Visualizzazione post con etichetta disuguaglianza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disuguaglianza. Mostra tutti i post

martedì 7 novembre 2017

C'era una volta la favola...



(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)


C’era una volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.

C’era una volta la favola, e oggi non c’è più.

Come genere letterario, difficilmente potrebbe aver successo presso il raffinato e disincantato pubblico odierno, che così tante rivoluzioni culturali (dal ’68 in giù) hanno istruito a ostentare insofferenza verso il principio di autorità e verso il buon senso. Come strumento di gestione della vita familiare, è stata soppiantata da dispositivi che il progresso tecnico rende accessibili anche ai meno abbienti (la televisione prima, poi i videogiochi, ora gli smartphone). Il progresso miete vittime, e fra queste, lo capite bene, miei cari lettori, era destino si trovasse questo relitto di un passato patriarcale, questo residuo di un mondo permeato di facile moralismo. In un mondo di persone che la sanno lunga, a cui non la si fa, perché sono istruite, leggono i giornali, e i libri consigliati dai giornali, la favola doveva soccombere.

Questo in apparenza.

La realtà è un’altra: la favola oggi, dall’essere una delle possibili dimensioni narrative, con dignità pari, o forse lievemente inferiore, a quella di tante altre (il romanzo, la novella, il poema, ...) è diventata la dimensione narrativa par excellence, il genere letterario egemone, rinascendo dalle proprie ceneri con identica struttura (un buono, un cattivo, una ricompensa, una punizione), ma nome diverso: narrazione, o, addirittura, narrativa. Sostantivo, questo, che in italiano indica un genere letterario (contrapposto a saggistica), ma che nel linguaggio cialtrone dei nostri operatori informativi ricorre come traduzione maccheronica dell’inglese “narrative”: sostantivo che significa “racconto”, e che, nelle lande anglofone ha sostituito il più esplicito “(fairy) tale”, così come da noi, col consueto ritardo di fase, di per sé indice di una spaventosa subalternità culturale, “narrazione” ha sostituito “favola” (o “storia”).

La saggezza profonda dell’etimologia pone questo scarto lessicale in una prospettiva interessante. Favola viene dal latino fari, parlare: l’adulto parla all’infante, dove l’in-fante è, appunto quello che (ancora) non parla. Narrazione ha la sua radice in gnarus, l’esperto, che parla all’ignarus, l’inesperto. Con questa evoluzione (se possiamo considerarla tale) la legittimazione della voce recitante compie un salto di qualità: nella favola esprime il normale avvicendarsi di fasi dell’esistenza (chi non parla, parlerà: e racconterà favole), nella narrazione cristallizza uno status (chi è arrivato inesperto – di economia, di bioetica, di geopolitica – all’età adulta difficilmente potrà evolvere ad esperto: e continuerà ad ascoltare narrazioni).

La narrazione si presenta così, in primo luogo, come tirannide degli esperti: è una favola che impera sulla nostra esistenza, ne detta gli obiettivi, ne definisce gli ambiti, ne struttura i valori morali, ne circoscrive – sterilizzandola – la dialettica politica. Esopo è morto, Fedro pure, e Lafontaine non si sente molto bene: eppure, mai come oggi la cicala e la formica ammiccano dai titoli di qualsiasi quotidiano, erigendo il recinto all’interno del quale il dibattito sulle sorti di interi paesi deve svolgersi (per insondabile e insindacabile decisione dello gnarus), e assegnando in modo tanto perentorio e schematico quanto subliminale torti e ragioni in vicende complesse; vicende che una volta, prima di emanciparsi al grido di “vietato vietare”, i cosiddetti intellettuali cosiddetti progressisti si sarebbero guardati bene dall’affrontare in termini così intellettualmente sciatti, così pericolosamente semplicistici. Una vittima, il progresso, l’ha fatta, ma non è la favola: è, in tutta evidenza, il senso critico degli intellettuali progressisti, che vicende impossibili da riassumere in questo breve scritto introduttivo hanno spinto lungo una ripida china e scivolosa china, che dal materialismo storico li ha condotti al moralismo isterico.

La narrazione è appunto la traduzione in prassi del moralismo, di quella strana degenerazione ideologica, assolutamente bipartisan, che brandisce come un’arma una visione unilaterale delle relazioni umane, a partire da quelle economiche, con il risultato (se non con l’intenzione) di presentare come unici colpevoli del proprio destino gli sconfitti di un sistema economico tanto instabile quanto ingiusto. Nel mondo naturale la cicala può essere tale, sulle fronde, a prescindere dall’esistenza di un formicaio fra le radici dell’albero. Il mondo sociale, economico, è un pochino diverso: non si può essere il debitore-cicala di nessun creditore-formica. Ogni debito è necessariamente un credito, e quindi un cattivo debito è in re ipsa un cattivo credito. In economia, come ora anche gli economisti più ottusi e i giornalisti più cialtroni sono costretti ad ammettere, il torto (se tale è) di essere cicala non può essere addossato a una sola parte: a debitore imprudente corrisponde creditore irresponsabile, e la logica liberale, di mercato, invocata dai moralisti esigerebbe che entrambi venissero sanzionati. Ma, appunto, la narrazione (cioè la favola) ha questo, fra i suoi assi portanti: quello di ricondurre i processi sociali e politici a una rappresentazione naturalistica, non solo nel senso più immediato (quello dell’uso di metafore provenienti dal mondo animale: cicale, formiche, falchi, colombe, porci – i famigerati PIGS...), ma anche in senso epistemologico. Il suo scopo, cosciente o meno, è quello di depurare il racconto di fatti sociali dalla loro dimensione politica, cioè di escluderli a priori dal dominio delle possibili scelte collettive (in particolare, di quelle democraticamente espresse), riconducendoli a una preordinata assegnazione di torti e ragioni, di cui la politica deve semplicemente prendere atto. Il debitore è cattivo, quindi il creditore è buono: il primo va punito, il secondo tutelato, e la narrazione oblitera qualsiasi riflessione sulla sostenibilità (politica, sociale, ambientale) di questo capitalismo “testa vinco io, croce perdi tu”.

Col vostro permesso mi concederò da qui in avanti il vezzo di resistere alle mode, una frivolezza che spero mi perdoniate, e di chiamare le cose col loro nome: consentitemi quindi di chiamare la narrazione (o narrativa) col suo nome: favola. Una innocua operazione di chiarezza che ci aiuterà a orientarci.

L’egemonia della favola nella prassi dei mezzi di comunicazione non è un dato accidentale, ma la conseguenza necessaria dell’involuzione paternalistica subita dalla dialettica politica, nel nostro come negli altri paesi “avanzati”. Un’involuzione, a sua volta, correlata allo sbilanciamento dei rapporti di forza a svantaggio delle classi lavoratrici, con l’affermarsi del governo dei ricchi, di quella che l’autore ha scelto di definire plutocrazia, recuperando un termine logorato da un certo uso propagandistico. Se dagli operatori informativi ormai ci sentiamo raccontare sempre e solo favole, è perché la classe dominante è riuscita ad imporre l’idea che lo Stato, “che è come una famiglia”, deve essere guidato dallo gnarus di turno (il “tecnico”), che sa qual è la cosa giusta da fare, e quindi deve procedere, incurante del consenso popolare (cioè della democrazia), esattamente come il buon padre di famiglia deve, in molte circostanze, ignorare le bizze del fanciullino riottoso, corredando la fermezza nel somministrare la giusta (?) punizione con un più o meno ipocrita “fa più male a me che a te” (ricorderete le lacrimucce di una nota riformatrice...). Naturalmente, se lo gnarus può praticare, o addirittura ostentare, disprezzo verso la volontà del popolo sovrano, se può proporsi come obiettivo quello di fare il bene (?) del popolo contro la volontà di quest’ultimo, è perché trae da altro la sua legittimazione: appunto, dal potere economico che di certe prassi di governo, e di certe favole, è il più immediato beneficiario.

Ci sarà pure un motivo se, dopo decenni di riforme che dovevano fare gli interessi della maggioranza (spesso contro la sua volontà), a partire dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 (che doveva tutelare i meno abbienti dall’inflazione “che erode il loro potere d’acquisto”), e passando per le varie riforme del mercato del lavoro “che faciliteranno l’inserimento dei giovani”, e naturalmente per l’entrata nell’euro “che ci avrebbe protetto”, disuguaglianza, disoccupazione e fragilità finanziaria in Italia hanno raggiunto livelli precedentemente impensabili! In effetti, per chi analizzi i fenomeni economici partendo dai dati, e in particolare per chi si ponga, come chi scrive, in un’ottica di lungo periodo, la domanda che sorge spontanea è proprio come sia possibile che un simile degrado delle condizioni di reddito relativo e assoluto sia politicamente sostenibile, come sia possibile che gli elettori non si ribellino a un sistema nel quale i sacrifici, le lacrime e sangue ritualmente chieste dai governanti, oltre a palesarsi regolarmente come inutili, sono così ingiustamente distribuite. La risposta, naturalmente, è nella favola che i media ci raccontano, una favola che poggia sulla rappresentazione di un perenne stato di urgenza, su quella crisi perpetua che i governanti ci assicurano di voler risolvere, ma che in realtà, come il testo di cui ci occupiamo lucidamente mostra, alimentano, almeno in termini narrativi, perché in essa trovano il più efficace strumento di dominio.

Ecco: questo testo, caro lettore, ti insegnerà (se vorrai impararlo) in che modo i media attivamente contribuiscano a rendere accettabili le ingiustizie, come costruiscano la favola che circuisce l’ignarus, quali corde archetipiche vadano a toccare per aggirare lo spirito critico del pubblico, quali strumenti retorici usino per persuadere i dubbiosi, a quali strumenti dialettici ricorrano per neutralizzare gli interlocutori evitando scrupolosamente di entrare nel merito delle loro obiezioni. In questo senso, porrei questo testo in una ideale linea di continuità con Gli stregoni della notizia di Marcello Foa e con La fabbrica del falso di Vladimiro Giacché: due testi che, a vario livello, si pongono il problema di come il sistema dei media sia diventato, oggi, un effettivo ostacolo per l’esercizio della sovranità democratica, e questo certo non per cattiveria d’animo, ma per quella ovvia subalternità rispetto a chi lo finanzia, della quale, ex multis, si era già occupato Gramsci, quando ricordava all’operaio che “il giornale borghese è uno strumento di lotta mosso da interessi che sono in contrasto coi suoi”. Che gli interessi particolari esistano, e che chi li incarna cerchi di difenderli, si chiama lotta di classe, e non è una teoria del complotto: è il sale della storia. La democrazia, il governo del popolo, si fa plutocrazia, governo dei ricchi, perché il mondo del popolo è una rappresentazione dei ricchi: chi ha in pugno i media costruisce il racconto della realtà a propria immagine e somiglianza. Non a caso in questi giorni di autunno girano per Roma le camionette di un’università per ricchi a pubblicizzare corsi di “giornalismo narrativo”! Le decisioni della maggioranza sono così condizionate da una visione del mondo che una minoranza forgia nel proprio esclusivo interesse. Un interesse, aggiungo, a priori lecito, al pari di quello della maggioranza, ma che sovverte la dialettica democratica nel momento in cui si rivela particolarmente difficile da disciplinare con meccanismi di controllo e di bilanciamento.

Se ne Gli stregoni della notizia il giornalista Foa si poneva in una prospettiva di tecnica della comunicazione, smascherando i principali accorgimenti usati dai narratori (gli spin doctor), se ne La fabbrica del falso l’economista Giacché smontava la favola riscontrandone nei dati la falsità, troppo sistematica per non essere intenzionale, in questo testo l’autore fa un lavoro in qualche modo preliminare: quello di ricondurre la favola ai suoi elementi costitutivi essenziali: trama, retorica e personaggi. Questo lavoro di decostruzione è prezioso, perché permette al lettore di individuare la favola, insomma: di capire, senza ricorrere a competenze specifiche, quando chi gli parla lo sta prendendo in giro (magari involontariamente, per mero spirito gregario rispetto alle linee tracciate dalla grande stampa internazionale). I meccanismi narrativi sono, prima e più dei contenuti, il suggello della falsità di quanto viene narrato, e la logica elementare, in modo più efficace di qualsiasi sofisticato bagaglio culturale, basta a diffidare della favola. Non occorre un Nobel in biologia per capire che le cicale non parlano (soprattutto, non con le formiche!), e non occorre un dottorato in economia per capire che i tagli dei redditi individuali (pensioni, salari) non fanno crescere il reddito aggregato. Resta da capire quindi perché molti, anche intelligenti, anche (anzi: soprattutto) colti, credano a simili favole, e se ne facciano ecolalici divulgatori, amplificando, con la loro auctoritas più o meno fondata e riconosciuta di intellettuali, il messaggio che il potere, quel potere che loro per lo più osteggiano a parole, ma del quale si fanno strumenti nei fatti, vuole diffondere. E anche su questo punto, sul quale tanti si sono esercitati, il testo offre prospettive interessanti.

Decenni di politiche articolate sull’uso di disoccupazione e disuguaglianza come strumenti di disciplina delle rivendicazioni salariali hanno consegnato gli stati a potentati economici il cui più immediato assillo è evitare che la democrazia funzioni, che la maggioranza eserciti il diritto di tutelare i propri interessi. La favola è viva, e lotta insieme a loro. Possa questo testo aiutare gli oppressi a emanciparsi, riappropriandosi, come primo necessario passo di un percorso di lotta, della capacità di raccontare il mondo con un linguaggio autonomo da quello degli oppressori.


(...poi ci sarebbe quest'altro dettaglio, e di posti a prezzo scontato ne sono rimasti drammaticamente pochi: suggerirei di non far correre la voce, e rassicuro i miei congeneri: avranno anch'essi la loro parte...)

domenica 30 luglio 2017

La svendita delle analisi cliniche (analisi clinica della svendita)

Egregio professore,


Sono un suo affezionato lettore da almeno 4 anni, le scrivo accodandomi al suo ultimo post "Il mercato (a senso) unico, ovvero la journée des QED: 78, 79, 80" per aggiungere un granellino di sabbia al deserto della devastazione eurista dell'imprenditoria italiana.



Mio padre, primario di analisi cliniche di un ospedale dei castelli romani ormai espoliato di ogni eccellenza e trasformato in cronicario, fondò negli anni '60 un laboratorio di analisi cliniche ed ematologiche a Roma, suddetta piccola impresa ha mantenuto 2  famiglie per circa 50 anni, e quando lui è venuto a mancare 3 anni fa ho deciso io, per quanto non medico e con un altro lavoro, di provare a mantenere quella realtà, un po' per maggiore sicurezza economica in tempi di insicurezza, un po' perché questa impresa dà il pane ad altre persone che senza di essa, non avendo raggiunto gli anni per la pensione e non potendosi facilmente reinventare un lavoro a quasi 60 anni, si troverebbero per strada, e un po' anche per non buttare nell'umido anni di know how e professionalità apprese affiancando un medico di vecchia data e tanta esperienza.



Rinunciando a una certa dose di umiltà ci tengo a dire di essere riuscito fino ad oggi nell'impresa, rinnovando, ottimizzando, ma senza tagliare un centesimo ai miei dipendenti, sempre, però, con una spada di Damocle sulla testa, il famigerato "riordino della rete laboratoriale" che la Regione Lazio persegue da tempo ma che il fratello del commissario Montalbano ha deciso di portare a compimento senza voler più arretrare di un millimetro (parole sue) e di attuarla a partire da gennaio 2018.



In cosa consiste tale riordino?


I laboratori sotto soglia, soglia che aumenta di anno in anno arrivando ormai a 200.000 prestazioni l'anno (soglia che raggiunge circa il 10% dei laboratori laziali), dovranno aderire ad una rete e, almeno stando alle confuse e contraddittorie notizie che arrivano dalla Regione, diventare punti prelievo, ossia centri adibiti solo alla fase pre e post analitica (in soldoni prelievo e refertazione), rinunciando alla fase analitica che andrà al laboratorio accentrante, il che come si evince facilmente renderebbe inutili macchinari e personale, medici, tecnici di laboratorio, biologi che si troverebbero per strada con la meravigliosa opportunità di conoscere la durezza del vivere e poter approfittare di allettanti ferie permanenti.



La giustificazione a questa incomprensibile riforma sarebbe che la Regione vuole avere meno referenti nella contrattualizzazione dei laboratori accreditati (perché non è dato saperlo) ma gli effetti veri sono altri:



Primo: saranno favoriti i mega centri, quei pochi che raggiungono le soglie richieste (ripeto in divenire, aumentano di anno in anno) e che potranno mantenere la fase analitica. Dopo gli alimentari e i ferramenta tocca a noi.



Secondo: la riduzione costante delle tariffe e dei margini e l'insicurezza sul futuro sta spingendo molti laboratori a vendere, casualmente a gruppi stranieri, uno tedesco ed uno austriaco in particolare che ne stanno facendo man bassa a poco prezzo (già il 20% dei laboratori è in mano loro), pratica che mi risulta sia già avvenuta in altre regioni italiane...



Terzo: chi non vuole cedere è spinto a indirizzare l'attività sul privato, stracciando le ricette e cercando di fare lo stesso prezzo in forma privatistica, con l'effetto di ridurre laspesapubblicabrutta da una parte e di abituare il pubblico alla sanità privata dall'altra, con buona pace degli esenti che potranno scegliere tra i tempi biblici della mutua ed i tempi semibiblici di una glicemia mandata al "laboratorio di riferimento" disperso chissà dove sul territorio.



Nota a margine, la Regione afferma che gli istituti finanziari non potranno entrare a far parte delle reti, ma (facepalm) le società dei suddetti colonizzatori austrotedeschi sono in mano ambedue a istituti finanziari inglesi, che non entreranno pertanto nelle reti in effetti, ma direttamente nei laboratori.



Dal canto mio continuerò a lottare ed a rimandare al mittente le lusinghe dei compratori, finché potrò, finché mi resterà un briciolo di speranza che un sussulto di italico orgoglio (fassistaaaaaa) metterà fine a questo scempio, poi si vedrà...



Salutandola e ringraziandola infinitamente per quello che fa (e donando il 5x1000 ad a/simmetrie) le auguro buona continuazione nella sua faticosa lotta.






ps. Se ritenesse opportuno pubblicare la mia testimonianza la prego di omettere il mio nome.


(...lo ritengo opportuno per una somma di motivi. Intanto, perché ci fa capire che, come in un romanzo di Zola del quale non riesco a ricordare il titolo - mi aiutate, voi che siete europei e non europeisti? - la cancrena stia salendo, dall'alluce, verso le gambe, verso il bacino, verso organi più essenziali - hint: nel romanzo credo di ricordare che così morisse la madre del protagonista. Fuor di metafora: l'euro e le regole europee, da strumento per la disciplina dei poveracci, stanno diventando flagello delle classi medie e medio alte. Come sapete, questa dinamica è assolutamente nota alla letteratura economica e una delle sue descrizioni più accurate e incisive è in Keynes: il cambio sopravvalutato è una cancrena, e alla fine non c'è l'amputazione, ma la guerra - che è una specie di amputazione. Dal punto di vista politico, il problema è che in queste classi si annidano ancora residue sacche di consapevolezza e - quindi - di patriottismo. Banalmente, basta aver un po' girato il mondo per capire che vita di merda - con tutto il rispetto, ma sotto ogni profilo: clima, cibo, aria, acqua, ritmi di vita, rapporti interpersonali, paesaggio, architettura... - si fa altrove, e per avere quindi interesse a difendere il nostro stile di vita. La domanda è: queste classi verranno sterminate prima di organizzarsi per reagire? E come aiutarle ad organizzarsi in un mondo che è già fascista, nel senso che il dissenso non può manifestarsi pubblicamente, e che quindi l'opposizione al regime, nella misura in cui voglia strutturarsi, anche semplicemente per contarsi, deve necessariamente essere clandestina? [a proposito: il nostro amico non si chiama né Andrea né Vesalio].

A latere, il contributo è interessante perché ci dimostra quanto pervasiva sia la colonizzazione del nostro territorio. Notate che la morale del racconto in termini di contabilità nazionale è molto semplice: ogni volta che vi andrete a fare le analisi del sangue, dall'Italia uscirà una decina di euro verso Germania o Austria!

Un terzo elemento di interesse risiede nel ruolo di certi amministratori. Ricordo bene una mia ex-collega invitarmi a votare un certo politico del PD perché "lo conosco ed è onestoh!" - stiamo parlando sempre del famoso dipartimento di Caffè, dove nel corso degli anni la componente marxiana e sraffiana, qualora non fosse emigrata altrove, si era spesso appiattita su un certo grillismo di ritorno. Ora, l'onestà nessuno la mette in dubbio, fino a prova contraria - che non mi stupirebbe né mi scandalizzerebbe e non per sfiducia verso la persona o per un mio perverso trasporto verso la corruzione, bensì per la consapevolezza delle oggettive dinamiche di esercizio dell'azione amministrativa: non mi farebbe comunque piacere e non crederei alla sentenza che, secondo la prassi consueta, i nostri media emetterebbero in prima pagina prima del processo... Tuttavia, vorrei ribadire il concetto che il problema dell'onestà in politica non è quello della mazzetta per l'acquisto di siringhe - che è un problema di ordine amministrativo e penale - ma quello politico di quale modello di sviluppo proporre per il territorio amministrato. La contraddizione che questa storia mette in luce mi sembra evidente, ed è trasponibile immediatamente a qualsiasi altro ambito, a partire da quello bancario: i nostri amministratori onestih ci propongono un modello di sviluppo nel quale la retorica della sussidiarietà - portare i servizi il più possibile vicino ai cittadini - si scontra con la prassi della concentrazione monopolistica, spesso proposta come "privatizzazione" - sfruttare reali o presunte economie di scala, col pretesto di perseguire una fantomatica "efficienza", ma con l'unico risultato di creare disoccupazione, deteriorare la qualità dei servizi, e versare all'estero una parte del valore aggiunto creato nel nostro paese. Questa è onestah? Quando la gente se ne renderà conto, temo che vorrà i "disonesti", meglio ancora se fascisti. Non solo l'élite, come ci dimostrano i tanti attacchi al suffragio universale sui media, o l'attacco alla prima parte della Costituzione sferrato da Panebianco, ma anche il popolo anela sempre più spesso a una qualche forma di dittatura: certo non ancora ai livelli ai quali mi dicono ciò accada in Grecia, ma la direzione è indubbiamente quella. Naturalmente élite e popolo hanno in mente due dittature diverse: il processo quindi non sarà pacifico, e ovviamente, per definizione, non sarà democratico.

Poi, fra cinquanta anni, scopriremo quello che è già nella ricerca scientifica, ovvero che non è l'eccesso di democrazia a frenare la crescita, ma l'eccesso di disuguaglianza - contro il quale non mi risulta che nessuna dittatura sia mai stata un toccasana. Se riesco ad abbattere il colesterolo, rischio di esserci ancora, per dirvi sempre la stessa cosa: ve lo avevo detto.

Forse è meglio farsi un panino col lardo di Colonnata...)

(...ah, a proposito, un'osservazione banale: ma se i nostri amministratori sono tutti onestih e democraticy, com'è che chi mi scrive da ministeri, scuole, laboratori di analisi, studi professionali, ecc. mi chiede sempre di preservare il suo anonimato? Fatemi indovinare: forse per paura di ritorsioni? E perché mai dei politici onestih e democraticy dovrebbero vendicarsi di chi esprime il proprio pensiero in modo civile e strutturato?... Ah, già...)

venerdì 21 ottobre 2016

O vos omnes qui transitis per viam...


(...lunedì mattina tornavo dall'aver accompagnato SAS Er Palla a scuola. Incolonnato nel traffico sulla via di casa, ascoltavo trasognato la rassegna stampa di Stefano Feltri, così, per capire cosa sta succedendo nel mondo del contingente, per vedere a quale pagina del Tramonto dell'euro siamo arrivati. Mi aspettava una puntata di Coffee Break in compagnia del simpatico Romano, inteso come cognome, quello che mi chiama "professore", e quindi non volevo farmi trovare impreparato come uno scolaretto. Ma le cose come vanno si sa: il governo continua imperterrito a curare dal lato dell'offerta una crisi di domanda, perché non ha gli strumenti politici, istituzionali e culturali per fare altro. Da qui un certo mio disinteresse. Poi, alle 8:16...)

Alessandra: Pronto, sono emozionatissima. Mi chiamo Alessandra, chiamo da Roma, ascolto questa trasmissione da più di 30 anni, quando posso l’ascolto tutte le mattine, e sono grata a questa trasmissione che ci dà la possibilità di poter parlare, di poter dire la propria opinione, di fare qualche domanda. 

Le istituzioni non mi danno ascolto, sono in uno stato di assoluta povertà, praticamente ho perso ogni speranza di sostentamento, di tutto. Lavoravo, avevo un lavoro dignitosissimo, ho lavorato, ho fatto tantissimi lavori di restauro... purtroppo molto saltuariamente, ho lavorato sempre con la ritenuta d’acconto e non mi hanno calcolato nel... cioè... non ho nessuna pensione per quello che ho fatto, ho sempre versato ma non ho ricevuto...

Stefano: Posso chiederle quanti anni ha?

Alessandra: Ho 60 anni, adesso io non ho più speranza di rientrare in qualsiasi tipo di lavoro, non mi vogliono neanche come pulitrice di scale... non mi vogliono da nessuna parte.... veramente, posso fare giusto lavori tipo... neanche come baby sitter, son troppo vecchia, io lo farei anche volentieri... ma comunque non c’è speranza, nessuna.. 

Io sono 5 anni che continuo a girare a vuoto per tutti gli uffici supplicando in ginocchio... ma nessuno mi da retta, nessuno mi prende sul serio... non credo di essere l’unica, vorrei che questo uscisse allo scoperto.  Devo pagare le tasse, la mia vita è una lotta per non perdere la casa che mi sono conquistata, mio padre mi ha dato un contributo per avere questa casa, è morto, come tutti... La mia famiglia praticamente non esiste quasi più, oppure sono indifferenti... Sto perdendo tutti gli amici perché nella mia condizione non posso condividere niente con nessuno. Ho appena... qualche soldo... vado a raccogliere la cicoria nei campi, o cose del genere... ho una casa che cerco di mantenere. Non si può vivere per non perdere la casa, che si è conquistata. 

Ho comunque tantissimi interessi, non sono mai caduta in depressione e credo che non ci cadrò mai, per fortuna ho una buona salute – almeno spero,  ancora – che mi permette di muovermi, di continuare a studiare, a vedere, perché sono un’appassionata di storia dell’arte... e pure di continuare a fare un lavoro praticamente inutile come il medaglista, che ho fatto tanti anni fa... la scuola alla zecca dello stato, una cosa meravigliosa... purtroppo lì, ormai, è un lavoro relegato nei ricordi del passato, non è nemmeno più un lavoro....

Stefano Feltri: La ringrazio per la sua testimonianza.

Alessandra: Vorrei che uscisse questo problema della povertà su qualche giornale...

Stefano Feltri: Grazie, è stata molto efficace nel raccontarci questa sua storia, che si lega un po’ alle questioni che stavamo trattando prima, un po’ alle scelte di priorità che una politica pubblica, economica. Per questo dicevo che forse preoccuparsi di chi un lavoro ce l’ha e – come dire – vorrebbe solo andare in pensione qualche anno prima, con tutto il rispetto per chi è nella condizione di chi si è ritrovato bloccato dalla riforma Fornero, che ha fatto lavori molto pesanti... ma se si devono mettere delle risorse, bisogna anche pensare a chi è nella condizione della nostra ascoltatrice e ha più bisogno di un intervento sociale che sia tale da parte dello Stato, e mentre sulla povertà, per esempio, nella manovra, adesso non mi ricordo la cifra esatta dell’ultimo intervento ma dovrebbero essere, mi pare, 600 milioni complessivi… eccolo qua, sul sociale sono previste riforme di 500 milioni di aumenti del fondo per la povertà e 50 milioni del fondo per la non autosufficienza. 

Senza permettermi minimamente di giudicare le biografie, le vite altrui, la storia della nostra ascoltatrice aveva anche una cifra molto italiana; cioè assenza di reddito o reddito molto basso ma casa di proprietà. Questa è una scelta che fanno tanti, cioè è una condizione in cui si trovano tanti italiani, specie anziani, che va detto con molta franchezza però non è una scelta comune nel resto d’Europa, perché una casa di proprietà, specialmente in una grande città, specie a Roma e a Milano, è una grossa quota di patrimonio immobilizzato che è un sacrosanto diritto avere, è una sacrosanta aspirazione, ma bisogna essere consapevoli che è una grossa quota di patrimonio immobilizzata, che in caso di necessità – come ad esempio la perdita di un lavoro – dovrebbe essere possibile, non dico monetizzare in senso completo, ma almeno attingere a quel salvadanaio di mattone. 

Ci sono vari sistemi che sono stati tentati, per esempio quella specie di mutuo al rovescio, in cui uno che ha una casa di proprietà se la fa rifinanziare dalla banca e alla fine la banca ha la casa ma il proprietario ha un reddito come se attingesse alla sua casa come un bancomat. È spiacevole da dire ma bisogna considerare che se uno ha 200.000 euro, 300.000 euro ma anche solo 50.000 euro immobilizzati in una casa deve essere messo in condizioni di poterli utilizzare anche sapendo di mettere in discussione magari il sogno di una vita, della proprietà. 


(...per tutta la settimana mi sono chiesto... ma... ma... ma... dove ho già sentito questa storia? Poi, oggi, al termine di una giornata emotivamente impegnativa per tanti motivi - perché il mio ex direttore di dipartimento, una persona per me molto importante, dalla quale ho imparato tanto, nel cui carattere passionale mi sono così tante volte riconosciuto, si è accomiatato: va in pensione; perché ho chiamato un amico e gli ho fatto una domanda alla quale sapevo che avrebbe risposto piangendo e scusandosi delle sue lacrime, perché io purtroppo so, ed è questo il problema; perché in mattinata avevo avuto almeno un paio di occasioni di urtarmi con la mia inadeguatezza nel gestire il mio progetto, che non posso portare avanti da solo, ma che non riesco a far camminare da solo né nelle grandi né nelle piccole cose - al termine di questa giornata, mentre ascendevo verso lo spartiacque, per isolarmi due giorni da SAS er Palla e da SAR la sua riverita madre, che amo e che mi sopporta, pensando di passare due giorni sotto la pioggia ad aspettare il passaggio dell'orso, con l'acqua che mi cola lungo la schiena, come al povero Nicola Rostov, al termine di questa interminabile giornata, scosso, frustrato, anelando al momento in cui potessi finalmente Gast sein, nicht immer Soldat sein, per un paio di giorni, mi ha traversato la mente un'intuizione. Questa:)

Le lendemain matin, comme Marguerite entrait dans la chambre de Fantine avant le jour, car elles travaillaient toujours ensemble et de cette façon n'allumaient qu'une chandelle pour deux, elle trouva Fantine assise sur son lit, pâle, glacée. Elle ne s'était pas couchée. Son bonnet était tombé sur ses genoux. La chandelle avait brûlé toute la nuit et était presque entièrement consumée.

Marguerite s'arrêta sur le seuil, pétrifiée de cet énorme désordre, et s'écria :

— Seigneur ! la chandelle qui est toute brûlée ! il s'est passé des événements !

Puis elle regarda Fantine qui tournait vers elle sa tête sans cheveux.

Fantine depuis la veille avait vieilli de dix ans.

— Jésus ! fit Marguerite, qu'est-ce que vous avez, Fantine ?

— Je n'ai rien, répondit Fantine. Au contraire. Mon enfant ne mourra pas de cette affreuse maladie, faute de secours. Je suis contente.

En parlant ainsi, elle montrait à la vieille fille deux napoléons qui brillaient sur la table.

— Ah, Jésus Dieu ! dit Marguerite. Mais c'est une fortune ! Où avez-vous eu ces louis d'or ?

— Je les ai eus, répondit Fantine.

En même temps elle sourit. La chandelle éclairait son visage. C'était un sourire sanglant. Une salive rougeâtre lui souillait le coin des lèvres, et elle avait un trou noir dans la bouche.

Les deux dents étaient arrachées. 

Elle envoya les quarante francs à Montfermeil.

Du reste c'était une ruse des Thénardier pour avoir de l'argent. Cosette n'était pas malade.

Fantine jeta son miroir par la fenêtre. Depuis longtemps elle avait quitté sa cellule du second pour une mansarde fermée d'un loquet sous le toit ; un de ces galetas dont le plafond fait angle avec le plancher et vous heurte à chaque instant la tête. Le pauvre ne peut aller au fond de sa chambre comme au fond de sa destinée qu'en se courbant de plus en plus. Elle n'avait plus de lit, il lui restait une loque qu'elle appelait sa couverture, un matelas à terre et une chaise dépaillée. Un petit rosier qu'elle avait s'était desséché dans un coin, oublié. Dans l'autre coin, il y avait un pot à beurre à mettre l'eau, qui gelait l'hiver, et où les différents niveaux de l'eau restaient longtemps marqués par des cercles de glace. Elle avait perdu la honte, elle perdit la coquetterie. Dernier signe. Elle sortait avec des bonnets sales. Soit faute de temps, soit indifférence, elle ne raccommodait plus son linge. A mesure que les talons s'usaient, elle tirait ses bas dans ses souliers. Cela se voyait à de certains plis perpendiculaires. Elle rapiéçait son corset, vieux et usé, avec des morceaux de calicot qui se déchiraient au moindre mouvement. Les gens auxquels elle devait, lui faisaient « des scènes », et ne lui laissaient aucun repos. Elle les trouvait dans la rue, elle les retrouvait dans son escalier. Elle passait des nuits à pleurer et à songer. Elle avait les yeux très brillants, et elle sentait une douleur fixe dans l'épaule, vers le haut de l'omoplate gauche. Elle toussait beaucoup. Elle haïssait profondément le père Madeleine, et ne se plaignait pas. Elle cousait dix-sept heures par jour ; mais un entrepreneur du travail des prisons qui faisait travailler les prisonnières au rabais, fit tout à coup baisser les prix, ce qui réduisit la journée des ouvrières libres à neuf sous. Dix-sept heures de travail, et neuf sous par jour ! Ses créanciers étaient plus impitoyables que jamais. Le fripier, qui avait repris presque tous les meubles, lui disait sans cesse : Quand me payeras-tu, coquine ? Que voulait-on d'elle, bon Dieu ! Elle se sentait traquée et il se développait en elle quelque chose de la bête farouche. Vers le même temps, le Thénardier lui écrivit que décidément il avait attendu avec beaucoup trop de bonté, et qu'il lui fallait cent francs, tout de suite ; sinon qu'il mettrait à la porte la petite Cosette, toute convalescente de sa grande maladie, par le froid, par les chemins, et qu'elle deviendrait ce qu'elle pourrait, et qu'elle crèverait, si elle voulait. —  Cent francs, songea Fantine. Mais où y a-t-il un état à gagner cent sous par jour ?

— Allons ! dit-elle, vendons le reste.

L'infortunée se fit fille publique.




(...e ora sono triste, ma non ho mal di testa. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: a sessant'anni è difficile che Alessandra possa seguire il destino di Fantine, e, soprattutto, noi non la guarderemo mai negli occhi...)


"Devo farti una confessione", esordì Ivan, "non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano. Una volta ho letto da qualche parte la storia di "Giovanni il misericordioso", un santo: un viandante affamato e infreddolito andò da lui e gli chiese di riscaldarlo e quello lo fece coricare nel letto insieme a lui, lo abbracciò e prese a soffiargli nella bocca, putrida e puzzolente a causa di una terribile malattia. Io sono convinto che egli lo facesse per una lacerazione piena di falsità, per il dovere di amare che gli era stato imposto, per una penitenza che si era inflitto. Perché si possa amare una persona, è necessario che essa si celi alla vista, perché non appena essa mostrerà il suo viso, l'amore verrà meno".

"Più di una volta, lo starec Zosima ha parlato di questo", osservò Alëša; "ha anche detto che spesso il viso di un uomo, per chi è inesperto in amore, diventa un ostacolo per l'amore. Tuttavia, c'è anche molto amore nell'umanità, amore quasi comparabile a quello di Cristo, questo l'ho visto io stesso, Ivan..."

"Be', io non ne so niente di questo per ora e non posso capire, e, come me, una moltitudine innumerevole di uomini. La questione è se questo è dovuto alle cattive qualità degli uomini o se tale è la loro natura. Secondo me, l'amore di Cristo per gli uomini è una specie di miracolo impossibile sulla terra. Vero è che egli era Dio. Ma noi non siamo dèi. Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un'altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un'altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un'onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede. E poi c'è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un'idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un'occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un'idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l'elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l'elemosina danzando leggiadramente, be', in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare. Ma finiamola con questo argomento. Volevo soltanto esporti il mio punto di vista. Volevo parlare delle sofferenze dell'umanità in generale, ma è meglio se ci soffermiamo solo sulle sofferenze dei bambini. Questo riduce le mie argomentazioni ad un decimo della loro portata, ma è meglio parlare solo dei bambini, sebbene questo non vada a mio vantaggio. In primo luogo, i bambini si possono amare anche da vicino, anche se sono sporchi, brutti di viso (anche se a me pare che i bambini non siano mai brutti). Il secondo motivo per cui non voglio parlare degli adulti è che, oltre ad essere disgustosi e incapaci di meritarsi l'amore, per loro si tratta anche della giusta punizione: hanno mangiato la mela, conoscono il bene e il male, e sono divenuti "come Dio". E continuano a mangiarla anche adesso. I bambini invece non hanno mangiato niente e per ora non sono colpevoli di nulla. Tu ami i bambini, Alëša? So che li ami e certo capirai per quale motivo voglio parlare solo di loro. E se anche loro soffrono terribilmente su questa terra, è ovviamente per colpa dei loro padri, sono puniti a causa dei loro padri che hanno mangiato la mela; ma questo ragionamento appartiene ad un altro mondo, ed è incomprensibile per il cuore umano qui sulla terra. Gli innocenti non devono soffrire per le colpe degli altri, soprattutto se sono innocenti come i bambini! Forse ti meraviglierò, Alëša, ma anch'io amo moltissimo i bambini. E nota bene che le persone crudeli, passionali, sensuali - la gente tipo i Karamazov, insomma - non di rado amano molto i bambini. I bambini, finché rimangono piccoli, diciamo fino all'età di sette anni, sono molto diversi dagli adulti: sembrano degli esseri a sé stanti, con una natura tutta propria. Conoscevo un criminale che stava in prigione: nella sua carriera gli era capitato di sterminare intere famiglie, si introduceva nelle loro case di notte per rubare, aveva anche trucidato alcuni bambini. Eppure, mentre si trovava in prigione, nutriva uno strano attaccamento ai bambini. Non faceva altro che guardare dalla finestra della prigione i bambini che giocavano nel cortile del carcere. Ad uno di essi insegnò a salire fino alla sua finestra e così divennero grandi amici... Sai a quale scopo ti sto dicendo tutto questo, Alëša? Non so, ho mal di testa e sono triste".

(...voi lo sapete, e sapete come continua, e come va a finire, ma se ve lo foste dimenticato, un pezzo è qui...)

(...er Palla ama molto i bambini: li ama da quando era un bambino, perché già da bambino era un Karamazov, come il su' babbo...)

(...perché i nostri pastori ci esortano ad amare il nostro distante? Io credo di sapere anche questo: perché temono che noi riconosciamo nel nostro prossimo la nostra umanità, temono che noi ci guardiamo negli occhi, e che da questa agnizione scaturisca una comune battaglia per la difesa della nostra dignità, quella dignità che nelle parole di Alessandra era così presente, così ulcerante. Non est dolor sicut dolor meus, perché io so che questo dolore è inutile, e che non possiamo fare nulla per evitarlo...)



"Devi sapere, novizio, che le assurdità sono necessarie sulla terra. Il mondo si regge sulle assurdità e senza di esse forse non sarebbe mai accaduto niente sulla terra. Noi sappiamo quello che sappiamo!"


(...quanto è bello leggere queste parole a vent'anni, quando non capisci un cazzo: un affettuoso saluto a Giovinia...)