(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)
C’era una
volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali
del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a
un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari
amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere
in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la
favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del
caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse
una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i
nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli
diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli
addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua
prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce
il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente
equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.
C’era una volta
la favola, e oggi non c’è più.
Come genere
letterario, difficilmente potrebbe aver successo presso il raffinato e disincantato
pubblico odierno, che così tante rivoluzioni culturali (dal ’68 in giù) hanno
istruito a ostentare insofferenza verso il principio di autorità e verso il
buon senso. Come strumento di gestione della vita familiare, è stata
soppiantata da dispositivi che il progresso tecnico rende accessibili anche ai
meno abbienti (la televisione prima, poi i videogiochi, ora gli smartphone). Il
progresso miete vittime, e fra queste, lo capite bene, miei cari lettori, era
destino si trovasse questo relitto di un passato patriarcale, questo residuo di
un mondo permeato di facile moralismo. In un mondo di persone che la sanno
lunga, a cui non la si fa, perché sono istruite, leggono i giornali, e i libri
consigliati dai giornali, la favola doveva soccombere.
Questo in
apparenza.
La realtà è
un’altra: la favola oggi, dall’essere una delle possibili dimensioni narrative,
con dignità pari, o forse lievemente inferiore, a quella di tante altre (il
romanzo, la novella, il poema, ...) è diventata la dimensione narrativa par excellence, il genere letterario
egemone, rinascendo dalle proprie ceneri con identica struttura (un buono, un
cattivo, una ricompensa, una punizione), ma nome diverso: narrazione, o,
addirittura, narrativa. Sostantivo, questo, che in italiano indica un genere
letterario (contrapposto a saggistica), ma che nel linguaggio cialtrone dei
nostri operatori informativi ricorre come traduzione maccheronica dell’inglese
“narrative”: sostantivo che significa “racconto”, e che, nelle lande anglofone
ha sostituito il più esplicito “(fairy) tale”, così come da noi, col consueto
ritardo di fase, di per sé indice di una spaventosa subalternità culturale,
“narrazione” ha sostituito “favola” (o “storia”).
La saggezza
profonda dell’etimologia pone questo scarto lessicale in una prospettiva
interessante. Favola viene dal latino fari,
parlare: l’adulto parla all’infante, dove l’in-fante è, appunto quello che (ancora)
non parla. Narrazione ha la sua radice in gnarus,
l’esperto, che parla all’ignarus,
l’inesperto. Con questa evoluzione (se possiamo considerarla tale) la legittimazione
della voce recitante compie un salto di qualità: nella favola esprime il
normale avvicendarsi di fasi dell’esistenza (chi non parla, parlerà: e
racconterà favole), nella narrazione cristallizza uno status (chi è arrivato inesperto – di economia, di bioetica, di
geopolitica – all’età adulta difficilmente potrà evolvere ad esperto: e
continuerà ad ascoltare narrazioni).
La narrazione si
presenta così, in primo luogo, come tirannide degli esperti: è una favola che
impera sulla nostra esistenza, ne detta gli obiettivi, ne definisce gli ambiti,
ne struttura i valori morali, ne circoscrive – sterilizzandola – la dialettica
politica. Esopo è morto, Fedro pure, e Lafontaine non si sente molto bene:
eppure, mai come oggi la cicala e la formica ammiccano dai titoli di qualsiasi
quotidiano, erigendo il recinto all’interno del quale il dibattito sulle sorti
di interi paesi deve svolgersi (per
insondabile e insindacabile decisione dello gnarus),
e assegnando in modo tanto perentorio e schematico quanto subliminale torti e
ragioni in vicende complesse; vicende che una volta, prima di emanciparsi al
grido di “vietato vietare”, i cosiddetti intellettuali cosiddetti progressisti
si sarebbero guardati bene dall’affrontare in termini così intellettualmente
sciatti, così pericolosamente semplicistici. Una vittima, il progresso, l’ha
fatta, ma non è la favola: è, in tutta evidenza, il senso critico degli
intellettuali progressisti, che vicende impossibili da riassumere in questo
breve scritto introduttivo hanno spinto lungo una ripida china e scivolosa
china, che dal materialismo storico li ha condotti al moralismo isterico.
La narrazione è
appunto la traduzione in prassi del moralismo, di quella strana degenerazione
ideologica, assolutamente bipartisan,
che brandisce come un’arma una visione unilaterale delle relazioni umane, a
partire da quelle economiche, con il risultato (se non con l’intenzione) di
presentare come unici colpevoli del proprio destino gli sconfitti di un sistema
economico tanto instabile quanto ingiusto. Nel mondo naturale la cicala può
essere tale, sulle fronde, a prescindere dall’esistenza di un formicaio fra le
radici dell’albero. Il mondo sociale, economico, è un pochino diverso: non si
può essere il debitore-cicala di nessun creditore-formica. Ogni debito è
necessariamente un credito, e quindi un cattivo debito è in re ipsa un cattivo credito. In economia, come ora anche gli economisti
più ottusi e i giornalisti più cialtroni sono costretti ad ammettere, il torto
(se tale è) di essere cicala non può essere addossato a una sola parte: a
debitore imprudente corrisponde creditore irresponsabile, e la logica liberale,
di mercato, invocata dai moralisti esigerebbe che entrambi venissero
sanzionati. Ma, appunto, la narrazione (cioè la favola) ha questo, fra i suoi
assi portanti: quello di ricondurre i processi sociali e politici a una
rappresentazione naturalistica, non solo nel senso più immediato (quello
dell’uso di metafore provenienti dal mondo animale: cicale, formiche, falchi,
colombe, porci – i famigerati PIGS...), ma anche in senso epistemologico. Il
suo scopo, cosciente o meno, è quello di depurare il racconto di fatti sociali
dalla loro dimensione politica, cioè di escluderli a priori dal dominio delle
possibili scelte collettive (in particolare, di quelle democraticamente
espresse), riconducendoli a una preordinata assegnazione di torti e ragioni, di
cui la politica deve semplicemente prendere atto. Il debitore è cattivo, quindi il creditore è buono: il primo va
punito, il secondo tutelato, e la narrazione oblitera qualsiasi riflessione
sulla sostenibilità (politica, sociale, ambientale) di questo capitalismo
“testa vinco io, croce perdi tu”.
Col vostro
permesso mi concederò da qui in avanti il vezzo di resistere alle mode, una
frivolezza che spero mi perdoniate, e di chiamare le cose col loro nome:
consentitemi quindi di chiamare la narrazione (o narrativa) col suo nome:
favola. Una innocua operazione di chiarezza che ci aiuterà a orientarci.
L’egemonia della
favola nella prassi dei mezzi di comunicazione non è un dato accidentale, ma la
conseguenza necessaria dell’involuzione paternalistica subita dalla dialettica
politica, nel nostro come negli altri paesi “avanzati”. Un’involuzione, a sua
volta, correlata allo sbilanciamento dei rapporti di forza a svantaggio delle
classi lavoratrici, con l’affermarsi del governo dei ricchi, di quella che
l’autore ha scelto di definire plutocrazia, recuperando un termine logorato da
un certo uso propagandistico. Se dagli operatori informativi ormai ci sentiamo
raccontare sempre e solo favole, è perché la classe dominante è riuscita ad
imporre l’idea che lo Stato, “che è come una famiglia”, deve essere guidato
dallo gnarus di turno (il “tecnico”),
che sa qual è la cosa giusta da fare, e quindi deve procedere, incurante del
consenso popolare (cioè della democrazia), esattamente come il buon padre di
famiglia deve, in molte circostanze, ignorare le bizze del fanciullino
riottoso, corredando la fermezza nel somministrare la giusta (?) punizione con
un più o meno ipocrita “fa più male a me che a te” (ricorderete le lacrimucce
di una nota riformatrice...). Naturalmente, se lo gnarus può praticare, o addirittura ostentare, disprezzo verso la
volontà del popolo sovrano, se può proporsi come obiettivo quello di fare il
bene (?) del popolo contro la volontà di quest’ultimo, è perché trae da altro
la sua legittimazione: appunto, dal potere economico che di certe prassi di
governo, e di certe favole, è il più immediato beneficiario.
Ci sarà pure un
motivo se, dopo decenni di riforme che dovevano fare gli interessi della
maggioranza (spesso contro la sua volontà), a partire dal divorzio fra Tesoro e
Banca d’Italia del 1981 (che doveva tutelare i meno abbienti dall’inflazione
“che erode il loro potere d’acquisto”), e passando per le varie riforme del
mercato del lavoro “che faciliteranno l’inserimento dei giovani”, e
naturalmente per l’entrata nell’euro “che ci avrebbe protetto”, disuguaglianza,
disoccupazione e fragilità finanziaria in Italia hanno raggiunto livelli
precedentemente impensabili! In effetti, per chi analizzi i fenomeni economici
partendo dai dati, e in particolare per chi si ponga, come chi scrive, in
un’ottica di lungo periodo, la domanda che sorge spontanea è proprio come sia possibile
che un simile degrado delle condizioni di reddito relativo e assoluto sia
politicamente sostenibile, come sia possibile che gli elettori non si ribellino
a un sistema nel quale i sacrifici, le lacrime e sangue ritualmente chieste dai
governanti, oltre a palesarsi regolarmente come inutili, sono così
ingiustamente distribuite. La risposta, naturalmente, è nella favola che i
media ci raccontano, una favola che poggia sulla rappresentazione di un perenne
stato di urgenza, su quella crisi perpetua che i governanti ci assicurano di
voler risolvere, ma che in realtà, come il testo di cui ci occupiamo
lucidamente mostra, alimentano, almeno in termini narrativi, perché in essa
trovano il più efficace strumento di dominio.
Ecco: questo
testo, caro lettore, ti insegnerà (se vorrai impararlo) in che modo i media
attivamente contribuiscano a rendere accettabili le ingiustizie, come costruiscano
la favola che circuisce l’ignarus,
quali corde archetipiche vadano a toccare per aggirare lo spirito critico del
pubblico, quali strumenti retorici usino per persuadere i dubbiosi, a quali
strumenti dialettici ricorrano per neutralizzare gli interlocutori evitando
scrupolosamente di entrare nel merito delle loro obiezioni. In questo senso,
porrei questo testo in una ideale linea di continuità con Gli stregoni della notizia di Marcello Foa e con La fabbrica del falso di Vladimiro
Giacché: due testi che, a vario livello, si pongono il problema di come il
sistema dei media sia diventato, oggi, un effettivo ostacolo per l’esercizio
della sovranità democratica, e questo certo non per cattiveria d’animo, ma per
quella ovvia subalternità rispetto a chi lo finanzia, della quale, ex multis, si era già occupato Gramsci,
quando ricordava all’operaio che “il giornale borghese è uno strumento di lotta
mosso da interessi che sono in contrasto coi suoi”. Che gli interessi
particolari esistano, e che chi li incarna cerchi di difenderli, si chiama
lotta di classe, e non è una teoria del complotto: è il sale della storia. La
democrazia, il governo del popolo, si fa plutocrazia, governo dei ricchi,
perché il mondo del popolo è una rappresentazione dei ricchi: chi ha in pugno i
media costruisce il racconto della realtà a propria immagine e somiglianza. Non
a caso in questi giorni di autunno girano per Roma le camionette di
un’università per ricchi a pubblicizzare corsi di “giornalismo narrativo”! Le
decisioni della maggioranza sono così condizionate da una visione del mondo che
una minoranza forgia nel proprio esclusivo interesse. Un interesse, aggiungo, a priori lecito, al pari di quello della
maggioranza, ma che sovverte la dialettica democratica nel momento in cui si
rivela particolarmente difficile da disciplinare con meccanismi di controllo e
di bilanciamento.
Se ne Gli stregoni della notizia il
giornalista Foa si poneva in una prospettiva di tecnica della comunicazione,
smascherando i principali accorgimenti usati dai narratori (gli spin doctor), se ne La fabbrica del falso
l’economista Giacché smontava la favola riscontrandone nei dati la falsità,
troppo sistematica per non essere intenzionale, in questo testo l’autore fa un
lavoro in qualche modo preliminare: quello di ricondurre la favola ai suoi
elementi costitutivi essenziali: trama, retorica e personaggi. Questo lavoro di
decostruzione è prezioso, perché permette al lettore di individuare la favola,
insomma: di capire, senza ricorrere a competenze specifiche, quando chi gli
parla lo sta prendendo in giro (magari involontariamente, per mero spirito
gregario rispetto alle linee tracciate dalla grande stampa internazionale). I
meccanismi narrativi sono, prima e più dei contenuti, il suggello della falsità
di quanto viene narrato, e la logica elementare, in modo più efficace di
qualsiasi sofisticato bagaglio culturale, basta a diffidare della favola. Non
occorre un Nobel in biologia per capire che le cicale non parlano (soprattutto,
non con le formiche!), e non occorre un dottorato in economia per capire che i
tagli dei redditi individuali (pensioni, salari) non fanno crescere il reddito
aggregato. Resta da capire quindi perché molti, anche intelligenti, anche
(anzi: soprattutto) colti, credano a simili favole, e se ne facciano ecolalici
divulgatori, amplificando, con la loro auctoritas
più o meno fondata e riconosciuta di intellettuali, il messaggio che il potere,
quel potere che loro per lo più osteggiano a parole, ma del quale si fanno
strumenti nei fatti, vuole diffondere. E anche su questo punto, sul quale tanti
si sono esercitati, il testo offre prospettive interessanti.
Decenni di
politiche articolate sull’uso di disoccupazione e disuguaglianza come strumenti
di disciplina delle rivendicazioni salariali hanno consegnato gli stati a
potentati economici il cui più immediato assillo è evitare che la democrazia
funzioni, che la maggioranza eserciti il diritto di tutelare i propri
interessi. La favola è viva, e lotta insieme a loro. Possa questo testo aiutare
gli oppressi a emanciparsi, riappropriandosi, come primo necessario passo di un
percorso di lotta, della capacità di raccontare il mondo con un linguaggio
autonomo da quello degli oppressori.
(...poi ci sarebbe quest'altro dettaglio, e di posti a prezzo scontato ne sono rimasti drammaticamente pochi: suggerirei di non far correre la voce, e rassicuro i miei congeneri: avranno anch'essi la loro parte...)