...lasciamo perdere gli invasati che "tu non ami li piccini": lo spettacolo di una torma di sottoproletari che tifa per i propri carnefici è istruttivo, ma anche ributtante. Forse è il caso di tornare ad occuparci di struttura economica, anche se in questo caso lo spettacolo, proprio perché intellettualmente appagante, rischia di essere molto più noioso, almeno per me. Ma so che voi vi divertite così...)



Sapete bene che una delle mie principali critiche all'attuale assetto europeo è che l'alleanza con la Germania da esso determinata ci spinge fatalmente a combattere una guerra economica contro gli Stati Uniti, un paese che sarebbe meglio non avere come avversario. Questo a voi è noto perché ne parlavo nel Tramonto dell'euro. Mi riferisco, fra gli altri, al passo che inizia a p. 373 della prima edizione:

Da allora, questo scenario è stato sostanzialmente confermato. Le tensioni fra Stati Uniti e Germania sono andate crescendo, come abbiamo più volte commentato in questo blog, e questo per motivi assolutamente oggettivi. Ci aiuta a capirli (o quanto meno a seguirne la scansione temporale) questo disegnino:


Si tratta, come molti di voi vedono immediatamente, del tasso di cambio euro/dollaro (in notazione certo per incerto: quanti dollari compri con un euro; una diminuzione del cambio implica una svalutazione dell'euro, cioè il fatto che con lo stesso euro compri meno dollari, che ovviamente equivale a una rivalutazione del dollaro).

Nel grafico vedete due puntini rossi. Il primo è in data 19 maggio 2014, corrispondente al giorno in cui scrissi che l'Italia correva un maggior rischio di drastica svalutazione sotto l'euro che in caso di ipotetico ritorno alla lira, per il semplice motivo che se l'euro non si fosse pesantemente svalutato l'eurozona sarebbe andata in frantumi (dato che un cambio vicino al valore di equilibrio per la Germania penalizzava fortemente - in quanto troppo alto - i paesi del Sud, che quindi alla lunga sarebbero stati costretti dalla recessione a uscire). Ovviamente per noi la svalutazione sotto l'euro (cioè la svalutazione dell'euro) sarebbe stata maggiore di quella stimata in caso di ritorno alla lira, per il semplice fatto che nel primo caso ci saremmo dovuti far carico non solo e non tanto della nostra "debolezza", quanto della fragilità finanziaria ed economica di paesi come la Grecia e il Portogallo. Insomma: mentre in caso di uscita la valuta italiana sarebbe tornata a un valore di equilibrio compatibile con l'economia italiana (cioè con la seconda potenza manifatturiera dell'Eurozona), in caso di permanenza l'euro sarebbe dovuto scendere a un valore vicino a quello di equilibrio per il paese più a rischio geopolitico di uscita, la Grecia (messa decisamente peggio di noi).

Il grafico mostra che quanto annunciavo si è puntualmente verificato, con una svalutazione della nostra valuta nazionale pari a circa il 30%, e con le conseguenze che avevo previsto: nessun incremento dell'inflazione (che secondo gli imbecilli, molti dei quali ancora in giro, sarebbe dovuta aumentare del 30%, cosa che questo nostro studio, in compagna di infiniti altri, smentiva), e nessun particolare beneficio addizionale al saldo delle partite correnti, per i motivi chiariti in questo policy brief (poi pubblicato qui).

Il secondo puntino rosso è in data 26 ottobre 2016, quando, prima dell'elezione di Trump, vi suggerivo che eravamo di fronte a un "Nixon moment": ovvero, all'elezione di un presidente repubblicano che avrebbe indebolito il cambio del dollaro per porre rimedio a una situazione di debolezza strutturale dei conti esteri, in questo caso esacerbata dalla svalutazione competitiva praticata dalla Germania, per interposta Bce, non tanto per promuovere il proprio surplus commerciale, quanto, come specificato sopra, per tenere insieme i cocci del giocattolo "Eurozona". Purtroppo, un cambio vicino ai fondamentali dei paesi deboli (tale cioè da aiutarli a sopravvivere), è per forza di cose lontano dai fondamentali del paese forte (e in quanto tale lo avvantaggia indebitamente, costituisce un autentico dumping valutario).

Anche questa previsione si è sostanzialmente avverata. Dopo una prima fase di ulteriore cedimento, l'euro si è rafforzato (cioè il dollaro indebolito), recuperando circa metà della svalutazione avvenuta tre anni prima. I cialtroni, nel 2016, parlavano di un dollaro a parità con l'euro. Ora è a 1.2.

La fine del QE, e quindi il rialzo dei tassi europei, del quale la Germania ha bisogno, richiamerà capitali nell'eurozona spingendo al rialzo il tasso di cambio dell'euro (cioè ulteriormente al ribasso quello degli Usa), cosa della quale la Germania ha bisogno per non litigare con gli Usa, ma... non ha bisogno se vuole tenere insieme i cocci (cioè se non vuole generare tensioni economiche politicamente insostenibili nei paesi periferici).

Tutto non si può avere, e chi vuole tutto, spesso, non ottiene nulla. La Germania, in particolare, ogni tanto viene riportata dalla storia alla casella di partenza: il gioco dell'oca al passo dell'oca.

Queste sono le logiche sulle quali i nostro governanti dovrebbero riflettere e farci riflettere, perché da queste dipende anche la nostra possibilità di ridiventare attori politici ed economici importanti, e quindi, fra l'altro, di articolare una politica efficace nei riguardi dei paesi in via di sviluppo. Invece, i nostro politici preferiscono promuovere una riflessione totalmente fake sul dramma del povero piccino che non potrà giocare nella nostra nazionale. Questo ci dice una sola cosa: che negli Stati Uniti non si è ancora delineata una linea strategica nei riguardi dell'Eurozona (pur nella consapevolezza che il gioco non durerà), o che, se una linea sta prevalendo, è quella che vuole l'Europa balcanizzata dalle conseguenze distruttive di un accordo monetario infelice, voluto dai governanti locali per le sue conseguenze di classe (schiacciamento dei salari), e da quelli esteri per le sue conseguenze geopolitiche (indebolimento degli stati europei). Se andate a leggere le biografie di chi vi distrae con dibattiti di piccolo momento, vedrete come queste siano radicate in certi ambienti statunitensi: quelli che verosimilmente sognano un'Europa balcanizzata, da usare come "ammortizzatore sociale globale" per i costi finanziari e umani delle guerre a bassa ed alta intensità scatenate dagli Stati Uniti in giro per il mondo, in ossequio a un principio vecchio quanto noi: divide et impera. Il partigiano Joe è il loro volto presentabile, e poi ci sono i volti meno presentabili, e quelli che non vedremo mai.

Noi, intanto, avremo avuto la soddisfazione di aver fatto due previsioni giuste. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'economia (che è una scienza, tranne quando chi la pratica è pagato per sputtanarla).

mercoledì 9 agosto 2017

Euro forte, o dollaro debole?

Insomma, la storia sembra vada così: siamo entrati nell'euro perché era forte, non era debole come la liretta, e quindi ci avrebbe riparato dalle bufere, ma ora che l'euro si rafforza, ecco che l'orizzonte si intorbida e appaiono difficoltà (ex multis). Insomma: l'euro è quella valuta forte che però ti aiuterebbe se fosse debole!

Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?

La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.

Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:


Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.

Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.

Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).

E la morale della favola qual è?

Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.

Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...

lunedì 28 novembre 2016

Noxin moment

Il 28/11/2016 12:17, Unodepassaggio ha scritto:
Alberto, il problema del nixon moment è la fuga dei topi dalla nave europea che affonda. Da quando ha vinto Trump c'è il panico: tutti sanno che è probabile che lo sponsor dell'incubo europeo abbia cambiato idea. Ne consegue che quelli che fiutano il vento stanno scappando dall'Europa. Anche i bankers che mi ridevano dietro mi hanno chiamato e chiesto lumi. Devono gestire la loro fuga personale...
In bocca al lupo.
Unodepassaggio

Sono d'accordo, me lo raccontano un po' da tutte le parti. La differenza (che Trump dovrà gestire) è che nel 1971 sembrava che il dollaro avesse perso il suo status di "bene rifugio" (ancora del sistema, convertibile in oro, e tutte queste balle che avranno rassicurato gli austri-ani dell'epoca). Oggi, viceversa, il sempre più probabile tonfo dell'euro, facilitato dall'irresponsabile gestione politica di eventi come MPS, rende il dollaro l'unico bene rifugio (e nel frattempo si è capito che la ricchezza non è quella che i sette nani estraggono col piccone dal ventre avaro di madre Terra, ma quella che gli uomini producono creando valore aggiunto, quindi alla fine non importa se dietro un pezzo di carta c'è una barra di metallo luccicante, ma se c'è una potenza imperiale - e industriale!...).

Non è una piccola differenza: nel medio periodo saremo tutti morti (e la NIIP degli USA dovrà aumentare, perché tutti vorranno titoli in USD: afflusso di capitali uguale peggioramento della NIIP). Nel lungo il dollaro scivolerà, perché nel lungo comandano i fondamentali, comunque peggiori che nel 1971.

Amen.


Aspettiamo sereni (soprattutto in Germania) i prossimi accordi del Plaza.


A.

sabato 5 dicembre 2015

A tale of two narratives

(...una cosa sbagliata non può finire nel modo giusto. Da Charlie Brown ricevo e volentieri pubblico...)

This week  two market narratives were challenged: the narrative of Draghi always overwhelming markets  with policy moves  and the narrative of Yellen being strapped down and ready for a rate blast off.

Draghi under whelmed markets (and the Euro took off), and Yellen started speaking of a "dollar drag" on the rate blast off.

I would bet not one but two cartons of Cartize Prosecco  we won't get appreciable divergence in 2015.

Eavesdrop on girls in the powder room and you'll discover (perhaps to your dismay) that size does matter. Read Alberto's work and you will discover (perhaps once again to your dismay) that exchange rates  also matter. 

Germany has started two undeclared devaluation wars : one against the rest of the world (via Euro QE whose only true effectiveness rests in devaluating the Euro thus  making European goods more competitive in the US and elsewhere) and one against  its Euro partners (via internal deflation and wage compression). The ECB is the weapon used to wage the first war, the European Commission to wage  the second.  

That directly challenges American supremacy in the global monetary  game and also hampers American plans to normalize the US financial system which has been doped and warped by massive doses of QE since the Lehman crisis.
  
I would like to add that whatever the US does it will end up on top. If it does nothing (or very little) in terms of provoking true divergence,  it will bust the German devaluation offensive. That will make it even more imperative for Germany to toughen  its aggressive internal devaluation strategy vis à vis its Eurozone neighbours ( a million refugees are a good enough ammunition reserve for that)If the US does hike, it will draw massive amounts of savings from Germany thus fostering the vicious deflationary cycle in Europe (which feeds  German surplus), and the effects will be identical.  It is noteworthy that whatever happens,  highly leveraged and interconnected European banks will face ever greater insolvencies while Euro QE which is 80% guaranteed by national governments -  will pile more and more potential tax burden on single European states, including southern states and France,  i.e. states whose public finances are already strained in an effort to support lagging demand.  That will all lead to a chaotic financial crisis in Europe and to the demise of that  would-be reserve currency which is the Euro. 

You can't expect to beggar your own family and also be strong enough beggar they guy on the other side of the street. But Germany's business élite, quote obviously on an insane power trip, is wanting to do just that. 

There is nothing original or canny in the above.  I just wanted to put "divergence"  in the picture frame,  where it fits perfectly. 

Charlie Brown


Addendum for the Italian reader: ajutame a ddì "nun hai capito un cazzo"! E pensate che c'è gente che paga per leggere queste scemenze...